Perché il reato di ecocidio è un crimine contro l’umanità

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo» 

Di Nicolas Lozito, La Stampa

Chi ha il coraggio, oggi, di pubblicare un libro sull’ambiente? Trump ha fatto sua la bandiera del negazionismo climatico, in Europa la transizione ecologica è stata messa in dubbio dal nuovo Parlamento europeo e in Italia si litiga sugli attivisti che bloccano le strade e si torna a parlare di energia nucleare. Di fronte a questi scenari servono autori e autrici davvero impavidi per affrontare l’argomento. L’audace Stefania Divertito torna in libreria con Uccidere la natura (Il Saggiatore). Un libro che, come si può intuire dal titolo, non parla di sostenibilità spicciola, edulcorata e alla moda, ma si prende la responsabilità di affrontare un tema che molte aziende e molti governi vorrebbero che nessuno nominasse: l’ecocidio. Divertito è giornalista ambientale d’inchiesta, ha seguito per anni i temi dell’inquinamento.

È stata premiata nel 2004 come cronista dell’anno per la sua inchiesta quinquennale sull’uranio impoverito, nel 2013 ha ricevuto il Premio Pasolini per la sua inchiesta sull’amianto e nel 2022 ha ricevuto il Premio Eternot di Casale Monferrato per il suo impegno contro l’amianto. Spiega: «Oggi quando parliamo di ambiente dobbiamo anche parlare di giustizia: il termine ecocidio serve a indicare quei reati ambientali così gravi che sono paragonabili ai crimini contro l’umanità». Oggi l’ecocidio ha una definizione ufficiale, («atti illegali o sconsiderati compiuti con la consapevolezza di una significativa probabilità che tali atti causino danni all’ambiente gravi e diffusi o di lungo termine»), ma il riconoscimento presso la Corte penale internazionale è ancora lontanissimo. «Il termine ha una sua forza narrativa e comunicativa, lo usiamo spesso in ambito giornalistico. Ma quando si prova a trasformarlo in una norma, si scontra con un pragmatismo feroce». Qualche esempio di possibili ecocidi: l’uso sfrenato dell’Agente Orange in Vietnam durante gli attacchi americani, un defoliante che ancora oggi causa tumori nella popolazione. Oppure lo sversamento di petrolio della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico del 2010. O ancora i danni causati dalle estrazioni di petrolio nel Delta del Niger negli ultimi quarant’anni. Ma il reato «non dovrebbe essere solo punitivo, ma preventivo. Un deterrente per le azioni future». Anche in Italia abbiamo i nostri ecocidi: «Ciò che è successo nella Terra dei fuochi è sotto gli occhi di tutti».

Il libro di Divertito è strutturato in quattro sezioni dedicate ai quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco), ogni capitolo ha storie, idee, voci di chi ha subito le conseguenze dei disastri e chi sta provando a riparare i territori. Non è un semplice libro di analisi, è anche uno strumento di memoria collettiva. Uno degli aspetti più potenti di Uccidere la natura è il suo carico emotivo. «Nel libro c’è tutto: il senso di colpa, la responsabilità, l’ansia. E tanta rabbia», ammette Divertito. «Ho perso troppe persone care a causa di tumori legati all’inquinamento. E vedere l’apatia di questi ultimi anni, come se fossimo ipnotizzati, è insopportabile». Tuttavia, non si tratta di una rabbia sterile: «Scrivere questo libro mi ha portato a riscoprire una rabbia attiva. Non quella che ti blocca, ma quella che ti spinge ad agire. Vorrei che il libro fosse uno strumento per le comunità, un focolare attorno a cui discutere e ritrovare un senso di appartenenza».

Stefania Divertito

Il giornalismo e la scrittura possono essere antidoto agli ecocidi. «Sono cresciuta a San Giovanni a Teduccio, una zona di Napoli segnata dall’inquinamento industriale. Quando nel 1985 esplose lo stabilimento dell’Agip, vidi la nube nera coprire la città. Quella fu la mia prima grande presa di coscienza. Da lì ho scelto di indagare, studiare, capire cosa succedeva attorno a me». I problemi però si risolvono non solo con lo studio, ma anche con la capacità di fare rete. Nel libro emergono molte figure femminili, dalle giuriste che lavorano sul riconoscimento dell’ecocidio alle madri delle comunità inquinate. «Intervistandole ho notato un fattore comune: nessuna mi ha parlato solo di sé. Ognuna era un nodo di una rete più grande, sempre pronta a connettermi con altre persone e a costruire qualcosa insieme».

Anche per questo il ruolo delle politiche ambientali, secondo lei, deve uscire dalla bolla e intrecciarsi con la giustizia sociale ed economica: «Abbiamo trattato l’ambiente come un settore a parte, permettendo che venisse politicizzato in senso ideologico. Ma le questioni ambientali sono dentro l’economia, dentro l’industria, dentro la geopolitica. Ognuno di noi dovrebbe avere una chiara consapevolezza ecologica».


Educazione finanziaria: una questione di responsabilità, non di ideologia

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo» 

Qualche giorno fa Adolfo Tomasini ha espresso alcune perplessità sulla proposta di introdurre l’educazione finanziaria nelle scuole. Il portale “naufraghi.ch” che ha ospitato il suo intervento non è proprio – per usare un eufemismo – un’offerta editoriale di area liberale. I suoi punti di vista stimolano però la discussione il che, per un liberale, è senz’altro positivo. Tomasini, conoscitore del mondo scolastico in quanto per oltre vent’anni direttore delle scuole comunali di Locarno, ha commentato un mio articolo pubblicato su laRegione in merito, appunto, all’iniziativa (mia, ma presentata a nome del gruppo PLR in Gran Consiglio) per introdurre l’insegnamento della “gestione responsabile delle finanze personali” nelle scuole.

Nulla di sorprendente: ogni volta che si tocca il tema della gestione responsabile delle finanze personali, emergono letture ideologiche che poco hanno a che vedere con la sostanza della proposta. Lo ripeto volentieri: insegnare ai giovani a comprendere il valore del denaro, le basi della pianificazione finanziaria e le conseguenze delle proprie scelte economiche non significa fare propaganda a favore di un certo modello economico o politico. Così come studiare la storia non significa aderire a una determinata corrente di pensiero, imparare a gestire un bilancio personale non significa promuovere un’ideologia del risparmiamo o, peggio ancora, una visione restrittiva dello Stato e dei suoi compiti, ad esempio sociali. La questione è più semplice e, oserei dire, più urgente.

Oggi sempre più giovani si trovano ad affrontare il mondo del lavoro e della vita adulta senza le conoscenze di base per gestire le proprie finanze. Un problema che non riguarda solo il singolo individuo siccome ha conseguenze anche sul piano collettivo. Le scelte economiche inconsapevoli possono generare o favorire un indebitamento privato eccessivo con , in molti casi, successive richieste di aiuto pubblico. Richieste che potrebbero, anche se non sempre, essere evitate con una maggiore consapevolezza personale “a monte”. Educazione finanziaria significa autonomia, coscienza, responsabilità. Significa offrire ai giovani strumenti per costruire il proprio futuro, evitare trappole finanziarie, fare scelte ponderate e rimanere liberi dal vincolo di debiti o di sussidi.

Non è indottrinamento, non è propaganda. È un insegnamento pratico, utile e necessario per affrontare la realtà di tutti i giorni. Mi dispiace che il signor Tomasina veda in questa proposta un tentativo di “forgiare menti conformi alla logica del profitto”. Forse bisognerebbe chiedersi perché proprio coloro che predicano l’importanza della cultura come strumento di emancipazione siano i primi a voler lasciare i giovani privi di strumenti concreti per gestire la propria vita. Si può discutere su come impostare questa materia, certo. Ma negarne l’importanza o rimproverarle intenzioni che non ha significa chiudere gli occhi di fronte a una realtà che, prima o poi, presenta il conto.

Se posso suggerire, entriamo nel merito. Vediamo se esiste un modo condiviso per aiutare ragazze e ragazzi a capire la realtà economica che in cui vivono e che li attende, senza chiudersi in pregiudizi ideologici o preconcetti (chi si oppone) e senza rigidità (chi propone). In fondo, si tratta di scuola, vale a dire anche di imparare ad apprendere gli uni dagli altri.

Simona Genini è deputata PLR in Gran consiglio


Donne in Israele, uno dei paesi OCDE col maggior tasso di disuguaglianza

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo» 

Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

Questo sabato le proteste in Israele sono state piu animate del solito a causa dello stallo nell’accordo con Hamas arenatosi al termine della prima fase. La popolazione si è riversata nelle strade chiedendo la liberazione immediata di tutti gli ostaggi e manifestando contro la minaccia di Netanyahu e del nuovo comandante generale dell’esercito di riprendere i combattimenti a Gaza. I riservisti sono pochi ed esausti e la violazione della tregua avrebbe come conseguenza di sacrificare gli ostaggi ancora in vita. Anche le famiglie hanno alzato il tiro e da ieri sera a Tel Aviv è in atto un sit-in intorno al Quartier Generale dell’IDF, l’esercito israeliano. Nel frattempo gli USA scavalcano il governo israeliano nella trattativa con Gaza e i partiti ultraortodossi minacciano di far cadere il governo entro fine mese se il primo ministro non garantirà loro l’esenzione dal servizio di leva. 

Ma ieri era anche la giornata mondiale della donna che in questo 2025 trova le israeliane sempre più indietro nella conquista della parità di diritti. All’ombra del conflitto le donne risultano sistematicamente escluse da posizioni di rilievo, guadagnano meno e non sono protette. Il quadro riportato sulla piattaforma israeliana « Ynet », che in occasione dell’otto marzo ha raccolto i dati statistici più aggiornati sulla condizione femminile, suscita preoccupazione. Nonostante una recente sentenza della Corte Suprema abbia intimato il governo di equilibrare la rappresentanza di genere a norma di legge, è sufficiente dare uno sguardo alle formazioni politiche per rendersi conto di quanto il governo in carica stia penalizzando le donne con solo 5 ministre su un totale di 30 e 28 deputate su 120. Non dimentichiamo inoltre che gli statuti dei partiti ultraortodossi escludono ancora le donne dalla possibilità di candidarsi al Parlamento. Neppure le dirigenti Merav Stern e Drorit Steinmetz, rispettivamente ai vertici del ministero delle pari opportunità e dell’ufficio del primo ministro, hanno ricevuto una nomina ufficiale, bensì sono considerate reggenti provvisorie. 

Nel frattempo, mentre l’attenzione pubblica è rivolta agli ostaggi e alla possible ripresa dei combattimenti, la coalizione persiste nel promuovere legislazioni che in modo indiretto colpiscono le donne escludendole dallo spazio pubblico accademico e militare per favorire l’integrazione degli ultraortodossi nei medesimi. A pronunciarsi criticamente rispetto alla separazione di genere al di fuori della sfera religiosa, e al prezzo che continuano a pagare le donne, è anche l’attivista femminista chassidica Malki Rotner. In una recente intervista per la testata israeliana Calcalist Rotner ha puntato il dito sul patriarcato proponendo un esperimento di pensiero teorico: “Se si vuole davvero preservare la santità, non c’è problema, si può fare tenendo gli uomini a casa mentre le donne governano il mondo” ha proposto ricordando il versetto della Genesi (25,27) che descrive Giacobbe come “un uomo integro che risiedeva nelle tende”. Anche il disegno di legge sull’allargamento della competenza delle corti rabbiniche a tutte le sfere giuridiche, comprese le controversie in materia di diritto del lavoro sino ad ora di competenza dei tribunali civili, rischia di penalizzare le donne. 

Il peggioramento si estende anche nell’ambito degli stipendi e introiti da lavoro: secondo l’Ufficio centrale di statistica si riscontra uno scarto del 20.8 % a sfavore delle donne per non parlare dell’impatto sulla carriera per le sfollate e per le mogli dei riservisti costrette a lunghe assenze dovendo farsi carico della famiglia da sole. Come se non bastasse, gli episodi di violenza domestica e i femminicidi sono aumentati drammaticamente: da 27 vittime nel 2023 siamo passati a 36 nel 2024 e 6 già nel 2025. Una donna viene uccisa ogni dieci giorni e tra le cause vi sono certamente le licenze di porto d’armi concesse scriteriatamente dal ministro Ben Gvir. La situazione è così seria che il ministero del welfare sta implementando un programma di protezione che prevede tra le altre cose l’installazione di telecamere, la distribuzione di pulsanti di emergenza e corsi di autodifesa per le donne a rischio. Difficoltà emotive e peggioramento della salute mentale sono riportati dal 51% delle donne, mentre il 22 % delle riserviste donne hanno segnalato anche un deterioramento del proprio stato di salute fisica. 

Si tratta di dati sconfortanti che confermano ulteriormente l’allarme lanciato già l’anno scorso dal centro Adva, ong israeliana per la promozione della parità e giustizia sociali, che insiste nel sottolineare il divario delle donne israeliane rispetto a quelle degli altri Paesi membri della OCDE. Verosimilmente reintegrando le donne in posizioni decisionali e di potere anche la crisi politico-militare ne trarrebbe giovamento, ma oltre due anni di proteste settimanali provano che invertire la rotta è più difficile del previsto.

Nell’immagine: “Gender Equality at the Local Level” è un progetto comune di azione comunitaria della durata di 3 anni gestito da due organizzazioni no-profit guidate da donne: Adva Center for Equality and Social Justice e Injaz Center for Professional Arab Local Governance.


Come il “filosofo di Putin” trasforma gli studenti russi in fascisti

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo» 

Di Tobias Schibilla / t-online, Watson

I regimi autoritari hanno sempre una base ideologica. L’Italia fascista di Mussolini si ispirò ai sogni di grandezza di Corradini, Rocco e Federzoni. La Germania nazista si ispirò al darwinismo sociale di Chamberlain e alle teorie razziali di Alfred Ploetz, Karl Binding e Alfred Hoche.

La Russia di Putin non fa eccezione a questa regola. Dietro il suo edificio ideologico c’è un uomo: Alexander Dugin. Questo neofascista convinto, che dirige la casa editrice Arktogeja, si batte per una rivoluzione conservatrice in Russia. Esperti come il politologo tedesco Micha Brumlik lo considerano addirittura il “filosofo” di Putin.

Un curriculum universitario sotto controllo

Ma Dugin non si limita all’influenza politica attuale. Egli mira anche a plasmare il pensiero delle generazioni future. Come direttore della Scuola di Politica dell’Università Statale Russa di Scienze Umanistiche di Mosca, un’istituzione che porta il nome del filosofo fascista Ivan Il’in, sta lavorando a una revisione completa dell’insegnamento delle scienze politiche. Secondo un’inchiesta del media di opposizione Meduza, il suo progetto si basa su un programma dettagliato: un corso di 240 pagine accompagnato da un piano didattico di 76 pagine. L’obiettivo? Liberare le scienze politiche russe dal loro presunto “americanocentrismo”, che egli considera un cavallo di Troia per il neoliberismo. Per Dugin, l’influenza occidentale sta minando la cultura e la civiltà russa.

Egli sostiene un’educazione che rafforza il “senso civico” e il patriottismo, dove gli interessi dello Stato hanno la precedenza su quelli degli individui. Una visione che ricorda quella del teorico fascista italiano Alfredo Rocco:

“Lo Stato è il fine del fascismo, l’individuo è solo il mezzo”.

Mosca, la “Terza Roma”

L’ideologia di Dugin si basa su una rilettura storica. Egli afferma che la Russia è l’erede diretta dell’Impero Bizantino, e quindi del vero Impero Romano d’Oriente. Questa teoria, che non ha alcuna base storica, viene imposta agli insegnanti, che devono trasmetterla ai loro studenti. Mosca diventa così la “Terza Roma”, un concetto che alimenta le ambizioni imperialiste e viene utilizzato per giustificare la guerra in Ucraina.

Seguendo la stessa logica, l’Istituto Ivan Il’in diffonde il neo-eurasismo, un’ideologia ripresa da Dugin. Immagina un impero russo che si estende “da Dublino a Vladivostok”, un’Europa assorbita da una potenza eurasiatica dominata da Mosca.

Un impero dall’Atlantico al Pacifico

Lo storico Stefan Wiederkehr cita una sorprendente affermazione di Dugin nel suo libro Kontinent Evrasija:

“I veri confini della Russia, giustificati dalla geopolitica, sono a Cadice e a Dublino”.

In questa visione la vocazione dell’Europa sarebbe quella di unirsi a una risorta Unione Sovietica, e il crollo dell’URSS sarebbe stato solo un temporaneo indebolimento della Russia. Meduza rivela che le nuove linee guida accademiche impongono una lettura negativa della caduta dell’URSS. Inoltre, enfatizzano il ruolo centrale di Vladimir Putin, presentato come il “presidente forte” che ha ripristinato il potere russo. Gli studenti devono imparare che la stabilità del Paese si basa su un sistema presidenziale potente e centralizzato, legittimato dal sostegno popolare.

Terra contro mare: uno scontro di civiltà

In termini geopolitici, la scuola di pensiero di Dugin contrappone due blocchi: le “civiltà della terra” e quelle “del mare”. Questa interpretazione, onnipresente nel suo insegnamento, dipinge l’Occidente come una civiltà marittima, mobile e adattabile, dominata dai flussi commerciali e dall’intelligenza economica.

Secondo questa logica, la guerra in Ucraina è solo un episodio di questo conflitto secolare. Intervenendo, la Russia non farebbe altro che “ripristinare il suo posto nell’ordine mondiale”, dopo che gli Stati Uniti avevano “occupato la zona neutrale dell’Ucraina” durante la rivoluzione di Maïdan nel 2014.

Indottrinamento sistematico

Attraverso il suo programma educativo, Dugin cerca di plasmare la gioventù russa a lungo termine. Il suo obiettivo è quello di radicare idee reazionarie e ultranazionaliste, rendendo più difficile la realizzazione di riforme progressiste una volta che Putin se ne sarà andato.

L’università che dirige forma gran parte dell’élite politica russa e si assicura che queste future élite condividano una visione del mondo in linea con i suoi ideali. Resta da vedere se questo nuovo curriculum, che dovrebbe diventare obbligatorio in tutti i corsi di scienze sociali e umanistiche, sarà effettivamente introdotto. Per il momento la decisione non è ancora stata presa, ma Dugin sta intensificando le sue pressioni. Il suo obiettivo è chiaro: plasmare i giovani russi a sua immagine e somiglianza e indottrinarli all’ideologia fascista.


Ma c’è anche qualche buona notizia

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo» 

Di Robert Reich, Substack

Cari amici,
la vostra ansia è del tutto giustificata. Stiamo attraversando uno dei periodi più stressanti della storia americana. È un’emergenza nazionale. Tuttavia la resistenza a questo turpe regime continua a crescere. Ecco 10 motivi di modesto ottimismo, in ordine approssimativo di importanza.

1. I tribunali stanno intensificando la loro lotta contro il regime

Mercoledì la Corte Suprema ha respinto la richiesta d’emergenza di Trump di congelare quasi 2 miliardi di dollari di aiuti all’estero come parte dei suoi sforzi per tagliare la spesa pubblica. Il voto è stato 5-4, con il Presidente della Corte John G. Roberts Jr. e il giudice Amy Coney Barrett che si sono uniti ai tre membri liberal per formare una maggioranza.

È la seconda sentenza 5-4 della Corte Suprema contro Trump da quando è tornato al potere, e dimostra che esiste un’improbabile maggioranza in grado di arginare gli eccessi di Trump.
Questo probabilmente spiega la decisione di Trump di fare marcia indietro rispetto all’emanazione di un ordine esecutivo che smantella il Dipartimento dell’Istruzione. La Corte Suprema avrebbe quasi certamente stabilito che solo il Congresso può chiudere un dipartimento. La chiusura del Dipartimento dell’Istruzione è stata anche impopolare tra i leader repubblicani delle aree rurali che dipendono fortemente dai finanziamenti federali.

Nel frattempo i tribunali federali di grado inferiore stanno esaminando oltre 80 cause separate contro il regime di Trump. Finora, la maggior parte delle sentenze dei tribunali inferiori sono state contro Trump. In un parere emesso giovedì mattina il giudice della Corte distrettuale federale John J. McConnell Jr. ha esteso un ordine che impedisce a Trump di trattenere miliardi di fondi approvati dal Congresso a 22 Stati e al Distretto di Columbia, compresi i fondi federali per la gestione delle emergenze. Il giudice ha dichiarato che “in questo caso, l’esecutivo si è posto al di sopra del Congresso. Ha imposto un mandato categorico sull’uso di fondi stanziati dal Congresso, senza tenere conto dell’autorità di quest’ultimo di controllare la spesa… In un danno evidente e acuto, con le inondazioni e gli incendi che stanno devastando tutto il Paese, i finanziamenti federali per la gestione delle emergenze e la riparazione sarebbero stati colpiti”.

Sempre giovedì il giudice distrettuale degli Stati Uniti Beryl A. Howell ha stabilito che Trump ha violato il National Labor Relations Act licenziando il membro del National Labor Relations Board Gwynne Wilcox, e che Wilcox rimane nella sua posizione presso l’agenzia federale. Howell ha scritto: “L’interpretazione del Presidente della portata del suo potere costituzionale è completamente sbagliata”.

Mercoledì, il giudice distrettuale Angel Kelley ha esteso il congelamento dei tagli dell’amministrazione Trump ai fondi per la ricerca attraverso i National Institutes of Health. Sempre mercoledì il Merit Systems Protection Board, che decide sulle controversie che riguardano i dipendenti federali, ha temporaneamente permesso a migliaia di lavoratori del Dipartimento dell’Agricoltura, colpiti dallo sforzo di Musk di sventrare il governo, di tornare al lavoro.

2. Musk e i repubblicani di Trump hanno preso di mira la previdenza sociale

Elon Musk definisce la previdenza sociale “il più grande schema piramidale di tutti i tempi”. Questa sì che è bella, visto che lo dice la persona più ricca del mondo. È anche spaventoso che venga da una persona che brandisce una motosega per i programmi governativi – promettendo di tagliare 2.000 miliardi di dollari dal bilancio federale – quando la Previdenza Sociale è uno dei programmi governativi più grandi.

Il commissario ad interim della Social Security Administration (SSA), Leland Dudek, ha dichiarato questa settimana a un gruppo di persone che il DOGE di Musk è essenzialmente al comando della Social Security Administration. “Attualmente le cose stanno funzionando in un modo che non ho mai visto prima nel governo”, ha detto Dudek, riferendosi al team di Musk per la riduzione dei costi come “estranei che non conoscono le sfumature dei programmi della SSA”. Ha proseguito: “Ricevo decisioni che vengono prese senza il mio contributo. E devo metterle in pratica”.

Il motivo per cui inserisco questo dato come motivo di ottimismo è che la Previdenza Sociale è anche il più popolare di tutti i programmi governativi. Sminuendo e minacciando la previdenza sociale, Musk sta toccando il proverbiale “terzo binario” della politica americana. Bene. Lasciamo che Trump e gli altri repubblicani cerchino di tirarsi fuori da questa situazione.

3. La credibilità del DOGE è compromessa

Il gruppo di Musk sostiene di aver risparmiato finora 65 miliardi di dollari ai contribuenti. Ma il DOGE ha elencato solo le cancellazioni di contratti e leasing, per un totale di circa 10 miliardi di dollari. Nemmeno queste cancellazioni di contratti sono un gran ché. Il New York Times ha scoperto che molti dei cosiddetti contratti “cancellati” erano in realtà già terminati sotto i precedenti presidenti. Secondo alcune stime, il DOGE ha fatto risparmiare al governo solo 2 miliardi di dollari. Si tratta di un 1/35 dell’1% del bilancio federale.

I ripetuti errori hanno sollevato dubbi sulla qualità e sulla veridicità delle informazioni diffuse dal DOGE di Musk. Gli errori mettono anche in discussione la competenza dei membri del team, che non conoscono il governo abbastanza bene da poter tagliare senza causare una catastrofe. Questa settimana, Musk ha chiesto nuovamente a tutti i lavoratori federali di giustificare il proprio impiego e, ancora una volta, la sua sbrigativa e-mail ha seminato confusione e resistenza in tutto il personale, con molti capi agenzia che l’hanno apertamente sfidata.

I lavoratori federali del programma Human Landing System (HLS) della NASA non sapevano come rispondere perché HLS ha stipulato un contratto con la compagnia missilistica Blue Origin di Jeff Bezos, il principale concorrente di SpaceX di Musk, e i lavoratori di HLS non volevano rivelare a Musk quello che stavano facendo. Allo stesso tempo, il Dipartimento del Commercio ha modificato un programma governativo per facilitare agli Stati e alle municipalità l’uso di sussidi governativi per acquistare il servizio internet Starlink… di Musk.

Nel frattempo l’attacco di Musk all’Amministrazione dei Veterani sta causando grossi grattacapi ai legislatori repubblicani, che sono stati sommersi dalle lamentele dei veterani (si veda il punto 5). Il potenziale di altri 80.000 licenziamenti presso il Dipartimento degli Affari dei Veterani, che conta circa 480.000 persone, sta già mettendo a rischio la sicurezza delle cliniche e degli ospedali per i reduci e il funzionamento della linea telefonica di crisi per i veterani in difficoltà.

Le conseguenze della distruzione di USAID da parte di Trump continuano a rimbalzare in tutto il mondo. Un alto funzionario dell’USAID ha dichiarato che la distruzione dell’agenzia e il ritiro degli aiuti esteri da parte di Trump provocheranno probabilmente fino a 18 milioni di casi di malaria in più all’anno; 200.000 bambini all’anno diventeranno paralitici a causa della poliomielite e centinaia di milioni contrarranno infezioni. E si registreranno più di 28.000 nuovi casi di malattie infettive come Ebola o la febbre emorragica di Marburg ogni anno.

4. I legislatori repubblicani stanno costringendo Trump a ridurre il potere di Musk

Martedì il leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune ha dichiarato alla CNN che i segretari di gabinetto dovrebbero mantenere il pieno potere di assumere e licenziare, facendo eco a un messaggio che Trump ha ricevuto da altri legislatori repubblicani e segretari di gabinetto.
Giovedì Trump ha riunito il suo Gabinetto e ha detto loro che sono loro ad occuparsi dei loro dipartimenti, non Musk. Musk può solo fare raccomandazioni ai dipartimenti, ma non prendere decisioni unilaterali sul personale e sulle politiche.

Trump ha anche detto che vuole mantenere le persone valide nel governo e non espellere in massa i lavoratori capaci. “Man mano che i segretari imparano a conoscere e a capire le persone che lavorano nei vari dipartimenti, possono essere molto precisi su chi rimarrà e chi andrà via”, ha scritto. “Usiamo il bisturi piuttosto che l’ascia”. Belle parole, ma ci crederò quando lo vedrò. Il vero significato di tutto ciò è che Trump sente la pressione di dimostrare che sta tenendo Musk sotto controllo.

5. I repubblicani si nascondono dai loro elettori

Nelle ultime due settimane i legislatori repubblicani hanno affrontato scene di frustrazione e indignazione nei loro distretti. Sabato scorso, in un’assemblea cittadina nelle zone rurali del Kansas, il senatore repubblicano Roger Marshall ha interrotto l’evento dopo che i partecipanti avevano urlato in coro per esprimere le loro preoccupazioni per i tagli ai posti di lavoro dei veterani e per chiedere se Marshall condividesse la convinzione che la Russia avesse invaso l’Ucraina.

I partecipanti hanno fischiato quando Marshall ha interrotto bruscamente l’incontro. Hanno gridato “Ti butteremo fuori!” e “Sei finito!”, secondo un video dell’incontro. In Tennessee, gli elettori si sono riuniti all’esterno di un evento tenuto dalla deputata Diana Harshbarger, membro del Freedom Caucus repubblicano, esprimendo rabbia per le azioni di Trump e Musk e chiedendo alla politica repubblicana di contrastarli. Secondo il filmato dell’evento condiviso dall’emittente televisiva locale WJHL, la folla ha ripetutamente interrotto la deputata, inducendola a chiedere loro di fermarsi.

Il rappresentante repubblicano della California Jay Obernolte è stato affrontato dagli elettori che hanno messo in discussione il licenziamento dei dipendenti del Joshua Tree National Park da parte di Musk e Trump, secondo quanto riportato da KVCR. I presenti hanno gridato contro Obernolte, che ha affermato che i dipendenti del parco sarebbero stati riassunti, ma non ha offerto ulteriori dettagli.

A seguito di questi e di molti altri scontri furiosi, i leader del Partito Repubblicano stanno ora scoraggiando i legislatori repubblicani dall’organizzare manifestazioni politiche. Il deputato della Carolina del Nord Richard Hudson, a capo del Comitato nazionale repubblicano del Congresso, sta esortando i repubblicani a tenere invece dei comizi “virtuali”.

6. L’economia è in picchiata

Includo questo tra i motivi per essere ottimisti perché un numero crescente di elettori di Trump sta soffrendo del pentimento dell’acquirente. Hanno votato per lui perché pensavano che avrebbe sistemato l’economia. Invece, l’economia sta andando in picchiata. A causa dei dazi di Trump e dei suoi tagli alle tasse, i consumatori temono le previsioni sull’inflazione, che sono le più alte dal 1995. Oltre il 75% dei cittadini ritiene che i propri redditi non tengano il passo con l’aumento del costo della vita.

Le morosità sulle carte di credito e sui noleggi auto sono più alte che mai dalla crisi finanziaria del 2008. Anche i costruttori di case sono bloccati. I dati di questa settimana sulla fiducia dei consumatori l’hanno vista scendere a un livello che non si vedeva dal 2021. I dati del Dipartimento del Commercio, pubblicati venerdì scorso, hanno mostrato un forte calo della spesa dei consumatori a gennaio, aumentando la preoccupazione per le prospettive dell’economia. Dopo che questa settimana sono usciti nuovi dati sul commercio e sulla spesa dei consumatori, la Fed di Atlanta calcola che l’economia degli Stati Uniti si stia riducendo a un tasso dell’1,5% in questo trimestre.

Le conseguenze politiche sono evidenti: Trump quando è entrato in carica era relativamente popolare. Ora gli americani lo disapprovano più di quelli che lo approvano, compreso quasi il 60% degli indipendenti. Tra le cause di un modesto ottimismo includo anche il crollo del mercato azionario di questa settimana, perché Trump e i ricchi sostenitori della sua campagna elettorale considerano il mercato azionario la loro misura del successo o del fallimento. L’indice Standard & Poor’s 500 è sceso dell’1,8% giovedì, portando la flessione al 3,6% per questa settimana, e mettendolo sulla rotta della peggiore settimana dalla crisi bancaria di due anni fa, che ha colpito alcuni dei piccoli istituti di credito del Paese.

7. Il crollo del mercato azionario ha costretto Trump a fare marcia indietro sui dazi

La reazione negativa del mercato azionario alle tariffe di Trump lo ha indotto a ritirarle. Giovedì Trump ha sospeso fino al 2 aprile le nuove tariffe sulla maggior parte delle importazioni da Messico e Canada. Le esenzioni, che coprono i beni introdotti nel Paese in base a un patto commerciale firmato da Trump durante il suo primo mandato, sono arrivate solo due giorni dopo aver scatenato una lotta commerciale imponendo tariffe del 25% a due dei partner economici più vicini alla nazione. In conclusione: Il mercato azionario impedisce a Trump di fare del suo peggio.

8. Trump e i repubblicani accettano di continuare a spendere come Biden

I preoccupanti venti contrari all’economia stanno spingendo i repubblicani di Trump a evitare lo shutdown del governo, che peggiorerebbe ulteriormente l’economia. Con il tempo che stringe per evitare lo shutdown alla fine della prossima settimana, Trump e il presidente della Camera Mike Johnson stanno esortando i repubblicani ad accettare una legge di transizione che manterrebbe i fondi federali ai livelli attuali fino alla fine dell’anno fiscale, il 30 settembre. Si tratta di una resa importante da parte dei repubblicani, perché la legge di finanziamento di emergenza manterrebbe la spesa ai livelli stabiliti sotto l’ex presidente Joe Biden e non includerebbe i tagli effettuati dal DOGE di Musk.

9. L’Europa si sta unendo

Trump ha avviato colloqui con la Russia senza coinvolgere direttamente l’Europa o l’Ucraina, e sembra intenzionato a voltare le spalle ai tradizionali alleati dell’America. La buona notizia è che i leader dell’Unione Europea si stanno unendo. Giovedì i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri dell’UE si sono riuniti a Bruxelles per discutere su come rafforzare le difese europee e il sostegno all’Ucraina. “L’Europa si trova di fronte a un pericolo chiaro e presente”, ha dichiarato Ursula von der Leyen, capo del braccio esecutivo dell’UE, entrando alla riunione insieme a Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, e definendo questo un ‘momento di svolta’.
“Siamo molto grati di non essere soli”, ha detto Zelensky.

Nel frattempo l’Europa sta creando partenariati commerciali senza gli Stati Uniti. Mentre Trump erige un recinto più alto intorno all’economia americana, altre nazioni abbassano il loro, isolando ulteriormente gli USA. L’Unione Europea ha concluso un importante accordo con quattro Paesi sudamericani per creare una delle più grandi zone commerciali del mondo, che collega mercati con 850 milioni di persone, oltre a un nuovo accordo commerciale con il Messico.

10. I Democratici stanno finalmente mostrando un po’ di spina dorsale

Durante l’interminabile discorso di Trump al Congresso di martedì sera, molti membri democratici hanno sollevato cartelli. Alcuni hanno voltato le spalle a Trump. Altri hanno abbandonato la sala. Dopo che il 77enne rappresentante del Texas Al Green si è alzato dal suo posto, ha scosso il suo bastone e ha urlato che Trump non aveva “alcun mandato per tagliare Medicaid”, lo speaker repubblicano Mike Johnson ha ordinato di espellerlo dall’aula. Dopo che l’Assemblea ha votato la censura, Green ha guidato un gruppo di colleghi a cantare “We Shall Overcome”, costringendo Johnson a dichiarare una pausa.

Giovedì, Green ha tenuto un appassionato discorso in cui ha giustificato “un’inciviltà positiva e giusta” di fronte all’“ignobile inciviltà” di Trump. Green ha anche osservato che Trump non ha subìto alcun rimprovero per aver definito “pazzi” i membri democratici del Congresso martedì sera.
Nel frattempo i democratici della Commissione giudiziaria del Senato chiedono all’ordine degli avvocati del Distretto di Columbia di indagare su Ed Martin, il procuratore ad interim del Distretto di Columbia che Trump ha nominato procuratore permanente, accusandolo di aver abusato del potere giudiziario per minacciare i suoi avversari politici.


Il mio intento nel darvi queste ragioni di modesto ottimismo non è quello di minimizzare l’emergenza in cui ci troviamo, ma di offrire qualche motivo per credere che non tutto sia perduto. Musk si sta dimostrando un ostacolo per Trump. È solo questione di tempo prima che Trump lo scarichi. Trump ha messo in pericolo l’economia e questo causerà ampie sofferenze. Tuttavia, niente galvanizza l’indignazione pubblica più di una cattiva economia. Anche il vostro continuo attivismo sta contribuendo a invertire la tendenza contro il regime di Trump-Vance-Musk. Vi prego di continuare così.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Maurizio Cattelan, “L.O.V.E.” (Milano, 2010)


Gaza non è solo un territorio

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo» 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

L’11 ottobre 1975, quasi cinquant’anni prima che Donald Trump proclamasse l’intenzione di piazzare i marines a Gaza per garantire pace e ricostruzione, nella prima puntata dello show televisivo Saturday Night Live andava in onda un film di Albert Brooks sullo scambio di posto fra Israele e lo Stato americano di Georgia. Narratore: “Con una mossa senza precedenti destinata ad allentare le tensioni mondiali, Israele e lo Stato di Georgia hanno concordato di scambiarsi il posto. L’intera Georgia — residenti, affari, ogni forma di commercio — traslocherà in Medio Oriente il 1° gennaio 1977. Non si sposterà alcun edificio. Sarà un equo scambio di proprietà”. La telecamera inquadra il leader israeliano: “Spero che New Orleans sarà più facile da trattare del Cairo”. Soggiunge il rappresentante georgiano: “So che il mio Stato tutto gode alla prospettiva del calore senza umidità”.

L’ironia dell’ebreo Brooks illustra l’ingovernabile tic americano di trattare all’americana dispute geopolitiche che molte personalità d’Oltreoceano non saprebbero dove collocare sul planisfero. Su pragmatiche basi transattive: io do una cosa a te, tu ne dai una a me. Ok, il prezzo è giusto. Storia, tradizioni, religioni? Non contano. Gerusalemme contro la capitale della Coca-Cola? Colpo di genio. Faraway deals for faraway issues.

La Riviera di Gaza non la vedremo, probabilmente nemmeno la Striscia svuotata dalla massa dei sopravvissuti. Il dato rivoluzionario del ballon d’essai trumpiano è che smentendo la sua “dottrina” propone di inviare soldati americani a Gaza. Stivali sul terreno. L’idea di chiamare truppe statunitensi e atlantiche ad assicurare pace in Terrasanta era stata evocata in passato dall’Autorità nazionale palestinese, quanto di meno autorevole e più inutilmente corrotto si possa concepire. Sicché oggi in campo palestinese c’è chi pensa di espungere quella battuta del presidente dal contesto e prenderla sul serio.

Per esempio l’attivista palestinese Daoud Kuttab. Secondo il quale “Trump potrebbe scoprire che a garantire pace e tranquillità non sarebbe ciò che gli israeliani — e specialmente la destra israeliana — si attendono”, quanto invece lo spiegamento di un contingente americano quale cuscinetto fra i duellanti. Un presidio a stelle e strisce “tra un potente occupante militaristico e una popolazione debole ma resistente è esattamente quel che serve alla regione”. La missione armata americana a Gaza, di fatto provvisoria annessione della Striscia agli Stati Uniti, garantirebbe insieme sicurezza di Israele, salvezza dei gaziani e ricostruzione. Kuttab è convinto che se Trump accettasse l’invito a frapporsi fra i contendenti si guadagnerebbe il titolo di protettore della pace — lunga tregua — fra Israele e palestinesi. E magari quel premio Nobel frettolosamente anticipato a Obama. Aggiungiamo che potrebbe spingere noi italiani e altri atlantici a mettere un gettone militare nella Gaza pacificata. Quindi al futuro tavolo dei negoziati.

Per ora però sembriamo anestetizzati dalla narcosi bellica che induce media e politici a concentrarsi sui territori trascurando chi li abita in modalità di sopravvivenza. La misura delle guerre sono i chilometri quadrati, non chi ci vive. Proponiamo quindi un’esercitazione che a molti parrà provocatoria, a noi necessaria.

Specialmente dedicata a chi accusa l’Unione Europea di non far nulla per Gaza. Vero, ma ingiusto: se non sei un soggetto geopolitico non puoi fare geopolitica. Tuttavia si tratta pur sempre di un’organizzazione di umani, cui nulla vieta di agire umanamente. Ergo: immaginiamo che ognuno dei suoi 27 Stati ospitasse in ragione della propria popolazione alcuni palestinesi di Gaza disposti a lasciare la Striscia e abilitati a poi rientrarvi in pace. Doppia opzione: uno o due ogni diecimila abitanti. Davvero una goccia nel mare: su 449.206.579 europei salveremmo nel primo caso 44.912 persone, nel secondo 89.924. L’Italia ne prenderebbe 5.889 o 11.798.

Non accadrà — o forse invece sì. Però almeno capiremo chi siamo.


Difesa comune, salta la Ue con il darwinismo sociale

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo» 

Di Francesco Strazzari, il manifesto

O si adatta ed evolve, o non sopravvive: eccoci al momento darwiniano dell’Europa unita, dopo l’allineamento tra Usa e Russia. Riecco i conflitti per confini e nazionalità a Est che catalizzano i cambiamenti turbolenti dell’ordine mondiale.

La fragile pace imperiale in Ucraina è un problema esistenziale non solo per Kyiv, ma anche per l’Ue. Sulla questa pace si avvitano, tuttavia, anche le principali questioni che segnano la discontinuità storica dell’era che viviamo: le incertezze della deterrenza nucleare nelle mani di più ‘uomini forti’, la concentrazione di tecnologie dall’impatto senza precedenti sotto il controllo di un pugno di oligarchi e le sfide del cambiamento climatico e della transizione energetica.

POCHI CREDONO che Trump resterà a fianco degli europei nel sostegno all’Ucraina grazie al boom dei budget militari, magari attraverso l’acquisto massiccio di armi americane, come vorrebbero gli inglesi. Certamente non accadrà se prevale un disegno di autonomia strategica europea ancorato alla capacità nucleare che i francesi hanno sviluppato fuori dal comando Nato.

Del resto, non è chiaro perché Putin dovrebbe oggi fare vere concessioni, in grado di limitare le sue opzioni già domani. Di fronte alle condizioni favorevoli create dal distanziamento degli Usa dall’Europa, il piano di lungo corso perseguito dal revisionismo russo vede grandi opportunità. Le stesse pressioni sull’Ucraina, culminate nell’invasione del 2022, sono andate di pari passo con i segnali che il Cremlino ha interpretato come disimpegno da parte di Washington dal teatro europeo (es. il ritiro di tank ed elicotteri).

NE RISULTA COMPROMESSA la credibilità di una forza militare europea incaricata di far rispettare gli accordi sul fronte ucraino. Se la pace ucraina arriverà a breve, sarà vulnerabile. Gli scenari regionali di destabilizzazione sono numerosi, dal Baltico (Kaliningrad) ai Balcani, passando per la Moldavia e la Romania, dove dietro al candidato presidente “filorusso” è emerso un verminaio di paramilitari ed arsenali legati ad ‘agenti stranieri’.

La pressione russa si presenta sotto forma di minaccia ibrida: episodi di sabotaggio industriale, taglio di cavi sottomarini e attacchi informatici. E campagne social a vantaggio dell’estrema destra dei “patrioti europei”, che ora coincidono con gli endorsement della Casa Bianca. In questo quadro, Trump ha bloccato le azioni del Cyber-Command Usa verso la Russia, gli emissari di Musk hanno compromesso i dati degli apparati di sicurezza Usa, mentre i satelliti Starlink hanno tradito le difese ucraine, che arretrano.

Ciò significa che l’Europa è esposta. La legge appena approvata alla Camera, che proprio a Musk apre le porte della ‘capacità trasmissiva nazionale’, è una grave falla della sovranità digitale, mentre le parole del ministro Urso («l’Italia mostra all’Europa la via per lo spazio») ci proiettano nel grottesco.

PER QUANTO SI POSSA negare, le regole del gioco stanno cambiando, ed esiste un serio problema di dissuasione della Russia. Nel cuore industriale e assetato di energia dell’Europa, la Germania, completare la transizione energetica, uscendo dall’era dei combustibili fossili, sarebbe un imperativo. Senonché il freno alla spesa pubblica, messo nella Costituzione dalla coalizione Cdu-Spd nel 2009, ha rallentato gli investimenti pubblici, sabotando la crescita e conducendo alla situazione attuale. Oggi Merz disegnando una coalizione Cdu-Spd che poggia su un consenso elettorale declinante, vuole evitare a tutti i costi i compromessi politici necessari per ottenere, nel parlamento che lo farà Cancelliere, la rimozione di quel freno.

In pratica, vorrebbe compiacere i falchi conservatori, d’accordo per un allentamento del freno esclusivamente per motivi di sicurezza nazionale, ed evitare di dipendere dal voto della sinistra della Linke, contraria a liberare il debito solo per la spesa militare. Da parte loro, i Verdi, fuori dalla coalizione, dovrebbero appoggiare un pacchetto che, quando parla di infrastrutture, ignora le energie rinnovabili e le politiche di contrasto al riscaldamento climatico.

METTERE A DISPOSIZIONE miliardi di euro per la sicurezza e la difesa dell’Ucraina e dell’Ue non è una risposta sufficiente per far nascere una nuova cultura strategica e una difesa europea. Davanti a una sfida per la difesa definita esistenziale, Von der Leyen ha proposto un piano che fa leva su articoli del Trattato UE che parlano di eccezionalità della situazione, temporaneità delle misure, e cercano di evitare il coinvolgimento del Parlamento europeo democraticamente eletto.

COME AVVERTE il Financial Times, non è possibile pensare a un aumento della spesa militare senza ridurre la spesa sociale. In diversi paesi europei, l’estrema destra nazionalista è al governo o aspira a condizionarlo. Se il warfare state sostituisce il welfare state, attraverso programmi di riarmo nazionale, è probabile che l’estrema destra dei ‘patrioti’ (pseudo-)sovranisti si rafforzerà ulteriormente, scavando la fossa dell’Unione Europea. Un genuino patto per la difesa dell’Europa, per contro, metterebbe fuori gioco le forze che da anni ostacolano l’integrazione e la trasformazione dalla Ue sui fronti dei diritti fondamentali e della transizione ecologica.

Un patto per la difesa dell’Europa concepito nel brodo del darwinismo sociale, del nazionalismo armato e del negazionismo climatico è un patto che distrugge l’Europa.


La sinistra, il riarmo e la pace

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo» 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Cos’è la destra allo stato puro, e cosa sta facendo, non è mai stato chiaro come in queste settimane, quando Trump sembra incidere ogni giorno direttamente nel marmo le tavole della nuova legge: e periscano i nemici, ovunque si annidano. Cosa fa la sinistra, è più difficile da decifrare: eppure decisivo, per comprendere se c’è un’alternativa a questa età del ferro spacciata per oro, qual è oggi il compito e l’obiettivo dell’opposizione democratica, e se è ancora in grado di contendere il futuro alla destra nel mondo capovolto in cui viviamo.

Trump si muove in una verità inventata, ma qui incontra comunque i suoi elettori, perché allo scenario virtuale fa seguire i fatti, con l’ideologia che crea la realtà. Sa di essere stato sbalzato fuori dalla Casa Bianca dal voto popolare: ha preferito mostrarsi vittima piuttosto che sconfitto, e ha violato il suo dovere di fedeltà alla repubblica incoraggiando la ribellione eversiva che assaltava il Campidoglio, fondando il movimento Maga su una genesi insurrezionale. Ha quindi accettato il nuovo responso delle urne perché aveva vinto, ma ha immediatamente avviato la guerra finale contro la liberal-democrazia, in nome di un potere verticale che trasferisce ogni sovranità dal popolo all’eletto, subordinando ogni altro potere.

La sinistra ha faticato a capire che era iniziata un’altra partita. Abituata a confondere il riformismo col moderatismo è rimasta col cerino in mano, spento, e di fronte all’incandescenza della nuova era si è trovata abbagliata, confusa e soprattutto incredula di dover dare un nome estremo ai fenomeni radicali che stavano accadendo. Ha creduto in un primo tempo di poter contenere la sfida nell’orizzonte post-novecentesco: l’immediata discesa in campo dei tycoon del Big Tech a fianco di Trump per sostituire la tecnocrazia alla democrazia, riscrivendo le regole, ha fatto capire a tutti che il vecchio mondo era archiviato, e cominciava l’Anno Zero. Il cambio di governo diventa cambio di regime, la tecnologia è la nuova ideologia, un gigantesco riposizionamento dei poteri è in corso, non più regolato dalle istituzioni ma dalla forza, dal denaro, dalla cancellazione della coscienza del limite, vero fondamento della civiltà democratica.

La prima reazione è cercare riparo nella democrazia come l’abbiamo conosciuta in questi decenni di libertà, nella costituzione come riferimento originario, nell’Europa come cornice: tutti elementi investiti dal ciclone futurista e reazionario che non riconosce alleanze, responsabilità e impegni, quindi è pronto a cancellare la storia e disponibile a riscrivere la geografia. Ma bisogna avere il coraggio di dire che questa opposizione di bandiera non basta, perché è implicita, anche se necessaria. Bisogna prendere atto che la democrazia non mobilita anche quando è sotto attacco. Soprattutto non si può non vedere come la spinta all’innovazione, al cambiamento, all’investimento nel futuro oggi sia tutta a destra, in un accumulo forsennato e feroce — ma tuttavia immaginifico — di promesse e vendette, iperboli e profezie dove si mescolano terre rare e pianeti da conquistare, territori da annettere e Stati da sottomettere, in un catalogo fantasmagorico che ignora la tragedia, trasformando l’inferno di Gaza nel falso paradiso del trumpismo da spiaggia.

Questo incantesimo ipnotico va spezzato, perché la pace non può diventare un ricatto. Trump ci dice: sto già trattando con Putin mentre voi perdete tempo tra sanzioni e maledizioni, ho bisogno di lui, quindi non lo accuso e non lo critico, tengo conto dei suoi interessi, cancello il passato per scrivere il futuro, è uno scambio profittevole, si può fare. Il risultato è quel che conta, fermare i missili, le bombe, la carneficina per costruire un ordine nuovo. ll modo in cui si arriva a quel risultato è irrilevante, preoccupa solo gli schizzinosi pronti a sacrificare la pace per un cavillo. Certo, riconosciamo a Putin il ruolo di imperatore: ma quel ruolo se lo è conquistato sul campo, la debolezza delle vostre democrazie non ha fatto argine, la nuova realtà è disegnata dalla forza e la forza divide ormai il mondo per tre. La tripartizione imperiale è più semplice, più chiara, addirittura più sicura, finisce questa ipocrita pretesa dell’ideale democratico supremo, ormai spento. L’universale è finito. Ognuno dei tre imperi al suo interno avrà gli idoli che vorrà. Questo è quanto. Potete soltanto conformarvi, come sudditi obbedienti: o arrendervi, come avversari sconfitti.

La sinistra è l’unica forza in campo che può opporre una controcultura a questa seduzione mistificatrice. Può farlo in nome della pace, proprio perché ha condannato per prima le ragioni della guerra, ha saputo distinguere tra l’aggredito e l’aggressore e ha deciso gli aiuti all’Ucraina dopo aver preso coscienza degli abusi. Quindi ha agito per tre anni dalla parte del diritto, della giustizia, della libertà contro il sopruso. È da questa scelta che può nascere la pace, non dal suo contrario. Pace, libertà e democrazia semplicemente stanno insieme. Dunque la sinistra ha le carte in regola per pretendere una pace giusta e vera, e ha anche in mano un bandolo della crisi, per costruire una via d’uscita: molto più di chi urlando “pace” ha abbandonato Kiev agli invasori e la democrazia agli imperialisti.

Oggi è evidente cosa bisogna fare: essere coerenti con le scelte compiute e con le nuove necessità. Stanno succedendo due cose, insieme: Trump progetta di chiudere l’ombrello di protezione americano sull’Europa, proprio mentre autorizza Putin a prendersi ciò che considera suo, strappandolo alla storia altrui, che è una storia europea, dunque nostra. Come si risponde a questo doppio squilibrio che espone ai nuovi imperialismi la nostra democrazia, la nostra libertà, la nostra civiltà quotidiana? In questa tenaglia, come vivranno da domani i lituani, i lettoni, gli estoni, i polacchi, i rumeni? E noi, come potremo dormire tranquilli, sapendoli esposti insieme con la nostra stessa cultura, costretti a tenere gli occhi fissi ogni giorno sui confini?È chiaro che l’Europa deve dotarsi di un sistema di difesa, riarmandosi esattamente in nome della democrazia e del suo diritto alla pace. Ed è evidente che deve dotarsi di un’autorità politica finalmente visibile e riconoscibile, in grado di spendere il suo accumulo di storia nelle crisi che ci assediano. Nel rovesciamento del mondo, la sinistra può diventare il sostegno decisivo della democrazia, dell’Europa, dell’Occidente, tutti e tre sotto attacco. È un compito storico enorme, addirittura una missione. Ignorarlo non sarebbe un errore, ma un tradimento.


Dall’America alla Russia, emergono gli uomini peggiori

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo» 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Ci sono momenti nella storia in cui sembra proprio che si avverino le antiche parole del salmo: «Emergono i peggiori tra gli uomini».

I giorni che stiamo vivendo sono esattamente così: fanno emergere i peggiori tra gli uomini. Qual è allora il compito della coscienza? È triplice: individuazione, difesa esterna, difesa interna. Quanto al primo punto, è significativo che di recente sia stato riesumato un termine così desueto da apparire un neologismo: “cachistocrazia”, alla lettera “il governo dei peggiori”, l’esatto contrario di aristocrazia, il governo dei più competenti.

Il paradosso è che tali peggiori non sono tiranni giunti al potere con la forza, ma politici eletti dal popolo: è cioè la demo-crazia a produrre la cachisto-crazia. È come se, per fare un paragone con l’alimentazione, tutto a un tratto i più dichiarassero che i cibi migliori non sono i più raffinati e i più salutari, ma i più malsani etichettati come junk-food. In quel grande supermarket della politica mondiale sembra proprio che oggi le cose stiano andando in questo modo. Emergono i peggiori tra gli uomini. Ma come definire tali peggiori?

A volte tra gli esseri umani scatta un sottile accordo di energie che prescinde dalle parole pronunciate e che raggiunge le zone più istintuali e più profonde dell’essere: è una questione di sentimento della vita. Io credo sia questo ciò che unisce Trump, Putin, Netanyahu, Orban, Erdogan e gli altri leader dal cipiglio dittatoriale: il piacere della forza, e, corrispettivamente, il fastidio del diritto e del rispetto che esso richiede. Il democratico è uno che sente interiormente dentro di sé che esiste qualcosa più importante di sé: il diritto, lo stato, il bene comune.

L’antidemocratico è uno che si fa beffe di tutto ciò perché non conosce nulla più importante di sé. È quindi ultimamente una questione di maturità umana, di quella acquisizione che si ottiene superando l’adolescenza quando l’ego capisce che, per quanto importante, è sempre meno importante dello Stato, del diritto, del bene comune.

La democrazia, cioè, è anzitutto uno stile che abita la mente e il cuore degli esseri umani maturi; il suo contrario, la mente e il cuore degli immaturi. Ecco chi sono i peggiori tra gli uomini.

Essi non sono altro che lo specchio della diffusa immaturità che sta imperversando sul nostro pianeta, fenomeno ben descritto da Amos Oz parlando di “infantilizzazione delle masse”. È così che la demo-crazia, sempre più oclo-crazia (oclos in greco vuol dire “folla”, molto diverso da demos, “popolo”), produce la cachisto-crazia.

Così mi spiego i milioni di americani che hanno votato l’attuale presidente e che ne sono entusiasti sapendo benissimo dei suoi guai giudiziari per motivi finanziari e sessuali, e del suo essere all’origine dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

Sanno benissimo che mente, insulta, fa carta straccia del diritto internazionale, avanza pretese sulle terre di altri, e ciononostante lo amano; anzi, lo amano proprio per questo! E non pochi italiani fanno lo stesso stabilendo con Trump quell’accordo di sentimento profondo avuto ben prima con i numerosi populisti dall’ego pronunciato e adolescenziale che abbiamo avuto qui da noi. Le peggiori qualità umane oggi risultano gradite e vincenti. È un dato di fatto, oggi nel mondo le cose funzionano così, e non solo in politica.

Di fronte ai peggiori tra gli uomini il secondo passo consiste nel difendersi. Esiste al riguardo una difesa personale e una difesa territoriale. La difesa personale si chiama studio, meditazione, silenzio, preghiera, quelle pratiche che nutrono la coscienza morale e la proteggono dall’odio e dalla stupidità. L’altra difesa si chiama protezione militare ed è compito dei governi assicurarla, è il primo dovere di uno Stato verso i cittadini. Prima dell’istruzione, della libertà di parola e di ogni altra esigenza vi è il bisogno di sicurezza, e uno Stato degno di questo nome deve sempre esserne all’altezza.

È necessario armarsi ulteriormente per provvedere alla difesa di noi europei? È necessario inviare truppe in Ucraina? Non essendo né un politico né un militare, non so rispondere e non intendo cedere alle passioni nel farlo, ma è evidente che preferirei di no.

Sono convinto però di due cose: che nonostante le sue criticità l’Ue è una barriera contro la cachistocrazia dilagante nel mondo; che esiste una minaccia per la sicurezza europea, visto che lo statuto democratico del mondo basato sul diritto è sempre più disprezzato.

Ora anche gli Usa di Trump sono arrivati a sedersi accanto alla Russia di Putin, il 3 febbraio all’Onu hanno votato con lei insieme a Bielorussia, Corea del Nord e altri stati satelliti contro Ucraina, Ue e tutto il resto del mondo. Vi è poi la dittatura di Xi Jinping, il nazionalismo di Modi, la galassia del mondo musulmano mai stata molto in consonanza con la democrazia, l’Israele di Netanyahu e della destra religiosa caratterizzata da palese razzismo, crimini contro l’umanità ed esplicita volontà di pulizia etnica (ovvero di sporcizia etica).

Tutti costoro sono unificati dal fatto di farsi beffe dell’Onu, del diritto internazionale e della Corte internazionale di giustizia che lo rappresenta, e disprezzano l’ideale che fa del diritto il cardine del governo mondiale, unica vera speranza per la pace del mondo.

Emergono i peggiori tra gli uomini e da essi occorre difendersi. Come già detto, non ho idea se occorra spendere di più in armamenti come sostiene Ursula von der Leyen e come, ormai è deciso, avverrà; a me qui sta a cuore sottolineare il diritto di ogni cittadino a essere difeso e il corrispettivo dovere dei politici a provvedere.

Parlo di “difesa”, e per fare un esempio chiedo a chi è a priori contrario a ogni spesa militare: cosa c’è di eticamente riprovevole nel fatto che l’Europa si doti di un sistema antimissile come quello che permette a Israele di proteggere i propri cittadini dai razzi iraniani o di altra provenienza? A mio avviso nulla. Anzi, alla luce della situazione attuale è piuttosto la negazione della necessità di adeguare le nostre capacità di difesa a essere eticamente riprovevole, oltre che politicamente disastroso.

Il mondo è una città. Nessuno sostiene che una città deve fare a meno delle forze dell’ordine per proteggere i cittadini dai delinquenti. Perché allora il mondo non dovrebbe aver bisogno di quelle specifiche forze dell’ordine adeguate alle sue proporzioni che sono gli eserciti? L’equazione pacifista “esercito = istituzione immorale”, oppure “armi = strumenti immorali”, è sbagliata. Lo è per un motivo molto semplice: perché non tiene conto del fatto che talora nella storia emergono i peggiori tra gli uomini. Fino a quando esisterà chi calpesta il diritto, la pace è garantita “anche” dalle armi, oltre che dalla diplomazia, dalla cultura, dalla cooperazione, dall’educazione. Abbiamo bisogno di tutti gli strumenti, nessuno escluso, per edificare la bellissima ma fragile cattedrale della pace.

Rimane infine il terzo compito che introduco con questa frase di Hannah Arendt: «Oggi è raro incontrare persone che credano di possedere la verità; ci confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione».

I peggiori tra gli uomini sono caratterizzati da quel fanatismo egocentrico che consiste nel disprezzare la verità e nel volere aver sempre ragione, o come singoli o come esponenti di un’ideologia. La differenza tra “verità” e “avere ragione” è netta: la verità rimanda a un ordine oggettivo che la mente deve riconoscere e rispettare (anche se non le piace), mentre l’avere ragione si basa sulla forza (o fisica o culturale o della vis polemica) che mette a tacere e costringe a dire: “Hai ragione tu”.

Fondamento della democrazia è il servizio della verità senza voler avere a tutti i costi ragione, è il dubbio e il dialogo che ne segue. È chiaro che quando si espone una tesi si ritiene di aver ragione, altrimenti si tacerebbe; ma chi ama la verità si sa distanziare dalla propria tesi aprendosi al dialogo e guardando in faccia la realtà anche laddove è scomoda.

Chi non vorrebbe investire di più in scuole e ospedali? Ma oggi ci si deve difendere da chi disprezza la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, le minoranze, ovvero dai leader mondiali nominati sopra e da altri ancora. Ricordo quanto scrisse Anna Politkovskaja nel 2004, due anni prima di essere uccisa dagli amici di Putin: «Il KGB rispetta solo i forti, i deboli li sbrana. E lo dovremmo sapere, ormai. Invece ci siamo scelti la parte dei deboli e siamo stati sbranati». Compito di uno stato è impedire che i suoi cittadini vengano sbranati.

A proposito dell’uso delle armi si cita spesso la frase di Gesù sul porgere l’altra guancia, ma si ignora che in un altro momento egli ordinò ai discepoli di armarsi: «Chi non ha spada venda il mantello e ne compri una». L’arte della politica consiste nel capire quando uno Stato è chiamato a comprare una spada anche sacrificando il mantello.

In questo complicato presente in cui emergono i peggiori esistono quindi tre compiti. Il primo è di tipo cognitivo e consiste nel riconoscerli; il secondo è di tipo operativo e consiste nel difendersi personalmente e comunitariamente; il terzo è di tipo introspettivo e consiste nello scoprire il potenziale Donald Trump o Vladimir Putin dentro di noi e nel rieducarlo. (PS: la citazione iniziale è tratta dal Salmo 12,9, versione Cei 1974).


8 marzo

La giornalista Stefania Divertito: «La Corte Penale internazionale deve riconoscerlo»