Tra dazi e debito, il dollaro è una tigre di carta

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

Di Francesco Raparelli, il manifesto

A fine gennaio, appena insediato e mentre firmava ordini esecutivi sui dazi, Trump ha minacciato i Brics: se intendono andare avanti con la loro moneta internazionale alternativa al dollaro dovranno vedersela con dazi del 100% sulle loro esportazioni negli Usa.

Qualche giorno fa, nel primo dialogo telefonico con Putin sull’Ucraina, Trump è tornato a discutere del dollaro e del suo potere.
Nonostante gli analisti economici si affrettino a ribadire che il dollaro non ha e non potrà avere mai rivali, le mosse di Trump sembrano celare, con la tracotanza tipica del personaggio, una fragilità profonda. È noto, infatti, che il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti (al 97,8%, ora; si stima che nei prossimi dieci anni arriverà al 118%).

È altrettanto noto che le politiche di Trump, segnate da una regressività fiscale che supera i sogni più ambiziosi di Wall Street, non potranno che aggravare il debito pubblico. Vero, con Musk e il suo Doge, ovvero con il violento taglio della spesa federale e di migliaia di posti di lavoro negli apparati dello Stato, il tycoon è convinto di recuperare margini di bilancio utili all’azzeramento o quasi delle tasse per imprese, ricchi e super ricchi. Ma molte spese sono incomprimibili (quelle militari, per esempio), mentre il piano fiscale sarà gravato da incognite varie (compressione dei consumi, fallimenti, ecc.).

Ma c’è una questione che, più di altre, potrebbe far vacillare il potere del dollaro: la ripresa dell’inflazione. Come giustamente sottolinea Alessandro Fugnoli nell’ultimo numero della rivista Aspenia, l’amministrazione Trump è colpita da un dilemma: «Mantenere il ruolo di valuta globale di riserva del dollaro, che offre all’America consistenti vantaggi geopolitici, e al tempo stesso svalutarlo per reindustrializzare gli Usa». Cosa sono, infatti, i dazi, se non un tentativo di riportare negli States quella produzione industriale migrata senza sosta a partire dagli anni Settanta? Dazi per le importazioni di prodotti e semilavorati, regressività fiscale: se le tasse per produrre in America sono basse e competitive, se importare è sempre più costoso, tanto vale produrre negli Stati uniti, magari in Texas come fa Musk. Peccato, però, che, in prima battuta, i dazi non possono che far impennare l’inflazione. Inflazione, leggi svalutazione della moneta che, come noto, favorisce i debitori: nel caso specifico, dollaro più debole che rende il debito pubblico americano, sovrabbondante nelle pance delle banche centrali di tutto il mondo, meno oneroso.

Il dilemma sembra insolubile, ed è così che le criptovalute, benedette da Trump, conquistano la ribalta. Problema aperto anche per le economie che più esportano negli Stati uniti e acquistano Treasuries, quei buoni del tesoro che, da quando gli Usa sono diventati la maggiore potenza mondiale dal punto di vista sia tecnologico-militare che monetario, vengono considerati assets sicurissimi. È bene sapere, infatti, che la Federal Reserve può pompare liquidità nei mercati, aumentando senza sosta la quantità di moneta, perché il Tesoro può emettere e piazzare senza sosta i suoi titoli di debito, ritenuti affidabili perché massimamente liquidi (liquido è ciò di cui ci possiamo liberare, nello scambio, rapidamente e senza ostacoli). Oltre una certa soglia, però, anche una superpotenza mondiale può non sostenere più il suo indebitamento.

Ma c’è una seconda questione, che spinge l’oro ai suoi massimi storici (si avvicina, ormai, ai tremila dollari l’oncia) e mobilita già da tempo i Brics nella ricerca di una moneta alternativa al dollaro: l’uso offensivo e dispiegato delle sanzioni finanziarie, tramite il controllo dello Swift e dunque dei pagamenti internazionali. Le sanzioni contro la Russia, in ultimo, hanno messo in allarme tutto il Sud Globale, rilanciando con forza la discussione su un bancor di keynesiana memoria.

Ultimo, ma non per importanza, gli effetti delle manovre monetarie della Fed. Agli inizi del secolo, nel mondo, il 70% delle riserve monetarie era in dollari. Oggi, sono al di sotto del 60% e la decrescita non si fermerà. Perché? Perché il dollaro non è, semplicemente, «denaro mondiale», ma è anche e soprattutto la valuta di un paese specifico, gli Stati uniti, con una banca centrale, la Fed, che in autonomia decide il tasso di interesse. Una svalutazione competitiva del dollaro, utile per ridurre gli oneri del debito e funzionale alla reindustrializzazione degli States, potrebbe far vacillare la stabilità di buona parte dell’economia asiatica, sovraccarica di riserve valutarie denominate in dollari. Il dilemma di Donald Trump, se ben compreso, ci rivela un gigante dai piedi d’argilla, col dollaro che somiglia sempre più a una «tigre di carta». Ciò non esclude la violenza di Trump, semmai la aggrava.


Graziosi: “È stato Putin a dire che Hitler aveva fatto bene a invadere la Polonia”

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

Di Conchita Sannino, La Repubblica

L’aggressività ostentata della Russia contro Mattarella? «Una mossa studiata», spiega lo storico Andrea Graziosi, ordinario alla Federico II, autore di saggi di successo, grande esperto di Unione sovietica. L’obiettivo? Emarginare l’Europa dalle trattative.

Professore Graziosi, Mosca insiste nell’attacco contro il capo dello Stato. La strategia?

«Intanto va detto che solo poche settimane fa, prima delle iniziative di Trump, ci sarebbe stata un’azione meno violenta. Ora però è il momento delle trattative, che anche Mosca desidera. Ne ha bisogno…».

Putin mistifica e usa quelle parole per trarne un vantaggio concreto?

«Certo, perché sa di non aver vinto, sa che la situazione russa è pesante, ma spera di trasformare quell’invasione se non in una vittoria in una simil-vittoria, grazie alla rottura tra Trump e l’Unione europea».

Obiettivo: isolare l’Unione?

«Di qui le minacce, e non mancheranno le blandizie, per disarticolare ancor più il fronte europeo, tenendo un’Unione divisa ed emarginata fuori dai giochi».

Lei ha spiegato il valore dato alla “denazificazione” nella narrazione e nel disegno imperialista del Cremlino. Si spiega anche così la reazione, di fronte al parallelo con il Terzo Reich?

«Non parlerei di reazione: ma di atto intenzionale. La narrazione antinazista vale per chi vale e quando la si vuol far valere. Nella famosa intervista con Tucker Carlson del 2024, Putin ha detto che dopo tutto Hitler non aveva avuto torto ad attaccare la Polonia, confermando la sostanza dell’affinità indicata dal Presidente Mattarella».

Per lo storico è evidente quell’affinità relativa ai contesti?

«Certo, il presidente non ha accostato i sistemi politici ma le politiche aggressive dei leader che attaccano per ragioni di potenza Stati più deboli di loro. La narrazione antinazista di Putin è un’arma di politica estera per dividere il mondo europeo, arma di esaltazione, che non a caso porta l’anticomunista Putin a lodare Stalin».

E perché regge quel parallelo tra Mosca e la Berlino degli anni Venti?

«Sia nel caso di Berlino che in quello di Mosca abbiamo una grande potenza sconfitta o che si crede tale, che cerca di cancellare l’offesa patita e di tornare a essere grande opprimendo i vicini. Per paradosso, nel 1919 la Germania fu davvero smembrata, disarmata e umiliata, un errore pagato caro. La Mosca sovietica e poi russa è stata al contrario aiutata, sostenuta, armata, ammessa nel G8…».

Non può accampare neanche pretesti, alla furia cieca.

«Direi che, volendo riprendere il parallelo fatto da Putin con Carlson, il suo atteggiamento è quindi non solo “simile a”, ma anche meno “comprensibile di” quello di tanti tedeschi ammaliati da Hitler anche a causa dei trattati del 1919».

Le conseguenze, ora?

«Dipendono dalla capacità di reazione italiana e dalla nostra unità con l’Unione europea. Bisogna reagire con estrema compattezza».

Lei ha già spiegato che questa guerra Russia-Ucraina è uno spartiacque nella storia europea. Abbiamo perso l’occasione di limitare i (gravissimi) danni , dal febbraio ‘22?

«La guerra è cominciata nel 2014, e—come Angela Merkel ammette nelle sue memorie—la scelta di far finta di nulla, condivisa anche da Obama, è stata una catastrofe, per l’Ucraina prima di tutto, per la Russia stessa e per l’Unione europea. La reazione nel 2022 è stata più ferma, ma direi ingenua e a tratti irrealistica: si andava giustamente a portare la nostra solidarietà a Kiev, ma senza fare bene i conti su armi, truppe, costi, tempi, arsenali strategici ecc. Una lunga pace ci aveva abituati bene, e ora il risveglio è brusco. Speriamo che almeno serva a riaprire gli occhi».

Le vie d’uscita, oggi, sono ridotte all’osso?

«Le vie di uscita sono oggettivamente difficili. Sia la Russia che l’Ucraina vogliono la pace perché entrambe sono esaurite, ma mentre l’Ucraina può contare di meno sul suo principale alleato, cioè Washington, ed è alle prese con una Unione sotto shock, la Russia può contare sul solido appoggio dei suoi alleati, la Cina in primo luogo, su enormi risorse finanziarie e su ungrande arsenale strategico. Si potrebbe comunque arrivare a un armistizio, ma quale?»

Che risposta si dà?

«Tutto dipende, appunto, da come si reagirà nel mondo politico europeo. Dobbiamo farci altre domande. Riuscirà l’Unione europea a partecipare alle trattative e a trovare le forze per inviare truppe che garantiscano gli accordi, magari insieme a contingenti cinesi? E lo farà sapendo che la copertura americana non è scontata? E quali garanzie avrà l’Ucraina, e che imposizioni dovrà subire? Penso che, memore della catastrofe di Kabul e dei suoi riflessi sul voto americano, non sia interesse di Trump cedere su tutto e un’Unione europea unita e quindi presente aiuterebbe molto. L’esito delle trattative è perciò imprevedibile. È però sicuro che in Ucraina ci sarà il confine dell’Unione europea, se essa riuscirà a fare il salto da associazione di stati dall’incerto destino a creatura politica».

Dopo ormai tre anni di guerra, cosa è cambiato nella consapevolezza europea? Cosa abbiamo capito?

«Oggi è Mosca il centro aggressivo e spero che questo sia stato capito da molti. Questa aggressività non è però scritta nel carattere dei russi: dipende da un gruppo dirigente violento, che certo ha saputo trovare sostegno. Quanto a noi europei, cominciamo a capire che il sogno di un’Unione europea “vegetariana” è appunto un sogno. Lo strumento migliore per difendere il nostro modo di vita e la nostra cultura, e avere un peso nel mondo, è reagire a questo dramma costruendo un’Unione diversa, dotata di un suo arsenale strategico e capace di controllare direttamente le sue basi militari. Un’Unione quindi anche politica e con confini politici. Se non riusciremo a farla, temo che il nostro sarà un futuro di progressiva emarginazione».

Nell’immagine: lo storico Andrea Graziosi


ATLaS, una cultura identitaria

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

L’associazione ticinese delle operatrici/operatori sociali della Svizzera Italiana (ATLaS) sta muovendo i suoi passi spinta dal desiderio di far crescere una cultura identitaria sul territorio e tra le variegate figure che coesistono in ambito sociale.

Un sondaggio di studenti SUPSI nel 2022 ha evidenziato ben 400 persone interessate a sostenere la costituzione di un’associazione di riferimento.

Nasce un processo di confronto e partecipazione molto interessante, cui un buon numero di figure professionali si è confrontato per strutturare una costituente volta a rappresentare e stimolare il settore. Un processo articolato che ha messo subito in evidenza disparità di vedute e peculiarità sia positive che negative. L’assemblea costituente vede una buona partecipazione e interesse. Certi meccanismi e modalità adottate dal coordinamento -giovane e inesperto- in seguito, hanno portato alla defezione di alcuni membri dello stesso e progressivamente, dopo l’exploit del primo convegno, forze ed energie sono andate scemando. Eppure, un gruppo coeso ha e continua a porsi la domanda su come coinvolgere un maggior numero di operatori.

Rispondere a tale quesito senza essere banali non è semplice. C’è un denominatore comune che, a mio avviso, va evidenziato: la mancanza di una cultura identitaria di partecipazione e di solidarietà. Dobbiamo, gioco forza, partire da lontano e fare un tuffo nel passato per individuare l’origine di tale mancanza. Probabilmente, il tema è articolato e composto da concause che hanno fatto sì che la società ticinese non abbia mai avuto necessità di aggregarsi e coalizzarsi per una causa comune. In effetti, semplificando parecchio, da una società rurale siamo passati alla modernizzazione “saltando” alcuni passaggi strutturali. Un territorio che, dalle restrizioni economiche, è passato a una situazione di agiatezza grazie a un’occupazione soprattutto nel terziario. Non abbiamo vissuto lotte di classe particolari e il ‘68 ha portato soltanto -perlopiù- i giovani liceali a mobilitarsi negli anni ‘70 per un cambiamento di mentalità. Queste lotte hanno avuto vita breve, sebbene abbiano segnato e scosso la società. Ma il sistema politico ed economico ha di fatto ovattato -vedi pace del lavoro- quelle spinte al cambiamento. Nel mondo del lavoro, non si è creata una vera cultura di classe che permettesse di identificarsi e di conseguenza di essere coesi per una presa di coscienza e di crescita collettiva. Bastava -ma basta ancora tutt’oggi- avere un buon posto di lavoro. Pochissime le realtà industriali e soprattutto sostenute da forza lavoro di emigranti e frontalieri, le quali solo sporadicamente hanno fatto sentire la loro voce per il rispetto dei loro diritti. A mio avviso, nemmeno la cultura di sinistra ha potuto favorire una presa di coscienza collettiva per un sostanziale cambiamento… in poche parole, si stava, malgrado tutto, troppo bene per avere il coraggio di voler cambiare e mettere in discussione il sistema o lo stato delle cose.

Una società seduta e agiata non ha necessità fuorché pensare a se stessa in termine di singoli! Di conseguenza, credo che le generazioni che si sono susseguite, siano figlie di una mentalità di delega e compiacenza. Sempre adottando una visione semplicistica, l’abbiamo visto recentemente con lo sporadico movimento di giovani per il clima. Un fenomeno importante che ha provato a scuotere la società, ma che si è dissolto velocemente, così come molte delle rivendicazioni che toccano la società.

Ma perché gli operatori sociali, pur avendo gli strumenti per leggere da privilegiati le fragilità della società, tendono a uniformarsi al tale istituito o istituzione di riferimento, operando come se esistesse soltanto la loro dimensione operativa del quotidiano?

Siamo/sono in prima linea tutti i giorni, eppure pare, eccetto una minima parte che si mobilita, non accorgersi dei nefasti cambiamenti imposti dalla classe politica. Vedete, essere un operatore sociale non può prescindere dall’essere attori in politica sociale! Possiamo distinguere due approcci fondamentalmente; l’uno è sostenuto da un credo religioso e pertanto si muove con spirito caritatevole, l’altro, laico, deve per forza muoversi attraverso la professionalità di ruoli atti a rispondere ai bisogni della società civile. Tutti e due i ruoli vertono a rispondere ai bisogni, ma le differenze sul come, sono sostanziali.

Quello caritatevole ha il merito di essersi mosso ben prima, ma non ha mai avuto necessità di svilupparsi oltre le quattro mura degli istituti e non necessitava del sostegno dello Stato.

Il secondo ha dovuto strutturarsi progressivamente e dipendere da una pianificazione e contributi cantonali.

Che sia il percorso formativo ad avere lacune in merito?

È possibile che si sia sottovalutato il tema delle politiche sociali per non associarle a ideologie che potessero urtare la sensibilità dell’uno o dell’altro attore politico?

Le etichette sono facili da appiccicare, precludendo spesso e volentieri l’essenza della sostanza. Nel nostro caso, appartenere a uno schieramento politico è sufficiente per confrontarsi con preconcetti che impediscono un dibattito. Lo vediamo benissimo in questi anni di misure di risparmio, dove governo e parlamento – a chiara maggioranza borghese- sembrano totalmente sordi alle istanze di chi opera nel sociale e si ritrova senza risorse per rispondere ai bisogni di parte della società.

Ebbene, di fronte a questa realtà oggettiva che sta minando a più livelli le politiche sociali, dove sono i “colleghi”?

È possibile che non sempre si condividano modi e toni, ma l’indifferenza e l’appiattimento strutturale che accumuna in generale gli operatori sociali è disarmante! Alcuni pensano che questi lavoratori siano dei privilegiati, in special modo se sono dipendenti dello stato rispetto a chi lavora nel libero mercato. Ma sarà proprio vero che certe conquiste sindacali facciano davvero la differenza? Non è che sia l’attitudine congenita che abbiamo provato a descrivere a porsi semplicemente al di sopra della collettività e a determinare sostanzialmente una visione egoistica per cui il singolo si interessa soltanto della sua realtà quotidiana, detta in altre parole, coltiva soltanto il proprio orticello? Credo che la mancanza di cultura identitaria non possa essere colmata dall’adesione a un sindacato tout court, sebbene a livello di contratti collettivi sia indispensabile. Piuttosto, questa mancanza va costruita con la presa di coscienza che il sapere funzionale per poter operare deve crescere parallelamente alla formazione identitaria di chi si è e di che ruolo si occupa nel contesto delle politiche sociali cui una società moderna e laica deve poter rispondere.

Oggettivamente essere un operatore sociale non basta ad aver acquisito un certo numero di strumenti. Il confronto e il dibattito portano a nuove idee e a sviluppare nuove strategie ed individuare lacune o peculiarità che arricchiscono la società e il suo divenire.


Lo sceriffo e l’Europa

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

Stavolta Trump non ha scelto un vice-presidente, ha scelto anche un successore. Nel primo mandato il numero due fu Mike Pence, postura istituzionale, pochissimo portato alle risse trumpiane, che si rifiutò di assecondare il gran capo  nel giorno dell’assalto al Congresso. Improbabile invece che l’attuale vice, James David Vance, avrebbe disobbedito: ex critico di Trump ma folgorato dal “Don” dopo l’elezione repubblicana al Senato nello “Stato-chiave” dell’Ohio, adolescenza tormentata da una madre alcolizzata e prigioniera della droga, una gioventù pervicacemente dedicata agli studi per sfuggire alla miseria di una regione che aveva subìto la desertificazione industriale e gli effetti negativi della mondializzazione, il tutto raccontato in un libro e un film di successo, “Elegia americana”. Dopo l’arrivo nella Silicon Valley e i primi buoni affari, la seconda svolta nella vita di Vance fu l’incontro con Peter Thiel, nato in Germania, laurea in filosofia ottenuta negli USA: multimiliardario, co-fondatore di aziende di successo nel campo dell’analisi di dati per la sicurezza, Thiel è il teorico dell’anarco-capitalismo americano, favorevole all’eliminazione persino dei ‘monopoli’ statali: moneta, difesa, giustizia. Lui, Thiel, è il mentore e finanziatore elettorale di JD Vance, ora un predestinato al potere supremo.

Perciò non sorprende che, attesissimo ospite della Conferenza di Monaco sulla sicurezza europea, il vice-presidente USA abbia debuttato con questa avvertenza: “C’è un nuovo sceriffo a Washington, si chiama Donald Trump”. Si è quindi lanciato in una severa lezione sulla democrazia e sulla libertà, che nel vecchio continente l’UE avrebbe “tradito”. Precipitando in profonda crisi. Il modello virtuoso è invece l’America, questa America. E qui le cose si complicano. Non che l’UE sia al riparo da critiche, anzi: dal mancato processo di unità politica e fiscale al ritardo dei progetti di sviluppo economico e tecnologico, dall’affanno nella corsa pacifica allo spazio all’incapacità di preparare una difesa militare comune, dalla continua oscillazione fra impostazioni liberiste e necessità sociali, e poi burocratizzazione eccessiva, lentezza decisionale, regola della maggioranza assoluta.

Ma che proprio l’inviato di Trump faccia all’UE la morale sulle “libertà tradite”, oltre che bizzarro è paradossale. La focosa lezione arriva dall’inviato di un’America che si consuma in una “guerra civile” in cui una metà del paese nega all’altra metà il monopolio della “verità”; paese in cui il vincitore impone il licenziamento di migliaia di lavoratori del servizio pubblico ritenuti infedeli (ma è la “verità”?); in cui gli assalitori del Congresso vengono amnistiati mentre gli immigrati “criminali” (ma è per tutti loro la “verità”?) sono deportati in catene; dove l’uomo più potente del mondo, grazie alla rielezione, evita un paio di processi insidiosi per aver istigato l’assalto al parlamento e chiesto la manipolazione del voto (“verità accertata”); dove sono amnistiati gli assalitori che devastarono gli uffici del parlamento (“verità evidente”). Per i tecno-oligarchi riuniti (o inginocchiati) attorno a Trump la “verità” è che soltanto l’estrema destra può “salvare l’Europa”, come predica Musk. Naturalmente salvarla smantellando l’impegno pubblico dello Stato, le conquiste sociali, le tutele per lavoratori e consumatori. Che ancora la differenziano dal pianeta americano. E questa è l’unica “verità vera” dell’attacco trumpiano contro l’Europa.

Scritto per laRegione


IA: amarla, odiarla o trarne profitto?

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

Di Jacques Pilet, Bon pour la Tête

L’intelligenza artificiale ha solo pochi anni, ma oggi è sempre più disponibile al grande pubblico. E ammettiamolo, è sorprendente. È affascinante vedere come un interlocutore senza volto possa rispondere a tutte le nostre domande con un secondo di preavviso. Il parrucchiere locale è aperto il lunedì mattina? Qual è l’essenza del pensiero di Platone? E l’assessore comunale che mi ha salutato per strada e di cui non riesco più a trovare il nome e il dicastero chi è? Continua, c’è una risposta a ogni curiosità. È vero però che talune piattaforme danno a volte risposte allucinate o sbagliate. La vigilanza è essenziale.

Per esempio, volevo sapere tutto sul passato di Markus Ritter, candidato al Consiglio federale. Il mio strumento preferito, Perplexity, svela il suo passato e riporta – sorpresa! – che è interessato all’arte islamica, che avrebbe studiato nel mondo arabo e in Spagna. Cosa che il suo curriculum vitae non menziona. Troppo bello per essere vero. È sicuro? “Sì, confermo”, ha risposto la macchina. Ho dato un’occhiata più da vicino e ho scoperto che un altro Markus Ritter, tedesco, era effettivamente un grande specialista di questa disciplina. Lo segnalo immediatamente. E Perplexity si scusa e mi ringrazia per aver smascherato la trappola dell’omonimo. La zelante ficcanaso senza volto, a forza di accumulare fonti, ha confuso i pennelli.

L’intelligenza artificiale ci fornisce già innumerevoli servizi

Ma per gli appassionati di storia c’è una chicca. Possono trovare immediatamente la data e il dettaglio di ciò che stanno cercando. Con precisione, nove volte su dieci. I malati controllano ogni parola del loro medico. Possono persino inviare i risultati delle loro analisi del sangue: la macchina li commenterà riga per riga. E sarà possibile approfondire ogni punto.

I giornalisti curiosi di saperne di più su un determinato argomento non possono credere ai loro occhi. Si imbattono in un dossier di 100 o 200 pagine in una lingua che non conoscono bene, e la macchina lo riassume nella lingua voluta. Ovviamente, come in tante altre professioni, si chiedono se questo diavolo finirà per prendere il loro posto. Per chi deve accontentarsi di riassumere i dispacci, il rischio è reale. Per coloro che credono che questa professione sia capace di riflettere un po’, state certi che la tecnologia non metterà mai fuori gioco i migliori. Dovranno solo stare attenti a non farla scrivere al posto loro.

E gli insegnanti? Questo è un grosso problema per loro. Sanno benissimo che i ragazzi svegli usano l’intelligenza artificiale per comporre i loro elaborati… e vengono rapidamente smascherati quando l’insegnante si accorge di questi trucchi. Sarebbe assurdo bandire questa tecnologia dalle scuole. Al contrario, dovremmo imparare a usarla con saggezza, a conoscerne le insidie e le opportunità. Ma dove e come si possono acquisire e trasmettere queste conoscenze? Tra l’altro, le applicazioni cosiddette “intelligenti” permettono di esercitarsi facilmente nell’uso di una lingua straniera, quasi come un divertimento.

Paure irrazionali?

Questa grande innovazione è la continuazione di quelle precedenti. Eliminerà i lavori, soprattutto quelli ripetitivi, e ne creerà di nuovi, o ne cambierà la natura. In Inghilterra, all’inizio del XIX secolo, gli artigiani distruggevano le macchine che consideravano una minaccia per il loro lavoro e per il loro stile di vita tradizionale. Agli inizi, il telefono fu criticato per il suo potenziale di invasione della privacy e di rivelazione dei “segreti di famiglia”. Alcuni temevano addirittura che potesse attirare gli spiriti maligni. Oggi, quindi, faremmo meglio a tenere la testa fredda e i piedi per terra.

Quanto ai pensatori e ai filosofi patentati, sono chiaramente felici di trovare nuova linfa per il loro mulino. Senza la minima conoscenza tecnica, gareggiano in tremolii allarmistici. Yuval Noah Harari, autore del famoso Sapiens, ad esempio, dalle profondità della sua fattoria cooperativa israeliana, tra due esercizi di meditazione, annuncia che l’IA potrebbe portare alla “fine della storia umana”. Jacques Attali gli dà ragione, sottolineando che questa tecnologia mescola dati, li correla all’infinito ma non produce idee. Può sputare “opere” visive progettate con collage e manipolazioni, ma non c’è traccia di vera creatività. Per sua natura, questo cervello artificiale è privo di emozioni, di quell’infinita variazione di sensibilità che dà origine all’arte e alla letteratura. Attali chiede tuttavia che vengano posti dei limiti e delle garanzie.

Un nuovo feticcio

Al vertice di Parigi, che ha riunito numerosi capi di Stato e magnati della tecnologia, si è parlato molto di controlli. Aspettiamo e vediamo. Questi bravi personaggi, traumatizzati dai voli pindarici di Trump e Musk, sono caduti anch’essi nella megalomania e stanno facendo credere che qui è in gioco il futuro dell’America, dell’Europa e dell’intero pianeta. Da qui le favolose promesse di finanziamenti pubblici e privati.

Possiamo anche dubitare di questa improvvisa priorità, nonostante l’innegabile importanza del fenomeno. I cinesi fanno concorrenza all’enorme ChatGPT lanciando il loro ormai famosa applicazione DeepSeek con soli 5,6 milioni di dollari. La Francia, che si dice sia in ritardo rispetto ai giganti americani, ha lanciato strumenti altrettanto potenti con risorse limitate, in particolare Mistral-Le Chat. In tutto il mondo ne sono in cantiere centinaia di altri, specializzati o meno, che forniranno innumerevoli servizi. Grazie all’intelligenza umana quanto o più che a una pioggia di miliardi.

Diffidate quindi quando i leader degli Stati in cerca di gloria si lanciano in quello che sta diventando un nuovo feticismo.


Una sfida esistenziale

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

Di Alberto D’Argenio, La Repubblica

A meno di un mese dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Europa si accorge di essere sotto attacco. Anzi, di più. In pochi giorni cancellerie e istituzioni si sono rese conto che la partita è senza precedenti: l’Unione è vittima di un’aggressione concentrica su più livelli. Politico, economico, culturale e potenzialmente militare. Una sfida che questa volta arriva dal cuore dell’Occidente, dal capobranco che per 80 anni ne è stato il faro: l’America. Nelle prime settimane del Trump II, l’Europa ha scelto la prudenza, sperando che il temuto tsunami transatlantico si rivelasse un’onda navigabile. Ma dopo che alla Conferenza di Monaco il vicepresidente J.D. Vance ha bastonato i valori europei,si è lanciato in una ingerenza senza precedenti nella politica interna del principale Paese Ue chiedendo a Friedrich Merz di governare con i neonazisti della Afd dopo le elezioni di domenica prossima e infine con l’esclusione del continente dai colloqui sull’Ucraina, l’Unione ha capito: questa volta la sfida è esistenziale.

Ne va della sua sopravvivenza. Nei momenti di grande crisi, i vertici convocati dall’Eliseo — il palazzo più europeista d’Europa — sono ormai il leitmotiv della riscossa. Numerosi e drammatici durante la crisi del debito greco a cavallo del 2010, cruciali (sebbene virtuali) per rispondere alla depressione economica causata dal Covid nel 2020. Ma stavolta per uscire dalle sabbie mobili non basta convincere Berlino ad adottare uno scudo anti spread o a lanciare gli eurobond: ora la partita è a tutto campo e si gioca contro i tre grandi predatori del pianeta: Trump, Putin e Xi.

Dalla capitale francese spinti da Macron oggi i leader diranno a Washington che nessuna pace in Ucraina potrà essere accettata senza coinvolgere l’Europa, la cui sicurezza sarebbe gravemente minacciata da un accordo favorevole a Putin. Chiederanno di essere ammessi al tavolo, offriranno una forza di pace come chip di ingresso e, se riusciranno a mettersi d’accordo, nomineranno un “inviato europeo” di alto profilo per restarci e giocare le nostre carte al meglio. Ma a ben guardare, la sorte di Kiev, per quanto cruciale e moralmente struggente per noi europei, è solo la punta dell’iceberg di quanto sta accadendo.

«L’Unione oggi è l’unico ostacolo alle mire imperialiste di Trump», spiega un alto esponente delle istituzioni europee. Potremmo aggiungere: e di Elon Musk. In effetti, mettendo in fila quanto accaduto dal 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Donald, non sembra un’esagerazione. I dazi contro l’Europa, per colpirla economicamente e — nei sogni Maga — per spaccarla politicamente costringendo i singoli governi a bussare alla Casa Bianca per ottenere un trattamento di favore. Le sparate di Musk e Vance, secondo i quali in Europa «la libertà di parola è a rischio» puntando a spazzare il Digital Service Act, le regole con cui la Ue — la sola al mondo ad averlo fatto — cerca di contenere Big Tech. Con una evidente avversione anche contro l’ovvia spinta a far pagare le tasse ai giganti del web in Europa, a regolare l’intelligenza artificiale e contro l’Antitrust europeo, all’avanguardia nel contrastare monopoli e abusi di posizione dominante digitali. Nel linguaggio di Trump tutto questo si traduce in: «L’Europa ci tratta male». E per questo va attaccata.

Non a caso la Casa Bianca ora vuole lasciare l’Unione sola nella gestione dell’eventuale tregua sul terreno e poi nella ricostruzione politica e materiale dell’Ucraina — martoriata nell’anima e nel corpo da tre anni di feroce guerra putiniana — senza permettere ai leader europei e a Zelensky di negoziare una pace accettabile e gestibile a lungo termine. Per di più minacciando di ritirare le truppe Usa dal Continente, scoprendone il fianco est di fronte alle mire di Putin. Questo è il colpo geopolitico alla Ue. Che ora deve reagire. Oggi a Parigi, trovando la chiave d’accesso ai negoziati di pace. Domani riformandosi per sopravvivere alle sfide. Centrale quella dell’adesione di Kiev alla Ue, passaggio che nessuno mette più in discussione. Ma senza rinnovare profondamente l’Europa, senza un rafforzamento politico e decisionale delle sue istituzioni, la gestione in solitaria dell’Ucraina e la sua integrazione nella Ue sarebbe un peso capace di affondare Bruxelles, disintegrando l’Europa. Ma per farlo servono leader con una chiara visione del futuro. Che oggi a Parigi restino uniti, lasciando da parte gelosie e interessi nazionali di breve respiro magari dettati dalla speranza di intercettare i favori di Trump. E senza scordare che agli attacchi economici e geopolitici, ci sono quelli politici: nel nome di un fantomatico Mega (“Make Europe Great Again”), Musk pompa via social Afd, Vox, Le Pen e gli altri sovranisti amici di Meloni e Salvini. La vera bomba a orologeria per far saltare l’Europa dal suo interno evitando che si riformi e rilanci nel momento di maggiore difficoltà. E avere così a che fare non più con un blocco da 500 milioni di cittadini, ma con 27 stati solitari e malleabili. Questo significa il Make Europe Great Again. A questo devono reagire i leader già oggi all’Eliseo.


Monaco dal ’39 a oggi quante similitudini

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Quest’anno sono partita per la Conferenza sulla sicurezza di Monaco con una domanda: Monaco 2025 sarebbe diventata una macabra riedizione della Monaco 1938, quando Francia e Regno Unito abbandonarono la Cecoslovacchia nel tentativo di placare la Germania nazista?

La risposta non è ancora chiara ma si è aggiunta una domanda ancora più inquietante. L’analogia storica più calzante non è tanto la Cecoslovacchia del 1938 quanto la Polonia del 1939. Così come la Polonia fu attaccata e occupata sia dall’Unione sovietica sia dalla Germania nazista, l’Europa oggi si ritrova stretta tra la morsa militare della Russia e l’affondo politico dell’America di Trump?

In entrambi i casi l’obiettivo è condiviso: dividere e indebolire, fino a distruggerlo, il progetto di integrazione europea promuovendo forze politiche euroscettiche e illiberali. È sotto questa lente che va letto il discorso del vicepresidente Usa JD Vance.

L’anno scorso, a Monaco, partecipai a un panel proprio con Vance, allora senatore dell’Ohio, e il suo messaggio agli europei sembrava tratto dal tipico canovaccio della destra americana: gli europei devono spendere di più in difesa e farsi maggiormente carico dell’onere della sicurezza del continente poiché gli Stati Uniti devono concentrarsi sulla Cina.

Quest’anno Vance non ha detto una parola sulla Cina, né sulla Russia o sull’Ucraina, o ancora sul Medio Oriente; niente sulle principali sfide di politica estera che dominano l’agenda della Conferenza di Monaco.

No, Vance ha invece dichiarato che la principale minaccia per l’Europa proviene dall’Europa stessa, ossia la «limitazione della libertà di espressione», un riferimento ai tentativi di isolare la destra estrema e di moderare i contenuti sui social, contro disinformazione e discorsi d’odio.

Se non fossimo a pochi giorni dalle elezioni in Germania, e se non fosse che l’unico incontro politico di Vance è stato non con il cancelliere Olaf Scholz o con il suo probabile successore Friedrich Merz, bensì con la leader dell’ultra destra di AfD Alice Weidel, avremmo potuto interpretare l’intervento di Vance come bizzarro: di tutti i problemi che abbiamo in Europa, la presunta limitazione della libertà di espressione non è certo in cima alla lista.

Ma nei modi e nelle circostanze in cui è stato pronunciato, è difficile non interpretare il suo affondo come un’ingerenza esplicita nelle elezioni tedesche, così come in quelle prossime in Romania (anch’essa protagonista del discorso di Vance).

In entrambi i casi l’obiettivo evidente è stato sostenere l’ascesa dell’estrema destra. Paradossalmente, si tratta di forze politiche che tendenzialmente non sposano affatto l’idea di spendere di più in difesa, e non lo fanno perché sono appoggiati da Mosca.

A chiudere il macabro cerchio, nei corridoi del Bayerischerhof dove si è tenuta la Conferenza, girava voce che ad aver scritto il discorso di Vance sia stato il figlio di Tucker Carlson, ex giornalista di Fox Newsnotoriamente vicino al Cremlino, che non a caso ha intervistato Putin a Mosca la scorsa primavera.

Ecco, quindi, che diventa evidente come l’Europa del 2025 rischia di trasformarsi nella Polonia del 1939, attaccata su due fronti, in questo caso Russia e Usa. Gli obiettivi delle due potenze non sono uguali, ma convergono sull’idea che il mondo sia fatto di imperi e che l’Europa deve essere divisa e indebolita, e che il progetto di integrazione europea, che certamente dà maggior peso ai Paesi europei sullo scacchiere globale, deve essere svuotato.

Il modo più rapido e conveniente di mettere a segno l’obiettivo è di sostenere l’ascesa delle destre estreme in Europa. Dei 27 Stati dell’Ue, sono già 8 quelli in cui partiti nazionalisti sono al potere, e altri tre (Austria, Romania e Repubblica Ceca) potrebbero aggiungersi nel corso di quest’anno. In Francia e in Germania, le prospettive di governi di estrema destra non sono immediate, ma potrebbero realizzarsi tra una o due tornate elettorali.

A prescindere dalle simpatie politiche che ognuno di noi può avere, tanto a destra quanto a sinistra, come italiani, e quindi come europei, non possiamo non essere profondamente preoccupati da questa prospettiva.

L’agenda politica MEGA (Make Europe Great Again), attivamente promossa dall’amministrazione Trump-Vance– e in particolare dal consulente speciale di Trump (e “co-presidente”, secondo i critici) Elon Musk – non ha certo a cuore gli interessi dell’Europa. Così come la Russia di Putin ha fatto leva sui suoi “utili idioti” europei per promuovere la propria agenda imperiale, lo stesso sta facendo adesso Washington. Credere che, al netto di qualche briciola o sconto nel breve periodo, esistano Paesi europei che possano guadagnare dalla vittoria di questa doppia morsa del divide et impera putinista e trumpiano, non è solo idiota, ma suicida.

Nell’immagine: Il vice presidente americano JD Vance sale sull’aereo che lo riporta negli Usa da Monaco


A chi appartiene legalmente la terra di Gaza? Così la storia ha creato un labirinto di leggi

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

Donald Trump l’ha già detto: vuole gli Stati Uniti al controllo della Striscia di Gaza. Da quasi un secolo terra e casa di due milioni di palestinesi, oltre la metà dei quali sono rifugiati, arrivati cioè da altre aree di quella che oggi è Israele. Ma dal punto di vista strettamente legale, stabilire a chi effettivamente appartengono quei 360 chilometri quadrati di area costiera, non è facile. «Determinarlo», scrive il Wall Street Journal che oggi dedica un’intera pagina alla questione, «potrebbe essere una delle questioni territoriali più complicate de sciogliere della Storia». L’enclave palestinese ha infatti un lungo passato di passaggi di mano che le hanno dato uno status pressoché unico: la sua esistenza costruita su un susseguirsi di leggi che si sono sovrapposte nei secoli. Una matassa che alla luce dei nuovi eventi potrebbe essere più essenziale che mai dipanare.

Che cos’è la Striscia di Gaza?

Un’area di circa 350 chilometri quadrati affacciata sul Mar Mediterraneo e incuneata tra Israele ed Egitto. Appartenuta prima dall’Impero Ottomano e poi occupata dall’Impero Britannico, costituisce il più piccolo dei due territori palestinesi (l’altro è la Cisgiordania). Dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948, l’Egitto ha controllato Gaza per quasi vent’anni. Dopo la vittoria nella Guerra dei sei giorni del 1967 contro i vicini arabi, Israele ha preso pure il controllo della Striscia e della Cisgiordania, occupandola per i successivi 38 anni, consentendo pure la costruzione di 21 insediamenti ebraici. Salvo ritirarsi nel 2005, su pressione internazionale e interna, lasciando l’enclave all’Autorità Nazionale Palestinese, che controllava anche la Cisgiordania. Hamas ha vinto le elezioni nel 2006 e da allora è sempre rimasta al potere, senza mai più indire consultazioni. Oggi ci vivono circa 2 milioni di palestinesi, “uno dei territori più densamente popolati al mondo”. Metà dei palestinesi di Gaza ha meno di 19 anni e poche prospettiva di crescita socioeconomica. Nonostante le richieste delle Nazioni Unite, fin dal 2007 Israele ha infatti sempre mantenuto un blocco terrestre, aereo e marittimo sull’area, trasformando di fatto l’enclave in una sorta di “prigione a cielo aperto”. Il blocco è stato sempre considerato illegale dall’Onu.

Chi controlla Gaza oggi?

Quel che resta del governo di Gaza è ancora nelle mani di Hamas. A causa del blocco, per le Nazioni Unite è sempre rimasto un territorio occupato illegalmente da Israele. Molti considerano la Striscia oggi dilaniata dalla guerra, parte della Palestina: autoproclamatosi Stato nel 1988 e riconosciuto da 147 paesi ma non dagli Stati Uniti (l’Onu lo ha accettato ma come osservatore permanente). Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele non intende occupare Gaza alla fine della guerra. Ma ha elogiato Trump per quello che ha chiamato “pensiero creativo”: la proposta di trasferire i palestinesi dalla Striscia altrove. Un atto che le Nazioni Unite ha già bollato come potenziale violazione del diritto internazionale.

Come farebbe Trump a prenderne il controllo?

Il presidente degli Stati Uniti ha finora offerto pochi dettagli concreti sui suoi piani per Gaza, limitandosi a dire che userebbe “l’autorità degli Stati Uniti” per controllarla. Ha aggiunto che non intende comprarla, né usare truppe americane per prenderla. Ma di volerne comunque avere il controllo a lungo termine per trasformarla nella “Riviera del Medio Oriente”. Gli abitanti trasferiti in Giordania ed Egitto “volontariamente”. Per invogliare ad accoglierli, ha minacciato di trattenere gli aiuti finora forniti a quei paesi che rifiutano di accogliere gli sfollati, aggiungendo che comunque “non sarà necessario”. Il piano è stato già rifiutato dagli stati arabi, compresa l’amica Arabia Saudita. E pure dagli alleati europei. L’Autorità Nazionale Palestinese, l’ha già denunciata come violazione del diritto internazionale ribadendo di non voler rinunciare all’obiettivo di uno Stato palestinese. I cittadini di Gaza, discendenti dei palestinesi che vi furono trasferiti nel 1948 da quella che ora è Israele, vogliono restare. Secondo diversi esperti di diritto, se Trump volesse prendere pacificamente il controllo di Gaza, dovrebbe discutere con l’ANP

Chi possiede la terra a Gaza?

La proprietà individuale della terra di Gaza è un intreccio di leggi britanniche, egiziane e palestinesi, ovvero delle autorità che l’hanno gestita nell’ultimo secolo. Ma ci sono pure alcune norme che risalgono addirittura a quando l’area era sotto il controllo dell’Impero ottomano: durante i 4 secoli, cioè, che hanno preceduto la prima guerra mondiale. Attualmente, metà della terra di Gaza appartiene a privati: può dunque essere liberamente acquistata o venduta. Lo dice uno studio del 2015 sulla proprietà terriera nell’enclave condotto dal Norwegian Refugee Council.Ma il possesso di almeno un terzo di quella terra non è registrata legalmente a causa delle troppe difficoltà nell’individuare un proprietario originario, dimostrando una catena di passaggi storici della proprietà. Chi si trova in possesso di terre prive di registrazione legale è sì, considerato proprietario: ma soggetto a particolari restrizioni. Può, ad esempio, vendere la terra: ma non ipotecarla. In passato, per costruire a Gaza, dove un terzo del territorio è considerato terreno demaniale in buona parte occupato da privati, sono stati richiesti atti di proprietà.

Prima della guerra, i lotti di terreno erano registrati presso laPalestinian Land Authority e tassati dalla Property Tax Directorate del Ministero delle Finanze di Gaza. I rifugiati palestinesi fuggiti dalla guerra arabo-israeliana del 1948 che ha creato lo Stato di Israele risiedono anche in otto campi profughi che da allora sono diventati comuni permanenti, dove i residenti si scambiano informalmente la proprietà di immobili. Una piccola parte è assegnata a istituzioni religiose.

Quanto tempo ci vorrà per rimuovere le macerie?

Le stime variano, ma le Nazioni Unite dicono che circa il 70 per cento delle strutture di Gaza sono ormai distrutte o danneggiate, comprese 245mila unità abitative. Interi isolati sono stati rasi al suolo e i palestinesi affermano che i loro quartieri sono irriconoscibili: questo rende dunque ancor più difficile stabilire chi possiede cosa e dove. Si prevede che ci sono attualmente sul terreno circa 50 milioni di tonnellate di detriti creati dai bombardamenti: ci vorranno più di 10 anni per rimuoverle, tanto più che sormontano chilometri di tunnel e quindi saranno necessari scavi in profondità. Complessivamente serviranno decine di miliardi di dollari per ricostruire Gaza.

Cosa dicono i trattati internazionali?

Il diritto internazionale vieta lo spostamento forzato di persone dalla terraferma: ma possono essere fatte eccezioni per motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. In tali casi, dicono però le Nazioni Unite, alle persone interessate dovrebbe essere data l’opportunità di contestare la decisione e di fornire il proprio consenso: «Lo spostamento non dovrebbe mai essere effettuato in modo da violare i diritti alla vita, alla dignità, alla libertà e alla sicurezza delle persone interessate», scrive nero su bianco l’UNHCR.


Quelle parole di Vance che sanno di guerra

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, JD Vance ha omesso un piccolo particolare. Fra i nemici dell’Europa – abbandono dei valori, seguito da Russia e Cina – non ha annoverato la seconda amministrazione Trump negli Stati Uniti della quale è il numero due. I messaggi di Washington non lasciano il minimo dubbio sull’avversione che Donald Trump e collaboratori, in veste ufficiale (vedi Pete Hegseth) o ibrida (vedi Elon Musk), nutrono per l’Europa. E sulla volontà di punirla. Per loro, l’essere stati alleati per 76 anni, l’aver vinto insieme – grazie ai valori – la guerra fredda, i sacrifici fatti insieme agli americani in Iraq e in Afghanistan, in tanti altri teatri dove siamo andati insieme, non contano nulla.

Trump vuole un’Europa affine al suo Maga (Make America Great Again) e, possibilmente, divisa. Lo scontro transatlantico non investe soltanto il commercio, dove sarà durissimo ma si può fronteggiare con reciprocità d’armi, non si limita alla giusta richiesta americana di assumerci più costi finanziari e responsabilità strategiche per la difesa, ma invade il terreno delle nostre politiche interne. Per Trump, siamo sì un rivale commerciale e un partner fiacco nella sicurezza, ma soprattutto un avversario ideologico.

Di conseguenza, l’attacco frontale alle nostre democrazie e istituzioni, Unione europea in testa. JD Vance l’ha condotto abilmente. Si è erto a paladino della libertà di espressione, con una speciosa aneddotica che la dimostrerebbe sotto minaccia in Europa. E con la faccia tosta di accusare l’Europa di «tradimento dei valori comuni» mentre il suo Presidente firma una raffica di ordini esecutivi anticostituzionali, Elon Musk licenzia di punto in bianco decine di migliaia di professionisti del settore pubblico, il segretario di Stato, Marco Rubio lascia che la liquidazione di Usaid – che, da Senatore, aveva lodato come colonna del soft power americano nel mondo – tronchi all’improvviso programmi dai quali dipende la sopravvivenza e la salute di centinaia di migliaia di africani. Peccato che nessuno abbia avuto modo di chiedergli: quali valori? Chi li tradisce?

D Vance non ha sfiorato la sicurezza internazionale, tema della conferenza. A trovare una soluzione «ragionevole» del conflitto Ucraina-Russia ci stiamo pensando noi, ha detto – sottinteso, non abbiamo bisogno della partecipazione di altri al negoziato: l’inviato speciale Usa per l’Ucraina, Keith Kellogg ha poco dopo confermato che il coinvolgimento europeo non è «realistico». Sul quanto ragionevole, la conferenza è rimasta a bocca asciutta. Qualche dubbio deve averlo Volodymyr Zelensky. Il Presidente ucraino ha lasciato Monaco senza firmare l’accordo sulla cessione di terre rare ucraine agli Usa in corrispettivo dell’assistenza militare americana. Con Donald Trump tutto è contratto. Meglio rileggersi con calma tutte le clausole.

Nel suo straordinario discorso, il Vicepresidente americano, bontà sua, si è dunque preoccupato solo della nostra sicurezza – degli europei che appartenendo alla Nato e all’Ue sono protetti dall’esterno. A suo dire, viene meno causa la censura dei «punti di vista alternativi che, Dio non voglia, potrebbero persino vincere un’elezione». Veramente la negazione della vittoria elettorale “alternativa” (Biden nel 2020) è atto di fede obbligatorio nell’amministrazione Trump. Sorvoliamo. Vance è incredibilmente entrato a gamba tesa nelle politiche interne europee, in piena campagna elettorale tedesca, con l’appello a non porre barriere ostracizzanti nel dopo voto. Non ha nominato nessun partito, ma il riferimento ad Alternative für Deutschland (Afd) era implicito. Del resto, egli ha subito dopo incontrato la leader Alice Weidel. Puntuale e forte la risposta del ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius. Un’interferenza elettorale così sfacciata non si è mai vista. In guerra fredda, le campagne americane contro i partiti comunisti erano molto più discrete.

Per Donald Trump un discorso «brillante», che gli risultava ben ricevuto. Da chi? La sala era ammutolita. L’avallo presidenziale ne fa ora il manifesto della politica americana verso l’Europa. Ne emerge un disegno teso a influenzare pesantemente gli equilibri interni europei a favore dei partiti e movimenti sovranisti – identificabili grosso modo con i partecipanti alla riunione Mega (Make Europe Great Again) di Madrid – e, così facendo, dividere e scardinare l’Ue considerata ostacolo ideologico e istituzionale da piegare. Sapremo reagire e come? Bruxelles deve rimboccarsi le maniche sull’efficienza e tagliare radicalmente le procedure. Altrimenti l’Ue è un dinosauro. Oggi i leader si riuniscono a Parigi, su invito di Emanuele Macron, per parlare di Ucraina; in settimana Maroš Šefčovič, Commissario Ue per il Commercio, va a Washington per cercare di intavolare un negoziato sui dazi o mettere i paletti di una guerra commerciale Usa-Ue che noi non vogliamo. Per evitarla c’è un solo modo: far capire a Donald Trump che ha più da perdere che da guadagnare. Unica lingua che capisce. Lui, la guerra ce l’ha già dichiarata.

Nell’immagine: disprezzo


Un bastone tra le ruote del carro presidenziale

Il debito pubblico americano sta toccando vette senza precedenti. E le politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti non potranno che aggravarlo 

Quale è il paese maggior creditore del mondo, che vive sulle rendite pagate dagli altri? Quale è il Paese che arraffa più attivi (più soldi) all’estero e vive come fosse il proprietario del resto dell’economia mondiale? 

La risposta non è la stessa. Per comprendere le sottigliezze dei rapporti di forza finanziari mondiali bisogna soffermarsi sulle cosiddette “posizioni esterne” dei paesi. E cioè: i crediti che un Paese detiene sugli altri Paesi (o sul resto del pianeta) e quelli che gli altri Paesi (o il resto del pianeta) detengono su di lui. La differenza tra i due è quanto gli economisti definiscono “posizione esterna netta”.

Se quella differenza è positiva vuol dire, in sostanza, che il paese accumula più risparmio all’estero di quanto ne riceva dal resto del mondo; fa cioè parte dei creditori cui il resto del mondo deve del denaro. Nel caso in cui la posizione esterna netta è negativa significa semplicemente che quel Paese vive grazie al risparmio degli altri.

Gli Stati Uniti che vivono del risparmio degli altri

Se partiamo da questo criterio, il primo creditore del mondo è il Giappone, con più di 3.300 miliardi di dollari di crediti netti (che gli altri paesi, quindi, dovrebbero al Giappone). È seguito dalla Germania e dalla Cina.

Nella lista dei primi redditieri del pianeta si trovano la Norvegia (il cui “fondo sovrano”, alimentato dai proventi delle energie fossili, dispone di 1.500 miliardi di euro investiti all’estero), la Corea del Sud e l’Arabia Saudita (che beneficia ovviamente dei suoi petrodollari investiti) e alcuni altri centri finanziari “offshore”, che amministrano cioè i patrimoni di non-residenti (Hong Kong, Svizzera, Singapore).

Se lo stesso criterio lo prendiamo dall’altra parte, considerando cioè i Paesi che vivono grazie al risparmio del resto del mondo, ci sono gli Stati Uniti al primo posto, nettamente sopra tutti gli altri. Con quasi 20.000 (ventimila) miliardi di dollari di saldo negativo, gli Stati Uniti sono una vera pompa di aspirazione del risparmio mondiale. 

Essi inanellano in tal modo disavanzi via via crescenti con l’estero a partire dagli anni ’80, disavanzi che finanziano, apparentemente senza problemi, con il lavoro e il risparmio degli altri. Degli altri Paesi. I quali, in fatto di indebitamento, seguono a un livello almeno venti volte inferiore, come la Gran Bretagna o l’assieme dei Paesi europei.

Cento milioni di dollari all’ora

Gli interessi del debito americano ammontavano lo scorso anno a 881 miliardi di dollari: 100 milioni di dollari all’ora! Con un tasso di rifinanziamento medio a 10 anni attorno, supponiamo, al 4.5 per cento, si pone anche la domanda sulla capacità del governo – a cominciare da quello trumpiano un poco spaccone – di onorare il suo debito attuale.

Stando alle ultime stime del Bureau of Economic Analysis (BEA), il prodotto interno lordo americano è aumentato del 5.1 per cento nel 2024, mentre i bisogni di finanziamento delle spese pubbliche (il deficit fiscale) è cresciuto al 6.3 per cento (e con gli ulteriori sgravi fiscali promessi a ricchi e multinazionali crescerà ancora ulteriormente). Se ne deduce quindi che il “dividendo nazionale” (5.1%) non copre i bisogni di finanziamento (6.3%). Conseguentemente il debito federale aumenta e il paese si impoverisce.

Due osservazioni finali sono quindi possibili

La prima, sempre più al centro dell’attenzione e della tensione politica, sarà su quella sorta di contraddizione tra i tassi di interesse (che incidono sul debito o sul suo limite, sulla rottura possibile, il “break even”) e il tasso di inflazione (con la politica del suo contenimento, ricorrendo alla politica monetaria, al tasso di interesse, il quale è però anche freno alla crescita economica). Che è poi la contrapposizione tutt’altro che latente tra Jerome Powell, presidente della la Fed (la Banca centrale americana) e la politica trumpiana.

La seconda è che i Paesi terzi (Giappone, Cina, Unione europea) grandi finanziatori degli Stati Uniti potrebbero avere in mano un’arma sicura per contrastare o rivestire di altra, diversa realtà il decisionismo (o le “spacconate” imperiali) del presidente Donald Trump. Basterebbe poco: tassare ad esempio ogni investimento “estero” diretto sugli Stati Uniti, la “merce” che è loro più indispensabile e irrinunciabile per evitare il peggio. Sarebbe un buon bastone tra le ruote impazzite del gran carro presidenziale, traendone qualche vantaggio fiscale.

Nell’immagine: illustrazione realizzata con uso dell’AI (DreamStudio)