Zagrebelsky: La piazza dalla parte giusta

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 

Di Gustavo Zagrebelsky, La Repubblica

La piazza è luogo d’incontro di grandi numeri. Si è in tanti; ci si va, spontaneamente o obbligatoriamente, ci si incontra tra conoscenti e sconosciuti ma con qualcosa in comune che viene “messo in piazza”, cioè “manifestato”. Ma di piazze politiche non ce n’è una sola. Possono essere luoghi di radunate obbligate dove si respira rinuncia, passività, tristezza: in una parola, si manifesta l’oppressione. Ma possono anche essere luoghi spontanei di assemblea dove si respira passione, leggerezza, calore: in una parola, si manifesta la libertà. Radunate e assemblee si svolgono in piazza, ma sono cose opposte.

Le radunate le conosciamo bene. Sono strumenti di acclamazione di massa, organizzati dall’alto a sostegno dei despoti e a intimidazione del dissenso: per esempio, i nazisti nello stadio di Berlino, i fascisti in piazza Venezia, i sovietici sulla Piazza Rossa di Mosca, i cinesi sulla piazza Tienanmen di Pechino, i coreani sulla piazza Kim II Sung a Pyongyang. Altrettanto bene conosciamo le manifestazioni convocate dal basso per dare voce al dissenso: per esempio, Occupy Wall Street e gli “Indignados” della Puerta del Sol di Madrid contro la grande finanza, i giovani delle “primavere arabe” contro le autocrazie islamiche e, risalendo indietro, le proteste di massa contro il governo Usa e la sua guerra in Vietnam.

La differenza politica sostanziale è nell’“ordine del giorno”. L’ordine del giorno delle radunate è semplice, chiaro e tassativo: la celebrazione. Delle assemblee, al contrario, può essere generico e solo iniziale, venendosi a precisare nel corso dei lavori. «Io vado in piazza per questo; tu per quest’altro; un terzo per quest’altro ancora, ma tutti ci andiamo». C’è contraddizione e dovremmo stare tutti a casa? No, se siamo uniti su una cosa comune, per così dire primordiale, la liberazione da un male comunemente avvertito e insopportabile. Questo è solo un punto di partenza su cui si può concordare: un rifiuto. È già molto perché da lì possono aprirsi molte strade che, in embrione, stanno nella negazione di ciò che rifiutiamo. La negazione del negativo è l’apertura alla affermazione. Per esempio, essere contro la violenza significa essere per la mitezza; contro la menzogna, essere per la verità; contro la guerra, essere per la pace; contro la morte, essere per la vita. Mobilitarsi “contro” riguarda il momento pre-politico o, forse, iper-politico perché in esso si concentrano tutte le ragioni, le speranze e le difficoltà dello stare insieme nella pòlis, a onta delle differenziazioni che alimentano la politica d’ogni giorno. Queste sono inevitabili. In democrazia sono anzi necessarie e hanno il loro momento. Ma verranno dopo e riguarderanno le concezioni, le vie, i mezzi per la costruzione del lato positivo, alternativo a ciò che, insieme, sia stato rifiutato.

Rifiutata la guerra, ci sono molti modi per costruire la pace. Ci sono i non-violenti, i pacifisti gandhiani e tolstojani, i “beati costruttori di pace” che si ispirano al messaggio evangelico, gli obiettori di coscienza e i renitenti alla leva, coloro che lavorano per l’uguaglianza, la giustizia, la comprensione e la collaborazione tra i popoli, i federalisti che osteggiano la sovranità degli Stati, gli ecologisti per i quali la terra è “bene comune”, gli animalisti che rispettano ogni forma di vita, i cosmopoliti che combattono i nazionalismi, i movimenti per i diritti civili, il rispetto della vita animale e vegetale, coloro che si oppongono a ogni “suprematismo” razziale o culturale e alla legge del più forte, di cui la guerra è la più terribile conseguenza, coloro che confidano nella “pace attraverso il diritto”; infine, o forse all’inizio di tutto, coloro che considerano i conflitti il risultato estremo e fatale della logica dell’accaparramento mercantile nei rapporti tra popoli, nazioni e Stati. Sono tanti, poi, coloro che, senza ragionamenti filosofici o politici, semplicemente hanno la guerra in orrore, e hanno invece in onore istintivamente il comandamento “non uccidere”, non distruggere, non violentare. Sono (siamo) in tanti, sconcertati a guardare un mondo che mai come oggi è dominato dalla guerra: guerra che si fa, che si minaccia, da cui ci si difende ancora per mezzo della preparazione di altre guerre. Il diavolo, il seminatore di discordia, sembra scorrazzare liberamente. Al più, concede qualche tregua promossa da chi ne approfitta per prepararsi meglio alla prossima occasione. Siamo sconcertati e, finché stiamo da soli, siamo immersi nella nostra frustrazione e nella nostra impotenza.

Tutte le motivazioni, per molti rivoli, possono confluire in un movimento per la pace che tenga insieme le diversità. Occorre, però, saper distinguere i tempi. C’è un tempo per ogni cosa, il tempo per l’unione e un tempo per le differenze. Ora è il tempo dell’unione, poi verrà quello delle differenze. Sarebbe un errore confonderli. Questo sarebbe ciò che si chiama, precisamente, settarismo. Ricordiamo che se le forze politiche antifasciste negli anni ’43-’45 avessero fatto questa confusione, la resistenza al fascismo sarebbe morta sul nascere.

Fin qui la pace. E l’Europa? “Una piazza per l’Europa” è un’ellissi. Non basta dire e ripetere dieci, cento, mille volte “Europa” per sapere ed essere d’accordo o in disaccordo su che cosa effettivamente si vuole “scendendo in piazza”. L’Europa è un’aspirazione del movimento federalista che ha coltivato e ha tenuta viva l’idea originaria: non uno “Stato in grande” della stessa pasta di cui erano fatti gli Stati dell’Ottocento e del Novecento, gli Stati sovrani il cui imperativo era la potenza: “Stati di potenza” è il loro nome, in perenne competizione tra di loro, sovrani dentro e fuori i propri confini, armati per difendersi dalle mire altrui e coltivare le proprie. La guerra è nell’essenza di questi Stati. Essi, la pace, la mercanteggiano perché è una merce come un’altra e, per interesse e convenienza, l’acquistano minacciando guerra o la conquistano facendola. Questo orrendo simulacro di pace contiene violenza, distruzione e morte e può condurre, piano piano o in un colpo solo, per decisione, errore o imprevisto, alla “pace dei cimiteri”.

I saggi di Ventotene, il cui Manifesto è oggi così frequentemente citato, avevano ben chiaro che il pungiglione sta nella sovranità e che la via della pace sta nel renderlo inoffensivo. Moltiplicare i signori della guerra è davvero il modo per neutralizzarlo e percorrere le vie della pace? Ne esistono altri? Altri, diversi dalla crescita degli arsenali militari, diversi dall’occupazione del pianeta con potenze armate fino ai denti (atomici) che, sentendosi reciprocamente minacciate da altre potenze, si guardano in cagnesco sulla base del sospetto e, perciò, per non soccombere, ingaggiano una folle corsa al potenziamento dei propri armamenti? L’Europa tenta di prendere le distanze o si sta semplicemente omologando? I suoi dirigenti sempre sorridenti sembrano ignari. Sembrano accettare che la guerra sia il sottinteso necessario d’ogni possibile politica, anche della politica per la pace: si vis pacem para bellum, il suicida motto ritornato in auge dopo che immani tragedie sembravano averlo esorcizzato. Sembrano privi di altre idee, di strategie per la propria sicurezza che facciano leva sulla forza diffusiva della pace senza guerre: una forza che in questo momento sembra dimenticata e aspetta di essere suscitata.

La piazza del 15 marzo è facile capire che cosa sarà e da che parte starà. Starà dalla parte dell’Europa, ma non di un’Europa qualunque, né tantomeno di un’Europa che si vota a un cieco riarmo. Starà dalla parte, si può credere, dell’Europa fedele a sé stessa.


La nuova polveriera dei Balcani feriti

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 

Di Letizia Tortello, La Stampa

La chiamavano «instabilità controllata». Una contingenza della Storia, dopo le guerre devastanti dell’ex Jugoslavia, e anche una condizione dello spirito dei popoli che nei Balcani occidentali abitano, in un clima di tensione costante e risentimenti nazionalisti anche violenti che covano sotto la cenere.

Oggi più che mai, rischia di trasformarsi in un’instabilità esplosiva. Da metà degli Anni ’90 (dagli anni Duemila per Pristina), in Serbia, Bosnia, Kosovo e non solo, la disputa di sovranità irrisolte o non riconosciute e l’odio tra etnie hanno tenuto l’intera regione in uno stato di allarme costante. Ora, tutti gli sforzi occidentali – politici e militari – per pacificare Paesi minacciati dalla polveriera etnica rischiano di saltare in aria.

Nessuno dei sopravvissuti delle guerre dei Balcani, dei loro figli e dei loro nipoti, può anche solo lontanamente pensare che si torni a spararsi casa per casa, a rastrellare uomini, donne e bambini, a fucilare sommariamente, a massacrare con il più disumano sconfinamento nell’orrore. Eppure, politici e nazionalisti in giro per i tre Paesi si stanno impegnando molto a soffiare sul fuoco e ad accendere anche più di un fiammifero, per scatenare nuovi conflitti.

La Russia, sotto l’allora presidente Boris Eltsin, si allineò sostanzialmente alla Nato, mentre la Cina era in gran parte assente. A febbraio, Dodik è stato condannato in primo grado a un anno di carcere e un divieto di sei anni di ricoprire cariche pubbliche per sovversione della Costituzione. Il 12 marzo, è partito un mandato d’arresto nei suoi confronti.

Ma da Banja Luka, lui non ha nessuna intenzione di consegnarsi, e se la polizia di Sarajevo andasse a prenderlo, le conseguenze sarebbero davvero imprevedibili. Secessione da una parte – quella che spinge lui: adottando leggi che bloccano le operazioni di polizia e giudiziarie comandate a livello statale, creando un organo giudiziario parallelo e introducendo un registro degli agenti stranieri in stile russo che prende di mira la società civile. Ma il rischio più grande è il rinfocolarsi di una guerra. Dodik è appoggiato da Mosca, e credeva di trovare tolleranza alle sue intemperanze nell’amministrazione Trump. È stato gelato dal segretario di Stato Rubio, che gli ha dato del sobillatore. Ma va avanti.

E poi, c’è Belgrado. La capitale serba domani sarà protagonista della più grande manifestazione dalla caduta di Milosevic, almeno così si preannuncia. Con decine di migliaia di persone dell’opposizione in protesta contro il governo di Aleksandar Vucic. Non sono bastate le dimissioni-fantoccio del premier Vucevic, delfino del Capo. Qui non si tratta di nazionalismo post-guerra, a dire il vero.

La contestazione è partita dagli studenti, dopo le accuse di brogli alle elezioni del 2023. È diventata nei mesi, nei raduni del sabato pomeriggio, una gigantesca piazza anti-corruzione, che accusa Vucic di esercitare un potere autocratico. È dilagata in un fiume di dissenso e rabbia della gente, dopo il crollo a novembre di una pensilina appena costruita nella stazione ferroviaria di Novi Sad, con 15 morti.

L’ultimo capitolo dello scacchiere esplosivo balcanico è il Kosovo, dove il leader Albin Kurti continua a disattendere gli accordi presi coi rappresentanti Ue: creare un’associazione dei comuni a maggioranza serba nel Nord.

Dall’altra parte, Belgrado soffia sull’instabilità, aizzando la sua minoranza nel Paese. Due primavere fa, poi per mesi, ci sono stati anche scontri pericolosissimi, feriti tra le forze Nato a guida italiana. L’Ue ha rivitalizzato la sua politica di allargamento ai Balcani occidentali, ma senza fare vera pressione.

I timori di un allargamento della guerra in Ucraina si sono ormai spenti, è vero. Ma i Balcani occidentali restano un punto focale di rischio politico. Il primo passo è domani: la polizia serba si impegna ad arrestare in massa, non ha risparmiato violenza contro gli studenti. Né Trump – ancora disimpegnato nella regione – né Rutte, che da poco ha visitato la Bosnia, possono garantire il controllo di forze incontrollate.

Nell’immagine: Milorad Dodik


Yurii Colombo – E lo zar si fa attendere

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 


Pro Helvetia e il mancato contributo alla saggistica

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 

La Svizzera italiana – lo si è visto ripetutamente anche in tempi recentissimi – continua a pubblicare, accanto a quelle letterarie, opere di saggistica storica di prim’ordine: in pochi mesi sono apparsi due volumi importanti firmati, rispettivamente, da Orazio Martinetti e da Maurizio Binaghi (quest’ultimo edito all’estero dalla prestigiosa casa editrice Laterza). 

Alla produzione dei ricercatori della Svizzera italiana si aggiunge quella che arriva dalla Svizzera tedesca e romanda: anche in questo caso opere importanti, come Nel cuore d’Europa. Una storia della Svizzera fra apertura e ripiegamento, di André Holenstein, la cui edizione originale in tedesco risale al 2014 e che l’editore Giampiero Casagrande di Lugano ha da poco tradotto in italiano. E I Consiglieri federali svizzeri, di Urs Altermatt, di cui Armando Dadò ha pubblicato, nel 2024, un’edizione rivista e aggiornata. Due volumi importanti, alla cui traduzione italiana Pro Helvetia non ha contribuito in alcun modo.

Proprio sulla traduzione nelle altre lingue nazionali di opere come queste mi voglio qui soffermare. Si tratta di un contributo culturale – anzi, poiché del suo costo alla fine si parla, di un vero e proprio investimento – importantissimo poiché permette una diffusione almeno nazionale delle singole ricerche allargandone la fruizione anche a chi non parla/legge tutte le lingue nazionali, ma anche perché, soprattutto in una regione minoritaria per vari aspetti come la nostra, senza la possibilità di tradurre le ricerche – nella fattispecie storiche – dei nostri autori, esse resteranno confinate tra Airolo, Chiasso e Poschiavo, più difficilmente alimenteranno il confronto culturale sul piano nazionale e manterranno, anche in questo ambito, la Svizzera italiana ai margini.

Nelle due regioni linguistiche maggioritarie del Paese, dove il mercato librario è più ampio del nostro, è probabilmente un po’ più facile trovare gli sponsor e i mezzi necessari per finanziare la traduzione di un’opera saggistica. Da noi, invece, le difficoltà si stanno facendo sempre maggiori. Ripeto, non sto parlando di letteratura, poesia, teatro, insomma delle arti legate direttamente alla parola ma di tutta la produzione saggistica.

Pro Helvetia, la Fondazione svizzera per la cultura, fondata nel 1928, agisce su mandato della Confederazione e la sua attività, – che svolge in maniera autonoma – è disciplinata dalla Legge sulla promozione della cultura. Per farlo dispone di un contributo statale che, per il quadriennio 2021-2024, era pari a 187 milioni di franchi. Sulla homepage, a mo’ di benvenuto, sta scritto esplicitamente: “Sosteniamo operatrici e operatori artistici della Svizzera e promuoviamo i loro progetti in Svizzera e nel mondo. Promuoviamo lo scambio culturale internazionale e forniamo impulsi culturali e tematici”. 

In effetti Pro Helvetia fa tutto questo, ma “si limita” a 5 ben precise discipline, chiaramente indicate sempre sul proprio sito, che sono: Arti sceniche (danza, teatro, arte di strada, circo contemporaneo), Arti visive (arti figurative, della fotografia, delle arti mediali, delle arti performative e dell’architettura), Design, Letteratura e Musica. La saggistica in ambito storico–culturale, sociale e scientifico (traduzioni comprese) non figurano.

La lacuna – o quantomeno il problema – è ben noto. L’Intergruppo Italianità, che proprio per il riconoscimento effettivo a livello federale dell’italiano quale terza lingua ufficiale svizzera conduce le proprie battaglie parlamentari, ha inoltrato in materia 2 atti parlamentari (21.4528 e 22.3217, entrambi dell’ex Consigliere nazionale Marco Romano, ma firmati all’unanimità dalla Deputazione ticinese al Consiglio Nazionale con il sostegno dei tre parlamentari grigionesi Martin Candinas, Anna Giacometti e Jon Pult: il primo del 30 settembre 2021, il secondo del 17 marzo 2022). Sia all’iniziale interpellanza che alla successiva mozione il Consiglio federale ha risposto picche. Sottolineando l’autonomia di Pro Helvetia nel gestire i singoli progetti, il 18 febbraio 2022 così rispondeva a Romano: “Le traduzioni di saggi storici, filosofici o sociologici senza alcun legame esplicito e diretto con i temi prioritari della fondazione non saranno più sostenute. Il Consiglio federale ritiene che questo orientamento di Pro Helvetia sia appropriato e mirato all’adempimento del mandato di prestazioni legale. È infine dell’avviso che la promozione di pubblicazioni e traduzioni di opere storiche, filosofiche, sociologiche ecc. non debba rientrare nel mandato e nei criteri di promozione della cultura della fondazione”. 

Più chiaro di così… ma anche – almeno dal mio punto di vista – più sbagliato di così… Qui, mi pare, siamo di fronte a un ossimoro: o la cultura e la ricerca storiografica, sociale e scientifica continuano ad avere un valore civile essenziale per l’intera società, al di qua e al di là delle Alpi, e allora la sua diffusione, in tutte le lingue nazionali, va sostenuta almeno come succedeva fino alla fine del 2020, oppure si dica che, negli attuali orientamenti strategici di Pro Helvetia, discipline come la storia hanno un ruolo, un’importanza, un potenziale impatto minori rispetto alla creazione letteraria pura.

Questa discussione deve continuare e non può incassare, per ben due volte, un semplice, laconico e un po’ offensivo (anche se in politica fare gli offesi non porta mai lontano) “tolto dal ruolo poiché la trattazione nella Camera non si è conclusa entro due anni”. 

Nell’immagine: a parole


Il piano da 800 miliardi di Lady Eurobomb: lettera aperta a Giorgia Meloni

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Cara Giorgia,
l’ultima volta che ti ho incontrata fu nel 2008 al Piccolo Teatro di Milano, quando partecipasti a un evento politico nel ruolo di ministro, anzi, ministra, della Gioventù del governo Berlusconi IV. Non ti vedevo dal 2004, quando ti presentasti da me al MIUR, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (all’epoca ero capo ufficio stampa e portavoce del ministro, anzi, della ministra) per invitare Letizia Moratti a illustrare la riforma del sistema scolastico in un incontro con un gruppo di tuoi giovani compagni, pardon, camerati. Avevi 27 anni ed eri dirigente di Azione Giovani, organizzazione che faceva capo ad AN, Alleanza Nazionale, il partito della destra presieduto da Gianfranco Fini ed erede del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante.

Mi colpirono sùbito il tuo entusiasmo solare, la tua simpatica parlantina con forti accenti romaneschi, l’empatia, la capacità organizzativa. La ministra accettò volentieri l’invito e nella tarda mattinata di un giorno d’estate, mi pare ai primi di luglio, si svolse l’incontro-dibattito, di fronte a una platea curiosa radunata in una sorta di campo di formazione allestito all’aperto, in una località immersa nel verde poco fuori Roma, lungo la strada verso i Castelli Romani.

Da allora il tuo percorso è stato tutto in ascesa, fino a quando, il 22 ottobre 2022, hai giurato al Quirinale da presidente del Consiglio, prima donna nella storia d’Italia a ricoprire quella carica. Permettimi una piccola divagazione linguistica: si dice la presidente, e non il presidente come ami farti chiamare, derivando il termine “presidente” dal participio presente del verbo presiedere, che regge sia l’articolo maschile sia quello femminile: colui, o colei, che presiede. Errore da matita blu sarebbe invece l’uso di presidentessa, come altrettanto sbagliato è, per fare un esempio tra i tanti, il termine avvocatessa in contrapposizione al maschile avvocato, derivando dal latino ad-vocare (chiamare a): ad-vocatus, ad-vocata. Quindi, si usi tranquillamente il termine avvocata, ma non in ossequio alla moda del politicamente corretto (che tra l’altro suggerirebbe di denominare il tuo partito “Fratelli e sorelle d’Italia”) ma perché si tratta di un uso storicamente documentato: «Eia ergo, advocata nostra, illos tuos misericòrdes óculos ad nos converte…». 

È proprio riflettendo sui tanti guai provocati dal tuo governo, del quale fanno parte alcuni ministri impresentabili i cui nomi non vale la pena citare, che vien voglia, anche a noi agnostici o miscredenti, d’invocare la protezione della Santissima Vergine, come ci insegna per l’appunto l’antico canto del “Salve Regina”: «Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi», in questa valle di lacrime qual è diventata l’Italia. E con essa il mondo intero dominato dalle logiche neoimperialiste e guerrafondaie, sullo sfondo di una globalizzazione che ha cancellato tutte le nostre certezze.

Purtroppo, accade che nella lacrimarum valle italiana, contrariamente a quanto tu vai affermando da quasi due anni e mezzo, la Costituzione della Repubblica venga calpestata ogni giorno. Qualche esempio: la disastrosa gestione del problema dei migranti (con annessi scandali dei centri d’identificazione in Albania e del mancato arresto del generale-carnefice libico Almasri); l’abolizione del reato di abuso d’ufficio; le riforme già approvate o in cantiere in tema soprattutto di giustizia, contro le quali stanno protestando i magistrati di tutta Italia. 

L’elenco sarebbe lungo, ma non di questo intendo parlarti. Mi voglio invece soffermare – e sottoporti qualche interrogativo al proposito – su quanto è accaduto e accade in questi giorni, sotto gli occhi esterrefatti di noi cittadini: lo scontro Trump-Zelensky alla Casa Bianca; il piano di pace “forzata” nella guerra d’Ucraina sotto la regia di Trump e Putin, per il quale sono in corso le trattative di tregua a Gedda; le strampalate uscite di Macron sull’ombrello nucleare francese esteso ai Ventisette (e auguro agli svizzeri di non diventare mai il paese numero 28 né 29 né 30, a meno che la signora von der Leyen non intenda, non si sa mai… procedere all’annessione coatta all’UE come vorrebbe fare il presidente USA con il Canada); infine, il piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro annunciato da Lady Eurobomb (o Chioma Prontolegno, copyright Maurizio Crozza).

Come al solito, quando ci sono problemi complessi, tu decidi di eclissarti, dando involontariamente ragione a quanti ti accusano di tenere il piede in due staffe. Nelle rare apparizioni televisive te la cavi dando un colpo al cerchio e uno alla botte, ed è un peccato perché a livello europeo e internazionale sei riuscita a conquistarti, nonostante tutto, una indubbia autorevolezza, che fa di te una leader rispettata. In un mondo di nani sembri un gigante.

Capisco, l’amicizia parallela con Trump e Zelensky e il rapporto amichevole ma non troppo con la presidente della Commissione europea, possono crearti più di un imbarazzo nell’esporti in questioni così complesse. Ma alla fine gli italiani hanno il sacrosanto diritto di capire quale è oggi la posizione del governo nella gestione della caotica crisi ucraina, dopo le tue ripetute esternazioni sul fatto che Zelensky doveva essere aiutato con l’invio di armi fino alla sconfitta della Russia. 

In cuor mio, da convinto, ma non ingenuo, pacifista, ritengo che il tuo vero intimo pensiero sia quello che hai espresso a un comico russo, il quale, spacciandosi per un leader africano, ti aveva teso una trappola al telefono il 18 settembre 2023 (ma l’audio-beffa venne diffuso a inizio novembre).  Alla domanda sull’andamento della guerra in Ucraina avevi risposto: «Vedo che c’è molta stanchezza, se devo dire la verità. Siamo vicini al momento in cui tutti capiscono che abbiamo bisogno di una via d’uscita. Il problema è trovare una soluzione accettabile per entrambi, senza infrangere la normativa internazionale». 

Ciò che hai detto allora in privato è il contrario dell’azione portata avanti dal governo. Peccato. Se l’amministrazione Biden e l’Unione europea (“quell’accozzaglia di 27 buoni a nulla”, per dirla con Marco Travaglio) avessero intrapreso la via del dialogo e della diplomazia anziché quella delle armi, sarebbero state “risparmiate” alcune centinaia di migliaia di vite umane. E l’Europa avrebbe potuto giocare un ruolo da protagonista nei negoziati di pace, forte dei suoi valori e della sua cultura umanistica. Invece siamo andati avanti per tre anni con il continuo invio di armi all’Ucraina, accompagnati dalla solita solfa, ripetuta fino alla nausea nei talk-show televisivi popolati da opinionisti da strapazzo: c’è l’aggressore e c’è l’aggredito, bisogna distinguere, altrimenti sei un filo-putiniano. Ricordi l’oscena prima pagina del “Corriere della Sera” che elencava i “putiniani” italiani? 

Se qualcuno – tanto per fare un paio di nomi, Lucio Caracciolo o Alessandro Orsini – analizzava il contesto in cui era avvenuta l’invasione dell’Ucraina, si scatenava una pioggia di critiche, quasi fosse una giustificazione della “operazione militare speciale” voluta da Putin. Persino papa Bergoglio, voce inascoltata nella desertificazione delle coscienze, venne considerato filo-putiniano quando mise in guardia dai pericoli derivanti dalla NATO che «abbaia alle porte della Russia». 

I rappresentanti dell’informazione, intanto, ma anche qualche intellettuale, hanno dato troppo spesso, e danno ancora oggi, prova della loro insignificanza, a cominciare da personaggi quali Alan Friedman o quel Paolo Mieli, ossessiva onnipresenza televisiva, che nei giorni scorsi a “Otto e mezzo” di Lilli Gruber, superando il limite del ridicolo, ha annunciato che non andrà mai più ai ricevimenti americani del 4 luglio per ripicca contro Trump. Salvo ricredersi poi nella puntata del 10 marzo, quando ha annunciato: «Tornerò ad andarci, se mi inviteranno». Chissà come saranno rimasti male quelli dell’ambasciata USA…

Il pensiero dominante ora è questo: mentre Trump intende sfilarsi dalla NATO, spinto dal suo alter ego di nome Elon Musk, dobbiamo armarci per difenderci dalla Russia, perché Putin-Hitler potrebbe attaccare l’Europa. Come no, vorrebbe espandersi fino a Lisbona, fino a Madrid, Roma, Palermo, magari ha in animo d’invadere anche il Nordafrica. Il mondo intero. Così è nato il piano “ReArm Europe” da 800 miliardi di euro, scaturito all’improvviso dalla mente di una donna spregiudicata che afferma: «Questo è il momento della pace attraverso la forza». Allora avanti tutta, indebitiamoci pure, togliamo miliardi di euro alla sanità, all’assistenza agli anziani, alla ricerca, all’istruzione, alla cultura, per darli alle lobbies delle armi, ai fabbricanti di morte soprattutto americani. Che ne pensi Giorgia? Perché non ascoltare le voci di quei genitori, sia ucraini sia russi, che non vedranno più i loro figli caduti in una inutile guerra, prima di avvallare simili scemenze?

Mentre, con l’avanzare delle destre nell’intero Occidente, prevale lo spirito bellicista, la sinistra italiana procede in ordine sparso, con la leader del principale partito di opposizione, il PD, incapace di prendere posizioni nette, che diano voce a una base pacifista profondamente delusa e frustrata, anche se, dopo mille tentennamenti, Elly Schlein, ma solo chiedendo ai suoi l’astensione, sembra ora schierarsi per il no al piano di riarmo, assieme al Movimento 5 Stelle e AVS, Alleanza Verdi e Sinistra.

In questa caotica situazione passano inosservate le proposte di personalità illuminate, come quella dell’economista Jeffrey Sachs, della Columbia University, il quale ha tenuto recentemente una storica lezione davanti al Parlamento europeo, purtroppo ignorata dai grandi mezzi d’informazione. Non sembra che gli eurodeputati abbiano fatto tesoro della sua analisi. 

Il pensiero dello studioso americano è sintetizzato in un’intervista rilasciata al “Fatto Quotidiano” il 9 marzo scorso, nella quale afferma tra l’altro: «È legittimo e corretto che i leader europei prendano in considerazione un quadro di sicurezza post-Nato per il continente. È sbagliato, e potenzialmente disastroso, che inquadrino la questione nei termini di una guerra imminente con la Russia. È un punto di vista semplicemente folle. L’Europa deve rafforzare la propria autonomia strategica e militare, ma è altra cosa dall’alimentare pulsioni guerrafondaie. Il nodo essenziale è riprendere i rapporti con la Russia. Con una normale diplomazia, non con una retorica intrisa di propaganda russofoba. Piuttosto, tra Mosca e Bruxelles si dovrebbero intavolare seri negoziati sulle reciproche e rispettive preoccupazioni in materia di sicurezza».

Cara Giorgia, sicuramente avrai visto il film “Aprile” di Nanni Moretti, anno 1998. C’è una scena magistrale, nella quale il regista-protagonista commenta le immagini che scorrono in tv, con Berlusconi e D’Alema ospiti di “Porta a porta”. Dice un irrefrenabile leader di Forza Italia, mentre il segretario PD sta immobile in un imbarazzato silenzio: «Il problema è che dei giudici, impegnati ideologicamente, perseguono gli avversari politici, e ciò non dovrebbe essere consentito in un Paese democratico». Moretti commenta disperato davanti al televisore: «D’Alema, reagisci!  Rispondi! Non ti far mettere in mezzo sulla giustizia da Berlusconi. D’Alema, di’ una cosa di sinistra, di’ una cosa anche non di sinistra, di civiltà». 

Da giornalista-pensionato che politicamente non la pensa come te, cara Giorgia, penso che tu debba fare piena chiarezza sull’adesione dell’Italia allo sciagurato piano “ReArm Europe” e prendere posizione. Parafrasando Nanni Moretti ti chiedo: di’ qualcosa di destra, di’ una cosa anche non di destra, purché abbia un senso e ci tranquillizzi. Di’ una cosa di civiltà.

Un saluto.
Gino Banterla

Nell’immagine: Nanni Moretti nella scena citata


La fine della politica

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 

28 febbraio 2025: una data da ricordare. Trump ha aggredito e sbeffeggiato pubblicamente il presidente ucraino, umiliato i valori fondanti dell’Occidente democratico e posto fine alla nostra idea di politica. Il cospicuo numero di sgherri della cachistocrazia trumpiana, con in testa il protervo JD Vance, mi ha impressionato e mi ha fatto pensare a quel Cesare Lombroso che dalla forma del cranio vi diceva se siete un balordo o una brava persona.

Nello Studio Ovale erano parecchi i volti truci con comportamenti devianti in corso d’opera. Zelensky schiaffeggiato, ma ha resistito e io sto dalla sua parte perché Zelensky rappresenta noi e le nostre libertà, perché la verità storica è stata capovolta e la menzogna eretta a narrazione ufficiale. A essere vilipesa è stata l’Europa e ciò che rappresenta: il diritto internazionale, le organizzazioni internazionali, tutto quello che dopo il 1945 la politica ha costruito per scongiurare nuove sciagure e garantire la pace.

Ho sempre pensato che quella del politico fosse…

…una nobile arte: per Platone il fine ultimo è una società armoniosa e giusta e la ricerca del bene comune, e pure per Aristotele è la ricerca della felicità. Li ritroviamo, questi obiettivi, nei documenti che hanno fatto progredire l’umanità. Concretamente: lo scopo della politica è il controllo della violenza e la composizione pacifica dei conflitti, il rispetto dei diritti individuali e collettivi, la dignità di tutti. Per questo è nato il diritto internazionale che ci dice una cosa molto semplice: nessuno stato è autorizzato ad aggredirne un altro e le controversie debbono essere risolte per via negoziale. Oggi, con Trump e il suo sodale Putin, siamo al ripudio totale dei principi cardine della convivenza civile. Ai due folli autocrati interessa la spartizione del mondo e i buoni affari. Contano le loro ambizioni imperiali e le sorti degli umani del pianeta interessano loro assai poco.

Il 28 febbraio Trump ha decretato la fine della politica che era stata messa in piedi per garantire una pace duratura. Crollano i meccanismi che prevedevano l’internazionalismo invece dei nazionalismi esasperati, crolla il controllo della violenza. Trump vuole uscire dal sistema e realizzare un mondo dove i diritti non sono universali ma dettati dai più forti.

E l’Europa? Per cultura, per valori è lì che la liberal-democrazia sopravvive, a fatica, ma sopravvive. Ed è lì che bisogna resistere al potere “maligno”. Ma c’è un problema. La democrazia per sua natura è fragile: non si avvale della forza ma del consenso della folla. Oggi è contestata ed è debole, accusata di non aver mantenuto le promesse, a cominciare da un po’ più di eguaglianza. Qualcuno ha osservato, giustamente, che noi siamo protetti dal pericolo di un’eccessiva concentrazione di potere politico, ma siamo esposti a un’eccessiva e crescente concentrazione di potere economico: è un dato di fatto. Le diseguaglianze sono aumentate a dismisura portando paradossalmente consensi a quelli come Trump che le diseguaglianze le vogliono e poi le cavalcano. Il populismo è una brutta bestia e l’ignoranza è la sua forza: funziona alla grande.

Forse Trump, dopo aver consegnato l’Ucraina alle nefandezze putiniane, costringerà l’Europa a diventare protagonista dopo essere stata ancella. Forse ci renderemo conto che gli Stati uniti d’Europa sono una necessità per salvaguardare i nostri valori di libertà: il multiculturalismo e l’inclusività, la convivenza pacifica, la tolleranza, lo stato sociale. Per sottrarci all’abbraccio geopolitico e ideologico del trumputinismo bisognerà armarci, non per fare la guerra ma per difendere la pace e il diritto contro i governi dei peggiori. Ma, prima delle armi, ci vuole un esercito di cittadini attivi e l’autorevolezza di grandi politici: non vedo però dei Churchill in circolazione.

Michele Serra, sagace giornalista, ci propone di vincere la nostra miserevole inerzia scendendo in piazza con le bandiere di un’Europa unita nei valori: appello accolto. E la Svizzera? Meglio far finta di non essere in Europa? Silenzio anche quando i diritti umani sono calpestati?

Scritto per laRegione
Nell’immagine: Donald Trump e JD Vance ricevono Volodymyr Zelensky nello Studio ovale


Ma il protezionismo è una tattica suicida

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 

Di Salvatore Rossi, La Stampa

Non sono passati neanche due mesi dall’insediamento di Donald Trump come quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America e già tutto il mondo è sottosopra. Il nuovo presidente sta menando fendenti ovunque, all’interno e all’estero, badando bene a distruggere o ad arrecare il massimo danno possibile a tutto ciò che appaia come voluto da quella élite transnazionale che ai suoi occhi ha dominato l’Occidente nei passati decenni, a cominciare dai governi americani (democratici o repubblicani poco importa) e a finire con gli odiatissimi intellettuali europei (di sinistra o di destra poco importa).

Il libero commercio internazionale è stato fra i primi suoi bersagli. Come lo abbiamo conosciuto dopo la seconda guerra mondiale, è una creatura essenzialmente americana: gli Stati Uniti attivamente lavorarono alla istituzione di accordi e istituzioni multilaterali che lo sorreggessero. Trump lo vuole abbattere, dopo ottant’anni, a forza di dazi a tutto il resto del mondo. Gli europei gli paiono particolarmente detestabili: ci vogliono «fottere» (screw), hanno un enorme avanzo commerciale con noi perché si rifiutano di comprare le merci americane, ora basta. I suoi elettori della pancia profonda dell’America per il momento esultano. La metà del Paese che gli ha votato contro è ancora sotto choc (con qualche segno di risveglio negli ultimi giorni). Limitandoci alla sfera economica, quindi tralasciando temi brucianti come gli sviluppi dell’aggressione russa in Ucraina e il conseguente riarmo dell’Europa, che giudizio si può dare del suo programma politico e amministrativo? E che possiamo o dobbiamo fare noi europei per ribattere?

Sulla prima questione, semplificando molto direi che il suo programma si articola intorno a due assiomi. Primo: le imprese migliori devono poter essere lasciate prosperare fino a trasformarsi in monopoli, ciascuna nel suo mercato, riducendo o annullando tasse e regole, perché in una società dinamica i monopoli sono ciò che crea il benessere collettivo. Secondo: il principale strumento di politica economica (ma anche estera) è il protezionismo (i dazi), la cui misura va negoziata bilateralmente con ciascun Paese; i proventi dei dazi compenserebbero la riduzione delle tasse. Corollario non dichiarato ma intuibile di questo secondo assioma è che il mondo andrà spartito in zone di influenza fra le tre grandi potenze nucleari, l’Europa è un piccolo e vecchio continente fatto di staterelli ormai irrilevanti, non è più interesse degli Stati Uniti annoverarlo fra i suoi «possedimenti», se la Russia vuole avanzare pretese se ne discuta.

Il secondo assioma è un vecchio arnese teorico e politico, sconfitto dalla storia (si pensi al periodo fra le due guerre mondiali) e condannato dal pensiero economico. Centinaia di economisti di tutto il mondo (in Italia da ultimo Pietro Reichlin su questo giornale una settimana fa) hanno ricordato come una guerra di dazi e controdazi danneggi tutti ma in primis chi la comincia, che verrebbe colpito da inflazione e perdita di competitività. Tra l’altro, come ha rammentato il Financial Times qualche giorno fa, l’argomento secondo cui l’Europa merita i dazi perché ha un surplus gigantesco con gli Usa è falso, la bilancia dei pagamenti corrente fra le due aree, che tiene conto non solo degli scambi di merci materiali ma anche di quelli di servizi, è sostanzialmente in equilibrio. Nei servizi tecnologici le esportazioni americane giganteggiano.

Chiediamoci allora che cosa possano fare gli europei in questa temperie. L’Europa non è abituata a pensarsi come una vera entità statuale federale, ma come una confederazione di Stati indipendenti che hanno messo in comune soltanto due elementi: la valuta con il relativo governo; la politica commerciale verso l’esterno. Dopo il diniego francese di costruire una difesa comune più di settant’anni fa, l’Europa è avanzata solo su materie economiche e finanziarie. Il primo grande progresso, foriero di grandi conquiste di benessere per tutti i suoi popoli, fu appunto l’abbattimento di tutte le barriere (tariffarie e non) che ostacolavano il libero commercio interno. L’altra grande conquista fu la costruzione di un complesso sistema di regole comunitarie, soprattutto in materia antitrust; anche se si è poi sicuramente ecceduto e a Bruxelles si sta cominciando a riconoscerlo.

Di fronte agli attacchi furibondi e scomposti dell’amministrazione Trump è essenziale che i singoli Paesi europei resistano alla tentazione di cadere nella trappola del negoziato bilaterale, da cui uscirebbero sicuramente perdenti. La politica commerciale è già comune, restiamo tutti a sostegno dei negoziatori europei, che devono agire in modo intelligente, come già fatto dal Canada: duri nella forma, ma pronti a insinuarsi nelle crepe di una posizione, quella trumpiana, suicida nel medio termine. Lo stesso vale per la politica della concorrenza, su cui un opportuno arretramento per difendere la competitività delle imprese europee non deve toccare i valori essenziali antimonopolistici.


Il racket come razionalità economica

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

C’è un nuovo elemento che potrebbe presto aggiungersi alla guerra civile a bassa intensità fra repubblicani e democratici: i dazi sulle importazioni. Trump fa il giocoliere con i dazi come fossero torce accese che volteggiano ma poi tornano sempre in mano sua.

Però ci sono Stati che saranno avvantaggiati dai dazi e altri che saranno danneggiati, aggiungendo una dimensione geografica alla già profonda spaccatura degli Stati Uniti. Non è una previsione difficile, è già successo nella storia americana: il Sud delle piantagioni era a favore del libero scambio e il Nord delle fabbriche nascenti era a favore dei dazi. Com’è finita?

Sì. La Guerra di secessione (1861-1865) è stato un conflitto per il controllo dell’espansione all’Ovest. È stata una guerra per la supremazia nel governo federale. A partire da un certo punto è stata una guerra per mantenere o abolire la schiavitù. Ma, insieme a tutto questo, è stata anche una guerra tra mercantilismo e libero scambio, ovvero tra il Nord che voleva proteggere le sue industrie dalla concorrenza straniera, in particolare inglese, e il Sud che invece esigeva la massima libertà di commercio perché il suo cotone era diretto proprio in Gran Bretagna, dove alimentava le fabbriche tessili, quelle che il poeta William Blake chiamava dark satanic mills (buie fabbriche di Satana).

In realtà l’intero mondo industriale era controllato dalle forniture di cotone del Sud. Il cotone era il principale articolo del commercio internazionale e rappresentava metà di tutte le esportazioni degli Stati Uniti. Era la materia prima essenziale per centinaia di migliaia di operai nel Nord e in Europa. E, soprattutto, “il Sud aveva un quasi monopolio nella produzione mondiale del cotone perché il sistema di schiavitù nelle piantagioni poteva produrre fibre di alta qualità molto più a buon mercato di qualsiasi altro produttore esistente o potenziale” come scriveva anni fa lo storico William Fogel.

Fu questa fiducia nella loro economia e nel loro rapporto con il mercato inglese a spingere le scervellate classi dirigenti del Sud alla secessione, che sarebbe stata protetta – speravano – dal riconoscimento diplomatico della Gran Bretagna. Un riconoscimento che non avvenne mai.

La vittoria del Nord nella guerra civile fu anche la vittoria dei capitalisti del Nord impegnati nella costruzione di ferrovie, che esigevano rotaie, che esigevano acciaio, che esigeva altoforni, i quali potevano far fronte alla concorrenza inglese e tedesca soltanto al riparo da tariffe protettive molto elevate. Il massimo fu raggiunto all’inizio della presidenza di William McKinley (1897) quando furono varate misure protezionistiche anche su lana, zucchero e beni di lusso. Trump è così invaghito di McKinley che uno dei primi atti entrando in carica il 20 gennaio, è stato ribattezzare in suo onore la cima più alta degli Stati Uniti, il monte Denali in Alaska.

Purtroppo, l’economia americana del 1897 non era quella del 2025. Il bilancio federale era minuscolo, l’esercito praticamente inesistente, le voci di spesa principali erano le pensioni dei veterani e il servizio postale. Qualsiasi paragone con l’oggi è ridicolo e il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ripete incessantemente che Trump «semplicemente non capisce come funzionano i dazi, che sono una tassa sui consumatori americani».

Soprattutto il Gangster-in-Chief che sta alla Casa Bianca non sembra rendersi conto che la rapida espansione economia del periodo 1945-1975 è stata dovuta principalmente alla progressiva riduzione delle misure protezionistiche su scala mondiale. E la singhiozzante espansione 1975-2025 è stata favorita da un’ancora più drastica riduzione dei dazi all’interno di accordi conclusi in sede di World Trade Organization. Tornare indietro è molto difficile e, soprattutto, non indolore.

Il problema a cui Trump sembra non fare caso è l’enorme integrazione su scala internazionale della produzione di qualsiasi cosa più complessa di uno stuzzicadenti. Le auto si fanno con centinaia di componenti provenienti da decine di stati diversi e il fatto che siano assemblate a Detroit non le rende particolarmente “americane”, così come gli iPhone progettati in California vengono tutti dalle fabbriche della Foxconn in Cina e Taiwan. Le tariffe su uno o più componenti rallentano la produzione, aumentano l’incertezza e disturbano i mercati.

Una forma di razionalità nel bizzarro comportamento del presidente americano però c’è: la razionalità del racket. L’esibizione di forza, le minacce e le concessioni sono tutte parte di una logica mafiosa: «Fai come dico io o ti spezzo le gambe». Minacce di invasione a parte, l’uso dei dazi è un’arma potente per convincere i produttori stranieri a trasferirsi negli Stati Uniti, unica garanzia contro rappresaglie future. Non a caso la prima azienda ad annunciare un mega investimento da 100 miliardi di dollari in Alabama è il leader mondiale dei semiconduttori, la Tsmc di Taiwan. Va anche sottolineato che la strategia di far rientrare industrie emigrate all’estero, il cosiddetto re-shoring, era stato perseguito sia da Biden che da Obama, con scarso successo.

Una debolezza fondamentale dei sistemi estorsivi, però, è il loro carattere di incertezza: nessuno sa chi sarà il prossimo bersaglio del boss, o se la tangente richiesta ieri non sarà raddoppiata domani. Questo poteva funzionare nel Sud Bronx o nel New Jersey all’epoca della famiglia Gambino ma funziona meno su scala planetaria all’epoca dell’amministrazione Trump. I mercati odiano l’incertezza e, se l’incertezza prende la forma di dazi che vanno e vengono, minacciati la mattina, attuati al pomeriggio e revocati la sera, Wall Street porta a casa i guadagni e tiene i soldi sui conti correnti (Warren Buffett, l’ottuagenario fondatore del fondo Berkshire Hathaway, ripete da mesi che il suo gruppo tiene i dollari in banca). L’indice Nasdaq, quello delle aziende tecnologiche, ha perso il 15% in tre settimane e la corsa al ribasso non sembra volersi fermare. Chissà se qualcuno dei miliardari presenti al giuramento di Trump il 20 gennaio riuscirà a spiegarglielo prima che sia tardi.

Nell’immagine: sedie rimosse dalla sala dove avrebbe dovuto tenersi la conferenza stampa di Trump e Zelensky


Elezioni in Groenlandia, gli inuit gelano Trump: “Secessione tra 10 anni”

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

«Non siamo per l’indipendenza immediata. Vogliamo prima gettarne le basi». Quando all’una di notte di martedì è stato chiaro che a sorpresa Demokraatit, il partito conservatore “social-liberale” du Jens-Frederik Nielsenaveva vinto le legislative groenlandesi — lillipuziane elezioni locali che l’interesse di Donald Trump per le risorse minerarie dell’isola ha precipitato sul palcoscenico globale — la prima affermazione del giovane leader che fino a quel momento aveva intrattenuto gli ospiti intonando melodie alla chitarra dal piccolo palco del Café Killut, è stato un chiaro messaggio al presidente degli Stati Uniti: «Groenlandia First».

Ex campione di Badminton, già ministro del lavoro e delle risorse minerarie nel 2020, a 33 anni appena è il trionfatore di queste elezioni. Le sue posizioni moderate sulla secessione gli hanno fatto ottenere 4.850 preferenze personali: stracciando il premier uscente Múte Egede, fermo a 3.276. Portando il suo partito al 29,9: su di 20 punti rispetto al 2021, mentre l’ex maggioritario Inuit Ataqatigiit è crollato al 21,4: giù di 15. Che il vento del Nord fosse cambiato è stato evidente fin dalle prime proiezioni dopo la chiusura dei seggi. Il verdetto di villaggi remoti come Siorapaluk, l’insediamento più a nord del mondo, 31 elettori appena, ha mostrato subito che gli ambientalisti di centrosinistra al governo sarebbero stati penalizzati. Il governo centrale considerato a quelle latitudini poco interessato ai problemi locali. Lontano quanto quella Danimarca di cui è parte, sia pure con l’autonomia, l’isola più grande del mondo.

Certo, Trump non sarà contento: i suoi amici di Naleraq, sovranisti filoamericani i cui leader erano già andati alla Casa Bianca, ha ottenuto il 24,5: raddoppiando le preferenze: ma piazzandosi secondi. Non sono dunque nella posizione di scegliere con chi allearsi. Sì, perché i membri dell’Inatsisartut, il parlamento locale, vengono nominati col proporzionale. Le trattative spettano ora a Nielsen: che ha vinto 10 seggi su 31 lì dove la maggioranza è 16. E pazienza se i sovranisti sono politicamente i più affini: li allontana la cruciale questione di quando indire il referendum sull’indipendenza. Finora Naleraq ha sostenuto di volerlo in fretta, mentre Demokraatit è attendista: vuol prima rilanciare l’economia. Ma l’alleanza non è impossibile. Ce lo ha confermato davanti ai seggi l’influencer Qupanuk Olsen, mezzo milione di follower su TikTok, candidata sovranista: «Seguiremo la volontà del popolo. Vogliamo il referendum immediato, ma siamo realisti. Per noi già indirlo entro la fine della legislazione nel 2029 sarebbe un ottimo risultato. Saremo nazione pienamente sovrana entro 10 anni». Ma intanto pure il leader dell’ex maggioranza Egede si rimette in gioco: «Rispettiamo il risultato delle elezioni. Sono pronto a dialogare con i vincitori», dice alla stampa.

Di sicuro, l’attenzione di Trump e quella consequenziale dei media di mezzo mondo che hanno invaso la piccola Nuuk, 18 mila abitanti appena, ha innervosito gli elettori, spingendoli ad arroccarsi. Ce lo ha detto subito dopo aver votato Nanuq Siku, 66 anni: «Mai visti tanti giornalisti. Per noi le elezioni erano una sorta di festa in famiglia, dove magari si discute e litiga ma poi ci si abbraccia. Questa volta c’è più tensione. Troppa attenzione da parte degli stranieri non va bene. Vuol dire che sta accadendo qualcosa di grave».

In realtà davanti al Godthab Sport Hall, centro sportivo dove martedì è stato allestito l’unico seggio della capitale, l’atmosfera è stata gioiosa. La fila composta, mentre i sei partiti in gara, come da tradizione, offrivano dolcetti, caffè e gadget agli elettori. Il voto seguito pure dai bambini delle elementari, arrivati con le loro maestre tenendosi la mano, per una straordinaria lezione di democrazia. Quella, appunto, di un Paese in cerca d’identità che ancora non marcia sulle proprie gambe, nonostante le ricchezza celata nelle sue viscere. Bisognosa di partner che non siano troppo rapaci e ne comprendano l’esigenza di trovare un equilibrio sostenibile fra trivellazioni e quei cambiamenti climatici che in pochi anni rischiano di stravolgerne il territorio.


Sì alla piazza, non c’è dissonanza tra difesa e pace

Non si manifesterà per un’Europa qualunque né per invocare un cieco riarmo. Lo si farà per una Unione che resti fedele a se stessa 

Di Romano Prodi, La Repubblica

E’ bellissima l’immagine di tante persone che si riuniscono sotto le stelle d’oro della bandiera d’Europa, anche pensando alla grande emozione che una manifestazione popolare porta con sé. Per questo ho detto subito sì quando Michele Serra mi ha raggiunto con la sua proposta di una Piazza per l’Europa, mentre io ero all’Università di Pechino. Se c’è una cosa infatti di cui abbiamo davvero bisogno è ridestare l’interesse per la nostra casa comune e rinnovare il desiderio di un’Europa più unita, e quindi più forte.

L’ho predicato per anni e insegnato a tutti gli studenti che ho avuto la fortuna di incontrare: è l’Europa la nostra più grande conquista, l’àncora della democrazia, ma ancora resta da completarne il disegno politico che le consenta di essere un attore autorevole nel mondo. Un’Europa incompiuta e immobile è destinata all’emarginazione e quindi all’ininfluenza. In un mondo che si è fatto bipolare, l’Europa anziché esercitare il suo ruolo di interposizione tra le due super potenze, rischia di fare la fine della noce nello schiaccianoci. E il pericolo si è fatto oggi più concreto, travolti come siamo dall’attuale crisi internazionale. Una manifestazione popolare, trasversale a tutte le forze politiche, che chiede all’Europa di esserci, di unirsi e finalmente di completare il suo disegno politico, è una grande idea.

Tutto questo accade in un passaggio cruciale della Storia, un vero ribaltamento del mondo. Non un cambiamento, una rivoluzione: la nostra storica alleanza con gli Stati Uniti sembra dissolversi. Trump assume una postura aggressiva nei confronti di paesi membri della Nato, addita l’Europa come un nemico che va combattuto. L’ombrello di protezione americana si chiude, lasciando all’Europa il compito di provvedere da sola alla sua sicurezza e alla sua difesa, a prendere su di sé la responsabilità della salvaguardia dei valori su cui è stata fondata, della pace, dei diritti, del welfare, della libertà, della democrazia che vacilla persino negli Stati Uniti. E come sempre è stato in passato, anche oggi accade: l’Europa reagisce dinnanzi al pericolo e propone un piano per la propria salvaguardia.

Comprendo il sentimento di smarrimento di coloro che vedono in questa necessità di difesa una dissonanza con la parola pace. Non vi è dissonanza. Da 80 anni l’Europa non ha guerre entro i suoi confini. Un tempo così lungo ci ha indotti a pensare che la pace sia scontata e non un bene prezioso da difendere. Ho grande partecipazione per i sentimenti pacifisti che nel nostro paese, come nelle altre nazioni europee, sono espressione di una ricca tradizione culturale e continuo a pensare che la guerra sia la peggiore delle catastrofi per l’umanità.

Eppure dobbiamo renderci conto che ottanta anni di pace sono stati garantiti anche dalla nostra adesione alla Nato e dall’ombrello americano che, chiudendosi, ci impone di attrezzare e predisporre un comune sistema di difesa. Il piano approvato dal Parlamento europeo è il primo passo, necessario, per arrivare ad una difesa comune, a tutela dei nostri valori e della nostra democrazia. È un cammino difficile quello che le forze progressiste, europeiste e democratiche, storicamente sensibili al tema della pace, sono chiamate a percorrere. Non deve però prevalere una visione a corto raggio, ma è necessaria una robusta azione politica perché dalle decisioni delle singole nazioni si proceda spediti alla costituzione della comune difesa europea e da questa ad una comune politica estera. Abbiamo bisogno di più Europa e di un’Europa finalmente unita.

Sabato non potrò essere alla manifestazione perché ho assunto un impegno che non mi è stato possibile rimandare, ma sono queste le motivazioni per le quali vi avrei partecipato e, vi assicuro, che avrei voluto esserci.