Andrea Pilotti – “Candidarmi? Chi me lo fa fare?”

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Andrea Pilotti, politologo, è Maître d’enseignement et de recherche all’Istituto di studi politici (IEP) dell’Università di Losanna


Hanif Kureishi: ciao liberal, svolto a destra

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Di Hanif Kureishi, il manifesto

Se potessi alzare le braccia, farei subito il saluto nazista. Se potessi camminare, farei il passo dell’oca.
Dato che buona parte del mondo sembra stanca del liberalismo — e, in una certa misura, della democrazia — e sembra odiare le politiche climatiche progressiste, le persone Lgbtq+ e gli immigrati, forse è il momento di riconsiderare la mia posizione. Dopo tutto, è doloroso svegliarsi scoprendo, con le notizie del giorno, quale nuovo inferno ci stia apparecchiando il numero crescente di governi di destra. E allora, invece di lamentarmi, resistere o piangere, ho deciso di adottare un nuovo atteggiamento.
Qui nella parte occidentale di Londra, in questo piccolo angolo d’Europa, siamo sotto assedio. Questa enclave liberal è attaccata da tutti i lati. Uno shock: abbiamo sempre dato per scontato che i nostri valori — libertà, democrazia, uguaglianza, inclusione, diversità e tutto il resto — fossero attraenti per la maggior parte delle persone, le quali probabilmente ne avrebbero tratto benefici, insieme alle loro famiglie.
Allora, perché no? Durante l’inaugurazione di Trump alla presidenza degli Stati uniti, ho deciso di comprare un berretto Maga e iniziare ad amare lui e poi gli altri mostruosi dittatori e pazzi ideologi. Trump può essere un criminale già condannato, stupratore, razzista, bugiardo, una vera canaglia, ma questo non ha impedito a milioni di statunitensi di votare per lui, o addirittura di adorarlo.

Il mio eccezionalismo e l’odio viscerale per Trump potrebbero accorciarmi la vita. Dopo tutto, molte persone che da giovani erano radical — e fra loro alcuni dei miei amici, come Christopher Hitchens — si sono poi spostate senza sforzo da sinistra a destra nella fase successiva della loro vita. Ora anch’io, per pura forza di volontà, se non debolezza, sto per fare lo stesso.

Se dovessi diventare un sostenitore entusiasta dell’estrema destra, purtroppo dovrei abbandonare i miei amici attuali per una nuova comitiva. Sono disposto a liberarmi di questi moralisti. Ma dove troverò la mia nuova tribù? Non conosco una sola persona che abbia votato per la Brexit o abbia detto qualcosa di positivo su Marine Le Pen o Giorgia Meloni, la cosiddetta destra sanificata.

Questo è un appello a chiunque voglia accogliere un ex di sinistra intenzionato a punirsi. Chiunque abbia la compassione di aprire le braccia a un neofascista che odia le donne e apprezza Brexit, lasci un commento qui sotto. Diamoci da fare, speroniamo le barche di immigrati che si muovono su e giù per la Manica.
Voglio sentirmi emozionato come i pazzi di destra; voglio credere che le cose miglioreranno, che ci sarà un futuro vivibile per i nostri figli. Ho chiuso con il pessimismo; sono stanco che le cose non vadano come voglio. Quindi, anziché continuare a cercare pateticamente di cambiare il mondo, cambierò me stesso. Sarà un processo di rieducazione e ripensamento. Una conversione completa.

Ho intenzione di smettere di riciclare i rifiuti, e anche di tagliare le mie donazioni alle organizzazioni umanitarie; di non correre più, sulla mia sedia a rotelle, dietro i pacifisti; e di boicottare le aziende woke. La mia meschinità sarà senza fine, che divertimento. Farò un falò dei miei pregiudizi. Quanto può essere difficile diventare un simpatizzante fascista?

Glorioso, il futuro che stiamo costruendo. Immaginatelo: un mondo in cui ogni angolo della strada avrà la statua di un uomo forte, che guarda eroicamente i bambini mentre marciano in perfetta formazione verso scuole che insegnano un’unica materia — la grandezza della nazione. Le biblioteche? Bruciate. I musei? Riutilizzati come campi di addestramento per le milizie. Ogni cittadino indosserà un’uniforme, preferibilmente beige, per eliminare il flagello dell’individualità.

L’economia prospererà sotto un sistema di autarchia forzata — niente importazioni, niente esportazioni, molte patate e orgoglio nazionale. L’immigrazione sarà completamente vietata, a eccezione di un po’ di capri espiatori stranieri da incolpare quando le cose inevitabilmente cadono a pezzi. Non dimentichiamo l’obbligatoria «Hate Hour», nella quale ci riuniremo tutti nelle piazze cittadine per urlare contro ologrammi dei nemici immaginari. In un futuro così luminoso avrete bisogno di paraocchi — del resto non avrete scelta, dal momento che il libero pensiero sarà considerato un tradimento.

Stamattina è arrivato il mio berretto Maga; orrore da parte della mia compagna Isabella e di chi mi accudisce. Siamo andati al mercato contadino, un ambiente tipico della classe media di West London. Con il mio nuovo orecchino di diamanti e il berretto mi aspettavo più attenzione, anche un po’ di commenti al vetriolo, magari un uovo o due. Invece niente.

Poi sono scivolato giù da Marks & Spencer, ad Hammersmith. Ancora niente. Ero determinato a infastidire le persone, per verificare se i loro istinti politici fossero in grado di animarsi, ma niente; questi imbecilli inerti si preoccupano solo di se stessi e dei loro acquisti. Al diavolo, questi facilitatori di nazisti!
Viva l’odio e la rivoluzione!

… È passata una settimana e mi è ormai chiaro che essere fascista è molto meno eccitante di quanto immaginassi. Pensavo che ci sarebbero stati raduni, strette di mano segrete e falò dei libri dei miei amici; anche dei libri miei, alla bisogna conservo in cantina copie di riserva in diverse lingue. Ho cercato di mettere insieme un po’ di entusiasmo per le guerre culturali, ma onestamente, quante ore si possono spendere a sparlare di toilette neutre riguardo al genere, prima che tutto cominci a sembrare banale e amaro? La verità è che il fascismo non è il grande spettacolo che mi era stato promesso, non è certo raduni tipo Norimberga; la maggior parte dell’attività avviene su Facebook.

Il nazionalismo, con tutta la sua pompa e la sua ostentazione, è in definitiva un credo vuoto. Promette gloria ma porta divisione, predica unità ma prospera sulla paura. È una storia che abbiamo già sentito in precedenza — bandiere sventolate, nemici inventati; e il passato riscritto per giustificare il presente. Ma sotto c’è il vuoto, un disperato bisogno di incolpare gli altri per le complessità della vita moderna. La verità è che nessuna nazione è un’isola, nessun popolo è puro, nessun muro può tenere fuori la realtà di un mondo condiviso. Il nazionalismo è un trucco ingannevole per chi sogna la semplicità in un mondo complicato. E se può offrire un conforto fugace per alcuni, lo fa a spese dell’empatia, del progresso e di quelle stesse libertà che pretende di proteggere. Quindi no, non alzerò il braccio in quel saluto e non farò il passo dell’oca verso questa delusione. Il futuro merita molto di meglio delle uniformi beige e delle piazze piene di odio.

Nell’immagine: il  drammaturgo, sceneggiatore e scrittore britannico Hanif Kureishi


In Germania voto sull’Europa

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Germania, anno zero. All’alba di questa devastante Rivoluzione Trumputiniana, il voto tedesco di domani è il primo stress-test che ci aiuterà a capire se la povera Europa ha ancora anticorpi sufficienti per resistere al virus dell’autodistruzione. I sondaggi sembrano premiare la Cdu di Alexander Merz, che dovrebbe confermarsi primo partito. Ma resta la gigantesca incognita dell’Afd, il partito neonazista. Più che una colossale mucca in corridoio, un micidiale cavallo di Troia a disposizione degli Architetti del Caos, che tra Washington e Mosca preparano il nuovo ordine mondiale nel quale ci sarà spazio solo per le autocrazie e le post-democrazie. La Germania è più che strategica. Da Locomotiva d’Europa, ne è diventata zavorra. Recessione economica e declino industriale, crollo dei partiti storici e disagio sociale, implosione delle politiche migratorie e risveglio del terrorismo jihadista: gli ingredienti perfetti per una svolta sovranista e anti- europeista, reazionaria e securitaria, xenofoba e illiberale.

Pane per i denti della Tecno-Destra americana, che attraversa l’Oceano, ingrossa i fiumi di rabbia di una nazione smarrita e impoverita, ma con gli armadi del passato ancora pieni di scheletri. Hanno lavorato bene, gli operosi Dottor Stranamore rinchiusi nei laboratori della Casa Bianca. Trump, già al comizio finale del 4 novembre, attacca Angela Merkel e “l’Europa tanto carina, ma tremenda che ci sta derubando”. Poi arriva Musk, che dopo il Maga già riciclato dal Commander in Chief lancia il Mega, Make Europe Great Again, posta su X il suo dialogo con Alice Weidel, invita la gente tedesca a liberarsi una volta per tutte dal “complesso della Shoah” e la sprona a votare Alternative fur Deutschland come “unica speranza per la Germania”. Subito dopo si aggiunge Vance, che alla Conferenza di Monaco tende “le mani ai fascisti” e fa “la pipì sul tappeto degli europei” (come scrivono Bret Stephens e Masha Gessen sul New York Times), omaggia la leader dell’Afd e si rifiuta di incontrare Scholz in Cancelleria: una solida stampella per i nipotini del Fuhrer, un cinico sgambetto agli alleati comunitari. Infine tocca a Steve Bannon avvelenare i pozzi: il Principe delle Tenebre, con il saluto romano esibito alla convention dei conservatori, ripete il gesto che già sfuggì al Doge all’Inauguration Day, ma lo accompagna allo stesso Fight, Fight, Fight che The Donald gridò appena ferito durante il comizio di Butler del luglio 2024. E in un’intervista a questo giornale spiega bene la Dottrina Mega applicata al voto tedesco: “La nostra campagna per conquistare l’Europa comincerà domenica con le elezioni in Germania, dove i nostri alleati otterranno un chiaro e significativo successo… Ci concentreremo sui singoli Stati, per conquistarli uno dopo l’altro, man mano che andranno alle urne… Gli effetti, poi, cambieranno l’intera direzione dell’Europa”.

Non sono viaggi onirici da Grande Dittatore, tipo Charlot nel 1940. E neanche deliri ketaminici di un’allegra brigata di buontemponi. Dovremmo smetterla di pensare a Trump come al solito spaccone cresciuto a The Apprentice, o come l’Al Capone degli Untouchables “solo chiacchiere e distintivo”. Dovremmo piantarla di credere che, da bravo palazzinaro newyorchese, la spari sempre più grossa solo per poi raggiungere un accordo più conveniente. In otto anni tutto è cambiato. Donald Primo pareva un accidente della Storia, destinato all’oblio di fine mandato. Donald Secondo è tutt’altra cosa: oggi si sente davvero un Messia, pronto a dettare le regole globali per un tempo molto lungo. Come sottolineano ancora Stephens e Gessen, il suo “Dio mi ha mandato per salvare l’America” è una frase degna di un ayatollah iraniano o di un crociato medievale, non di un presidente americano. E il suo approccio alla geopolitica, commerciale o transactional come adesso si dice, nasconde un’idea molto precisa dei rapporti di forza basati sul saccheggio. Il suo obiettivo non è trovare un compromesso, ma umiliare l’interlocutore. Per lui il negoziato significa: “Io vinco, tu hai perso”. A ben vedere, è la stessa logica di Putin. Per questo i due si intendono a condividono la loro Yalta Bis, fondata sulla vendetta e sull’esclusione degli altri attori dalla scena.

Le due guerre in corso sono l’occasione per imporre al pianeta la nuova egemonia. In Medioriente si tratta solo di far evacuare quel milione e mezzo di cocciuti palestinesi da Gaza, trasformando la Striscia in un resort di lusso lungo 14 chilometri e ristabilendo la finta pace di Abramo a suon di dollari e petroli, da scambiare con le monarchie sunnite del Golfo in funzione anti-iraniana. In Europa si tratta solo di scaricare Zelensky – mortificandolo come “attore fallito”, “presidente abusivo”, “mendicante che chiede soldi” – e poi di capovolgere la realtà dei fatti, trasformando l’Ucraina da Paese aggredito a “bottino di guerra” da spartire e spolpare in nome di una pace terrificante. Per la Russia il bottino è la terra: Donbass e Crimea, ovviamente, ma poi anche la linea che tra Mariupol, Zaporizhzhia e Kherson dà sbocco al Mar Nero. Per l’America il bottino sono le Terre Rare: il 50% delle immense risorse energetiche di uno Stato fallito, nel quale indire false elezioni e insediare un governo-fantoccio sul modello bielorusso. Questo dice il tavolo di Riyad, dove Mark Rubio e Sergei Lavrov hanno avviato il piano, che una volta attuato permetterà all’Uomo del Cremlino di cullare il suo sogno zarista, e al Capo della Casa Bianca di dedicare le sue “cure” all’Indo-Pacifico e alla Cina.

L’Europa, per lo Sceriffo di Mar-a-Lago, è l’utile idiota. Può solo arrendersi, o perire. È palestra per il priapismo dei Padroni del Mondo. È brodo di coltura per il Maga e il Mega, che seppelliranno quella certa idea di Occidente in cui abbiamo creduto e sperato per ottant’anni. Divisa e derisa, l’Unione ha un grande merito: quello di aver sostenuto la resistenza di Kiev, dove la bandiera della Federazione Russa sventolerebbe già da tre anni se i Paesi Nato non gli avessero fornito missili e munizioni. E questo farebbero bene a ricordarselo le spocchiose regine del tua culpa e le vedove inconsolabili del grilloleghismo, quelle che “Rimbambiden è un criminale e noi gli siamo andati dietro”, “armare gli ucraini è stata una follia”, “questa guerra era persa fin dall’inizio”, “Trump ha smascherato la propaganda bellicista dell’Occidente” e altre amene ipocrisie. Ma l’Unione ha anche un grande demerito: quello di non aver tentato in parallelo una seria mediazione diplomatica. Oggi, nella conventio ad excludendum imposta dai due imperi, Bruxelles paga anche questa inerzia. Dai vertici straordinari convocati all’Eliseo si odono solo vaghi ruggiti del coniglio. Secondo Stephens e Gessen, l’Europa può diventare il più grande rischio geopolitico del globo. La crisi che attraversa e il canto della sirena Mega la sfidano sui suoi valori fondanti: la democrazia rappresentativa, l’economia liberale, la società aperta, i diritti umani, la cooperazione, il multilateralismo. La sua debolezza è quasi “provocante”: come il Libano degli Anni ‘60, è un giardino senza recinzioni, pieno di frutteti da saccheggiare.

Per questo il voto in Germania di domani è così importante. Se cade Berlino, crolla la Ue. Il popolo tedesco ha in mano il nostro destino, a un passo dalla dissoluzione finale. Sulla quale, del resto, scommettono le stesse destre sfasciste del Continente: quella di Weidel e quella di Nigel Farage, quella di Salvini e quella di Meloni, che ancora una volta si rincorrono nella corsia di sorpasso, tra radicalismo ideologico e atlantismo euroscettico. Oggi la Sorella d’Italia si video-collegherà da Palazzo Chigi con la stessa simpatica confraternita di ultraconservatori che ieri ha ospitato Bannon con il saluto di Hitler e Musk con la motosega di Milei. Non aspettiamoci altro, se non un orgoglioso e caloroso inno al patriottismo tricolore. Così palesemente e gioiosamente affine al neo-imperialismo yankee.


Così il modello sociale va difeso a Bruxelles

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Di Marianna Filandri, La Stampa

Il vertice sull’Ucraina a Parigi, organizzato qualche giorno fa da Macron, fa apparire l’Europa divisa. Lo è su molti aspetti, l’ultimo è l’invio di truppe militari in Ucraina. Queste fratture politiche contingenti si sommano ad altre differenze strutturali.

È infatti innegabile che l’Europa sia un continente caratterizzato da grande eterogeneità, sia dal punto di vista culturale sia da quello economico e politico. Questa diversità viene spesso percepita come elemento di frammentazione, ma, a fronte di queste differenze, esiste un comune denominatore che ha caratterizzato il processo di consolidamento dell’Europa: un modello sociale inclusivo. Basato su principi di equità, solidarietà e protezione sociale, il modello europeo ha garantito – negli ultimi sei o sette decenni – un livello di benessere e coesione sociale senza precedenti.

Lo sviluppo dei sistemi di welfare, la garanzia di diritti del lavoro, gli investimenti nell’istruzione e un impegno rilevante nella tutela della salute hanno contraddistinto l’Europa come contesto in cui lo sviluppo economico non può prescindere dall’attenzione al benessere collettivo.

A questo proposito ci sono numerosi esempi. Uno dei più emblematici è rappresentato certamente dall’assistenza sanitaria. I cittadini europei godono del diritto di accesso alle cure in tutti i paesi dell’Unione europea. Non mancano ovviamente disuguaglianze nella fruizione e nella qualità dei servizi – sia tra gli Stati membri sia all’interno di essi – e sono frequenti e accorate le denunce di gravi mancanze nel numero di medici, infermieri e personale sanitario. Tuttavia, esiste un obiettivo comune: cercare di garantire una copertura sanitaria universale.

È facilmente comprensibile che questo ideale condiviso contribuisca a quell’avversione ideologica di Trump nei confronti dell’Europa, che veniva ricordata qualche giorno fa su queste pagine da Stefano Stefanini. Sono stati infatti numerosi gli attacchi che il Presidente americano ha mosso all’Europa.

Le critiche hanno spaziato dalla scarsa contribuzione dei paesi membri della Nato per le spese militari, alla pessima gestione dell’immigrazione; dalla dannosità delle politiche ambientali all’inefficacia delle sanzioni verso la Russia.

Ma al di là delle critiche puntuali, ciò che emerge è il tentativo di delegittimare un sistema che ha garantito coesione sociale e benessere per decenni. Un modello messo in discussione da un progetto opposto che mira a sottrarre la protezione sociale alla sfera pubblica per affidarla esclusivamente alle logiche di mercato, ridimensionando il ruolo dello Stato.

E questa opposizione non è un fenomeno recente, ma è in atto, con forza crescente, ben prima dell’inizio del recente mandato di Trump. Neppure è limitata agli Stati Uniti. In Italia, ad esempio, gli indicatori più evidenti di erosione del modello sociale sono i tagli alla spesa pubblica, lo smantellamento della sanità e la crescente privatizzazione dei servizi essenziali.

In questa prospettiva, diventa ancora più rilevante ribadire e rafforzare il modello sociale europeo, filo conduttore che ha unito il continente e ha storicamente rappresentato un argine contro le disuguaglianze. Per difenderlo occorre preservare le idee politiche, morali e giuridiche su cui esso si fonda e diffonderle tra i cittadini dell’Unione europea.

È essenziale perciò sostenerle con politiche concrete, tra cui investimenti pubblici strategici, una maggiore equità fiscale e un rafforzamento dei diritti sociali ed economici. La consapevolezza del valore di questo modello è il primo passo per proteggerlo dalle pressioni che cercano di smantellarlo


Sarah Parenzo – La consegna delle prime bare che hanno raggelato Israele mentre brucia la Cisgiordania

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Cassis si aspetta una «catastrofe mondiale»: ecco la sua strategia

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Di Stefan Bühler / ch media da Watson

Trump al mattino. Trump a mezzogiorno. Trump alla sera… Cosa ha appena annunciato il presidente americano? Cosa ha deciso? O ha già fatto marcia indietro? Sarebbe facile perdere il filo.

Di una cosa siamo sicuri: non possiamo essere sicuri di nulla. Nelle prime settimane del suo secondo mandato, Donald Trump non ha iniziato scatenando una guerra commerciale con la Cina, come molti si aspettavano e temevano.

No, ha attaccato direttamente i suoi vicini, Messico e Canada. Poi, con il suo vicepresidente J.D. Vance, ha attaccato l’Europa. Per il momento l’Europa non ha voce in capitolo negli sforzi di pace in Ucraina, ma dovrà poi cavarsela per garantire la sicurezza del continente. Politica di potenza allo stato puro.

E la Svizzera in tutto questo? Per lei, nazione indipendente, piccola economia aperta nel cuore dell’Europa, i tempi sono difficili. Per non dire cattivi.

Da “leccapiedi” a Davos

A metà gennaio, in occasione del World Economic Forum di Davos, la presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha avvertito che la Svizzera deve fare attenzione a non ritrovarsi tra due blocchi. Ricordiamolo: tra l’Europa e gli Stati Uniti. Lo ha fatto pensando alla disputa sull’imposta OCSE.

Gli Stati dell’UE vogliono assolutamente abbassare l’aliquota d’imposta minima per le società internazionali. Trump minaccia di sanzionare gli Stati che riscuotono questa imposta dalle società americane. Queste sono notizie molto scomode per la piazza economica svizzera.

Come reagisce la Svizzera al caos attuale della politica mondiale? Non è ancora visibile alcuna strategia chiara. Ancora una volta, il governo multipartitico sembra avere difficoltà a definire una linea comune.

Solo alcune voci che si alzano permettono di trarre indicazioni qua e là. Ad esempio, le parole compassionevoli della presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter su alcuni passaggi del controverso discorso del vicepresidente americano Vance. Quest’ultimo aveva attaccato frontalmente l’UE venerdì a Monaco. Alcuni hanno visto in questo un “leccare i piedi agli Stati Uniti”. Altri, un tentativo di aprire le porte a Washington per la Svizzera.

È anche evidente che si sta cercando di continuare a tessere la rete di accordi di libero scambio e di rinnovarla dove necessario. Il ministro degli Esteri Ignazio Cassis si è appena recato in Sudamerica, dove i negoziati con i paesi del Mercosur sono ancora in sospeso.

Gli accordi di libero scambio sono una priorità anche a livello di segretari di Stato: la segretaria di Stato all’economia, Helene Budliger, e il segretario di Stato del DFAE, Alexandre Fasel, si sono entrambi recati in India la scorsa settimana. Sono in corso anche discussioni con la Cina in vista del rinnovo dell’accordo di libero scambio.

Si tratta di un tentativo di garantire la certezza del diritto con alcuni partner commerciali, in un periodo in cui le regole multilaterali vengono interpretate a seconda dell’umore delle grandi potenze o addirittura semplicemente ignorate. L’obiettivo è quello di limitare al massimo i danni causati da sconvolgimenti geopolitici. Ma questo non va oltre una semplice politica di rattoppatura.

Ignazio Cassis ha qualcosa da dirvi

Per una volta è il ministro degli Esteri Ignazio Cassis, consigliere federale PLR spesso criticato per le sue esitazioni, a trovare le parole più chiare sulla direzione che la Svizzera deve prendere:

«Il mondo sta attraversando un periodo di turbolenze e la Svizzera non può rimanere isolata»
Ignazio Cassis in occasione del Forum Horizon organizzato da Le Temps.

Il consigliere federale ha ricordato che il nostro continente è circondato da un «cerchio di fuoco», con la guerra in Ucraina, i disordini nei Balcani e nel Caucaso, la guerra in Medio Oriente, l’instabilità in Nord Africa e le rivolte nell’Africa subsahariana. «Queste crisi, amplificate dal riscaldamento globale, annunciano una catastrofe mondiale».

Si sta delineando un nuovo ordine «senza contorni chiari», ha proseguito il ministro degli Esteri. Le dichiarazioni del presidente americano Trump e le reazioni delle grandi potenze avrebbero ulteriormente rafforzato questa incertezza. La Svizzera non può quindi permettersi il lusso di indebolire ulteriormente le sue relazioni con i paesi vicini:

«Abbiamo negoziato un ottimo accordo con l’UE. È ora di prendere il coraggio a due mani e superare gli ultimi ostacoli interni. L’esitazione non è più un’opzione»
Ignazio Cassis

Ma questo non basta. Anche dopo la stabilizzazione del percorso bilaterale, la maggior parte del lavoro deve ancora essere fatto. Il consigliere federale pensa alla profondo diffidenza nei confronti dell’economia, alla stagnazione della produttività, alle “enormi aspettative di ridistribuzione”, all’ossessiva politicizzazione della migrazione, alla “generalizzata irresponsabilità” e al “culto della realizzazione personale”.

La Svizzera deve dare l’esempio

Tutti questi elementi costituiscono sfide sociali nei paesi occidentali, nonché motivi per agire: “La Svizzera non può permettersi di rimanere spettatrice, ha dichiarato Ignazio Cassis, il suo modello, per quanto solido, deve adattarsi”.

In politica interna, ciò significa ad esempio “ristabilire il senso di responsabilità”, “moderare le aspettative nei confronti dello Stato” o “fare della neutralità una leva strategica e pragmatica”. In politica estera, secondo il ministro degli Esteri, la Svizzera deve ad esempio «contribuire alla sicurezza europea e rafforzare l’Ucraina», proseguire il suo impegno umanitario nel mondo, lottare contro il cambiamento climatico, difendere la democrazia, il diritto internazionale e i diritti umani, e garantire la competitività e l’innovazione.

Nel gioco globale la Confederazione si presenta comunque con diversi punti di forza, ha concluso Cassis nel suo discorso:

«La certezza del diritto, una forza lavoro qualificata, un’eccellente formazione, un solido mercato finanziario, un freno all’indebitamento e un mercato del lavoro flessibile».

Anche in un gioco imprevedibile, la Svizzera può anticipare e giocare in modo intelligente. La sfida di Ignazio Cassis rimane quella di trovare maggioranze per le sue proposte all’interno del Consiglio federale, ma anche tra la popolazione.

Traduzione a cura della redazione


Sabrina Aldi e la partita a scacchi dietro il caso Eolo Alberti

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Nella vicenda “Hospita” c’è un personaggio chiave che finora è rimasto sottotraccia.
Una donna capace come poche di muoversi nei meandri del potere, in quel mondo di mezzo in cui politica, giustizia e affari si intersecano pericolosamente.
Sabrina Aldi – è di lei che stiamo parlando – è rimasta nell’ombra, continuando però a muoversi abilmente in quella che pare una complessa partita di scacchi.
Una partita che la scorsa estate sembrava aver portato al colpo decisivo: lo scacco matto al re di Bioggio, Eolo Alberti, finito sotto inchiesta assieme ad altre tre persone (fra cui la moglie) per reati finanziari.
In questi mesi, su questa vicenda, è stato detto molto.
Manca però un tassello.
Dalla nostra inchiesta – basata su testimonianze e documenti che abbiamo potuto consultare – emerge infatti il ruolo di colei che in questa partita, come la regina negli scacchi, sembra essere l’elemento più potente.

LA PERSONA GIUSTA

In questa storia, Sabrina Aldi entra alla fine di ottobre del 2023, in concomitanza con l’elezione di Eolo Alberti nel consiglio di amministrazione dell’Ente ospedaliero cantonale. Per accettare questa carica il politico leghista è costretto a lasciare il Gran Consiglio e il suo ruolo di azionista e dirigente della Hospita Suisse Medical System, società che – tramite la controllata Hospita Suisse Anesthesia Care – subappalta prestazioni sanitarie alle cliniche private e che per questo si pone in concorrenza con l’ente pubblico.

Eolo Alberti vende così il suo pacchetto azionario (35%) a un altro azionista, G.G., la cui quota di proprietà sale al 65%; l’azionista di minoranza (35%) resta invece il dottor Claudio Camponovo, il direttore sanitario che diventa in quel momento anche amministratore unico. Per la sua successione al posto di direttore amministrativo, è lo stesso sindaco di Bioggio a proporre Sabrina Aldi, deputata in Gran Consiglio per la Lega dei ticinesi.

La società sta attraversando un periodo molto delicato. A primavera 2023, Swiss Medical Network, proprietario delle cliniche Sant’Anna e Ars Medica, ha deciso di reintegrare i servizi di anestesia e ha quindi rescisso i contratti con Hospita, con scadenza a fine 2024.
Le cliniche di Sorengo e Gravesano generano buona parte dei circa 10 milioni di franchi di fatturato annuo di Hospita. Ecco quindi che di fronte al prevedibile crollo degli introiti occorre trovare una soluzione.
Sabrina Aldi, avvocata e politica navigata, è vista come la figura con le conoscenze giuste e il peso necessario per andare a negoziare un nuovo accordo con il potente gruppo ospedaliero privato.
Non andrà così.

FULMINI E TEMPORALI

A partire da novembre 2023, la deputata leghista prende il posto di direttore amministrativo di Hospita in sostituzione di Eolo Alberti. E gli succede pure nell’influente Commissione sanità e sicurezza sociale del Gran Consiglio. Gli uffici di Hospita vengono trasferiti da Cimo, dove risiede Alberti, a Bioggio. Qui la donna entra subito in grande sintonia con Claudio Camponovo, con il quale sembra scoppiare una vera e propria scintilla.

L’arrivo della granconsigliera e il suo modo di porsi, però, non sono apprezzati da tutti. Aldi, che è impiegata al 40%, è onnipresente in azienda e s’interessa sempre di più ai retroscena di un grosso progetto immobiliare promosso dagli azionisti di Hospita che volevano insediare a Bioggio una camera iperbarica.
Un progetto finanziato per 19 milioni da BancaStato e portato avanti tramite una società costituita ad hoc, l’Immobiliare 5 Vie (poi venduta nella primavera 2024).
La politica leghista, sempre più in confidenza con Claudio Camponovo, ha dei dubbi in merito a questa operazione immobiliare.
Ci sono state delle irregolarità, magari a danno dello stesso dottor Camponovo?
L’investimento ha sottratto liquidità a Hospita?
Quale è il ruolo di Alberti, promotore dietro le quinte, ma anche sindaco di Bioggio?

Sabrina Aldi insiste con le “indagini”, arrivando persino a setacciare gli uffici durante i fine settimana.
Tra il personale c’è chi si sente sotto pressione psicologica e non sopporta questi metodi considerati inquisitori. La tensione interna sale e i rapporti tra azionisti, per anni più che solidi, iniziano a scricchiolare.
A fine febbraio 2024 due figure importanti dell’amministrazione, fra cui il responsabile della contabilità, decidono di andarsene.
A quel punto, l’azionista di maggioranza, G.G., prende una decisione radicale: licenziare Sabrina Aldi e nominare al suo posto il contabile appena dimessosi.
Un’assemblea degli azionisti è messa così in agenda per il 15 marzo.

PROCURATORI FIGLI DI PAPÀ

Nel frattempo, nell’arena politica prende banco una polemica che ha come protagonista la stessa Sabrina Aldi.
Proprio in quei giorni, il Gran Consiglio è chiamato a eleggere due nuovi procuratori pubblici e la deputata leghista si fa fautrice in Commissione giustizia e diritti – di cui è vicepresidente – della candidatura di un giovane segretario giudiziario: Alvaro Camponovo, figlio di colui che presto diventerà anche il suo socio d’affari.
L’endorsement attivo per il giovane Camponovo crea più di un malumore, anche all’interno della Lega, partito cui spetta uno dei due nuovi pp. Il candidato è in effetti un leghista dell’ultimo secondo, oltretutto con meno esperienza rispetto all’altro candidato di partito.

Il conflitto d’interessi – taciuto in commissione ma rivelato da laRegione – suscita polemiche, tanto che un gruppo di ex procuratori prende posizione e denuncia i maneggi che favoriscono i candidati meno esperti.
L’11 marzo, Alvaro Camponovo è comunque eletto procuratore. Sabrina Aldi quel giorno sta poco bene e, il 13 marzo, sotto pressione, è spinta alle dimissioni da vice capogruppo della Lega.

Il giorno dopo scoppia il caso legato all’incidente del consigliere di Stato Norman Gobbi: il tema al centro del dibattito politico-mediatico diventa, di colpo, un altro.

DISDETTA DA 30.000 FRANCHI

Della nomina di Alvaro Camponovo si accenna anche nell’assemblea di Hospita, riunitasi il 15 marzo 2024. Una riunione dove emergono grosse divergenze tra i due azionisti. I temi di attrito sono vari: le difficoltà economiche, la ripartizione delle quote azionarie (Claudio Camponovo vorrebbe acquisirne la maggioranza), il progetto edilizio a Bioggio, con la stessa Sabrina Aldi che espone criticità contabili e problemi di liquidità.
Le discussioni sono lunghe e accese. G.G., gravemente malato, preferisce prendere tempo e convocare una nuova assemblea per ufficializzare la decisione più importante: il licenziamento della direttrice amministrativa.

Sette giorni più tardi, per il tramite di un suo rappresentante, l’azionista di maggioranza comunica questa scelta a Claudio Camponovo che, suo malgrado, non può che prenderne atto.
A quel punto, vi è un colpo di scena: il direttore sanitario fa comparire un nuovo contratto d’impiego di Sabrina Aldi, datato 1.3.2024.
Nessuno in azienda ne sa nulla, tanto che nel sistema informatico il documento risulta insolitamente registrato molto dopo la sua entrata in vigore, ossia il giorno stesso di quella riunione. Il nuovo contratto, firmato da Claudio Camponovo, sostituisce quello iniziale. Con una differenza sostanziale: il primo aveva un termine di disdetta di un mese, il secondo di sei.
Insomma, cinque mesi di lavoro in più garantiti.
Un vantaggio non indifferente per Sabrina Aldi che da quel giorno non metterà più piede in ufficio.
Un vantaggio che in soldoni equivale a 30.000 franchi.

UN “MISTERIOSO” CONCORRENTE

Il 29 di aprile, Sabrina Aldi si ritrova, insieme a Claudio Camponovo e con altri tre anestesisti dipendenti di Hospita, negli uffici dell’avvocato Nicola Fornara. In quell’occasione viene costituita una nuova società – la Swiss Anesthesia Solutions – il cui scopo è quello di fornire attività di anestesia. La nuova azienda, con sede presso la fiduciaria della deputata PLR Cristina Maderni, è controllata al 20% da ciascuno dei cinque promotori.

A partire da quel momento, Claudio Camponovo ha il piede in due scarpe.
Da un lato è promotore e azionista della Swiss Anesthesia Solutions, dall’altro resta azionista di minoranza e direttore sanitario (fino a ottobre 2024) di Hospita, da cui continua a percepire un lauto stipendio.
In una riunione del cda dell’azienda di Bioggio, a fine giugno, si accenna alla creazione di una società concorrente di cui “non è dato a sapere chi sono i promotori”.
Claudio Camponovo, si legge nel verbale d’assemblea, “non ha fornito informazioni o notizie a tal proposito”.

Il settore della salute è un business fiorente, dove non mancano nuove realtà come cliniche oftalmologiche e centri per la gastroenterologia, che necessitano di anestesisti esterni. Per compensare almeno in parte le perdite generate dalla fine dei contratti con le cliniche di Sorengo e Gravesano, Hospita sottopone nuove proposte a queste strutture e ad altri centri medici.
I responsi, però, sono pochi e vaghi.
Anche perché, negli ambienti sanitari (così come in seno alla Lega), in concomitanza con la creazione della nuova società di Aldi e Camponovo, iniziano a circolare voci sulle presunte irregolarità di Hospita e dell’ex azionista Eolo Alberti, sindaco di Bioggio e membro chiacchierato del cda dell’EOC.
Voci che poi, per mano di un’ispettrice di polizia, una misteriosa fonte farà finire sul tavolo della procuratrice pubblica Chiara Borelli.
È l’8 luglio 2024.
Due giorni dopo, al mattino, Sabrina Aldi è convocata in Procura e, in qualità di testimone, snocciola la sua versione dei fatti. Poi, al pomeriggio, sarà il turno di Claudio Camponovo, accompagnato dal suo avvocato Nicola Fornara (che con Aldi condivide oggi l’indirizzo professionale).

SALDI COME DA ALDI

Un mese dopo la vicenda esplode. Il 9 agosto vengono arrestati Eolo Alberti e il contabile divenuto direttore amministrativo. Claudio Camponovo si costituisce parte lesa. Il 14 agosto, su richiesta del suo legale, la Pretura di Lugano nomina in tutta fretta un commissario per la gestione corrente della società.
A detta di questo commissario – proposto dall’azionista di minoranza – Hospita non avrebbe più un business redditizio, il che non le permette di saldare i debiti in particolare con le assicurazioni sociali.
È quindi necessario procedere a una rapida svendita.
È così che vengono sciolti i contratti in essere della società di Bioggio. Un vuoto di cui può beneficiare Swiss Anesthesia Solutions, che trova campo libero per assumere nuovi mandati, come ad esempio quello con la clinica oftalmologica Avanti.
Il commissario decide anche di mettere in vendita la camera iperbarica mobile, acquistata in leasing da Hospita nel 2019 per un totale di circa 600.000 franchi.
A chi è stata venduta per circa 50.000 franchi?
Alla Swiss Anesthesia Solutions.
A stabilire il prezzo sarebbe stata un’azienda esterna, una sagl controllata da uno degli anestesisti azionista della stessa Swiss Anesthesia Solutions.

Di recente, Eolo Alberti è partito al contrattacco, inoltrando in Procura alcune istanze probatorie che, secondo lui, dimostrerebbero che Claudio Camponovo era d’accordo con il progetto edilizio. Nel frattempo G.G. – deceduto in autunno quand’era anch’egli sotto inchiesta – ha lasciato le sue azioni di Hospita al figlio.
Tuttavia, la società pare sempre più come una scatola vuota.
L’unica cosa che le resta è l’autorizzazione rilasciata dal Consiglio di Stato per operare come struttura che distribuisce prestazioni sanitarie a pazienti degenti, valida fino al 2027. Un unicum nel settore delle prestazioni d’anestesia che soltanto un fallimento potrebbe far svanire, aprendo le porte a nuovi concorrenti.
Per ora, però, la Pretura ha respinto le due istanze di fallimento avanzate dalla difesa di Claudio Camponovo.

Sul fronte penale, tocca naturalmente alla procuratrice Chiara Borelli stabilire se vi siano stati degli illeciti da parte degli indagati. Non sono però da escludere colpi di scena. Da un lato non si può non ipotizzare che la vicenda abbia in qualche modo giovato agli interessi portati avanti dal duo Aldi-Camponovo, dall’altro lo stesso medico potrebbe trovarsi imbrigliato in una matassa più complicata di quella che poteva immaginare.
Certo è che i punti oscuri in questa storia sono molti. Oltre ai soldi, come negli scacchi, entrano in gioco anche la psicologia e le fragilità umane. Per sfuggire allo sgradevole dubbio che la partita possa essere stata magari pilotata, vanno chiarite ancora molte mosse. A partire da quella segnalazione, tuttora d’origine ignota, che ha dato il la alle indagini: si tratta di un/una coraggioso/a whistleblower o di un/un’informatore/trice interessato/a?

Si pone infine una questione etica, dal momento che una delle pedine in campo è una deputata in Gran Consiglio, dove siede in due commissioni chiave in questo caso, quella della sanità e quella della giustizia (di cui diventerà presidente). Fra interessi pubblici e tornaconti personali, dove sta il limite?

LE REAZIONI

Aldi: «Non c’entro nulla con questa vicenda». Il legale di Camponovo: «Le Gravi difficoltà finanziarie di Hospita erano iniziate ben prima del procedimento penale»

Contattata, Sabrina Aldi dice non avere nessun ruolo in questa vicenda: «Non sono coinvolta nell’inchiesta penale, non ho niente a che vedere con la segnalazione, e non sono mai stata iscritta a registro di commercio per quanto riguarda le società coinvolte». La deputata spiega di non poter dire di più: «Vale il segreto professionale e non posso quindi esprimermi a riguardo della mia attività per il mio precedente datore di lavoro».

Abbiamo contattato anche l’avvocato Nicola Fornara, legale di Claudio Camponovo, per chiarire la posizione del suo assistito.

Per quanto riguarda la creazione della Swiss Anesthesia Solutions, il legale spiega che essa «è dovuta al fatto che, con la fine dei contratti con le cliniche private, alcuni medici si sarebbero trovati senza lavoro entro fine 2024» e quindi «data la sua estromissione dal consiglio d’amministrazione della Hospita Anesthesia Care nel marzo 2024, il dottor Claudio Camponovo ha legittimamente creato con tre di questi medici una nuova società».

L’avvocato Fornara contesta il fatto che l’inchiesta penale e il successivo commissariamento della Hospita Anesthesia Care possano aver avvantaggiato la Swiss Anesthesia Solutions: «Le gravi difficoltà finanziarie erano iniziate ben prima del procedimento penale. Il commissario non ha potuto che constatare una situazione contabile estremamente grave che lo ha costretto, sempre con l’avallo del Pretore, a prendere delle decisioni necessarie per potere garantire il pagamento degli stipendi e il risanamento parziale dei debiti». Per quanto riguarda la vendita a un prezzo modico della camera iperbarica mobile alla Swiss Anesthesia Solutions, il legale del dottor Camponovo spiega che «si tratta di un oggetto che non aveva più un valore rilevante, anche se era inizialmente molto costoso, e la cui vendita ha permesso di sgravare di un leasing oneroso Hospita e di liberare a favore della società un importo che era depositato quale garanzia del contratto».

In merito al nuovo contratto di lavoro datato 1.3.2024 che ha garantito a Sabrina Aldi una disdetta di sei mesi, l’avvocato Fornara spiega che esso è «dovuto al fatto che la Signora Aldi – poi licenziata per avere scoperto delle irregolarità che si voleva tener nascoste – abbia voluto tutelarsi ed avere il tempo necessario per ritornare alle sue attività di avvocato indipendente in caso di conclusione del rapporto di lavoro con Hospita».

Il legale ribadisce infine che il dottor Camponovo è accusatore privato e quindi parte lesa nella procedura penale.

Pubblicato da areaonline
Nell’immagine: 23 dicembre 2023, Sabina Aldi, Eolo Alberti, sua moglie e Claudio Camponovo sorridono ad una partita di disco su ghiaccio.


Perché gli USA dovrebbero morire per noi? 

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Di Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera

Perché mai gli americani dovrebbero pagare e morire per la sicurezza europea? Al netto dei modi brutali di Donald Trump e dei suoi collaboratori, almeno su un punto fondamentale il nuovo presidente Usa esprime istanze legittime e ribadisce messaggi che erano nell’aria da oltre due decenni.

Già negli anni ‘90 militari americani erano intervenuti nella ex Jugoslavia, una crisi che riguardava anche noi italiani da vicinissimo, ma che le nostre opinioni pubbliche e i governi preferivano per lo più ignorare. Dopo gli attentati di Al Qaeda nel 2001 ci siamo definiti «tutti newyorkesi», ma i nostri contingenti mandati poi in Afghanistan in appoggio alle truppe americane, con il consenso Onu, avevano regole d’ingaggio e modi operativi inadeguati. Parlavamo di «missioni di pace» e non eravamo equipaggiati per fare fronte a una situazione di guerra. Noi, i francesi, i tedeschi, trattavamo sottobanco con i talebani per evitare di essere attaccati, e poi quando c’era davvero da togliere le castagne dal fuoco intervenivano i Marines, semmai assieme agli inglesi, che la guerra – loro sì – la sapevano fare davvero.

Lo stesso è valso in Iraq (una situazione diversa da quella afghana), dove comunque erano gli americani a combattere. Il flop di Nassiriya fu anche frutto delle nostre inadeguatezze. Contro gli estremisti islamici in Iraq, in Siria, in Libia sono stati gli americani a battersi. La dottrina di Isis mirava a colpire l’Europa. Da Sirte i jihadisti di Al Baghdadi volevano arrivare a Roma nel 2016, noi mandammo in ritardo un inutile ospedale a Misurata dove – era scritto – «non si curano ferite per armi da fuoco».

Perché mai gli americani dovrebbero difenderci da Putin, che dall’Ucraina minaccia l’intera Europa, mentre oltretutto tra i nostri intellettuali e non solo permane un diffuso antiamericanismo? Nella Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti ci salvarono dal nazifascismo e ora a Monaco il vicepresidente Vance ha abbracciato i suoi nuovi adepti.

Un trauma che serve per svezzarci: se non ci difendiamo da europei, se non paghiamo per le nostre armi, se non siamo pronti a combattere veramente, siamo destinati a soccombere.

Nell’immagine: militari americani in Afghanistan nel 2009


Liberisti e reazionari, il cuneo Usa nell’Europa

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Di Marco Bascetta, il manifesto

L’entusiasmo di Donald Trump e del movimento Maga per l’estrema destra europea è ogni giorno più sfrenato. A Musk, che ha fatto da apripista, si aggiunge ora Steve Bannon che dà già la Germania per acquisita dall’Afd alle elezioni di domenica prossima, primo passo verso una conquista dell’Europa, paese per paese, attraverso i «partiti fratelli». L’Unione europea continua intanto a sottovalutare il fatto che è da questa parte e non dalle armate zariste di Putin (come le hanno fatto credere Biden e l’interessata retorica trionfalista di Zelensky) che proviene la più diretta minaccia alla sua stessa esistenza. In seguito, una volta assicurati alla destra i governi europei, l’autocrazia russa potrà intrattenere proficue relazioni con i singoli regimi reazionari d’Europa.

Benedetti da Washington senza dover spostare un solo soldato. Il primo atto di questa tragedia va in scena domenica a Berlino, ma fortunatamente le cose non dovrebbero svolgersi secondo i desiderata di un fanatico come Bannon. Tuttavia lo scenario è gravido di minacce. E una forte affermazione di Afd, anche senza portarla al potere, può condizionare in maniera decisiva la politica tedesca. Esclusa per il momento da una sollevazione popolare senza precedenti l’alleanza tra il centro democristiano e la destra radicale, potrebbe però verificarsi qualcosa di simile a quanto la nostra fantasia bizantina definì a suo tempo «convergenze parallele», riferendosi al rapporto tra Dc e Pci.

Ogni paragone è naturalmente blasfemo, se non per il paradosso geometrico che indica un procedere nettamente separato, ma consonante, nella medesima direzione. In Italia la formula fu esplicitata, mentre in Germania verrebbe taciuta. Poiché nel primo caso lo scopo era tener fuori dal governo, senza misconoscerlo, un partito che aveva contribuito in maniera decisiva alla costruzione della democrazia italiana nel dopoguerra, mentre nel secondo è tener dentro, assumendone temi politici e strumenti demagogici, un partito che quella democrazia intende in larga misura demolirla. Per di più appoggiandosi sul voltafaccia della potenza d’oltreatlantico che, decisiva nella sconfitta del nazismo, aveva fatto da santo patrono al credo antifascista (e anticomunista) della Repubblica federale.

La democrazia tedesca (a differenza dell’estrema destra decisamente antiamericana) è sempre stata fortemente atlantica, anche quando con Willy Brandt intraprese tramite la Ostpolitik una propria strategia di distensione con il blocco orientale. Saprà conservarsi questa democrazia, senza essere del tutto sfigurata, con un centro ormai decisamente spostato a destra, contro gli attuali disegni americani e in presenza di una forte avanzata di Afd che peserà comunque sugli equilibri di qualsiasi possibile coalizione?

La presa di Alternative für Deutschland si esercita soprattutto sull’allarme sociale, alimentato con ogni mezzo lecito e illecito, intorno ai migranti e ai cittadini tedeschi di origini extracomunitarie, foraggiando da una parte il razzismo neonazista e imponendo dall’altra a tutte le forze politiche (Linke esclusa e straordinariamente in crescita) politiche restrittive e vessatorie nei confronti di migranti, immigrati e richiedenti asilo.

Ma alle origini dell’Afd nel 2013 c’è un altro fattore decisivo: l’egoismo sociale e la strenua difesa dei privilegi della ricchezza, manifestati in forme isteriche dopo la crisi dei debiti sovrani del 2010-2011. Professori di economia, imprenditori, detentori di grandi e piccole rendite finanziarie insorsero allora contro il pur duro pacchetto di misure di salvataggio predisposto per la Grecia in bancarotta dall’Unione e dagli istituti finanziari sovranazionali, (votato controvoglia anche da Angela Merkel), estendendo poi l’attacco al Fondo europeo di stabilità, alla moneta unica e all’esistenza stessa della Ue.

La vulgata, l’assunto rozzamente moralistico che fu propinato all’opinione pubblica a partire da quel momento era che la società si trovava divisa tra zelanti produttori che generano ricchezza e parassiti che se la pappano senza muovere un dito. La novità era che questi ultimi non erano più gli speculatori e gli sfruttatori, ma i poveri, gli emarginati, gli esclusi e infine i migranti. La dicotomia poteva poi essere agevolmente estesa a stati e governi dell’Unione.

Di qua, al nord, i «frugali», i previdenti, i laboriosi, di là, al sud, gli spendaccioni, gli sfaticati e quelli che «vivono al di sopra delle loro possibilità». In questa dottrina del parassita, estranea a qualunque dimostrazione scientifica o consapevolezza storica, sono già racchiusi tutti gli elementi del passaggio al nuovo fascismo dall’egoismo borghese all’odio razziale. La troviamo, a partire dall’anatema contro il reddito di cittadinanza, in tutti i paesi del Vecchio continente dove le destre radicali sono in ascesa. Per quello che riguarda l’Italia soprattutto nella Lega, la cui evoluzione è del tutto analoga a quella di Afd: dalla polemica contro il parassitismo meridionale e la rivendicazione di una laboriosa identità nordica a un nazionalismo autoritario e bigotto, ideologizzato fino alla nausea.

È questa commistione di priorità liberiste e di temi conservatori che converrà tenere d’occhio poiché, nella divisione del lavoro tra diversi partiti, potrebbero comunque procedere su «convergenti parallele».

Nell’immagine: Berlino, sostenitori dell’Afd sventolano bandiere di fronte alla Porta di Brandeburgo


Ucraina, per la ricostruzione servono 500 miliardi. Ma chi pagherà il conto?

I molti rifiuti di candidarsi per la successione a Viola Amherd in Consiglio federale hanno riproposto il tema di una crescente disaffezione per l'assunzione di cariche pubbliche. Anche e soprattutto nei Comuni 

Di Marco Bresolin, La Stampa

Oltre cinquecento miliardi di euro: è la nuova stima dei costi per la ricostruzione post-guerra dell’Ucraina secondo la Banca Mondiale, che martedì presenterà un report con i calcoli aggiornati rispetto al report pubblicato un anno fa. Se nel 2024 il costo previsto era di 465 miliardi di euro, gli ultimi dodici mesi di battaglia hanno fatto lievitare il conto: secondo le anticipazioni fornite dalla vicepresidente della Banca Mondiale, Anna Bjerde, in un’intervista con la testata austriaca Die Press, la stima per quest’anno dovrebbe appunto superare ampiamente la soglia dei 500 miliardi, necessari per ricostruire case, infrastrutture energetiche e di trasporto, servizi e rilanciare l’economia.

Il netto disimpegno americano portato avanti dall’amministrazione Trump fa emergere nuovi interrogativi su chi potrà farsi materialmente carico di questi costi, visto che l’Ue da sola non potrà essere in grado di sostenerli. Il nuovo presidente americano ha cercato di convincere Volodymyr Zelensky a firmare un accordo per la cessione dei diritti finanziari sullo sfruttamento delle terre rare: la bozza dell’accordo pubblicata dalla stampa britannica parla di una quota pari al 50% per un valore di circa 500 miliardi di dollari. Ma l’intesa non è stata accettata da Zelensky, che così è subito finito nel mirino di Trump, il quale ora non sembra intenzionato a finanziare la ricostruzione dell’Ucraina senza avere un chiaro ritorno economico.

Anche per questo in Europa sta crescendo il pressing per utilizzare i 200 miliardi di euro di asset russi congelati nel Vecchio Continente,in modo da far pagare a Mosca il costo della ricostruzione. Ma su questo aspetto permangono forti resistenze di natura giuridica da parte di molti governi Ue e della stessa Banca centrale europea. Per ora, infatti, l’Ue si è limitata a utilizzare gli extraprofitti generati dai beni congelati (1,5 miliardi), ma non ha ancora trovato un’intesa sull’eventuale confisca del capitale.

Sin dall’inizio della guerra, l’UE ha mobilitato 134 miliardi di euro a favore dell’Ucraina tra sostegno militare, umanitario, finanziario. Lo scorso anno ha creato la “Ukraine Facility”, uno strumento da 50 miliardi di euro per i prossimi tre anni, che serve a dare un sostegno alla stabilità macro-finanziaria delle casse dello Stato di Kiev, ad affrontare le esigenze a breve, ma anche a lavorare alla ricostruzione. Per poterlo finanziare, Bruxelles emetterà da qui al 2027 bond europei per 33 miliardi di euro, mentre altri fondi arriveranno direttamente dal bilancio dell’Unione.

Per la ricostruzione, è stato invece introdotto uno strumento ad hoc: lo “Ukraine Investment Framework”, ideato proprio per attivare investimenti pubblici e privati. L’obiettivo è di mobilitare 40 miliardi attraverso una dotazione di 9,3 miliardi tra prestiti, garanzie e sovvenzioni. A novembre è stata lanciata una call per le imprese che intendono partecipare (si chiuderà il 1° marzo) attraverso investimenti in sei aree specifiche: energia (con un focus particolare sulle rinnovabili), materie prime critiche, industria manifatturiera e di trasformazione, materiali da costruzione, trasformazione digitale, trasporti e logistica.

Il 10-11 luglio si terrà a Roma la quarta conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina: le precedenti si sono tenute nel 2022 a Lugano, nel 2023 a Londra e nel giugno del 2024 a Berlino