Garton Ash: “Serve una politica Churchill-gollista che salvi l’Europa”

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 

Di Timothy Garton Ash, La Repubblica

Dovremmo essere tutti gollisti? Nella lingua del partner europeo più importante della Francia, la risposta è “Jein!”, il termine tedesco che associa ja (sì) e nein (no).

Sì, Emmanuel Macron ha avuto ragione a metterci in guardia sin dalla sua elezione a presidente francese nel 2017 sul fatto che, considerando la tendenza statunitense al disimpegno nel lungo termine, l’Europa avrebbe dovuto essere pronta a difendersi da sola. Ora di fronte a Donald Trump — un presidente canaglia che mette in discussione l’impegno ottantennale degli Stati Uniti nella difesa dell’Europa dalla Russia — gli storici euro-atlantisti come me devono ammettere che non solo serve un’Europa con maggiore potere militare — quello che ho sempre sostenuto — ma è anche necessaria la reale possibilità di una “autonomia strategica” europea. Oui, monsieur le président, aveva ragione lei.

Eppure, en même temps (al contempo), per usare l’espressione che è il marchio di fabbrica di Macron, dovremmo rispondere “non”. Perché de Gaulle, un grande uomo del suo tempo, credeva che la difesa dovesse rimanere esclusiva prerogativa dello Stato nazionale; che la nascente Comunità europea dovesse essere un’Europa di Stati (una versione disunita dell’Unione europea alla quale oggi sognano di tornare i partiti populisti nazionalisti di estrema destra); che il Regno Unito dovesse essere escluso dal progetto europeo (da qui il suo celebre “Non!” all’adesione britannica a quella Comunità nascente); e che l’Europa dovesse essere costruita come contraltare rispetto agli Usa, mantenendo stretti rapporti con Russia e Cina.

Soprattutto, però, qualsiasi piano realistico per difenderci dalla Russia di Putin deve partire dall’unica seria organizzazione militare esistente oggi in Europa: la Nato. È lì che troviamo le forze assegnate, addestrate e interoperabili di tutti i Paesi europei membri dell’Alleanza, il comando e il controllo, le complesse operazioni aeree coordinate, i piani dettagliati per una forza di reazione alleata pronta a difendere il fronte orientale e una credibile scala (in gran parte americana) di deterrenza nucleare. L’Ue non ha nulla di lontanamente paragonabile. La storia avrebbe potuto essere diversa se l’idea originaria di costruire un’Europa più integrata attorno alla difesa non fosse stata bocciata nel 1954 dai voti dei gollisti (e dei comunisti) nell’Assemblea nazionale francese. Come ci ricorda il suo biografo, Julian Jackson, de Gaulle non “attaccò nessuna organizzazione sovranazionale più ferocemente della abortita Comunità europea di difesa”.

Qualunque sia la posizione ideologica di partenza, gollista o atlantista, se davvero si vuole la difesa dell’Europa si inizia dalla Nato — e poi si cerca il modo di europeizzarla il prima possibile. Allo stesso tempo di fronte all’inaffidabilità di Trump serve un ripensamento sull’estensione della portata della deterrenza nucleare francese e britannica. L’Ue sta diventando un attore significativo nel settore della difesa, in particolare nel sostegno all’Ucraina e nell’acquisizione di armamenti. E poiché nell’Ue come nella Nato alcuni elementi filo-Putin, come Orbán in Ungheria, sono di ostacolo, certi impegni di difesa più avanzati richiederanno «coalizioni di volenterosi», come quella per l’Ucraina su cui il primo ministro britannico Keir Starmer sta lavorando con il presidente francese.

Clément Beaune, ex ministro francese per gli Affari europei, ha postato una foto dell’incontro tra i leader europei, turchi e canadesi, convocato da Starmer a Londra, accompagnandola con tre parole: Les États unis (gli Stati uniti). Ma c’è una differenza abissale tra essere “Stati uniti” e gli Stati Uniti — un unico Stato in grado di mettere in campo un’enorme potenza letale sulla base di una singola decisione dell’esecutivo. La sfida per l’Europa è quindi compiere una transizione rapida, coerente e credibile dalla sicurezza di cui abbiamo beneficiato per quasi 80 anni, all’interno di un’alleanza dominata dagli Stati Uniti, per passare a un’Europa senza un unico egemone, che sia comunque in grado di difendersi dalla più aggressiva delle grandi potenze. È un’impresa ardua. Essere una grande potenza non egemonica nella regolamentazione della produzione o nella politica commerciale è una cosa; riuscire a esserlo nella massima dimensione della forza militare, quella che implica chiedere a giovani uomini e donne di sacrificare la propria vita, è tutt’altra.

Gli ostacoli alla realizzazione di questo obiettivo ambizioso, ma ormai di portata esistenziale sono principalmente tre.

Primo, le differenze tra i Paesi europei nella percezione storica della sicurezza nazionale. In una crisi internazionale ogni primo ministro britannico pensa di dover essere Winston Churchill, e ogni presidente francese Charles de Gaulle. I modelli nazionali di riferimento di altri leader europei sono meno precisi — il cancelliere del dopoguerra Adenauer per la Germania? Il maresciallo dell’epoca interbellica Pilsudski per la Polonia? Il ministro dell’«ora dell’Europa» negli anni ’90, Poos, per il Lussemburgo? — ma i loro istinti e le loro culture strategiche sono altrettanto eterogenei. L’approccio che serve all’Europa è quindi un “Churchill-Gollismo” che associ il meglio delle due più influenti tradizioni europee di fronte a un mondo in guerra. È una formula che non solo Macron e Starmer, ma forse anche la maggioranza dei leader europei, potrebbero accettare.

Secondo, servono politiche europee, ma la nostra politica democratica è ancora nazionale. Dietro l’importo dichiarato di «800 miliardi di euro» che l’Ue destinerà alla difesa, in realtà ci sono solo 150 miliardi di finanziamenti europei complessi. Il grosso è l’autorizzazione ai singoli Stati membri a spendere altri 650 miliardi di euro complessivamente. Ogni leader nazionale, quando annuncia l’aumento delle spese per la difesa, lo giustifica spiegando quanti posti di lavoro creerà nel proprio Paese. Eppure, oltre a incrementare la produzione di armamenti, l’Europa ha disperato bisogno di razionalizzarla e consolidarla. L’Europa possiede circa 170 sistemi d’arma, rispetto ai circa 30 degli Stati Uniti. Il consolidamento significherebbe decidere che un certo modello di caccia venga prodotto in Italia e Svezia, chiudendo una fabbrica in Francia, mentre un determinato sistema di difesa aerea venga prodotto in Francia e Regno Unito, chiudendo una fabbrica in Germania. Immaginate quanto sarà facile.

Tutto questo in un momento in cui la maggior parte dei Paesi europei ha un alto livello di indebitamento e le popolazioni invecchiate reclamano una maggiore spesa per sanità, assistenza sociale, pensioni e così via. Arriviamo all’ostacolo finale, perfettamente descritto da una frase che Churchill disse a de Gaulle quando quest’ultimo gli conferì la Croix de la Libération (Croce della Liberazione) nel 1958. Contrapponendo le sfide complesse degli anni ’50 al singolo obiettivo chiaro che aveva caratterizzato la loro alleanza durante la Seconda guerra mondiale,Churchill osservò: «È più difficile, persino tra amici e alleati, fare appello all’unità d’intenti in mezzo alle incertezze di una situazione mondiale che non è né di pace né di guerra».

Ed è esattamente dove ci troviamo oggi, a un punto imprecisato tra pace e guerra. Come abbiamo visto, al primo segnale di una possibile tregua in Ucraina le nostre opinioni pubbliche vogliono disperatamente credere che sia possibile tornare ai vecchi tempi di pace post-1989. Ora spetta ai leader europei non solo riaccendere lo spirito combattivo di Churchill e de Gaulle, ma anche spiegare con sincerità agli elettori che ci attende un’altra lunga battaglia — e che, se vogliamo davvero la pace, dobbiamo prepararci alla guerra. Perciò dico: Vive l’Europe! Vive le Churchill-Gaullisme!

Nell’immagine: Winston Churchill e Charles de Gaulle in una foto scattata l’11 novembre 1944


“La mia vita per il Tibet so di lasciare in eredità settant’anni di lotta pacifica”

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 

Dalai Lama, La Stampa

Pubblichiamo, per concessione dell’editore Harper Collins, un estratto del nuovo libro del Dalai Lama, Una voce per chi non ha voce. Oltre settant’anni di lotta per la mia terra e il mio popolo, in libreria dal 18 marzo

Il 17 marzo 1959, in una notte gelida e buia, sgattaiolai fuori dall’ingresso principale del palazzo di Norbulingka travestito con un chuba, l’abito tradizionale usato dai laici. Fu l’inizio di oltre sessant’anni di vita in esilio lontano dalla mia terra natia, il Tibet. Il seme della fuga era stato gettato nel 1950, con l’invasione del Paese da parte della Cina comunista, ma l’effettiva necessità di scappare emerse solo con l’aumento delle tensioni a Lhasa, la capitale tibetana, fino allo scoppio di una rivolta popolare il 10 marzo 1959. Per quasi nove anni, dopo l’invasione, avevo cercato un accordo con la Cina comunista per il bene della mia gente, ma l’impresa si era rivelata impossibile. Alcuni giorni dopo la mia partenza, l’esercito popolare di liberazione cinese bombardò la città. In questo modo presero avvio le tragiche vicende che segnarono il mio Paese e il mio popolo nella seconda metà del ventesimo secolo, e che sono proseguite anche nel ventunesimo. Dal 1959, da quando cioè sono stato costretto all’esilio in India, ho sempre messo al primo posto la causa del Tibet e del suo popolo.

Ormai mi avvicino ai novant’anni. La questione tibetana non è ancora stata risolta, e la mia terra natia è ancora nella morsa del dominio repressivo della Cina comunista. I tibetani rimasti in patria continuano a essere privati della loro dignità di popolo e della libertà di vivere la vita secondo i propri desideri e la propria cultura, come invece accadeva da più di un millennio prima del 1950. Poiché oggi qualsiasi espressione dell’identità tibetana è vista come una minaccia dai nuovi dominatori, c’è il rischio che in nome della “stabilità” e della “integrità territoriale” si facciano dei tentativi di cancellare la nostra civiltà. Così ho scritto un libro che è, in primo luogo, il resoconto di oltre settant’anni passati a trattare con i vari leader della Cina comunista per conto del Tibet e del suo popolo. È altresì un appello alla coscienza non solo dei cinesi – molti dei quali condividono con noi l’eredità spirituale del buddhismo mahayana (o tradizione sanscrita, come la chiamo io) – ma anche della comunità internazionale, per sensibilizzare alla triste condizione dei tibetani.

La nostra è una crisi esistenziale: c’è in gioco la sopravvivenza di un popolo antico e della sua cultura, lingua e religione. Attingendo da ciò che ho imparato nel lungo periodo in cui ho avuto rapporti con Pechino, il libro si propone di offrire alcuni suggerimenti sul possibile cammino futuro. Considerato che siamo un popolo con una lunga storia e una propria civiltà specifica, la nostra lotta continuerà, se necessario, anche oltre la durata della mia vita. Il diritto dei tibetani a essere i custodi della loro terra natia non può essere negato all’infinito, e l’aspirazione alla libertà non può essere schiacciata per sempre mediante l’oppressione. Un insegnamento chiaro che ci viene dalla storia è questo: se si costringono le persone all’infelicità perenne, non si può costruire una società stabile.

A differenza di tutte le mie altre missioni, che svolgo per libera scelta, la responsabilità della nazione tibetana e del suo popolo è ricaduta su di me nel momento in cui fui riconosciuto come Dalai Lama, all’età di due anni. La proclamazione ufficiale giunse nel 1950, quando divenni il leader temporale del Tibet all’età di sedici anni. Da allora ho messo al centro del mio cuore il dovere di proteggere il Tibet, la sua gente e la sua cultura, e così sarà finché vivrò. Si tratta del mio impegno principale, da aggiungere agli altri che mi sono assunto come parte della mia missione di vita. Tra di essi: promuovere i valori umani fondamentali sulla base di un approccio universale o secolare; favorire la comprensione e l’armonia interreligiosa; incoraggiare un maggiore apprezzamento dell’antica saggezza ed erudizione indiana. In questi altri ambiti, sono felice di essere riuscito ad apportare contributi tangibili, partecipando a conversazioni di ampio respiro, scrivendo libri e portando avanti un esteso programma di visite internazionali.

Nel caso del Tibet, il mio incarico più importante e sentito, è stato molto più difficile. Ho fatto del mio meglio, senza sosta, per creare aperture al fine di negoziare un accordo con i comunisti cinesi, che invasero il mio Paese nel 1950. Ci sono stati tre periodi di dialogo intenso: negli anni Cinquanta, quando vivevo in Tibet e ne ero il giovane leader; negli anni Ottanta, quando il leader cinese Deng Xiaoping aprì la Cina al mondo; infine, nel primo decennio di questo secolo.

In tutti gli altri aspetti della mia vita e in tutti gli altri ambiti del mio lavoro mi sono relazionato con persone pronte ad accettare una visione condivisa, guidate dalla fiducia, capaci di esprimere con sincerità il proprio pensiero, anche se discordante, e davvero disposte a interagire e imparare.

Con i leader della Cina comunista, da Mao Zedong all’attuale presidente Xi Jinping, purtroppo la situazione è sempre stata molto diversa. Come dico spesso, i leader della Cina comunista hanno la bocca per parlare, ma non hanno orecchi per ascoltare.

Prendiamo, per esempio, il libro bianco sul Tibet pubblicato dal governo cinese nel maggio 2021. All’inizio del documento si afferma che, dopo l’invasione cinese del 1950, i tibetani «si liberarono per sempre dalle catene dell’imperialismo invasore, avviandosi su un luminoso cammino di unità» e oggi godono di «un ambiente sociale stabile prosperità economica e culturale». Secondo questa narrazione, dopo la «liberazione pacifica» del Tibet da parte della Cina comunista, la nazione tibetana e il suo popolo non hanno mai smesso di percorrere una parabola ascendente verso la libertà, la prosperità e l’appagamento in seno alla famiglia della Repubblica Popolare Cinese. Ma se questo fosse stato vero, in qualsiasi periodo dopo l’invasione, come si spiegano gli oltre settant’anni di resistenza e risentimento ininterrotto dei tibetani nei confronti della presenza cinese? A quanto pare, i comunisti cinesi hanno una risposta molto semplice: la causa è «l’attività separatista condotta dalla cricca del Dalai Lama». Con ciò si riferiscono alla nostra lunga campagna non violenta per la libertà del popolo tibetano e ai nostri sforzi per salvare la lingua, la cultura, l’ambiente naturale e la religione che contraddistinguono il Tibet.

Tradizionalmente siamo noi tibetani ad aver vissuto sull’altopiano del Tibet per millenni, e abbiamo ogni diritto di continuare a essere i custodi della nostra terra natia. La questione tibetana non riguarda lo sviluppo economico, che – lo ammettiamo – è migliorato in misura significativa dopo la liberalizzazione della Repubblica Popolare Cinese. Piuttosto, riguarda il bisogno e il diritto di un popolo di esistere conservando la propria specifica lingua, cultura ed eredità religiosa. E poiché in Tibet non c’è libertà di parola, fin dall’inizio del mio esilio nel 1959 è toccato soprattutto a me il compito di essere la voce di chi non ha voce.

Il nostro obiettivo rimane quello di negoziare una soluzione con l’accordo di entrambe le parti, ma alla fine, per riuscirci, tibetani e cinesi dovranno sedersi a un tavolo a parlare.

 


Qual è la situazione degli appartamenti Airbnb a Lugano?

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 

Negli ultimi anni il fenomeno Airbnb ha preso piede anche a Lugano, contribuendo a trasformare un mercato immobiliare locale già in grande fermento. Non bastavano le liquidazioni in blocco di stabili a reddito dagli inventari delle casse pensioni che immettono sul mercato volumi importanti a prezzi bassissimi, né l’arrivo in città di grossi gruppi finanziari internazionali ingolositi dalla possibilità di fare soldi facili. Sì perché oggi giorno i prezzi immobiliari in città sono fuori mercato per gli investitori locali o della Goldküste che hanno lasciato spazio a chi i soldi veri li ha e ha la capacità e il cinismo di farli fruttare infischiandosene completamente delle conseguenze socio-economiche sul territorio.  

In un solo anno, stando a un’inchiesta RSI, il numero di appartamenti affittati per periodi brevi è cresciuto del 24%, raggiungendo le 1.102 unità, pari al 2,7% del totale degli alloggi cittadini. Una percentuale superiore a quella registrata a Zurigo (1,4%), Lucerna (2%) e Ginevra (1,8%). Se inizialmente Airbnb era una soluzione per i piccoli proprietari che affittavano stanze o seconde case per arrotondare, oggi il mercato è dominato da grandi investitori che trasformano interi immobili in strutture per affitti brevi, riducendo la disponibilità di alloggi primari per i residenti. 

Il risultato? Una crescente difficoltà per i luganesi a trovare un alloggio stabile a prezzi accessibili e un centro città desertificato. Molte famiglie si sono già trasferite nella cintura o in città vicine come Bellinzona, dove gli affitti risultano più abbordabili. 

Il Canton Ticino ha introdotto alcune regole per limitare gli affitti brevi. Chi affitta per più di 90 giorni l’anno deve rispettare la Legge sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione (LEAR), che impone obblighi simili a quelli delle strutture alberghiere. Tuttavia, il controllo sull’applicazione di questa norma sembra carente.

A livello federale, la Legge sulle abitazioni secondarie (LASec) stabilisce che nei comuni dove le residenze secondarie superano il 20%, la costruzione di nuove abitazioni è limitata. Tuttavia, una scappatoia legislativa permette di affittare liberamente gli immobili costruiti prima del 2012, favorendo speculazioni immobiliari.

A questo si aggiunge la Legge di applicazione della legge federale sull’acquisto di fondi da parte di stranieri (LALAFE), che dovrebbe permettere ai comuni di controllare e, se necessario, impugnare operazioni immobiliari sospette. Ma quanto viene effettivamente applicata? Un’inchiesta giornalistica ha rivelato casi preoccupanti a Viganello e nel centro di Lugano, dove decine di appartamenti sono stati acquistati da investitori stranieri e riconvertiti in Airbnb, spesso con lo sfratto brutale dei residenti.

Non tutte le città hanno lasciato che gli affitti brevi stravolgessero il mercato immobiliare locale. Un esempio virtuoso è Interlaken, che ha adottato regolamenti stringenti per monitorare e disciplinare le locazioni turistiche. Dopo aver visto raddoppiare il numero di abitazioni secondarie tra il 2014 e il 2018, il comune ha approvato, con il 92% di voti favorevoli, misure che hanno ridotto il fenomeno, riportando la percentuale di residenze secondarie al 13,8%.

Tra le misure adottate, Interlaken ha introdotto l’obbligo di registrazione degli appartamenti affittati a breve termine, permettendo così un controllo più efficace sulla loro diffusione. Inoltre, ha vietato nuovi Airbnb in alcune zone residenziali, proteggendo i quartieri destinati ai residenti e contrastando lo spopolamento del centro.

A Lugano il numero di residenze primarie trasformate in Airbnb continua a crescere, ma manca una fotografia chiara della situazione. Non è facile sapere quanti proprietari affittino per oltre 90 giorni all’anno e se questi affitti siano regolarmente tassati. La questione del monitoraggio rimane aperta, così come il dibattito su come garantire un equilibrio tra turismo e diritto alla casa per i residenti. Per questo un’interrogazione della Sinistra con supporto di altri partiti ha posto delle domande al Municipio per fotografare la situazione e le misure attualmente in atto. 

Per arginare il problema, sarebbe necessario aggiornare le Norme di Attuazione del Piano Regolatore (NAPR) per limitare la conversione delle abitazioni primarie in residenze turistiche. Inoltre, un rafforzamento dei controlli fiscali e una regolamentazione più stringente sull’uso di Airbnb potrebbero tutelare meglio i residenti e garantire un mercato più equo.

L’esperienza di Interlaken dimostra che regolamentare gli affitti brevi è possibile e può portare benefici concreti alla popolazione. La domanda è: Lugano seguirà questo esempio o continuerà a subire le conseguenze di un mercato sempre più deformato dagli affitti turistici? Al momento il lassismo delle istituzioni sembra prevalere.

Non è utile demonizzare gli affitti brevi in quanto tali. In qualche modo rappresentano il segno dei tempi e un cambiamento delle abitudini delle persone con cui bisogna fare i conti. Si tratta però di mettere dei paletti chiari per tutelare i residenti e togliere Lugano dal menu di chi la vorrebbe terra di facile conquista. 

Carlo Zoppi è consigliere comunale a Lugano (La Sinistra) 


Di neutralità e dintorni

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 

In un mondo sempre più confuso, nel quale si attentano giornalmente i Fondamentali di quelle che credevamo democrazie perenni a beneficio di democrature, se non dittature o semplici interessi personali di ricchezza e potere, ci confrontiamo, periodicamente, con la retorica di una destra populista, oggi vincente, improntata esclusivamente a inculcare paure ancestrali, primitive, senza un briciolo di Visione di un domani che dovrà essere forzatamente condiviso, pena la scomparsa del mondo così come lo conosciamo.

Lo straniero, il diverso, il nemico alle porte, l’islamizzazione sottotraccia, lo spauracchio della “grande sostituzione” (mito neonazista della prima ora), il criminale, se non terrorista, travestito da rifugiato. Mantra che si inculcano nelle coscienze, cancellando con un colpo di spugna la Storia, la dignità del singolo, riducendoci a branco.

Apostoli dell’isola Felice, di una Costituzione sbandierata a mo’ di “libretto rosso” maoista a proprio uso e consumo, militi integralisti di una “neutralità armata  permanente” (neutralità impostaci nel 1815  con il Trattato di Parigi e regolata dal  1907 dal  diritto internazionale con  le Convenzioni dell’Aia), oggi avvallano, senza pudore, importanti  rinunce di sovranità nazionale, in particolare nella difesa, a favore di potenze guidate da figuri discutibili, ricattatori di bassa lega, sicuramente personaggi poco affidabili. 

Non mi riferisco a diaboliche organizzazioni sovranazionali, bensì, e oggi non è più un segreto, alla scelta, purtroppo confermata dal voto popolare, anch’esso non sempre così libero come vorremmo credere, del nuovo caccia F-35 (costo 6 mia, senza la garanzia di vederli mai volare), di produzione USA. Aerei interamente gestiti da un sistema operativo proprietario, non esattamente svizzero, sotto il controllo assoluto del potere USA, che ne stabilirà operatività e regole di ingaggio. In altre parole, la decisone dei vari interventi e delle modalità degli stessi, anche in caso di guerra, saranno prese non a Berna, bensì dai Trump, Vance o Musk di turno, senza possibilità d’obiezione, pena la messa a terra e la conseguente inutilità degli apparecchi stessi.

Come la commessa di droni israeliani ADS15: commessa già lievitata a 298 mio (dei quali 288 già bruciati) e la bellezza di un ritardo di consegna di oltre10 anni, sempre che potrà mai essere soddisfatta. 

Ai tempi si facevano affari con il Sudafrica dell’apartheid, oggi con uno Stato sempre più messianico, denunciato per crimini di guerra e che di guerra “sporca” ne ė un maestro.

Ma non contenti, i “nostri neutralisti” irridono la quasi totalità delle organizzazioni internazionali, dimenticando che le stesse, presenti anche sul nostro territorio (ONU a Ginevra), davano ancora un briciolo di legittimità al nostro Paese, alla nostra neutralità, alla nostra credibilità.

Questo ė l’oggi. La domanda che dobbiamo porci ė: “Tu, quale domani vuoi costruire e lasciare alle memorie future?”

Guido Tognola,  Segretario Politico – Costituzione Radicale

Nell’immagine: «Si tratta di arrivare in fondo». Immagine caricaturale sulle difficoltà di mantenere la neutralità svizzera. Cartolina postale, 1915 ca.


In piazza una promessa di libertà e democrazia

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Tantissimi. Un popolo disperso si è ritrovato insieme, smosso dalle sue delusioni dal richiamo di Michele Serra, con l’invito a reagire alla deriva della democrazia testimoniando fedeltà all’Europa: nella speranza e nell’urgenza che l’Unione compia finalmente la sua storia e diventi un soggetto politico capace di testimoniare i valori della nostra civiltà nelle grandi crisi mondiali.

Un appello libero, non fazioso, ingenuo nel senso più alto del termine perché senza tatticismi, furbizie e calcoli, che chiedeva di manifestare finalmente un sentimento politico e morale dopo anni di puro risentimento, con tutti i pozzi avvelenati.

E invece, c’è ancora una strada per la politica, per fortuna, ed è in questo senso del dovere e della necessità che di fronte alle minacce della situazione internazionale muove i cittadini a una nuova responsabilità. I cittadini: perché le persone diverse, distanti e lontane che si sono unite sulla piazza di Roma con le bandiere blu e arcobaleno hanno esattamente esercitato il loro diritto di cittadinanza pretendendo libertà, indipendenza e democrazia: e la cittadinanza è quella europea.

In questo senso è una prima volta, in quanto l’elemento comune era addirittura uno spirito costituente, una spinta popolare per superare la grande incompiuta e dare finalmente istituzioni, identità politica e autorità all’Europa. Ci lamentiamo da anni perché gli italiani non vanno più a votare, rinunciando al loro diritto di indirizzo e di scelta e screditando l’istituto della rappresentanza. All’improvviso, migliaia di persone sono uscite di casa, hanno deciso di partecipare e di contare: magari, come ha detto Serra dal palco, «non sapendo cosa si deve fare in concreto, ma provando a farlo». Dando cioè una disponibilità alla politica, un’occasione alle istituzioni, una chance alla classe dirigente, se ce ne fosse una.

Preoccupati per la capacità di mobilitazione di uno scrittore e di un giornale, non prevista in questa fase in cui i poteri industriale, economico, culturale, tecnologico, d’informazione si stanno riallineando tutti insieme nella redistribuzione imperiale degli spazi di influenza, la nuova destra sovranista e il populismo che si dice progressista hanno assicurato in anticipo che una manifestazione non conta nulla, perché non cambia il corso delle cose.

Ma la piazza democratica di sabato 15 marzo, tollerante delle sue stesse differenze e consapevole delle ragioni che le superano nella scelta di stare comunque insieme, ha già cambiato qualcosa nella coscienza delle persone, semplicemente perché ha posto l’Europa come orizzonte, e ha testimoniato che si può fare, e che vale la pena farlo.

L’ultima ipocrisia è quella di scoprire la divisione della piazza, come se fosse una rivelazione. Sappiamo per esperienza che la guerra divide i Paesi, i partiti, le comunità, le famiglie. Poiché è una misura radicale, che punta all’annientamento, non consente compromessi, anzi scoppia proprio quando si è consumato lo spazio di qualsiasi compromesso politico o diplomatico.

Di fronte alla lacerazione clamorosa del patto di convivenza, che è alla base delle relazioni tra i popoli e i Paesi, anche la teoria politica che aveva governato la realtà fino a ieri va in crisi. Il nostro sistema di pensiero è investito dalla guerra come se fosse al fronte: tutti ricordiamo all’epoca dei conflitti in Iraq e nei Balcani la discussione e la polemica sul concetto di “guerra giusta” tra Norberto Bobbio e i suoi allievi.

La novità, oggi, è che a dividerci è il concetto di pace, mentre in astratto dovrebbe essere il più ecumenico, universale, unanime, appunto perché è un assoluto. Ma non è l’idea di pace che si è spezzata: è il principio di legalità con cui eravamo abituati a giudicare le crisi internazionali, il criterio che fissava nel diritto la garanzia della convivenza, la regola condivisa che condannava gli abusi e i soprusi. Questo canone globale formava una rete di sicurezza che per ottant’anni è stato quanto di più vicino alla moralità universale della democrazia, accettata nei fatti anche da parte di chi non la praticava nel suo Paese, ma la riconosceva come metodo di garanzia per la coesistenza.

Tutto questo è saltato sotto la spinta separata ma parallela della Russia e dell’America. Putin ha denunciato apertamente la democrazia, ha posto il suo Paese fuori da quel perimetro di valori e di regole, ha rifiutato i principi liberali e ha avviato la rifondazione dello spirito imperiale nella triade della tradizione — autocrazia, ortodossia e popolo — esclusivamente incentrata sull’anima russa.

Trump sta facendo fuoruscire gli Stati Uniti dal sistema liberal-democratico, dal vincolo delle alleanze internazionali, dalla cultura politica occidentale, costruendo una sovranità autoritaria e reazionaria che trasformi l’America nel primo impero del nuovo secolo. Gli imperi si spartiscono le aree d’influenza, si garantiscono reciprocamente, riconoscono un unico comune criterio ordinatore: la forza. È chiaro che sotto questa pressione il nostro modo di pensare la guerra e la pace non poteva più reggere, e infatti è andato in mille pezzi.

Il giudizio sul bene e sul male, convenzionalmente condiviso, non c’è più. Trump non imputa a Putin l’aggressione, l’invasione, la guerra: lo sta assolvendo senza giudicarlo, mondandolo di ogni colpa fino a portarlo redento e dunque innocente al tavolo della trattativa.

Il fatto è che il mondo si sta conformando a questo meccanismo per cui il passato non conta e anche la storia incomincia a scorrere e ad acquistare significato solo dal momento in cui il demiurgo la tocca, piegandola ai suoi interessi: non giudichiamo più la guerra, la colpa, il ruolo dell’aggredito e dell’aggressore. In questo modo stiamo compiendo un’inversione morale, guardando solo al modo di uscire dal conflitto, che certo è importante, ma che altrettanto certamente non può essere disgiunto dalla responsabilità del suo inizio.

Questo stesso strabismo morale sta contagiando l’idea grandiosa di pace che ci viene proposta nella versione imperiale, amnistiata la guerra. Diciamo intanto che proprio per la sua portata universale la moralità del concetto di pace non appartiene a nessuno, in quanto interpella — è il caso di dirlo — tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Chi ha denunciato la scelta della guerra, schierandosi fin dall’inizio a sostegno dei più deboli aggrediti nei loro diritti, ha anzi a rigor di logica qualche titolo in più nel cercare la pace, invertendo il motto latino: se vuoi la pace, denuncia la guerra. Qui invece si denuncia la resistenza alla guerra, si applaude a ogni avanzata dell’invasore, si deride chi difende il proprio Paese, si schernisce la debolezza manifesta che diventa colpa. Ma in questo modo, che pace si prepara?

È sempre bene, naturalmente, che le armi tacciano. Ma la pace non è mai semplicemente la fine del conflitto, bensì la costruzione di un ordine giusto e affidabile, e proprio per questo stabile e duraturo. Dunque la pace è bifronte, e qui sta la sua ricchezza politica e non solo umanitaria: da un lato chiude le ostilità, dall’altro apre il ciclo di un nuovo ordine mondiale.

Ora domandiamoci quale ordine per l’Europa e per il mondo stiamo costruendo nel momento in cui questa guerra ha abrogato il principio di legalità, la supremazia del diritto, il sistema di regolazione dei contrasti prima che diventino conflitti, mentre i due imperatori rifiutano il criterio democratico come metodo di garanzia per una nuova convivenza: si può davvero chiamare pace questo deserto di principi e di regole dominato soltanto dagli interessi e dalle convenienze dei due imperialismi congiunti?

In realtà nella parte populista del pacifismo oltre al rifiuto della guerra trova posto un disincanto per la democrazia che politicamente diventa disprezzo, come se tutto fosse realmente riducibile a complotto, a inganno, a menzogna dell’establishmente a confisca dell’élite, secondo la novellistica dell’antipolitica. Così si giustifica l’inerzia nella difesa dei principi democratici calpestati dalla guerra imperialista, e si finisce per allinearsi alla deriva neo-autoritaria che ha ormai contagiato anche l’Occidente: tanto tutto è uguale, come se non avessimo una civiltà da difendere, una libertà da preservare, un costume democratico da salvaguardare.

La vera cultura della pace passa dunque dalla capacità di distinguere. Non si può chiedere una soggettività politica all’Europa e pretendere un suo ruolo da protagonista nelle crisi che diventano guerre e poi lasciarla disarmata, proprio nel momento in cui Trump chiude l’ombrello della Nato e autorizza Putin a impadronirsi di ciò che gli serve, nella nuova comune ossessione imperiale per cui la forza nasce dalla terra, la sovranità dalla spazialità e l’autorità si realizza nella sua dimensione fisica.

Sembrava quasi che la piazza sapesse tutto questo, nel momento in cui chiedeva all’Europa di essere la patria della democrazia nella sicurezza della libertà e della giustizia: e cioè di mantenere la sua promessa.


Sempre più difficile

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 


Perché il Manifesto di Ventotene non basta più

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 

Di Andrea Malaguti, La Stampa

«Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare esso stesso un mostro. Quando guardi a lungo un abisso anche l’abisso ti guarda dentro»

Friederich Nietzsche

Stiamo guardando l’abisso. E l’abisso guarda dentro di noi. Sabato mattina, poche ore prima della manifestazione organizzata da Michele Serra in piazza del Popolo, a Roma, per chiedere più Europa e più pace, obiettivi larghi sui quali è difficile essere in disaccordo. Mi chiama Gabriele Segre. È a Gerusalemme, dove vive ormai da qualche mese. Gli chiedo come vanno le cose e lui, con la lucidità di sempre, mi racconta cosa succede a un mondo perennemente schiacciato dalla paura del conflitto, soffocato da una tregua destinata a non durare a lungo. Riflettiamo rapidamente sul fatto che ormai la parola guerra è entrata nei nostri discorsi quotidiani. Al pari della parola Trump. Non c’è un dibattito che possa farne a meno. Stiamo cambiando, inesorabilmente, un pezzo ogni giorno. Si trasforma il nostro modo di pensare. La scala delle nostre priorità. Siamo schiavi di un discorso pubblico che non lascia scampo, condizionato dalle scelte muscolari dei Grandi della Terra.

Siamo nelle loro mani. «Ho paura che il senso di disagio che si prova qui presto lo si respirerà in tutta Europa», mi dice. Guardiamo nell’abisso.

È tornato in Israele dopo sei mesi a Torino. La sensazione che gli rimane addosso è quella di una roccia scavata da una goccia che non smette più di cadere. «I sentimenti che avevamo nei mesi successivi al 7 ottobre sono sempre più presenti nelle nostre coscienze. Abbiamo paura che una soluzione non arriverà mai. La mancanza di fiducia nella politica è pressoché definitiva. Non credo la recupereremo. È qualcosa di irrazionale».

Alla fine dell’analisi non so più se sta parlando di Israele o di Bruxelles, del Medio Oriente o dell’Occidente. Temo che non ci sia nessuna differenza e che la piazza di Roma sia lì per questo. La società civile che grida alla politica: avete fallito, dove siete spariti, non lo vedete che abbiamo bisogno di aria nuova, di meno armi e più idee? Applaudo anch’io a Michele Serra che dice: «Siamo tanti perché siamo un popolo, diversi ma europei». Giusto. Buon punto di partenza. Ma ora?

Se fossimo nel 1951 il luccicante raduno romano sarebbe un trionfo. Settantaquattro anni dopo De Gasperi è frustrante essere ancora alle manifestazioni sentimentali, in cui bisogna fare slalom dialettici per evitare la parola Zelensky (con l’eccezione Scurati).

Certo, in un Paese di servi sciocchi e osannatori a cottimo, questi trentamila partigiani del buonsenso riempiono il cuore. Anche se non è facile dire di che cosa. Siamo alla prepolitica. Il dibattito sui contenuti chi lo guida? Tre domande. Mandiamo le armi all’Ucraina? Non le mandiamo? Ogni Paese si muove per conto proprio o l’Europa, Gran Bretagna inclusa, crea una forza difensiva condivisa, comune, larga, capace di compensare il disimpegno americano nella Nato e di impedire alla Russia di spaventarci semplicemente facendo bu? Voto per la terza opzione. Adesso che l’ombrello americano si sta chiudendo, essere pacifisti diventa più complicato. Theodore White, grande cronista delle campagne presidenziali americane, ogni quattro anni scriveva un libro: “The making of the President”. La tesi dell’ultimo era: l’America deve scegliere se essere un luogo o una nazione. È esattamente il problema che ha l’Europa Se sei una nazione hai un proposito, se sei un luogo sei banalmente un terminale.

Ci penso mentre un collega torinese mi racconta la storia di Artemio, un bambino di sei anni, ucraino, che arriva nel Verbano assieme alla sua mamma per visitare la nonna che lavora come badante in una casa con terrazzo da cui si vede il Lago Maggiore. Artemio è ipnotizzato dalla bellezza di quel posto. Dalla pace. Ma non riesce a nascondere l’inquietudine. Dice alla nonna: «Dov’è la Russia?» . La nonna lo guarda con tenerezza. Lo prende e in braccio e gli chiede: «Perché vuoi sapere dov’è la Russia e non l’Ucraina?» . Il bambino la folgora. «Perché voglio sapere se i russi ci vedono». Suppongo voglia dire: perché, se i russi ti vedono, ti sparano. Lo ha imparato sulla sua pelle. Aveva tre anni quando la guerra è iniziata. È cresciuto in un mondo fatto di esplosioni, fughe, case crollate, lacrime e paure. L’insicurezza è la sua unica compagnia. Così, quando vede passare gli aerei si chiede allarmato: «Non ci andiamo a nascondere nel rifugio?» . «No, piccolo, qui nessuno ti farà del male». E, mentre osserva i bambini come lui che giocano sul prato, ragiona: Qui è bello, perché le sirene non suonano mai». Questo fa la guerra sui bambini.

Dunque, che cosa dobbiamo ad Artemio? W la piazza, ma la politica che fine ha fatto?

Chi prova a intestarsi l’energia buona trasmessa da un’adunata intelligente, colta, fine e aureolata di glorie antifasciste, ma che non può non sentire in maniera acuta la sua insufficienza? Oggi, dopo essersi detti un po’ enfaticamente, quanto fosse bello il Manifesto di Ventotene, ne occorre uno nuovo, contemporaneo, incardinato a ideali condivisi. Gli interessi di Roma, Madrid, Parigi e Berlino sono diversi da quelli di Varsavia, Tallin e Stoccolma e non si vede un leader continentale capace di comporli.

Lo spettacolo offerto questa settimana dall’Italia a Bruxelles è deprimente. Il governo è diviso, con la Lega salviniana spalmata sulle posizioni filo-putiniane incarnate dalla chiassosa portavoce di Mosca – Marija Zacharova – che attacca il Quirinale. E il Pd, incomprensibilmente lontano dalle posizioni del gruppo dei Socialisti Europei, che si spappola rinnegando le indicazioni di Elly Schlein. Il dentifricio è uscito dal tubetto. La segretaria è costretta a un braccio di ferro con l’ala senatoria e centrista del suo partito. Forse ha ragione Marco Follini quando dice che «il Pd raccoglie più di ogni altro partito la grande tradizione politica del Paese. Ma il Paese non risponde più alle logiche della politica e il Pd non sa più da che parte stare. Ed è inutile invocare un Congresso, quello lo ha già vinto Schlein nei gazebo. E lo rivincerebbe di nuovo». Sembra un vicolo cieco.

Mentre mi allontano dalla manifestazione, un collega ottimista mi raggiunge. «Sei un fanatico delle citazioni, te ne regalo una di Seneca: non è perché le cose sono difficili che non osiamo, ma è perché non osiamo che sono difficili». Non male. È più ottimista di me. Ormai il sole è calato da un pezzo e la piazza resta vuota, immersa in una oscurità senza rive. Lo ha sentito qualcuno il grido partito da Roma?


Trump appeso a Putin «Speriamo accetti». E Zelensky si prepara

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 

Di Sabato Angieri, il manifesto

Trump continua a pensare che «Putin accetterà il cessate il fuoco», ma ha rimandato a lunedì ulteriori dettagli, concludendo con un laconico «speriamo che vada bene». Durante la serata di ieri il presidente statunitense ha parlato con Steve Witkoff di ritorno da Mosca e ha dichiarato che i contatti con i russi stanno procedendo a più livelli e sono tutti in avanzamento. Intanto Zelensky ha istituito per decreto presidenziale una squadra per i negoziati, segno che a Kiev si preparano davvero all’apertura di un eventuale tavolo di trattative con Mosca.

A CAPO DEL TEAM ci sarà Andriy Yermak, ancora lui, il consigliere capo di Zelensky, il suo plenipotenziario, l’uomo che secondo molti in questo momento è la persona con più potere in Ucraina. Era un semplice produttore televisivo, ma condivideva con il futuro presidente la provenienza dal mondo dello spettacolo e nel 2020 è stato nominato capo dello staff di Zelensky.

In Ucraina i suoi detrattori si dividono in due fazioni: quelli che credono che sia stato messo accanto al capo di stato da Igor Kolomoisky, l’oligarca miliardario proprietario della rete televisiva 1+1, che ha mandato in onda la serie tv di Zelensky Servitore del popolo, uno sceneggiato di enorme successo in Ucraina. Dagli studi di 1+1 Zelensky ha lanciato la sua candidatura a capo di stato nel 2018 in contrasto con l’ex presidente Petro Poroshenko inviso a Kolomoisky.

Quest’ultimo è una figura molto ingombrante della finanza e della politica ucraina degli ultimi anni: ebreo fondatore e presidente del parlamento ebraico europeo, fondatore e finanziatore del battaglione Dnipro che fu tra i primi a combattere contro i separatisti in Donbass nel 2014. Dal febbraio di quest’anno, tuttavia, Zelensky gli ha voltato le spalle, congelando i suoi beni in Ucraina e impedendogli di lasciare il Paese. L’altra corrente di complottisti vuole che in realtà il presidente sia in qualche modo dipendente da Yermak, che abbia trovato in lui una sorta di Mazzarino. Dovunque va Zelensky c’è anche lui: al centro della conferenza per i tre anni di guerra, tra due ali di generali e ministri, ha parlato per primo; il 24 febbraio figura in tutte le foto delle agenzie mentre accoglie i capi di stato e di governo in visita a Kiev (davanti e prima del ministro degli Esteri Sibyga); quando si tratta di prendere parola sulla Russia, sull’Europa o sul futuro della guerra è sempre lui il primo a scrivere lunghi post sui social network, palesando la linea del governo.

SECONDO ALCUNI, YERMAK è diventato talmente indispensabile a Zelensky da essere un problema e il suo nome ricorre spesso nei discorsi con gli ucraini delle retrovie che lo descrivono come l’eminenza grigia della Verkhovna rada, il parlamento ucraino. La rivista Politico l’ha soprannominato «the fixer», ovvero colui che risolve i problemi, e per il Kyiv independent è «stato descritto in passato come il più potente capo di gabinetto nella storia dell’Ucraina e ha attirato critiche per aver accumulato un potere e un’influenza senza precedenti all’interno dell’Ufficio presidenziale di Zelensky».

A Yermak, in quanto capo-delegazione, il presidente ha dato il potere di licenziare o cambiare i membri della squadra a suo piacimento che, in ogni caso, per ora sono il ministro degli Esteri Andriy Sybiha, il ministro della Difesa Rustem Umerov e il vice di Yermak, Pavlo Palisa. Gli stessi uomini che hanno incontrati gli emissari di Trump a Gedda.

NELL’ATTESA DEI NEGOZIATI continuano gli scontri nel Kursk, «L’offerta del presidente russo Vladimir Putin alle truppe ucraine di deporre le armi nella regione di Kursk è ancora valida, ma il tempo a disposizione di Kiev sta per scadere» ha dichiarato ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Secondo la Difesa di Mosca ieri le truppe russe hanno liberato altri due villaggi poco fuori Sudzha e continuano ad avanzare. Zelensky ha ribadito che i suoi uomini «non sono accerchiati» e che cresce il rischio di nuove manovre russe nella regione confinante di Sumy, dove sono stati riportati «nuovi assembramenti di truppe nemiche».

Intanto proseguono anche gli attacchi dalla distanza. Missili e droni russi hanno colpito la città natale di Zelensky, Kyvyi Rih, ferendo almeno 12 persone tra cui 2 bambini in un complesso di palazzine residenziali. È andata peggio a Kherson, dove si contano almeno due morti e una ventina di feriti a seguito dell’ennesimo bombardamento nella cittadina martoriata da quando due inverni fa è stata liberata dalle truppe ucraine. A Odessa sono state nuovamente prese di mira le infrastrutture energetiche lasciando una parte della regione al buio. Dall’altro lato del fronte i vertici dell’aeronautica russa hanno dichiarato di aver abbattuto 126 droni ucraini su diverse regioni della Federazione, ma non sono stati segnalati danni significativi.

Nell’immagine: L’attacco di un drone russo a Bohodukhiv, nella regione di Kharkiv, in Ucraina


Il crollo di Tesla e l’impero di Musk che potrebbe cominciare a vacillare

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 

Di Marco Arvati, Valigia Blu

Qualche giorno fa Donald Trump si è seduto al posto di guida di una Tesla modello S rossa, nel cortile della Casa Bianca. Per prassi consolidata, il presidente degli Stati Uniti non può guidare una macchina su strade pubbliche, né durante né al termine del mandato, dato che la sua sicurezza è affidata per intero al Secret Service. Lo ha fatto, però, per cercare di sostenere pubblicamente Elon Musk, uno dei suoi principali finanziatori nonché guida di DOGE, il dipartimento che si occupa di tagliare budget a gran parte delle agenzie federali: il magnate, infatti, sta vivendo un periodo di forti crisi aziendali.

Nell’ultimo mese, complice anche la congiuntura economica sfavorevole negli Stati Uniti e il crollo delle borse dovuto all’annuncio dei dazi di Trump, Musk ha perso quasi 120 miliardi di patrimonio netto, di cui 29 nella sola giornata di lunedì, una delle peggiori della sua vita imprenditoriale. Intervistato da Larry Kudlow per FOX Business, Musk ha detto che da quando è a capo di DOGE gestisce le sue aziende “con grande difficoltà”, e mentre parlava sembrava prossimo a piangere.

Il tracollo finanziario del magnate sudafricano, però, non si può spiegare soltanto con una discesa generale dei titoli a Wall Street, ma si innesta in una crisi che sta vivendo la sua azienda più conosciuta nel mondo, la leader nella costruzione di auto elettriche Tesla. L’azienda ha subito una caduta vertiginosa, dimezzando il proprio valore nell’arco di tre mesi, e le motivazioni afferiscono sia al quadro economico che a quello politico.

Dopo la vittoria di Trump alle elezioni, Elon Musk è diventato un riferimento politico della destra radicale: lui stesso non ha fatto nulla per evitare che venisse percepito come tale, in quanto, oltre ad assumere un ruolo di peso nell’amministrazione, ha elargito endorsment alle formazioni di estrema destra in molti paesi europei, tra cui Germania e Regno Unito. A partire da questo fatto, Tesla è diventata preda di boicottaggi e proteste: chi possiede un’auto dell’azienda di Musk e si identifica come progressista vuole rimarcarlo, appiccicando al veicolo sticker che recitano “l’ho comprata prima che Elon impazzisse” o “Anti-Elon Tesla Club”. Altri, addirittura, vendono l’automobile velocemente, a meno di quanto sarebbe il prezzo consigliato, generando una discesa del valore medio del modello.

Delle venti macchine usate che hanno visto la maggior caduta verticale nell’arco dell’anno, quattro sono Tesla, tra cui le prime due della classifica. Per di più, l’odio nei confronti di Musk si è acuito con le proteste contro l’amministrazione di questi primi mesi, che si sono indirizzate per la maggior parte contro il piano di DOGE di tagliare dipendenti ritenuti inutili alla produttività del governo americano. Inoltre, Musk e le sue aziende sono tra i più grandi beneficiari della spesa pubblica governativa: circa 38 miliardi totali di contratti firmati, di cui 6 solo l’anno scorso. È paradossale che il miliardario che più si sta spendendo per tagliare sussidi, posti di lavoro e intere agenzie sia il più dipendente di tutti dalla politica industriale federale.

Se negli Stati Uniti l’attacco a Musk è indirizzato principalmente alla sua volontà di eliminare posti di lavoro sicuri per i cittadini americani, in Europa è disprezzato negli ambienti progressisti per il tentativo di sostenere apertamente i partiti di estrema destra. In Germania, dove Musk si è speso molto per la leader di Alternative fur Deutschland Alice Weidel, le proteste sono state molteplici: davanti alla gigafactory dell’azienda, che si trova a Berlino, è stato riprodotto il momento in cui Musk ha fatto un saluto fascista il giorno dell’inaugurazione di Trump, accompagnato dalla didascalia “Non comprare Tesla”. Anche in Italia, il negozio Tesla di piazza Gae Aulenti a Milano è stato preso d’assalto da attivisti, sia di sinistra, come il centro sociale Lambretta, sia di Extinction Rebellion, gruppo ambientalista radicale che lotta contro il cambiamento climatico.

Entrambe le proteste avevano come focus l’attacco alla democrazia che Trump e Musk stanno compiendo negli Stati Uniti e le politiche che l’amministrazione porta avanti in campo ambientale. Tesla è passata da essere un brand di valore e contrasto alla crisi climatica, apprezzato da un certo progressismo, a un marchio tossico che rappresenta visioni fasciste della società: il riallineamento politico di Musk ha generato un divario incolmabile col mondo progressista, che però non è stato sostituito da quello conservatore. Le persone di destra, infatti, per quanto apprezzino Musk, sono meno interessate all’acquisto di vetture elettriche in quanto sostenitrici dei combustibili fossili.

Il crollo delle vendite anno su anno di Tesla è stato considerevole, in tutti i mercati: a livello esemplificativo, in Germania è salita del 30 per cento l’immatricolazione di veicoli elettrici mentre è scesa del 70 quella di Tesla; anche in Australia Musk ha subito una caduta del 72 per cento sull’anno precedente.

Le motivazioni, chiaramente, non sono solo politiche, anche se la massiccia presenza sui social di queste proteste ha certamente aiutato: i potenziali compratori di elettrico hanno iniziato a riorientarsi sul mercato cinese, che sta iniziando a produrre su larga scala vetture meno costose di Tesla. Proprio nel paese asiatico si celano i principali problemi economici dell’azienda di Musk: il mercato dell’elettrico in Cina è stato per anni dominato da Tesla, in quanto unico brand a promuoverlo. Negli ultimi anni, i capitali cinesi hanno generato una forte competizione e l’azienda locale BYD offre macchine di tecnologia migliore a minor costo. Le quote di mercato di Tesla in Cina diminuiscono, anche perché il paese è in crisi economica e si immatricolano meno macchine, e si preferisce comprare veicoli di un’azienda locale.

La crisi delle imprese dell’impero di Musk non si identifica, però, solo con Tesla. In Europa si sta discutendo se affidarsi per le telecomunicazioni al sistema satellitare Starlink, anch’esso di proprietà dell’imprenditore sudafricano. Il punto che ne fanno molti governi è di fiducia: Musk si è spesso rivelato inaffidabile, come nel caso ucraino, in cui prima ha fornito la copertura satellitare all’esercito di Zelensky per combattere i russi e poi ha minacciato varie volte di staccare il sistema, su cui Kyiv fa affidamento.

La Polonia, Stato confinante con l’Ucraina e molto vicina alle posizioni di Zelensky, ritiene che Musk sia del tutto inaffidabile: il ministro degli esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha apertamente asserito che il suo paese contribuisce a fornire Starlink all’Ucraina, e che se Musk decidesse di staccare farebbero in modo di trovare un altro sistema. Tutto questo mentre in Italia c’è un acceso dibattito parlamentare se sia il caso di dotarsi di Starlink per coprire le aree più remote del territorio della penisola.

Il resto dell’impero di Musk è ancora più in crisi: Solar City, azienda nel campo dell’energia solare, è stata salvata da un’acquisizione di Tesla; Neuralink e The Boring Company non hanno portato profitti; lo stesso X, che sicuramente è stato importante per diffondere il pensiero del magnate a grande velocità, è un buco finanziario. La distanza tra la figura di businessman che Musk si è costruito e il successo finanziario che ha realmente ottenuto è ampia.

Elon Musk, negli anni, è diventato infatti il leader di un culto tecnologico, che prometteva svariati obiettivi, dalla totale elettrificazione del parco auto alla colonizzazione di Marte. Come per ogni credo, ha ammantato sé stesso di eroismo, ha cementato il suo stato sui social e ha attaccato per anni le persone ree di non capire la sua idea di mondo. Le sue aziende, però, hanno risentito della scelta di campo in senso repubblicano: al di fuori dei suoi adepti, le persone che davano fiducia al progetto di Musk si sono ritrovate velocemente a far parte dell’”Anti-Elon Tesla Club”.

Nell’immagine: Londra, manifesti anti Musk


Moldova, la paura degli europeisti: “La Russia è troppo vicina”

Macron aveva ragione sul disimpegno Usa, ma l’autonomia strategica parte dalla Nato e dalla rinuncia ai modelli nazionali 

Di Alessio Candito, La Repubblica

CHISINAU – “Nel febbraio 2022, quando sembrava che Kiev stesse per cadere, avevo i bagagli pronti e calcolavo quante ore ci sarebbero volute per raggiungere il confine. Adesso penso che dovrei iniziare a fare una valigia”. Chisinau, capitale della Moldova, ex repubblica ovietica. Galina parla davanti a un tè fumante, mentre il cellulare si illumina a ogni breaking news da o sull’Ucraina. Sono passate quasi due settimane da quando gli Stati Uniti hanno pubblicamente scaricato l’Ucraina insieme al suo presidente Volodomyr Zelensky, bullizzato in mondovisione durante l’ultimo disastroso incontro allo Studio Ovale. Dopo il summit di Gedda il barometro della politica statunitense sembra segnare schiarite e nuove aperture e anche in Moldova si ricomincia a respirare, ma ong, associazioni, media e persino il governo iniziano a fare i conti con i finanziamenti di Usaid improvvisamente congelati. I 22 milioni messi a disposizione solo nel 2023, ha detto il presidente Donald Trump, “sono soldi sprecati per finanziare la propaganda di sinistra”. “Io lo ascoltavo e non riuscivo a crederci – dice Galina – Ma un pezzo di Paese ha cominciato a festeggiare”.

Un Paese diviso

Se l’Ucraina è vaso di coccio fra vasi di ferro, la Moldova è a stento un bicchierino, per di più spaccato, fra riferimenti culturali, linguistici, storici diversi. Lo dicono anche i secondi e terzi passaporti che quasi tutti hanno in tasca: rumeno, per lo più, ma anche russo, ucraino, bulgaro, turco. Persino la Chiesa ortodossa è divisa fra chi guarda al Patriarcato di Mosca e chi a quello di Bucarest. Con una popolazione sostanzialmente uguale a quella della Sicilia e un’estensione di poco maggiore, territorialmente la Moldova è un fazzoletto stretto tra la Romania e l’Ucraina, con la Russia sempre più vicina. “Sono ricominciate le incursioni su Odessa. Da lì a Chisinau sono 200 chilometri. Dal confine 40”, recitano tutti e tutto d’un fiato nella capitale. In pochi credono in un’occupazione reale dell’intero Paese, ma il rischio di uno scivolamento nell’orbita di Mosca per i più è pericolo concreto.

Lo zoccolo duro degli europeisti

“E c’è anche chi li aspetta come liberatori”, dice Galina. Non solo in Transnistria, lingua di terra che si è proclamata unilateralmente indipendente e dove l’epoca sovietica non sembra ancora finita. Anche nelle enclavi russofone del Sud e del Nord – Balti, seconda città della Moldova, Comrat, capoluogo della Gagauzia autonoma, che si tiene strette anche le sue origini turche – non sono poi così disperati per la piega che hanno preso gli eventi.

“Per loro la Russia vuol dire soprattutto benessere. Si sono fatti mangiare la testa dalla propaganda”, spiega Igor Ciurea. Trentacinque anni, fondatore del Laboratory of Initiatives for Development, ong messa in piedi grazie a fondi UsAid, in passato assistente del gruppo parlamentare dell’attuale premier Maia Sandu, sogna da futuro politico. Ma sembra mancargli ancora la malizia e alla fine non riesce a nascondere quello che in una chiacchierata con un coetaneo del Sud o del Nord sarebbe campo minato: “Noi siamo un pezzo di Romania, alla fine una riunificazione sarebbe una cosa sensata”. E quei territori che rumeni non si sentono potrebbero scegliere una strada diversa? “Mai. La Moldova è una”.

Il cuore filorusso della Moldova

Il campus dell’università di Balti, seconda città del Paese, mantiene la struttura e qualche residuo simbolo di epoca sovietica, ma è un gioiellino. Le lezioni sono in larga parte in rumeno, ma in cortile, nelle classi e nelle pause si parla russo. “All’inizio della guerra – riconosce la professoressa Ina Odinokaya del dipartimento di Giurisprudenza – qui c’è stata tensione. Non abbiamo mai avuto liti o scontri, ma abbiamo dovuto lavorare per tenere tutto fuori dall’aula”. In tutte le università della Moldova, la politica è formalmente bandita dalle facoltà. Però basta passeggiare per i viali o entrare in caffetteria per inciampare in una conversazione. “Ad accusare noi di essere degli idioti completamente plagiati dalla propaganda sono canali, giornali e associazioni finanziati da Ue e UsAid”, dice Nikolaj, mentre addenta un panino. Accuse speculari, due mondi che non si parlano.

“Se vuoi studiare legge qui devi pagare, l’università costa l’equivalente di 600 euro l’anno, più o meno un mese di stipendio medio”, spiega Nicoleta. “Non tutti se lo possono permettere”. Dal rettorato confermano. Solo le carriere umanistiche sono gratuite. Diritto e economia, le facoltà più gettonate, sono a pagamento, con solo cinque borse di studio complete l’anno, più qualche agevolazione per i vulnerabili.

Elezioni e referendum, una ferita ancora non rimarginata

Sognare è lusso di alcuni e l’ennesima frattura in un Paese in cui il referendum sull’inserimento in Costituzione dell’ingresso in Ue come obiettivo strategico, convocato lo stesso giorno delle presidenziali, più che unire ha frammentato persino le forze europeiste. “Anche nel blocco proUe, molti partiti hanno sostenuto che si trattasse di una mossa per far convergere i consensi su Sandu e non si sono poi impegnati più di tanto. C’è chi addirittura ha fatto campagna per l’astensione”, spiega Cornelia Cozonac, fondatrice e direttrice di Anticoruptje, portale di giornalismo investigativo nato grazie a finanziamenti europei e statunitensi, che negli ultimi anni ha tirato fuori più di uno scandalo su socialisti e democratici che si sono avvicendati al governo. Il cammino verso l’Europa è segnato da tempo, un nuovo referendum – sosteneva il blocco progressista del fronte pro-Ue, che alla presidente rimprovera la scarsa attenzione per la spesa sociale – è sostanzialmente inutile.

Propaganda filorussa, guerra ibrida e oligarchi

Nel frattempo, la macchina della propaganda filorussa, oliata da milioni di rubli, ha dato forza, strumenti e mezzi a partiti, formazioni e media tradizionalmente pro-Mosca. Due settimane prima delle elezioni, l’Agenzia anticorruzione ha denunciato di avere “evidenze” su 130mila persone pagate per destabilizzare politicamente e mediaticamente il Paese. Fatta eccezione per Ilan Shor, oligarca filorusso in esilio dopo una condanna in contumacia a 15 anni per riciclaggio, accusato di aver finanziato la campagna di guerra ibrida, le indagini per l’individuazione dei responsabili sono ancora in corso.

Dalle urne è uscito un Paese non solo spaccato, ma anche disinteressato – in particolare i giovani – alla disputa in corso. Il sì ha vinto di misura con lo 0,4 per cento, più o meno 13mila voti, la presidente Sandu anche e è stata costretta al ballottaggio con l’ex procuratore generale Aleksandr Stoianoglo, del partito socialista filorusso, e dalle periferie sono arrivati risultati preoccupanti. Nella Gagauzia autonoma, i sì hanno raggiunto a stento il 5 per cento. Una sorpresa è stata l’indipendente Transnistria, dove hanno toccato quota 30 per cento. “Ma per votare bisognava uscire. I seggi sono stati allestiti lungo la sponda ovest del fiume. Ci è andato solo il 30 per cento”. Determinanti sono stati i voti della diaspora, i moldavi all’estero, che con quasi il 77 per cento di sì hanno ribaltato i risultati elettorali che inizialmente hanno visto affermarsi il No. Un cavallo di battaglia per i filorussi che regolarmente ormai chiamano la gente in piazza.

La disillusione dei giovani moldavi

Ma il problema vero è che alle urne ci sono andati a stento la metà degli aventi diritto. Motivo? Secondo l’ultimo rapporto Cespi, corruzione, inefficienza e tagli allo stato sociale, insieme a un’inflazione galoppante hanno progressivamente eroso la fiducia dei moldavi nelle istituzioni. Per l’Institute for Public Policy moldavo solo il 3,3% dei cittadini dichiara “molta fiducia nel governo” e il 20,4% “si fida in modo indiretto”. Ancor più basse le percentuali di chi crede nel Parlamento (2,9% e 17,5%), nella giustizia (1,3% e 13,9%), nel Centro nazionale anticorruzione (2,8% e 15,6%), o nella Procura generale (2,3% e 14,7%). Sono le istituzioni pilastro del processo di integrazione, quelle su cui Bruxelles ha più lavorato e che formano il discorso pubblico. Ma sono fragili. “La gente inizia a essere tanto impegnata a capire come arrivare a fine mese che a quello che fanno è poco interessata”, spiega Doina, giovane professionista della comunicazione.

La potenziale miccia della crisi energetica

Fa freddo a Chisinau. L’ultima neve è caduta qualche giorno fa, a dispetto dei pendagli bianchi e rossi che ornano porte di casa e edifici e vengono indossati “sempre a sinistra, sul lato del cuore” nei primi giorni di marzo per salutare la primavera che arriva. In edifici, case e hotel, oltre ai necessari termosifoni sono spuntate stufe o radiatori elettrici nuovi di zecca, alimentati da pannelli solari. È il segno discreto della crisi energetica, trasformata ufficialmente in stato d’emergenza il 16 dicembre scorso. Scaduto il contratto con Gazprom, spirato il 1 gennaio, l’Ucraina ha vietato il transito del gas russo attraverso il proprio territorio e per la Moldova è stato un disastro. Già dal dicembre 2022, il governo aveva deciso di interrompere gli acquisti di gas da Mosca, allineandosi alle posizioni europee,ma il 90% del Paese è rimasto dipendente dall’elettricità prodotta in Transnistria, dove le centrali funzionano principalmente al gas che Gazprom ha continuato a fornire in virtù di rapporti commerciali e politici mai interrotti.

Nella piccola regione indipendente, lo stop ha significato una settimana di coprifuoco, ordinanze per invitare la popolazione a concentrarsi tutta nella stanza più calda, città paralizzate fin quando sono arrivate le navi russe. Nel resto del Paese, si è sopperito con elettricità prodotta in Romania. Un altro sprint per l’inflazione, a dispetto dei prezzi calmierati, e la miccia che ha acceso proteste di piazza contro la presidente, il governo, il carovita.

Il voltafaccia di Usaid e la pezza Ue

Braci che potrebbero diventare incendio con il blocco degli aiuti statunitensi. L’Ue ha promesso di metterci una pezza. Il 3 marzo scorso, nel mezzo della crisi strategica e diplomatica provocata dal repentino cambio di orientamento Usa sull’Ucraina, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa si è precipitato a Chinisiau per promettere l’arrivo entro la fine di aprile di una prima tranche da 300milioni di fondi per transizione energetica e innovazione, che si aggiungono ai 60 messi a bilancio nel 2025 per aumentare le capacità di difesa, dopo i 37 erogati l’anno scorso. Ma rimpiazzare i finanziamenti statunitensi, diretti per lo più a media, società civile, associazioni, potrebbe non essere semplice. Il potenziale arrivo di una nuova ondata di profughi dall’Ucraina, è l’ennesima variabile che potrebbe far saltare il banco.

Il limbo dei rifugiati ucraini

“Un argomento delicato”, taglia corto Olesya Tabarcea, fondatrice e manager di una clinica giuridica che offre supporto legale e sociale a Balti e oggi lavora anche grazie al supporto dell’ong palermitana Ciss. I rifugiati ucraini non sono gli unici beneficiari, “ma su di loro – spiega – si concentra gran parte del lavoro”. E lì al Nord sono rimasti i più poveri, chi per vulnerabilità, fragilità o mancanza di risorse non ha potuto proseguire verso l’Europa o anche solo la capitale, gli ultimi. “Li supportiamo nelle pratiche per i sussidi, quelli che possono avere qui e quelli che dovrebbe erogare l’Ucraina, i problemi legali, o di ricongiungimento, inserimento scolastico”. Anche l’assistenza sanitaria è un problema. In Moldova per i servizi specialistici l’assicurazione è obbligatoria, ma non c’è ancora formula che permetta ai rifugiati di averne una.

Il fiume di disertori che ingrossa le rotte illegali

Soprattutto se tali non potrebbero essere: dall’inizio della guerra il fiume di disertori e giovani uomini che si rifiutano di andare al fronte si è ingrossato, così come sono salite le tariffe sulle rotte illegali. “Si arriva a pagare fino a 15mila euro. Le rotte sono principalmente di terra, ma c’è anche chi attraversa a nuoto i fiumi per riuscire a entrare. Molti non riemergono”, spiega Ion Bambuleac, giovane avvocato, che con il collega Roman Ceban si occupa per lo più di assistenza ai rifugiati. “Ucraini certo, ma anche di altre nazionalità. Fra le nostre assistite c’è una giovane madre del Rwanda che da sei anni cerca di avere un permesso di soggiorno”. Per chi la guarda dai Sud del mondo, la Moldova è una porta d’Europa. Le rotte più lunghe, più rocambolesche arrivano fino a lì, anche se partono da lontano: Cuba, Sudan, Burundi, Bangladesh, India. “È un Paese di transito, nessuno programma di restarci, molti rimangono incastrati”. Chi può segue il sogno europeo che solo i network degli ingressi informali garantiscono, ma le tariffe sono alte. E non è raro che qualcuno per pagare il debito finisca a fare da capitano su una carretta carica di migranti che parte da Smirne o da driver su un’auto che dai Balcani tenta di raggiungere a Trieste.

“La Moldova sta diventando un Paese per pochi”

“Cosa succederà adesso? È difficile capirlo”, dice Bambuleac. Ripulita in fretta e furia dai simboli del passato sovietico, Chinisiau a quarant’anni dal crollo del muro veste la livrea da grande capitale. Ma le Tesla, Lamborghini, Ferrari e altre auto di lusso che sfrecciano sui boulevard del centro hanno per lo più targhe europee o ucraine e le vetrine delle agenzie immobiliari raccontano che la casa è sogno di pochi. “La Moldova sta diventando un Paese in cui pochi possono vivere decentemente – dice Ceban – ti sembra normale che un attico a Chinisiau sia stato messo in vendita a più di un milione di euro? E lo hanno comprato”. Per molti comprare casa è sogno impossibile. Un appartamento di 70 mq in un quartiere residenziale arriva a costare 80mila euro o più, quasi il doppio se è più grande o moderno, per affittare un monolocale in zona università ce ne vogliono almeno 400. Lo stipendio medio è di 600. Nei gazebo che popolano i tanti parchi della città, un caffè arriva a costare l’equivalente di un euro. “Per l’Europa la Moldova è l’ultimo avamposto per contrastare la Russia, per Mosca il cortile di casa – ragiona l’avvocato Bambuleac – il Paese è spaccato, ma forse il problema vero è che nessuno sa bene cosa sia davvero la Moldova. Io? Ai confini non ci credo. Mi interessano gli esseri umani”.

Nell’immagine: Chisinau, manifestazione pro Europa