Sgomberare Gaza?

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Quella tragica fotografia che mostra centinaia di migliaia di palestinesi di Gaza risalire la Striscia da sud a nord provoca un’immensa tristezza: una marcia fra le macerie verso le macerie delle proprie abitazioni.

La distruzione provocata da 15 mesi di bombardamenti non è un effetto collaterale di una guerra difensiva. Non c’erano aerei, carri armati, postazioni d’artiglieria e di missili da distruggere; solo qualche ridicolo lanciarazzi artigianale e abitazioni, ospedali, scuole, moschee, chiese, acquedotti. Lo scopo della distruzione appare oggi chiaro. Non solo una vendetta, non la prevenzione di altri “7 ottobre”, non per “distruggere Hamas” bensì per rendere Gaza invivibile e forzare la partenza dei suoi due milioni di abitanti. Un obiettivo comunicato ora al mondo da Trump con cinismo volgare: “faremo di Gaza la Riviera del Medio Oriente”. Le reazioni politiche sono state sconfortanti. “I palestinesi devono rimanere a Gaza!” strillano l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) incapace di proteggere il suo popolo, i Paesi Arabi che non hanno mosso un dito contro i bombardamenti, gli Stati europei e i democratici americani campioni di ipocrisia. È una condanna all’inferno. Sopravvivere dieci o più anni in prefabbricati sgomberando le macerie per una vita indegna anche dopo: prigionieri di Israele, che sigilla la Striscia su due lati terrestri e uno marittimo (blocco navale), e ottiene dall’Egitto che anche il quarto sia invalicabile.

Nel frattempo, lo spazio vitale dei circa 3 milioni di palestinesi di Cisgiordania, dove già risiedono illegalmente 700’000 coloni, si restringe ogni giorno. I palestinesi vi sono molestati da coloni e militari affinché partano. L’orizzonte sembra segnato, come a Gaza: l’annessione a Israele, solo Stato “dal fiume al mare”, a meno di una reazione molto forte dei palestinesi stessi e degli israeliani che li sostengono, dell’ANP e dei Paesi arabi, della comunità internazionale. Una reazione che non riproponga la “soluzione a due Stati” con quello palestinese formato da due aree discontinue e scollegate: i 365 kmq di macerie (Gaza) e i 5’900 kmq ingestibili perché smembrati da 300 colonie ebraiche fortificate (Cisgiordania).

La provocazione di Trump potrebbe ora rappresentare per l’ANP e la comunità internazionale lo stimolo per uscire dal torpore e avanzare una soluzione razionale e praticabile per lo Stato Palestinese (SP). Avete voluto spianare Gaza? Prendetela e offritela ai coloni che hanno rubato le terre palestinesi della Cisgiordania! Volete sgomberare 2 milioni di gazawi (in maggioranza rifugiati del ’48 e del ’67)? Fate pure, ma per ricollocarli esigiamo lo scambio di Gaza con tutta o parte della Galilea (oggi “Distretto settentrionale”): 3’300 Kmq (senza il Lago di Tiberiade), 1,1 milioni di abitanti per quasi metà arabi. A sud della Galilea si trova la Cisgiordania, a ovest il mare mediterraneo e Haifa, a nord il Libano, a est le “Alture del Golan” occupate che vanno restituite alla Siria o aggregate con il suo consenso allo SP.

Nel cerchio la zona del “Distretto settentrionale” (cliccare per ingrandire)

Non è una visione peregrina: il Piano votato dalle Nazioni Unite nel 1947 assegnava gran parte della Galilea ai palestinesi, compresa la capitale Nazareth e le città marittime di Acri e Nahariya. All’epoca gli arabi non hanno accettato quella soluzione? Altri tempi, ma Israele ricordi che è stato riconosciuto perché ha accettato quella partizione, anche se poi già nel 1948 si è appropriato dell’intera Galilea. I vantaggi dello scambio Gaza-Galilea sarebbero molti per lo SP, ma anche per Israele: continuità territoriale con la Cisgiordania; forte concentrazione degli arabi di Israele in Galilea; SP come cuscinetto fra Israele, Siria (Golan) e Libano; Gaza ritorna a Israele senza la “ingombrante” presenza di 2 milioni di palestinesi.

Con una soluzione di questo tipo, la “soluzione a due Stati” avrebbe ancora senso: con i due Paesi coordinati da una “Confederazione israelo-palestinese” (tema sviluppato in “Foreign Affairs” 19.9.24) e con la possibilità, a lungo termine, d’integrare i due Stati in una Palestina democratica e binazionale.

Nell’immagine: migliaia di palestinesi in viaggio, a piedi, verso nord dopo che a fine gennaio Israele ha aperto il corridoio Netzarim per la prima volta dopo 15 mesi di guerra


Veronica Noseda – Lo scandalo sessuale che minaccia Bayrou

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Sfondato il tetto dei 400’000 frontalieri in Svizzera

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Di Marija Miladinovic, TVsvizzera

Se si considerano invece gli ultimi cinque anni, il numero di persone con permesso G è passato da 339’000 nel 2019 ai 407’000 corrispondenti all’ultima rilevazione, un incremento del 20,1%.

Ticino in controtendenza

Tornando al confronto annuale, il dato relativo al Canton Ticino è in controtendenza. Il numero dei pendolari dall’Italia è infatti sceso in dodici mesi dell’1,1% a 78’683. Alla fine del 2023 erano 79’578,6 e 78’517,8 alla fine del 2022.

Rispetto al terzo trimestre del 2024, alla fine di dicembre il totale dei titolari di un permesso G è salito dello 0,8% a livello nazionale, mentre è calato, sempre dello 0,8%, nel solo Ticino.

Sul calo di pendolari in arrivo dall’Italia potrebbe aver inciso il nuovo accordo fiscale sui frontalieri stipulato tra Roma e Berna ed entrato in vigore nel luglio 2023.

L’intesa prevede infatti che la stipulazione di un nuovo contratto di lavoro in Svizzera implichi il pagamento delle imposte sia in Italia sia in Svizzera. Un fardello fiscale che rende meno redditizio per una persona residente in Italia recarsi quotidianamente in Svizzera per lavoro.

Più della metà dalla Francia

Di tutte le persone frontaliere che alla fine dell’anno scorso lavoravano in Svizzera, più della metà era domiciliata in Francia (58%, in aumento del 5,3%). Mentre dall’Italia e dalla Germania entravano rispettivamente il 22,4% (-1,6%) e il 16,3% (+1,6%) del totale di lavoratori e lavoratrici.

La regione elvetica che ospita il maggior numero di dipendenti con permesso G è quella del Lemano ossia il territorio che raggruppa i cantoni Ginevra, Vaud e parte del Vallese, in cui lavorano 166’386 pendolari d’oltrefrontiera. Si tratta anche dell’area con l’incremento annuo più marcato (+6,1%).

Il Ticino, con i suoi 78’683, si piazza al secondo posto, davanti ai 76’653 alla Svizzera nordoccidentale (Argovia, Basilea Città e Basilea Campagna). Al quarto la regione dell’Espace Mittelland (Berna, Friburgo, Giura, Neuchâtel e Soletta) con 37’597 e quinta, con 32’358 tra lavoratori e lavoratrici, la Svizzera orientale (Appenzello Interno ed Esterno, Glarona, Grigioni, San Gallo, Sciaffusa e Turgovia). Quest’ultima è la sola in calo su base annua insieme al Ticino.

Domina il terziario

Proprio come negli anni precedenti, la maggior parte delle e dei frontalieri è come noto impiegata nel settore terziario. La percentuale di persone operanti in questo settore è addirittura aumentata stabilendosi a 284’000, ossia il 3,6% in più su base annua.

Il settore secondario occupa circa 120’000 persone frontaliere (+1,4%), mentre sono solo 2’800 le e i dipendenti stranieri nel primario. Anche in quest’ultimo caso si rileva tuttavia un aumento su base annua che corrisponde al 4,8% in più.


È tornata la Ddr, e stavolta se la prende l’ultradestra

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Di Sebastiano Canetta, il manifesto

Il Muro nelle urne; ovvero la solita, irrisolta e dimenticata “questione orientale” della Germania riesplosa nel pieno dell’era trumpista. La mappa del voto tedesco restituisce il calco quasi perfetto fra i confini della vecchia Deutsche Demokratische Republik comunista e la nuova Germania-Est fascio-populista incarnata da Alice Weidel. Da Rostock fino a Dresda, dal fiume Oder ai confini con la Baviera: dove una volta era rosso ora è tutto dipinto di nero, anche se il colore ufficiale di Afd rimane l’azzurro-cielo.

Fa eccezione la città-stato di Berlino che si conferma nel ruolo di inconquistabile roccaforte della sinistra. Qui la Linke è risorta fino a diventare il primo partito con il 19,9% (+8,4% rispetto al 2021) davanti alla Cdu (18,3%; +1,1%) Verdi (16,8%; -5,2%) Afd (15,2%, +5,8%) e Spd (15,1; -7,1) con i liberali ridotti ai minimi termini. Nel rione multikulti di Kreuzberg-Friedrichshain, il motore culturale della città, hanno votato Linke un elettore su tre.

Una botta colossale per la Grosse Koalition che governa il “Rotes Rathaus; molto meno per Alice Weidel che riesce comunque a mantenere lo zoccolo duro del consenso radicato nei quartieri dell’Est dominati dai palazzoni sovietici. In molti collegi la sfida fra Afd e Linke si è giocata sul filo di lana delle virgole percentuali.

BERLINO, DI FATTO, resta un’enclave inglobata nel Brandeburgo dove Afd ieri ha raccolto il 32% dei voti staccando di anni-luce tutti gli altri sfidanti a cominciare dalla Cdu di Friedrich Merz arrivata seconda con il 18%. Peggio ancora negli altri Land della Germania orientale: in Turingia l’ultradestra ha sfondato gli ultimi argini di contenimento grazie al 38,6% dei voti, mentre nella confinante Sassonia ha fatto registrare il 37,7%. Identico trend nel Meclemburgo-Pomerania, lo Stato affacciato sul Mar Baltico: qui il 35% incassato dai fascio-populisti è una vittoria letteralmente schiacciante, perché Afd è riuscita a scalzare la Spd come primo partito del Land con l’impressionante distacco di quasi venti punti percentuali. In totale, su 16 Stati federali della Bundesrepublik, cinque sono finiti nell’orbita di Afd. Equivale a un terzo del Paese.

Più che sintomatica la fotografia del risultato del voto nei collegi elettorali della Germania dell’Est che prevedevano il mandato diretto al Bundestag. Del totale di 48 ben 45 sono stati conquistati dall Alternativa dell’ultradestra. Dal disastro generale si salvano nel centro-sinistra giusto il collegio dell’ex cancelliere Spd Olaf Scholz a Potsdam nel Brandeburgo (lo stesso di Annalena Baerbock dei Verdi) e la circoscrizione tenuta con le unghie dall’ex governatore della Turingia Bodo Ramelow (Linke), a Erfurt, la capitale del Land.

Del resto basta guardare al flusso di voti dal 2021 al 2025. Il boom a livello nazionale di Afd si deve essenzialmente a due fattori-chiave che hanno contato al di là e di più di qualunque effetto Musk. Alice Weidel è riuscita a “rubare” oltre 830 mila elettori al bacino della Cdu di Friedrich Merz e soprattutto ha incassato il voto di 1,8 milioni di tedeschi che quattro anni fa non erano andati alle urne.

MA LA MIGRAZIONE del consenso è stato un elemento imprescindibile anche per la Linke, l’altra forza politica “vincitrice” delle elezioni accanto al trionfo dei fascio-populisti. I due capilista Jan van Aken e Heidi Reichinnek hanno raccolto oltre quattro milioni di voti riuscendo a convincere 700mila ex elettori dei Verdi, 560mila ex della Spd, 100mila ex liberali e 70mila ex democristiani. In più la sinistra si è rivelata in grado di mobilitare quasi 300mila non votanti dimostrando la capacità di seminare voti ben al di là del suo tradizionale campo di riferimento.

Complessivamente, il rilevante turn-out di voti registrato alle elezioni di ieri segnala la profonda mutazione avvenuta in tutto il Paese. Anche nella Germania dell’Ovest, soffocata dalla crisi economico-industriale non meno della Germania dell’Est, sono venute a galla le profonde faglie carsiche che a Berlino credevano di aver risolto. Insomma il voto attribuito in nome della tradizione familiare (che in Germania ancora contava nel 2021) oppure sulla fiducia non esiste più. Sono saltati gli ultimi steccati ideologici ormai dappertutto, come segnala l’enorme massa di elettori tedesco-occidentali che ha cambiato radicalmente voto rispetto a quattro anni fa.


Se adesso le sinistre escono dalla Storia

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Di Alessandro De Angelis, La Stampa

Suona per tutta la sinistra europea la campana del voto in Germania, che della socialdemocrazia è stata culla e modello. Non è un rintocco isolato: segue la sconfitta del socialismo scandinavo, la débacle italiana, l’illusione francese del Fronte Popolare. Lì non solo non ha retto l’ipotesi del governo, ma neanche la prova dell’opposizione. Quello tedesco è il rintocco più fragoroso per dimensioni e implicazioni: mai così male dagli albori del movimento operaio alla fine dell’Ottocento.

Difficile che la prospettiva della «grande coalizione» della crisi possa essere la soluzione, anzi rischia di amplificarla. La formula non è nuova: negli anni Sessanta del secolo scorso fu una scelta politica, non dettata dall’esigenza numerica. L’Spd, che accompagnò l’ingresso al governo con la svolta di Bad Godesberg, vinse al giro successivo con Willy Brandt. Durante l’era Merkel la «grande coalizione» fu invece la risposta all’ingovernabilità di un sistema già in via di destrutturazione. Ora è un accrocco emergenziale, magari senza alternative, ma tutto difensivo, contro il pericolo AfD e con la sfida di Trump squadernata che tonifica tutte le sue quinte colonne nei singoli Paesi per indebolire l’architettura europea. Un rischio, appunto. Lo è per l’esperimento in sé che non ha più alle spalle, come elemento di tenuta, il retroterra di un modello economico e sociale funzionante. Lo è per la socialdemocrazia in particolare perché la espone a una dinamica alla Weimar: l’eccesso di governismo le fa perdere identità, un’eccessiva agitazione fa il gioco degli sfidanti rimasti fuori.

È la fotografia una crisi esistenziale della sinistra, in un continente dove ormai è quasi cancellata o comunque marginale. Ovunque afona nelle parole, rinsecchita nel suo insediamento sociale, nevrotica nelle risposte, sempre chiuse nell’orizzonte nazionale. Anche la vicenda tedesca racconta di un disarmo innanzitutto culturale di fronte alla necessità di un radicale cambio di paradigma. Tutte le parole su cui la sinistra ha costruito la sua identità sembrano vuote in questo tornante della storia. Lo è la parola socialismo che, da moto di trasformazione fondato sulla critica dell’esistente, dell’esistente è diventata ordinaria amministrazione. Lo è la parola Europa, sulla cui perdita di soggettività politica, la sinistra ha le sue responsabilità. Alla fine degli anni Novanta, governava ben quindici Paesi dell’Unione, ma non ci fu una svolta vera nel processo di integrazione. Morale della favola: è arrivato prima il ciclo «austero» di Angela Merkel, poi il populismo che è entrato nelle periferie e nel ceto medio piegato dalla crisi, dal forgotten man del Mid West alle fabbriche della Renania, che da rosse si sono colorate di turchese.

La sinistra, ovunque, ha perso perché si è persa nella voragine tra antiche compatibilità, sospese solo durante l’era Covid per poi tornare ai vincoli di bilancio, e nuovi bisogni diventati nel frattempo rivolta. E se c’è una parola che, icasticamente, racchiude la perdita di un ruolo politico, nel mondo segnato dai conflitti, è la parola sicurezza. Secondo l’ultimo sondaggio del Washington Post la misura più apprezzata di Trump sono le deportazioni. È questo il mondo che ci è dato di vivere col suo nuovo «senso comune». Ed è qui che si consuma la crisi dei progressisti, incapaci di conciliare, per citare Marco Minniti, sicurezza e democrazia così come sul terreno economico sono incapaci di conciliare capitalismo e democrazia. Chi, come il Pd, ha la linea «open arms», braccia aperte perché è all’opposizione. Insomma, la denuncia solo umanitaria. Chi, stando al governo con i nervi tesi, scimmiotta la destra. Insomma, la deriva securitaria: Starmer posta le stesse foto di Trump; Scholtz dopo l’attentato di Solingen sospende Schengen e rimpatria 28 profughi afghani a Kabul, nonostante il governo dei talebani non abbia alcun rapporto diplomatico con la Germania. L’uno e l’altro si lasciano sedurre dalla soluzione dei Paesi terzi modello Albania che non funziona ma è un messaggio di maniere forti. E non ci vuole una Cassandra per prevedere che questo sarà un punto di programma della grande coalizione. Ecco, chi governa risponde con la logica dell’accordo politicante senza principi, chi sta all’opposizione, come in Italia, viaggia sul terreno simbolico, come se il popolo si agganciasse presentando disegni di legge o enunciando solo principi, senza calarli sul terreno delle politiche. Al governo ci pensa la destra, col protezionismo e i muri. Gli altri sono tutti fuori partita. E, se va avanti così, fuori dalla storia.

Nell’immagine: Olaf Scholz


Il nemico nascosto di Putin

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Nel terzo anniversario della guerra in Ucraina, c’è molta confusione nel cielo sopra quell’“Occidente collettivo” che Vladimir Putin ha indicato come il suo vero nemico dall’inizio di quella che lui chiama ancora “operazione militare speciale”. Quasi metà dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione Europea, con l’aggiunta del canadese Trudeau, ma con l’assenza di Giorgia Meloni, ha accompagnato a Kiev la presidente della Commissione von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Costa. Il presidente francese Macron, non si capisce se a titolo personale o come mediatore europeo, è andato a Washington a parlare con Trump non solo di Ucraina, ma anche di relazioni transatlantiche ancora sotto scosse di assestamento dopo il terremoto provocato dall’arrivo del “tycoon” alla Casa Bianca. Oggi ci andrà anche Starmer, il premier della Gran Bretagna il cui storico rapporto privilegiato con gli Stati Uniti è stato scosso dalle manifeste simpatie della nuova amministrazione per Farage e dalle intemerate del solito Musk. Gli ultimi ingredienti di questo minestrone diplomatico sono stati le risoluzioni presentate all’Onu, con gli Usa divergenti sia dall’Ucraina che dalla Ue, e il braccio di ferro al G7 su un testo per l’anniversario della guerra, che fino all’anno scorso sarebbe stato un copia incolla di quelli scritti dopo l’invasione russa.

Il “tutti per uno, uno per tutti”, che era stato il mantra dell’Occidente sin dalle prime ore del 24 febbraio 2022, non ha retto davanti alla furia vendicativa di Donald Trump, deciso a far pagare a Zelensky il rifiuto nel 2019 di aiutarlo nel suo tentativo di far incriminare Hunter Biden in vista delle elezioni presidenziali americane (e per quella richiesta Trump, nel suo primo mandato, aveva rischiato l’“impeachment”). L’ “uno”, Zelensy appunto, si è ritrovato quasi di colpo retrocesso dal rango di star internazionale, omaggiato in tutte le capitali come un eroe, al ruolo scomodo di guida di una nazione stremata dalla guerra e sempre più dubbiosa sulla sua capacità di “leadership”.

Zelensky ha commesso degli errori. È stato incapace di azzerare la grande piaga della corruzione, la promessa più forte e vincente della sua campagna elettorale. Anzi la guerra l’ha accentuata fino a colpire perfino le forniture di munizioni alle truppe al fronte. Ha mostrato un carattere intollerante e poco incline ad accettare pareri diversi anche sulle strategie di guerra, finendo per cambiare a ripetizione i vertici militari a partire dal generale Zaluzhny, molto amato dalla gente e potenziale rivale del presidente, spedito a fare l’ambasciatore a Londra. E anche la decisione di sanzionare i capi dell’opposizione, a cominciare dal suo predecessore Poroshenko, non ha giovato alla sua immagine, anche se il livello di consenso continua a superare il 50 percento (e non si è ridotto al 4, come sostiene Trump). Ma il colpo più duro gli è arrivato dal presidente americano. Non tanto per gli insulti — “dittatore non eletto”, “comico mediocre” — , quanto per l’“appeasement” verso Putin e il tradimento politico, militare ed economico dell’Ucraina. Testimoni presenti nel palazzo di Kiev hanno raccontato delle urla che provenivano dall’ufficio del presidente durante il suo incontro con il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, che voleva imporre a Zelensky l’accordo sulle terre rare.

Ovviamente il maggiore beneficiario della confusione che regna nel cielo sopra l’Occidente è Vladimir Putin, che sembra seguire l’insegnamento di Napoleone di “non interrompere mai il tuo nemico quando sta commettendo un errore”. Il presidente russo non ha fretta di iniziare una trattativa, anzi intensifica l’offensiva al fronte per guadagnare altre fette di terreno ucraino in attesa che la “pera” americana cada matura dall’albero e l’“Occidente collettivo” si disgreghi da solo. Due giorni dopo l’elezione di Trump, a novembre dell’anno scorso, parlando a Sochi, aveva predetto che “il momento della verità è arrivato”. La verità, per lui, è quella che aveva denunciato alla conferenza di Monaco nel 2007, togliendosi la maschera e attaccando “il dominio monopolitico dell’America, il suo uso eccessivo e quasi incontrollato della forza nelle relazioni internazionali”. Dopo quel discorso aveva cominciato l’“escalation” contro l’opposizione interna (da Nemtsov a Navalny, per citare solo due delle vittime) e contro i nemici esterni (culminata con l’aggressione dell’Ucraina). E due giorni fa, in una cerimonia a Mosca, ha detto che “è stato Dio a volere che portassi avanti una missione così difficile, ma onorevole, quella di difendere la Russia”.

Anche Trump, nel discorso inaugurale, aveva detto che era stato Dio a salvarlo dall’attentato perché potesse guidare di nuovo gli Stati Uniti. Nella visione del mondo degli “unti del Signore” non c’è spazio per i piccoli, europei compresi. Tanto meno per l’Ucraina.


La festa della Linke. Un partito rigenerato dai nuovi iscritti

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Di Pauline Jäckels, il manifesto

«Partito della Linke: 8,8%» gridano gli altoparlanti. Spuntano i sorrisi, scendono le lacrime, mani esultanti volano in aria e le persone cadono l’una nelle braccia dell’altra. Domenica la Linke ha raggiunto un risultato che fino a poche settimane fa era ritenuto impossibile anche al suo interno: ha raddoppiato il consenso. Ora è il momento di festeggiare, ma cosa succederà quando la festa sarà finita?

Jan van Aken, Heidi Reichinnek e Ines Schwerdtner guardano le telecamere dal palco della festa elettorale. «La sinistra è viva», grida il co-presidente van Aken, «e dobbiamo ringraziare tutti voi». La superstar Heidi Reichinnek è la terza a parlare e si leva un coro di giubilo: «Heidi, Heidi, Heidi». «No, non Heidi, siete stati voi a rendere possibile questa resurrezione», risponde subito lei, evidentemente consapevole che il clamore che circonda la sua persona – alcuni lo definiscono addirittura un culto della personalità – non è visto di buon occhio da tutti i membri del partito.

Anche se Schwerdtner, van Aken e Reichinnek sono volutamente modesti nei loro discorsi di vittoria e attribuiscono il loro successo al collettivo, come si conviene nella notte delle elezioni, sono loro che hanno riportato in vita la sinistra dopo che la si credeva morta. Con alle spalle i ritmi techno del suo omonimo dj Gysi (di per sé un fenomeno di internet), sale sul palco la star di Tiktok o meglio dei meme Gregor Gysi. «Con la nostra campagna sui riccioli d’argento (Silberlocken, i tre politici veterani della Linke: Gysi, Ramelow, Bartsch), pensavamo di raggiungere i media e anche qualche anziano, ma non sapevamo come avrebbero reagito i giovani». Sembra che l’attenzione gli piaccia ancora, anche in età avanzata.

Gysi è sempre stato una piccola star, ora è di nuovo una piccola grande star e probabilmente sarà presto il membro più avanti con gli anni del Bundestag. Ha rivelato al giornale nd che deve ancora pensare a cosa dire nel suo discorso da «presidente anziano». Tuttavia, non leggerà ad alta voce Marx, come si vocifera su Internet, perché un discorso del genere deve essere da statista e rivolto a tutti i cittadini del Paese.

L’atmosfera nella sala è esuberante come si può immaginare dopo un tale successo. Si balla, si beve e ci si sbaciucchia anche selvaggiamente: a quanto pare, il successo fa venire voglia di fare festa. Tuttavia, un ospite ammette di non essere abituato a organizzare feste per la campagna elettorale, poiché non ne ha mai vissuta una in cui ci fosse un motivo per gioire durante la sua permanenza nel partito della Linke. Oggi i motivi sono sette: nelle ore successive all’annuncio dei risultati elettorali, la folla del partito all’interno e all’esterno esplode in applausi ripetuti quando vengono annunciati i primi risultati del voto. Oltre all’8,8% dei voti per il partito, la Linke ha conquistato un collegio uninominale dopo l’altro: Lichtenberg, Friedrichshain, Treptow-Köpenick e Neukölln, tutti a Berlino, nonché Erfurt e Lipsia.

Alle undici e mezza, i giovani che non erano riusciti a entrare nella sala a causa della grande folla stavano ancora cercando di entrare. «Volevamo farci un selfie con Heidi e Gregor», raccontano al nd. Altri si sono già recati ai vari partiti della circoscrizione. «A Neukölln c’è il miglior after-party!», grida qualcuno. La festa è salva ed è stata celebrata. Ora cosa succederà nel medio termine?

«Martedì ci riuniremo già come gruppo parlamentare. Prima di tutto, ci saranno molte persone completamente nuove», dice Ines Schwerdtner nd. La maggior parte dei neoeletti della Linke entra in parlamento per la prima volta. Per prima cosa devono familiarizzare con le attività della partito come gruppo parlamentare e come opposizione. «E poi ci metteremo al lavoro. Faremo pressione sulla Spd e sui Verdi», afferma Schwerdtner.

Heidi Reichinnek spiega al nd come esattamente il gruppo parlamentare intende fare questa pressione, come sempre ad alta velocità: «Ora dobbiamo dimostrare alla gente che non ci limitiamo a parlare, ma che facciamo anche». Nell’ambito del suo programma dei 100 giorni, il partito della Linke vuole innanzitutto portare in parlamento i temi con cui ha fatto campagna elettorale, ovvero gli affitti e i prezzi. «Stiamo organizzando una conferenza congiunta di esperti sul tema di un tetto massimo agli affitti e di una tassa sulla ricchezza a livello nazionale e, soprattutto, un vertice sui nidi per l’infanzia». Il prossimo Cancelliere federale probabilmente non lo farà, dice Reichinnek.

Tuttavia, la sfida più grande per il partito sarà fuori dal parlamento. Dall’inizio dell’anno sono arrivati 28mila nuovi iscritti. La maggior parte di loro è giovane e politicamente inesperta, e alcuni di coloro che vogliono aderire grazie al clamore dei social media probabilmente non sono troppo fermi nelle loro idee di sinistra. «Abbiamo già pianificato come formare queste persone e come sostenerle nell’organizzazione dei circoli distrettuali», spiega Jan van Aken al nd. Alcuni circoli distrettuali erano clinicamente morti fino a poco tempo fa e sono stati rianimati solo da nuovi attivisti. «Ora dobbiamo riqualificarli sul lavoro di partito e su come costruire un movimento a livello nazionale».

E poi c’è la questione della litigiosità interna. Da quando van Aken e Schwerdtner hanno assunto la presidenza, non ci sono quasi mai state polemiche aperte. Tuttavia, questa tranquillità è normale prima delle elezioni; tutti sanno che le controversie e le campagne elettorali non vanno d’accordo. Riuscirà l’autoproclamato capo diplomatico van Aken a tenere insieme le cose dopo le elezioni? «Certo, nelle ultime settimane ci sono stati anche mugugni e critiche, ma tutto ciò è rimasto all’interno», afferma il leader del partito. Ogni volta che è sorto un problema, lui e Schwerdtner hanno parlato con le parti: «Possiamo chiarire tutto in modo da poterlo affrontare insieme».


Al dott. Merz la cura per la Germania malata

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Sarà dunque il neo-cancelliere Friedrich Merz – nella CDU il compagno di partito più incoraggiato dal suo maestro Schäuble, ma il più osteggiato da Angela Merkel – a cercare di far uscire la Germania e l’Europa dal porto delle nebbie in cui si trovano. ll suo paese perché da locomotiva è diventato il nuovo malato economico dell’UE, e l’UE che privata del suo principale traino anche politico è in palese stato di semi-paralisi.

Non a caso la battuta che ieri sera, dopo le prime proiezioni da Berlino, più circolava a Bruxelles era che “la nuova legislazione dell’UE comincia solo ora”. Merz, che la cancelliera, “mutti Merkel”, aveva praticamente costretto a un semi-esilio (che l’interessato ha proficuamente sfruttato economicamente, con operazioni e alleanze finanziarie assai discusse), dovrà gestire un’eredità comunque problematica per la formazione di una nuova Koalition. Se si affida soltanto a quella con la disastrata SPD di Scholz rischia di trovarsi di fronte a uno schieramento ferito e pronto quindi a porre le sue condizioni per un’alleanza in cui vorrebbe sottrarsi al rischio di farsi scorticare dalla CDU come avveniva nei lunghi anni del regno merkeliano; mentre, d’altro canto, Merz è più che restio a imbarcare i Verdi, radicali e indisciplinati, di Robert Habeck; gli mancherà inoltre l’alleato più gradito, il partito liberale di Christian Lindner che nemmeno è riuscito a superare la soglia del 5% dei voti necessari per entrare al Bundestag: stessa sorte toccata ai rosso-bruni della Wagenknecht, mentre a sorpresa la Linke (sinistra) della vivace Heidi Reichinnek si avvicina a un dieci per cento, frutto del suo programma sociale e dei voti sottratti ai socialdemocratici che hanno perso la loro ala più radicale.

Non proprio un iniziale viatico favorevole a Merz, anche se alla fine un risultato lo otterrà, come è sempre avvenuto nelle trattative del dopo elezioni tedesche. Di certo, sarà cancelliere senza il sostegno dei post-nazisti dell’AdF (l’Alternativa per la Germania) di Alice Weidel, che con circa il 20 per cento raddoppia la sua compagine parlamentare, spinta in particolare dall’indignazione, dalla paura, dal vento favorevole alla campagna anti-migratoria alimentata dalla serie di atti di terrorismo islamista (da parte di ‘lupi solitari’) stranamente moltiplicatisi dall’inizio dell’anno elettorale. Tutti gli altri partiti hanno ripetuto di non voler abbattere il “muro tagliafuoco” che deve impedire all’AfD di avvicinarsi alle forze democratiche, e dunque alla guida del paese. Ipotesi – affacciatasi dopo un improvvido assaggio proprio di Merz – che ha provocato una mezza rivolta nella CDU e in molte piazze tedesche. Ma, insieme alle garanzie sociali, saranno anche le scelte per uscire dalla gabbia economica a decidere il destino del prossimo governo.

Del resto, non è detto che tutto possa essere risolto con una messa al bando totale dei post-nazisti. Già nei Länder qualche collaborazione è operativa. Inoltre ci sono esperienze che ammoniscono. Si prenda la Francia: nell’“esagono” lo sbarramento nei confronti di Marine le Pen non ha impedito alla lunga di posizionare favorevolmente la leader dell’estrema destra francese: oggi il suo partito (Rassemblement National) è in prima posizione, detiene le chiavi per la sopravvivenza dei fragilissimi governi centristi su cui insiste Macron, fra due anni ci saranno le presidenziali e gli eredi ‘messi a nuovo’ di Jean-Marie le Pen moltiplicano parole e iniziative per rendersi ancor più “accettabili”. Ultimo esempio, la decisione di Jordan Bardella, giovane presidente del partito, di non intervenire al Convegno dei Conservatori americani dopo il saluto nazista di Steve Bennon, l’ideologo di Trump nel suo primo mandato, quello che in un’intervista alla RSI ha detto che “tutti i politici svizzeri sono corrotti”.

È infatti anche lo tsunami statunitense che Friedrich Merz dovrà affrontare, e nella sua prima scarna dichiarazione, ciò che ha detto di più interessante è di volersi recare al più presto a Parigi e a Varsavia: le due capitali più impegnate anche nella ricerca di un ruolo europeo nella guerra d’Ucraina, presa nella morsa dell’intesa USA-Russia per una pace che le due potenze vorrebbero tutta favorevole al Cremlino. Chissà se il cancelliere eletto, che negli USA ha stabilito contatti d’alto livello nel mondo della finanza, riuscirà a stabilire un nuovo dialogo con un tycoon che già in passato non ha nascosto il suo scarso apprezzamento nei confronti del paese d’origine della sua famiglia. E nei confronti di un’amministrazione americana che, attraverso i suoi mazzieri Musk e Vance, ha spudoratamente suggerito ai tedeschi di affidarsi al post-nazismo. Appello che, secondo gli analisti tedeschi, non ha inciso molto nelle scelte di ieri. Un quinto degli elettori aveva già deciso per l’AfD.

Comunque tanti per non inquietare i democratici tedeschi, non abbastanza per scardinare le regole della loro democrazia, e più che sufficienti (si spera) per far capire alla disorientata UE che non ha più tempo da perdere nella risposta competitiva che va data a Washington e all’Asia.

Nell’immagine: Friedrich Merz


Friedrich Merz, dagli affari alla politica. Vi ricorda qualcuno?

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Di Annika Joeres e Gabriela Keller, Correctiv (pubblicato il 28 gennaio 2025, prima delle elezioni)

Come avvocato d’impresa, Friedrich Merz doveva essere una forza da tenere in considerazione. Il suo ex collega John P. Schmitz ne parla ancora oggi con entusiasmo. “Abbiamo lavorato insieme per molti anni presso lo studio legale Mayer Brown”, racconta. In qualità di Senior Counsel, Merz si è occupato di clienti importanti, di grandi industrie, fino al 2021. I grandi contratti passavano sulla sua scrivania. “Merz ha sfruttato i suoi stretti contatti nell’economia tedesca per conquistare i clienti: ha gestito i più importanti, in particolare le società del DAX [le aziende della Borsa di Francoforte con maggiore capitalizzazione, ndr]”.

John P. Schmitz, già consigliere politico degli ex presidenti Ronald Reagan e George H.W. Bush, era anch’egli socio dello studio legale Mayer Brown. Secondo Schmitz, sotto la guida di Merz la filiale tedesca dello studio legale di Chicago è cresciuta fino a diventare uno dei più importanti studi legali commerciali in Germania.

Merz ha guadagnato milioni con incarichi ben retribuiti in consigli di sorveglianza e consulenze e con contratti per grandi aziende come la BASF. Friedrich Merz ha rappresentato questa azienda come avvocato in diverse occasioni, ma adesso è in procinto di diventare Cancelliere tedesco. Lo slogan della CDU è che “la diligenza deve tornare a farsi sentire nel portafoglio”. Ma nel portafoglio di chi?

Quali interessi rappresenterà Merz se vincerà le elezioni?

Il precedente ruolo di Merz come presidente del consiglio di sorveglianza della filiale tedesca di Blackrock [una delle più grandi società mondiali di investimenti, ndr] gli è valso in particolare la reputazione di essere molto vicino, forse troppo, alle grandi aziende. E le sue attività per lo studio Mayer Brown sono passate finora in gran parte inosservate, anche se potrebbero avere conseguenze politiche piuttosto gravi.

Correctiv ha svolto ricerche sulle aziende per le quali ha lavorato come avvocato e consulente, scoprendo connessioni finora sconosciute con il mondo degli affari. Due settori sono particolarmente vicini a Merz: l’industria metallurgica e quindi l’industria automobilistica e l’industria chimica.

Questa elezione del Bundestag sarà quindi anche una decisione sulla direzione da prendere. La Germania si trova in una fase critica. Nel 2024 l’economia si è nuovamente contratta, per la seconda volta consecutiva. Chiunque ottenga la maggioranza dovrà cambierà il Paese. Nell’industria automobilistica, in particolare, la battaglia è tra la tecnologia a combustione e l’elettromobilità; l’industria chimica è tra i maggiori utilizzatori di energia e quindi si tratterà di stabilire la rotta politica per la transizione energetica.

Correctiv avrebbe voluto sapere da Merz come gestisce i conflitti di interesse e come valuta i suoi stretti rapporti con gruppi di pressione influenti. Ma le domande di Correctiv sono rimaste senza risposta, nonostante le numerose richieste.

Uno studio legale come “ponte” per le aziende

Il fulcro della sua carriera, come detto, è il lavoro presso lo studio legale Mayer Brown. Vi ha lavorato per 16 anni, più a lungo che per tutti gli altri suoi datori di lavoro. Lo studio legale ha un profilo particolare: mantiene stretti legami con BASF. Secondo l’azienda, lo studio legale ha assistito BASF “in una vasta gamma di questioni in varie sedi in tutto il mondo dal 1983”.

A Bruxelles lo studio legale è considerato uno degli alleati più aggressivi dell’industria chimica: l’ha difesa con successo contro i divieti di sostanze chimiche nocive. e attualmente sta lavorando per scongiurare il divieto di utilizzo delle PFAS, le famigerate sostanze chimiche dannose considerate indistruttibili. Influenzare le leggi è il lavoro della Mayer Brown. Come dice Schmitz: “costruiamo ponti tra le aziende e le autorità di autorizzazione”. Incontrare funzionari governativi per conto dei clienti fa parte della vita quotidiana.

Ma i contatti di Merz con le lobby si estendono ben oltre lo studio Mayer Brown e la sua rete attuale. Correctiv ha parlato con membri del partito, attuali ed ex, con persone interne alla CDU e collaboratori. La ricerca rivela una rete di think tank, strateghi delle pubbliche relazioni e attori del mercato liberale che hanno già influenzato il programma della CDU e che potrebbero trarre vantaggio da un Friedrich Merz cancelliere federale.

Gli ex clienti potrebbero volerlo influenzare come Cancelliere. Ad esempio quando si tratterà di questioni come il salario minimo o la legislazione ambientale. Merz si troverebbe quindi di fronte a un conflitto di interessi: dovrebbe cedere alle richieste dei capi azienda, ad esempio per un salario minimo basso?

“Merz è stato una figura chiave dell’economia tedesca”

I decenni di lavoro di Merz per l’industria hanno inevitabilmente lasciato il segno su di lui. Schmitz e Merz si sono incontrati spesso anche nella vita privata: l’americano si è paracadutato con Merz in Corsica, ha invitato lui e i senatori repubblicani a cena nella sua casa vicino a Washington e ha sciato con la famiglia di Merz sulle piste svizzere per molti inverni.

Merz era a capo dello studio legale Mayer Brown di Berlino e coordinava gli incarichi con gli uffici di Francoforte e Colonia. “Era una figura chiave per la nostra attività in Germania”, afferma Schmitz. Schmitz mantiene anche buoni contatti con la politica tedesca. L’ex ministro dei Trasporti della CDU Matthias Wissmann lo ha assunto come consulente legale di Lufthansa per negoziare l’accordo sul trasporto aereo tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Mayer Brown ha anche difeso la Volkswagen contro le richieste di risarcimento degli automobilisti nello scandalo del diesel nel 2015, durante il periodo in cui Merz lavorava presso lo studio legale. Oggi, come scrive lo studio legale sul suo sito web, “il lavoro di Merz è sospeso fino a nuovo avviso”.

Anche prima di entrare in Mayer Brown, Merz aveva stretti legami con BASF. Dopo gli studi in legge e un breve periodo come giudice, ha iniziato la sua carriera come consulente presso l’Associazione tedesca dell’industria chimica (VCI), nel cui comitato esecutivo è sempre rappresentata BASF. Come studio legale, Mayer Brown rappresenta BASF, la più grande azienda chimica del mondo in termini di vendite. Blackrock, di cui Merz è stato Presidente del Consiglio di Sorveglianza, è il maggiore investitore del colosso chimico. Per quasi un decennio Merz è stato membro del Consiglio di Amministrazione di BASF Antwerp, dove ha diretto la divisione “Colours & Pigments” del Gruppo BASF.

I legami di Friedrich Merz con il Gruppo BASF

L’effetto “porta girevole”, per cui i politici passano all’industria dopo il loro mandato, caratterizza la carriera di molti politici. L’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder (SPD) è passato a Gazprom, l’ex ministro dello Sviluppo della FDP Dirk Niebel a Rheinmetall. Per Merz, invece, è il contrario: potrebbe passare da posizioni nell’industria a capo del governo.

Il politologo ed esperto di lobbying dell’Università di Duisburg-Essen, Maximilian Schiffers, vede un difficile cambiamento di ruolo per Merz. “Come avvocato d’impresa doveva massimizzare i profitti e rappresentare gli interessi individuali. Come cancelliere deve tenere a mente il bene comune”. Anche il timore che i contatti personali possano influenzarlo potrebbe danneggiarlo politicamente. Dopo tutto, ha lavorato per 16 anni come avvocato per grandi aziende e ha fatto parte di almeno 15 consigli di amministrazione e supervisione. “La sua biografia può diventare un bersaglio”, afferma Schiffers.

Le stesse richieste della CDU e dell’industria chimica

Questo vale in particolare per l’industria chimica. BASF si rivolge agli avvocati di Mayer Brown in occasione di conflitti delicati: lo studio legale ha negoziato davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti una delle più grandi controversie commerciali al mondo sugli accordi di prezzo per i preparati vitaminici. Ha inoltre difeso le licenze multimiliardarie di BASF per un giacimento petrolifero in Siberia. Il gigante chimico di Ludwigshafen è ora rappresentato nei comitati dello studio legale.

Come Cancelliere, Merz dovrebbe quindi monitorare il suo ex cliente BASF e, se necessario, limitarlo. Dopo tutto stiamo parlando di un’industria che fabbrica prodotti spesso dannosi per l’ambiente e la salute, come pesticidi, plastica e PVC. Inoltre, BASF utilizza più acqua in Germania di qualsiasi altra industria – una questione politicamente esplosiva quando si discute di limiti idrici per l’industria in tempi di siccità. Merz non ha risposto alle domande di Correctiv nemmeno su questo punto.

Quando rilascia dichiarazioni pubbliche sulla politica economica, le sue parole suonano spesso come se fossero state preparate dall’associazione dell’industria chimica VCI: La richiesta di una “moratoria degli oneri” per le imprese, la lotta contro il “mostro della burocrazia” e la riduzione degli “obblighi di rendicontazione” per l’economia. Merz e il suo ex datore di lavoro, l’industria chimica, spesso sono sorprendentemente d’accordo, anche nella scelta esatta delle parole.

La CDU non vuole l’abbandono dei motori a combustione, proprio come l’industria metallurgica

Nel programma economico della CDU, adottato di recente, il partito annuncia di essere contrario a regole rigide per le aziende: “Sosterremo il massimo sviluppo pragmatico in tutti i principali regolamenti dell’UE”. Ciò riguarderà in particolare le norme riguardanti le sostanze chimiche, come il regolamento REACH che mira a proteggere le persone e l’ambiente. L’adozione di una nuova versione, più severa, è stata rinviata. L’UE-CDU chiede di “non vietare nessuna sostanza di cui abbiamo urgente bisogno”.

Anche il confronto con le posizioni dell’industria metallurgica rivela notevoli parallelismi. Il programma economico con cui Merz si presenta alla campagna elettorale è intitolato “Agenda 2030”. In un’intervista rilasciata alla fine del 2024 al gruppo mediatico Funke, il capo della Gesamtmetall [associazione dei datori di lavoro dell’industria metalmeccanica ed elettrica, ndr] Stefan Wolf ha chiesto un’“Agenda 2040″ – e ha anche spiegato cosa intendeva: una legge sull’orario di lavoro “più flessibile”, perché è necessario “lavorare di più”, una “politica energetica sensata”, cioè elettricità più economica grazie al ritorno all’energia nucleare, un tetto ai contributi sociali del 40% e la fine del previsto divieto dei motori a combustione.

“Penso che sia necessario lavorare più a lungo e anche rendere attraente per le persone lavorare volontariamente più a lungo”, afferma il capo di Gesamtmetall Wolf pensando ai pensionati. Ciò corrisponde alla “pensione attiva” prevista dalla CDU, che consente ai pensionati di continuare a lavorare esentasse fino a un reddito di 2.000 euro.

Tutti gli altri punti citati si trovano anche nel programma elettorale della CDU: il partito vuole invertire l’eliminazione graduale dei motori a combustione, ridurre le tasse, spostare i contributi sociali “verso la soglia del 40%” e fornire incentivi per rendere “più attraente” il “lavoro extra volontario”, cioè gli straordinari.

Cos’è il conflitto di interessi?

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) definisce il conflitto di interessi come segue: “Un conflitto di interessi è un conflitto tra interessi ufficiali e interessi privati”. Questo potrebbe quindi essere il caso in cui Merz, in qualità di Cancelliere federale, approvi leggi non nell’interesse del popolo, ma nell’interesse dei suoi numerosi ex datori di lavoro. Non si parla esplicitamente solo di interessi finanziari: un conflitto di interessi può sorgere anche a seguito di attività private legittime, relazioni personali e legami, se questi possono “influenzare indebitamente” il funzionario pubblico nelle sue decisioni. L’OCSE spiega anche perché i conflitti di interesse indeboliscono i governi democratici: minano l’imparzialità e l’equità delle decisioni.

I maggiori donatori della CDU

Vale la pena notare che i tre ex clienti del settore privato di Friedrich Merz – l’industria chimica, il settore finanziario e l’industria metallurgica – sono tra i maggiori donatori della CDU. Finora, in questa campagna elettorale, il partito ha ricevuto più di cinque milioni di euro dalle aziende e dalle loro associazioni, una cifra nettamente superiore a quella degli altri partiti.

Lo stesso Merz si è arricchito con incarichi e contratti da queste industrie. In un caso ha ricevuto 5.000 euro al giorno – questo è stato scoperto dalla rivista Stern nel 2011. Nel 2010 Merz avrebbe dovuto trovare un acquirente per la Landesbank WestLB della Renania Settentrionale-Vestfalia, in difficoltà, in qualità di avvocato di Mayer Brown, cosa che alla fine non riuscì a fare. Secondo John Schmitz, oggi l’entità dei suoi onorari si spiega con le dimensioni dei suoi clienti. “Come avvocato di punta, riceveva uno degli stipendi più alti del settore”, afferma il suo ex socio.

Merz come cancelliere: chi lo influenzerà?

Con l’ascesa di Friedrich Merz ai vertici della CDU gli ambienti aziendali hanno guadagnato influenza all’interno del partito: “Di tutti i candidati cancellieri che la Germania abbia mai avuto, lui è quello più fortemente caratterizzato da idee neoliberali”, afferma il politologo Thomas Biebricher della Goethe University di Francoforte. Una concezione che favorisce le grandi imprese, che vogliono beneficiare di tasse basse e di regole meno rigide per la protezione dell’ambiente e della salute.

Anche le organizzazioni lobbistiche legate al mondo degli affari all’interno del partito sono strettamente legate alla leadership della CDU, come il Consiglio economico della CDU che, nonostante il nome, non è un organo di partito ma un’associazione di lobby con ottime connessioni all’interno della CDU. Esso non è soggetto agli obblighi di trasparenza della legge sui partiti politici e può comunque sostenere la CDU e in particolare Merz e l’ala economica del partito. Lo stesso Merz è stato per molti anni vicepresidente del Consiglio economico, incarico che ha lasciato solo poco prima della sua elezione a presidente della CDU.

Lo Stato dovrebbe restare fuori dall’economia il più possibile

Friedrich Merz nel 2006 è stato uno dei membri fondatori di un’associazione per la creazione dell’INSM [Iniziativa Nuova Economia Sociale di Mercato, ndr]. Fondamentalmente, Merz persegue ancora oggi obiettivi molto simili a quelli dell’INSM: meno burocrazia, meno regole e controlli per l’economia. L’INSM sostiene che lo Stato dovrebbe decidere il meno possibile e il “mercato” il più possibile, si batte contro le tasse e le imposte per le aziende e chiede tagli alle prestazioni sociali.

Nel bel mezzo della campagna elettorale l’INSM ha invocato con toni allarmistici una “Giornata di emergenza economica” alla Porta di Brandeburgo, una manifestazione degli imprenditori per una diversa politica economica. Secondo il sito web della campagna, l’obiettivo è quello di svegliare tutti sulla necessità di una politica “che riporti la Germania alla forza economica”.

Merz lavora per uno degli “studi legali più aggressivi di Bruxelles”

Il datore di lavoro di lunga data di Merz, Mayer Brown, è noto anche per il suo approccio relativamente aggressivo. Soprattutto a Bruxelles, dove vengono create leggi decisive e regolamenti di protezione per l’industria chimica. E Merz è stato il punto di riferimento dello studio legale in Germania.

Lo studio legale gode di una reputazione piuttosto dubbia. “Mayer Brown è uno degli studi legali più aggressivi di Bruxelles”, è la valutazione dell’esperto di lobby Kenneth Haar dell’organizzazione Corporate European Observatory. Lo studio legale aiuta specificamente grandi aziende chimiche ad impedire leggi più severe nell’UE. Nel 2022, ad esempio, Mayer Brown ha bloccato all’ultimo minuto, davanti al Tribunale dell’Unione Europea il divieto di utilizzare il biossido di titanio in prodotti come giocattoli e creme solari. Il pigmento bianco è ora vietato solo negli alimenti.

Un importante produttore di biossido di titanio? BASF. Un altro caso che si è protratto per anni, sempre durante il mandato di Merz alla Mayer Brown. Lo studio legale ha ottenuto un accordo da undici miliardi di euro per BASF e altre aziende chimiche che avevano contaminato l’acqua potabile di migliaia di utenze americane con sostanze PFAS.

Scarso interesse per la trasparenza

Mayer Brown sta attualmente cercando di impedire un divieto di queste sostanze a Bruxelles. Gli avvocati l’hanno definita una legge “draconiana”. Durante il mandato di Merz come Cancelliere tedesco potrebbe trovarsi di fronte ai suoi ex colleghi e clienti a Bruxelles per decidere come affrontare i “veleni eterni”.

Secondo una ricerca di ARD, SZ e NDR, BASF sta guidando una campagna di lobbying contro un divieto a Bruxelles. “Se un ex avvocato di alto livello decide sui suoi ex clienti come cancelliere, c’è chiaramente un conflitto di interessi”, afferma l’esperto di lobby Haar. E le potenziali aree di controversia sono numerose: nei prossimi anni, attraverso la direttiva REACH, verranno negoziate leggi di vasta portata sull’industria chimica, ad esempio sulle sostanze tossiche PVC e bisfenoli, e sui loro effetti sulla salute. Di cosa si è occupato Merz esattamente durante il suo periodo di lavoro presso Mayer Brown? Il candidato cancelliere è rimasto in silenzio in risposta alla domanda di Correctiv. Questo non è esattamente indice di un grande interesse per la trasparenza. Già nel 2006, come membro del Bundestag, aveva intrapreso un’azione legale contro l’obbligo di dichiarare il suo reddito aggiuntivo – senza successo.

Il politologo Schiffers vede in questo caso un’opportunità per l’opposizione. Dopo tutto, anche solo l’apparenza di una decisione non neutrale è sufficiente a suscitare critiche. “Dopo decisioni politiche delicate, come l’ulteriore autorizzazione di sostanze tossiche, potrebbero convocare una commissione d’inchiesta e chiedere: Friedrich Merz ha preso decisioni in modo interessato?”.

Contemporaneamente in più di una dozzina di consigli di amministrazione e di sorveglianza

Quando Merz è entrato in Mayer Brown nel 2005, aveva appena lasciato il gruppo parlamentare della CDU al Bundestag. Questi studi legali di alto livello fungono da trampolino di lancio per posizioni lucrative presso grandi aziende. Nello stesso periodo ha fatto parte dei consigli di amministrazione e di vigilanza di AXA Konzern AG, DBV-Winterthur Holding AG, Deutsche Börse AG, IVG Immobilien AG, WEPA Industrieholding, Stadler Rail AG e HSBC Trinkaus & Burkhardt AG – e, come detto, di BASF Antwerp.

Fino al 2020 è stato anche membro del consiglio di amministrazione di “United Europe”, un’organizzazione di lobby che si batte per un’“Europa competitiva”. Il consiglio e i membri sono prevalentemente rappresentanti dell’industria, come la multinazionale petrolifera Saudi Aramco, Meta (ex Facebook), Siemens, Eon – e BASF.

“Un candidato cancelliere senza esperienza di governo, ma con molta esperienza di lobbying, è davvero una novità”, afferma Gerhard Schick, ex politico dei Verdi e ora presidente dell’associazione ‘Bürgerbewegung Finanzwende’. Non è possibile dimostrare cosa Merz abbia effettivamente fatto nei consigli di sorveglianza, organi notoriamente poco trasparenti.

È inoltre preoccupato dal fatto che Merz non abbia cambiato idea su nessun punto fondamentale negli ultimi decenni. “Chiunque si trovi a cambiare ruolo in modo così importante dovrebbe anche cambiare visione prima o poi. Ma in nessun momento abbiamo visto un riaggiustamento nella sua trasformazione da boss di Blackrock a leader della CDU e candidato al cancellierato”.

“Il partito sta perdendo la sua anima e sta smantellando il suo sistema di valori”

La CDU è sempre stata favorevole agli affari e conservatrice. Ma ci sono sempre state altre forti correnti, l’ala laburista, voci socialmente aperte. Ora l’equilibrio di potere all’interno del partito sembra essere stato distrutto. Un gruppo di membri, per lo più maschile e liberale nei confronti del mercato, sta lottando per il vertice. Anche le voci conservatrici di destra del passato stanno tornando in gioco.

Soprattutto i membri del partito che si considerano democristiani di vecchia data sono preoccupati. “Non ha più quasi nulla a che fare con il conservatorismo cristiano che sostengo”, afferma Andreas Püttmann, politologo, cattolico devoto e profondamente radicato nella CDU. Ha lasciato il partito nel 2009, sotto Angela Merkel, ma la vera alienazione, dice, si sta verificando proprio ora: “Il partito sta perdendo la sua anima, sta smantellando il suo sistema di valori e si sta trasformando in un progetto conservatore-economico-liberale di stampo tory”.

Top manager e grandi imprenditori applaudono Merz

Quando Merz si è candidato alla presidenza della CDU, molti grandi imprenditori e top manager lo hanno appoggiato: tra i suoi sostenitori ci sono il costruttore di gallerie Martin Herrenknecht, che finanzia campagne contro le turbine eoliche, e il boss di Trigema Wolfgang Grupp. Merz può contare anche sul sostegno di Stefan Wolf, capo del gruppo Gesamtmetall, che si è congratulato con Merz per la sua elezione a presidente della CDU.

Merz non può essere biasimato per i suoi precedenti mandati nel consiglio di sorveglianza. Ma quando sorgono conflitti di interesse, queste interdipendenze minacciano la democrazia.

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: Friedrich Merz


Germania, il trionfo triste di Weidel: “Per Afd risultato storico alle elezioni”

Un’idea, che non è soltanto una provocazione 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Alle diciotto, quando la colonnina azzurra dell’Afd resta sotto al 20%, nella sala blindatissima allestita al quartier generale a Wedding, nel nord di Berlino, i parlamentari esplodono in un applauso contenuto. Nelle proiezioni successive il risultato migliora, ma anche il sorriso di Alice Weidel sembra un po’ forzato, quando sale sul palco pochi minuti dopo i primi exit polle riassume il senso della serata: «Questa è una vittoria storica. Non siamo mai stati più forti. Siamo l’unico partito che ha raddoppiato il risultato».

È vero, alle ultime elezioni federali, nel 2021, l’Afd aveva incassato l’11%. Per Weidel è chiaro che «siamo una Volkspartei», una forza politica radicata ormai in tutti gli strati della popolazione. E «tendiamo la mano alla Cdu». Che però ha escluso più volte qualsiasi ipotesi di un governo con l’Afd, e di nuovo ieri sera. Tuttavia, a margine parlamentari e militanti si buttano già in pronostici sadici su quanto poco durerà un altro governo a tre, dopo il disastro di quello Scholz. E in serata, Weidel bolla Merz come «Interimkanzler», cancelliere transitorio.

Rispetto alle aspettative – i sondaggi erano arrivati ad attribuire all’ultradestra il 23% – il risultato è oggettivamente deludente, anche se nessuno lo ammette. Quando chiediamo a margine della festa un po’ mesta al leader dell’Afd, Tino Chrupalla, se non pensa che il tifo di Elon Musk e dei trumpiani abbia mosso ben poco, sibila che «non lo sappiamo; ma intanto per noi ha il merito, insieme al vicepresidente J.D. Vance, di aver fatto una gran lavata di testa all’Europa». E comunque, «abbiamo guadagnato cinque milioni di elettori in più».

Intorno a lui, decine di parlamentari dal sorriso tirato mangiano wurstel cucinati su una grande brace in giardino e sorseggiano birra. Chrupalla fa sapere che comunque l’Afd farà sentire il suo peso in modo più gravoso, al Bundestag. «Adesso voglio vedere se ci rifiutano una vicepresidenza. E, grazie a questi numeri, chiederemo subito una commissione d’inchiesta sul Covid e una su Nordstream 2».

Quando le prime proiezioni cementano i risultati che rimangono al di sotto dei pronostici, uno dei capi più influenti e radicali del partito, Björn Höcke, accetta di rispondere ad alcune domande di Repubblica. La scorsa settimana, Alice Weidel è volata a Budapest dove Viktor Orbàn l’ha incensata e le ha augurato di diventare cancelliera. E l’Afd beneficia da mesi dell’endorsement dell’Amministrazione Trump e di Musk. Sarà più semplice per il partito, muoversi ora in Europa? «Penso che siamo in un momento di cesura che somiglia al 1989, alla Perestrojka e alla Glasnost di Gorbaciov. Quello fu un uragano di libertà. Oggi lo stesso uragano di libertà arriva da Trump».

E Giorgia Meloni, chiediamo, che cerca di mantenere un difficile funambolismo tra unità europea e fedeltà a Trump? Höcke esita qualche secondo. Poi dice: «Giorgia Meloni sta facendo dei passi avanti molto importanti, dal nostro punto di vista, ed è una politica intelligente. Tuttavia lei ha ragione: Meloni sta cercando di mantenersi in un funambolismo semplicemente impossibile tra Trump e la Ue. Io penso che sarà l’Europa a cambiare, nei prossimi anni, perché dagli Stati Uniti sta arrivando una rivoluzione culturale. Io sono hegeliano, ragiono in termini di dialettica storica e penso che dopo decenni in il pendolo stia andando verso i valori tradizionali e le identità nazionali. E quindi Meloni farebbe bene a emanciparsi rapidamente dall’Europa. Se si arroccherà insieme al resto del continente contro la rivoluzione conservatrice e la nuova era, perderà». Ma intanto nessuno si vorrà coalizzare con voi dell’Afd, lo incalziamo. «Certo, perché la Cdu dovrà bere fino in fondo l’amaro calice della verità: ha copiato totalmente il nostro programma. E non riuscirà a realizzare nulla di quello che ha promesso. Per me la Cdu finirà come la vostra Democrazia cristiana: inghiottita dall’irrilevanza».

Ma c’è un altro aspetto che emerge nel corso della serata, e del quale pochi vogliono parlare a microfoni accesi. È chiaro che l’enorme affluenza non ha certo avvantaggiato la destra, anzi. L’unica che accetta di parlarne è Kristin Brinker, capa dell’Afd nel parlamentino di Berlino (che fa land a sé). «Vede, scontiamo un enorme mobilitazione tutta montata sulle bugie contro di noi. Le piazze ci hanno fatto male, lo ammetto. Mentre Elon Musk ha avuto un grande merito: magari non ha mosso tanto in termini elettorali. Però ci ha sdoganati».

Nelle ultime settimana centinaia di migliaia di tedeschi sono scesi in piazza in tutta la Germania per protestare contro qualsiasi ipotesi di uno sdoganamento dell’ultradestra. E per una volta, è il caso di dire: piazze piene, urne piene. Non è detto che ci si debba assuefare alla normalizzazione delle destre.