Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio
Il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance non è solo colui che è venuto a Monaco a fare “la paradossale lezione” all’Europa sulle “libertà tradite” (v. qui Aldo Sofia, Lo sceriffo e l’Europa), ma è anche colui che – nella irrefrenabile sicumera che sembra la marca di tutti i componenti del governo trumpiano, da Musk via via discendendo – ha voluto fare la lezione al papa. In una intervista alla colonizzata emittente americana Fox, volendo giustificare la politica di Trump sull’immigrazione, con sbandieramento di cultura teologica, ha ammonito papa Francesco per aver ignorato il cosiddetto “Ordo amoris”. Che, a dirla in termini semplici, è una sorta di gerarchia della carità, o meglio, la carità subordinata al tuo tornaconto personale: può interessarti il vicino, ma molto meno o niente del tutto quello un po’ più lontano. Il quale, se ti gira attorno e ti disturba, hai diritto di eliminarlo. Insomma, l’”ordo capitalis” o l’amore capitalizzato.
(E forse alcuni, attenti, si son chiesti dov’è finito il film-documentario “Capitalism: A Love Story”, realizzato da Michael Moore nel 2009, impostato sulla crisi finanziaria 2007-2009, ch’era proprio un atto d’accusa contro quell’ordine economico statunitense).
L’amore e l’uno per cento
Il papa non ha mancato, in una lettera ai vescovi degli Stati Uniti (10 febbraio), di ricordare che “l’amore cristiano non è un’espansione concentrica di interessi che a poco a poco si estendono ad altre persone e gruppi”. Il ”vero ordo amoris che occorre promuovere è quello che scopriamo meditando costantemente la parabola del Buon samaritano, ovvero meditando sull’amore che costruisce una fratellanza aperta a tutti, senza eccezioni”. Quindi anche a migranti e rifugiati.
E, si fosse anche d’accordo con Vance, è difficile credere che gli Stati Uniti non diano priorità ai propri cittadini quando spendono una frazione minima del loro bilancio in aiuti esteri (l’uno per cento!) e quando appare ora più che evidente che quegli aiuti erano accettati perché finalizzati a fornire benefici strategici e “imperiali” agli Stati Uniti, risultati ora “geopoliticamente improduttivi”.
“Come mi sono unito alla resistenza”
È probabile che Vance, convertitosi al cattolicesimo (si è fatto battezzare nel 2019), convertitosi al trumpismo dopo averlo dapprima deprecato (nel 2016 sosteneva che non l’avrebbe mai votato perché era la dannazione per la classe lavoratrice), sia animato dalla classica vibrazione spirituale del nuovo convertito, sempre impregnata da una visione apocalittica e quindi dall’ardore ineguagliabile a sostenere le posizioni del movimento Maga di Trump, perché “eleggere Trump è la sola speranza rimasta affinché gli Americani evitino il crollo della civiltà”. E infatti così già si esprimeva in un lungo articolo nella rivista religiosa “The Lamp” (2020) con un titolo significativo: “How I joined the resistance” (Come mi sono unito alla resistenza).
Nel 2011, a Yale, Vance assiste ad una conferenza di Peter Thiel, figura eminente della Silicon Valley e pioniere dell’economia numerica. E scriverà: quell’incontro è stato “il momento più significativo della mia vita”. Thiel, che accusa i dirigenti della Tech di sprecare il tempo in competizioni e rivalità, senza riflettere sulle finalità di ciò che fanno con le loro imprese, ha una sorta di visione messianica e progetta una rivoluzione radicale delle nostre società ricorrendo alla potenza tecnologica. Thiel, fondatore di Paypal (servizi di pagamenti in linea internazionale), uno dei miliardari che ora “governano” con Trump, è pure cattolico e ha dato una prima prova del suo conservatorismo viscerale (nutrito di elevato machismo) pubblicando un libro contro la diversità culturale nei “campus” (The Diversity Mith, 1999).
Cattolicesimo, una marca da vendere…
Professore di teologia e di storia delle religioni all’università di Villanova (università cattolica in Pennsylvania, Usa), Massimo Faggioli è autore di un libro intitolato “Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana” (ed. Scholé, 2025). Vi descrive anche il profilo “spirituale” dell’amministrazione Trump.
Rileviamone alcuni passaggi significativi: “Il pluralismo religioso in America funziona come un mercato: è un’espressione dell’individualismo libertario. Nel corso del tempo ha assunto l’aspetto di un labirinto nel quale ogni americano è chiamato ad esercitare il suo diritto di scegliere, in quanto consumatore, in un paese in cui il bisogno di spiritualità e di religiosità invece di essere diventato un tabù, come in Europa, rimane profondamente ancorato rispetto a qualsiasi altra forma di offerta politica o consumerista… In questo labirinto spirituale, il cattolicesimo occupa un posto particolare… il populismo trumpiano ha fatto emergere dentro la Chiesa degli sfaldamenti che non sono più teologici o politici, ma di civiltà… Il cattolicesimo è una marca, una marca da vendere sul mercato al miglior offerente: lo testimonia l’esempio del vicepresidente Vance, convertito dal nuovo “ritorno alle fonti”… Una facciata di cultura postcristiana è utilizzata per far passare, deformare o giustificare praticamente tutto… L’antropologia cristiana attraversata dalla cultura dell’Illuminismo non è più dominante… Il cattolicesimo americano abbandona le sue radici europee e si colloca fuori dalle istituzioni, verso un avvenire incerto… o un cattolicesimo culturale ideologico che si fonda solo sui risultati del cosiddetto sogno americano”.
Conclude Faggioli: “Comunque sia, è una storia che non concerne solo l’America o i cattolici americani, ma anche il resto del mondo e in modo particolare l’Europa”.
Nell’immagine: J.D. Vance mentre predica il suo vangelo Su Fox News