La ritirata coreana dal fronte russo

In rotta il contingente inviato da Kim a Putin. Secondo Kiev sono morti metà degli 11 mila soldati arrivati a combattere. Il Cremlino pensa di addestrare i superstiti prima di mandarli di nuovo in prima linea. Zelensky: «Trattati come carne da macello» 

Di , La Stampa

Sono almeno tre settimane che i soldati nordcoreani non si fanno vedere sulla linea del fronte a Kursk. Secondo il New York Times, i militari di Pyongyang, inviati l’autunno scorso da Kim Jong Un ad assistere le truppe di Vladimir Putin, «sono stati ritirati a causa di numerosi caduti». Una notizia confermata ieri dal colonnello Oleksandr Kondratenko delle Forze delle operazioni speciali di Kyiv: «Molto probabilmente hanno subito troppe perdite e sono stati costretti a retrocedere», ha dichiarato alla Ukrainskaya Pravda.

“Combattono come 70 anni fa”

Erano stati almeno 11 mila, secondo diverse fonti, i militari di Pyongyang inviati a novembre in soccorso alle truppe russe. Dislocati principalmente nella regione di Kursk, il territorio russo occupato dall’agosto scorso dagli ucraini (probabilmente per evitare a Kim nuove sanzioni per aver invaso il suolo dell’Ucraina), all’inizio erano stati raccontati dai soldati di Kyiv che li avevano fronteggiati in battaglia come «estremamente feroci». A Mosca si diceva che il dittatore nordcoreano avesse mandato sul fronte ucraino i suoi uomini migliori, le truppe speciali che avevano ricevuto il miglior addestramento ed equipaggiamento: «Sono splendidamente preparati e totalmente indifferenti alla morte», raccontava pieno di ammirazione l’inviato propagandista russo Yury Kotyonok. Alla prova dei fatti, però, gli ucraini sono rimasti delusi: i nordcoreani erano «estremamente disorganizzati», ha rivelato un funzionario anonimo del governo di Volodymyr Zelensky al New York Times, e i video girati dei soldati finiti prigionieri mostravano personaggi molto lontani dall’immagine di Rambo. «Combattono come 70 anni fa, vanno avanti mentre gli sparano contro», nel tentativo di rovesciare le linee nemiche, raccontava il giornalista ucraino Yury Butusov.

“Assalti da macello”

Spinti probabilmente più dal terrore dei loro comandanti, i nordcoreani si erano trovati in grande difficoltà, in un territorio sconosciuto di cui non parlavano la lingua, e non erano stati inseriti adeguatamente nella catena di comando russa, forse per la reciproca diffidenza degli ufficiali di Mosca e di Pyongyang, o forse perché considerati dai russi non all’altezza dei compiti. Molti testimoni sostenevano che i nordcoreani erano stati utilizzati principalmente nelle retrovie di Kursk, in compiti di sostegno che permettevano di liberare le truppe russe, oppure venivano lanciati contro le linee ucraine in «assalti da macello» come fanteria non qualificata. Il risultato, secondo il comandante delle truppe ucraine Oleksandr Syrsky, è che almeno metà degli 11 mila soldati di Kim sarebbe ormai fuori gioco. Fonti occidentali e sudcoreane parlavano già un mese fa di almeno 3000 vittime tra i nordcoreani, di cui un migliaio di morti. Tassi di mortalità paragonabili a quelli della fanteria russa, ma probabilmente aggravati nel caso dei nordcoreani da una preparazione che poteva venire considerata “d’eccellenza” soltanto per i parametri della dittatura di Kim. Che peraltro cerca di isolare i suoi soldati da quelli russi, perché preoccupata che si facciano corrompere dai costumi della Russia, decisamente più liberali di quelli di Pyongyang.

Rinforzi in arrivo a Pyongyang

Il Cremlino non commenta la notizia, ma il portavoce della presidenza russa Dmitry Peskov ha ammesso ieri che nell’articolo del giornale americano ci sono «affermazioni sia corrette che sbagliate». Intanto, lo spionaggio di Seul sostiene che Kim è pronto a inviare a Kursk una nuova partita di suoi militari. Nonostante il numero dei nordcoreani al fronte non sia elevatissimo, per Putin infatti rappresentano comunque un aiuto importante: il numero dei volontari russi disposti ad arruolarsi, nonostante il continuo aumento delle paghe per i soldati, non è sufficiente a colmare le enormi perdite russe, e il Cremlino non vuole dichiarare una nuova mobilitazione per paura di perdere i consensi. Già quella precedente, nell’autunno 2022, aveva spinto decine di migliaia di maschi russi ad accalcarsi alle frontiere, e le famiglie continuano a denunciare sempre più casi di soldati di leva costretti con le minacce ad arruolarsi come “volontari” in Ucraina. Gli ufficiali ucraini intervistati dal New York Times non escludono infatti che i nordcoreani torneranno a combattere: gli eventuali vantaggi offerti da Mosca – tra cui, come temono a Washington, i segreti dei missili intercontinentali e delle testate atomiche – potrebbero sembrare a Kim più interessanti di qualche migliaio di soldati da far uccidere.

Nell’immagine: un soldato nordcoreano prigioniero in Ucraina 


Un reality a ciclo continuo, ecco i media al tempo del Maga

In rotta il contingente inviato da Kim a Putin. Secondo Kiev sono morti metà degli 11 mila soldati arrivati a combattere. Il Cremlino pensa di addestrare i superstiti prima di mandarli di nuovo in prima linea. Zelensky: «Trattati come carne da macello» 

Di Luca Celada, il manifesto

L’esordio di Karoline Leavitt nella sala stampa della Casa bianca ha preso da subito il tono che caratterizzava i briefing del primo mandato Trump. Allora ogni conferenza stampa degenerava invariabilmente in battibecco fra giornalisti e portavoce, a partire dalla famigerata prima in cui le falsità sulle dimensioni della folla all’inauguration portò la consigliera Kellyanne Conway a coniare il termine “fatti alternativi.”

Alla realtà parallela perorata dall’amministrazione Trump è stato ispirato anche il confronto di 45 minuti con al nuova press secretary, a 27 anni la più giovane di sempre. Come assaggio, Leavitt ha insistito che un giudice federale non avesse effettivamente invalidato il decreto presidenziale che congelava la spesa pubblica ma solo una circolare interna dell’ufficio del bilancio. Un sofisma che è costato all’amministrazione un ulteriore sanzione del magistrato.

Leavitt è tuttavia rimasta imperterritamente fedele alla linea, illustrando le nuove direttive sulla comunicazione. Oltre alla stampa ufficiale, ha spiegato, la Casa bianca intende accreditare “voci alternative” citando specificamente “blogger, influencer e content creator.” La decisione mira ad “equilibrare” il “mainstream media” (MSM) ed il suo “eccessivo potere di dirigere la narrazione.” 

All’uopo, ha detto Leavitt la prima fila della sala stampa è stata designata “new media row,” riservata a rappresentanti di canali “alternativi” Non ha sorpreso nessuno che fra questi vi fossero da subito quelli rappresentanti dell’estrema destra complottista come Matt Boyle, caposervizio della neo reazionaria Breitbart News, o una influencer in rappresentanza di “War Room”, il blog di Steve Bannon. 

Tutto parte del progetto di ridimensionamento della stampa mainstream, minacciata e ritualmente schernita dallo stesso Trump come “nemica del popolo.” L’astio e la polemica a cui è subito tornata la sala stampa è misura del fronte della propaganda, strategico per il regime fondato sulla “frattura epistemica,” il mantenimento delle percezioni pubbliche in bolle ermetiche e diametralmente incompatibili.

In futuro, ha detto Leavitt, accrediti potrebbero andare a tiktokker piuttosto che a corrispondenti di grandi giornali ed emittenti news il cui pubblico è in caduta verticale. Il criterio del gradimento come metro privilegiato sull’accuratezza delle notizie è affiancato dal teorema di una presunta “par condicio” del gossip e dell’illazione sul “fact checking” rappresentato come velleità elitaria. Tutto sotto l’egida della libertà di pensiero ed espressione tutelate dal primo emendamento. Ma tutto ispirato in realtà alla tecnica del “flood the zone”, formulata dello stesso Bannon per l’inondazione della sfera pubblica con un volume tale di disinformazione da rendere vano ogni dibattito.

L’attacco frontale alla stampa si profila insomma più organizzato e violento in questo secondo mandato. L’aspetto più preoccupante è tuttavia un’inedita acquiescenza degli stessi media. Mercoledì Meta, la casa madre di Facebook, ha annunciato che avrebbe patteggiato un’ammenda di 25 milioni di dollari a Trump per averlo radiato dal social quattro anni fa. In precedenza, la ABC e la CBS avevano ugualmente deciso di conciliare cause per diffamazione intentate con motivazioni del tutto frivole dal presidente. Cbs sta trattando di accordarsi su una causa da 10 miliardi contro “60 Minutes”, il programma-bandiera dell’informazione americana, quello di Walter Cronkite e poi di Dan Rather – sarebbe un’altra diga che cede. E giovedì è stato allontanato dalla CNN, Jim Acosta, veterano corrispondente noto per gli scontri in diretta con Trump ed i suoi rappresentanti. Il giornalista ha preferito le dimissioni ad un trasferimento ad un improbabile fascia notturna.

Sono indizi di una stampa decisamente più “sdraiata” e remissiva di otto anni fa, anche per una proprietà editoriale in mano ad oligarchi come Jeff Bezos (Washington Post) e Patrick Soon Shiong (Los Angeles Times), David Zaslaw (WB Disovery/CNN), Rupert Murdoch (Fox) Bob Iger (Disney/ABC).

Un panorama che non depone bene per un’informazione che sarebbe più critica semmai nella misura in cui i contorni del “fake” sembrano oltrepassare anche i livelli di precedente propaganda. Negli ultimi giorni Trump ha sostenuto via social di aver “ordinato una missione militare per far rifluire le acque in California” e di aver “vinto il voto giovanile per 36%.” In conferenza stampa mercoledì ha accusato Biden di aver autorizzato “50 milioni in preservativi per Hamas.” Ogni affermazione facilmente smentita dai fatti.

Accanto alle bufale, sempre nell’ottica del “controllo della narrazione,” le politiche dell’amministrazione sono invariabilmente accompagnate da blitz mediatici. Sin dal primo giorno a Chicago, ad esempio, i raid per deportare gli immigrati sono stati accompagnati da una troupe embedded del programma filo Trump “Dr, Phil,” mentre la ministra per la sicurezza si immortalava col giubbotto antiproiettile mentre “rimuoveva la feccia” dalle strade di New York.

Un “reality” totalitario e totalizzante implementato da un presidente che per molti anni ha lavorato nel settore con “The Apprentice” e che nel suo governo ha nominato ben 19 funzionari che sono stati sotto contatto can la Fox.


Antico proverbio turco

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