Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi
Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi
Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Senza giustizia, non c’è vera pace. Monito del profeta Isaia. Innumerevoli volte ricordato. Quasi mai ascoltato. Nemmeno nelle guerre mondiali del secolo scorso. La prima terminata con i trattati di Versailles, pace talmente vessatoria nei confronti della Germania da costituire il preambolo della tragica rivincita tedesca; la seconda guerra mondiale, terminata con la pace di Yalta, in sostanza con le due nuove potenze mondiali extraeuropee, Usa e Urss, che imponevano all’Europa, di nuovo matrice del conflitto, un nuovo ordine continentale, a Est i Paesi del Patto di Varsavia prigionieri del comunismo sovietico, e a Ovest l’Alleanza atlantica e del capitalismo a guida statunitense. Cortina di ferro, Guerra fredda, disciplina atomica (reciproca distruzione garantita). Fino alla caduta del Muro, e alla successiva automatica dissoluzione dell’impero sovietico. Quindi, nascita di nuove indipendenze statali, e frustrazione di Mosca, privata del suo impero e confrontata con la vittoria e l’espansionismo verso est del blocco nemico. Illusosi, questi, che così poteva “finire la Storia”. Ma la Storia non era affatto terminata, si sarebbe comunque riattivata, addirittura più turbolenta e problematica, innestando nuovi conflitti, portando in scena altre potenze, indebolendo ideologicamente il fronte democratico affidato a un rapace capitalismo. Premessa al ritorno o all’affermarsi di autocrazie e teocrazie. Che sarebbero riuscite a contaminare anche la prima potenza mondiale, quegli Stati Uniti che, per chiara volontà popolare, come ha scritto il “New York Times”, sono ora finiti nelle mani di un potere filibustiere. Tanto da poter non solo correggere, com’era accettabile e auspicabile, ma addirittura rovesciare, svuotare, disarticolare l’Alleanza Atlantica, che per oltre mezzo secolo aveva garantito l’equilibrio militare su questa parte di mondo. Che, certo, ne ha pagato un alto prezzo in termini di sudditanza e di pigrizia, uno stato di libertà vigilata. Vassalli (un po’) a loro insaputa. Improvvisamente risvegliati dai brutali rimproveri, “parassiti europei”, venuti dal circolo magico di Trump, e da questi condivisi.
Intanto Mosca gongola. Può farlo di fronte a un’Europa+ (cioè “più” alcuni altri Paesi extra-Ue) che corre disordinatamente a un riarmo senza atomica, mentre proprio l’arsenale nucleare e non altro ha fatto la differenza sul quadrante della guerra ucraina; e, soprattutto, di fronte all’America di Trump, mediatore inverosimile, che tratta la Russia come l’interlocutore a cui tutto o quasi va concesso; poi che suggerisce uno storico rovesciamento di responsabilità fra aggredito e aggressore (contro ogni evidenza sarebbe il Paese di Zelensky); che fa capire di condividere l’analisi storica del Cremlino di un’Ucraina che come Stato non dovrebbe nemmeno esistere perché parte della madre Russia; che non può per un residuo di buonsenso, ma che volentieri si assocerebbe al Cremlino nel definire i governanti di Kiev una banda di ‘nazisti’ e l’Ucraina una nazione da denazificare, per farne una seconda asservita Bielorussia. Garantendo al “presidente-commerciante” americano di depredare l’Ucraina attraverso lo sfruttamento del Donbass, enorme bacino di terre rare (materie prime energetiche) che tanta gola fanno alla Casa Bianca. Ecco la pax-americana. Predatoria. Non come si fa con un nemico sconfitto. Ma con un ex alleato da umiliare.
Scritto per La Regione
Nell’immagine: L’artista siriano Aziz al-Asmar ritocca un graffito dipinto per mostrare solidarietà al l’Ucraina sulle rovine di un edificio a Idlib, in Siria, lo scorso aprile
Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Di Oscar Acciari, Falò RSI
“Ho 65 anni. Per restare qui potrò fare qualche oretta per andare avanti. Se trovo qualche ora da fare in giro, diciamo nella ristorazione, ben venga. Ho deciso di ritirare il capitale di cassa pensione, perché con l’AVS più l’eventuale rendita non ci stavo dentro. Sarebbero stati 2’400 franchi e qualcosa con la rendita. Io prenderò diciamo 1’870 franchi al mese di AVS e basta. Più il capitale che ho ritirato. Cercherò di usarne il meno possibile, diciamo per lasciare qualcosa ai miei figli.”
A dare la propria testimonianza a Falò è Marcello Castelli, andato in pensione quattro mesi fa. Lui faceva il cameriere, professione che svolge ancora saltuariamente per racimolare qualche soldo in più.
Quello di Marcello è un capitale cassa pensioni modesto. Il suo secondo pilastro è di poco più di 100’00 franchi. A pesare vi sono stati un divorzio e dei buchi contributivi, a causa della stagionalità del suo mestiere. Anche percependo una piccola rendita del secondo pilastro, avrebbe raggiunto finanziariamente il minimo esistenziale, come chi percepisce l’integrazione dell’AVS complementare. Marcello, prima di essere in pensione, aveva già dovuto faticare per sbarcare il lunario, svolgendo alcuni lavoretti extra.
“C’è chi ha la fortuna di avere il posto annuale, bene. Purtroppo però, ci sono tanti ristoranti o alberghi che d’inverno chiudono, perché il Ticino è un paese stagionale per il turismo. E così sono stato costretto ad andare anche in disoccupazione tante volte… e i contributi per il secondo pilastro non sono stati versati ed è pesante poi quando si va in pensione”, racconta ancora alla RSI.
Marcello ha tre figli che vivono in Ticino. Ma a causa della sua situazione finanziaria, ha deciso di trasferirsi tra qualche anno in Italia: “Io sono pugliese, sono 45 anni che sono in Svizzera. L’intenzione è quella di ritornare giù. Io praticamente avendo questi soldi in banca, con 1’200 euro al mese giù vivo bene. Non devo stare là a stringere la cinghia. Il cuore è qui, perché ci sono i miei figli. A me dispiace andar via, solo che appunto non so se ce la faccio ad andare avanti. Sono costretto ad andar via, mi sento costretto ad andar via!”
La tendenza a ritirare l’intero capitale di cassa pensione è particolarmente marcata nel settore della ristorazione, come appurato da un servizio andato in onda a Falò, il nostro magazine di inchiesta e approfondimento.
Patrick Nasciuti, responsabile di Gastrosocial, una delle più grandi casse pensioni della Svizzera con circa 22’000 aziende affiliate e 200’000 lavoratori e lavoratrici assicurati, afferma che: “La tendenza del ritiro di capitale negli ultimi anni è una tendenza che è aumentata. Arriviamo addirittura a picchi dell’80%. Siamo sicuramente una delle casse con il ritiro di capitale maggiore. Me lo spiego dal fatto che spesso quando un assicurato vede che la rendita ammonta a 300 o a 400 franchi al mese, a quel punto ritira il capitale, anche se esso è poco, preferisce ritirare il capitale e magari trasferirsi all’estero”.
Da segnalare che il capitale medio di cassa pensione di chi opera nel settore è al di sotto dei centomila franchi. A contribuire è anche la precarietà del mestiere: “Il lavoro del cameriere è proprio un lavoro precario, non tanto in sé per il lavoro, ma per le dinamiche dello stesso” – precisa Patrick Nasciuti. “Penso alle stagionalità. Penso magari a una persona che fa due lavori con due datori di lavoro diversi. Sono tutti fattori che vanno a incidere sulla cassa pensione, quindi con meno possibilità di risparmio e quindi con meno capitale alla fine della vita lavorativa”.
In generale il fenomeno del ritiro del secondo pilastro è in crescita in Svizzera. Nel 2023 (ultimi dati a disposizione) il 41% dei nuovi beneficiari ha ritirato tutto il capitale, il 19% ha scelto di ritirare un po’ di capitale e di ricevere una parte della rendita, mentre il 40% degli assicurati ha optato esclusivamente per la rendita mensile di cassa pensione da aggiungere a quella dell’AVS.
Per capire meglio la tendenza ci siamo rivolti anche a Gabriele Pinoja, contitolare di una delle più grandi società di brokeraggio assicurativo in Ticino, società che propone polizze assicurative e prodotti vari e consulenza alle aziende per l’affiliazione alle casse pensioni. Dal suo osservatorio si spiega così la tendenza, soprattutto di chi ha figli, a ritirare il capitale e a rinunciare a una rendita del secondo pilastro per il resto degli anni di vita:
“A essere determinante è la situazione familiare – spiega Pinoja. Perché in caso di decesso, se ci fosse la vedova o il vedovo, questi percepirebbero il 60% della rendita precedente e alla successiva morte della vedova, nessuno più prenderebbe nulla: il capitale andrebbe perso, rimarrebbe nella cassa pensione. Quando mi trovo di fronte a questi casi, penso che siano casi tristi, perché avere 200’000 franchi di capitale cassa pensione, significa avere una rendita più o meno di 1’000 franchi al mese che, aggiunta all’AVS, rischia di essere insufficiente per poter vivere qui da noi… Direi che è quasi impossibile… Io nei casi con i quali mi sono confrontato, nei tanti anni in cui lavoro, ho visto gente che ha lasciato il nostro paese, purtroppo costretta a lasciarlo per migrare in un paese dove la vita costa meno. Oppure si tratta di gente che deve continuare a lavorare, a svolgere lavori complementari, lavoretti per andare a completare la rendita per poter vivere normalmente anche qua.”
A scegliere di ritirare il capitale al posto di ricevere una rendita sono spesso anche coloro che hanno un ammontare di cassa pensioni più elevato, oltre i 600’000 franchi. È il caso di Roberto Crivelli, ex dipendente di FFS Cargo, che proprio nei giorni scorsi ha terminato la sua attività lavorativa anticipatamente. Anche lui e sua moglie Giovanna hanno deciso di trasferirsi all’estero, in Spagna.
A Falò Giovanna Crivelli, moglie di Roberto, racconta che: “Abbiamo deciso di trasferirci a Fuerteventura perché ci vive mio fratello, quindi ci troveremo già una persona pratica della zona. Il clima è temperato caldo tutto l’anno. E poi perché comunque le Canarie hanno un costo della vita molto più basso rispetto alla Svizzera. Qui, aumentano i costi e devo sempre rinunciare a qualcosa”.
“La Svizzera, economicamente, secondo la mia opinione – aggiunge Roberto Crivelli – è diventata un paese per ricchi. È diventata troppo cara, troppo. Non so dove vogliono portarla. Ci sono sempre un sacco di spese… gli aumenti delle casse malati continuano ogni anno e ogni anno aumentano…”
“Io prendo l’esempio di mio fratello” – conclude Giovanna – lui ha settant’anni, paga 200 euro ogni tre mesi di assicurazione sociale. Noi, venendo dalla Svizzera, dobbiamo fare questa assicurazione e sono 200 o 300 euro, a dipendenza dall’assicurazione che uno vuole stipulare, ogni tre mesi…”
Ma c’è anche chi si è trasferito all’estero per un progetto di vita, per nuovi stimoli, nonostante fosse ancorato fortemente al territorio ticinese. È il caso di Dario Trapletti, ex vicesindaco delle Terre di Pedemonte e già allenatore di calcio delle categorie dilettanti ticinesi. Oltre quattro anni fa si è stabilito a Olhao, nel Sud del Portogallo, con la compagna Lara.
“Noi ci siamo trasferiti in Portogallo per una scelta di vita – racconta – Eravamo stufi, eravamo stressati. Volevamo cambiare. Abbiamo aperto un bed and breakfast, un piccolo boutique hotel. Abbiamo investito per questo progetto vendendo la casa che avevo in Ticino. La mia compagna ha prelevato la sua cassa pensione. Non avevamo bisogno della cassa pensione per sviluppare il nostro progetto”.
Ma dopo alcune stagioni di successo, anche Dario e Lara decidono di smettere di lavorare. Nonostante le soddisfazioni personali, avvertono il bisogno di più tranquillità. Decidono quindi di acquistare un terreno dove costruire il loro nido. L’acquisto del terreno è un’occasione da prendere al volo, senza aspettare di trovare gli acquirenti del bed and breakfast messo in vendita. Dario decide quindi di utilizzare il capitale di cassa pensioni prelevato e lasciato in Svizzera, investito in prodotti finanziari in parte a rischio.
“Quando ho deciso di ritirarlo mi sono accorto che in un solo anno ho perso un 10% dei 200 e rotti mila franchi che mi restavano, visto che avevo già alle spalle un divorzio. Ed è chiaro che al momento in cui hai bisogno del capitale non è che vai a pensare: è solo da un anno che l’ho messo a far rendere, vai e lo ritiri! Quindi da questo lato per me è stata un’amara sorpresa.”
E come Dario, una volta ritirato il capitale cassa pensione, sono parecchi quelli che decidono di investire nei diversi prodotti finanziari e assicurativi offerti. Come fare a capire in che prodotti investire?
“Se quei soldi sono necessari per la mia sussistenza, non li lascerei solo sul conto, ma sicuramente non li investirei a rischio” – dichiara Gabriele Pinoja. “Se li investissi, li investirei sicuramente in prodotti garantiti. Noi sappiamo che i venditori, che possano essere consulenti assicurativi o bancari, devono vendere dei prodotti. E alcuni prodotti, anche interessanti, sono tipicamente speculativi. Quindi vanno bene per persone che possono investire in questo ambito. Io normalmente dico al cliente che devono essere soldi ‘dei quali tu non hai bisogno immediatamente’. È molto importante che il consulente spieghi chiaramente al cliente che si può perdere. E troppo spesso questo non avviene!”
Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Di Bernard-Henri-Levy, La Stampa
Talvolta, la ragione è nella Storia. Capita che i popoli si innalzino al di sopra di sé stessi e siano grandi. Gli Antichi – lo scrivo su queste pagine da anni – avevano due parole per designare il popolo. La turba dei Latini (o l’ochlos dei Greci), ovvero il popolo che si faceva turba, folla, moltitudine, branco, che non voleva altro che il nulla.Oppure il populus (in greco demos), che era il popolo in assemblea, la cittadinanza sovrana e capace, come nel 1789, di scuotere il giogo dei tiranni e aspirare alla libertà. Ebbene, è questo il popolo che, nel momento in cui scrivo, si sta ammassando nelle strade delle città turche.
È lui che, in manifestazioni colossali, chiede la liberazione di Ekrem Imamoglu, il sindaco laico di Istanbul, investito dal suo partito per sfidare con i suoi colori Erdogan nel 2028. È lui che, come il suo leader, ripete giorno e notte, scandendo a pieni polmoni: «Sono in piedi, non mi piegherò mai», oppure «Diritti, legge e giustizia», o ancora «Non aver paura, siamo noi, il popolo». Ed è lui che sembra non voler cedere, malgrado le repressioni, le centinaia di arresti, le liste dei sospetti, le minacce, gli account su X chiusi – a prescindere da quello che dice Elon Musk – su richiesta delle autorità. Si tratta di un movimento che non ha precedenti dai tempi delle manifestazioni di Gezi del 2013. È una sollevazione popolare i cui slogan ricordano quelli delle donne iraniane, degli studenti di Hong Kong, dei ribelli di Georgia, Serbia o Bielorussia. È un’insubordinazione contro uno dei cinque “re” (Erdogan quindi, ma anche Putin, Xi, la guida suprema iraniana, Isis e soci) che non faccio altro che ripetere che sono una minaccia esistenziale per il mondo libero. Un momento fantastico e bellissimo.
Ebbene, in questo momento in teoria storico l’Europa non fa niente, non dice niente, non si esprime, nel migliore dei casi, se non con parole di circostanza – «profonda preoccupazione… preoccupante passo indietro per la democrazia…». Erdogan non ha forse il controllo, grazie agli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, della rotta dal Mediterraneo al Mar Nero? Non è un altro grande esperto della “art of deal” che, nel 2015, sotto l’egida di Angela Merkel, è riuscito a concludere con Berlino un patto leonino che, in cambio di una rendita annua di qualche miliardo di euro, lo impegna a trattenere centinaia di migliaia di migranti, in arrivo perlopiù dalla Siria, e che minaccia di lasciar “riversare” in Europa?
Non siamo paralizzati dal nodo gordiano di una presenza nella Nato che risale all’epoca in cui l’ex potenza ottomana doveva essere un baluardo nei confronti dell’Unione Sovietica e dove si arrivò a intavolare il dibattito sull’adesione della Turchia all’Unione europea (dibattito che, detto per inciso, non si è mai concluso, visto che 16 dei suoi “capitoli” restano tuttora aperti)? Pensate! Il secondo esercito dell’alleanza per numero di effettivi dopo quello degli Stati Uniti… La sua base più grande a Incirlik, sul Mediterraneo, non lontano dalla Siria… E, in quella base, un centinaio di ordigni nucleari americani conservati dagli anni Cinquanta – e si fa davvero fatica a credere che la loro chiave si trovi oltre Atlantico… E l’impossibilità, sì, di tagliare quel nodo perché nella Carta della Nato non esiste una clausola che prevede l’esclusione di uno dei suoi membri – oltretutto fondatore! – dall’alleanza… Pertanto, circospezione. Prudenza. E, sotto la spada di Damocle, proteste puramente formali.
Una pusillanimità simile sbigottisce. Penso infatti agli armeni dell’Artsakh, nostri amici, che le forze armate dell’Azerbaigian hanno combattuto e poi scacciato con l’aiuto della Turchia, e di cui stanno per cancellare addirittura la memoria e ciò che ne resta nelle loro terre ancestrali. Penso ai curdi di Rojava, altri amici, a Est della Siria, anche loro bestia nera di Erdogan che egli bombarda ad Afrin, Manbij, Kobanê. Penso a Israele, naturalmente, l’eliminazione della quale questo Fratello musulmano non perde occasione di domandare – del resto, non fu uno dei primi, all’indomani del 7 ottobre, a dichiarare con la kefiah al collo che Hamas non è “un’organizzazione terroristica” bensì un gruppo di «mujaheddin che difendono le loro terre»?
Penso ai suoi rapporti con Putin, di cui non si capisce mai molto bene se è nemico (quando uno dei suoi F16 abbatte un cacciabombardiere Sukhoi che si era avventurato nel suo spazio aereo) o amico (quando acquista da lui un sistema di difesa antiaerea made in Russia e incompatibile – a dir poco – con i sistemi e le procedure della Nato). Penso a Cipro occupata. Penso alla Grecia minacciata. Penso alla mia cara Bosnia, il cui Islam illuminista lo mette in ombra e a bordo del quale egli tenta di salire. Queste prospettive, questi ricordi, si affollano nella mia mente. E mi dico che malintesi e farse sono durati troppo a lungo. Anche il suo popolo lo pensa e sembra disposto, adesso, a tagliare ogni rapporto? Ne ha abbastanza di questo tiranno sempre più vecchio che si è creduto un Solimano senza essere mai stato nient’altro che Ubu? Beh, tanto meglio. Non soltanto dobbiamo auspicarlo, ma se possibile incoraggiarlo. Ci farebbe onore. Ed è nostro interesse.
Nelll’immagine: In migliaia in piazza a Istanbul alla manifestazione indetta dal Chp, il partito del sindaco
Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027

Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Di Giovanni Pons, La Repubblica
C’è un pensiero economico razionale che sta ispirando la politica aggressiva di Donald Trump sui dazi? Forse non si può ancora parlare di corrente di pensiero ma è un fatto che molte mosse del presidente americano e del suo team traggono spunto da un “paper” scritto dall’economista Stephen Miran nel novembre 2024, pubblicato all’indomani del risultato elettorale. Miran sta dunque diventando l’ideologo su cui la comunità accademica degli economisti sta accendendo i riflettori. Studi alla Boston University e poi alla corte di Martin Feldstein ad Harvard, nel 2020 Miran approda alla corte di Trump come consigliere economico nel dipartimento al Tesoro guidato da Steven Mnuchin, dove si distingue per le critiche agli stimoli messi a punto da Jerome Powell per combattere la pandemia.

Ma è con il paper “A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System”, pubblicato nel novembre 2024 che Miran si spiana la strada per la nomina, a fine dicembre, di capo del Council of Economic advisers del presidente Trump, ruolo ufficiale che influenza anche l’operato del segretario al Tesoro, Scott Bessent.
Il pensiero economico populista – così viene da chiamarlo essendo difficilmente inquadrabile come evoluzione delle teorie neo liberiste – è qualcosa di diverso e si fonda su un presupposto forte: esiste una sopravvalutazione cronica del dollaro americano che sta minando il buon funzionamento dell’economia Usa, facendo particolarmente soffrire il settore manifatturiero. La sopravvalutazione è dovuta al fatto che il dollaro è la valuta di riserva del mondo e per questo è soggetto a una domanda artificialmente alta da parte di paesi, come la Cina, che la conservano nei propri forzieri in grande quantità. Il cambio del dollaro più alto del dovuto, di circa un 25%, crea forti squilibri negli scambi commerciali tra l’America e il resto del mondo. Le esportazioni di beni americani sono svantaggiate mentre le importazioni sono più a buon mercato e dunque prevalgono nel saldo della bilancia commerciale Usa che da anni è in persistente deficit. Mentre Cina, Giappone e i Paesi europei sono in forte surplus. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che le produzioni manifatturiere si sono negli anni spostate fuori dagli Usa, facendo soffrire le regioni della Rust Belt, che comprende i Grandi Laghi e il Mid Atlantic, che dalla fine del ventesimo secolo subiscono il declino industriale. Con conseguenze gravi per la forza lavoro, diminuita e sempre più povera rispetto ad altre fasce di popolazione. Bessent, in un’intervista alla Cnbc, ipotizza che i soldi dei dazi vadano a ridurre i contributi degli operai del Mid West, per diminuire le diseguaglianze rispetto al 10% più ricco della popolazione, che ha guadagnato enormemente con il rialzo della Borsa nell’era Biden.
Quali sono le soluzioni per riequilibrare questa situazione? Il coniglio che Miran estrae dal cappello sono i dazi, usati strategicamente come strumento di negoziazione. Tariffe più alte sulle importazioni incentivano i paesi esteri a riportare le produzioni negli Stati Uniti, creando domanda di lavoro e così evitando le tasse sulle esportazioni dei loro prodotti verso l’America. «Soluzioni unilaterali potrebbero provocare effetti indesiderati, come volatilità dei mercati. Soluzioni multilaterali portano meno volatilità ma devono considerare la difficoltà di portare a bordo i partner commerciali, che abbassa la portata dei guadagni potenziali nel ridisegnare il sistema», scrive Miran, e sembra di leggere le ultime mosse di Trump.
Bisogna andare oltre per capire dove porta questo ragionamento. I dazi, facendo aumentare i prezzi, portano inflazione ma anche un rafforzamento del dollaro invece dell’indebolimento auspicato. Dunque l’utilizzo dei dazi deve essere accompagnato da un accordo, definito da Miran “Mar-a-Lago accord”, che rievoca il “Plaza accord” del 1985 il quale produsse un deprezzamento del dollaro rispetto allo yen e al marco tedesco e spinse la manifattura americana. Il Mar-a-lago accord dovrebbe coinvolgere le banche centrali di Cina, Giappone e Europa e imporre loro di vendere le riserve di dollari in eccesso comprando sul mercato le proprie valute nazionali. Questa azione coordinata ridurrebbe il valore del dollaro migliorando la competitività degli Usa. E se le banche centrali non dovessero aderire? Miran prevede misure punitive: dazi alti per i Paesi che non partecipano, rimozione dell’ombrello sulla sicurezza militare, tassazione degli interessi sui Treasury americani detenuti in eccesso dalle banche centrali.
Inoltre c’è un secondo aspetto indesiderato e indotto dallo scenario Mar-a-Lago: i tassi di interesse salirebbero invece che scendere. La prospettiva di forti vendite sui Treasury scatenerebbe infatti una corsa allo smobilizzo di attività denominate in dollari con un conseguente forte rialzo dei rendimenti. Come rimediare a questo effetto? Anche in questo caso Miran ha la soluzione: incoraggiamo le banche centrali a scambiare i titoli a breve termine con quelli a lungo termine, potenzialmente con scadenze fino ai 100 anni. Questo “shift” contribuirebbe a stabilizzare i tassi nonostante il flusso di vendite. Piccola controindicazione: i bond a lungo termine sono più illiquidi e suscettibili di ampie fluttuazioni, mentre le banche centrali hanno bisogno di liquidità a breve per pagare le importazioni. Ed è a questo punto che fa capolino l’innovazione finanziaria, già sperimentata nella crisi della Silicon Valley Bank. Il Bank Term Funding Program utilizzato in quell’occasione per prendere a prestito sul valore nominale dei titoli a lungo termine anche se i prezzi sono a forte sconto, potrebbe essere utilizzato dalle banche centrali per ottenere liquidità senza vendere in perdita i bond.
Uno scenario impegnativo, se portato fino in fondo, e che ha suscitato scetticismo nel mondo degli economisti. «La politica di Trump nel lungo periodo rischia di diventare un boomerang. L’Europa e la Cina non si stanno facendo trascinare nella guerra dei dazi, li applicano solo su prodotti sostituibili e continuano a sostenere il Wto per mantenere aperti i commerci – spiega Lorenzo Codogno, fondatore della LC Macro Advisors – A meno che l’obbiettivo di Trump sia solo di guadagnare potere nel quadro geopolitico mondiale. Contando sul fatto che nel lungo periodo una guerra di dazi penalizza le economie più aperte».
Sul presupposto dello squilibrio commerciale dovuto al dollaro valuta di riserva non ci sono molti dubbi. Ma è sui rimedi che gli economisti dissentono. «I dazi con cui Trump sta schiaffeggiando i mercati sarebbero da intendere in chiave negoziale per arrivare a una sorta di manipolazione al ribasso del dollaro, senza escludere un nuovo “Plaza Accord” – osserva Andrea Delitala, head of euro multi asset di Pictet AM – Ma, il clima di allora era di collaborazione, quello odierno, di antagonismo; inoltre così facendo si riduce la moneta di riserva in circolazione e, soprattutto, la previsione di un suo indebolimento rischia di innescare una corsa alla liquidazione di asset Usa partendo dai bond, con effetti sul costo del debito Usa. Partendo dal deficit commerciale si smonta l’ordine finanziario mondiale».
Gli effetti positivi della manovra per l’economia reale non sono però così scontati. «Ho dei dubbi che per risolvere i problemi del Mid West convenga riportare produzioni a basso valore aggiunto negli Stati Uniti – spiega Codogno – Sarebbe più saggio spendere in istruzione per formare i lavoratori a produzioni di qualità, sfruttando la tecnologia». Viene il sospetto che la teoria economica sia stata costruita a misura del corpo elettorale di Trump. «Miran fornisce ricette ma Trump ha preso solo i dazi, per ora, ma avrà in mente il copione del suo adviser? – si domanda Delitala -. Il problema deindustrializzazione Usa aiuta a capire l’orientamento della politica economica di Trump che, per quanto erratico, riflette un pensiero economico plasmato sulla pancia degli elettori».
Nell’immagine: Stephen Miran
Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Di Hanna Perekhoda, Valigia Blu
Dopo la decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’Ucraina, un paese che ora rappresenta l’ultima linea di difesa per la sicurezza europea, l’UE non ha altra scelta che agire con decisione. Garantire la propria protezione non è più una materia su cui dibattere: è una necessità innegabile. La vera domanda da porsi ora, soprattutto per la sinistra, è sull’avere o meno un programma concreto per affrontare questa crisi. Se continuerà a lamentarsi della militarizzazione senza offrire soluzioni alle reali minacce alla sicurezza che tutti noi dobbiamo affrontare, la sinistra abbandonerà del tutto la politica, abbandonerà la società a favore della propria purezza ideologica e della propria autoindulgenza.
Tagliare la spesa sociale per incrementare quella militare sarebbe l’approccio più pericoloso e regressivo. Questa è la strada che i neoliberisti stanno già proponendo: ridurre i bilanci per la sanità, l’istruzione, le pensioni e il welfare per dirottare i fondi verso la difesa. Tuttavia, è evidente che l’indebolimento della sicurezza sociale aggraverebbe le disuguaglianze, alimenterebbe i disordini sociali e, in ultima analisi, destabilizzerebbe le democrazie. In un momento in cui il populismo di estrema destra è in crescita, imporre l’austerità rafforzerebbe rapidamente le forze antidemocratiche. Dato il sostegno palese di Russia e Stati Uniti a queste forze, una mossa del genere è esattamente ciò che Trump e Putin sperano.
Un’altra soluzione sarebbe quella di aumentare le tasse sugli ultra-ricchi e sulle multinazionali. Coloro che hanno tratto i maggiori vantaggi dalla democrazia dovrebbero contribuire maggiormente alla sua difesa. L’introduzione di imposte progressive sulla ricchezza, di tasse sull’energia e di norme fiscali più severe sulle imprese potrebbe generare entrate senza danneggiare i cittadini comuni. Tuttavia, una strategia di questo tipo richiede un coordinamento per prevenire la fuga di capitali, poiché i miliardari e le società cercherebbero senza dubbio di trasferirsi in giurisdizioni a bassa tassazione. Il recente annuncio di Trump sui visti d’oro per gli ultra-ricchi indica che si sta già preparando a questo scenario, offrendo gli Stati Uniti come un rifugio sicuro per gli evasori fiscali. La Svizzera, invece, non fa parte dell’UE proprio per questo motivo: vuole rimanere un paradiso fiscale. Non è una novità. Nel secolo scorso, quando i paesi aumentavano le tasse per finanziare i loro sforzi bellici, la Svizzera accoglieva a braccia aperte i miliardari e, di conseguenza, diventava indecentemente ricca. Potrebbe usare di nuovo la stessa strategia opportunistica.
Un’altra opzione è la confisca di 300 miliardi di euro di beni congelati della banca centrale russa e utilizzarli per finanziare la difesa dell’Ucraina e rafforzare la sicurezza europea. In questo modo la Russia sarebbe finanziariamente responsabile dei suoi crimini di guerra, evitando al contempo ulteriori oneri per i cittadini europei. Tuttavia, le autorità europee temono una simile mossa, perché creerebbe un precedente che potrebbe far apparire i loro sistemi finanziari meno affidabili nei confronti di chi invade Stati sovrani e commette crimini di guerra. In effetti, la giustizia è un precedente pericoloso in un sistema costruito sulla protezione degli interessi dei ricchi e dei potenti. Se dovessimo riconoscere degli standard morali nelle sue politiche economiche e politiche, rischieremmo di mettere in crisi le fondamenta stesse del capitalismo. È uno scenario impensabile per coloro che beneficiano delle sue ingiustizie.
Se i partiti di sinistra vogliono rimanere rilevanti, devono sviluppare una posizione chiara sulla strategia di difesa. Ignorare la sicurezza militare permetterebbe solo alle forze di destra di dominare la conversazione, dipingendo la sinistra come ingenua o debole – e, in questo caso, non avrebbero torto.
La sinistra deve rifiutare il falso dilemma tra giustizia sociale e sicurezza nazionale. La sicurezza non dovrebbe essere pagata tagliando le pensioni o la sanità, ma assicurando che i miliardari e le multinazionali contribuiscano con la loro giusta quota. La sinistra deve spingere per la giustizia fiscale, chiudendo le scappatoie che permettono alle società di evitare di pagare le tasse e dando un giro di vite ai paradisi fiscali offshore, compresa la Svizzera.
Nessun paese europeo può difendersi da solo. Invece di aumentare massicciamente il budget militare di ogni nazione, l’UE dovrebbe rafforzare i meccanismi di sicurezza collettiva. La sicurezza energetica deve essere considerata parte integrante della strategia militare: riducendo la dipendenza dai combustibili fossili russi, possiamo prevenire il futuro ricatto economico da parte di quest’ultima. Soprattutto, la sinistra deve spingere con urgenza per la confisca dei beni statali russi. Rimandare questa decisione per preoccupazione delle élite finanziarie non fa altro che incoraggiare gli aggressori.
Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Di Francesco Strazzari, il manifesto
L’immensa mobilitazione turca sembra dire che Erdogan ha fatto un passo di troppo, quando ha deciso la prigione per il suo principale rivale, dopo avergli fatto togliere il titolo di studio, così da dichiararne l’ineleggibilità. Si può pensare che abbia calcolato la reazione di massa che ne sarebbe seguita, scommettendo sul suo contenimento, per uscire dalla crisi con una decisa accelerata allo smantellamento dei residui ancoraggi democratici del Paese.
Con le pulsioni autoritarie che mietono consensi alla Casa bianca e la Nato tutt’altro che unita, ecco la tentazione dell’ulteriore giro di vite: convocare elezioni anticipate, ora che ha eliminato ogni possibilità che siano contendibili, e incardinarsi al potere per traghettare la Turchia verso un approdo compiutamente dispotico, accanto alla Bielorussia.
Come che sia, è un fatto che lo scontro in atto porta il Paese fuori dal solco dell’autoritarismo a fuoco lento in cui la Turchia di Erdogan è stata collocata fino a oggi dal mainstream occidentale, notoriamente poco sensibile all’incarcerazione di massa di giornalisti, minoranze e attivisti di sinistra.
Gli arrestati di questa settimana sono in effetti centinaia. Ma non siamo più alla repressione dei cosiddetti margini, i docenti che firmano petizioni per la pace, gli studenti di Gezi Park che si mobilitano contro la devastazione dei «palazzinari amici», oppure gli attivisti, gli amministratori e i parlamentari curdi, il cui peso elettorale impediva di riscrivere la costituzione. Non siamo nemmeno alle dure purghe contro gli ex consociati gulenisti, scatenate all’indomani del tentato colpo di stato. Per il blocco di potere islamo-nazionalista siamo arrivati al cuore del problema dello stato: lo scontro frontale con le forme odierne del kemalismo repubblicano.
Ovvero quel Chp che, ridisegnando le proprie alleanze, ha conquistato il governo delle grandi città, arrivando, due anni orsono, a contendere la presidenza, ed apprestandosi alle designazioni per la prossima battaglia elettorale. È significativo che, aprendo la prima grande protesta seguita all’arresto di Imamoglu, il leader Chp Ozgur Orel abbia voluto salutare il leader dell’Hdp filo-curdo Selahattin Demirtas, che sta scontando una pesante condanna, chiedendone l’immediata scarcerazione.
In questi giorni la piattaforma social del campione del free speech, Elon Musk, ha sospeso gli account di politici dell’opposizione. Gli attivisti curdi in queste ore denunciano restrizioni a migliaia di account di X su scala globale. Dalla piazza, i leader dell’opposizione hanno invitato al boicottaggio dei media nazionali, che, seguendo un copione noto, ignorano le immense manifestazioni di protesta, mandando in onda servizi sui dolcetti per la fine del Ramadan, o su «Israele che teme la Turchia».
Il paradosso è che l’apertura di questa profonda faglia interna, alla quale concorrono anche dinamiche economiche disastrose per la popolazione, avviene proprio nel momento in cui sembrava che all’erdoganismo le cose stessero andando piuttosto bene: la rimozione di Assad dalla Siria, con avanzata delle milizie foraggiate da Ankara, il disarmo del Pkk dopo l’appello di Ocalan dal carcere, l’alto profilo tenuto nella comunità musulmana grazie alle tirate, puramente retoriche, contro Israele, e infine il credito ottenuto per i buoni uffici nella mediazione fra
Ucraina e Russia. Evidentemente le contraddizioni si sono spinte ormai più in profondità, al cuore del progetto autoritario. Continuiamo a guardare alla Turchia attraverso una sguardo orientalista, interponendo una distanza che in realtà non esiste. Certo, Erdogan si muove lungo i binari di un sultanismo neo-ottomanista reinventato, ed è presumibile che si aggiri rabbioso per le 1.100 stanze del palazzo presidenziale che si è fatto costruire, perché non riesce a conquistare e controllare Istanbul. Ma la vicenda politica turca è inestricabilmente intrecciata con la nostra, dalle dinamiche dei gasdotti mediterranei e della Libia, a quelle del pluralismo e degli spazi democratici in Europa. Per non parlare delle molte lezioni che abbiamo appreso dalla mobilitazione del confederalismo democratico, aggredito da jihadisti, islamisti e nazionalisti.
Forse le mobilitazioni che vediamo allargarsi e persistere, da Belgrado a Tbilisi, da Budapest a Istanbul, meriterebbero da parte nostra una considerazione e un’analisi più profonda di quella offerta da strumentali tentativi di ignorarne le diversità, sommando le piazze fra loro, in una ipotetica «primavera delle libertà». Mentre nel mondo si assiste al ritorno della conquista militare e dei piani di riarmo, mentre si perseguono pacificazioni neo-imperiali in un teatro post-egemonico nel quale gli «egemoni» si mostrano incapaci di alcuna guida, esiste e persiste, attraverso i confini, il protagonismo di chi rivendica democrazia, diritti e giustizia sociale.
Nell’immagine: Polizia in assetto anti sommossa durante una protesta in supporto al sindaco di Istanbul arrestato – Ap
Oltre cinque anni, due dei quali da scontare col braccialetto elettronico, e soprattutto la non eleggibilità e dunque l'esclusione dalla corsa per l'Eliseo 2027
Di Ezio Mauro, La Repubblica
Se vogliamo battezzare il secolo dal suo inizio, dobbiamo parlare della grande occasione perduta: dopo la fine dei totalitarismi invece di mettere a profitto la libertà e la pacifica convivenza il mondo è entrato in una fase di turbolenza, con il ritorno della guerra sul terreno, in Ucraina e in Medio Oriente, le due aree da cui nasce l’insicurezza in cui viviamo e la nuova paura del presente.
Ma gli storici di domani, guardando indietro, diranno che in realtà la nostra epoca ha conosciuto una terza guerra, tutta ideologica, capace di sconvolgere gli equilibri mondiali e di cancellare ogni certezza per il futuro: è il conflitto appena scoppiato tra i leader neo-autoritari e la liberal-democrazia, messa sotto accusa perché improduttiva e rifiutata perché restrittiva, con la sua coscienza del limite che attraverso controlli e regole impedisce al potere legittimo di esprimere tutta la potenza sfolgorante della sua sovranità suprema, realizzando il mandato popolare.
Questa guerra è già mondiale, chiude un’epoca, sovverte l’ordinamento, rovescia la storia e cancella la tradizione, ribalta equilibri e alleanze: e determina l’esito dei due conflitti che si trascinano sul campo, e non sanno finire.
Proprio questa capacità di incidere sul piano materiale incandescente degli scontri armati, proponendo un percorso d’uscita, e contemporaneamente di agire sul piano concettuale della teoria politica e del codice morale, azzerando ideali e valori, trasforma la battaglia contro la democrazia liberale nel nuovo principio ordinatore del pianeta.
Denunciare la pratica democratica significa infatti rifiutare il metodo, la norma e il criterio che hanno fin qui governato la nostra vita dando un codice alla coesistenza. Improvvisamente, siamo senza regole del gioco. Il nuovo modello s’inventa strada facendo, la convenienza lo improvvisa, la forza lo realizza, il potere lo impone.
L’importante, per la politica e per la storia, è la frattura con il passato: al sovrano neo-autoritario non basta il favore elettorale che gli ha consegnato il governo, secondo la prassi del vecchio mondo; vuole il comando e per ottenerlo sceglie di fuoruscire dall’ordinamento disconoscendolo, con una rottura di sistema, di consuetudine e naturalmente di linguaggio e d’immagine, cioè culturale.
L’autocrate nasce dentro la regola democratica, con libere elezioni, e subito se ne separa allontanandosi, perché dal momento in cui prende il potere è lui la regola e tutto deve subordinarsi in una gerarchia sovrana che non conosce vincoli e non accetta freni.
Prende così forma una sovranità de-costituzionalizzata che non può più costringersi nei confini dello Stato di diritto ma deborda oltre la norma, al di là della separazione dei poteri, fuori dall’equilibrio istituzionale. Il guscio del sistema è all’apparenza intatto, con la competizione tra i partiti, la libertà della contesa elettorale, il trasferimento di potestà tra il cittadino e l’eletto: ma all’interno la sostanza democratica si corrompe, degrada e inevitabilmente decade.
È quanto stiamo vivendo giorno dopo giorno, con gli Stati Uniti d’America che si sono messi alla testa di questo conflitto con la democrazia liberale, raccogliendo e legittimando tutte le pulsioni neo-autoritarie che affiorano nei diversi Paesi e organizzandole in un disegno rivoluzionario e reazionario, che cancella ogni responsabilità pregressa, fino a scambiare gli amici con i nemici.
Com’è possibile che l’insidia di questa sfida radicale non sia al primo posto sull’agenda delle cancellerie d’Occidente, non domini il dibattito politico, non renda i cittadini consapevoli del rischio di cambiare sistema, rinunciando a tutte le garanzie che la procedura liberal-democratica ha messo in campo negli anni?
La questione riguarda tutti, supera la distinzione tra destra e sinistra, chiede ai cittadini di difendere se stessi difendendo la civiltà democratica che è la forma stessa della cultura occidentale tradotta in politica, istituzioni, diritti: la democrazia di uso quotidiano. Invece restiamo in silenzio davanti all’abuso, giustificando il sopruso. Vediamo la violenza dell’onnipotenza dispiegata contro gli interlocutori che resistono al diktatimperiale, assistiamo all’umiliazione inflitta al soggetto più debole come preambolo del negoziato finale, sperimentiamo l’elogio del più forte, non importa se aggressore.
Sembra che la difesa della democrazia non sia a carico di nessuno: chi ha criticato gli eccessi del “politicamente corretto” tace davanti alla dismisura del “politicamente infame” che applaude ai neo-nazisti, insulta gli alleati, prende ciò che vuole e vuole tutto ciò che gli serve, in una rapina di Stato.
Man mano che s’inseguono — uno al giorno — gli annunci di misure governative per correggere la democrazia o per sovvertire le regole, s’abbassa la capacità di reazione nel corpo sociale, derubricando l’anomalia: invece di opporci all’involuzione neo-autoritaria denunciandola, modifichiamo la nostra soglia di assuefazione, adattandola al presunto spirito dei tempi.
Quanto alla classe dirigente, si è già consegnata al nuovo potere, rivelando di non avere autonomia, né coscienza della democrazia, dunque nemmeno autorità per difendere i valori della libertà sotto minaccia.
È evidente, per chi guarda la realtà, che anche la guerra, la tregua, la trattativa entrano in questa battaglia del neo-autoritarismo contro la liberal-democrazia.
Gli autocrati si muovono in una logica imperiale, hanno bisogno del terreno sgombro per definire lo scambio d’interessi e d’influenza con le altre superpotenze, garantendosi a vicenda e assicurandosi la supremazia su tutti gli altri soggetti. In questa logica sono interessati a un negoziato per far finire il conflitto esattamente nel punto dov’è arrivata la forza dell’Impero. Il negoziato, dunque, è un dispositivo per la creazione del nuovo ordine mondiale: e la pace viene usata come se fosse uno strumento dell’altra guerra, il conflitto tra la reazione e la democrazia.
Ecco perché bisogna insistere nell’invocare una pace giusta. L’Italia è pronta a farlo? Giorgia Meloni ha ragione quando dice che non bisogna rompere il ponte con gli Stati Uniti: ma per arrivare dove? La premier ha scelto di stare con Trump: ma nello scontro tra Trump e la democrazia liberale con cui siamo cresciuti nella libertà, da che parte starà l’Italia? Il tempo dell’ambiguità sta finendo.