Rischio recessione negli Usa e bolla “tech”, i mercati diventano nervosi

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

Di Luigi Pandolfi, il manifesto

In attesa che Trump annunci nuovi dazi (quelli su acciaio e alluminio, che certo colpiranno l’industria siderurgica europea, entrano in vigore domani), cresce il nervosismo sui mercati finanziari per i rischi di recessione e inflazione negli Usa proprio a causa delle scelte protezionistiche della Casa Bianca (ieri tonfo di Wall Street, con Nasdaq a -4%, borse di tutto il mondo in rosso)

Nei giorni scorsi, d’altra parte, lo stesso tycoon, in un’intervista a Fox News, non aveva negato la possibilità di una contrazione dell’economia, giustificandola però come una sorta di male necessario ai fini della ripresa della capacità produttiva del paese e della riduzione dei disavanzi commerciali. «C’è un periodo di transizione, perché quello che stiamo facendo è molto grande», sono state le sue parole.

Intanto, sono gli economisti, ora, a parlare apertamente di «rischio recessione», basandosi su indicatori come il sentiment dei consumatori, l’aumento dei licenziamenti e le incertezze sui mercati finanziari. La Federal Reserve Bank di Atlanta, partendo dalle previsioni del primo trimestre del 2025, paventa addirittura un crollo dell’economia del 2,8% quest’anno. Si tratterebbe del peggior risultato dal secondo trimestre del 2020, al culmine della pandemia da Covid-19. Più in generale, il National Bureau of Economic Research riferisce invece di un «declino dell’attività economica che si diffonde in tutta l’economia da qualche mese a questa parte».

Segnali. Come quelli che vengono dal mercato azionario, che ha fatto registrare nell’ultima settimana la performance peggiore da sei mesi a questa parte, con Tesla e Nvidia primi per ribassi. Proprio il marchio di Musk, Tesla, ha bruciato tutti i guadagni realizzati dal dopo voto in poi, circa 800 miliardi di dollari (-48%, ieri un altro -3,7%), con conseguente riduzione di 100 miliardi del patrimonio personale del suo fondatore, che comunque rimane ancora l’uomo più ricco del mondo. Stanno pesando i cali delle vendite in Europa e in Cina, rispettivamente del 45% e del 50%, a febbraio. Ma non è tutto. Gli analisti di Bank of America hanno lanciato nei giorni scorsi un pesante allarme: la bolla speculativa legata ai titoli tecnologici ha raggiunto livelli mai visati prima, col rischio che un suo scoppio possa far crollare il principale indice azionario statunitense, l’S&P 500, addirittura del 40%.

Nel mondo reale, invece, quello delle persone che vivono del proprio lavoro (quando c’è), ciò che balza agli occhi è il leggero, ma indicativo, aumento della disoccupazione, il cui tasso si è portato il mese scorso al 4,1% (era al 4% il mese precedente). Pesa, in questo caso, anche il massiccio piano di licenziamenti che il capo del Dipartimento per l’Efficienza Amministrativa sta portando avanti, mandando a casa migliaia di dipendenti pubblici. Più disoccupati, meno domanda, crescita azzoppata: il rischio che la situazione si avviti su stessa è alto, con conseguenze imprevedibili per l’economia globale.

 


Lunedì nero a Wall Street, i dazi di Trump fanno franare anche la Tesla di Musk

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

Di Filippo Santelli, la Repubblica

Gli effetti delle politiche di Trump, e l’ipotesi che inchiodino l’economia americana, spaventano Wall Street. Ma la vera domanda, un auspicio per il resto del mondo, è: Wall Street spaventerà Trump?

Ieri i mercati americani hanno chiuso una giornata di pesanti perdite, estendendo una striscia negativa che dura ormai da tre settimane. L’S&P 500 ha lasciato sul campo il 2,7%, l’indice tecnologico Nasdaq il 4%, bruciano mille miliardi di capitalizzazione. Tra i titoli più venduti, in una generale fuga dal rischio e verso il rifugio dei titoli del Tesoro, ci sono proprio le Magnifiche 7 della tecnologia, dominatrici dei listini negli ultimi anni sull’onda della IA–mania. Tesla, la peggiore, lascia sul campo il 15,43%, nel lunedì nero in cui Elon Musk registra un crollo di vendite in Cina, subisce un attacco hacker a X e inizia a misurare i costi della sua discesa in campo MAGA.

La recessione possibile

Il pessimismo è figlio dell’incertezza assoluta che circonda le decisioni di Trump. I dazi da un lato e la motosega di Musk sui dipendenti del governo federale dall’altro minacciano di rallentare la crescita americana, come suggerisce una sfilza di dati negativi su fiducia e nuovi posti di lavoro. L’indice di previsione della Fed di Atlanta, per quanto un singolo mese possa ingannare, è addirittura precipitato in contrazione. Gli economisti di JPMogan hanno alzato il rischio di recessione per quest’anno al 40%, quelli di Goldman al 20%. E a specifica domanda, Trump non ha negato («detesto prevedere queste cose»), parlando di «periodo di transizione» durante il quale «potrebbe esserci qualche turbolenza».

Si è sempre detto che il presidente è sensibile alla voce di Wall Street. E anche su Main Street gli elettori non vedono la promessa età dell’oro, bensì il ritorno dello spettro inflazione. Le parole del presidente però indicano che è disposto ad accettare nel breve alcuni danni collaterali, per portare avanti la sua strategia di protezionismo commerciale e Stato minimo. Da qui il nuovo tonfo dei mercati, che ha trascinato al ribasso – ma ancora una volta, meno – anche i listini europei: Francoforte, maglia nera, ha perso l’1,7%, Milano lo 0,95%.

Le speranze dell’Europa

Visto dall’Europa e dal resto del mondo, in realtà, il violento sbandamento della locomotiva americana accende una speranza. Che la pressione continui a salire fino a un livello intollerabile anche per Trump, arginando la sua escalation tariffaria e togliendogli armi nel negoziato all’ultimo dazio. Pensare di arginarlo dall’esterno appare molto più difficile. Domani dovrebbero scattare le tariffe al 12% su acciaio e alluminio, antipasto di quelle “reciproche” che colpiranno l’Europa e gli altri partner ad inizio aprile. Ma il Commissario Ue al Commercio Maroš Šef?ovi? ha detto ieri che «l’amministrazione Usa non sembra impegnarsi per un accordo», cioè che un negoziato non è neppure iniziato.

Ieri è arrivata negli Stati Uniti una delegazione tecnica del nostro ministero degli Esteri, guidata dall’ambasciatore Alfredo Conte, che per due giorni avrà incontri con funzionari della Casa Bianca, dell’amministrazione e del Congresso. Il viaggio è “in raccordo” con il gabinetto di Šef?ovi?, dice la Farnesina, attenta a non presentarla come una fuga in avanti. Non è un mistero che il nostro governo aspiri a fare da ponte tra Usa ed Europa. Prima ancora però bisogna capire qualcosa delle reali intenzioni della Casa Bianca.


Le geometrie variabili della nuova Europa

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Si riuniscono oggi a Parigi i capi di Stato maggiore della «coalizione dei volenterosi», il gruppo di Paesi determinati a sostenere l’Ucraina invasa dalla Russia alla luce dell’abbandono degli Stati Uniti. È un incontro che segue il vertice convocato dal presidente francese Emmanuel Macron a metà febbraio, quello di Londra guidato dal primo ministro britannico Keir Starmer a inizio marzo, e infine il Consiglio europeo straordinario della settimana scorsa a Bruxelles, nel corso del quale la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha presentato le prime proposte per un’accelerazione del cantiere della difesa europea.

Il formato in via di definizione è un ibrido. Non è Ue, perché all’interno dell’Unione ci sono quinte colonne, come l’Ungheria guidata da Viktor Orbán, determinate a sabotare la difesa dell’Ucraina. Al contempo, però, le istituzioni Ue svolgeranno un ruolo chiave. È attraverso le risorse generate e coordinate dalla Commissione europea che i «volenterosi» riusciranno a sostenere Kyiv e aumenteranno la capacità di difendere se stessi. Il formato, poi, non è Nato. Anzi, nasce proprio dall’amara consapevolezza generata dal disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa. Eppure, si tratta di un formato che riguarda la Nato, poiché coinvolge alleati che non sono membri dell’Ue – Regno Unito, Norvegia, Turchia e Canada – ma che sostengono l’Ucraina e hanno a cuore la sicurezza europea. Insomma è un formato ibrido, non-istituzionalizzato, obbligato ad agire in maniera emergenziale alla luce della minaccia che incombe sul continente.

È un formato che mira ad occuparsi di due ordini di questioni. C’è la questione ipotetica, che riguarda il dispiegamento di una forza di rassicurazione qualora si raggiungesse un cessate il fuoco in Ucraina. Divenuto chiaro che Washington si vuol lavare le mani, le garanzie di sicurezza non possono che essere fornite dai Paesi europei. E l’unica garanzia reale sono le truppe sul terreno. Si ragiona, dunque, su come mettere insieme questa ipotetica operazione, che non può essere intesa come una classica forza di «peacekeeping», poiché una pace vera non ci sarà.

È importante parlarne, consapevoli del fatto che rimane una discussione ipotetica, perché non siamo alla vigilia di un cessate il fuoco che Mosca non dà segni di volere. Nell’immediato, la guerra prosegue ed è dunque fondamentale che i Paesi «volenterosi» coordinino il loro supporto, tentando di colmare il più possibile il vuoto lasciato da Washington. A Parigi non si discuterà, dunque, solo di una forza ipotetica, ma anche di cosa fare nello scenario attuale in cui missili e droni continuano a piovere sulle città ucraine.

A guidare questo sforzo sono Paesi che hanno chiare due verità. La prima riguarda la minaccia russa. Stati come Francia, Regno Unito, Germania e Polonia sanno che una resa dell’Ucraina non farebbe che aumentare la minaccia incarnata dalle velleità imperiali di Vladimir Putin. La seconda verità riguarda l’abbandono degli Stati Uniti. Ci sono leader come Macron, le cui convinzioni sull’autonomia strategica europea sono state avvalorate dalla virata anti-atlantica di Trump. Ma ci sono anche leader ostinatamente atlantisti come il britannico Starmer, il polacco Donald Tusk e il futuro cancelliere tedesco Friedrich Merz, che con senso di realismo e di responsabilità affrontano la realtà: nella migliore delle ipotesi, l’Europa è sola; nella peggiore, ha gli Stati Uniti contro.

Ci si chiede dove sta l’Italia. Formalmente, c’è. La presidente del consiglio Giorgia Meloni ha partecipato ai vertici di Parigi e Londra e al summit di Bruxelles. Oggi a Parigi è presente il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano. Ma il nostro Paese non è in prima linea, attanagliato da fantasie e divisioni radicate nel Paese. L’Italia soffre, infatti, di due patologie contrapposte ma convergenti. La prima – tendenzialmente riscontrata nell’estrema destra e nella sinistra populista – è quella che rifiuta di vedere la minaccia russa. La minaccia non viene percepita perché considerata lontana, o per ignoranza, indifferenza o sudditanza intellettuale nei confronti di Mosca, e ora anche di Washington. La fetta dell’opinione pubblica simpatizzante con posizioni rossobrune sul conflitto in Ucraina è sensibilmente più alta in Italia che in altri Paesi europei, inclusi Paesi più lontani di noi dalla Russia, come Spagna o Portogallo. Quale che sia la ragione, è un fatto singolare che la fetta dell’opinione pubblica simpatizzante con posizioni più concilianti verso la Russia sul conflitto in Ucraina è sensibilmente più grande che in altri Paesi europei. La seconda patologia che sembra affliggerci tende a riscontrarsi più frequentemente tra partiti di centro-destra, ma anche di centro-sinistra. Alla luce della storia dell’Europa post-1945, ma anche post-1989, si tratta del rifiuto di accettare che lo Zio Sam non è più quello splendente cavaliere bianco che ci libera dall’autoritarismo nero e rosso. Magari tornerà ad esserlo, ma oggi tutti i segnali indicano che gli Stati Uniti di Donald Trump siano in combutta con l’autoritarismo espansionista di Putin.

Le due patologie insieme coprono la stragrande maggioranza dello spettro politico ma anche dell’opinione pubblica. Questo spiega perché Roma non è in prima linea. Ma c’è una terza patologia, tutta italiana, che supera le altre: il terrore di essere esclusi dai tavoli che contano. Non è tra le motivazioni più strategiche o edificanti, ma poco importa. Quel che conta, per ora, è che l’Italia al tavolo c’è.

Nell’immagine: i leader europei al summit di Londra


Senza acqua, cibo e luce. Assedio completo a Gaza

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

Di Eliana Riva, il manifesto

Senza cibo, senza medicine, senza ripari, con poca acqua e insufficiente elettricità. La popolazione di Gaza è nuovamente sotto assedio completo. Dopo il blocco degli aiuti umanitari ordinato da Netanyahu nove giorni fa, domenica il ministro israeliano dell’energia, Eli Cohen, ha tagliato anche la fornitura elettrica, spegnendo la linea che alimenta il più importante impianto di desalinizzazione nel centro della Striscia. «Useremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per riportare gli ostaggi e garantire che Hamas non sia più a Gaza dopo la guerra», ha dichiarato Cohen. E gli strumenti comprendono far morire di fame e di sete due milioni di palestinesi. Almeno 600mila palestinesi beneficiano dell’acqua potabile dell’impianto, ha informato il portavoce dell’Unicef Jonathan Crickx, e anche se i pannelli solari ne garantiscono in parte il funzionamento, tantissime persone saranno costrette a utilizzare l’acqua contaminata dei pozzi. Il sindaco di Deir al-Balah, Nizar Ayyash, ha detto che il taglio israeliano riduce del 70% l’approvvigionamento idrico al centro e al sud di Gaza.

LA RELATRICE Onu per i diritti umani nei territori occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato in un post su X che la responsabilità di ciò che sta accadendo non è solo di Israele ma di tutti coloro che non fanno nulla di concreto per provare a fermarlo: «Nessuna sanzione/nessun embargo sulle armi contro Israele significa aiutare e assisterlo nella commissione di uno dei genocidi più prevenibili della nostra storia». Alcuni parenti degli ostaggi ancora presenti nella Striscia hanno inviato una lettera al premier Netanyahu chiedendogli di ripristinare la fornitura elettrica per non mettere in pericolo i propri cari, minacciando di intraprendere vie legali se la loro richiesta dovesse rimanere inascoltata.

L’ASSEDIO è il tentativo dichiarato di mettere sotto pressione Hamas durante i negoziati. Letteralmente, l’utilizzo della fame come arma di guerra. Una punizione collettiva con lo scopo di costringere il nemico ad accettare le proprie condizioni. Il gruppo islamico ha fatto sapere in effetti di aver «ammorbidito» le proprie richieste e di attendere l’esito dei colloqui tra Israele e i negoziatori. Una delegazione è partita lunedì pomeriggio da Tel Aviv per giungere Doha, con il mandato di verificare le condizioni per una ripresa del cessate il fuoco e dello scambio di ostaggi e prigionieri. Allo stesso tempo, il Capo di stato maggiore israeliano ha cancellato i congedi per i soldati, che dovranno rimanere in uno stato di massima allerta e pronti a nuovi combattimenti. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha smentito le dichiarazioni dell’inviato statunitense per gli ostaggi, Adam Boehler, che aveva descritto come «molto utili» i colloqui con Hamas ed era addirittura arrivato a prevedere il raggiungimento di un accordo entro poche settimane.

AL CONTRARIO, Rubio ha riferito degli incontri come qualcosa che non si ripeterà e che non ha dato i frutti sperati. Rassicurazioni, queste, che riscaldano il cuore di Netanyahu, dopo la notizia mal digerita dei negoziati diretti Usa-Hamas. Un’altra conferma dell’indissolubilità dei legami tra Washington e Tel Aviv è giunta dal consigliere del presidente Usa per gli affari arabi, e suo consuocero, il libanese Massaad Boulos, che ha incontrato a Washington Yossi Dagan, uno trai i leader più estremisti dei coloni israeliani. Boulos si è rivolto a quello che ha definito «il popolo di Samaria», utilizzando il nome biblico con cui Israele identifica parte della Cisgiordania occupata. Yossi Dagan è un forte sostenitore del progetto di colonizzazione della Striscia di Gaza e ritiene gli accordi di Oslo un impedimento all’acquisizione di terra palestinese. Per questo motivo, li ha dichiarati «morti». Proprio come ha fatto ieri un altro leader dei coloni, capo di Potere ebraico, Itamar Ben Gvir. L’ex ministro della sicurezza nazionale ha proposto alla Knesset un disegno di legge per revocare gli accordi di Oslo: «Stiamo correggendo un’ingiustizia di lunga data», ha scritto Ben Gvir in un post su X. In questo modo Tel Aviv reclamerebbe come propri tutti i territori palestinesi occupati. Mentre il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, sta lavorando all’attuazione del piano di deportazione proposto da Trump per Gaza. Ha dichiarato, infatti, che il governo istituirà una «amministrazione della migrazione» con lo scopo di supervisionare l’esodo dei palestinesi.

INTANTO, i militari israeliani hanno ucciso una donna a Rafah, nel quartiere di Tal al-Sultan. Secondo le autorità locali, dal 7 ottobre 2023 sono state almeno 12.317 le donne uccise nell’enclave. Nel rapporto giornaliero sulle vittime, il ministero della salute palestinese ha registrato nove morti: quattro uccisi e cinque recuperati dalle macerie. L’esercito ha dichiarato di aver colpito tre persone a Shujaiyeh, sospettate di posizionare ordigni esplosivi. Nelle zone in cui c’è presenza dei militari, Israele applica lo stesso protocollo ordinato nei campi profughi sotto assedio della Cisgiordania: se qualcuno sembra rovistare tra il terreno può essere ucciso, dai cecchini o dai droni. È scaduta ieri la data ultima per il ritiro totale dell’esercito dal corridoio Filadelfia, al confine tra Gaza e l’Egitto. Negli accordi per il cessate il fuoco Tel Aviv aveva sottoscritto l’impegno di lasciare l’area ma la presenza militare è ancora numerosa e Hamas ha accusato Israele di una nuova violazione del cessate il fuoco.


UE: la difesa può precedere il rilancio dell’unità politica?

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

Fu l’economia il primo collante del Mercato Comune Europeo (MEC). Dopo l’immane strage della seconda guerra mondiale, i padri fondatori franco-tedeschi-italiani del MEC pensarono che i trattati commerciali (a partire da quello sulla produzione del carbone, altamente simbolico, fra Germania e Francia) dovessero avere priorità nella costruzione di un’unità continentale che, sulla traccia del ‘Manifesto di Ventotene’, avrebbe costruito l’unità del vecchio continente: culla e vittima colpevole del secondo conflitto internazionale in meno di mezzo secolo. L’unità politica, si pensò, avrebbe inevitabilmente seguito l’unità economica.

Progetto solo in parte realizzato, con una UE che per questo oggi paga la sua mancata integrazione, resa ancor più problematica da un allargamento precipitoso ad Est, con l’inclusione di paesi dell’ex pianeta sovietico (Patto di Varsavia), felici di incassare tutto ciò che di aiuto finanziario l’Unione garantisce in termini di crescita economica, ma assai più reticenti, dopo i decenni della sudditanza a Mosca, di concedere parti della loro sovranità a Bruxelles (con relativa nascita del gruppo contestatore di Visegrad a trazione ungherese). “Sì” dunque alla cassa comunitaria, seriamente e generosamente impegnata a rilanciare l’economia dei nuovi membri dell’Unione, ma “ni” tendente al “no” alla loro armonizzazione politica e valoriale con i paesi fondatori.

Insomma, senza unità politica il percorso è diventato assai più problematico, accidentato, persino fragilizzato dal potere che (per via del diritto di veto) gli ex “prigionieri dell’Est” confluiti nell’Unione sono stati in grado di esercitare in sede decisionale. La storia si ripropone oggi col problema-dilemma dell’“euro-rearm”: pessima definizione del progetto di rafforzamento della difesa comune, ancora in molta parte da studiare e verificare, progettare e incrementare, quale replica al “tradimento” anti-Nato dell’America trumpiana, più che altro impegnata oggi nelle concessioni a Putin sull’Ucraina per arrivare a disegnare con Mosca e successivamente eventualmente anche con Pechino, ma senza la voce dell’Europa, un nuovo ordine mondiale. La cosiddetta “Yalta 2”, definizione con cui si richiama la volontà di garantire alle super-potenze del momento, ma soprattutto a quelle di matrice comunista (la Russia del recupero di certi “valori” sovietici e di parti dell’ex Urss; e la Cina con le sue periferie non del tutto assimilate, da Hong Kong alle terre islamiche, più l’annessione futura di Taiwan) quelle aree cuscinetto da sempre prioritarie nella loro impostazione geo-strategica. Impostazione che entrerebbe in contraddizione se venisse confermato il divorzio completo dell’America dall’Europa, che per quasi ottant’anni ha fatto da “cuscinetto”, in sede Nato, alla superpotenza statunitense.

Inevitabile la replica “difensivistica” dell’Unione Europea, ma inevitabilmente anche confusa, incerta, problematica anche in termini teorici: 800 miliardi di euro per il riarmo delle singole nazioni dell’UE, oppure per una comune difesa, o ancora per un maggior coordinamento delle spese militari e d’armamento’ (che, sommate, ammontano a tre volte in più di quelle messe finora in campo dalla Russia). E, la Russia, appunto: davvero minaccia militare così sicura sul resto dell’Europa, quando la conquista della sola Ucraina è stata così parziale (il 20 per cento del territorio) e quando i raid ucraini in terra russa, pur condizionati dalle restrizioni occidentali, sono stati militarmente così “facili”? Problema dei problemi, poi: Mosca è per numero di testate atomiche la prima potenza nucleare al mondo, mentre l’UE ha fra i suoi membri un solo paese con testate atomiche, la Francia con la sua force de frappe, a cui si può sommare la Gran Bretagna; ma insieme i due paesi sono lontanissimi dalle potenzialità atomiche che Putin e i suoi portavoce più esagitati (tipo Medvedev, vice-presidente del Consiglio di sicurezza) hanno continuamente e minacciosamente ricordato negli ultimi tre anni.

Fra tanti interrogativi, uno su tutti. In queste condizioni, è possibile imbastire una qualsiasi forma di riarmo comune o di difesa collettiva dell’Unione? Non si rischia lo stesso strabismo dell’integrazione economica? E cioè illudersi che stavolta sarà la minaccia russa (vera o presunta) ad accelerare il processo di integrazione senza che questo sia preceduto da una definitiva e inappellabile presa di coscienza politica, e di unità politica? Resa ancor più difficile dal vento euro-scettico o euro-distruttivo che soffia sull’Unione; e dal tentativo americano di infliggere all’UE una spallata decisiva attraverso il sostegno alla destra radicale europea nemica di Bruxelles e amica di progetti di restaurazione nazionalistica. Per non commettere lo stesso parziale errore di oltre mezzo secolo fa (l’economia prima, il progetto politico poi) il problema della difesa comune dovrebbe invece scaturire non da un precipitoso atto di reazione, bensì da un rilancio forte e indiscutibile e definitivo del progetto di unione politica europea. Ma per ora non c’è nulla che ne preannunci l’arrivo.


Autostrade bocciate. Ora diminuire il traffico

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

La decisione popolare di novembre di bocciare i 6 ampliamenti della rete autostradale per 5 miliardi, che rappresentavano una prima fetta della torta USTRA di progetti per 35 miliardi previsti per l’orizzonte 2040, è una fondamentale svolta nella politica della mobilità in Svizzera.

Poco dopo la votazione abbiamo potuto prendere atto che il traffico passeggeri su ferrovia nel 2023 ha guadagnato in un anno l’1,7 % di split modale, quando durante la campagna referendaria si insisteva che la ferrovia non avrebbe mai potuto contribuire al decongestionamento stradale: si parlava di una crescita del 3% fino al 2050.

Il traffico automobilistico non cresce più

È quindi palese che i numeri in gioco per giustificare l’ampliamento delle autostrade non erano corretti, d’altronde proprio dalle statistiche dell’USTRA che sbandierava l’aumento delle ore di ingorghi si poteva leggere che il traffico sulla A1 e A2, le due più importanti strade nazionali, il traffico nel 2023 era minore che nel 2018. Anche in Ticino, come evidenziato nelle analisi ATA di Matteo Mombelli, il traffico diminuisce. Sul tratto A2 Lugano Chiasso malgrado l’aumento dei frontalieri nel confronto 2017-2019 con 2021-2023 assistiamo ad una diminuzione del 10% negli orari di punta.

Perfino gli autosili nei centri ticinesi denotano un calo della clientela, ma si insiste a volerne di nuovi perfino nel centro storico di Locarno, servito da ben tre importanti posteggi (Autosilo Piazza Castello, Autosilo Largo Zorzi e posteggio FART) distanti poche centinaia di metri dal centro storico.

Un altro segnale positivo per il trasporto pubblico lo leggiamo nella trimestrale statistica LITRA, che mostra come nel 4° trimestre 2024 il traffico passeggeri ferroviario è aumentato del 5,4% per rapporto all’anno precedente ed ha battuto il record del 2019 (nel 2020 c’è stato un forte calo causa Covid e in seguito molti cercavano di evitare i trasporti in comune). In Ticino poi la crescita dal 2019 è stata del 56% grazie alla galleria di base del Ceneri e alla nuova offerta TILO 2021.

Nuove immatricolazioni in diminuzione

Ulteriore indicatore: le immatricolazioni di nuove automobili che da anni, malgrado la crescita della popolazione, sono in diminuzione. Nel 2024 persi 5% per rapporto al 2023, trend confermato nei primi due mesi 2025 con un ulteriore diminuzione generale di 8,2 %. con le autovetture diesel e benzina diminuite del 27% in rapporto ai primi due mesi del 2024 (elettriche e ibride +6.2 % ma Tesla -57% !).

La mobilità sta cambiando grazie agli investimenti nel trasporto pubblico e alla mobilità dolce con lo sviluppo di ciclopiste e la grande diffusione delle biciclette elettriche. Abbiamo crediti votati per 20 miliardi per l’infrastruttura ferroviaria e le ciclovie sono entrate nella Costituzione, quindi andranno promosse con risolutezza. Oltre alla diversificazione dell’offerta dovremo però agire anche sulla domanda.

Pendolari e turismo

In Svizzera il traffico stradale turistico rappresenta il 25% del totale. In Ticino e sulla A2 nettamente di più, con il traffico dei frontalieri che sovraccarica la rete stradale e causa ingorghi. Il Canton URI si ritrova regolarmente con la strada cantonale bloccata dal traffico che cerca la scorciatoia alla colonna sulla A2 per poi incolonnarsi sulla cantonale.

Dobbiamo da una parte migliorare i collegamenti ferroviari con la Lombardia e limitare i posteggi per pendolari, nel contempo dobbiamo lavorare sull’offerta turistica incentivando l’uso del trasporto pubblico (le FFS hanno introdotto nuovi collegamenti turistici, ad esempio il diretto Ginevra-Losanna-Friburgo-Berna-Lucerna-Locarno il sabato mattina), ma anche fermando la crescita dell’offerta di letti di qualsiasi tipo.

Fermiamo la crescita di letti turistici

Con airbnb si sta generando nuova offerta turistica dal basso, ma dall’alto il Cantone sussidia a suon di milioni a fondo perso ampliamenti e nuovi alberghi, come pure nuovi campeggi o glamping. Il tutto non fa che aumentare il traffico turistico di punta, che rappresenta un pesante danno ambientale e di qualità di vita per i residenti, e oltretutto danneggia il turismo medesimo.

Cantone che poi chiede nuove strade e autostrade (raddoppio del Gottardo, POLUME, Stabio Gaggiolo) senza rendersi conto del danno che genera. Grazie alla votazione di novembre possiamo imboccare finalmente un’altra strada ma dobbiamo creare le condizioni per poterla percorrere.

Bruno Storni è consigliere nazionale (PS)
Nell’immagine: progetto di nuovi parcheggi a Locarno


Non fatevi prendere dal panico: la Svizzera non deve per forza essere un pioniere della blockchain

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

Werner Vontobel, Infosperber

Un tempo, quando si parlava di economia, si parlava di cose concrete: cibo, casa, energia, intrattenimento. Il compito della politica era quello di garantire che avessimo abbastanza di tutto. Ma poiché oggi possiamo produrre ciò di cui abbiamo realmente bisogno con molta meno manodopera, e poiché non siamo riusciti a trasformare il progresso tecnologico in più tempo libero per tutti invece che in disoccupazione, gli obiettivi sono cambiati. Oggi – si dice – si tratta di creare posti di lavoro o di sottrarli ad altri Paesi. La Svizzera “deve essere presente quando si crea qualcosa di nuovo. Qualunque cosa sia, l’importante è che ci siano posti di lavoro”.

“Posizionare la Svizzera come pioniere”

La Swiss Blockchain Federation ha emanato di recente un comunicato stampa che deve essere compreso in questo contesto. In esso si esprime soddisfazione per i “segnali positivi del Consiglio federale su due importanti iniziative parlamentari riguardanti l’attrattiva e la futura redditività della Svizzera come sede di blockchain”. L’obiettivo è quello di “continuare a posizionare la Svizzera come pioniere globale nel campo della blockchain e della distributed ledger technology (DLT)”. Heinz Tännler, presidente della Swiss Blockchain Federation e direttore finanziario di Zugo, viene citato così: “Siamo convinti che attraverso una stretta collaborazione tra imprese, politica, università e autorità, possiamo creare le condizioni quadro che continueranno a promuovere l’innovazione, a generare nuovi servizi e aziende e, in ultima analisi, a creare posti di lavoro.”

Come si evince da questo messaggio, la Svizzera si considera già un pioniere globale in questo settore. Questo è un fatto positivo. Ma quando si tratta di intelligenza artificiale, o AI in breve, non è solo la Svizzera a essere mal posizionata, ma – secondo la NZZ – l’intera Europa: “L’Europa è in forte ritardo quando si tratta di intelligenza artificiale generativa, una tecnologia chiave per la difesa e la crescita economica”. Ma c’è di peggio: “Per il noto investitore tecnologico e personaggio televisivo tedesco Frank Thelen, la capacità di innovazione dell’Europa è in uno stato desolante e la corsa all’intelligenza artificiale è già stata persa. Se non ci sarà un cambio di governo, vuole lasciare la Germania”.

Si leggono e si sentono notizie allarmanti come questa non solo sulla NZZ, ma su tutti i canali. Si sta diffondendo ovunque l’opinione che il nostro benessere dipenda dalla capacità del “nostro paese” di tenere il passo con le attuali “tecnologie chiave” o di rimanere indietro. Il motivo per cui ciò dovrebbe accadere è solo accennato. Viene creato uno scenario minaccioso: cosa succederebbe se la nota star televisiva Frank Thelen mantenesse la sua minaccia e lasciasse davvero la Germania? E se la Svizzera perdesse competitività? Se altri Paesi sviluppassero il loro quadro normativo per la blockchain più velocemente di noi? In che modo questo influirà esattamente sulla nostra capacità di produrre le cose che ci rendono prosperi?

L’“ecosistema blockchain” non crea alcun valore nuovo

Cominciamo con l’“ecosistema blockchain”. Qual è il suo utilizzo pratico? Nel suo comunicato stampa, la Swiss Blockchain Federation riesce solo a dire che la tecnologia blockchain svolge un “ruolo importante nell’emissione di monete stabili”. Monete stabili? Il punto è questo: invece di offrire le proprie obbligazioni direttamente agli investitori, il governo degli Stati Uniti le vende all’imprenditore di stablecoin Circle, che le vende agli investitori in un valore equivalente a quello di un “USD Coin”. Per gli investitori, ciò significa che ora hanno a disposizione i loro beni in dollari sotto forma di monete memorizzate elettronicamente e possono speculare con essi sulla rete blockchain Etherum. Questo dovrebbe ridurre i costi di transazione e di stoccaggio, almeno per i grandi investitori.

Lo svantaggio è che ora l’investitore deve fidarsi non solo del governo statunitense (in quanto debitore), ma anche di una società chiamata Circle e della rete Etherum. Può farlo? È qui che entra in gioco la “blockchain location Switzerland”. Deve controllare gli attori coinvolti in modo così stretto che le transazioni rilevanti vengano effettuate in Svizzera, o più precisamente a Zugo, nella speranza che ciò consenta di mantenere in Svizzera alcuni posti di lavoro e molto denaro sotto forma di stipendi e tasse. Il nostro Paese diventerebbe così complice del casinò finanziario globale. Questo può essere redditizio per i trader, i regolatori, gli avvocati e gli sviluppatori di software coinvolti, ma non crea alcun valore aggiunto. Niente case, cibo, energia, intrattenimento…

Forse l’IA in futuro ci aiuterà a svuotare la lavastoviglie

La situazione è simile con l’IA. Non è ancora chiaro come possa contribuire a semplificarci la vita. Il testo della NZZ di cui sopra cita, ad esempio, i “grandi modelli linguistici”, praticamente tutti sviluppati negli Stati Uniti e in Cina. Ma forse questi “diventeranno presto prodotti di massa che, vista la forte concorrenza e i notevoli investimenti richiesti, difficilmente daranno un ritorno sul capitale investito”. Se i modelli linguistici migliorino la nostra vita è comunque discutibile. Si dice anche che “i robot umanoidi saranno presto in grado di svuotare le nostre lavastoviglie perché capiscono l’ambiente circostante grazie all’IA”. Oppure l’IA potrebbe aiutare le aziende farmaceutiche a trovare nuovi principi attivi. Vogliamo più Ozempic?

A quanto pare i vantaggi dell’IA non sono ancora chiari nemmeno a coloro che si lamentano del fatto che l’Europa è rimasta indietro. Ma sono consapevoli dei costi: “L’Europa ha bisogno di un’enorme quantità di energia a basso costo per svolgere un ruolo”, afferma la NZZ citando sempre l’investitore Frank Thelen. E continua: “I chip H100 di Nvidia consumeranno ogni anno una quantità di elettricità pari a quella dell’intera Irlanda. Quindi non è possibile costruire alcun centro dati in un paese europeo. Anche se avessimo elettricità stabile e a basso costo, non sono a conoscenza di nessun grande investitore disposto a investire centinaia di miliardi in questo settore”. Questo per quanto riguarda Thelen.

Tuttavia, è un dato di fatto, o almeno molto probabile, che ci siano investitori che vogliono investire questi miliardi – da qualche parte – e incassare le sovvenzioni promesse. Il presidente francese Emmanuel Macron, ad esempio, ha annunciato 109 miliardi di euro di investimenti nell’IA. I promotori di località come la “Greater Zurich Area” sono orientati a convogliare parte di questa manna nella propria località. Con l’insediamento di Google, Oracle, Meta, Nvidia e così via, non è andata male. Ma anche la NZZ, orientata agli affari, si chiede criticamente: “ma cosa portano queste sedi agli interessi svizzeri, a parte il prestigio e il gettito fiscale?”.

La Svizzera cresce di 100.000 abitanti all’anno

Bella domanda. Se per “interessi svizzeri” intendiamo quelli del salariato medio che vive qui, dobbiamo considerare che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro sono occupati da espatriati che la “nostra località” ha attirato da altri o vuole attirare. La nostra vittoria nella gara di localizzazione gonfia la Svizzera di circa 100.000 abitanti all’anno. Per chi cerca casa, questo significa che deve pagare di più per gli affitti e presumibilmente anche per l’energia. Per i proprietari di terreni e case, significa che in molti casi diventeranno milionari e potranno andare in pensione prima. E che avranno un impatto ancora maggiore sull’ambiente con i loro stili di vita di lusso, ad esempio con le crociere.

Qual è il risultato finale? È difficile dirlo. Forse i promotori della localizzazione e gli appassionati di blockchain stanno effettivamente contribuendo al benessere generale. Ma la questione non è così chiara come la presentano nel loro linguaggio da pubbliche relazioni. Forse alla prossima occasione Heinz Tännler dovrebbe poter affermare questo: “Siamo convinti che attraverso una stretta collaborazione tra imprese, politica, università e autorità, possiamo migliorare le condizioni quadro per tutti coloro che producono valori reali e utili per tutti con un lavoro reale, e quindi, in ultima analisi, migliorare le nostre vite”

Nell’immagine: illustrazione creata con ChatGPT


“Dobbiamo scegliere solo tra la caduta e l’unificazione”

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

Heribert Prantl, Infosperber

De Gaulle aveva ragione. Quanto avesse ragione lo si vede oggi, in questi tempi trumpiani. Charles de Gaulle, generale e presidente francese dal 1959 al 1969, sognava un’Europa forte che non si sarebbe lasciata conquistare dagli Stati Uniti. E non si limitava a sognare, ma voleva realizzarla, insieme a Konrad Adenauer, cancelliere tedesco. La riconciliazione e l’amicizia franco-tedesca, celebrata solennemente nella Cattedrale di Reims nel 1962, era vista da lui come l’inizio di questa sua vera visione, che doveva iniziare con una sincronizzazione politica nelle relazioni franco-tedesche e portare a un’unione dei due Stati.

Per de Gaulle il Trattato dell’Eliseo era la coreografia di questo progetto. Il trattato doveva formulare le prospettive: Germania e Francia come nucleo del progetto europeo, con una politica estera e di sicurezza comune e, tra le altre cose, una cittadinanza comune. Adenauer aveva già dichiarato nel 1955: “Il tempo dello Stato nazionale è finito. Dobbiamo solo scegliere tra il declino e l’unificazione”.

Ma in un tempo di crisi, con la costruzione del Muro di Berlino e il potenziamento degli armamenti sovietici, il progetto di de Gaulle di politica tedesca occidentale era troppo audace. Il Trattato dell’Eliseo fu notevolmente snellito e, su insistenza dei transatlantici tedeschi, fu scritto un preambolo favorevole all’America, in cui si affermava che la Germania insisteva sui suoi stretti legami con gli Stati Uniti. Non era pensabile che decenni dopo gli Stati Uniti potessero rompere i loro stretti legami con la Germania.

L’atrofia del gene europeo

L’Europa divenne sempre più grande, ma non necessariamente politicamente più forte e sovrana. Il cancelliere Helmut Schmidt e il presidente Valéry Giscard d’Estaing gettarono le basi dell’Unione economica e monetaria europea. Il Cancelliere Helmut Kohl e il Presidente François Mitterrand praticarono con vigore il passo franco-tedesco e fondarono l’Unione Europea con il Trattato di Maastricht.

Ma poi il gene europeo in Germania ha cominciato ad atrofizzarsi: Angela Merkel ha fatto poco per alimentarlo, Olaf Scholz niente. La Commissione europea è diventata più potente che mai perché gli Stati membri dell’UE non hanno quasi mai preso iniziative politiche. Ma non era e non è abbastanza potente per sviluppare strategie importanti per affermare un ruolo indipendente dell’Europa nella politica globale.

È così che Emmanuel Macron ha lanciato un appello drastico in un importante discorso agli studenti dell’Università Sorbona di Parigi nel settembre 2017: “L’Europa che conosciamo è troppo lenta, troppo debole, troppo inefficace”, ha detto il presidente francese. E ha delineato i piani per la “rifondazione di un’Europa sovrana, unita e democratica”. Tra le altre cose, Macron ha parlato di un esercito comune, un esercito europeo. In Germania, queste idee sono state trattate con condiscendenza e liquidate come propaganda presidenziale – proprio come se fosse un male fare propaganda appassionata per l’Europa.

La rifondazione dell’Europa deve avvenire velocemente. Trump ha gettato l’Europa in uno stato di emergenza con la sua politica sottomessa a Putin. Ha tradito l’Ucraina, ha messo a rischio la Nato, che per molti Stati membri dell’UE era molto più importante dell’Unione Europea. In poche settimane ha piegato il sistema di coordinate di una politica che prima veniva definita “occidentale”.

Il futuro dell’Europa si chiama Europa. Realizzarlo sarà incredibilmente difficile. Ma forse – si spera – lo shock di Trump sarà uno shock salutare. Ricordiamo Adenauer: “Dobbiamo solo scegliere tra il declino e l’unificazione”. Questa è la situazione drammatica in cui si trova – tra gli altri – il nuovo governo tedesco. Speriamo che riesca a far fronte a questa emergenza.

Nell’immagine: il cancelliere tedesco Konrad Adenauer


Quell’ordine nuovo dell’ultradestra globale

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

Di Simona Forti, La Stampa

Sono stati dieci giorni pieni di soddisfazioni per Trump e Putin. Non fosse altro che per il fatto che colpire e scioccare è il godimento che li affratella. Se la ridono di noi animali vetero-europei; dei nostri distinguo, ad esempio tra un’Europa del riarmo e un’Europa dei valori fondativi. E se la ridono di chi, scandalizzato per lo spettacolo in diretta dell’umiliazione di Zelensky, si stupisce per l’abbraccio simbolico tra i rappresentanti dei due vecchi nemici: Stati Uniti e Russia. Di questo abbraccio le letture geopolitiche si moltiplicano, in un vortice di interpretazioni sul nuovo ordine economico mondiale, che vedrebbe una riedizione di Yalta per la spartizione del pianeta, in cui incerto sarebbe lo spazio da lasciare alla Cina. Indubbio rimane che tanto Trump quanto Putin considerano l’Europa attuale, ormai così debole e divisa, come un intralcio facile da liquidare.

Già da molto tempo la teoria politica dell’ultradestra globale è su questa linea. Prima ancora degli attuali governi oligarchici, si è lasciata alle spalle le obsolete distinzioni della guerra fredda. Non c’è nulla di più improprio che definirla conservatrice. Estrema e in molti casi eversiva, spesso incline al complottismo, essa non intende conservare nulla. Mira piuttosto a smantellare l’Occidente «decadente» per fare risorgere un ordine nuovo e al contempo «originario», sacrificato sull’altare della modernità. Dal Belgio alla Bielorussia, dall’Italia al Brasile, dall’Olanda all’Argentina, dalla Russia agli Stati Uniti, geograficamente divisa tra il suprematismo bianco e l’iper-nazionalismo euroasiatico, l’internazionale nera trova l’accordo sulla traiettoria temporale da seguire: dal tramonto alla rinascita, passando per il caos.

Si tratta di una rete di sedicenti ideologi populisti, ampia e composita. Negli Stati Uniti si è sorretta grazie a siti, blog, podcast, talk show di reti private, che hanno connesso e connettono numerosi aspiranti «patrioti», segnati sì da differenze profonde – evangelici, cattolici, tecno-nichilisti, capitalisti senza freni – ma uniti e solidali nella volontà di spingere al collasso le istituzioni democratiche, la cultura dei diritti e l’aspirazione all’eguaglianza sociale. Ancora sconosciuti ai più, essi sono numerosi e ovviamente in crescita. Non deve sorprendere, però, che tra i loro punti di riferimento un nome prevalga su tutti: quello di Alexander Gel’evič Dugin. Spesso definito «il Rasputin di Putin», il filosofo russo ultranazionalista in realtà ha vissuto fortune alterne nel suo Paese. Tuttavia, come Masha Gessen nei suoi articoli ci conferma, dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina la sua influenza presso lo Zar e il suo cerchio magico è diventata potente. La sua opera capitale, intitolata La Quarta Teoria Politica (2009) è un testo fitto di riferimenti dotti e filosofici che spaziano dalle antiche civiltà indoariane a Martin Heidegger, passando per il tradizionalisimo di René Guénon. La centralità data dall’autore al pensiero di Julius Evola – idolo dell’intera galassia della destra radicale – lascia trasparire il ruolo cruciale che Dugin riserva ad alcune intuizioni provenienti dal cuore stesso dell’antropologia nazista. Che cosa vuole davvero il pensatore russo con la sua proposta? Se le tre ideologie dell’Occidente – liberalismo, comunismo e fascismo – hanno fallito, dalle loro macerie deve sorgere una nuova filosofia «rosso-bruna» (più bruna che rossa), in grado di sferrare un colpo mortale alla modernità occidentale. La Russia deve ricongiungersi al suo autentico Spirito e riappropriarsi di tutti quei territori che con la caduta del socialismo l’Occidente le ha sottratto. Euroasia contro Atlantismo, dunque.

Steve Bannon è stato tra i primi a subire il fascino della visione di Alexander Dugin. Ideologo di punta della blogosfera nera statunitense, consigliere nel primo governo Trump, poi caduto in disgrazia, Bannon rivive oggi una grande stagione. Più volte ha cercato di incontrare il pensatore russo. Vi riesce soltanto nel giugno 2018 a Roma. Come documenta Benjamin Teitelbaum, nel suo libro del 2020 War for Eternity, Bannon insiste sul sistema di valori che li accomuna. Certo, per Dugin, gli Usa sono all’origine di quella globalizzazione e di quel cosmopolitismo che la Russia deve combattere. Bannon imputa invece alla Cina il germe della disgregazione. Diverse, in quel momento, anche le opinioni su Israele e Iran. Ma se la vera essenza degli Stati Uniti è stata tradita dalla globalizzazione, e anzi risiede in una realtà religiosa, bianca e prerivoluzionaria, Russia e America non solo potrebbero coesistere, ma combattere insieme la battaglia per la spartizione del mondo, in nome del popolo contro le élite.

Non sappiamo come quel confronto sia finito; se Bannon sia riuscito a convincere Dugin o se Dugin abbia diffidato di Bannon. Né, del resto, credo che le loro idee populiste siano la causa diretta e unica della politica estera dei loro governi. Ma che dire del fatto che Dugin, alla vigilia delle elezioni tedesche, appoggiando energicamente il vicepresidente americano Vance, abbia postato su X queste righe: «Votate AfD o ancora una volta occuperemo la Germania e la divideremo tra Russia e Usa»?

Nell’immagine: Bannon e Dugin degni compari


La minaccia di Musk all’Ucraina: “Se stacco Starlink crollate”

Tonfo di Wall Street e borse mondiali in rosso. Solo Tesla ha bruciato 800 miliardi di dollari, pesano i cali delle vendite in Europa e in Cina 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Elon Musk minaccia di staccare la spina a Starlink in Ucraina, condannandola alla sconfitta contro la Russia, salvo poi ripensarci, mentre spinge per l’uscita degli Usa dalla Nato. Trump lo difende e attacca ancora Zelensky, lasciando al segretario di Stato Rubio il difficile compito di barcamenarsi nella confusione, alla vigilia dei colloqui in Arabia Saudita che dovrebbero tracciare il percorso di Kiev per negoziare la pace con Mosca.

Musk ha usato il suo social X, per rispondere così ad un utente che chiedeva di abbandonare l’Alleanza Atlantica: «Dovremmo proprio farlo, Non ha senso che l’America paghi per la difesa dell’Europa». Non contento, ha aggiunto che il suo sistema satellitare Starlink è la salvezza di Kiev, perché senza non potrebbe più difendersi dall’invasione russa. «Ho letteralmente sfidato Putin – ha detto Musk – a uno scontro fisico uno contro uno sull’Ucraina, e il mio sistema Starlink è la spina dorsale dell’esercito di Kiev. Tutta la loro prima linea crollerebbe, se lo spegnessi. Ciò che mi fa star male sono anni di massacri in una situazione di stallo che l’Ucraina perderà inevitabilmente. Chiunque ha veramente a cuore la questione, riflette con serietà e vuole che questo tritacarne si fermi. Pace adesso».

Il ministro degli Esteri polacco Sikorski, marito dell’analista americana Anne Applebaum fieramente anti Putin, ha risposto che Varsavia paga i servizi Starlink per l’Ucraina: «A parte l’etica di minacciare la vittima di un’aggressione, se si dimostrerà un fornitore inaffidabile saremo costretti a cercarne altri». Lo scambio di opinioni è così degenerato in rissa pubblica, quando Musk ha replicato: «Stai zitto, ometto. Paghi una piccola parte del costo. E non c’è niente che possa sostituire Starlink». Poco dopo però ha smentito di voler staccare la spina: «Non faremo mai una cosa del genere, né la useremmo come merce di scambio».

Rubio, in partenza per l’Arabia Saudita dove dovrà negoziare con la delegazione di Kiev la via per la pace, ha sentito la necessità di intervenire: «Nessuno ha minacciato di tagliare Starlink all’Ucraina. E dite grazie, perché senza Starlink l’Ucraina avrebbe perso la guerra molto tempo fa e i russi sarebbero al confine con la Polonia adesso». Se uno considera che finora Varsavia è stata l’alleata più stretta di Washington in questa guerra, chiunque fosse al potere, diventa facile capire quanto grave sia la spaccatura che continua ad allargarsi tra le due sponde dell’Atlantico.

Parlando con la televisione Fox, Trump ci ha messo sopra il suo carico, ripetendo che Zelensky ha «preso soldi dal nostro Paese come caramelle da un bambino, durante l’amministrazione Biden. È stato così facile. Non penso che sia riconoscente: gli abbiamo dato 350 miliardi di dollari, ma parla del fatto che sono loro a combattere e sono coraggiosi, perché qualcuno deve usare le armi». Quindi ha ripetuto che secondo lui il pericolo più grave per l’umanità non sono i cambiamenti climatici, ma le armi nucleari. Posizione già presa durante il vertice di Helsinki con Putin, che spiega almeno in parte perché tenga così tanto al dialogo con lui. Quanto al blocco degli aiuti militari che aiuta Mosca, ha commentato che l’Ucraina «potrebbe non sopravvivere comunque», riferendosi ai progressi della Russia sul campo di battaglia.

L’interpretazione più benevola di queste minacce è che siano strumentali a piegare Kiev nei colloqui in Arabia. Secondo la Nbc, Trump ha detto alla delegazione americana che la firma dell’accordo sulle terre rare non è più sufficiente a riprendere gli aiuti militari all’Ucraina. Zelensky deve anche accettare di avviare i colloqui di pace con Putin, essere disposto a cedere territori e tenere elezioni, ossia perdere il potere.


Senza i satelliti di Musk, Putin vincerebbe la guerra contro un Paese paralizzato

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

L’esercito di Kiev verrebbe paralizzato. Il timore che Washington disattivi i software delle armi date alla Ue rendendole inutilizzabili

La vera arma segreta che ha permesso agli ucraini di fronteggiare l’invasione russa è un tablet, identico a quelli che usiamo ogni giorno. Grazie a un software speciale, sullo schermo vengono condivise informazioni e immagini raccolte dai droni e dalle squadre di fanti, in modo che anche i reparti più piccoli abbiano la conoscenza totale del campo di battaglia: sanno dove sono gli amici e i nemici. Una rete prodigiosa, che funziona attraverso i satelliti di Starlink.

È la realtà della guerra moderna: ogni strumento militare tecnologico ha bisogno di scambiare quantità colossali di dati e può farlo soltanto tramite i ripetitori orbitanti, che coprono pure le zone più irraggiungibili. Per questo senza i dispositivi di Elon Musk le forze di Kiev precipiterebbero in una crisi irreversibile: salterebbero le comunicazioni, spezzando la catena che trasmette gli ordini, impedendo di coordinare le azioni, azzerando la capacità di garantire il sostegno dell’artiglieria e di utilizzare i mezzi hitech. Il meccanismo di comando e controllo si dissolverebbe in poche ore, provocando lo sgretolamento dell’esercito.

Oggi si ritiene che gli ucraini dispongano di 40 mila terminali Starlink e ogni alternativa appare velleitaria: l’Europa ha un drammatico ritardo in questo settore. Lo dimostra il confronto con l’offerta di Oneweb, gestito dalla franco-britannica Eutelstat: ha 630 satelliti in orbita bassa contro i settemila di Musk; offre una banda di 150 megabits al secondo contro 200; ogni terminale costa circa 10 mila dollari contro 589. La portavoce di Eutelstat, Joanna Darlington, ha dichiarato che ci sono molti dispositivi pronti alla consegna e che la copertura sul Vecchio Continente è già competitiva con quella del colosso americano. Gli esperti sono scettici e in ogni caso ci vorrebbero almeno due mesi per ricostruire una rete di trasmissioni a ridosso del fronte: un tempo sufficiente a far dilagare le truppe di Putin in tutta l’Ucraina.

In queste ore sono stati avviati contatti con altri operatori europei di servizi satellitari, come la spagnola Hisdesat, la lussemburghese Ses e la britannica Viasat. Quest’ultima è stata colpita da un assalto hacker russo durante l’esordio dell’offensiva contro l’Ucraina, che ha mandato in tilt o obbligato a spegnere gran parte delle utenze esistenti nel Paese. Perché negli scenari bellici non basta avere le infrastrutture, ma bisogna pure riuscire a farle funzionare in situazioni ostili. L’Ue si è posta il problema, ma con la lentezza tipica delle iniziative di Bruxelles: la costellazione IrisSquare sarà disponibile nel 2030 con 300 satelliti. Per quella data Starlink conta di averne 40 mila.

I capricci di Elon Musk sono solo scosse d’assestamento rispetto al terremoto provocato dalle scelte dell’amministrazione Trump. Il blocco della trasmissione d’intelligence, che ha indebolito lo scudo ucraino contro i raid missilistici di Mosca, sta limitando pure la possibilità di compiere incursioni in territorio russo usando i razzi Himars e i missili Atacms, ordigni a lungo raggio americani. E porta gli stati maggiori europei a interrogarsi sulla “sovranità limitata” intrinseca agli armamenti acquistati dagli Usa. L’ex ministro della Difesa britannico, il conservatore Ben Wallace, ha dichiarato al Financial Times che se fosse stato ancora al suo posto avrebbe commissionato subito una «valutazione della nostra dipendenza e vulnerabilità rispetto ai partner internazionali, inclusi gli Stati Uniti».

Si tratta di una questione che non è mai stata presa in considerazione. Tutte le apparecchiature militari americane non vengono vendute direttamente dalle aziende ma dal governo di Washington, che può stabilire limitazioni: per anni è stata negata all’Italia e alla Francia la possibilità di armare i droni Predator e Reaper. C’è poi un secondo problema: a chi appartiene il software che gestisce le macchine? Sulla proprietà di quello del supercaccia F35, il mezzo da combattimento più evoluto del pianeta, un anno fa è stato trovato un accordo tra Lockheed e Pentagono, ma gli alleati restano esclusi.

Nell’impianto di Cameri (Novara), l’unico in Europa dove si assemblano questi jet stealth, solo il personale americano può entrare nell’area dedicata a inserire l’anima informatica del velivolo. Il timore è che se la nostra aviazione o quella olandese o norvegese volessero un giorno compiere missioni non in linea con la politica statunitense, come ad esempio quelle che finora hanno protetto i cieli del Baltico, la Casa Bianca possa paralizzare gli F35 bloccandone da remoto il cervello elettronico. Un’eventualità considerata assurda fino a un mese fa, che adesso viene analizzata con inedita concretezza e spinge a guardare con diffidenza ogni aereo, missile o radar comprato sull’altra sponda dell’Oceano. La spaccatura è così profonda che a Londra si ipotizza addirittura di rivedere il patto “Five Eyes”, che dal 1946 condivide con Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda ogni informazione segreta: un trattato che finora non era mai stato messo in discussione.

Nell’immagine: un satellite Starlink