La Bella addormentata

 


Ma Trump promette una pace impossibile

 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Uno scudo di aerei europei che abbattono i missili russi nello spazio aereo ucraino. Un contingente di «buona volontà» di eserciti europei, Turchia inclusa, da schierare in Ucraina come barriera contro l’invasione russa. Una nuova rete Internet per i militari ucraini, che dovrebbe sostituire Starlink con 40. 000 terminali, e che ancora prima di arrivare fanno crescere in Borsa del 500% la francese Eutelsat.

L’emissario diplomatico di Pechino che difende il diritto di Ucraina e Europa di sedere al tavolo negoziale con russi e americani. Bilanci militari e pacchetti aiuti raddoppiati, progetti di nuove fabbriche belliche in Ucraina, e addirittura l’ipotesi di un «ombrello nucleare» francese da estendere a tutta l’Europa per difenderla dalla minaccia di Putin.

A leggere in ordine sparso le notizie degli ultimi giorni e delle ultime ore, si ha la sensazione, nitida e inesorabile, di un mondo che si è ribaltato, e sembra impossibile ricordare che tre anni fa, all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, erano proprio alcune capitali europee a volersi distanziare da una guerra che all’epoca sembrava a molti promossa da Washington, a danno dei commerci europei con Mosca.

Il mondo si è capovolto, e a riassumere la situazione con spietata precisione è Valery Zaluzhny, ex comandante delle truppe ucraine e oggi ambasciatore a Londra, che dice in un discorso al think-tank di Chatham House che «non è più solo l’asse del Male che cerca di rivedere l’ordine mondiale, ora sono gli Usa a volerlo distruggere». L’impossibile è accaduto, alla Casa Bianca siede un presidente che insiste a non considerare la Russia di Putin una minaccia, e l’Europa un alleato da proteggere.

La scena dell’umiliazione di Volodymyr Zelensky nello Studio Ovalenon è stata soltanto un incidente diplomatico o uno spettacolo mediatico: è diventata la dimostrazione brutale e il simbolo del nuovo mondo di relazioni internazionali, così come lo era stata a suo tempo la scarpa di Nikita Krusciov sbattuta sullo scranno dell’Onu all’urlo di «vi seppelliremo».

È un mondo che l’ex segretario alla Difesa britannico Ben Wallace descrive sul Telegraph come quello dove «la sovranità degli altri non ha valore, il più forte ha ragione… i fatti sono finti e la finzione viene spacciata per fatti».

È il mondo dove l’emissario trumpiano Keith Kellogg descrive il blocco degli aiuti all’Ucraina – che ha una espressione molto precisa in vite ucraine – come una «bastonata sul muso del mulo», per fare capire che «nessuno può contraddire il presidente americano nello Studio Ovale».

Fino a ieri, questo era il mondo di Putin e dei suoi seguaci, e il fatto che, secondo le voci raccolte dalla Nbc, diversi alleati americani, inclusi israeliani, sauditi e britannici, stiano pensando a ridurre la condivisione dei dati di intelligence con Washington per paura che finiscano in mano a Mosca, è sintomatico del terremoto in corso.

Non stupisce che Zelensky sia diventato il volto e il centro di questo cambiamento, vittima e simbolo della resistenza al bullismo delle potenze, ma anche un politico che è stato molto abile, fin dal 24 febbraio 2022, a restituire all’Occidente – i cui confini geografici a questo punto vengono messi in discussione – il senso dei suoi valori e delle sue alleanze. Non è un caso che gli uomini di Trump abbiano cercato contatti con l’opposizione ucraina per rimpiazzarlo, e che Elon Musk si dichiari convinto della sua imminente sconfitta elettorale, nonostante sia in testa a tutti i sondaggi, e il suo unico potenziale avversario sia proprio il generale Zaluzhny, apertamente critico dell’America trumpiana.

La finzione viene spacciata per i fatti, e perfino Putin ieri è ha dovuto rompere il soddisfatto silenzio degli ultimi giorni per tranquillizzare i suoi falchi, preoccupati dall’improvvisa sintonia con gli odiati Usa, e assicurare che «la Russia non cederà su nulla», e che non vuole una tregua.

Del resto, non si capisce perché dovrebbe, visto che finora Trump ha mostrato di considerare un problema costringere alla pace Kyiv e non Mosca che continua a bombardarla. Per questo, il negoziato tra ucraini e americani che dovrebbe partire la settimana prossima, offre a Zelensky non solo la chance di far valere le sue ragioni: gli offre il tempo necessario perché la Casa Bianca si accorga – forse – di aver sbagliato calcolo.


La follia del pensiero magico di Macron

 

Di Francesco Vignarca, il manifesto

Una delle prospettive più rilevanti sulla tempesta perfetta armata che si abbatte sull’Europa, con le folli richieste di riarmo da ogni dove, è quella del ritorno sul tavolo della minaccia di escalation nucleare.

Ancora di più se questo sguardo, rivela elementi cruciali, proviene dall’osservatorio privilegiato della Terza conferenza degli Stati parti del Trattato contro le armi nucleari, in corso al Palazzo di Vetro dell’Onu.

Dove Stati e società civile, tra cui la nostra Rete Pace Disarmo (che con un intervento ha stimolato azioni concrete di universalizzazione a partire da sostegno alle comunità colpite), stanno cercando di porre rimedio alle politiche di supremazia nucleare dispiegate da alcuni Stati.
Scelte di pochi che però minacciano tutti, solo per poter mantenere una posizione di predominanza.

In una fase storica recente già contraddistinta dal cambio di dottrina nucleare russa, e dallo spostamento in Bielorussia di alcune testate da parte di Putin, l’apertura di Macron a un «dibattito con gli alleati europei» sul possibile uso della forza di dissuasione nucleare francese aumenta di un po’ la temperatura di questa escalation, per ora solo politica e verbale, davvero pericolosa. Ma di cosa si tratta, veramente? C’è davvero qualcosa di strategico e concreto che possa cambiare la qualità della difesa militare dell’Europa? In realtà al momento dall’Eliseo sembrano arrivare solo, come troppe volte successo negli ultimi anni, reazioni retoriche basate su pensiero magico, congiuntura politica interna e premesse sbagliate.

La nuova era “dei guerrieri” (come piacerebbe a qualcuno) del Mondo viene assunta come un dato di fatto ineluttabile, non come conseguenza di scelte politiche scellerate.

Come ha giustamente sottolineato Pavel Podvig (studioso di strategia e forze russe) se la Francia fosse più o meno disposta a rischiare una ritorsione nucleare sulle proprie città (che non potrebbe mai fermare) in risposta ad un attacco di Putin ad un altro Paese europeo: «Le armi nucleari possono sembrare una bacchetta magica in grado di proteggervi da tutto. Ma se si affronta seriamente il dibattito strategico proposto da Macron, è inevitabile concludere che le armi nucleari non ci proteggeranno per niente».

Questo elemento di possibile “nucleare europeo“, che molti mettono sul tavolo senza prefigurarne le conseguenze, si inserisce come elemento emblematico nelle scelte di riarmo della Commissione e, a cascata, di tanti Stati dell’Unione (prima tra tutte la Germania).

Ancora una volta la prospettiva che si ha da lontano, qui a New York è illuminante. Ieri un collega statunitense mi ha chiesto: «Ma davvero l’Unione europea vede Trump come un nemico e una minaccia? Perché in realtà sta facendo proprio tutto quello che lui vuole che faccia!». Esatto: il piano di finanziamento alle spese militari da 800 miliardi non andrà a sciogliere alcun nodo reale per la difesa comune europea, che fondamentalmente è un problema politico, istituzionale, strutturale.

Ma soprattutto ingrosserà i fatturati già in esplosione delle industrie militari, soprattutto quelle statunitensi, togliendo anche all’amministrazione Trump l’esigenza di spendere per una situazione bellica in Europa che vede solo come intralcio. Ma senza un vero disimpegno dal nostro Continente, come commentatori troppo ligi al canone Nato continuano a ripetere, perché ma in questi mesi è stata avanzata l’ipotesi che lo renderebbe reale: l’abbandono delle basi statunitensi in Europa e la partenza delle decine di migliaia di soldati a stelle e strisce acquartierati nei nostri Paesi.

Certamente per smontare la follia bellicista in corso, basata su ricette che si sono già rivelate altamente fallimentari in passato e vengono riproposte come un martellante mantra grazie alla connivenza della maggioranza dei media, bisognerà partire “dal basso” evidenziandone le contraddizioni. E anche quanto tali scelte andranno a distruggere le condizioni materiali e democratiche dei popoli che vorrebbero invece “proteggere”. Ma, paradossalmente, anche una azione dall’alto della piramide della militarizzazione, incarnata dalle armi nucleari, potrebbe essere efficace e fondamentale. Perché è da quel punto di coercizione estrema, un approccio realmente mafioso alla politica internazionale, che derivano i sistemi e le scelte che ci impediscono di costruire la pace.

Come ha dichiarato Melissa Parke (direttrice della campagna ICAN, l’organizzazione premio Nobel per la pace nel 2017): «In tempi difficili come questi, potremmo essere portati a ridurre le nostre aspettative. Ma più la posta in gioco è alta, più dobbiamo essere ambiziosi. Il nostro obiettivo deve rimanere l’eliminazione, non il semplice prolungamento del periodo di non utilizzo delle armi nucleari. E dobbiamo insistere affinché non sia un sogno lontano, ma una necessità urgente».


Come rispondere a Trump

 

Di Javier Cercas, La Repubblica

Non lo capisco: da dove viene tutta questa agitazione? Non sapevamo chi fosse Trump? Non avevamo sentito i suoi discorsi? Non ci eravamo accorti che non è un politico, ma un bullo? Ignoravamo che, come Putin, capisce solo il linguaggio della forza?

Avevamo dimenticato che, proprio come Putin, disprezza la democrazia e che aveva organizzato un colpo di Stato? Nessuno ci aveva detto che odia l’Ue tanto quanto Putin e che non vuole un’Europa unita (da qui il suo sostegno ai leader europei che cercano di smantellare l’Ue)? Non era evidente che questo secondo Trump, circondato da magnati ossequiosi e imbevuti di tecno-autoritarismo, sarebbe stato peggiore del primo?

Non conoscevamo la sua sintonia con Putin, che lo ha aiutato a salire al potere per la prima volta? Credevamo che avrebbe minacciato guerre commerciali suicide con il Messico e il Canada, ma non con noi? Non era ovvio che in Ucraina avrebbe cercato di accordarsi con il suo complice di Mosca senza consultare gli europei, un accordo perfetto per la prossima invasione russa (le stazioni successive: Moldova e i Paesi baltici)?

Tutto questo e molto altro lo sapevamo benissimo, ma facevamo finta di non saperlo, e ora ci scontriamo con la realtà: non è un’iperbole dire che Trump aspira alla distruzione della democrazia, e per far questo deve rompere o indebolire l’Europa, il grande baluardo della democrazia, e smantellare gli organismi internazionali, al fine di abolire un ordine mondiale basato su regole e fondare un nuovo ordine autoritario, governato dall’unica legge che rispetta: la legge del più forte.

Questa è la situazione e chi non la vede è perché non la vuole vedere. Quindi l’Europa deve rispondere immediatamente.

Come? Ci sono almeno cinque cose di buon senso. La prima è capire una volta per tutte che un’Europa unita — cioè un’Europa federale, capace di combinare l’unità politica con la diversità linguistica, culturale e identitaria — è l’unica garanzia di pace, prosperità e democrazia nel continente, nonché della sua rilevanza nel mondo.

La seconda è rendersi conto che, almeno in Europa, la divisione fondamentale non è più quella che separa la sinistra dalla destra, ma l’internazionalismo dal nazionalismo, l’europeismo dal sovranismo, l’apertura mista e inclusiva dall’isolamento purista ed esclusivo.

Ciò significa che Pedro Sánchez ha ragione quando chiede al Pp di rompere con Vox, ma sbaglia quando non fa lo stesso con il secessionismo, che è modellato sullo stesso schema di Vox (o peggio: Trump si appoggia a Vox; Putin al secessionismo, compreso quello di Erc, Sinistra repubblicana di Catalogna, il cui slogan — “Per un’Europa delle nazioni libere” — potrebbe essere di Orbán o Le Pen).

Terzo: l’Europa non deve dipendere dagli Stati Uniti, deve essere autonoma sotto tutti i punti di vista — politico, energetico, difensivo — e parlare con una sola voce nel mondo, chiara e potente.

Quarto: è urgente che l’Europa prenda coscienza della propria forza; siamo la terza economia del mondo (la prima, prima del disastro reversibile della Brexit), usiamo la seconda moneta più forte e disponiamo di uno dei mercati più importanti; dobbiamo liberarci dal complesso di inferiorità nei confronti degli Stati Uniti — come ha detto Joseph Stiglitz — , dobbiamo sfidare gli Stati Uniti e la Cina invece di cercare di placarli — come ha detto Abraham Newman — abbiamo molto più potere di quanto crediamo, e se non lo esercitiamo è per mancanza di unità, ambizione politica, visione storica, fede in noi stessi.

C’è una quinta cosa: e se il mondo stesse aspettando l’Europa? E se avesse bisogno di noi molto più di quanto immaginiamo? Arancha González Laya, ex ministra degli Esteri, l’ha detto così: «Ci sono molti Paesi che si sentono già orfani e bisognosi di un partner stabile e serio come l’Ue, che è un’isola di stabilità e affidabilità di fronte a questi Stati Uniti che sono oggi l’epicentro dell’instabilità geopolitica globale».

Il XX secolo è stato degli Stati Uniti; il XXI forse non lo sarà: Trump è il sintomo di una decadenza in incubazione da anni. Chi dominerà il futuro? Lo spietato autoritarismo cinese o l’Europa con la sua democrazia, con il suo welfare e il suo ordine internazionale basato sulle regole? Che cosa preferisce il mondo? Che cosa preferisce lei?

Nell’immagine: Londra, 2 marzo: i leader europei con il premier britannico, quello canadese e il presidente ucraino al vertice sulla sicurezza 


Come trovare la pace senza rinnegarci

 

Di Graziano Delrio, La Stampa

L’Europa è in crisi: può morire o vivere. Draghi ha lanciato un appello: è ora di agire, non solo di parlare. Von der Leyen ha annunciato che è l’ora di un riarmo europeo. La presidente del Consiglio non ha ritenuto utile venire in Parlamento prima del vertice di ieri per esprimere una posizione il più possibile condivisa in Europa. Un errore grave. Non si tratta qui di alimentare contrapposizioni con l’alleato americano ma di prendere atto, come ha detto il futuro cancelliere tedesco Merz, che l’indipendenza europea è l’orizzonte, anche all’interno dell’alleanza atlantica.

L’Europa può contare solo sulle proprie forze. Le alleanze sono fondamentali, ma non possiamo più permetterci il lusso di dipendere da altri per la nostra sicurezza. La questione della difesa europea si è fatta urgente ma sulle scelte concrete pesano limiti di visione strategica perché lo strumento militare è appunto uno «strumento» della politica estera: non un fine ma un mezzo. E pesano limiti nei processi decisionali: l’unanimità e il metodo intergovernativo sono un fardello insopportabile per chiunque abbia a cuore una democrazia europea decidente e non solo formale. Solo il Covid ha reso l’Europa capace di decidere. Ma subito dopo siamo tornati daccapo con la politica Ue divisa in due posizioni: tifosi della spesa militare a tutti i costi e tifosi del pacifismo e della spesa militare mai.

I primi dicono che bisogna riarmare subito i singoli Stati portando le spese militari al 3% del Pil e aumentando la flessibilità del Patto di stabilità. Oggi i 27 Stati Ue già spendono di più rispetto alla Cina o alla Russia. L’Osservatorio dei conti pubblici ha riportato che la spesa militare nel 2024 per i soli Paesi Ue è stata di 547 miliardi di dollari internazionali, restando più elevata di quella russa del 18,6% che è ferma a 461 miliardi. Nonostante ciò la capacità di deterrenza e di risposta alle minacce è altamente inefficace. La frammentazione porta alla mancanza di standardizzazione e di interoperabilità degli equipaggiamenti. Gli Stati Ue operano con 12 tipi di carri armati mentre gli Stati Uniti ne producono uno solo. Non solo, ma le spese dei 27 Paesi dell’Unione finiscono per il 78% ad alimentare industrie extra Ue, il 63% negli Usa: Trump non a caso insiste su aumenti subito della spesa Ue. Si è speso per la ricerca in settori tecnologici strategici, che sviluppano innovazioni militari e civili per circa 10,7 miliardi nell’Unione e 130 miliardi negli Usa. Spendere di più e subito senza favorire aggregazione della domanda Ue, cooperazione stretta delle diverse industrie nazionali, coordinamento militare, ricerca innovativa in nuove tecnologie comuni ad uso anche civile sarebbe semplicemente inutile per la sicurezza dei cittadini europei. Anche i tifosi dovrebbero ammettere che la spesa «a prescindere» porta alla sconfitta.

I pacifisti ribadiscono con forza che in un momento di fratture sociali ed economiche non è possibile allontanarsi dalla via, peraltro lungimirante, della cooperazione fra popoli che erano nemici. Non il riarmo è realistico ma il dialogo e il coraggio di resistere alla corsa agli armamenti. Ma almeno due elementi richiedono a noi (ammetto la colpa!) pacifisti un cambio di scelte. Il primo sta nel cambiamento epocale in corso con il ritorno di logiche imperiali in Russia, in Iran, in Turchia e negli Stati Uniti con Trump. Questi cambiamenti trovano una Ue irrilevante dal punto di vista geopolitico. Abbiamo avuto protezione senza pagarla dagli Usa per 70 anni ma oggi siamo costretti ad assumerci il conto di una politica autonoma di sicurezza. Che non si può ritenere tale se non basata sulla diplomazia e il multilateralismo ma anche sullo strumento di difesa. «Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo che spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo» (Paolo VI). La pace non è mai a buon mercato. Nelle relazioni internazionali la potenza è indispensabile e dobbiamo recuperare sovranità e potenza non nazionale ma europea.

Il secondo elemento sta nell’estrema gravità di quello che è successo in Ucraina. Non è possibile nessuna equidistanza. La pace non è indifferenza verso l’ingiustizia o arrendevolezza alla prepotenza.Resistere all’aggressore non significa dimenticare che la politica e non le strategie militari ha il compito di costruire il futuro. Avevamo assistito in Europa al declino della guerra e a una nuova era di pace. Quel periodo è finito. Dobbiamo cambiare strategia senza negare l’identità che ha costruito l’Europa. Se le tifoserie saranno in grado di cambiare realisticamente almeno una parte della loro visione forse l’Italia potrebbe aiutare l’Europa a ritrovare quella via di sicurezza e pace che oggi pare smarrita.

Nell’immagine: Il presidente ucraina Zelensky e la premier Meloni al vertice Ue a Bruxelles


Trump: “Via il ministero dell’Istruzione”

 

Di Massimo Basile, La Repubblica

Donald Trump ha annunciato un altro strappo: eliminerà il dipartimento dell’Istruzione. «Restituirò agli Stati il controllo della scuola», ha confermato, rispondendo alle domande dei giornalisti. Anche se promessa in campagna elettorale, la decisione ha messo in allarme milioni di americani, e innescato un potenziale scontro tra Casa Bianca e Congresso, perché per il preliminare via libera allo smantellamento del dipartimento servono almeno 60 senatori su 100 e i repubblicani sono 53.

Quasi a frenare le polemiche, ieri per la prima volta il presidente ha preso le distanze da Elon Musk, a cui ha affidato i tagli alla spesa federale, scuola compresa scrivendo su Truth che «dovrebbe usare il bisturi e non l’ascia» e spiegando che «non ha l’autorità per licenziare i dipendenti federali».

Trump era atteso nel pomeriggio alla firma dell’ordine esecutivo con cui assegnerà al nuovo segretario del dipartimento, Linda McMahon, il compito di “chiudere” il dipartimento della scuola. Il tycoon vuole trasferire tutte le competenze a livello statale, rivedere, e in molti casi cancellare, i finanziamenti federali per le borse di studio. Secondo il Wall Street Journal, il documento riconosce che il presidente non ha l’autorità per abolire il dipartimento ma ordina lo stesso a McMahon di “compiere tutti i passi necessari per facilitarne la chiusura” “L’esperimento – ha spiegato Trump – di controllare l’istruzione attraverso i programmi federali, i dollari e i burocrati che sostengono quei programmi, è fallito”.

McMahon, 76 anni, che ha costruito un impero con il wrestling ed è stata accusata di aver coperto gli abusi sessuali compiuti dall’ex marito, è stata confermata nel suo incarico appena lunedì e non vede l’ora di eseguire l’ordine. “La mia visione – ha spiegato – è in linea con quella del presidente: rimandare l’istruzione agli Stati e dare ai genitori più potere nello scegliere il tipo di istruzione”. “Come madre e nonna – ha aggiunto – so che non c’è nessuno più qualificato di un genitore per decidere al meglio l’istruzione dei propri figli”. In un’America in cui i conservatori hanno messo al bando libri che parlano di schiavismo, identità sessuale e omosessualità, e romanzi come “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee,“1984” di George Orwell, il trasferimento dell’istruzione a livello statale allargherà ancora di più le disparità tra gli Stati. Alabama, Oklahoma, Mississippi e Louisiana, tutti a guida Repubblicana, sono agli ultimi posti per qualità dell’istruzione. Il rischio è di accelerare il processo di analfabetismo di ritorno che sta colpendo negli ultimi anni anche gli Stati Uniti.


Walzer: “Trump odia la scuola pubblica, secondo lui crea elettori dem”

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Intervista al filosofo di Princeton. “La sua è un avversione culturale. Del resto l’ala più radicale del partito repubblicano ha sempre voluto favorire il sistema privato e religioso”

Michael Walzer pensa, o almeno si augura, cheTrump stia sopravvalutando la popolarità della sua rivoluzione, e che di questo passo pagherà un prezzo con gli elettori: «La cancellazione del dipartimento all’Istruzione – dice il filosofo di Princeton – è solo l’ultimo esempio di questo errore».

Perché il presidente vuole penalizzare la scuola pubblica?

«Credo lo faccia per motivi culturali e politici. L’ala più radicale del Partito repubblicano ha sempre voluto indebolire l’istruzione pubblica e favorire quella privata e religiosa attraverso il sistema dei voucher, ma ora anche del finanziamento diretto. Lo fa perché pensa che l’obiettivo di lungo termine della scuola pubblica sia formare gli elettori democratici».

Quindi le classi sono un luogo di indottrinamento dei nemici?

«Esatto. Io per la verità ho frequentato le scuole pubbliche in Pennsylvania, ma non mi hanno indirizzato verso posizioni progressiste. Le ho assorbite in famiglia. Questo però non interessa ai trumpisti».

Perché sono impegnati a combattere una guerra culturale e vedono ovunque la minaccia del liberalismo woke?

«Per Trump la guerra culturale è importante, come e più di quelle economica e sociale. Non capisco bene il motivo, ma hanno questa idea esagerata di un’America woke e vittima delle politiche per la diversità e l’inclusione».

Sono anche ossessionati dalla “critical race theory”, che mette le discriminazioni razziali all’origine dei problemi del Paese.

«Pochissime scuole la adottano, al massimo dedicano una settimana allo studio della schiavitù. Non è un problema vero, ma a Trump torna utile, perché parla alla pancia dei suoi sostenitori».

Non riconoscono che esistono ancora discriminazioni in America, oppure vogliono salvaguardare i privilegi storici dei bianchi?

«I loro elettori appartengono principalmente al gruppo che è stato più favorito dal sistema, ma le scuole pubbliche sono anche la porta d’ingresso in America dei figli degli immigrati, e così cercano di ostacolare la loro integrazione».

Ci sono motivi religiosi alla radice di questa guerra culturale?

«Senza dubbio, la laicità dello stato è a rischio. Però alla fine i trumpisti potrebbero essere colti di sorpresa, quando scopriranno quanto sono integrate scuole come quelle cattoliche. Anche qui stanno esagerando».

La stessa gerarchia cattolica conservatrice si è lamentata, quando il vice presidente Vance l’ha accusata di aiutare i migranti perché le consentono di fare profitti.

«Appunto. Le reazioni di segno opposto stanno già iniziando».

I repubblicani sono storicamente scettici dello stato, ma con Elon Musk stanno cercando di demolirlo. Perché?

«Sono seguaci radicali del laissez faire, ma anche radicalmente scettici nei confronti del ceto medio impiegatizio. Queste infatti sono le persone che stanno licenziando».

Mandano per strada anche i veterani di guerra e i loro elettori. Non corrono il rischio di esagerare e pagarne il prezzo?

«Stanno sicuramente esagerando. Non so bene cosa ne pensino in Oklahoma o in Texas, ma potrebbe diventare un terreno di resistenza, quando gli elettori repubblicani cominceranno a lamentarsi del fatto che questa rivoluzione non era ciò per cui avevano votato».

I dazi imposti a tutto il mondo sono un altro aspetto di questo atteggiamento ideologico senza mezze misure?

«La loro convinzione è che riporteranno lavoro e ricchezza negli Stati Uniti, ma il problema è che – anche se avessero ragione – il processo non sarà rapido come pensano. Le fabbriche non possono essere costruite in poche settimane e trasferire la produzione negli Usa non sarà facile. I prezzi invece aumenteranno subito. Trump dirà che non è vero e scaricherà la colpa su altri, ma potrebbe diventare una bugia a cui gli americani si rifiutano di credere, perché sentiranno gli effetti sul portafoglio».

I democratici lasciano fare perché pensano che così Trump alimenti il risentimento, che gli farà perdere le elezioni di midterm del prossimo anno?

«Credo che potrebbe accadere. Non sono sicuro che avverrà, ma il risentimento sta già emergendo».

Nell’immagine: Linda McMahon


Dodicimila testate in nove Paesi: ecco la mappa globale del nucleare

 

Di Francesco Semprini, La Stampa

È di almeno 12.100 unità il totale combinato delle testate atomiche conservate negli arsenali nucleari di nove Paesi, mentre sono 22 gli Stati in possesso di materiali nucleari utilizzabili per armi nucleari, secondo i dati di Arms Control Association.

Stati dotati di armi nucleari

Gli Stati dotati di armi nucleari (NWS) sono Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, ufficialmente riconosciuti come in possesso di armi nucleari dal Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), che riconosce gli arsenali nucleari di questi Stati, ma ai sensi dell’articolo VI non ne prevede un mantenimento a livello numerico perpetuo.

Russia

Secondo la dichiarazione New START di settembre 2022, la Russia schiera 1.549 testate strategiche su 540 sistemi di lancio strategici (missili balistici intercontinentali, missili balistici lanciati da sottomarini e bombardieri pesanti). A causa della sospensione del New START – ovvero la versione aggiornata del “Strategic Arms Reduction Treaty”, che riguarda i negoziati tra Usa e Urss (poi Federazione Russa) per la riduzione delle armi strategiche con raggio d’azione intercontinentale – da parte della Russia nel febbraio 2022, non ha adempiuto ai suoi obblighi di trattato di fornire dati aggiornati. Tuttavia, sia la Russia che gli Stati Uniti si sono impegnati a rispettare i limiti del trattato fino al 2026. L’intelligence americana sostiene che, a dicembre 2022, la Russia deteneva anche un arsenale di 1000-2000 testate nucleari non strategiche e quindi non disciplinate dal New START.

Stati Uniti

Secondo la dichiarazione New START di marzo 2023, gli Stati Uniti schierano 1.419 testate nucleari strategiche su 662 sistemi di lancio strategici (missili balistici intercontinentali, missili balistici lanciati da sottomarini e bombardieri pesanti). Gli Stati Uniti hanno anche circa 100 bombe nucleari a gravità B-61 che sono schierate in avanti in sei basi Nato di cinque Paesi europei: Aviano e Ghedi in Italia, Büchel in Germania, Incirlik in Turchia, Kleine Brogel in Belgio, Volkel nei Paesi Bassi. Il 19 luglio 2024, il dipartimento dell’Energia Usa ha declassificato i dati relativi al numero totale di testate “attive” e “inattive” degli Stati Uniti pari a 3.748 a settembre 2023.

Cina

Ricercatori indipendenti stimano che la Cina abbia circa 440 testate nucleari con cui armare missili balistici terrestri, missili balistici marittimi e bombardieri. Di quel totale, stimano che la Cina abbia assegnato circa 310 testate a 206 lanciatori strategici (missili intercontinentali e missili balistici lanciati da sottomarini). Dagli anni Novanta, la Cina ha modernizzato le sue forze nucleari, sebbene il numero e i tipi di armi schierate siano aumentati in modo significativo negli ultimi anni. A ottobre 2023, il dipartimento della Difesa ha stimato che se la Cina mantiene la sua traiettoria attuale, potrebbe avere fino a mille testate nucleari entro il 2030.

Francia

La Francia ha una scorta militare di 290 testate operative disponibili per l’impiego su 98 sistemi di trasporto strategico. Questa consiste in 48 missili balistici lanciati da sottomarini e 50 missili da crociera lanciati da aerei assegnati per aerei da caccia con capacità duali terrestri e imbarcati su portaerei. Parigi ha varato un programma di modernizzazione a lungo termine per le sue forze nucleari, ma non prevede di aumentarne le dimensioni.

Regno Unito

A gennaio 2022, il Regno Unito contava su un arsenale di 225 testate, di cui circa 120 sono operativamente disponibili per l’impiego su 48 missili balistici lanciati da sottomarini e 105 ferme in deposito. Il Regno Unito possiede un totale di quattro sottomarini missilistici balistici a propulsione nucleare Trident di classe Vanguard, che insieme costituiscono il suo deterrente nucleare esclusivamente basato in mare.

Possessori di armi nucleari non-NPT

India, Pakistan e Israele non hanno mai aderito al TNP e sono noti per possedere armi nucleari. Si stima che l’India possieda fino a 172 testate nucleari, il Pakistan possieda circa 170 testate nucleari. Israele possiede 90 testate nucleari, con scorte di materiale fissile per circa 200 armi.
Lo Stato ebraico non ammette né nega di avere armi nucleari e afferma che non sarà il primo a introdurre armi nucleari in Medio Oriente.

Stati monitorati

La Corea del Nord ha aderito al TNP come stato non dotato di armi nucleari, ma ha annunciato il suo ritiro nel 2003. Si stima che la Pyongyang abbia circa 30 testate nucleari e probabilmente possiede ulteriore materiale fissile ancora in lavorazione, ma c’è un alto grado di incertezza che circonda queste stime. L’Iran ha sviluppato le capacità necessarie per costruire armi nucleari. Nel maggio 2018, gli Stati Uniti si sono ritirati dal Jcpoa (siglato nel 2015 per limitare la proliferazione della Repubblica islamica) e hanno reimposto le sanzioni all’Iran. Come reazione Teheran ha iniziato a violare le restrizioni previste dall’accordo stesso, sebbene sostenga di non avere intenzione di perseguire armi nucleari (sulla cui produzione ci sarebbe una fatwa della Guida Suprema). Lunedì, però, l’ex viceministro degli Esteri e consigliere di Ali Khamenei, Mohammad-Javad Larijani, ha dichiarato che l’Iran potrebbe sviluppare capacità nucleare militare entro 48 ore, riducendo potenzialmente quel tempo a 24 ore.


No e poi no. Per il Consiglio federale la naturalizzazione non va facilitata in nessun modo

 

Oltre due milioni di persone vivono in Svizzera senza diritti politici. Tuttavia il Consiglio federale non vuole rendere più facile la naturalizzazione. Infatti ha respinto brutalmente l’iniziativa “Per un diritto di cittadinanza moderno” (detta anche “Iniziativa per la democrazia” o “Quattro quarti”).

La naturalizzazione è un difficile percorso a ostacoli. Alcuni ricordano il film “Die Schweizermacher” con Emil e i grotteschi controlli dei funzionari, che spiano le persone che vorrebbero ottenere la nazionalità svizzera. Gli esami e i colloqui che donne e uomini devono superare, anche se hanno frequentato la scuola in Svizzera, sono talvolta semplicemente assurdi e degradanti. Molti uomini e donne svizzeri difficilmente li supererebbero. Alcune persone vengono bocciate dall’assemblea comunale semplicemente a causa del loro nome. Chi viene respinto può difendersi in tribunale da una decisione arbitraria (sempre che ne abbia i mezzi), ma finisce per rendersi impopolare.

Un labirinto di regolamenti

A seconda del luogo di domicilio, a decidere possono essere i comuni, i cantoni o il governo federale, e le differenze non sono solo notevoli da cantone a cantone, ma anche da comune a comune. Siamo molto lontani dall’uguaglianza giuridica di cui tutti in Svizzera dovrebbero poter beneficiare. I Cantoni ne sono consapevoli, così come i consiglieri federali. L’iniziativa popolare “Per una moderna legge sulla cittadinanza” chiede che la competenza sulle naturalizzazioni sia della Confederazione. Il federalismo, caratteristica essenziale della Svizzera, verrebbe quindi scavalcato. Ma quando si tratta di naturalizzazione è soprattutto un ostacolo. Secondo l’iniziativa popolare gli stranieri che presentano una domanda hanno diritto a un passaporto svizzero se vivono legalmente in Svizzera da almeno cinque anni, se non sono stati condannati a una lunga pena detentiva, se non mettono in pericolo la sicurezza interna ed esterna della Svizzera e se hanno una conoscenza di base di una delle lingue nazionali.

Nessun controprogetto

Il Consiglio federale respinge questa richiesta. Nel suo comunicato si legge: “Il Consiglio federale ritiene che l’iniziativa interferisca notevolmente con le competenze cantonali esistenti e con la struttura federale della procedura di naturalizzazione ordinaria. In particolare, il Consiglio federale ritiene che il sistema a tre livelli e le competenze dei rispettivi livelli debbano essere mantenute”. Un cambiamento radicale della procedura di naturalizzazione, insomma, non piace al Consiglio federale. Tuttavia, il fatto che si opponga categoricamente a formulare un controprogetto è incomprensibile e dimostra che non vuole prendere atto della realtà del Paese. Uno Stato in cui un quarto della popolazione è escluso dalla cittadinanza attiva non ha una democrazia viva, ma solo zoppicante. Gli elettori non riflettono più adeguatamente la popolazione. Questo vale ancora di più per i parlamenti, dove i ricchi e i liberi professionisti sono grandemente sovrarappresentati.

Passaporto svizzero soprattutto per gli accademici

Negli ultimi anni, e in particolare nel 2018, sono entrate in vigore condizioni più severe per le persone che chiedono la naturalizzazione. Ora è necessario un permesso C, e in diversi cantoni i requisiti sono stati inaspriti, anche per quanto riguarda le competenze linguistiche. Di conseguenza ben due terzi dei cittadini naturalizzati sono ora in possesso di una laurea, rispetto al 43% precedente. Lo stesso studio ha anche rivelato che le persone che hanno frequentato solo la scuola elementare non vengono quasi più naturalizzate. La loro quota è scesa dal 24 all’8,5%. Gli stranieri poco scolarizzati, che svolgono un lavoro duro e necessario che viene evitato da molti svizzeri, sono oggi svantaggiati. Tuttavia secondo il Consiglio federale non è necessaria una procedura di naturalizzazione più semplice ed equa. Questo è allarmante, e c’è da temere che anche la maggioranza del Consiglio nazionale e del Consiglio degli Stati possa pensarla allo stesso modo. Non possiamo che augurarci almeno un’ampia discussione in Parlamento.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la fondue non è per tutti


L’umiliazione di Zelensky spacca la politica svizzera

 

Di Stefan Bühler e Lea Hartmann / ch media, da Watson

Il litigio alla Casa Bianca sta facendo scalpore anche in Svizzera. “Vaffanc…, signor Trump”, ha reagito il co-presidente del PS Cédric Wermuth sui social network dopo lo scontro verbale tra il presidente statunitense, il suo vicepresidente e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Su Bluesky, Stefan Müller-Altermatt, consigliere nazionale del partito di centro a Soletta, ha definito l’amministrazione statunitense “ragazzini al limite dell’idiozia”.

Queste crude descrizioni mostrano la portata dello shock – e dello sconcerto – in cui l’atteggiamento insensibile di Trump ha lasciato molti parlamentari svizzeri.

Nel frattempo, il Consiglio federale sta mostrando una sorprendente moderazione, anzi, è rimasto praticamente muto. La presidente Karin Keller-Sutter ha twittato vagamente in inglese:

“La Svizzera rimane impegnata per una pace giusta e duratura e condanna l’aggressione russa contro uno Stato sovrano”.

Non una parola su Trump, o sugli Stati Uniti, o concretamente sull’accaduto.

Secondo le nostre informazioni l’amministrazione federale sta preparando una risposta all’attuale escalation. In alcuni dipartimenti si stanno levando voci che chiedono al governo di prendere una posizione chiara. E in fretta. Ma per il momento non si muove nulla. Si presume che l’atteggiamento del Consiglio federale non sia cambiato e che quindi non ci sia nulla di nuovo da comunicare.

Tuttavia, la Svizzera non si accontenta di rimanere un osservatore ai margini della politica mondiale. Secondo CH Media, la Confederazione sta partecipando alle discussioni europee su come porre fine alla guerra in Ucraina, anche senza il sostegno degli Stati Uniti. Domenica, i capi di Stato e di governo europei si sono incontrati a Londra su invito del primo ministro britannico Keir Starmer. Sebbene Berna non sia coinvolta ai massimi livelli politici, è comunque coinvolta a livello diplomatico.

L’impatto in Svizzera dello scandalo di Washington

L’assordante silenzio del Consiglio federale sta tuttavia suscitando crescenti incomprensioni e critiche in Parlamento.

Secondo Gerhard Pfister, presidente del Centro: “Quello che è successo a Washington ha ovviamente a che fare anche con la Svizzera, perché ha un impatto diretto sulla nostra sicurezza. Certo, gli Stati Uniti non hanno ancora voltato definitivamente le spalle all’Ucraina e all’Europa, “ma l’alleanza transatlantica, la NATO, ne ha chiaramente risentito”.

Gerhard Pfister: ciò che è accaduto alla Casa Bianca “ha un’influenza diretta sulla nostra sicurezza”Immagine: keystone

Il Consiglio federale deve quindi dimostrare “cosa significa questo disaccordo transatlantico per il nostro Paese”. Per la sicurezza militare in particolare, ma anche dal punto di vista legale: “L’amministrazione Trump sta onorando i contratti, come quello per il caccia F-35?”. Pfister vede un “vuoto di orientamento” dopo la mancata reazione del Consiglio federale. A suo avviso, ciò sta creando un senso di insicurezza nell’opinione pubblica e in Parlamento.

Secondo il leader del Centro, la Svizzera deve indiscutibilmente contribuire alla sicurezza dell’Europa. A differenza del presidente del PLR Thierry Burkart, ad esempio, egli ritiene che “non possiamo fare a meno di entrate supplementari. Dobbiamo rafforzare il nostro esercito a questo scopo”. Pfister è quindi favorevole a una mozione del suo collega di partito, il consigliere di Stato Benedikt Würth, per l’aumento dell’IVA, possibile solo attraverso un referendum. “Dobbiamo dire agli elettori come vogliamo garantire la nostra sicurezza e quanto siamo disposti a pagare per questo.

La Svizzera deve cooperare di più con l’Europa

Il Comitato per la politica di sicurezza (CPS) è intervenuto la scorsa settimana. Alla luce degli ultimi sviluppi internazionali e delle crescenti “tensioni” geopolitiche, ha richiesto una dichiarazione del Consiglio nazionale: la Svizzera deve cooperare maggiormente con l’Europa in questo settore.

Uno dei protagonisti della questione è il consigliere nazionale socialista Fabian Molina: “Il governo non ha evidentemente capito che siamo a un punto di svolta nella storia”. A suo avviso, l’Ucraina ha bisogno di un sostegno molto maggiore di quello ricevuto finora. “In nome della sicurezza europea, dobbiamo impedire a Putin di vincere la guerra”.

In discorsi simili, Molina e i due membri del Consiglio degli Stati, Tiana Angelina Moser (Verdi Liberali) e Marianne Binder (Centro), chiedono che la Svizzera aumenti gli aiuti all’Ucraina – e che questa spesa sia esclusa dal freno all’indebitamento.

Traduzione a cura della redazione


Riaccendete, vi prego, un lume sulla confusione tra Nato e Ue

 

Di Roberta De Monticelli, il manifesto

Il 19 febbraio scorso Jeffrey Sachs ha tenuto una mirabile conferenza alla sede del Parlamento europeo, nella cornice dell’incontro “The Geopolitics of Peace”, seguita da una batteria di domande – e di risposte capaci di risvegliare il cuore di molti da questo sonnambulismo che sta spingendo l’Europa ad armarsi in ordine sparso e folle, alla guerra contro la Russia.

Vi prego, ascoltate quest’uomo che supplica l’Unione europea di darsi una politica estera indipendente e una difesa comune, certo, ma soprattutto una Costituzione – e la memoria di ciò per cui l’Unione era nata. Che l’invita ad aprire subito, in autonomia, un tavolo di negoziati di pace con la Russia, senza supplicare Trump di essere ammessa al suo commercio. Che vede nella spaventosa confusione fra Unione Europea e Nato, le quali di fatto hanno agito come fossero una cosa sola negli ultimi trent’anni, la tragedia peggiore della nostra storia. Che ripete con dolcezza, con anti-kissingeriana profondità d’amore per l’Europa dell’Est cui appartengono sua moglie, ceca, e i suoi figli e nipoti, la battuta di Kissinger: essere nemici degli Usa è pericoloso, ma esserne amici è fatale”.

Chi è Jeffrey Sachs? Molti lo sanno: economista e analista politico, già consigliere economico di Gorbaciov nel 1990 e 1991 e, prima, della Polonia, il primo paese a instaurare un governo non comunista nel 1989, poi di Leonid Kravchuk, presidente dell’Ucraina, nel 193-94; aiutò a introdurre e stabilizzare la nuova moneta dell’Estonia, fu consulente anche in ex Jugoslavia, Special Advisor all’Onu dai tempi di Khofi Annan e attualmente di Antonio Guterres, già direttore dello Earth Institute for Sustainable Development a Columbia University dove ancora insegna, autore fra l’altro del recente A New Foregn Policy – Beyond American Exceptionalism (2020). Già – qualcuno si chiederà – non era l’uomo che ha rovinato con politiche liberiste di austerità mezza Europa dell’Est oltre ad aprire la via agli oligarchi in Russia?

Nel libro, ma anche nella conferenza, si difende da queste accuse. Cito dal libro. Le misure per l’Unione sovietica prevedevano «una sorta di Piano Marshall che aiutasse Gorbaciov a ricostruire e ammodernare la sua economia in base a principi di mercato…L’Unione Sovietica avrebbe dovuto ricevere un cospicuo finanziamento….mentre attuava le sue riforme politiche e la democratizzazione. Il piano fu rapidamente bocciato dalla Casa Bianca nell’estate del ’91. Gorbaciov fece un fervente e dettagliato appello al G7 di Londra nel luglio del ’91. Quando l’appello fallì, tornò a casa e si trovò il tentato golpe in agosto». Eppure, alla Polonia tutto questo era stato concesso. «Alla Polonia, sì. Alla Russia, niet».

Ascoltate questo discorso, si trova facilmente in rete. Trentasei anni e più di esperienza diretta degli eventi si srotolano davanti a noi, da lasciarci increduli di fronte a questa testimonianza in prima persona dell’«oceano di ferocia e idiozia» (copyright Altiero Spinelli) che ha sommerso il lume acceso da Michail Gorbaciov, da lui definito «il più grande statista dei nostri tempi». Ed è di Gorbaciov l’idea dominante in questa lezione, quindi la cito direttamente dall’ultimo libro dello statista sconfitto, La posta in gioco (2020): «Nella politica mondiale odierna non c’è compito più importante e complicato di quello di ristabilire la fiducia fra la Russia e l’Occidente». E Gorbaciov intendeva in primo luogo l’Europa, che sognava una, libera e democratica da Lisbona a Vladivostock. Questa idea, Sachs l’aggiorna: «L’Occidente collettivo? Non esiste». E come dubitarne, ascoltando le memorie di quest’uomo che ha vissuto in prima persona le angosce e le speranze degli europei dell’Est e dei Paesi baltici. L’unipolarismo statunitense comincia nei primi anni ’90. Dick Cheney e altri ci credevano letteralmente: il mondo è degli US ormai e faremo quello che ci pare. Nel 1997 Brzezinski pubblica La grande scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici. Non un semplice libro, ma «la descrizione pubblica del progetto americano» per i trent’anni a venire. Brzezinski, «uomo gentile», non aveva capito niente. Credeva impossibile l’alleanza con altre potenze, da parte della Russia, che «ha solo vocazione europea». Per questo il piano era di bloccarla, questa vocazione. Lui «sapeva», come gli strateghi americani «che praticano la teoria dei giochi: non parli all’altra parte. Non ti informi, non discuti. Lo sai».

Chiavi del progetto erano la Georgia e l’Ucraina, ultima Thule dopo l’espansione a Est della Nato (e dell’Unione europea, come fosse la stessa cosa). Alla faccia dell’impegno preso con Gorbaciov in cambio della riunificazione tedesca, non un pollice a est di Berlino. D’altronde, tutto quello che gli Usa sanno dell’Europa viene dal Regno Unito, sorride Sachs. È ancora la dottrina di Lord Palmerston e della guerra di Crimea del 1853. Privare la Russia di status internazionale bloccando l’accesso al Mar Nero. «Da questo punto di vista, nulla cambia da Bush a Clinton a Obama a Trump1 a Biden. Ma è così anche in Kosovo e South Sudan. Progetti americani, non guerre tribali autoctone. Chiunque c’è stato l’ha visto. E lui c’è stato: perfino a Nairobi, più e più volte. E Israele? Risale al primo governo Netanyhau, 1996 la strategia anti-russa in Medio Oriente. Il progetto di annessione dei territori occupati è lì da 25 anni, lo trovate in rete col Clean Brake Report.

Nel 2002 sono gli Stati Uniti a uscire unilateralmente dal Trattato sulla riduzione dei missili balistici, e porre fine al framework per il controllo delle armi nucleari. Dopo l’allargamento alla Nato degli stati baltici e di altri quattro paesi, Romania Bulgaria Slovenia e Slovacchia, nel 2007, a Monaco, Putin dice basta. Ma nel 2008 gli Usa invitano ad entrare nelll’Alleanza atlantica Georgia e Ucraina. Nel 2014 Sachs vola in Ucraina: ascoltate i dati su quanto gli americani avevano pagato per il regime change ai danni di Janukovic. Nel 2022, quando pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione russa si profila la possibilità di un negoziato, Sachs vola ad Ankara, per vedere con i propri occhi. È in contatto con i funzionari statunitensi e britannici, parla con tutte le parti. Non è per averlo sentito dire in giro, che ci spiega perché Zelensky abbandona unilateralmente il negoziato, a documento accettato da Putin e Lavrov. Boris Johnson aveva dichiarato in gioco l’egemonia occidentale. Forse un milione fra morti e mutilati di entrambe le parti, per questo.

Jeffrey Sachs si rivolge ai parlamentari europei. La limpidezza del suo pensiero ci rende nativa la lingua in cui lo esprime. Che qualcuno lo ascolti.

Nell’immagine:  i militari alla cerimonia dell’alzabandiera per l’inizio della decima legislatura di fronte al Parlamento europeo a Strasburgo