Zelensky: “Non sarà facile sostituirmi”. Ecco perché potrebbe avere ragione

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

Di Paolo Brera, La Repubblica

Gli Stati Uniti guidati da Donald Trump ritengono il presidente ucraino Volodymyr Zelensky un ostacolo verso un accordo di pace che chiuda la guerra in Ucraina. Ma Zelensky non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Lo scontro va molto al di là di una questione di disistima: riguarda il destino del conflitto, quello dell’Ucraina invasa tre anni fa, ma anche i rapporti tra le superpotenze e le regole che guidano il mondo.

Gli attacchi di Trump

L’atteggiamento di Trump nei confronti di Zelensky è stato durissimo da subito. Il presidente ucraino era una figura centrale nel tentativo di impeachment contro di lui, ed il tycoon non è uomo che dimentica. Prima lo ha messo in chiaro rifiutandosi apertamente di incontrare Zelensky, che le tentava tutte per riuscirci. Poi lo ha apertamente insultato bollandolo come “dittatore” con “il 4% di consensi” e definendolo “un comico di dubbio successo”. Ma gli insulti non erano casuali né frutto di semplice rancore personale: era il fulcro di una nuova strategia.

Biden puntava a far pagare cara alla Russia la presunzione di poter conquistare l’Ucraina in tre giorni dimostrando militarmente la propria rinnovata forza di superpotenza globale. Voleva impantanare Mosca in una guerra che il Cremlino ha scatenato ma che non avrebbe potuto vincere, per indebolirla e concentrarsi poi sulla vera sfida globale cinese. Trump ha lo stesso obiettivo finale, mettere al centro del campo la sfida con la Cina; ma per lui sostenere l’Ucraina contro la Russia non ha fatto altro che spingere Mosca tra le braccia di Pechino, rafforzando il vero competitor degli Stati Uniti. Il tutto, per di più con un costo enorme in termini di vite umane e di denaro americano.

La pressione su Zelensky

Ecco perché Zelensky è un problema da risolvere, per la strategia di Trump. Il leader ucraino insiste nel chiedere garanzie che l’America non intende dare. Insiste nel richiedere una pace “giusta” che non conceda nulla a chi ha invaso l’Ucraina, mentre Trump vuole una pace rapida che ottenga il possibile per l’Ucraina solo in base alla situazione attuale e che sia accettabile per Mosca. Vuole raggiungere una pace che crei le basi per una nuova architettura geopolitica, riavvicinando la Russia all’Occidente e raffreddandone l’intesa con la Cina.

Dopo la lite nello studio ovale è stato il consigliere per la sicurezza Usa, Mike Waltz, a tirare le somme: “Abbiamo bisogno di un leader ucraino che possa trattare con noi, eventualmente trattare con i russi e porre fine a questa guerra. Se emergerà che Zelensky rifiuta di scendere a compromessi per ragioni personali o politiche avremo un bel problema. Deve chiarire pubblicamente e privatamente che è pronto ad andare verso la pace”.

Subito dopo sono aumentate le indiscrezioni secondo cui Washington si prepara ad azzerare gli aiuti all’Ucraina. E contemporaneamente Trump avrebbe tolto dal tavolo persino l’accordo sullo sfruttamento del sottosuolo, che era la sua versione al ribasso di quelle “garanzie” richieste da Zelensky mettendo coi piedi in Ucraina interessi e lavoratori Usa e non i soldati.

Avere pubblicamente sfiduciato Zelensky alla Casa Bianca per poi minacciare di lasciare sola l’Ucraina davanti a una guerra impossibile con Mosca è un messaggio potente per le élite ucraine. Gli analisti con cui abbiamo parlato e anche l’intervista di Repubblica a Gennady Druzenko, che a oggi è l’unico ucraino ad avere formalizzato la propria candidatura alle prossime presidenziali, raccontano il grande fermento e la preoccupazione dei poteri forti che temono il “disastro” per la “catastrofe diplomatica” con gli Usa. E’ dunque agli sgoccioli l’epopea del comico Zelensky, divenuto presidente e poi eroe prendendo tra le mani il suo popolo scioccato dall’invasione per resistere tre anni a una superpotenza atomica?

La popolarità di Zelensky

Volodymyr Dubovik, docente di relazioni internazionali a Odessa e in Massachusetts, è sicuro che in realtà Zelensky sia uscito “assolutamente rinforzato” dalla lite nello Studio ovale: “La società ucraina – dice intervistato da Repubblica – non è pronta per la resa, e nemmeno i militari esausti. Riuscite a immaginare chi ha seppellito molti amici in questi tre anni e ora vede che la lotta è stata inutile? Che diamo alla Russia tutto ciò che voleva dall’inizio? Questo è il sentimento in Ucraina, e Zelensky lo rispecchia. C’è una nuova unità nazionale attorno al presidente. La gente è arrabbiata per l’umiliazione subita dall’Ucraina. Gli americani si preoccupano solo di un accordo veloce che Trump possa mostrare alle telecamere per dire: datemi il Nobel per la Pace a spese dell’Ucraina”.

Tra le persone con cui abbiamo parlato a Kiev in queste ore, ma anche nei messaggi in libertà sui social che garantiscono l’anonimato (in un paese sotto legge marziale, in cui il dissenso è di fatto vietato, sono un termometro più efficace persino dei sondaggi in cui la gente non si fida di esprimere le proprie idee) è evidente che la popolarità di Zelensky si sia rafforzata. Anche chi non lo ha votato, anche chi non aveva più fiducia in lui si stringe di nuovo sul presidente che parla di garanzie necessarie per difendere l’Ucraina a lungo termine, e che ha il coraggio di affrontare a testa alta Trump e Vance nella Casa Bianca.

Gli insulti che riceve diventano insulti all’Ucraina, e offendono anche i suoi critici. “Dato quello che sta accadendo, dato il sostegno, sostituirmi non sarà così facile. Non si tratterebbe solo di organizzare le elezioni. Bisognerebbe anche impedirmi di candidarmi, il che sarebbe un pò più complicato”, ha detto Zelensky ai giornalisti a Londra ricordando che lui le dimissioni le ha già offerte, sì, ma una condizione precisa: l’ingresso dell’Ucraina nella Nato per scongiurare nuovi attacchi di Mosca, un’ipotesi che però è attualmente irrealistica e fuori dal tavolo: “Se ci sarà la Nato e la fine della guerra – dice – significherà che ho portato a termine la mia missione”.


Oscar 2025, l’altro volto di Hollywood tra visioni giovani e d’autore

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

Di Giulia D’Agnolo Vallan, il manifesto

Una screwball neorealista ambientata nel quartiere russo/newyorkese Brighton Beach, lo scontro tra arte e capitale attraverso l’epopea di un geniale architetto ungherese sopravvissuto al nazismo, un film animato muto che arriva dalla Lettonia, il documentario di un collettivo di giovani attivisti palestinesi e israeliani contro l’occupazione della Cisgiordania: il cinema indipendente – americano e non – esce vincitore da una notte degli Oscar che, in controtendenza rispetto al tradizionale assetto mentale e culturale dell’Academy, ha celebrato visioni autoriali originali, produzioni a basso costo e una rinfrescante volontà di ricambio generazionale.

ALLA FINE, Anora ha trionfato sul suo concorrente più immediato, The Brutalist. Con i premi di miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista a Mikey Madison, miglior sceneggiatura originale e miglior montaggio, il tour de force di Sean Baker sull’impossibile colpo di fulmine tra una prostituta di Brooklyn e il figlio di un oligarca russo, è stato il grande protagonista della serata, che il regista ha concluso (mentre stringeva in mano la statuetta più importante di tutte), spezzando una lancia a favore delle sale cinematografiche e della visione su grande schermo. Newyorkese da anni trapiantato a Los Angeles, Baker è un filmmakers’ filmmaker, un regista che piace ai registi, che in questo ultimo lavoro ha saputo magicamente combinare la sua storia artistica, formata dal cinema della reale, insieme alla tradizione della migliore commedia hollywoodiana classica. Un ponte questo che già la giuria di Cannes aveva premiato e che ha conquistato la maggioranza dei membri dell’Academy. La dominanza del film di Baker rappresenta anche un’interessante vittoria dell’irriverenza, del gioco e del piacere del cinema contro l’asfissiante intransigenza culturale degli ultimi anni di cui, paradossalmente, un film costruito a tavolino proprio per soddisfare «l’aria del tempo» come Emilia Pérez ne è stato poi a sua volta vittima. Grande favorito solo fino a qualche settimana fa, con tredici nomination, il musical di Jaques Audiard distribuito da Netflix ha visto premiate solo Zoe Saldana come migliore attrice non protagonista, e la canzone El Mal (bella l’apparizione a sorpresa di Mick Jagger).

Contro tutti i pronostici, che davano vincente Demi Moore (in quello che sarebbe effettivamente stato un riconoscimento alla carriera, piuttosto che per la sua interpretazione nel tremendo film di Coralie Fargeat, The Substance), è l’Oscar di migliore attrice protagonista all’elettrica Mikey Madison («scoperta» da Tarantino con C’era una volta a Hollywood – è stato lui a consegnare a Baker il premio per la regia). Anche quello un segno di svolta.

HA FATTO IL BIS invece Adrien Brody (già Oscar di miglior attore con Il pianista di Polanski), per la sua devastante interpretazione in The Brutalist. «Prego per un mondo più felice, più sano e più inclusivo. Se il passato può insegnare qualcosa è ricordarci di non lasciare che l’odio prevalga», ha detto l’attore accettando la statuetta, in uno dei pochissimi discorsi che si sono avventurati aldilà del cinema e dei ringraziamenti ad agenti e famiglie, nell’arco di una serata in cui i riferimenti diretti alla politica sembravano banditi «da contratto» (l’eccezione è stata la commovente accettazione dei giovani filmmakers di No Other Land – miglior documentario – che hanno «chiesto al mondo di attivarsi contro l’ingiustizia e la pulizia etnica del popolo palestinese»).

Il film di Brady Corbet, opera gigantesca in molti sensi, aldilà delle sue tre ore e quindici minuti di durata, è un oggetto molto più risque di Anora. Oltre che per l’interpretazione di Brody, ha vinto gli Oscar per la fotografia, andato a Lol Crawley, e per la miglior colonna sonora, scritta dal musicista inglese Daniel Blumberg – due artisti giovani che, come Corbet, non hanno legami con l’industria hollywoodiana. Più canonici in quel senso i premi ai costumi e alla scenografia di Wicked e quelli per il suono e gli effetti speciali di Dune: Part II.
Anticipato, e anche lui fuori dagli schemi (tra i nominati Inside Out 2, Wallace e Gromit: Le piume della vendetta e Il robot selvaggio), l’Oscar per l’animazione al sognante Flow, di Gints Zilbalodis.

IN QUEST’OTTICA di rinnovamento e apertura a immaginari cinematografici più avventurosi, frutto anche della crescente componente extra-americana dei votanti agli Oscar, è un peccato che non abbia trovato posto uno dei film più liberi, arditi e profondamente indipendenti dell’anno scorso, Megalopolis di Francis Coppola, ignorato a Cannes e punito in Usa da recensioni prevalentemente immonde e da una distribuzione risibile.
Apertasi con un montage in omaggio a Los Angeles, per non dimenticare i fuochi che hanno devastato la città, e da due canzoni interpretate dalle streghe di Wicked Ariana Grande e Cynthia Erivo, la cerimonia di premiazione, condotta da Conan O’Brian in uno stile simpaticamente impersonale e molto «professional», è stata lunga e un po’ noiosa ma relativamente indolore.

Nell’immagine: Oscar 2025


Sennentuntschi, una leggenda che ci porta in un oscuro mondo alpino

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

La Svizzera non ama particolarmente fare i conti con il proprio passato o con i lati
oscuri della propria società, in particolare con quelli che potenzialmente potrebbero
restituirne un’immagine diversa e lontana da quella su cui basa parte della sua
fortuna.

Pensiamo a quell’idea di terra quasi bucolica, dove la bellezza del paesaggio avanza
di pari passo con quella delle linde anime dei suoi abitanti. Eppure, anche da noi gli
scandali non mancano, un po’ a tutti i livelli, solo che si fa fatica a parlarne.

Pensiamo, ad esempio alla questione degli affidamenti coatti, e degli anni che ci
sono voluti per portare alla luce abusi e soprusi che hanno colpito decine di migliaia
di cittadini elvetici in alcune delle regioni più pittoresche del Paese.

La leggenda narrata e sviscerata in questo podcast di tre puntate, realizzato da
Simona Sala e Olmo Cerri, pur risalendo al lontano 1500, presenta degli aspetti più
attuali che mai, e ancora oggi suscita scandalo nelle persone. Sennentuntschi,
letteralmente pupazza dei pastori, è una vicenda poco conosciuta alle nostre
latitudini, ma patrimonio condiviso di tutte le regioni alpine di lingua tedesca; ne
esistono oltre cento versioni, con una matrice comune fatta di solitudine, sopruso e
un pizzico di follia.

In estate, nelle comunità alpine, è tempo di transumanza, e le bestie vengono
portate all’alpeggio. Anche Hans, Pit e Armin, i protagonisti della vicenda narrata in
Sennentuntschi, trascorrono l’estate ad alta quota, là dove la vita è difficile, fatta di
ritmi intensi e tanta fatica, senza dimenticare la solitudine. Magari, però, con un
goccetto di Schnaps le cose diventano più facili… O forse no, e si finisce per fare cose
proibite, di cui poi ci si pentirà.

Al centro della narrazione troviamo una Tuntschi, una pupazza, che saprà alleviare la
solitudine sull’alpeggio, e che, come si scoprirà, ci è più vicina di quanto possiamo
immaginare.

Questo podcast in tre episodi è un viaggio nella storia dell’antica leggenda alpina,
arricchito da contributi di esperti del settore. Da subito lo potete trovare
gratuitamente sulle principali piattaforme podcast, oppure collegandovi tramite
codice QR.

  • Se Sennentuntschi vi intriga e volete scoprire una nuova versione della leggenda, in
    libreria potete ordinare l’omonimo libricino, pubblicato dalle Edizioni Abendstern.

Per il particolare contenuto del progetto l’ascolto è consigliato a un pubblico adulto.


Una proposta pericolosa già fallita quarant’anni fa

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

“Fissare un tetto massimo del numero dei dipendenti dell’amministrazione cantonale, impedire che per raggirare questo tetto massimo si riversino compiti ai comuni e altri enti; il numero dei dipendenti non dovrà superare l’1.3% della popolazione residente in Ticino. Con questo parametro si prevede una riduzione del 10% del personale attuale (circa 580 unità)”.

Quello che precede è il testo dell’iniziativa popolare lanciata lo scorso mese di ottobre dall’UDC e da alcuni deputati dalla Lega, del PLRT, del Centro, dai responsabili dell’AITI e della Camera di Commercio. 

Secondo Piero Marchesi, presidente UDC e primo firmatario, il numero dei dipendenti dello Stato, escluso il personale insegnante e quello dell’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale che non sarebbero toccati dall’iniziativa, non deve superare l’1.3% della popolazione residente. Nel 2023 in Ticino c’erano 357’720 abitanti e 5’189 impiegati cantonali. L’iniziativa propone pertanto la riduzione del 10%, ossia di 580 funzionari. Meno dipendenti significano meno burocrazia e più efficienza, ha dichiarato durante la conferenza stampa la vicepresidente della Camera di commercio, Cristina Maderni. 

La proposta trova origine da uno studio dell’Idheap (un istituto di ispirazione liberista) secondo il quale il Ticino spenderebbe il 33% in più rispetto alla media intercantonale.

Uno studio lacunoso

Una prima osservazione a questa iniziativa riguarda le lacune dello studio dell’Idheap. Infatti:

  • per fare i confronti con i costi degli altri cantoni ha per esempio rivalutato gli stipendi ticinesi, inferiori del 13% rispetto alla media. Il costo dell’amministrazione ticinese non è quindi quello reale, ma è stato sopravvalutato;
  • tiene conto solo della popolazione residente e ignora gli 80’000 frontalieri che ogni giorno passano la frontiera per ragioni di lavoro e di cui l’amministrazione si deve occupare (tasse, permessi, controllo condizioni di lavoro…);
  • non considera che il Ticino è un cantone di frontiera e, visto la sua situazione geografica, non può beneficiare delle sinergie con gli altri cantoni (ad esempio per le carceri, la polizia, la formazione, i servizi sociali e sanitari);
  • non tiene conto della minore importanza delle amministrazioni comunali in Ticino, rispetto alla media svizzera;
  • trascura le differenze sociali che necessitano in Ticino di maggiori interventi dell’amministrazione a favore delle famiglie più sfavorite.

L’iniziativa popolare, come ha rilevato l’Associazione per la difesa del servizio pubblico, è quindi fondata su dati molto fragili.  Inoltre, i fautori dimenticano che la pubblica amministrazione deve rispondere ai diritti, alle attese e ai bisogni dei cittadini e delle aziende. Una richiesta di invalidità, una prestazione contro la disoccupazione, una domanda di costruzione e un contributo per il promuovimento economico non possono rimanere inevasi senza provocare disagi, anche rilevanti, al cittadino-utente.

Non si tratta di una misura tendente a razionalizzare la pubblica amministrazione, bensì di un ulteriore attacco alla funzione pubblica e al servizio pubblico.  Invece di proporre privatizzazioni, poco popolari, i promotori stanno sperimentando altre strategie per ottenere gli stessi risultati: meno Stato-più profitti.

Proposte già fallite quarant’anni fa

Nel 1980, come scrissi in un libro qualche anno fa, il Governo ridusse per la prima volta gli stipendi del personale e gli effettivi della funzione pubblica. Tutti i settori sono stati colpiti, indipendentemente dai bisogni, anche quelli sovraccarichi, come la sanità, i servizi sociali, i tribunali. Con quella decisione il Governo, oltre a creare gravi problemi al funzionamento di molti servizi, trasmetteva un messaggio negativo verso il servizio pubblico, poiché lasciava credere che ci fossero diffuse sacche di inefficienza. La funzione pubblica, osservavo in quell’occasione, come qualsiasi grande azienda, necessitava sicuramente di riforme, ma anche in quel periodo aveva alti livelli di efficienza. Il Governo non intendeva migliorare la qualità del servizio pubblico, bensì creare un clima di insicurezza tra i salariati e impedire alla funzione pubblica di svolgere correttamente i propri compiti, per poi poterli più facilmente privatizzare. Né allora, né dopo vennero infatti formulate proposte atte a migliorare il pubblico impiego, ma sempre e soltanto intese al suo smantellamento.

Questa politica ha avuto gravi ripercussioni. Ecco qualche esempio. Gli uffici esecuzione e fallimenti eseguono funzioni complesse e necessitano di personale specializzato: negli stessi erano tuttavia attivi molti precari. Il Consiglio di Stato, interpellato, ammise che tale situazione aveva effetti negativi, ma che non poteva fare nulla.

La stessa cosa successe negli uffici di tassazione. Solo dopo vigorose proteste sono stati aumentati gli effettivi per tentare di reintrodurre maggior equità nell’accertamento fiscale.

La diminuzione degli effettivi della polizia stradale ha ridotto i controlli di velocità e di alcolemia e ha provocato un aumento del numero delle infrazioni e degli incidenti.

Ci furono gravi ritardi anche in altri campi, come nel settore delle borse di studio o in quello riguardante le rendite di invalidità, creando non pochi disagi agli studenti e alle persone in attesa di una rendita. 

I tagli lineari, come quelli proposti dall’iniziativa dell’UDC, non possono dare risultati positivi, poiché non tengono conto delle singole particolarità, bisogni che aumentano in determinati settori, bisogni che mutano, popolazione di riferimento che aumenta o che diminuisce.

L’amministrazione cantonale: complessa e preziosa

Una questione generalmente ignorata o sottovalutata è quella del clima di lavoro. In un’organizzazione verticistica, come quella dell’amministrazione cantonale, la qualità dei capi, sin dai direttori dei dipartimenti (i Consiglieri di Stato) è determinante per il clima di lavoro delle singole unità. Non è un mistero per nessuno che in questo momento molti funzionari vivono situazioni di disagio. Mi capita di raccogliere testimonianze di questo tipo: “Non ne posso più. Aspetto con impazienza la pensione”. Non sempre si tratta di funzionari al fronte, con grandi impegni. E peggio ancora non si tratta di persone di 60 o più anni. Spesso hanno cinquant’anni o meno. Una situazione drammatica, sia dal profilo umano, sia dal profilo del funzionamento di un’istituzione chiamata a gestire le questioni di migliaia di cittadini. Avere un superiore competente ed efficace, realizzarsi con un lavoro stimolante e interessante, avere la possibilità di mettere in pratica le proprie idee, essere convinto dell’utilità e dell’importanza del proprio lavoro, sono tra le caratteristiche più preziose per un funzionario.

L’amministrazione cantonale ticinese, come qualsiasi altra istituzione, avrebbe necessitato anche in passato di riforme e miglioramenti. Per questa ragione, nel lontano 1991, il Sindacato della funzione pubblica (SSP/VPOD), in una pubblicazione, aveva riassunto una serie di possibili riforme. Molte di loro sarebbero utili anche oggi. Eccone alcune:

  • i dipendenti, a tutti i livelli gerarchici, devono essere coinvolti nell’organizzazione del lavoro; nelle decisioni importanti il personale dovrebbe essere coinvolto; deve essere assicurata la possibilità di denunciare le decisioni in contrasto con la legislazione vigente, prese dai vertici dell’amministrazione;
  • nessuna decisione, né nella forma, né nella sostanza, deve ledere il pubblico dipendente nella sua dignità professionale o personale;
  • al dipendente andrebbe garantita maggiore autonomia: ciò sgraverebbe il Governo da compiti meramente burocratici;
  • il dipendente dovrebbe essere coinvolto nella scelta dei propri collaboratori;
  • andrebbe creato un ufficio per favorire la mobilità del personale;
  • andrebbe introdotto l’istituto dell’ombudsman per consentire al cittadino-utente di dialogare con l’amministrazione e al funzionario di formulare osservazioni o critiche sul funzionamento dell’amministrazione.

Nessuna di queste proposte, né nessun’altra intesa a migliorare l’amministrazione è stata adottata. Sempre e soltanto il Consiglio di Stato ha proposto peggioramenti. Anche nel preventivo appena adottato il Governo ha annunciato che intende attendere sei mesi prima di sostituire il personale che lascia l’amministrazione. Significa che. soprattutto nei settori particolarmente sollecitati, ci saranno attese e disagi.

L’iniziativa dell’UDC si inserisce in questo scenario. 

***

Un’ultima osservazione. I fautori dell’iniziativa affermano che gli statali nel 2023 erano 5189, quindi pari all’1.45 della popolazione residente (357’720).  Ma gli statali a tempo pieno erano solo 4412, quindi l’1,23% della popolazione residente. 

Pubblicato da Quaderni Alternativi (no. 53)
Nell’immagine: la vicepresidente della Camera di commercio Cristina Maderni


C’era una volta la cultura liberale

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

Le democrazie liberali sono in fin di vita, assediate e soffocate dal dominio imperiale disposto da Donald Trump.  A contare è la forza e il potere, si comanda e non si governa. I diritti umani non sono più universali, ci siamo noi e gli altri, c’è il nazionalismo egemonico, c’è la legge del più forte, scomparso il diritto internazionale che impediva al grande di aggredire il piccolo: il filo spinato è l’emblema della nuova èra che guarda indietro. Sono arrivate le “nuove democrazie” tutte diverse e tutte uguali. Qualcuno le chiama democrazie illiberali. Una contraddizione. Sono tutte autocrazie: è la personalizzazione della politica portata alle estreme conseguenze e sono vistosi i tratti patologici dei protagonisti. Steve Bannon, il galeotto anima nera del trumpismo, saluta con il braccio teso e proclama Trump strumento della divina provvidenza. C’è comunque l’Ufficio della fede a tenere i contatti fra l’aspirante monarca e il Padreterno.

La marea nera avanza perché, ce lo ha detto JD Vance, noi europei abbiamo tradito i veri valori della democrazia e bisogna provvedere. A guidare l’ultradestra sarà Alice Weidel: Alles für Deutschland tuonavano le SA. Lei è d’accordo: la deportazione (remigrazione per i pudichi) fa parte del programma e il filonazismo non è un difetto ma un pregio.

La presidente elvetica Keller-Sutter ha fatto un inchino alla tirata di Vance, e ha dichiarato  che quello  “è stato un discorso molto liberale…in un certo senso molto svizzero”. Sarebbe urgente che qualcuno spiegasse alla consigliera federale che il liberismo opportunista e servile è la negazione della cultura liberale.  Mi viene in mente il giudizio di Fantozzi sulla corazzata Potemkin: non lo ripeto per decenza ma siamo lì.

Intanto Trump sta demolendo (o ci prova) la democrazia americana: via il welfare, via la divisione dei poteri, via le garanzie costituzionali, via la libera stampa, via i diritti delle minoranze, via la diversità. Tutto nelle sue mani: gli oppositori non sono avversari ma nemici. Quello di Trump è un vero colpo di stato che pezzo dopo pezzo sta correggendo la democrazia e costruendo un regime monocratico. Perfino la realtà oggettiva e fattuale è cancellata, deformata, distorta: vale solo l’antiverità trumpiana. I cittadini sono strumenti da utilizzare per soddisfare le ambizioni di potere: il loro ruolo è quello degli utili idioti. Il nuovo volto della politica è fatto di sfrenate ambizioni di dominio neocoloniale e il mercantilismo ne è il verbo. Quando Trump bacia in pubblico la bandiera americana non bacia il bene pubblico: abbraccia sé stesso.

E allora, tanto per chiarire: la democrazia o è liberale o non è democrazia, è qualcosa d’altro, è autocrazia, è dittatura. Ce lo diceva Benedetto Croce: “la democrazia senza il liberalismo può essere una tirannide peggiore di quelle del passato”. Il presente lo sta dimostrando.

La democrazia liberale è fatta di poche regole: conta la sovranità popolare e chi vince governa; ma la sovranità popolare ha dei limiti invalicabili posti dalle costituzioni liberali che, per loro natura,  sono antifasciste e non ammettono i regimi delle braccia tese e delle catene.

La democrazia liberale non è un regime, ma un cantiere aperto, fragile e precario: per sopravvivere ha bisogno di statisti avveduti, lungimiranti, di incrollabile cultura liberale. E ha bisogno di cittadini attivi che sappiano mobilitarsi e fare da argine allo scempio politico che ci sta riportando a un lugubre passato.

E allora mi tocca citare Piero Calamandrei (1889- 1956) che nel 1955 si rivolse ai giovani milanesi con uno dei più bei discorsi sul senso della costituzione liberale che ci è dato di leggere : “la Costituzione è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune che, se va a fondo, va a fondo per tutti. (…) la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!”

Parole inutili perché ormai è meglio inchinarsi?

Scritto per laRegione
Nell’immagine: Steve Bannon, a suo tempo ricevuto e ossequiato anche da liberali ticinesi


Lettera aperta alla classe dirigente ticinese

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

La presente per manifestare la nostra profonda preoccupazione per il tono sempre più inaccettabile del settimanale “Il Mattino della Domenica”, culminato domenica 23 febbraio con un articolo dal titolo “AIL poteva “sparmirsi” (piccola nota “sparmire” è un verbo che in italiano manco esiste) al limite dell’istigazione all’odio e ci domandiamo se quello utilizzato, sia un tipo di linguaggio politico compatibile con le nostre leggi. Se sia giusto, da decenni ed ancora oggi, leggere, da parte di certi membri della nostra classe dirigente, articoli xenofobi, razzisti, discriminanti, intolleranti verso tutto e tutti coloro che non siano perfettamente allineati alle idee di una sola persona o movimento che sia: questo è il concetto che abbiamo di pluralismo dell’informazione e del rispetto della nostra Costituzione?

“Il successo dell’integrazione dipende anche dalla responsabilità di ogni singolo immigrato. Gli immigrati sono incoraggiati ad assumere un ruolo attivo nel loro processo d’integrazione imparando la lingua locale, ottenendo un lavoro, seguendo una formazione o un corso di perfezionamento e partecipando alla vita sociale”. In questa premessa riportata sulla pagina “Integrazione e naturalizzazione” del sito della SEM (Segreteria di Stato della Migrazione) non si fa, giustamente e nel rispetto dell’Art. 15 della Costituzione Federale Svizzera (Libertà di credo e di coscienza), cenno a questioni d’ordine religioso. Dignità della persona (Art. 5, Cost.), uguaglianza giuridica (Art. 8, Cost.). Articoli fondamentali della nostra Magna Carta che ci portano ad interrogarci sulla legittimità di un tale agire, oltre a chiederci se i Municipali, che agiscono all’interno del potere esecutivo della Città di Lugano siano e possano essere sereni nel loro operato collaborando con chi si esprime costantemente contro di loro o contro i loro membri di partito, o semplicemente contro quei cittadini che la pensano differentemente e che si rifiutano di uniformarsi a un pensiero tanto poco svizzero.

Siamo per la libertà di espressione, ma ci domandiamo se voi tutti consideriate normale dover diffondere in politica, l’arte più nobile di quelle umane, questo linguaggio orribile, incolto, crudele, prosaico, che appartiene storicamente solo a paesi non esattamente democratici o che lo sono sempre meno.

La Svizzera, la nostra classe dirigente, noi tutti, dobbiamo accettare a testa china questo continuo abbassamento di livello del dialogo politico? Chiediamo, oggi, con questo scritto, a quella stessa classe dirigente che si vuole Democratica di prendere una posizione chiara, netta, CORAGGIOSA, contro le manifestazioni, non solo di razzismo, di illiberalismo, di denigrazione dell’altro, ma anche e soprattutto contro questa cultura della politica fatta con le urla, con gli insulti: si tratta di manifestazioni che non sono più compatibili con il dialogo democratico e che non sono compatibili con la nostra preziosa Costituzione che ci impone di rispettare l’uguaglianza, la libertà di espressione, la dignità altrui, la solidarietà e che impone agli uomini di Stato ed alla classe di dirigente, se è da ritenersi tale, di rispettare la Costituzione, di agire sotto il suo insegnamento, sotto i suoi dettami, nei suoi limiti e nel suo rispetto.

Nell’immagine: l’articoletto del “Mattino”


Il mondo in bilico, orfano dell’Alleanza atlantica

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Cosa avviene dopo la rottura fra Stati Uniti e Ucraina consumata nell’Ufficio Ovale? Lo scontro in mondovisione fra Donald Trump e Volodymir Zelensky è stato l’anatema di diplomazia e politica. Se ne parlerà molto a lungo. Affrontiamone le conseguenze. Sulla guerra; sull’Europa; sui rapporti fra Europa e Stati Uniti; dell’Europa e degli Stati Uniti con la Russia. Quanto avvenuto fra Trump e Zelensky fa presagire che le sorti dell’Ucraina nella guerra diventino un problema esclusivamente europeo.

Offesa dall’ingratitudine di Zelensky, Washington se ne lava le mani. Da subito, tagliando immediatamente gli aiuti militari, compreso addestramento e intelligence. I negoziatori americani dell’accordo sulle terre rare, non firmato, avevano già minacciato di ritirare l’accesso ai satelliti Starlink di Elon Musk, critici per la connettività internet in Ucraina. Cosa succede all’Ucraina in guerra se rimane senza assistenza militare americana? Secondo gli analisti, Kiev non è rischio di collassi al fronte e ha sufficienti armi e munizioni per resistere almeno un paio di mesi senza ulteriori rifornimenti. Nell’immediato futuro la guerra non è persa.

Il problema si sposta sull’Europa. Ad eccezione di Viktor Orbán, si è precipitata a riaffermare l’appoggio all’Ucraina. Per passare dalle belle parole ai fatti, deve innanzitutto rimpiazzare almeno parzialmente gli aiuti Usa. Se mobilita volontà politica, capacità industriali e cordoni della borsa – le munizioni si possono anche comprare da Paesi terzi – darà a Kiev la boccata d’ossigeno e di morale necessaria per accettare un decente armistizio – non l’ultimatum prospettato da Trump a Zelensky. Il Presidente ucraino ha bisogno di garanzie per il non ripetersi dell’aggressione russa. Trump gli ha risposto che poteva fidarsi della parola di Putin. Grazie, abbiamo già dato, ha controbattuto il Presidente ucraino. Il problema delle garanzie è rimasto inevaso. Ricade sulle spalle europee.

Donald Trump è stato adamantino. Tocca agli europei. Non solo gli americani non metteranno militari su terreno ucraino, ma non forniscono alcuna controassicurazione agli europei che lo faranno. Gliel’avevano appena chiesta Emmanuel Macron e Keir Starmer. La risposta è stata un identico “no” malgrado le blandizie francesi e l’invito a Buckingham Palace di Re Carlo. La patata bollente delle garanzie è rimasta in mano europea. Senza alternative, se non di continuazione della guerra o di resa di Kiev. L’una, subordinata a un prolungato sostegno militare che difficilmente l’Europa è in grado di dare; l’altra equivalente a un’umiliazione politica e una disfatta strategica. Scelta ardua fra le tre opzioni. Sulla prima, garanzie con truppe sul terreno, non illudiamoci in una soluzione Nato o Onu. Come caschi blu, condizionati dal veto di Russia, Cina e…Usa in Consiglio di Sicurezza, ricadremmo nell’incubo imbelle di Unprofor in Bosnia. Trump e i suoi luogotenenti hanno già escluso l’ombrello Nato.

L’intera architettura dell’Alleanza Atlantica viene messa in discussione dal disinteresse geopolitico dell’amministrazione Trump per l’Ucraina, salvo che per l’acquisto scontato di terre rare. Speriamo che spendere e/o promettere di spendere di più per la difesa basti a convincere il Presidente americano a non insinuare dubbi sull’intoccabilità del perimetro Nato. I leader dei Paesi confinanti con la Russia, specie dei Baltici ex-repubbliche Urss, non dormono sonni tranquilli. Il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, si domanda cosa Donald Trump verrà a dire al vertice dell’Aja il 24-25 giugno. Fra tre lunghi mesi nei quali, complice la guerra dei dazi Usa-Ue in arrivo, il distacco transatlantico continuerà a consumarsi.

C’era una volta un Occidente euroatlantico che fronteggiava la Russia e ne teneva a bada il revanscismo putiniano. Quell’Occidente è oggi spaccato in due da Donald Trump. Il 47mo Presidente Usa ha realizzato quanto Vladimir Putin e precedenti inquilini sovietici del Cremlino non erano mai riusciti a fare: dividere Europa e Stati Uniti. Il rapporto Usa-Russia-Europa assomiglia sempre più a un triangolo. Di due vasi di ferro, a Mosca e a Washington, e uno di coccio fra Bruxelles, Londra, Parigi, Berlino, Roma, Varsavia, Madrid ecc. O fa lega o va in frantumi.


Come ricostruire l’Unione perduta

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

L’Unione Europea è cerebralmente defunta. Alla prova della guerra si è rivelata inutile per risolverla. Nei tre anni di conflitto in Ucraina non ha saputo articolare uno straccio di proposta per farlo cessare. Nata all’ombra della Nato, nella pace e per la pace, quale braccio economico del sistema euroatlantico promosso dagli Stati Uniti, si svela ormai obsoleta. Esattamente come la Nato, la cui dipartita era stata anticipata con notevole lungimiranza da Macron nel 2019, durante il primo mandato Trump. Con parole che suonano attualissime: “Guardiamo le cose in faccia. Ci sono degli alleati che sono insieme in una stessa regione del pianeta e non c’è nessun coordinamento delle decisioni strategiche degli Stati Uniti con questi alleati”. Allora si trattava di proteggere i curdi dalla Turchia, formalmente alleata della Francia, di fatto considerata ostile da Parigi. Oggi l’imperativo è salvare l’Ucraina prima che si dissangui completamente e/o che l’invasione russa si sveli prodromo della terza guerra mondiale.

Sono gli stessi soci dell’Ue che ne certificano l’inservibilità. Leggiamo la lista degli invitati al summit “europeo” di emergenza a Londra, seguito di quello del 17 febbraio a Parigi. Le virgolette sono d’obbligo. Anzitutto perché si è svolto in una capitale extracomunitaria. Poi perché vi hanno partecipato Canada e Turchia, soci della Nato ma non dell’Ue. Il primo anche in quanto paese minacciato di annessione dagli Usa, il secondo perché grande potenza in ascesa prossimo all’area bellica, oltre che unico, insieme a Israele, ad aver agito da mediatore fra Kiev e Mosca. Manca all’appello mezza Unione Europea, tra cui i tre paesi baltici — Estonia, Lettonia, Lituania — che sarebbero probabilmente le prime vittime di un attacco russo se il conflitto finisse fuori controllo.

Il motore di questo inedito quanto raffazzonato schieramento euroatlantico — che ieri non è andato al di là di una dichiarazione di buone intenzioni in quattro vuoti punti — è la coppia nucleare Francia-Regno Unito. Potenze atomiche che se anche riunite non avvicinano minimamente l’arsenale russo, al quale solo l’americano è comparabile. Ma questo passa oggi il convento occidentale orfano dell’America.

Tanto sconvolgimento nasce dalla decisione americana di promuovere un negoziato di pace fra Russia e Ucraina partendo dall’intesa con Putin e continuando con la crisi dei rapporti con Kiev. Tale da indurre lo speaker della Camera dei rappresentanti, il repubblicano Mike Johnson, a dire quello che Trump e Vance lasciano intuire: la pace deve passare per le dimissioni di Zelensky.

Stiamo assistendo in diretta alla dissoluzione dell’asse euroatlantico. Apparente trionfo di Russia e Cina. Non fosse che a promuoverlo è l’America, fino a ieri avversaria di entrambe. Colpo di sole? Follie trumpiane destinate a rientrare? Niente affatto. È venuto a galla il risentimento americano nei confronti degli europei. Visti da Washington, colpevoli di aver scatenato due guerre mondiali e di aver goduto a sbafo, nel lungo dopoguerra, della protezione a stelle e strisce.

Gli Stati Uniti avevano deciso di restare in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale per farne la loro prima linea di difesa contro l’Unione Sovietica. Poi nei confronti della Russia. Ora che i russi si sono svelati molto meno efficaci militarmente di quanto gli atlantici immaginassero — tanto da perdere centinaia di migliaia di uomini senza prendere Kiev né Odessa né Kharkiv — l’establishment strategico americano non valuta più Mosca una minaccia reale. Prova quindi a staccarla dall’abbraccio di Pechino, dopo avercela gettata nove anni fa. Di più: scaduti i travestimenti, ciascuno viene considerato secondo il suo peso specifico. Ci si confronta fra grandi potenze militari, gli europei seguiranno. E se non lo faranno, peggio per loro.

In tale contesto, non stupisce che la maschera dell’Unione Europea risulti inservibile. Di qui a considerare gli esperimenti di Parigi e Londra come premessa di un ruolo meno passivo dei principali paesi europei nella rivoluzione geopolitica in corso, molto ne corre.

Bisogna riconoscere a Trump il merito di averci riportato alla realtà, per noi europei assai sgradevole. Sappiamo quel che non siamo più. Né più torneremo a essere. Urge riflettere su che cosa possiamo volere. Vale anche per noi italiani. Anzitutto, serve la pace in Ucraina alle condizioni meno peggiori possibili e con decenti garanzie di sicurezza per Kiev, scontando che senza americani non se ne farebbe nulla. Su questo Roma può contribuire. In fondo, siamo stati l’unico paese europeo a proporre uno schema di soluzione negoziale della guerra un mese dopo che era scoppiata, poi inopinatamente depositato in un cassetto del segretario generale dell’Onu, dov’è ovviamente marcito.

All’ordine del giorno è la ricostruzione di un equilibrio paneuropeo all’interno di un compromesso strategico fra Stati Uniti, Russia e Cina. Prima e non dopo la terza guerra mondiale. Perché il dopo è in dubbio.

Nell’immagine: Londra, il summit sull’ Ucraina a Lancaster House 


Oscar il trionfo di “Anora”, 5 statuette. Adrien Brody ancora miglior attore

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

Di Simona Siri,  La Stampa

LOS ANGELES. Che potesse essere una grande serata per Anora lo si è capito quasi all’inizio quando il film si è aggiudicato la statuetta per il miglior montaggio. Da lì in avanti le cose per il film di Sean Baker sono andate anche meglio delle previsioni. Anora si è infatti aggiudicato ben cinque Oscar: oltre a quello già citato per il montaggio, ha vinto nelle categorie sceneggiatura originale, regista, attrice principale e anche nella categoria più importante, quella per il miglior film.

Dopo un inizio di stagione che aveva visto come favoriti prima Emilia Perez e poi The Brutalist, la pellicola di Baker ha recuperato nelle ultime settimane, presentandosi all’appuntamento con la notte più importante di Hollywood da favorito, soprattutto dopo aver vinto i Producers Guild of America Awards: sette degli ultimi 10 vincitori di questo premio hanno poi vinto l’Oscar per il miglior film. Tutti le riviste di settore, i pronostici e gli scommettitori a quel punto lo hanno dato in vantaggio rispetto al film di Brady Corbet, almeno nella categoria miglior film.

Anora invece si è presa tutto, spazzando via la concorrenza, forse anche favorito dalla modalità di voto: i membri dell’Academy devono infatti indicare e mettere in ordine di preferenza più di un film, cosa che può aver spinto Anora alla vittoria anche senza essere stato indicato come numero uno dalla maggioranza dei votanti. Sia come sia, il trionfo è stato totale, sia per la pellicola che per il regista Sean Baker, autore anche della sceneggiatura e produttore: solo Walt Disney si era aggiudicato quattro statuette nello stesso anno e nessuno si era mai aggiudicato quattro statuette per lo stesso film.

«Abbiamo realizzato questo film per 6 milioni di dollari e abbiamo girato tutto in esterni a New York City con circa 40 membri della troupe», ha detto Baker stringendo una delle statuette. «Sono tutti tornati a New York. Questo è per voi ragazzi. Grazie mille. Abbiamo realizzato questo film in modo indipendente. Se stai cercando di realizzare film indipendenti, continua a farlo, ne abbiamo bisogno. Questa ne è la prova».

La vera sorpresa è stato l’Oscar alla protagonista Mikey Madison dal momento che, ad accezione dei Bafta e degli Indipendent Spirit Awards, per tutta la stagione i premi sono andati a Demi Moore per The Substance che quindi si presentava come favorita. La vittoria di Madison è stata anche l’unica sorpresa di una serata piuttosto noiosa. I premi agli altri attori sono andati tutti come previsto: Kieran Culkin e Zoe Saldana hanno vinto come non protagonisti rispettivamente per A Real Pain e per Emilia Pérez, mentre Adrien Brody ha vinto come migliore protagonista per The Brutalist, il suo secondo Oscar dopo quello del 2003 per Il Pianista.

All’epoca Brody aveva 29 anni, ancora oggi il più giovane attore ad aver mai vinto l’Oscar da protagonista: se domenica sera avesse vinto Timothèe Chalamet, anche lui ventinovenne, lo avrebbe raggiunto. Con Auroa ad aggiudicarsi i premi più importanti, agli altri film sono rimaste le briciole. Conclave ha vinto per la sceneggiatura non originale; Emilia Pérez per la miglior canzone El Mal; I’m Still Here ha vinto come migliore pellicola internazionale; The Brutalist ha vinto anche per la migliore colonna sonora e la migliore fotografia quindi aggiudicandosi tre Oscar sulle 10 candidature, solo poco meglio di Emilia Pérez che ne ha avuti due su ben 13 candidature.

Wicked che di candidature ne aveva anche lui 10, ha vinto solo l’Oscar per i migliori costumi – Paul Tazewell, primo uomo nero a vincere in questa categoria – e per la migliore scenografia. The Substance ha vinto solo per miglior trucco e acconciature, Dune: Part 2 ha vinto per migliore effetti speciali e miglior sonoro.

L’Oscar per il miglior corto è andato a I’m Not A Robot di Victoria Warmerdam, mentre per il miglior film di animazione ha vinto il favorito Flow, prima pellicola lettone a vincere un Oscar. Miglior documentario a No Other Land, il lavoro diretto, prodotto, scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal che dal palco di Los Angeles hanno criticato gli Usa in uno dei pochi momenti politici di una serata per il resto abbastanza incolore.

 


Il Racconto di un israeliano sequestrato

Dopo la lite nello studio ovale la popolarità del leader ucraino è in crescita, il paese si stringe attorno a lui. E anche i critici fanno un passo indietro. Chi ha perduto parenti in guerra non può pensare che tutto sia stato inutile 

Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

Mentre gli spettatori di tutto il mondo sono ragionevolmente distratti dalle umiliazioni inferte dal presidente Trump al leader ucraino Zelensky, per gli ultimi ostaggi israeliani ancora in vita è iniziato il conto alla rovescia. Secondo l’accordo con Hamas, dopo 42 giorni avrebbe dovuto terminare la prima fase e avere inizio la seconda, con il disimpegno da parte dell’esercito israeliano del corridoio Filadelfia, tuttavia Netanyahu persiste nel chiedere il prolungamento della prima fase rimandando il ritiro delle truppe da Gaza e lasciando quindi aperta la possibilità di una ripresa dei combattimenti. 

Messo alle strette, dal canto suo Hamas ha alzato la posta dello scambio per ottenere il rilascio di un maggior numero di prigionieri rispetto a quanto inizialmente pattuito. Mentre dunque il primo ministro israeliano sembra disposto a tutto pur di sottrarsi a processi e indagini a suo carico e conservarsi la poltrona, la popolazione dal basso esercita tutta la pressione possibile affinchè si proceda con il cessate il fuoco e il riscatto degli ostaggi in un’unica soluzione. 

Dopo la vicenda della famiglia Bibas conclusasi tragicamente con i funerali di Shiri e dei piccoli Ariel e Kfir, a scuotere ulteriormente l’opinione pubblica israeliana nell’ultima settimana è stata la toccante testimonianza di Eli Sharabi. Da poco liberato dopo 491 giorni trascorsi nei tunnel con le catene ai piedi, Sharabi ha coraggiosamente accettato di venire intervistato dalla giornalista Ilana Dayan – Orbach, conduttrice del celebre programma di inchieste “Uvda” (letteralmente: fatto). Trasmessa giovedì sera sul canale 12, quella di Sharabi è stata la testimonianza più lunga e drammatica di quelle raccolte fino ad ora sulla prigionia nelle mani di Hamas, al punto che neppure Dayan è riuscita a controllare le lacrime. 

Dopo aver ripercorso gli eventi di quel disgraziato sabato mattina (7 ottobre 2023) Sharabi si è soffermato sulle condizioni fisiche estreme, dalle ferite causate dalle catene sino alle percosse continue e ai morsi della fame. Costretto per la maggior parte del tempo ad accontentarsi di un misero pasto al giorno, fatto di pochi grammi di pasta, racconta di essere stato sostenuto dalla fede, dai compagni di prigionia e dallo studio della psicologia dei carcerieri dei quali cercava di prevedere le mosse, non sempre con successo. “Solo dal loro comportamento si può capire cosa è stato detto nei notiziari. Per ogni dichiarazione irresponsabile, noi ostaggi siamo i primi a farne le spese”, ha affermato con il coraggio di uno che non ha più niente da perdere. Con queste parole Sharabi ha infatti puntato il dito contro la leadership dell’estrema destra israeliana  che, ostentando con superbia il vergognoso trattamento inferto ai palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, mette a repentaglio gli ostaggi che ne subiscono le ritorsioni. Trasferito da un tunnel all’altro Sharabi ha trascorso tempo con molti degli ostaggi, alcuni dei quali sono stati trucidati a sua insaputa come Ori Danino. Al momento del rilascio, inoltre, ha dovuto separarsi dal giovane Alon Ohel, rimasto solo e con una scheggia in un occhio che gli impedisce di vedere. Ed è proprio la responsabilità nei confronti di Alon, e degli altri circa 23 ostaggi che si presumono ancora vivi, ad avergli dato la forza di condividere così presto la sua terribile esperienza. 

Non appena giunto in Israele Eli Sharabi ha appreso della morte della moglie e delle due figlie, trucidate il 7 ottobre dopo il suo rapimento, e di quella del fratello ucciso dai bombardamenti mentre si trovava anche lui prigioniero a Gaza. Commossi di fronte alla determinazione e alla statura morale di quest’uomo, che nonostante tutto ha espresso davanti alle telecamere la gratitudine per essere vivo, gli israeliani non hanno potuto far altro che riversarsi nelle strade per manifestare anche questo sabato sera. La protesta di Tel Aviv nei pressi del ponte Begin si è aperta come sempre con le dichiarazioni dei parenti, come quella di Einav Zangauker, madre leonessa che lotta con le unghie e con i denti per la liberazione del suo Matan, incluso nei rilasci della seconda fase.  Zangauker ha accusato Netanyahu di aver violato intenzionalmente l’accordo facendo ricadere la responsabilità su Hamas e ostacolato volontariamente la trattativa che si è arenata nuovamente mentre la delegazione è rientrata dall’Egitto a mani vuote. 

Nel frattempo la testimonianza di Eli Sharabi sta facendo il giro del mondo catturando l’attenzione dello stesso Trump che lo ha invitato per un incontro alla Casa Bianca questo martedì. Mentre la clessidra ci ricorda che il tempo degli ostaggi sta per scadere, ogni mezzo è lecito pur di sottrarli a Hamas, ma nel medio e lungo periodo la tutela della sicurezza di Israele e dei suoi cittadini non potrà certo venire dal trattamento umiliante che il presidente USA riserva al popolo palestinese attraverso video di intelligenza artificiale, minacce di trasferimenti di massa o illimitate forniture di armi al governo Netanyahu, modalità che non faranno che perpetuare il ciclo interminabile della violenza.

Intanto il quotidiano Haaretz ha pubblicato i risultati delle prime inchieste condotte dall’IDF che non lasciano dubbi sul fatto che il pericolo dei massacri del 7 ottobre fosse stato sottovalutato. 

Di seguito il link alla testimonianza di Eli Sharabi con i sottotitoli in inglese