Storia o storie?

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 

Quando in un dibattito si è a corto di argomenti, sovente lo stile cade e iniziano le accuse. È il caso di Jack-Roy Diwan, membro dell’associazione Svizzera-Israele, che – riferendosi a quanto da me scritto nel contributo “Amnesie molto parziali” apparso su naufraghi.ch il 27 gennaio e su laRegione il 31 gennaio – mi accusa di presentare una narrazione storica distorta, di affermare il falso, di distorcere i fatti per alimentare un pregiudizio ideologico e infine di mentire sapendo di mentire.

Mi limiterò a rispondere all’affermazione da parte del signor Diwan secondo cui: “Il Piano D: un Piano Difensivo, non di Espulsione. L’autore descrive il Piano D come un progetto per la pulizia etnica della Palestina, un’affermazione falsa.”

Ora, la mia descrizione del piano D (e C) proviene dalla traduzione del 3° volume della storia dell’Haganah di Yehuda Slutsky, che alle pagine 1955-1960 riporta questi piani. Il paragrafo 4, lettera b del piano D recita: “Operazioni contro i centri abitati nemici situati all’interno o in prossimità del nostro sistema difensivo, per evitare che vengano utilizzati come basi da una forza armata attiva. Queste operazioni possono essere suddivise nelle seguenti categorie:

  • Distruzione di villaggi (incendiando, facendo esplodere e piazzando mine tra le macerie), in particolare di quei centri abitati che sono difficili da controllare in modo continuativo.
  • Operazioni di rastrellamento e controllo secondo le seguenti linee guida: accerchiamento del villaggio e ricerca al suo interno. In caso di resistenza, la forza armata deve essere annientata e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato (Plan Dalet: Master Plan for the Conquest of Palestine, pagg. 26-30).

Giusto evocare lo storico Benny Morris, ma oltre al citarlo sarebbe utile leggere quanto ha prodotto prima della sua conversione. Ecco come lo definisce l’enciclopedia Treccani: “Esponente di spicco del gruppo dei nuovi storici israeliani… ha rivisitato, contestandole, le tesi della storiografia tradizionale sulla guerra arabo- israeliana del 1948 documentando le azioni di violenza (espulsioni, omicidi, stupri, devastazioni) compiute dagli israeliani nei confronti dei palestinesi in fuga.”

La Storia può sì essere interpretata, ma alla base è costituita da fatti di cui occorre avere cognizione. Poi, come amava dire Umberto Eco, la gente crede solo a quello che sa già.


Pace giusta e pace imperiale

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Il momento che il mondo attendeva dal profondo del caos in cui stava precipitando sembra infine arrivato: tregua in Medioriente, fragile e precaria ma utile ad avviare la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas con un graduale ritiro delle truppe israeliane dalla striscia di Gaza, e accordo per iniziare un negoziato che metta fine alla guerra tra la Russia e l’Ucraina. Al centro del tentativo di ristabilire un sistema di governo del pianeta, ormai fuori controllo, c’è l’energia rivoluzionaria di Donald Trump che si propone di riscrivere l’ordine mondiale, mentre prepara una ristrutturazione della democrazia liberale uscita vittoriosa dalle battaglie del Novecento per arenarsi proprio qui, nel Paese della libertà dove il secolo sta cambiando pelle, diventando autoritario.

Anche la pace che si sta faticosamente preparando sarà figlia di questa riduzione degli spazi democratici, per lasciare posto alla definitiva supremazia del governo eletto dal popolo, che non accetta controlli e condizionamenti e si trasforma in potere sovrano, alle soglie dell’assoluto. Il giorno in cui verrà firmata, ci accorgeremo che sarà una pace imperiale, non democratica.

Non si cerca infatti di ristabilire i principi liberali di convivenza che hanno retto il difficile equilibrio mondiale fin qui: il riguardo per il diritto e per i diritti, il rispetto della sovranità degli Stati e dell’autonomia dei popoli nelle loro scelte di sistema, il rifiuto della forza come mezzo di risoluzione dei contrasti, il riconoscimento del ruolo degli istituti internazionali e sovranazionali di controllo e di garanzia, la considerazione della rete costituzionale e istituzionale di tutela protesa dalla generazione dei padri per la sicurezza del futuro di figli e nipoti. Tutto questo meccanismo ideale e materiale di salvaguardia è saltato con l’invasione russa dell’Ucraina, tre anni fa, che ha cortocircuitato il criterio universale di distinzione tra il bene e il male, annullando il codice condiviso che consentiva la convivenza e la cooperazione tra sistemi diversi. La logica e la morale vorrebbero evidentemente che in qualunque trattativa si partisse da qui, dal vulnus ancora aperto dell’invasione russa di un Paese libero, un sopruso politico di cui tener conto in ogni minuto del negoziato, e che va sanato.

Come se venisse da Marte, in anticipo sulla colonizzazione spaziale di Musk, Trump invece tace ostentatamente sull’occupazione russa dell’Ucraina, perché per lui la storia incomincia con il suo avvento al potere che schiude la nuova età dell’oro, cancella il passato e guarda soltanto al futuro. Tutti gli ideali che hanno nutrito la democrazia americana, le sue promesse, gli impegni e i piani dell’alleanza occidentale non contano più, sono annullati, riassunti e sostituiti dalla povertà titanica di una sola parola, great come l’America che verrà. La democrazia liberale è scaduta come un vecchio medicinale e va superata, proprio perché — questo è il concetto rivoluzionario — è ormai di ostacolo al recupero di potenza dello Stato, attraverso quel senso del limite che si traduce in una costrizione di lacci e lacciuoli utili solo a frenare la potestà di comando del governo: che invece è il momento di liberare fino in fondo. È una razionalità già autoritaria, dentro il Paese con la stretta alle politiche sociali e ai diritti individuali, e fuori, con le pretese territoriali su Stati sovrani, e la monetizzazione degli aiuti agli alleati, come se la solidarietà democratica fosse a gettone, secondo tariffa: segue ricevuta. Ma soprattutto è una mentalità imperiale, che di per sé non prevede alleanze ma le disarticola, mentre fuoriesce dalla cultura democratica preparando l’autocrazia.

Sovraordinato e insofferente del multilateralismo, il nuovo egemone tratta solo coi suoi pari, in una logica marziana dove le convenienze soppiantano i principi. La presenza di altri due imperatori in Russia e in Cina semplifica la visione, riassume la complessità del mondo che disorienta il cittadino nella globalizzazione, lo incoraggia a delegare la politica come un affare di vertice invece di frequentarla, trasformandosi in spettatore di un gioco tra giganti, a cui deve soltanto confermare ogni quattro anni una vibrazione di consenso: il transfert è compiuto. Così facendo Trump reinsedia inevitabilmente Putin come interlocutore obbligato, anzi naturale, mentre l’amnesia dell’invasione diventa amnistia della politica, prima ancora del giudizio. Nell’ossessione dei dazi imposti alla Cina ma anche agli alleati, l’unico che non paga dazio per l’aggressione all’Ucraina è il Cremlino. Così Est e Ovest tornano punti cardinali fissi, ma in un mondo capovolto. È Trump che fa Putin imperatore, elevandolo dall’inferno delle sanzioni e delle maledizioni al trono condiviso di una partnership neo-autoritaria, che ridisegnerà il mondo dopo la mutilazione ucraina, aggravata dall’umiliazione di Zelensky trattato da junior partner, anzi da vassallo, prima ancora che il negoziato cominci. Difese? Reazioni? Alternative? Nel vuoto del pensiero occidentale, nella latitanza di un’obiezione democratica, nell’immediato spirito gregario delle élite, nella complicità del tecno-capitalismo il nuovo autocrate fa quel che vuole, prende quel che gli serve, battezza a piacere la realtà, mentre si prepara a trasformarla.

E questo è il punto più incomprensibile di ciò che sta accadendo: la resa culturale di ciò che resta dell’Occidente. Come possiamo accettare, dopo ottant’anni di libera condivisione del costume democratico, la ridenominazione del mondo secondo i bisogni e le aspettative di Trump che piega la quotidianità esercitando il vero potere supremo, la ridefinizione del reale? Questa potestà viene prima della politica, anzi la determina: è l’egemonia culturale, che ha cambiato segno. Dall’altra parte c’è un pensiero improvvisamente rattrappito, insicuro, espresso sottovoce, necessariamente preoccupato di custodire i suoi valori nella bufera e portarli in salvo come i lari e i penati, per il giorno in cui la storia oggi ipnotizzata dalla rivoluzione trumpiana ricomincerà a scorrere. È il pensiero liberaldemocratico che senza accorgersene ha assunto il tono della minoranza, mentre cerca ancora il timbro dell’opposizione faticando a trovarlo. La democrazia non mobilita, e d’altra parte non basta a se stessa perché non può difendersi da sola, estranea com’è al meccanismo autoritario. Ha bisogno dei cittadini.

Ecco perché il Cremlino attacca Sergio Mattarella: proprio perché ripropone un pensiero alternativo alla logica imperiale della dominazione, fondandolo sugli strumenti costituzionali, istituzionali e ideali che hanno costruito l’Unione Europea nel dopoguerra non come un impero, ma come la terra della democrazia del diritto e dei diritti. Questo siamo, o dovremmo essere. Dobbiamo esserne consapevoli, oggi che si avvera la profezia: l’Europa viene da Venere, l’America sicuramente da Marte.

Nell’immagine: Trumperator


Lo «gnommero» della guerra ucraina

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 

Di Tommaso Di Francesco, il manifesto

C’è una parola in particolare che descrive quello che è diventata la guerra ucraina. La prendiamo dal vocabolario del grande scrittore Emilio Gadda, che la mutuò da quello romanesco per il romanzo Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, ed è «gnommero». Vuol dire groviglio, garbuglio, matassa annodata, per la quale, se non si va al capo iniziale con cui il gomitolo è stato inizialmente avvolto, non c’è alcuna possibilità di sbrogliarlo. Perché è ormai proprio uno gnommero la crisi che da quasi tre anni si consuma nel sangue di tante giovani vite, ucraine e russe, una intera generazione mandata al macello nel cuore d’Europa. Ma non dimenticando, ecco il punto, l’inizio del 2014 con l’oscura vicenda di Majdan e gli otto anni di guerra civile interna tra esercito ucraino e milizie ucraine filo russe. Nei quali anni abbiamo sentito di tutto, quasi mai una parola di pace dalle leadership internazionali che dopo ben due negoziati, Minsk 1 e Minsk 2 abilmente fatti fallire, hanno abbandonato l’Ucraina al suo destino infausto. Perché bisognava, o meglio ancora bisogna, arrivare ad una «vittoria militare» dell’Ucraina, all’inflessibile ingresso di Kiev nella Nato che, dimenticando che è stata la «ragione» della guerra, è stato rivendicato e praticato fino a poche ore fa come obiettivo dall’Alleanza atlantica.

Da Zelenski da molti Paesi Ue e dai comandi militari in primis dal “nostro” Dragone, nonostante gli Stati uniti – che ne hanno la guida militare e politica – siano stati e sono contrari, prima di Trump lo stesso Biden, comprendendo che lo sbocco sarebbe quello di una guerra totale, atomica con la Russia.

Ora accade che l’isolazionista imperiale Trump – perché è chiaro che il suo isolazionismo lo paghiamo noi, con gli acquisti monopolisti di armi, di energia e sotto l’imposizione di feroci dazi economici – muova a una mediazione e trattativa con l’ultimo nemico dell’Occidente, zar Putin; dopo tre anni di combattimenti e di spargimento di sangue in Ucraina e anche in Russia. È pur vero che una pace fatta di sole imposizioni, sbilanciata e quindi ingiusta non sarebbe che l’anticamera di una nuova guerra come dichiarò Keynes per il trattato di Versailles dopo la Prima guerra mondiale. Ma resta sicuramente altrettanto vero e più accettabile che un cessate il fuoco subito e una trattativa di pace sostenuta dai protagonisti internazionali – non come quella di Istanbul, accettata sia da Kiev che da Mosca, che poteva far finire il conflitto e venne fatta fallire dall’ex leader britannico e transatlantico Boris Johnson – con la prospettiva di una accordo di non belligeranza sarebbe a questo punto meglio di qualsiasi guerra.

L’aspettativa diffusa tra i popoli è grande, come all’interno dei Paesi coinvolti, in Ucraina dove abbiamo sostenuto ogni addestramento alle nuove armi che per miliardi e miliardi abbiamo inviato a Kiev senza accorgerci che centinaia di migliaia di giovani si organizzavano per rifiutare il reclutamento, anche a rischio della loro vita e libertà; e in Russia dove solo la fine di questa guerra può aprire una prospettiva politica diversa dal neo-zarismo putiniano dando voce a quanti la guerra non l’hanno voluta e che rifiutano i processi autarchici del potere di Putin, che indubbiamente la rivendicherà come vittoria, ben misera però; perché a ben vedere a mala pena riuscirà a nascondere la ferita nel corpo sociale della Federazione russa e nel mondo con il chiaro timore della violenza sottesa ad ogni sua promessa. Una sorta di isolazionismo forzato, «rispettato» perché armato, vincente sul terreno dei rapporti di forza ma non del diritto, della civiltà e della democrazia.

Ora, invece di intravvedere le possibilità che si apre, si ragiona come se incredibilmente la pace fosse un pericolo, un rischio. E ogni armamentario ideologico è buono, sempre nella fretta di azzerare le nostre responsabilità e il passato, quello remoto e quello prossimo che più o meno consapevolmente abbiamo vissuto tutti noi. Si ripete dagli scranni del parlamento e dei giornali mainstream che «la sicurezza è stata rimessa in discussione dalla Russia con l’invasione dell’Ucraina» e che con Tump «stiamo abbandonando il canone occidentale». Ma la domanda è: tutte le guerre che negli ultimi 30 anni l’Occidente ha condotto, con massacri di massa e spargimento di sangue in Somalia, ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia e pure in Siria quale sicurezza hanno costruito nel mondo? E quale messaggio di sicurezza e canone occidentale sono arrivati a Putin che per anni ha chiesto di non allargare la Nato a est con basi militari, sistemi d’arma, missili ai confini russi? Cosa che inesorabilmente e perfino, militarmente tronfi, abbiamo fatto contro ogni evidenza e consapevolezza, diffusa perfino nelle alte gerarchie militari occidentali e nelle analisi dei promotori bipartisan della stessa politica estera Usa?

Sarà sfuggito al cattolico presidente Mattarella che perfino papa Bergoglio per spiegare quel che è accaduto con l’Ucraina abbia azzardato la metafora pungente dell’«abbaiare della Nato ai confini russi»? E quale canone occidentale è emerso da tutte le “nostre“ guerre se non quello del «domino espansivo» – proprio come da lectio magistralis presidenziale? E poi non è singolare il fatto che mentre si azzardano paragoni con il nazismo, a fomentare nella Germania i neonazisti sia l’amico amerikano?

Ma all’occasione di una trattativa di pace, certo ambigua e pericolosa e che può risolversi in un nulla d fatto e precipitarci ancora di più nel baratro, non solo non viene colta ma si risponde con l’impegno ad aumentare i già inutili finanziamenti miliardari in armi a Kiev perché continui la guerra a nome nostro e ora addirittura con la sospensione del famigerato Patto di stabilità per produrre nuove micidiali armi. Vale a dire più odio, più vittime, più guerra. Alimentando in modo cieco l’idea che raggiungere oltre il 35% della spesa atlantica e/o un modello unificato a forza della difesa europea comune – provate a mettere insieme il controllo dell’atomica francese con il comando delle autoblinde lituane -, rappresenti la risposta alla voragine aperta dalla nuova strategia compradora-gangsteristica di Trump – questo è con chiarezza in Medio Oriente, sulla pelle dei palestinesi.

No, la risposta non sono le armi. Il vero deficit dell’Europa unita fin qui realizzata, è un deficit politico. L’Unione non ha strutturalmente una sua politica estera che è stata fin qui guidata dall’Alleanza atlantica, e a dire eterodiretta da Washington.

Prima di ogni difesa comune, dai costi impensabili, è fondamentale che l’Unione europea decida quale è il suo ruolo nel mondo e se non è ora di tornare a ragionare, oltre i troppi muri e fili spinati, degli obiettivi internazionali, inclusivi e democratici verso tutto l’Est – fin qui fatto entrare tutto nella Nato a caccia del nuovo nemico – e verso il Mediterraneo, vale a dire il segmento orientale che è fa parte della sua storia. Solo una strategia estera di pace sarà capace di togliere acqua e alimento a ogni pretesa autarchica, che cresce solo sulla base della rivendicazione nazionalista-identitaria e violenta. Altrimenti le autocrazie e l’estrema destra suprematista cresceranno nel cuore d’Europa sempre più. E a ogni rifiuto di strategia di pace dell’Europa si apriranno, come ora, crisi locali che ingoieranno ogni futuro.


Così l’America manda al macero la nostra idea di Occidente

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 

Di Andrea Malaguti, La Stampa

“La guerra non stabilisce chi ha ragione, solo chi sopravvive” –

Bertrand Russell

 

Forse è un dettaglio. Eppure, mi è rimasto in testa. Sentite queste parole: «C’è un nuovo sceriffo in città, si chiama Donald Trump». Sembra l’incipit trascurabile di una parodia di Sergio Leone. Invece a pronunciare la frase non è il meme di Clint Eastwood, ma il neo-eletto vicepresidente degli Stati Uniti, James Donald Vance, dal podio della Conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera, ancora una volta città crocevia delle nostre scelte chissà quanto revocabili. Uno non lo vorrebbe fare l’abusato parallelo tra il 1938, Hitler, i Sudeti, la pavidità europea e l’Ucraina. Eppure. Vance è un quarantenne uscito da un’infanzia problematica, un ex marine autore di un libro di grande successo (Elegia americana) che prima ha odiato The Donald e poi, una volta diventato senatore Repubblicano, ne è rimasto stregato al punto da diventare la sua ombra, il suo braccio destro e il suo ventriloquo.Arrivato in Germania, con opinabile senso della diplomazia, ha spiegato a un uditorio stupefatto lo Spirito del Tempo – «si fa come diciamo noi» – e invitato gli elettori tedeschi a schierarsi con l’estrema destra con argomenti primitivi, falsi e manipolatori, ma forse proprio per questo destinati ad andare a bersaglio.

«In Europa la libertà di parola è a rischio. I migranti minacciano i vostri valori. Fermate le politiche progressiste». E tu immaginati l’esplosione di possibilità e bellezza in un Vecchio Continente guidato da forze filo-naziste e vigilato dalle catene filo-putiniane dei poliziotti ungheresi. C’è poco da scherzare, in effetti.

Il buon JD tuona lo sdegno consegnando ai suoi occhi una fissità oscura e implacabile, con cui cerca di ricordare alla platea chi comanda. Lui. Loro. I nuovi pistoleri delle nostre vite. Una visione del futuro più simile a quella di Anders Breivik che a quella di un self-made man dell’Ohio pieno di ferite, una madre tossicodipendente, origini irlandesi-scozzesi e un’affermata moglie di genitori indiani, e che dunque, proprio per questo – per la strada fatta, il successo e il ruolo ottenuti – dovrebbe sapere cos’è la compassione e qual è la forza dell’integrazione. Ma è sempre la vita degli altri a essere sbagliata, persino pericolosa. Il velenoso spettro della “sostituzione etnica” immaginato da un’entità oscura e potentissima, ma non abbastanza da impedire l’ingresso nei Palazzi del Potere di Maga, Mega e succedanei più o meno estremisti. Inutile sottolineare che neppure la moglie di Trump è americana. Senza parlare di Elon Musk, che negli Stati Uniti è arrivato partendo dal Sudafrica.

A questo punto, purtroppo, il problema non sono più le biografie individuali, ma i cambiamenti epocali che Washington detta al pianeta trovando l’Europa impreparata e Putin, Modi e Xi Jinping felici di avere un interlocutore che parla il loro linguaggio intimidatorio. Ci siamo persi gli Stati Uniti. Il guaio è grosso, soprattutto perché gli Stati Uniti hanno perso loro stessi.

Il ribaltamento della politica atlantica è di una violenza mai vista. L’impressione è di essere finiti in un incubo notturno, uno di quelli in cui si precipita senza rete nel vuoto. Lì in genere ci si sveglia un istante prima dello schianto. Ma qui? Non c’è nulla di ordinario in quello che sta succedendo nelle prime settimane della seconda era trumpiana. È in corso una rivoluzione fondata su una visione barbarica e proterva delle relazioni internazionali, che ha poco a che vedere con certa antica nobiltà di pensiero delle destre e della sinistra classica. Una mutazione plateale che introduce un’inedita e dilagante eugenetica del potere – e dei rapporti interpersonali – dagli esiti imprevedibili. La volontà di potenza che si autolegittima sovra-interpretando il voto popolare. L’idea, non del tutto estranea a certa classe dirigente nostrana, che ogni cosa sia consentita ai prescelti dal popolo. A cominciare dalla negazione dei check and balances di montesquieuiana memoria, compresi il ruolo della magistratura e dell’informazione. E la metà del popolo che le elezioni le ha perse? Peggio per loro, peggio per tutti.

Bye bye Occidente. Si riparte da capo. Chi ha preso sottogamba un Trump sempre più inebriato dal suo meschino ruolo da solista, sbagliava. La teoria dell’Armageddon, architettata dal declinante Steve Bannon, è stata riesumata, amplificata e lanciata verso Marte dall’esercito dei crociati del dio minore della Casa Bianca, capace di radunare attorno a sé in preghiera un presepe di profeti del suprematismo che non solo se ne infischiano della loro scoperta crudeltà, ma se ne fanno vanto. E l’Europa, salvata in Normandia dallo sbarco alleato e capace di rifondarsi attorno al più sofisticato meccanismo di welfare della storia dell’umanità, paga il prezzo più alto.

Agli Stati Uniti non interessiamo più. Usa-Russia-Cina. Ciò che è fuori da questo triangolo diventa ostacolo. Abbiamo troppe regole, troppi principi, troppi valori, troppa creatività. Eravamo amici e modello. Adesso diamo fastidio. L’estromissione dal tavolo delle trattative con l’Ucraina è solo l’ultima e più dolorosa delle umiliazione. Come se questi tre anni di guerra non fossero stati affrontati da Bruxelles sventolando una bandiera della Nato a trazione americana. L’Impero a stelle e strisce, a cui troppe volte abbiamo obbedito con una docilità che sembrava stordimento, ci ha scaricato, la grammatica relazionale a cui eravamo abituati è ridotta a coriandoli. Poco importa avere magnifici rapporti personali con la Casa Bianca. Donald Trump sarà anche disponibile ad allargare le braccia per accogliere Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, e persino ad evitarci qualche dazio, ma quando imporrà le sue nuove soffocanti tariffe ai tedeschi, quale sarà il riflesso sull’economia italiana? Sul nostro export? Sulla nostra manifattura? Su un sistema industriale che ha perso il sette per cento in un solo anno? «Io credo che Meloni farà prevalere il buon senso e si schiererà con l’Europa, a vantaggio dell’Europa. È importante avere buone relazioni con l’altra sponda dell’Atlantico, e la presidente del Consiglio certamente le ha. Ma è altrettanto importante non dimenticare che per gli Stati Uniti saremo sempre dei non-americani», mi dice al telefono Maurizio Serra, diplomatico, scrittore e primo italiano a diventare “Immortale”, titolo conferito a chi ricopre uno dei quaranta scranni dell’Académie Française. Lo cerco al telefono per provare a riordinare le idee, partendo dal presupposto che l’esito della trattativa sull’Ucraina – per ora ferma alle chiacchiere – restituirà in modo chiaro la nuova temperatura del mondo. Lo faccio nelle ore in cui Bruxelles decide di svincolare le spese militari dal patto di stabilità, consapevole che il presente pretende la rapida realizzazione di un sistema difensivo degno di questo nome, capace di darci sicurezza anche in assenza delle armate trumpiane. «L’Ucraina pagherà il prezzo più alto di una soluzione ipocrita a cui tutti vogliamo arrivare. L’aspetto positivo sarà la fine della distruzione immane e delle crudeltà tipiche di guerre civili come questa. Quello negativo? Il ritorno della speculazione commerciale sulla pelle di centinaia di migliaia di vittime», dice Serra. Qualcuno dirà che Putin ha trionfato. Altri daranno il merito a Trump. Io temo che chiameremo “pace” qualcosa che non solo definirà una vittoria, forse inevitabile, della Russia, ma sancirà definitivamente che il (fu) mondo Occidentale è disposto a riconoscere che un Paese può invadere un altro Stato sovrano. Constatazione pericolosa se ti chiami Europa e hai mille chilometri di confini condivisi con Mosca. Resto sempre con Bertrand Russell. «La guerra non stabilisce chi ha ragione, solo chi sopravvive». Noi sopravviveremo? «L’Europa ha dato ben modesta prova di sé, in questi anni, con le fughe in avanti sull’Ucraina di Macron e Scholz. È tempo che ritrovi uno spirito unitario. Che si schieri attorno a dei valori e ad una cultura comuni», chiosa Serra.

Bisogna fare in fretta. Immaginare un piano Marshall continentale che scorpori dal patto di stabilità non solo le spese militari, ma anche quelle per l’intelligenza artificiale, la transizione ecologica, la sburocratizzazione. La creazione di nuovi pilastri da cui ripartire. Di nuovi leader. Di nuove idee, mentre, travolti dallo tsunami Maga-Mega, e alla vigilia delle elezioni tedesche, i progressisti del Vecchio Continente sembrano intenti a “filar caligo”. Il tempo è finito.

Qualche giorno fa, all’Istituto Sociale di Torino, alla fine di un incontro con gli studenti di terza, una ragazza, una sedicenne, mi si è avvicinata e mi ha detto: «Confesso che sono divisa tra due emozioni: la paura e la voglia di fare. Dove la troviamo la capacità per invertire la rotta?». Mi è venuta in mente la risposta del mio professore di filosofia del liceo. «Il cambiamento è nascosto nell’imprevedibile». Pensavo di essermela cavata. Lei mi ha guardato sfidante: «Che cos’è l’imprevedibile?». Una sua compagna di classe mi ha tolto dall’imbarazzo. L’ha presa per un braccio e le ha detto: «Noi».

Nell’immagine: J.D. Vance


Medvedev deride l’Europa: “È finita”. E Putin prepara il team per i colloqui

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 

Di Rosalba Castelletti, La Repubblica

È alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco che nel 2007 Putin tenne il discorso passato alla storia come lo strappo definitivo con l’Occidente. Attaccò il «mondo unipolare», governato dagli Usa dopo il crollo dell’Urss, «un mondo — disse — con un unico padrone, un unico sovrano», e denunciò l’allargamento a Est della Nato. Non lo presero sul serio. È singolare che proprio a Monaco oggi si stia compiendo la sua nemesi per mano proprio del contestato “padrone” statunitense.

L’immarcescibile Dmitrij Medvedev non si trattiene dalla contentezza. Il vicepresidente JD Vance che «rimprovera duramente gli europei» è quanto di meglio potesse sperare. «La congrega anti-russa di Monaco è rimasta turbata. Glielo avrebbero rinfacciato, se non fosse il capo americano. Ma dal momento che lo è, lasceranno correre e ingoieranno con risentimento quella brutale reprimenda del loro socio senior», commenta l’ex presidente, oggi numero due del Consiglio di Sicurezza. «Vance non ha detto che la verità. L’Europa di oggi è una strega amara e debole che cerca di travestirsi da giovane e sorprendente bellezza. La sua era è finita». Medvedev, ovviamente, ne ha anche per il presidente ucraino Zelensky, «il pagliaccio di Kiev» lo chiama con tanto di emoticon. «Ha rimproverato Trump per tutto il possibile. Cioè, il mendicante e ladro fallito ha sputato nella mano del donatore. La domanda è: come reagirà Trump?». Già, Trump.

Il primo a dire che il leader Usa stesse facendo il lavoro sporco per Mosca è stato giorni fa Evgenij Popov di Rossija1: «Volevamo fare a pezzi il mondo occidentale, ma ha deciso di farlo da sé». Poi ai media statali e filogovernativi è arrivata la solita velina del Cremlino con l’ordine di enfatizzare la leadership del presidente russo Vladimir Putin, minimizzare il ruolo di Trump e menzionarlo il meno possibile per evitare che sembri che stia avendo successo dove Putin ha fallito. E dunque niente più panegirici di Trump, ma affondi contro l’Europa in vista delle trattative a tu per tu con gli americani che dovrebbero prendere il via in Arabia Saudita.

Stando a Bloomberg, Mosca starebbe schierando «una squadra di negoziatori di peso»: Jurij Ushakov, 77 anni, ex ambasciatore negli Usa e consigliere per la politica estera del Cremlino, e Sergej Naryshkin, 70 anni, ex Kgb, oggi a capo del Servizio di intelligence estero Svr. Il capo del Fondo di investimenti diretti Kirill Dmitriev, finanziere 49enne formatosi a Stanford e Harvard, potrebbe ritagliarsi il ruolo di tramite non ufficiale dopo aver facilitato lo scambio di prigionieri. «Un gentiluomo», lo ha chiamato l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff. Ma l’apparenza potrebbe ingannare. Le indiscrezioni, se confermate, osserva Bloomberg, «sottolineano quanto il leader russo sia determinato a garantire un esito favorevole in qualsiasi trattativa e potenzialmente quanto poco le sue richieste in relazione all’Ucraina siano cambiate in tre anni».

Nell’immagine: Medvedev con Putin


Pax trumpiana

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 


Le radici delle destre sono anzitutto razziste

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 

Di Bruno Montesano, il manifesto

E se il problema del fascismo andasse compreso non attraverso analogie con gli anni Trenta del Novecento ma guardando alla più lunga dinamica razziale? Alberto Toscano, in Tardo Fascismo. Le radici razziste delle destre al potere (Derive Approdi, pp. 176, euro 18), affronta la marea nera decentrando lo sguardo rispetto agli sforzi comparatistici che spesso terminano in assoluzioni. Dal momento che i fascisti non marciano al passo dell’oca, è sbagliato chiamarli con il proprio nome. Questa sembra la tesi di molti difensori della nuova classe dirigente euro-atlantica.
Ma il fascismo va guardato dal punto di vista di chi non ha mai goduto della libertà democratica: i soggetti razzializzati rinchiusi in ghetti e prigioni, piantagioni e riserve. Così come chi è stato ucciso nella conquista della frontiera e della colonia o nello stato di eccezione imposto per reprimere il dissenso. In questo senso Black Lives Matter non si opponeva solo ai movimenti di estrema destra ma alla violenza che nega diritti su base razziale.

BISOGNA QUINDI scomporre quell’idea razzializzata di classe operaia che sta dietro a concetti come «dimenticati della globalizzazione» e white working class per capire cosa stia avvenendo negli Stati Uniti e in Europa: la bianchezza, scrive Toscano, è diventata «il complemento di una nozione politicamente vuota o spettrale della classe operaia». Ma «lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva», per dirla con il molto citato Hölderlin diPatmos: la classe va riscoperta come «antidoto» alla sua strumentalizzazione in «veicolo del virus fascista».
Il nuovo fascismo, mimando una politica di classe, è in realtà una nostalgia per il periodo d’oro del fordismo, fondato su «un’immagine razzializzata e di genere dell’operaio industriale» riconosciuto dentro la cornice dello stato-nazione. «Premessa utopica perversa», il fascismo, come spiegava Ernst Bloch, si fonda su una paura della retrocessione che si accompagna al desiderio di ordine e benessere, sospeso tra un passato non realizzato e un futuro irrealizzabile. L’analisi di Toscano permette di comprendere anche la specificità del fascismo statunitense, dove la conquista della frontiera o il mantenimento della schiavitù si fondava su un uso privato, dal basso, della violenza. Il fascismo negli USA ha quindi una dimensione individualista e policentrica rispetto all’Europa dove lo stato ha avuto un ruolo ben più rilevante.

A VENIR RISCOPERTA, oltre alla tradizione del pensiero radicale nero, sono le riflessioni di vari intellettuali che si confrontarono con il fascismo a partire dalla sua dimensione psichica, in particolare nell’alveo della Scuola di Francoforte. Adorno così ci aiuta a comprendere, ad esempio, il rapporto utilitaristico che lega il leader alle sue folle. «Gli adepti, per il solo fatto di far parte del gruppo d’appartenenza, sarebbero migliori, superiori o più puri di coloro che ne sono esclusi». E se il capo fascista sembra una «macchietta» o uno «psicopatico sociale», ciò è dovuto al fatto che questi debba «canalizzare alcuni dei sentimenti di inferiorità del suo seguito». Così come l’apparente contraddittorietà di nostalgie razziali e neoliberismo, di opposizione alla globalizzazione e discorsi sulla libertà di parola limitata dal politicamente corretto convergono in un’ideologia composita capace di intercettare e deviare le aspirazioni di classi differenti.
Anche la contrapposizione tra liberalismo e fascismo va quindi ripensata: c’è una specifica idea di libertà fascista da un lato e di subordinazione propria del liberalismo autoritario dall’altro che scompongono le dicotomie.

SE NEGLI ANNI VENTI del Novecento, il grande pensatore neoliberale austriaco Ludwig Von Mises salutava il fascismo come una positiva forma di protezione del mercato dal rischio socialista, poco più tardi diversi teorici del nazismo articolavano il proprio antisemitismo in termini di ctonia libertà tedesca da contrapporre alle astrazioni del giudaismo, al contempo capitalistico e bolscevico.
Il tardo fascismo è quindi tanto una reazione contro alcuni aspetti del neoliberalismo ridefiniti in termini razziali, quanto un investimento libidico nella dimensione repressiva dello stato. Stuart Hall, alla fine degli anni settanta, occupandosi del thatcherismo, aveva colto questo intreccio: quando il potere non può essere democratico e popolare deve rivolgersi al populismo razzista per catturare le masse. Ridefinendo la loro rabbia in rancore razzista e misogino, il neoliberalismo fabbrica così il consenso necessario a realizzare politiche anti-popolari.
Forgiare nuove coalizioni ha a che fare con la dismissione di fantasie romantiche sull’identità e con il contrasto dei mostruosi incubi del dominio e della sottomissione che la crisi capitalistiche «rigurgita(no) con così triste regolarità».

Nell’immagine: Una installazione di Antony Gormley


Roettgen: “Oggi sembra di essere tornati a Monaco 1938. Doveva essere una pace, fu un’illusione”

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Sono parole durissime quelle che uno dei più importanti politici della Cdu, l’ex ministro e grande esperto di politica estera Norbert Roettgen, consegna a Repubblica. Dopo leincursioni di JD Vance nella politica tedesca ed europea, dopo la telefonata tra Trump e Putin, l’ex presidente della Commissione esteri vede cupe analogie con la Monaco del 1938. L’ordine transatlantico del dopoguerra è tramontato. “E noi europei, ora, siamo soli”. Mentre il sostegno del vice di Trump all’Afd è semplicemente “sconvolgente” e “inaccettabile”.

Roettgen, è una Conferenza sulla sicurezza che resterà nella storia. Ieri mattina la premier danese Mette Frederiksen ha citato quella del 1938 e dell’appeasement di Chamberlain. E la telefonata dei giorni scorsi tra Trump e Putin con le enormi concessioni alla Russia fanno pensare al peggio.

“Anche io sto pensando molto alla Monaco del 1938: sembrava una promessa di pace, fu un’illusione, si sottovalutò l’aggressore. Chamberlain si illudeva che, se avessimo gettato la regione dei Sudeti in pasto a Hitler, avremmo avuto la pace. Un’idea dettata solo dal proprio desiderio di pace, non da una valutazione realistica dell’aggressore. Il parallelismo c’è. Nessuno parla del fatto che Putin non ha ancora accennato a rinunciare in alcun modo alle sue intenzioni di trasformare la Russia in un impero attraverso la guerra. Parliamo solo di noi, dell’Occidente. Ma non siamo noi il problema. Quello a cui stiamo assistendo è una rottura su diversi piani della politica transatlantica. Per la prima volta dal 1941, dall’entrata in guerra degli Stati Uniti, la sicurezza dell’Europa non è più considerata un interesse americano di per sé. Questa è una novità. In più, assistiamo a una politica di concessioni preliminari a favore di Putin e osserviamo che l’Europa viene ignorata, idem l’Ucraina, che al massimo viene informata a posteriori. E nel discorso di Vance si coglie anche un diretto tentativo di indebolimento, un attacco morale alla democrazia europea, un’accusa di repressione dei nostri popoli, della stampa e della libertà di espressione. E c’è l’aperta propaganda a favore di un partito estremista e in gran parte incostituzionale, l’Afd. Le novità sono tante. Ma si possono riassumere così. Da questo fine settimana a Monaco è chiaro che noi europei siamo soli. E che dobbiamo agire”.

Zelensky ha detto che non firmerà nulla finché non ci saranno garanzie di sicurezza. Ma gli europei sembrano già divisi. Quindi cosa farà la Cdu/Csu quando sarà al governo?

“All’interno della Cdu siamo davvero molto, molto uniti. E credo anche che, insieme a molti altri in Europa, siamo uniti nella valutazione che questa guerra della Russia contro l’Ucraina riguardi la nostra stessa sicurezza europea, su cui non possiamo scendere a compromessi. La sicurezza deve essere garantita a tutti i costi. E per questo non parteciperemo in alcun modo al fatto compiuto. Se Trump e Putin dovessero prendere accordi di qualsiasi tipo e pretendere che l’esecuzione e l’attuazione di tutto ciò sarà compito vostro, non funzionerà. E credo anche che il presidente americano stia attualmente sopravvalutando le possibilità americane, per quanto enormi siano. Trump non vuole garantire la sicurezza in Europa. Ma così si è già privato della possibilità di influire. Ora noi europei dobbiamo diventare robustamente, rapidamente fornitori di sicurezza per l’Ucraina”.

Quindi inviare le truppe lì.

“Non truppe. L’Ucraina ha bisogno di armi e munizioni affidabili. Deve essere in grado di difendersi meglio. Questa è la cosa più importante. E naturalmente dobbiamo chiarire la questione del finanziamento. È arrivato il momento di agire rapidamente: il patrimonio statale russo confiscato e congelato dovrebbe essere usato come garanzia per l’emissione di un bond che alimenti una banca per il riarmo. Le sanzioni sono sempre prolungate per sei mesi. La prossima scadenza è giugno e questo piano deve essere deciso entro quella data: con la nuova politica americana dobbiamo aspettarci che Orbán e Fico, ad esempio, non approveranno più le sanzioni”.

Prima Elon Musk, ora il vicepresidente JD Vance hanno espresso il loro sostegno all’Afd. Cosa ne pensa?

“Si tratta di una nuova dimensione dell’ingerenza americana in Europa. E un conto è che Elon Musk si sia espresso in questo modo. Un altro che lo faccia un vicepresidente eletto. Mi pare coerente, comunque, il sostegno a un partito in gran parte anticostituzionale, l’Afd, che persegue anche l’obiettivo di far perdere alla popolazione la fiducia nella nostra democrazia. E’ un evento unico nei rapporti transatlantici, la cui drammaticità è difficile da sottovalutare”.

La Cdu/Csu cederà o dirà ancora più decisamente di no all’Afd?

“La Cdu/Csu è il partito che ha contribuito a costruire questa repubblica e questa democrazia, ed è assolutamente chiaro che non possa avere nulla a che fare con un partito in gran parte anticostituzionale”.

Ma stiamo parlando di una pressione che viene dalla superpotenza più importante del mondo.

“Non è una pressione: è un comportamento assolutamente inaccettabile. La pressione deriva piuttosto dal cambiamento della politica di sicurezza americana in Europa. Se gli Stati Uniti abbandonano il loro ruolo storico, ciò crea una pressione immediata e bisogna farvi fronte. Ma noi siamo un partito transatlantico. E non avremmo mai pensato e non avremmo mai voluto immaginare di vivere ciò che abbiamo vissuto venerdì. E’ sconvolgente, non c’è dubbio. Ma noi non cambiamo”.

Nell’immagine: Norbert Roettgen


La rinascita del nucleare che tarda ad arrivare

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 

Si chiamano SMR, Small Modular Reactors, i nuovi marchingegni su cui scommettono coloro che sognano di una rinascita del nucleare. Ma così come la tanto decantata rivoluzione degli EPR, i reattori di quarta generazione, non sembra aver attecchito, anche quella delle mini-centrali nucleari modulari pare avere piombo nelle ali. Ad affermarlo è l’ultimo “World Nuclear Industry Status Report”, rapporto che fornisce un quadro complessivo tutt’altro che idilliaco del mercato del nucleare e che giudica ingiustificato anche l’entusiasmo suscitato dai mini-reattori nucleari modulari, sottolineando che “il divario tra l’entusiasmo per i mini-reattori, da parte di politici e industria nucleare, e la realtà continua a crescere”.

Perché allora nelle scorse settimane Google ha annunciato di volersi dotare proprio di questo tipo di centrali nucleari? Il motivo è semplice: Google s’è impegnata a utilizzare entro il 2030 solo energia che non genera emissioni di CO2. Ma un’azienda tecnologica che intende rimanere competitiva anche nel campo dell’intelligenza artificiale necessita di enormi quantità di elettricità: le applicazioni di intelligenza artificiale, come ChatGPT, consumano infatti molta più energia dei motori di ricerca tradizionali. Ecco perché negli ultimi due anni il fabbisogno di energia elettrica di Google è letteralmente esploso e così, invece di diminuire come previsto nei piani, le emissioni di CO2 del gigante informatico hanno iniziato ad aumentare in modo massiccio: nel solo 2023 sono cresciute del 13%. Negli Stati Uniti una parte importante dell’elettricità è infatti tuttora prodotta tramite centrali a carbone e a gas, le quali sono responsabili di 1/3 delle emissioni totali di CO2 dell’intero paese.

Un concetto vecchio di 70 anni

Il concetto dei cosiddetti mini-reattori nucleari risale agli albori dell’energia nucleare negli anni ’50, in particolare al tentativo di utilizzare l’energia nucleare anche come tecnologia di propulsione e per conferire in particolare una maggiore autonomia alle porta-aerei e ai sottomarini dotati di missili strategici. Attualmente navigano sui mari del nostro pianeta circa 160 navi a propulsione nucleare. Si tratta in grande maggioranza di navi da guerra, ma ve ne sono anche alcune utilizzate a scopi scientifici, o come rompighiaccio. Per quel che concerne invece le navi commerciali a propulsione nucleare, dal 1962 ad oggi, ne sono state varate solo quattro. La prima, l’americana Savannah, è rimasta in servizio soltanto fino al 1970 e da allora serve da nave museo. Ad altre due, la tedesca Otto Hahn e la giapponese Mutsu, sono stati sostituiti i reattori nucleari con i molto più economici motori a diesel. L’ultima, il cargo sovietico Sevmorput entrato in servizio nel 1988, è l’unico mercantile a solcare ancora oggi saltuariamente i mari.

L’odissea dell’ultimo cargo nucleare rimasto

Pochi mesi dopo il suo varo, il Sevmorput s’è visto negare l’attracco di diversa porti della stessa Unione Sovietica, ossia in quelli di Nakhodka, Vostochny, Magadan e Vladivostok, ciò a causa delle proteste popolari e del rifiuto dei lavoratori portuali di caricare o scaricare qualsiasi merce e di fornire servizi portuali al cargo per via dei timori di fuoriuscita di radiazioni. Da notare che la catastrofe di Chernobyl era avvenuta solo pochi anni prima e che, appena una settimana prima dell’entrata della Sevmorput nel porto di Vladivostok, i giornali locali avevano riportato un’emergenza verificatasi a bordo del rompighiaccio nucleare Rossiya.

All’inizio le autorità sovietiche avevano previsto di utilizzare questo cargo nucleare per trasporti internazionali, e avevano chiesto al Canada il permesso di fare scalo nel porto di Vancouver, permesso che fu tuttavia negato, perché le misure di evacuazione e di risposta alle emergenze della città non erano ritenute adeguate a gestire un incidente che avesse coinvolto il reattore nucleare della nave. In seguito, il Sevmorput fu dunque utilizzato principalmente per trasportare merci sulla rotta fra i due porti sovietici di Murmansk e Dudinka situati sul mare polare artico, nonché per alcuni viaggi verso il Vietnam. Da notare che nella sua veste di mercantile il Sevmorput non ha mai permesso di coprire i costi, le sole spese giornaliere di funzionamento aggirandosi attorno ai 90’000 $ americani.

Nel 2007 si decise dunque di convertirlo nella prima nave da trivellazione nucleare al mondo e di dedicarla alla ricerca di idrocarburi nell’Oceano Artico. Questo progetto fu però presto abbandonato e la nave rimase ancorata per anni al largo del porto di Murmansk in attesa di essere smantellata. Nel 2013 anche la decisione di smantellarla fu revocata e così, dopo essere stata “messa in naftalina” per ben 9 anni, nel 2016 Sevmorput è tornata a navigare. Da allora ha effettuato trasporti saltuari ed è stata a più riprese in cantiere per riparazioni, l’ultima volta a fine 2023, dopo lo scoppio di un incendio a bordo. Come dire che, dal punto di vista economico, la propulsione nucleare appare tutt’altro che redditizia.

Il rilancio del mini-nucleare in veste civile

Recentemente sono stati proposti tutta una serie di nuovi concetti di SMR, che vanno dai mini-reattori ad acqua leggera, ai reattori ad alta temperatura o a sali fusi, ma per i quali, almeno finora, l’esperienza industriale è scarsa o addirittura inesistente. Le aree di applicazione in discussione per queste tecnologie vanno dall’alimentazione elettrica decentralizzata per l’industria e i centri urbani, al teleriscaldamento, alla desalinizzazione dell’acqua di mare e alla fornitura di energia elettrica ai voraci centri di calcolo.

Alla stessa stregua delle centrali nucleari convenzionali, questi mini-reattori modulari dovrebbero generare energia elettrica tramite la fissione nucleare, ma con una potenza massima ridotta, che andrebbe da un minimo di 5 a un massimo di 300 megawatt. Per fare un confronto: la potenza dei reattori delle centrali nucleari tradizionali varia dai 1’300 ai 1’600 Megawatt. Quel che distingue gli SMR dalle centrali nucleari tradizionali è che non sarebbero costruiti singolarmente in loco, ma prodotti in massa in apposite fabbriche, da cui il termine di “modulari”, per poi essere trasportati e montati nelle rispettive località.

Controversia sulla sicurezza dei mini-reattori

Stando ad Annalisa Manera, docente di sistemi nucleari al Politecnico di Zurigo, i piccoli reattori modulari non sono solo più flessibili, ma sarebbero anche più sicuri, perché, essendo più piccoli, contengono meno materiale fissile e inoltre perché il loro design più compatto consentirebbe di installarli sottoterra, rendendo le conseguenze di un incidente nucleare meno gravi.

Uno studio, commissionato dall’Ufficio federale tedesco per la sicurezza della gestione dei rifiuti nucleari alla Technische Universität Berlin e al Physikerbüro Bremen, è giunto invece a una conclusione molto più critica. Nello studio dal titolo „Analyse und Bewertung des Entwicklungsstands, der Sicherheit und des regulatorischen Rahmens für sogenannte neuartige Reaktorkonzepte“, gli autori hanno confrontato i vari concetti di mini-reattori in termini di sicurezza, efficienza economica e consumo di combustibile, giungendo alla conclusione che, anche se il rischio di incidenti nucleari di questi reattori è fondamentalmente più basso rispetto a quello delle grandi centrali nucleari, ciò a causa del minore stock di materiale radioattivo, se si tiene però conto dell’elevato numero di reattori necessari e delle relative problematiche per quel che concerne la fornitura di materiale fissile e dello smaltimento delle scorie radioattive, questo vantaggio risulta fortemente relativizzato.

Secondo Christian Kühn, direttore dell’Ufficio federale tedesco per la sicurezza della gestione delle scorie nucleari: “chi oggi diffonde euforia in relazione ai concetti di reattori alternativi nasconde le questioni senza risposta e i rischi per la sicurezza”. Un solo esempio: è previsto che i mini-reattori modulari commissionati da Google a Kairos Power saranno raffreddati con sale liquido. Se da un lato il sale è in grado di rimuovere il calore in modo più efficace dell’acqua, dall’altro esso è altamente corrosivo, il che richiede l’adozione di misure di sicurezza aggiuntive per evitare gravi danni da corrosione ai materiali dei mini-reattori.

A ciò va aggiunto il fatto che sarà ben difficile che l’elettricità prodotta dai mini-reattori sia meno cara di quella prodotta tramite il fotovoltaico e l’eolico, le due rinnovabili che sono oggi di gran lunga quelle più a buon mercato, anche qualora vi si aggiungessero impianti di stoccaggio di elettricità su batterie.

Mini-reattori: un business tutt’altro che acquisito

Dieci anni fa, NuScale, la start-up nata dall’Università statale del l’Oregon e quotata in borsa, appariva in piena espansione. Prometteva una nuova era di mini-reattori nucleari modulari, più economici, più facili da costruire e più sicuri. L’anno scorso i media nazionali e internazionali avevano riportato la notizia che NuScale aveva ottenuto dalla Nuclear Regulatory Commission degli Stati Uniti la licenza per costruire nell’Idaho il primo mini-reattore nucleare modulare degli USA, un reattore che avrebbe dovuto fornire elettricità ad alcuni distretti dello Utah. I media avevano presentato il progetto come la soluzione high-tech al surriscaldamento del clima. Sembrava quasi troppo bello per essere vero e difatti così è stato. Il progetto di NuScale s’è rivelato un castello di carte. Non solo nel corso degli anni il costo del mini-reattore è più che raddoppiato, ma esso ha pure accumulato sette anni di ritardi rispetto al programma iniziale e infine il committente s’è ritirato.

Dopo aver perso il suo unico cliente, il CEO della start-up ha venduto la maggior parte delle sue azioni, causandone il crollo in borsa. Poco dopo NuScale ha licenziato quasi un terzo dei suoi impiegati, gli investitori hanno sporto denuncia e la ditta è stata indagata per frode. L’ultimo atto di questo dramma “nucleare” s’è concluso lo scorso ottobre, quando la star-up ha dichiarato la bancarotta.

Negli ultimi anni i cosiddetti mini-reattori modulari (SMR) hanno suscitato molta pubblicità e molto clamore, ma in realtà finora non ne è stato messo in funzione uno solo e, a causa dei costi proibitivi, è tutt’altro che probabile che in futuro se ne fabbrichino a migliaia. Ciò non significa che in giro per il mondo non vi siano alcune dozzine di piccoli reattori, ma nessuno di loro è stato costruito in modo modulare, in serie e in una fabbrica. Dal punto di vista strettamente economico il problema è proprio questo: per essere competitivi i mini-reattori dovrebbero essere prodotti in grandi serie con moduli standardizzati, solo così sarebbe effettivamente possibile abbassarne i costi. Detto questo, tutti gli altri problemi tipici del nucleare rimangono: dove, da chi e a quale prezzo procurarsi il combustibile, come garantirne la sicurezza anche dal punto di vista militare, quando si sa che Putin fa bombardare in modo sistematico le infrastrutture energetiche dell’Ucraina, dove depositare per centinaia di migliaia di anni in modo sicuro le scorie radioattive, ecc. E non da ultimo: chi vorrebbe trovarsi come vicino di casa un reattore nucleare, fosse anche solo “mini” e modulare?

Una messa in guardia agli investitori troppo ottimisti

Stando all’International Atomic Energy Agency, a livello globale sono attualmente in fase di studio o di sviluppo oltre 80 diversi concetti di mini-centrali nucleari modulari e, non a caso, la propaganda per questo genere di impianti si sta facendo sempre più insistente.

L’istituto IEEFA (Institute for Energy Economics and Financial Analysis) ha esaminato attentamente i dati disponibili sui costi previsti da alcuni dei principali sviluppatori di mini-reattori nucleari modulari (SMR) degli Stati Uniti. I risultati dell’analisi mostrano chiaramente che questi reattori sono ancora troppo costosi, troppo lenti da costruire e troppo rischiosi da poter essere una soluzione alla crisi climatica. L’IEEFA mette quindi in guardia le aziende che stanno prendendo in considerazione gli SMR, incitandole a confrontare i costi crescenti degli SMR con quelli noti e confermati delle rinnovabili e a confrontare i tempi necessari alla realizzazione delle due tipologie di impianti. Secondo l’IEEFA, le aziende che dovessero scegliere l’opzione SMR e le banche che le finanziano dovrebbero inoltre essere tenute a informare gli azionisti sui rischi che corrono con questo tipo di investimento, in particolare per quel che concerne lo sviluppo imprevedibile dei costi e dei tempi necessari alla realizzazione di questo tipo di impianti.

La “nave” delle rinnovabili è oramai salpata

Non è certamente un caso se l’anno scorso negli Stati Uniti la parte del leone degli investimenti in campo elettrico è andato alle rinnovabili. Secondo le cifre ufficiali dell’U. S. Energy Information Administration l’anno scorso sono infatti entrati in funzione nuovi impianti fotovoltaici su scala industriale per una potenza di 34 GW (cifra che non include quelli installati dai privati), il che rappresenta un aumento del 74% rispetto alla crescita già da record del 2023. Per quel che concerne gli impianti di stoccaggio di elettricità su batterie di rete la crescita negli USA è addirittura raddoppiata, passando da 6, 6 GW nel 2023 a 13 GW nel 2024. L’eolico ha visto dal canto suo un incremento di oltre 7 GW rispetto all’anno precedente. Queste cifre vanno confrontate al misero incremento di 1 GW di energia nucleare. A inizio febbraio di quest’anno – si tratta delle ultime cifre disponibili – il fotovoltaico e l’eolico rappresentavano il 22% della produzione di elettricità negli Stati Uniti, ossia il 33. 3% in più dell’anno precedente.

L’autore è giornalista e gestisce il sito climatizzati.ch
Nell’immagine: il prototipo di uno Small Modular Reactor


La gran tolla di una società ticinese in Sardegna

Replica sulla politica israeliana di repressione nei territori occupati – Di Patrizio Fenini 

La cartolina non è quella tipica della Sardegna mare smeraldo e ville di lusso. Quando, dopo un’oretta di auto da Cagliari, raggiungiamo il polo industriale di Portovesme, nel sud-ovest dell’isola, a colpirci è il color ruggine. Sono ruggini i nastri trasportatori, i silos, le tante ciminiere spente e gran parte degli stabilimenti dall’aria dimessa. In prossimità della centrale a carbone Enel, obsoleto cuore energetico sardo, prendiamo una stradina sterrata che ci porta al mare, contornando la famosa discarica dei fanghi rossi. Dall’esterno non si vede nulla, ma il satellite mostra un enorme bacino rossastro: si tratta degli scarti della lavorazione della bauxite. Un tempo, qui, si compiva l’intero ciclo di produzione dell’alluminio: in porto arrivava la bauxite che veniva prima trasformata in allumina, successivamente in alluminio primario e poi in prodotti semilavorati. Si parla al passato, perché sono anni che la filiera è stata fermata, nonostante le promesse e le grandi mobilitazioni operaie.

Il “Messia” giunto da Lugano

«Dopo la vertenza con l’Alcoa, ho vissuto quattro anni in questa tenda davanti ai cancelli. Poi nel 2018 ho ripreso a lavorare, pieno di speranze. La nuova proprietà svizzera aveva promesso assunzioni e il rilancio della produzione. Ma non è stato fatto nulla, se non smantellare parte della fabbrica». Andrea* è un operaio specializzato che lavora per una ditta del gruppo Sider Alloys, la società di Lugano che nel 2018 ha acquisito l’unico impianto italiano che produceva alluminio primario**.

Lo incontriamo alla fine del suo turno, nel parcheggio aziendale desolatamente vuoto, di fronte ai quattro immensi silos – anch’essi vuoti – dove veniva stoccata l’allumina prodotta dall’adiacente Euroallumina, azienda di proprietà della russa Rusal, ferma dal 2009. L’operaio ci racconta di quando producevano 150mila tonnellate annue di alluminio di prima qualità, venduto a clienti come la Ferrari. La multinazionale americana Alcoa se n’era andata nel 2012, puntando su un nuovo stabilimento in Arabia Saudita. Seguì un periodo di lotte e di vuoto, apparentemente colmato nel 2018 dall’arrivo di Giuseppe Mannina, presunto Messia giunto dal Ticino.

L’imprenditore di origine siciliana, già responsabile della filiale di Mosca della luganese Duferco, aveva proposto all’allora ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda di far ripartire una produzione giudicata strategica. Lo stabilimento copriva infatti il 15% circa del fabbisogno italiano. La Sider Alloys di Mannina, società di trading senza storia produttiva, prese così possesso dell’impianto per 1 euro simbolico. La promessa: reintegrare gli oltre 400 operai e portare avanti un piano industriale da 150 milioni di euro, tra fondi propri, finanziamenti pubblici, prestiti a tasso agevolato e una dote di 20 milioni lasciata dall’Alcoa.

In realtà, ci dice Andrea, è stato fatto poco: «È stata riattivata la fonderia, ma il cuore dello stabilimento – la sala elettrolisi per la produzione di alluminio primario – è stata smantellata e vario materiale è stato venduto. Doveva essere installata una nuova tecnologia cinese, ma il suo mancato arrivo è stato giustificato con ogni tipo di scusa, dalla pandemia alle guerre».

Oggi qui lavorano meno di 80 persone, affrante e sempre più arrabbiate dai ritardi nel pagamento degli stipendi, dalle ferie forzate e del mancato versamento della tredicesima. Proprio il giorno del nostro arrivo, Giuseppe Mannina si è presentato in fabbrica per raccontare ai lavoratori che le banche dovrebbero concedergli nuovi crediti: a suo dire servirebbero altri 200 milioni per rilanciare la produzione. Ma nessuno, nel profondo Sulcis, ci crede più.

Lugano – Lussemburgo – Isole Vergini

Secondo i bilanci che abbiamo potuto consultare, nel 2023, la Sider Alloys Italia SPA – la società che controlla l’impianto sardo – ha venduto per oltre 1 milione di euro di alluminio alla Sider Alloys SA di Lugano. In molti si chiedono da dove arrivi questo materiale, dato che la produzione di alluminio primario è ferma mentre quello riciclato è lavorato per conto di clienti terzi. «È possibile che si tratti dell’alluminio ancora presente in azienda, nelle celle elettrodiche smantellate, e poi venduto in Svizzera» ci dice ancora Andrea. Che aggiunge: «Tutto quello che ha potuto essere venduto è stato venduto, e ora non abbiamo neanche un chiodo».

Sider Alloys SA ha sede a Lugano, presso gli uffici di Trasteel, una società attiva nel commercio e nella produzione di acciaio fondata nel 2009 da Massimo Bolfo, nipote del patron di Duferco Bruno Bolfo, e da alcuni manager fuoriusciti dalla stessa Duferco, all’epoca uno dei più importanti commercianti di prodotti siderurgici al mondo. Nel capitale di Trasteel era entrato anche lo stesso Mannina che, in parallelo, ha deciso di scommettere anche sull’alluminio con il progetto Sider Alloys lanciato verso il 2010.

Seguendo l’esempio di Duferco, Sider Alloys (e Trasteel) ha creato una propria holding in Lussemburgo, anche se il cuore operativo e decisionale resta Lugano. Proprio da alcuni documenti depositati nel registro di commercio del Gran Ducato emerge che la holding madre, nel dicembre 2019, ha ricevuto 4 milioni di euro a titolo di aumento di capitale da una società delle Isole Vergini Britanniche, la Idabel Limited, riferibile allo stesso Mannina. Poco dopo, la ticinese Sider Alloys Intl SA, un’altra entità della stessa galassia societaria, aumenta a sua volta il capitale di 4 milioni di franchi. Un giro di soldi volto a rilanciare lo stabilimento sardo, da poco sotto il controllo di Sider Alloys? Non lo sappiamo, ma dato i risultati sul campo non si direbbe che ciò sia bastato.

Tavolo di crisi convocato a Roma

«L’Alcoa ha lasciato un impianto pronto a ripartire che invece è stato da subito smantellato. Sider Alloys in sette anni non ha fatto nulla se non prendersi i soldi. È ora di dire basta: la società non è più credibile e se ne deve andare». Roberto Forresu, segretario regionale della FIOM, non usa mezzi termini di fronte all’operato dell’azienda di Lugano. Ci ha dato appuntamento nella sede del sindacato CGIL di Carbonia, cittadina di un entroterra da cui un tempo si estraevano carbone e altre materie prime. Il sindacalista è una memoria storica del polo industriale del Sulcis, creato dall’ente pubblico nel 1960 e che è arrivato ad impiegare fino a 12.000 persone. Oggi sono meno di 2.000.

Il caso Sider Alloys è sintomatico di un territorio sempre meno attrattivo, se non per spericolati capitani d’industria alla Giuseppe Mannina, con poca esperienza nel mondo dell’alluminio. La vertenza Sider Alloys ha ormai preso una dimensione nazionale. Anche perché lo Stato italiano, attraverso l’Agenzia nazionale per lo sviluppo d’impresa (Invitalia), detiene il 20% della fabbrica: «Lo Stato è complice, non essendo stato in grado di controllare lo scempio che ci ha portato all’attuale disastrosa situazione». Il ministro Adolfo Urso ha convocato un tavolo di crisi il 30 gennaio 2025, dal quale è stata esclusa all’ultimo momento la società. Per Roberto Forresu, l’obiettivo è ormai chiaro: «Il Governo deve cercare nuovi soggetti imprenditoriali, dato che in Sider Alloys non crediamo più».

Assemblea operaia

Il 17 gennaio il ministro Adolfo Urso ha convocato a Roma le istituzioni regionali per affrontare le problematiche dell’industria del Sulcis. Oltre al caso Sider Alloys, vi è anche la vertenza che concerne un’altra multinazionale svizzera: la Glencore, proprietaria della Portovesme SRL, che ha deciso a fine 2024 di chiudere la linea di produzione dello zinco, dopo aver chiuso quella del piombo nel 2023. Circa 1.200 persone, tra diretti e indiretti, rischiano il posto di lavoro. Una mazzata sul tessuto socio-economico di una regione già in crisi. Per questo a Portoscuso, in mattinata, i sindacati locali hanno convocato un’assemblea dei lavoratori per fare il punto sulle crisi nelle diverse fabbriche. Ci siamo stati anche noi.

All’entrata uno striscione recita: “Sider Alloys Via! Adesso basta!”. Alle 8 del mattino la sala è piena di circa duecento lavoratori, perlopiù sopra i cinquant’anni. I volti sono segnati, i toni accesi, la rabbia è grande di fronte all’operato di chi come Glencore, dopo aver spremuto il territorio come un limone, delocalizza a favore di un maggior guadagno. L’indignazione sale quando si accenna a Sider Alloys, la cui incapacità industriale è ormai accertata. «A differenza degli altri attori industriali presenti qui, Sider Alloys era riuscita a strappare un accordo bilaterale di forniture elettriche con l’ENEL molto favorevole. Ma non le è servito, dato che non ha fatto partire una produzione che poteva partire subito» ci dice Gianni*, un operaio specializzato che porta la tuta con il logo della Sider Alloys. È stanco di lottare per il suo lavoro: «Mannina avrebbe dovuto sapere che gestire una produzione non è come gestire un ferramenta. In questo settore non ti puoi improvvisare e il Governo ora dovrebbe farglielo capire chiaro e netto».

La palla va ora alla politica che, oltre a trovare nuovi investitori, dovrebbe comprendere le cause che hanno determinato l’attuale emergenza. A partire dall’inesistenza di un chiaro piano industriale ed energetico per il paese. Lasciamo il Sulcis sotto una pioggia che rende tutto ancora più triste. Lungo la strada il levantazzo spinge le numerose pale eoliche spuntate in questi anni. Una domanda sorge spontanea: è vera transizione energetica, oppure si tratta dell’ennesima speculazione di cui è vittima questa terra sfruttata?

* Nomi di fantasia
** Contattata, la società non ha risposto alle nostre domande


Giuseppe Mannina, il trader che voleva produrre alluminio

Poco più che ventenne, Giuseppe Mannina è partito dalla Sicilia per New York, per lavorare per la Siderexport, trading appartenente a Finsider, la società di proprietà dello stato italiano che operava nel settore siderurgico e che aveva il controllo dell’Italsider (poi divenuta ILVA) e di altre acciaierie della Penisola. Il suo capo è un certo Bruno Bolfo, genovese, che poco dopo si mette in proprio e fonda in Brasile la Duferco. Quest’ultima si stabilirà a Lugano nel 1982 e presto diventerà uno dei principali commercianti indipendenti d’acciaio del mondo. Bolfo si attornia all’epoca di persone fidate e tra queste giunge sulle rive del Ceresio anche Giuseppe Mannina. Negli anni novanta, a seguito della caduta dell’impero sovietico, Duferco si lancia in Russia dove prende il controllo di alcune acciaierie e stringe alleanze con i nascenti oligarchi che – con ogni metodo – hanno preso possesso delle materie prime e degli asset produttivi del paese. Sono anni selvaggi, di grande caos, ma dove si possono fare grandi affari. Bruno Bolfo, anticipatore e giocatore, lo aveva capito. Il suo piano era preciso: rilevare a prezzo di saldo le dismissioni della filiera delle acciaierie pubbliche e mettere così le mani alla radice del ciclo produttivo che, venduto sui mercati internazionali, poteva portare una valanga si soldi. A dirigere la filiale di Mosca di Duferco viene chiamato Giuseppe Mannina, abile a relazionarsi in quel mondo complesso.

Tra gli alleati di Duferco vi è il gruppo Evraz, nel cui cda entra lo stesso Bolfo. Nel 2006, però, il patron ligure lascia la società e si allea con un altro oligarca, Vladimir Lisin, principale azionista di un altro colosso siderurgico, la NLMK. A quel punto Giuseppe Mannina resta fedele ad Evraz e diventa il responsabile della logistica e del marketing per questo colosso finito poi nelle mani di Roman Abramovich. Mannina costituisce in Svizzera, prima a Lugano e poi a Zugo, le antenne di trading di Evraz. Poi decide di mettersi in proprio. Da parte ha messo via un bel gruzzoletto, come sembra dimostrare l’apporto, in arrivo dalle Isole Vergini, alla holding di Sider Alloys in Lussemburgo o i capitali, sempre di provenienza offshore, in entrata del capitale di Trasteel Holding, nel Gran Ducato. In Sider Alloys si attornia anch’egli di colleghi fidati, come Alfredo de Vito e Edoardo Dodero, mentre altri soci presenti in Trasteel, presente anche nel settore produttivo in Italia, finiscono in vari consigli di sorveglianza dell’avventura sarda. Tutta questa rete sembra però non essere sufficiente per riuscire laddove aveva fallito l’Alcoa, multinazionale USA specialista proprio dell’alluminio. Resta da capire, in fin dei conti, quanto Mannina da questa operazione ci abbia guadagnato. Sulle spalle dei lavoratori e di un territorio sempre più in crisi.