I TheoBros nello studio Ovale: l’America attua il volere di Dio

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 

Di Luca Celada, il manifesto

È una coalizione improbabile e per certi versi paradossale, quella allineata dietro al demagogo Donald Trump che con la complicità di una corte suprema deviata, un partito succube e di un elettorato che ha scelto (pur con solo il 49,7% dei voti) di rimettersi nelle sue mani – si è trovato in un fatidico inverno del 2025, con i mezzi per decostruire la democrazia americana e l’ordine globale.

Vi sono ovviamente sovrapposizioni fra sovranisti, la destra religiosa e i neoreazionari del tech che hanno riportato al potere Trump.  I suprematisti del neo-apartheid, i teocratici e “broligarchi” hanno ad esempio una fede comune nella «supremazia morale» dell’occidente, che sostituisce ora la democrazia come valore assoluto. Ed un’identità decisamente bianca che trova ad esempio un’affinità naturale con la Russia putiniana.

Ma vi sono anche evidenti discrepanze. Fra il fondamentalismo biblico degli integralisti e le fantasie eugenetiche e transumaniste dei tecnologi, per dirne una, e fra gli oligarchi tecno-monarchici di Silicon Valley e gli estremisti blue-collar della galassia alt-right, per fare un altro esempio. Causa, quest’ultima, degli screzi che continuano ad affiorare fra Elon Musk e Steve Bannon, il quale è da poco tornato ad apostrofare il miliardario sudafricano come «parassitico immigrato illegale».

È un’anomalia anche che fazioni così fervidamente dottrinarie abbiano trovato un portabandiera in una figura agnostica rispetto ad ogni ideologia e religione, profondamente opportunista e squisitamente amorale. Ma il suo successo è propedeutico all’altra  principale ambizione comune: l’annientamento rivoluzionario dello stato liberale e sociale per sostituirlo con un modello radicale di società.

Una delle figure che più riassume queste idea nella sua triplice accezione (di guerra santa, eversione politica ed efficienza “aziendale”) è JD Vance, espressione del conservatorismo bianco e religioso degli Ozarks dell’Ohio e successivamente “iniziato” alla broligarchia della Silicon Valley da Peter Thiel. Convertito al cattolicesimo tradizionalista, Vance primo vicepresidente millennial veicola per una nuova generazione una lunga tradizione fondamentalista americana giunta oggi al cuore dello stato.

La componente religiosa ha ricoperto un ruolo specifico nella parabola nazionale e l’integralismo è stato componente fondativa sin dall’insediamento delle sette puritane nel nuovo mondo. Quell’impulso è stato inglobato nella mitopoietica nazionale, in constante tensione con il razionalismo di matrice illuminista. La religione ha vissuto poi ciclici momenti di prevalenza culturale (i Great Revivals) nella vita del paese e la deriva fanatica è stata infine strategicamente cooptata dalla destra politica con l’alleanza di Reagan con gli evangelici. Attualmente la componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica (raccolta sotto la dicitura di New Apostolic Reformation) forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”,  fondamentalmente teocratico della società.

In questo ambito, una figura come Vance esprime in maniera assai più articolata di Trump, l’idea di un’America “originale” a cui fare ritorno come ad una terra promessa. Un concetto che circola liberamente fra predicatori cosiddetti “TheoBros”, spesso quarantenni, ben vestiti, quasi sempre con barba ben tosata, eloquenti e attivi online ma che per fanatismo religioso discendono in linea diretta dal retroterra evangelico carismatico e pentecostale così prevalente specie nella bible belt americana.

Va da sé, come espresso apertamente da Vance ed altri, che l’Eden ove rifuggire sia riservato agli Americani “autentici” (leggasi bianchi). L’America non è l’idea spuria di melting pot che ne ha corrotto gli ideali originali ma una nazione creata dai coloni fondativi che occorre riportare ad uno stato di purezza politica, etnica e religiosa. È  un oltranzismo estremo che oggi viene espresso apertamente da politici Maga come Mike Johnson, speaker della Camera e Pete Hesgeth, ministro della Difesa. Le sette a cui appartengono considerano essenziale azzerare oltre allo stato laico e le sue istituzioni più prestigiose – dal New York Times alle grandi università, coacervi di corrosivo materialismo, per ripristinare una nazione cristiana «fondata sui dieci comandamenti». Dietro alle barbe ben tosate che portano molti TheoBros si nasconde una concezione di patriarcato che ricorda quello distopico del Racconto dell’ancella fino all’ipotesi di abolire il suffragio per le donne.

Si tratta di idee da sempre circolate in congregazioni fondamentaliste che oggi appartengono ai vertici politici e che questa settimana saranno al centro del Cpac, la convention dei conservatori che si preannuncia come celebrazione di un trionfo in cui teologia e policy si sovrappongono senza soluzione di continuità. Ad esempio Vance ha espresso una dottrina cara ai neo teocratici anti solidale affermando che i Cristiani debbano «amare la propria famiglia, poi il prossimo, poi la comunità, il concittadino, la patria e solo dopo possono eventualmente pensare al resto del mondo». Un vangelo dell’egoismo – smentita dal papa stesso – che ha trovato espressione concreta nell’abrogazione dell’Agenzia per la cooperazione internazionale (Usaid).

Nel mondo di Trump, i TheoBros sono garanti del più intransigente fanatismo e la retorica in cui l’americanità è indistinguibile dalla cristianità è destinata a dominare certamente anche questo Cpac, oltre a produrre altre immagini come l’imposizione rituale delle mani sul presidente che gli integralisti considerano alla stregua di un messia. Quelle che in era pre Trump potevano ancora passare per colorite bizzarrie, sono ormai pericolosi presagi. Per definizione infatti la dottrina non ammette pluralismo o alternative alla vittoria, biblica e definitiva.

E se qualcosa insegnano gli eventi di queste settimane, è come nozioni che sembravano appannaggio di frange estreme, possano trovarsi assai rapidamente stampate su di un prossimo decreto. E come ha reso ben chiaro proprio JD Vance, non si tratta più di un problema interno americano – quando gli integralisti controllano lo studio del vicepresidente o il Pentagono, gli integralismi a stelle e strisce investono il mondo intero.

Nwell’immagine: cappellini venduti a un rally per Trump in Ohio


Lucio Villari: “Sulla Russia troppi silenzi degli storici”

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 

Di Sara Scarafia, La Repubblica

Parlare con il professore Lucio Villari è come sfogliare un libro di storia che rende la memoria cosa viva. Villari ripercorre il discorso pronunciato il 5 febbraio scorso a Marsiglia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e spiega perché il suo accostamento tra il Terzo Reich e l’invasione russa dell’Ucraina «è un parallelismo calzante e azzeccato che ha il merito di darci l’occasione di una lettura storica del presente».

Professore, le parole del capo dello Stato lo hanno esposto a duri attacchi da parte della Russia. C’è una verità storica in quello che ha detto Mattarella a Marsiglia?

«Assolutamente sì a patto di non travisare le sue parole. Il presidente ha detto che come accaduto nel 1939, quando la Germania dopo aver firmato il patto Molotov-Ribbentrop invase la Polonia, anche nel 2022 è stato invaso uno stato sovrano».

Villari, per anni professore di storia contemporanea all’Università di Roma Tre, parla con chiarezza e senza fretta, lucidissimo nei suoi 91 anni. E a partire dall’analisi delle parole del capo dello Stato, che insieme con Mario Draghi «ha suonato una sveglia all’Europa», traccia lo scenario del futuro con il rischio per le democrazie di soccombere schiacciate dagli autoritarismi e l’ipotesi non remota di non nuovo conflitto mondiale.

Perché gli storici sono rimasti in silenzio di fronte ai ripetuti attacchi al presidente della Repubblica?

«Perché c’è una profonda difficoltà a ricostruire storicamente gli avvenimenti intercorsi tra la Seconda guerra mondiale e l’oggi. Il risultato è che rischiamo un nuovo conflitto globale per ignoranza o smemoratezza. Pochi ricordano per esempio che quando fu smantellata l’Urss venne siglato il cosiddetto atto fondatore tra la Nato e la Russia come garanzia di pace. E pochi ricordano che nel 1997 a Sintra, vicino Lisbona, si firmò un accordo che permetteva all’Ucraina di avere un collegamento con la Nato, anche in questo caso per promuovere la pace. Bisogna ripartire dalla storia per trovare una strada che metta fine ai conflitti».

Come legge le parole del presidente della Repubblica? Ha ricordato alla Russia che deve rispettare la sovranità di ogni Stato.

«Putin deve accettare che non può più richiamarsi alla mitologia di una potenza sovietica che è finita, non può più fare pressioni. Non può come ha fatto nel 2022, ricalcando quello che fece la Germania nel ‘39, invadere “stati pacifici” come li chiamava Stalin. Se la storia serve a qualcosa questo è un monito».

A proposito di Stalin: qual è oggi il rapporto di Putin con l’eredità dello stalinismo?

«Putin non lo ha mai richiamato apertamente, ma ho l’impressione che stia portando avanti una strategia di autoassoluzione, dimenticando che Stalin, oltre a uccidere milioni di persone, ha tradito i valori di libertà del socialismo. Ma l’autoassoluzione è una tendenza che in qualche modo sopravvive anche a sinistra. Il presidente russo, rimproverando ingiustamente al presidente Mattarella di aver dimenticato i milioni di russi morti per sconfiggere il nazismo, cosa che il capo dello Stato non ha in alcun modo fatto, vuole riconfermare il mito dell’Urss come potenza. L’intenzione è portare avanti la guerra con l’Ucraina fino a maggio di quest’anno per celebrare il 9, in occasione dell’ottantesimo anniversario della sconfitta del nazifascismo, quella che continua a raccontarsi come una vittoria».

Ha già invitato Trump per quella data. Perché il presidente degli Stati Uniti vuole questo asse con la Russia?

«Trump ha bisogno di Putin per contenere la Cina che a sua volta vuole inglobare Taiwan, strategica per gli interessi di Musk. Il presidente degli Stati Uniti vuole creare un nuovo assetto di potenze mondiali».

Per questo marginalizza l’Europa?

«Sì, in questo scenario la Ue non vale più niente per Trump. Per questo guardo con favore al presidente francese Macron che ha convocato i leader europei per dare una risposta. Anche questa decisione ha una radice storica».

Quale?

«Fu proprio in Francia che nel 1997 venne sottoscritto l’accordo Nato-Russia. La Ue può ancora giocare la sua partita se però ascolta il monito del presidente Mattarella ma anche dell’ex presidente Bce Mario Draghi, che ha detto all’Europa che rischia l’isolamento».

Cosa può fare la Ue?

«Recuperare intanto il progetto della Ced, comunità europea di difesa, un esercito comune che la sgancia dalla Nato. E soprattutto farsi portavoce di un tavolo di pace al quale Putin va invitato. L’Europa è rimasta una grande comunità di stati democratici e deve lavorare per difendere la democrazia. La Cina non è democratica, non lo è la Russia dove gli oppositori vengono avvelenati mentre gli Stati Uniti sono guidati da un bellicista, esibizionista del potere, che ha largo consenso».

La Ue dovrebbe invitare Putin a un tavolo di pace?

«Riportare la Russia alle sue radici europee è l’unica strada per arginare il piano di Trump di neutralizzare la Ue. Pietro il Grande fece nascere la Russia come Paese aperto all’Occidente. Caterina II comprò l’intera biblioteca di Diderot, nei salotti dei romanzi di Tolstoj si parla francese. La Ue può lavorare a un tavolo che coinvolgendo Putin lo depotenzia».

Cosa si rischia altrimenti?

«Basta guardare ancora allo storia. Se si rafforzano le autocrazie peraltro in possesso di armamenti nucleari può succedere di tutto. Non si può escludere un nuovo conflitto mondiale».

Qual è il ruolo dell’Italia di Giorgia Meloni?

«La premier deve decidere: non può volere tutto, l’amicizia di Trump e un ruolo in Europa. Ma il posto dell’Italia è nella Ue. Si faccia guidare dal presidente Mattarella e dal discorso drammatico ma vero di Draghi».

Nell’immagine: Lucio Villari


Letten, l’ultimo capolinea

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 

La scena aperta della droga di Zurigo, chiusa 30 anni fa, fu probabilmente la più grande del mondo. Da quell’esperienza nacquero le strategie di riduzione del danno che hanno proiettato la Confederazione sotto i riflettori dei media internazionali.

Giugno ‘93. “Sui marciapiedi e sui binari di quella che era una stazione ferroviaria. I tossici sono lì; in piedi, seduti, sdraiati, con una siringa in mano a cercarsi una vena. Impresa spesso difficile a giudicare dalle stille di sangue che colano lungo le braccia di molti di loro. Chi l’ha trovata sta planando sui marciapiedi della stazione sotto lo sguardo allibito dei curiosi che li guardano dal Kornhausbrücke.”

“Letten, l’ultimo capolinea” era il titolo di un pezzo che scrissi nel ‘93, agli inizi del mio percorso professionale. Per immaginarsi il Letten bisogna pensare a un binario morto nel centro della città di Zurigo sotto il Kornhausbrücke. La densità della gente presente in certi punti era paragonabile a quella del mercato di Bellinzona il sabato precedente la Pasqua. Come a Bellinzona, anche al Letten molti dei presenti erano “turisti”, ma questi non erano alla ricerca della Sonnenstube, bensì di un posto dove poter comperare e consumare sostanze stupefacenti senza doversi sbattere. 

Giugno ’93. “Dal buco nella ramina attraverso il quale siamo passati Kurt ed io arriva un tizio che, ancor prima di aver appoggiato la sua cassa di birra sulla quale esporre la mercanzia, lancia un paio di “brown sugar” …e subito i clienti arrivano. …Altri personaggi si muovono tra i binari tirandosi appresso delle grosse borse della spesa. Vendono sigarette, kalte Coca Cola, biscotti, panini imbottiti, Chokito. Hanno di tutto. Uno da lì non avrebbe più bisogno di muoversi se non fosse che ogni tanto sbarca la polizia e, mitra alla mano, controlla documenti e si porta via un po’ di gente. Quando arriva la polizia è un fuggi fuggi generale, e immediatamente dopo che se n’è andata i tossicomani riprendono possesso dei luoghi. D’altra parte, dove dovrebbero o potrebbero andare?”

Tra spacciatori la concorrenza era alta, sparatorie e regolamenti di conti non erano una rarità. Il prezzo delle sostanze era in picchiata. L’eroina, complici le guerre di quegli anni, in gran parte finanziate con il traffico di oppiacei, in una decina d’anni era passata da un migliaio di franchi al grammo a meno di 100.

Quello fu probabilmente uno dei primi scenari evidenti di criminalità diffusa in Svizzera; l’apparato giudiziario mostrava tutti i suoi limiti. Agli arresti difficilmente corrispondevano sanzioni “certe e severe” e la teoria della prevenzione generale su cui poggiavano gli ordinamenti giudiziari di tutti i Paesi democratici non reggeva più. Le galere erano piene e le autorità cominciarono a utilizzare i container per le detenzioni. La frustrazione tra i poliziotti era alta. I fermati non sempre venivano portati in centrale; capitava che venissero accompagnati in periferia dalla polizia, che poi li abbandonava in aperta campagna senza le scarpe. Anche in inverno. 

Giugno ’93. “La passerella è affollatissima, la gente spinge in tutte le direzioni. Una bolgia dove molti stanno in piedi soltanto perché si appoggiano agli altri mentre, sostenuti dalla balaustra, ci sono quelli che si cercano l’ennesima vena buona.”

Si stima che il Letten fosse frequentato regolarmente da diverse centinaia di persone, anche mille. Buona parte provenienti dal Platzspitz, che era un progetto pilota della città che per un certo periodo predispose una scena aperta “controllata”. Quando la situazione andò fuori controllo si chiuse il progetto e i frequentatori del parco si spostarono al Letten, dove rimasero fino al 14 febbraio del ’95.

Dopo l’esperienza del Platzspitz le autorità federali cambiarono strategia e introdussero la strategia dei 4 pilastri (prevenzione, trattamento, riduzione del danno e repressione). La novità era la riduzione del danno, che prevedeva, fra le varie misure, anche la prescrizione medica di eroina da parte dello Stato. Esercizio questo che proiettò la Confederazione sulle prime pagine dei media di tutto il pianeta. Lo scetticismo era grande. Anche il cambio di paradigma era notevole: il tossicomane, da sempre considerato un delinquente, da allora fu trattato come una persona bisognosa di cure. 

Per svolgere l’esercizio si dovette monitorare attentamente la popolazione dei consumatori cronici di eroina che, secondo le stime, in quel periodo nel nostro Paese era di circa 30.000 persone. Popolazione che, si calcolò in seguito, consumava circa 21 tonnellate di eroina all’anno a fronte del migliaio di chili sequestrati annualmente dalla polizia. Seppur proibito il mercato era de facto libero. La quantità era enorme, soprattutto se consideriamo che le 21 tonnellate servivano a soddisfare il solo bisogno interno e non includevano i quantitativi in transito, impossibili da stimare. 

A certificare che i tossicomani sono dei malati e non dei delinquenti ci pensarono i risultati delle ricerche, che certificarono un calo della criminalità di oltre l’85% tra chi aveva accesso alle misure alternative proposte dalla Confederazione. Va inoltre sottolineato che la riduzione del danno permise di risparmiare moltissime risorse, migliorare e salvare la vita di migliaia di persone e ridurre significativamente i guadagni dei trafficanti. 

Quest’ultimo aspetto è anch’esso calcolabile. Prendiamo il periodo tra il 2000 e il 2002, quando la Confederazione comperò e prescrisse 541,4 Kg di eroina terapeutica che costarono al contribuente elvetico 8 milioni di franchi. Tanti? Facciamo i calcoli della serva e consideriamo che in quel periodo, sul mercato nero, la sostanza era tagliata mediamente del 75%. Di conseguenza i 541,4 Kg sarebbero diventati 2.165,6. Oltre 2 tonnellate che, se vendute al dettaglio a 120 franchi il grammo, avrebbero generato quasi 260 milioni di franchi; soldi che la criminalità organizzata non ha incassato perché gli eroinomani, che senza la sostanza non possono stare, hanno avuto accesso ai piani di prescrizione medica.

Riassumendo: il trattamento a base d’eroina, una misura strettamente socio-sanitaria, ha avuto come effetto indiretto la sottrazione di quasi 260 milioni di franchi al crimine organizzato. 

Gli stessi 8 milioni investiti in operazioni repressive difficilmente avrebbe dato lo stesso risultato. Quindi la risposta è no: 4 milioni all’anno per far star meglio migliaia di persone, rendere più sicuro il Paese e sottrarre un quarto di miliardo alle organizzazioni criminali, è nulla. 

Quella messa a punto dalla squadra di tecnici dell’allora consigliera federale Dreifuss si è rivelata essere una strategia di riduzione del danno che ha saputo tener conto dell’ampiezza del problema e delle risorse a disposizione. Considerando che le risorse sociali costano una frazione di quanto costano quelle repressive, il risultato non è stupefacente.

Nell’immagine: il Letten, 1993


Questa donna politica svizzera è minacciata di morte dai fan di Elon Musk

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 

Di Fred Valet, Watson

Tutto è iniziato con un articolo pubblicato questo fine settimana sulla SonntagsZeitung, in cui la consigliera nazionale verde Meret Schneider chiede che le piattaforme dei social network, a cominciare da X di Elon Musk, siano più trasparenti e meglio regolamentate: «L’UE sta prendendo misure contro i giganti della tecnologia da molto tempo, e noi semplicemente non facciamo nulla», afferma la consigliera nazionale.

«Se necessario, bisognerà bloccare X o TikTok»
Meret Schneider sulla SonntagsZeitung

Una dichiarazione che diventerà virale su questi stessi social network, dopo essere stata spinta letteralmente sotto gli occhi delle cerchie dell’estrema destra europea da un importante sito tedesco di disinformazione, chiamato Disclose.tv. 800.000 visualizzazioni in due giorni e centinaia di condivisioni, tra cui quella del famoso giornalista UDC filo-Putin Roger Köppel, che la accusa di essere “antidemocratica”.

Questo sarà l’inizio di una vera e propria tempesta di odio che raggiungerà molto rapidamente i trumpisti americani più aggressivi.

La 32enne eletta a Zurigo non era tuttavia l’unica a intervenire in questo articolo che voleva essere una reazione al discorso tempestoso di J.D. Vance a Monaco, che dichiarava una guerra ideologica all’Europa. Nel suo discorso, il vicepresidente di Donald Trump ha dichiarato che “l’amministrazione Trump teme che altri paesi prendano in considerazione la possibilità di stringere la morsa sulle aziende tecnologiche americane”. Non ha tutti i torti, perché la Svizzera sembra iniziare a mostrare (lentamente) i denti.

Oltre alle dichiarazioni di Meret Schneider, si poteva leggere in particolare Angela Müller, direttrice generale della ONG Algorithm Watch CH, che attende con impazienza una legge per una maggiore trasparenza, sorveglianza e regolamentazione delle piattaforme, che però “non è ancora pronta”, secondo il consigliere federale Albert Rösti, capo del DATEC.

Lunedì la consigliera nazionale dei Verdi è stata presa di mira da una folla nauseabonda su X. Minacce personali, violente e piuttosto disgustose.

Dopo alcuni commenti basati su argomentazioni, i troll anonimi sono passati al corpo di questa fervente attivista per i diritti degli animali, paragonandola ad alcuni personaggi mostruosi della cultura pop. Un bersaglio ideale, che per loro incarna le “derive” di quello che chiamano “wokismo”.

La protagonista ha reagito a questi attacchi, confidando al Tages-Anzeiger che «sono solo la punta dell’iceberg». Nei messaggi privati la verde riceve numerose «minacce di morte e di stupro».

«Esprimere critiche è importante e sano, ma messaggi del genere non ne fanno parte»
Meret Schneider sul Tages-Anzeiger

Critiche che mirano alla sua salute

Martedì, dopo gli apostoli del cosiddetto free speech americano, sono stati i troll russi a prendere il sopravvento. E lo scandalo purtroppo non mostra alcun segno di placarsi. Una campagna di molestie tanto più problematica in quanto mira alla salute di Meret Schneider, che soffre di anoressia fin dalla più tenera età.

Una malattia che ha avuto il coraggio di menzionare per la prima volta alla fine dell’anno scorso, un mese prima di tornare in Consiglio nazionale. E un ritorno in politica che l’aveva “motivata a chiedere aiuto”.

«Soffro di anoressia da molto, molto tempo, il che significa che semplicemente non ho mangiato nulla. Di tanto in tanto ho avuto fasi più positive e ho ripreso un po’ di peso, poi sono ricaduta nei miei vecchi schemi»
Meret Schneider sul Tages-Anzeiger nel 2024

La Verte è una pioniera nella resistenza al social networking in Svizzera. Ciò non le ha impedito di avere sempre un rapporto complicato con Twitter, poi con X. Nel 2022, ha paragonato la rumorosa migrazione degli utenti sulla piattaforma Mastodon a “quelli che salutano a un cocktail e sono ancora lì due ore dopo”.

Un anno dopo, è stata addirittura bandita da X dopo un tweet in cui parlava dell’“impiccagione dei politici populisti”. Un post “satirico”, si era difesa all’epoca.

Nell’estate del 2024, Meret Schneider aveva detto pubblicamente “bye bye” alla piattaforma di Elon Musk. “Troppi insulti, discorsi di odio e propaganda russa”. Anche se era “consapevole che “raggiungere le persone sui social network è importante”.

Martedì, mentre le minacce contro la sua persona su X non si placavano, Meret Schneider ha preso le distanze, il tempo che la buriana si calmi: “Amici, divertitevi, io mi assento per un po’”. Abbiamo cercato di contattare la consigliera nazionale zurighese, ma per ora non abbiamo ricevuto risposta.

Nell’immagine: a destra, la consigliera nazionale verde Meret Schneider


Ecco i consiglieri nazionali con le posizioni più radicali

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 

Di Carlo Natter, Jelle Schutter e Alexandre Cudré, Watson

Il consigliere nazionale sangallese Markus Ritter è candidato al seggio di Viola Amherd in Consiglio federale. Il presidente della potente Unione svizzera dei contadini (UDC) appartiene all’ala destra del Centro. Ma cosa significa in realtà? Ritter è l’equivalente di un FDP medio o di un’UDC moderata? È un po’ più complicato di così.

Cosa significano davvero destra e sinistra? Un politico sarà sempre (con l’eccezione dei due estremi) a sinistra di uno e a destra dell’altro. Per valutare le differenze tra i partiti e i loro membri, dobbiamo confrontarli.

Metodologia

Abbiamo utilizzato lo scaling DW-Nominate. Questo metodo è stato sviluppato per analizzare il comportamento di voto, ossia la tendenza generale dei voti in plenaria di un deputato, all’interno di un raggruppamento politico. Più una persona è vicina a un’altra, maggiore è la probabilità che voti allo stesso modo e viceversa.

A tal fine, abbiamo passato al setaccio tutti i voti espressi in Parlamento dal 2004 e li abbiamo suddivisi con un metodo scalare. Questo ci permette di classificare tutti i partiti e i politici in uno schema sinistra-destra. La nostra analisi evidenzia le posizioni dei parlamentari in relazione tra loro in un determinato periodo di tempo.

Evoluzione delle posizioni tra il 2004 e il 2024

La tabella che segue mostra i cambiamenti nella posizione politica dei partiti in Consiglio nazionale anno per anno, dal 2004 al 2024. Indica tra due poli (sinistra e destra) il collocamento dei partiti e il livello di uniformità nelle posizioni espresse dai loro rappresentanti. Una curva “a campana” indica posizioni omogenee. La curva piatta mostra posizioni più disperse.

Una breve osservazione è d’obbligo: negli ultimi vent’anni tutti i partiti si sono rifocalizzati intorno alla propria base (le curve a campana aumentano). Si parla spesso di polarizzazione della politica, ma sembra anche che i partiti si siano semplicemente avvicinati alla propria linea principale.

Ed ecco la ripartizione dei singoli parlamentari svizzeri nel 2024. I deputati sono classificati in 45 colonne in base a un punteggio che va da 10,1 (sinistra) a -10,1 (destra). All’interno di ogni colonna, la persona il cui comportamento di voto è più a sinistra è posizionata in fondo alla lista.

Nell’articolo originale il grafico è interattivo, e consente di vedere la posizione di ogni deputato/a
Il centrodestra tiene la linea

Un’evoluzione particolarmente evidente è quella che riguarda i partiti di centro-destra. Mentre nel 2004 il PPD (Partito popolare democratico) e il PLR (Partito liberale radicale) tendevano a “diluirsi” con opinioni più varie, l’attuale Centro si posiziona ora chiaramente a sinistra del PLR, seppur sempre con un intreccio al centro. Nel PLR le posizioni sono oggi meno diversificate rispetto a vent’anni fa. I liberali radicali sono meno divisi tra l’ala radicale e quella liberale, e sono diventati più centristi. È questo orientamento più rigido che la maggior parte dei membri del partito segue ora, nell’era di Thierry Burkart. La tendenza è la stessa al Centro. Nel 2004 Gerhard Pfister, presidente uscente del partito, era allineato con l’ala destra dell’allora PPD.

I Verdi, volatili a sinistra

Anche a sinistra i partiti si sono riorientati. Il Partito socialista (PS), noto per la sua linea chiara, si estendeva molto più al centro, quasi fino al PPD. Ma quest’epoca si è conclusa definitivamente nel 2008, quando i socialisti hanno consolidato la loro posizione a sinistra. Di conseguenza, hanno mantenuto una linea più rigida in Parlamento, con il posizionamento più stabile di tutti i partiti. Il comportamento elettorale dei Verdi, invece, è più volatile. Negli anni 2000 si sono posizionati a sinistra del PS, per poi tornare allo stesso livello durante la legislatura 2011-2015. Da allora, hanno compiuto una netta virata a sinistra e ora si distinguono chiaramente dal PS.

L’UDC prende le distanze dal PLR

Il più grande partito svizzero, l’UDC, ha preso chiaramente le distanze dai liberali-radicali. Negli anni 2000 i politici più moderati di questo partito si sono uniti ai membri più conservatori della destra liberale. Ma c’è stato un graduale riorientamento. Questo è stato evidente fin dalla legislatura 2011-2015 e ha continuato ad aumentare. La doppia concentrazione dell’UDC e del PLR sulle proprie linee ha segnato una chiara frattura tra i due partiti, a differenza del Centro, che è rimasto vicino a quest’ultimo.

Di seguito i diversi partiti in dettaglio.


L’UDC

Il membro più a destra del Consiglio nazionale è Erich Hess di Berna (-9,9), seguito dal capogruppo dell’UDC Thomas Aeschi di Zugo (-9,4). Il membro più moderato del partito agricolo è Thomas Hurter di Sciaffusa (-7). Il suo presidente, Marcel Dettling (-9) di Svitto, è un integralista. Il suo predecessore, Marco Chiesa, era più moderato.

Fra gli svizzeri romandi il consigliere nazionale dell’UDC più moderato è Jacques Nicolet (-7,1) e quello più di destra Sylvain Freymond (-8,2), entrambi del Canton Vaud. I membri dell’UDC nella Svizzera francese appartengono tutti alla metà moderata del partito. I due membri MCG (Movimento dei Cittadini Ginevrini) del Consiglio nazionale, Roger Golay (-6,9) e Daniel Sormanni (-6,3), sono i due membri più a sinistra del gruppo UDC.

Per il Ticino, Marchesi (-7,5) e Quadri (-7,6) sono sul versante lievemente più moderato, mentre Pamini (-8,4) si colloca un po’ più a destra, seppure a qualche distanza dall’estremo -9.9 del collega di partito Erich Hess.

Divario tra il membro più moderato e quello più radicale dell’UDC: 2,9 punti – con l’MCG: 3,6 punti.


I Verdi

Il deputato più a sinistra di tutto il Nazionale è la leader del gruppo ecologista Aline Trede di Berna (10,8). Non è molto distante dall’ex presidente del partito Balthasar Glättli (10,5). Il deputato più moderato del partito è Bastien Girod di Zurigo (9,1), vicino ai socialisti, che ha lasciato il suo incarico lo scorso dicembre.

I consiglieri nazionali più a sinistra della Svizzera romanda sono il vallesano Christophe Clivaz e la ginevrina Delphine Klopfenstein-Broggini (entrambi 10,5). Il più moderato è Raphaël Mahaim di Vaud (10). I Verdi francofoni sono equamente divisi all’interno del partito.

La ticinese Gysin (9,9) non si distanzia sostanzialmente dal resto del gruppo, anche se si colloca quasi un punto meno a sinistra della capogruppo Aline Trede (10,8).

Divario tra il membro più moderato e quello più radicale dei Verdi: 1,7 punti.


Il PLR

Il PLR si colloca chiaramente nel centro-destra del Parlamento. Il suo deputato più a sinistra, il vodese Laurent Wehrli (-1,6), è proprio accanto al centrista più a destra (vedi sotto). Il liberale-radicale più conservatore è Christian Wasserfallen di Berna (-3,2).

La Svizzera francofona è equamente divisa all’interno del PLR. Il più a destra è il vallesano Philippe Nantermod (-2,7).

I ticinesi Farinelli (-2,4) e Gianini (-2,3) si collocano al centro le proprio schieramento.

Divario tra il membro più a destra e quello più centrista del PLR: 1,6 punti.


Il PS

Il rappresentante più a sinistra del Partito socialista è Christian Dandrès di Ginevra (8,7), mentre la più moderata è Gabriela Suter di Argovia (7). È il partito la cui linea è meglio sostenuta dai suoi membri, che sono anche numerosi: 40 consiglieri nazionali uomini e donne. I co-presidenti del partito Mattea Mayer (7,6) e Cédric Wermuth (7,4) sono schierati al centro del partito.

I socialisti della Svizzera romanda si collocano nettamente a sinistra del PS. Dopo Christian Dandrès, i quattro membri più a sinistra del Consiglio nazionale provengono dalla Svizzera francese: Martine Docourt (8,2), Laurence Fehlmann-Rielle (8,1) e Jean Tschopp (8,1). La consigliera nazionale più moderata della Svizzera francese è la friburghese Valérie Piller-Carrard (7,3), che è anche vicepresidente del partito.

Bruno Storni (7,9), unico deputato PS ticinese, si colloca sul lato lievemente più a sinistra di un partito molto compatto nelle proprie posizioni.

Divario tra il membro più moderato e quello più a sinistra dei socialisti: 1,6 punti.
Nota interessante: se escludiamo i due membri più eccentrici, il divario scende addirittura a 0,9 punti, facendo sembrare il nostro grafico una “torre”. Una piccola impresa per il secondo partito più rappresentato a Berna.


Il Centro

È all’altezza del suo nome: il Centro è il partito che si trova aritmeticamente al centro dello spettro politico. Tuttavia, la maggior parte dei suoi membri si trova a destra dell’asse mediano (23 membri), contro 6 a sinistra.

Spicca il ticinese Giorgio Fonio, segretario sindacale che si posiziona chiaramente a sinistra del suo partito (0,9). Il deputato più a destra è l’appenzellese Thomas Rechsteiner (-1,3). Il candidato al Consiglio federale Markus Ritter è a -1,1.

Tra i membri francofoni, Sidney Kamerzin del Vallese è il più di destra (-0,9) e Marie-France Roth Pasquier di Friburgo la più di sinistra (0,2).

Il membro del Consiglio nazionale più vicino allo zero è Priska Wismer-Felder di Lucerna, con 0,014. Isabelle Chappuis, del Cantone di Vaud, nella Svizzera francese, è il membro più “centrato” del Consiglio nazionale, con 0,029.

Divario tra l’esponente più a destra e quello più a sinistra del Centro: 2,2 punti. (E senza Giorgio Fonio: 1,5 punti).


I Verdi liberali

Il PVL può essere considerato l’unico grande partito di centro-sinistra presente in Parlamento. Costituito nel 2007, da allora ha mantenuto una linea particolarmente compatta. La vodese Céline Weber (2,5), che è anche l’unica deputata francofona di Berna, è la più centrista, seguita dal fondatore del partito, lo zurighese Martin Bäumle (2,7). Kathrin Bertschy di Berna è la più di sinistra (3,5).

Divario tra i due membri più lontani dei Verdi: 1 punto.
Tuttavia, il fatto che il partito abbia solo dieci membri a Berna rende più facile definire una linea chiara.

Traduzione e adattamento a cura della redazione


Casa Bianca in mano al re della menzogna

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 

Di Nicoletta Verna, La Stampa

In Trump la dialettica bugia/verità (e, in particolare, l’uso disinvolto che fa della prima e la costante strumentalizzazione che attua della seconda) è fulcro della sua strategia politica. Sceglie parole che fanno riferimento a quella sfera semantica: Big Lie per definire i (falsi) brogli del 2020, Truth per il social network da cui diffonde costantemente bugie. Usa la menzogna come norma: durante la scorsa presidenza, il Fact Checker del Washington Post ha documentato più di 30.000 affermazioni fuorvianti o completamente false, e già durante discorso inaugurale del 20 gennaio ha mentito su dazi, immigrazione illegale, clima. Le bugie più recenti risalgono a martedì, quando ha implicato che sia stata l’Ucraina a iniziare la guerra con la Russia. E alla risposta di Zelensky («vive in uno spazio di disinformazione russa») ha ribattuto con l’ennesima bugia: «Zelensky dittatore mai eletto», quando Zelensky ha vinto le Presidenziali ucraine del 2019 con il 73% dei consensi.

La menzogna, naturalmente, è da sempre parte fondante, potremmo dire condizione dell’azione politica. Dichiara Servillo/Andreotti nel memorabile monologo de Il Divo: «Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io». Ovvero: c’è qualcosa di più importante della giustizia e della verità. È il potere. Per garantire la sopravvivenza a molti occorrono compromessi che non possono essere raccontati. Per sopravvivere dobbiamo essere ingannati. Ed è l’apparenza che conta, più della verità: un sovrano non deve necessariamente essere buono, scrive Machiavelli nel Principe, ma deve sembrare tale per far prosperare il potere. Mantenere le promesse, poi, per Machiavelli è dannoso al politico. «Non può pertanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede quando tale osservanzia gli torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere». La verità, in politica, è da sempre un disvalore.

Il caso Trump pone però dettagli inediti.

In primo luogo, la politica ha sì sempre fatto uso dell’inganno, ma senza svelarlo. Da qui la dimensione dello scandalo, quando la bugia era svelata. Oggi, invece, la menzogna si è fatta palese ed è sempre più pacificamente tollerata, la verità non ha più importanza. Nel caso pendente in Georgia, dove Trump è accusato di cospirazione per ribaltare i risultati delle elezioni del 2020, il suo avvocato Steve Sadow ha sostenuto che le false dichiarazioni sarebbero protette dal Primo emendamento. «La falsità da sola non è sufficiente», ha dichiarato. Sempre di più crediamo alle menzogne sapendo che sono tali, ed è questa la novità rivoluzionaria: il pubblico di oggi è consapevole di essere ingannato, ma non lo ritiene grave. In secondo luogo, Trump vive nell’era dei social media, li alimenta, li possiede e ne fa ampio e costante uso. E, molto più dei media precedenti, i social sono adatti a farsi veicolo di bugie e di fake news: per l’impossibilità di prevedere un fact checkeing o un filtro, per il meccanismo della condivisione che permette di decontestualizzare un contenuto e, dunque, aumentare il rischio che venga frainteso. Ancora, per la velocità (e già sir Winston Churcill sosteneva che «una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni»), per la struttura degli algoritmi, che privilegiano i contenuti con più interazioni e, dunque, quelli più sensazionalistici. Infine, per una certa volatilità: una stories dura 24 ore e la riportiamo come ce la ricordiamo, con un inevitabile margine di errore. Le piattaforme non filtrano le informazioni in base alla verità, ma in base alla popolarità.

Come conseguenza, assistiamo oggi al completo ribaltamento semantico di alcune parole e concetti. La verifica della veridicità delle informazioni, da tutela della verità è diventata censura. Il programma di fact checking di Facebook, che dal 2016 veniva sbandierato come segno di serietà e informazione libera, è stato eliminato in favore delle community notes simili a X. Nelle stesse parole di Zuckergerg i fact checker sono i nemici della libertà di espressione. Anche questo è un cambio di prospettiva epocale, che ribalta completamente valori e priorità.

Scrive Hannah Arendt: «Il suddito ideale del regno totalitario non è il nazista convinto né il comunista convinto, ma l’uomo per cui la distinzione tra fatti e finzione, e la distinzione tra vero e falso, non esistono più». Ma forse stiamo andando oltre. La distinzione fra fatti veri e falsi talvolta esiste ancora, e viene correttamente percepita. Ma credere deliberatamente alle menzogne non rappresenta più un problema.

Nell’immagine: bugiardo


Trump scarica Zelensky

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 

Di Roberto Zanini, il manifesto

Volano gli stracci, tra gli Stati uniti di Donald Trump e l’Ucraina di Volodymyr Zelensky. In un completo capovolgimento di posizioni quale non si era mai visto nella politica estera americana dalla fine della seconda guerra mondiale, e certamente mai a questa velocità, l’alleato di ieri già diventato ingombrante è oggi trasformato decisamente in un nemico. Un conflitto che sobbolliva da molto tempo, reso esplicito durante la campagna elettorale americana, ma che ieri è esploso in tutta la sua magnitudine solo un pugno di ore dopo il clamoroso vertice russo-americano di Riad, in cui Stati uniti e Russia hanno avuto il primo ed esclusivo contatto dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

LA SEQUENZA è stata devastante. Poco dopo la fine del vertice a Riad, in cui Washington e Mosca hanno tagliato fuori l’Ucraina e l’Europa dall’avvio di un negoziato costruito per i rispettivi mercati molto più che per la fine dei combattimenti, Trump ha parlato con la stampa americana dalla sua reggia di Mar-a-Lago, lamentandosi che la leadership ucraina avesse permesso una guerra e quindi non meritasse di sedere al tavolo del negoziato appena aperto con il presidente russo Putin. «Non avreste mai dovuto cominciarla, avreste dovuto fare un accordo», ha detto Trump dalla sua Versailles in Florida, aggiungendo che Zelensky ha un tasso di approvazione del 4% e suggerendo che ormai è politicamente finito. Il dettaglio che in effetti non sia stata l’Ucraina a invadere la Russia ma il contrario non è sfuggito alla “leadership ucraina”, e ieri mattina Volodymyr Zelensky ha immediatamente convocato un po’ di giornalisti nel palazzo presidenziale di Kiev (ancora con i sacchi di sabbia alle finestre) e accusato Trump di «essere intrappolato in una bolla di disinformazione» russa, chiedendo ai team di Washington di «essere più sincero». E le cateratte si sono aperte: al mattino americano, Trump ha imbracciato la sua arma preferita – il suo social media Truth – e ha aperto il fuoco come non era immaginabile.

ZELENSKY «è un dittatore, niente elezioni» ha scritto Trump, «è meglio che si muova in fretta o non gli resterà più un paese». E la tirata era appena cominciata. «È un attore comico di modesto successo», continua il presidente americano, «che ha convinto a chiacchiere gli Stati uniti d’America a spendere 350 miliardi di dollari in una guerra che non può essere vinta e che non avrebbe dovuto mai essere cominciata». «Ha fatto un lavoro terribile – prosegue l’invettiva trumpiana – e la sola cosa in cui è stato bravo è suonare Biden come un violino. Ora stiamo negoziando la fine della guerra con la Russia, qualcosa che tutti ammettono solo TRUMP e l’amministrazione Trump possono fare» (il tutto maiuscolo è originale).

Dittatore e niente elezioni? Dopo che mezza Europa si è impiccata al mantra “niente accordi se non lo dicono gli ucraini”? Anche se le elezioni previste per marzo-aprile 2024 sono state spazzate via dalla legge marziale (e dal voto unanime del parlamento)? Prontamente, il principale istituto demoscopico dell’Ucraina mette sul suo sito l’ultimo sondaggio: nella prima settimana di febbraio l’approvazione di Zelensky è al 57%, mentre il 37% non si fida di lui. Si tratta del Kiis, sigla per Istituto internazionale di sociologia di Kiev, e – sorpresa delle sorprese – è un’ente ucraino-americano, significa finanziato in dollari da almeno tre anni.

QUEL MISERABILE 4% di consensi che dice Trump sono certamente balle, di cui il presidente è solito costellare le sue sventagliate a mezzo Truth (come i 350 miliardi spesi: a seconda di come contarli, sono circa 190), e sono balle forse anche quel 57% di approvazione. Ma sono il segno che qualcosa si è rotto, sembra in modo definitivo. «Questa guerra è molto più importante per l’Europa che per noi», chiude infine Trump, «abbiamo un grande e meraviglioso oceano che ci separa». Si tratta dell’Atlantico. Ottant’anni fa era il nome dell’unione tra Stati uniti e Europa. Ora ne è il muro di separazione.

In tutto questo celebra sommessamente Vladimir Putin, riaccolto tra i partner economici e quindi politici, nello stesso giorno in cui gli Usa parlano di togliergli e sanzioni e l’Unione europea approva invece il suo 16esimo e abbastanza inutile pacchetto di castighi economici. È troppo tardi, il partner russo ormai è Washington, gli europei si arrangino come possono. E lo zar si annette il cambio di regime,

AL VERTICE di Riad «Trump ha avuto informazioni sincere e ha cambiato idea», dice Putin alla Tass, e definisce «isteria fuori luogo» quella di Zelensky. Non deve neanche far fatica, il presidente russo: Trump sta facendo tutto il lavoro per lui. Il cammino è già tracciato.

Nell’immagine: una Trumpconferenza


Zitti e mosca! I tiranni riscrivono la storia

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 


Heidi Reichinnek, la nuova stella della sinistra che può cambiare l’esito del voto in Germania

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 

Di Laura Lucchini, La Repubblica

«Che lei si stia alleando con un partito fascista è una vergogna. Mi rivolgo a voi cristianodemocratici che sedete in parlamento. Siete ancora in tempo per evitare un errore storico, fate marcia indietro». È il 29 gennaio a Berlino e nel Bundestag è accaduto l’indicibile: i cristianodemocratici della Cdu si sono appena avvalsi dell’appoggio dell’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD) per far passare una mozione anti migranti in parlamento ed è la prima volta che questo accade dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Heidi Reichinnek, spitzenkandidatin della sinistra di Die Linke sale sul podio, la camicia nera con le maniche tre quarti le lascia scoperto il tatuaggio con il volto di Rosa Luxemburg sull’avambraccio. «Signor Friedrich Merz, non mi aspetto delle scuse, mi aspetto che si dimetta». Gli applausi nell’emiciclo sono trasversali. Il video del discorso viene cliccato oltre 30 milioni di volte. È nata una stella, i suoi la chiamano “Queen Heidi” e il suo astro è destinato a cambiare dal basso l’esito delle elezioni tedesche di domenica.

Da alcune settimane Die Linke vive uno slancio nei sondaggi. Fino a fine dicembre giaceva al 3%, di fronte a uno sbarramento collocato al 5%. Dopo la scissione voluta da Sahra Wagenknecht, con la creazione del partito di sinistra sovranista BSW, la storica formazione di sinistra — erede democratica del partito unico della Germania Est — rischiava l’estinzione.

Ora qualcosa è cambiato. A fine gennaio in concomitanza con l’azzardo cristianodemocratico, c’è stato un boom di tesseramenti: martedì hanno raggiunto i 91mila, è il record storico. L’età media dei nuovi tesserati è di 28 anni e sono per lo più donne. I sondaggi indicano un’intenzione di voto tra il 6,5 e il 9%. Il carisma della leader, la paura dell’estrema destra, la spinta di TikTok e la liberazione dalla stessa Wagenknecht — simbolo del passato — sono tra gli ingredienti dell’ultimo colpo di scena della campagna tedesca. E questo cocktail ha un effetto esplosivo: i voti erosi alle formazioni mainstream fanno sì che attualmente nessuna coalizione a due partiti abbia la maggioranza. Nemmeno quella “oscena” tra destra e ultra destra auspicata dal vicepresidente Usa J.D. Vance. «Die Brandmauer sind wir», il muro di protezione siamo noi, dicono da Die Linke.

Gli eventi sono strapieni. Il 10 febbraio ad Amburgo, Die Linke aveva programmato una serata «techno e ping-pong» in una location adatta a 250 persone. Ne sono arrivate 2000, Reichinnek ha sfidato il freddo dell’inverno del nord e ha spostato il podio all’aperto. Il coro “Heidi, Heidi, Heidi” è partito sui beat della musica e lei ha passato in rassegna il programma: tetto ai canoni di affitto, migliore assistenza per i bambini e i giovani, riforma della regolamentazione riguardo l’interruzione della gravidanza, politiche migratorie più umane. «Per la sicurezza sociale, la pace e la giustizia climatica», è lo slogan. Nei giorni successivi, la scena non ha fatto che ripetersi.

Reichnnek è originaria della Germania Est, classe 1988, è nata a Merseburg, ha studiato a Marburg, in Sassonia, ma attualmente vive a Osnanbrück, in Renania settentrionale-Vestfalia. Appartiene cioè a quella nuova generazione nata prima della caduta del muro e cresciuta poi nell’Ovest. Ha visto con gli occhi di bambina quanti allora nel paese persero il lavoro. Attribuisce alle sue origini il merito di una carica di energia contagiosa. «Forse il fatto che Friedrich Merz non mi incuta alcun timore, quanto piuttosto mi faccia arrabbiare, ha a che vedere con la mia socializzazione dell’Est», scherza.

«È lei la vera alternativa», scrive Sabine Rennefanz, editorialista di Der Spiegel. E questo è certamente vero se si prende come metrica quella di TikTok. Fino a prima dell’inizio della campagna elettorale a novembre, su questa piattaforma spopolava l’AfD. Alice Weidel, la leader dell’estrema destra, è la personalità politica con il maggior numero di follower in Germania. Ma ora la sinistra sfida il suo primato. Secondo dati elaborati dall’Università Militare di Monaco che misurano la diffusione dei partiti sui social, Die Linke è al primo posto. Il risultato, dovuto soprattutto alla stessa Reichinnek, non si traduce automaticamente in voti, ma è un indicatore del successo tra i giovani. Nelle elezioni federali dei minorenni, una simulazione che si svolge nelle scuole ed è molto seguita in Germania, Die Linke è il primo partito con il 20,8% delle preferenze.

Ma il successo ottenuto non è spiegabile solo con l’hype di Queen Heidi. Die Linke ha dall’anno scorso due nuovi leader: Jan van Aken e Ines Schwerdtner. Si deve a loro il cambio radicale di strategia e l’abbandono degli orpelli del passato. Possibile che il maggiore fosse proprio Sahra Wagenknecht, che ora rischia di restare fuori dal parlamento.

Nell’immagine: Heidi Reichinnek


Bernie Sanders demolisce l’oligarchia di Trump, Musk e co.

La componente cristo-nazionalista, reazionaria e fondamentalista, spesso apocalittica, forma la base più solida e compatta del sostegno a Trump e punta ad un modello “originalista”, fondamentalmente teocratico della società 

Questo è il testo dell’intenso e appassionato discorso che Bernie Sanders ha tenuto ieri al Senato americano

Musk è diventato più ricco di 138 miliardi di dollari. Zuckerberg è diventato più ricco di 49 miliardi di dollari e Bezos è diventato più ricco di 28 miliardi di dollari dal giorno delle elezioni. Il 60% degli americani vive di stipendio in stipendio. 85 milioni di americani non sono assicurati o sono sottoassicurati in termini di assistenza sanitaria. Qualcuno pensa davvero che agli oligarchi importi qualcosa dell’ordinario? Credetemi, non è così.

Signor Presidente, stiamo vivendo in un’epoca estremamente pericolosa e le generazioni future guarderanno a questo momento. A quello che facciamo adesso. E ricorderanno se abbiamo avuto il coraggio di difendere la nostra democrazia dalle crescenti minacce dell’oligarchia e dell’autoritarismo. Si ricorderanno se a Gettysburg eravamo al fianco del Presidente Abraham Lincoln, che nel 1863, guardando un campo di battaglia in cui erano morte migliaia di persone, migliaia di soldati nella lotta contro la schiavitù, affermò che, cito testualmente, “questo è un luogo di pace”. E dichiarò che, cito, questa nazione sotto Dio avrà una nuova nascita di libertà, e che un governo del popolo, dal popolo, per il popolo non perirà dalla terra. Siamo d’accordo con la visione che Lincoln aveva dell’America, oppure ce ne stiamo seduti in disparte e lasciamo che questo Paese si muova verso una nuova visione?

Questo è un governo della classe miliardaria da parte della classe miliardaria per la classe miliardaria. Ma non è solo l’oligarchia a preoccuparci. Non solo la realtà che oggi tre persone possiedono più ricchezza della metà inferiore della società americana.

170 milioni. Tre persone. Più ricchezza degli ultimi 170 milioni di americani. Non è solo il fatto che il divario tra i molto, molto ricchi e tutti gli altri si sta allargando. E non è solo che oggi abbiamo più disuguaglianze di reddito e di ricchezza di quante ne abbiamo mai avute.

La realtà è che oggi, sotto il Presidente Trump, ci stiamo muovendo rapidamente verso l’autoritarismo. Sempre più potere in un numero sempre minore di mani. Signor Presidente, mentre stiamo parlando, Elon Musk, l’uomo più ricco del pianeta, sta cercando di smantellare importanti agenzie del governo federale, progettate per proteggere i bisogni delle famiglie lavoratrici e degli svantaggiati. Queste agenzie sono state create dal Congresso degli Stati Uniti ed è responsabilità del Congresso mantenerle, riformarle o eliminarle. Non è responsabilità del signor Musk. Ciò che Musk sta facendo è palesemente illegale e incostituzionale e deve essere interrotto.

Signor Presidente, due settimane fa il Presidente Trump ha tentato di sospendere tutte le sovvenzioni e i prestiti federali, un atto oltraggioso e chiaramente incostituzionale. E come spero, ogni bambino di prima media in questo Paese sa che, in base alla Costituzione e alla nostra forma di governo, il presidente può raccomandare la legislazione, può sostenere la legislazione, può porre il veto alla legislazione. Ma non ha il potere di interrompere unilateralmente i finanziamenti approvati dal Congresso. È il Congresso, la Camera e il Senato, a controllare i cordoni della borsa.

Ma in questo movimento verso l’autoritarismo, non è solo il Congresso a essere attaccato. È il nostro sistema giudiziario.

Questo fine settimana il vicepresidente degli Stati Uniti, laureato alla Yale Law School e assistente di un giudice della Corte Suprema, ha affermato che, cito testualmente, i giudici non possono controllare il potere legittimo dell’esecutivo. Fine della citazione. Davvero? Pensavo che una delle funzioni principali dei tribunali federali fosse quella di interpretare la nostra Costituzione e, quando appropriato, di fungere da controllo sul potere incostituzionale dell’esecutivo. Non è solo quello che credo io. È quello che sospetto che tutti gli studiosi di diritto e gli avvocati d’America ritengano sia il caso.

Il signor Musk, nel frattempo, ha proposto, e cito, che il peggiore 1% dei giudici nominati venga licenziato ogni anno. Fine della citazione. E ha chiesto l’impeachment dei giudici che gli hanno impedito di accedere ai file sensibili del Dipartimento del Tesoro. Senza dubbio, con il governo di Musk, saranno lui e i suoi amici miliardari a stabilire chi sono i giudici peggiori. E no, signor Musk, devo dirle che qui negli Stati Uniti non si mettono sotto impeachment i giudici che si pronunciano contro di lei. Forse lo sa o forse no, signor Musk, ma la Costituzione degli Stati Uniti prevede una separazione dei poteri brillantemente elaborata dai padri fondatori di questo Paese nel 1770. E ha funzionato piuttosto bene nel corso della storia del nostro Paese.

Abbiamo un ramo esecutivo. Abbiamo un ramo legislativo e un ramo giudiziario. Signor Presidente, quello a cui stiamo assistendo non è solo un attacco organizzato al potere del Congresso e alla responsabilità del potere giudiziario. Il signor Trump e i suoi amici non stanno solo cercando di minare due dei tre pilastri del nostro governo costituzionale, il Congresso e i tribunali. Stanno anche attaccando i media in un modo che non abbiamo mai visto nella storia moderna di questo Paese.

Credetemi, ogni membro del Congresso vi dirà che le persone che lavorano nei media e nelle organizzazioni mediatiche non sono perfette. Tutti noi abbiamo avuto esperienze con i media. I media, come tutti, commettono errori ogni giorno. Ma spero che ogni membro del Congresso lo capisca. Che non si può avere una democrazia funzionante, non si può avere un libero flusso di informazioni, non si può avere la ricerca della verità senza una stampa indipendente. Una stampa non intimidita dai presidenti degli Stati Uniti, ma una stampa che scrive, che scrive e che vede. A questo proposito, vorrei ricordare ai miei colleghi ciò che il Presidente Trump ha fatto proprio negli ultimi mesi. Il Presidente Trump ha fatto causa alla ABC e ha ricevuto un risarcimento di 15 milioni di dollari. Ha citato in giudizio Meta, la società madre di Facebook e Instagram, ottenendo un risarcimento di 25 milioni di dollari. Ha citato in giudizio la CBS e la sua società madre, la Paramount, ed è attualmente in trattativa per un accordo.

Ha citato in giudizio il Des Moines Register [un quotidiano dell’Iowa, ndr] per i risultati di un sondaggio a lui sgradito. E la sua Federal Communications Commission sta minacciando di indagare sulla PBS e sulla NPR, i principali organi di informazione del nostro Paese. In altre parole, abbiamo un Presidente degli Stati Uniti che sta usando il suo incredibile potere e quello delle sue agenzie per perseguire i media del Paese che dicono e fanno cose che non gli piacciono.

Come possiamo avere dei media indipendenti se i giornalisti si guardano le spalle, temendo che i loro servizi scatenino una causa da parte dell’esecutivo più potente del mondo? Signor Presidente, in mezzo a tutto questo, penso che sia il momento di porre una domanda molto, molto semplice, che credo sia nella mente di milioni di americani.

Cosa vogliono davvero il signor Musk, il signor Trump e i loro colleghi miliardari? Non si tratta di conquistare la Groenlandia o il Canale di Panama o altre cose del genere. La vera domanda è: qual è il loro scopo? Qual è il loro obiettivo? A cosa mirano? A mio avviso, la risposta non è complicata. Non è una novità. Non è nuova. È, infatti, esattamente ciò che le classi dirigenti di tutta la storia hanno sempre voluto e hanno sempre creduto che fossero i loro diritti. E cioè più potere per loro stesse, più controllo e più ricchezza per loro stesse.

E nella loro ricerca di più potere, più controllo e più ricchezza, sono determinate a non permettere alla democrazia e allo stato di diritto di ostacolarle. Per il signor Musk e i suoi colleghi oligarchi i bisogni, le preoccupazioni, i dolori, le idee, i sogni della gente comune sono semplicemente un impedimento a ciò che loro, gli oligarchi, hanno diritto di ottenere. Ed è proprio a questo che credono di avere diritto con tutta la ricchezza e il potere che hanno, e sono determinati a fermare chiunque si metta sulla loro strada.

Signor Presidente, questo processo, questo fenomeno che si sta verificando in questo momento non è la prima volta che lo vediamo nella storia del nostro Paese. Come credo molti americani sappiano, nell’America pre-rivoluzionaria, prima del 1770, prima della creazione degli Stati Uniti e della stesura della nostra Costituzione, la classe dirigente di quel tempo governava attraverso una dottrina chiamata Diritto divino dei re. La convinzione che il re d’Inghilterra fosse un agente di Dio, che Dio lo avesse nominato e che non potesse essere messo in discussione da semplici esseri umani mortali. Era stato nominato da Dio. Nei tempi moderni non esiste più il Diritto divino dei re. Ora abbiamo un’ideologia portata avanti dagli oligarchi, secondo cui un gruppo di persone molto, molto ricche, spesso fattesi da sé, spesso padrone di nuove tecnologie rivoluzionarie e con un alto quoziente intellettivo, ha il diritto assoluto di governare.

In altre parole, gli oligarchi di oggi sono i nostri re moderni. Signor Presidente, non vogliono solo il potere, nonostante l’incredibile ricchezza di cui dispongono attualmente, vogliono sempre di più. La loro avidità non ha fine. […] Nel frattempo, signor Presidente, mentre i ricchissimi diventano molto più ricchi, il 60% degli americani vive di stipendio in stipendio. 85 milioni di americani non sono assicurati o sono sottoassicurati. In termini di assistenza sanitaria, il 25% degli anziani di questo Paese cerca di sopravvivere con 15.000 dollari all’anno o meno. 800.000 americani sono senza casa. Abbiamo il più alto tasso di povertà infantile di quasi tutti i principali Paesi del mondo. E i salari reali aggiustati all’inflazione per il lavoratore medio americano non sono aumentati in 50 anni.

Qualcuno pensa davvero che agli oligarchi importi qualcosa dell’ordinario? Credetemi, non è così.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Bernie Sanders durante il suo intervento