È il momento di farsi avanti

 

Chi ha memoria della storia recente del giornalismo in Ticino ricorderà come il Quotidiano di Silvano Toppi venne salvato due volte dal gruppo di amici e sostenitori che si era creato attorno al giornale. Così come il Giornale del Popolo venne a lungo sostenuto dall’Associazione amici del GdP. Certo, l’impegno dei sostenitori per il Quotidiano di Toppi non fu sufficiente – nonostante il successo del giornale – a ribaltare i molti ostacoli che finirono per far tacere quella voce. Mentre nel caso del GdP, fu solo il repentino fallimento di Publicitas (…)

(…) a decretarne la fine; senza quell’episodio forse il giornale esisterebbe ancora o almeno avrebbe avuto tempo e modo per trasformarsi in un settimanale, per il quale ancora oggi ci sarebbe un certo spazio.

Ciò che importa e ciò che ci insegnano questi due esempi è che un giornale con una sua identità e una sua posizione specifica nel dibattito pubblico non vive solo delle entrate che genera e della pubblicità, ahimè sempre più scarsa. Soprattutto nei momenti difficili, può vivere in parte anche del sostegno e dell’impegno concreto di chi crede nei valori e nelle idee che il giornale propone e difende. Una vicinanza, sia chiaro, ideale e non un do ut des fatto di favori reciproci e articoli compiacenti. Parliamo di ideali e di valori, non di interessi. L’indipendenza del giornale non è in discussione e anzi resta la sua forza.

Ciò che sta succedendo a laRegione – la riduzione di diversi posti di lavoro nelle redazioni a causa del calo pubblicitario – evoca inevitabilmente questi argomenti. laRegione ha una sua collocazione precisa nel panorama dei media ticinesi, una identità che si è affermata con chiarezza, pur con le differenze che ogni direzione giustamente deve poter reclamare. laRegione di Daniel Ritzer non è quella di Matteo Caratti, così come il Corriere del Ticino di Paride Pelli non è esattamente quello di Fabio Pontiggia. Gli accenti possono essere diversi, ma l’ambito culturale e valoriale nel quale il giornale si riconosce e dal quale trae ispirazione resta sostanzialmente immutato.

Ebbene, di fronte alle difficoltà attuali de laRegione che impongono il taglio di diversi posti di lavoro tra i giornalisti (anche il Corriere visse una situazione simile nel 2019…), vien da chiedersi se la vasta area culturale e politica (ma anche regionale) che fa riferimento al giornale non possa in qualche modo organizzarsi per un sostegno concreto. Se quest’area crede nel valore de laRegione è il momento giusto per manifestarlo. Un po’ per creare le premesse perché il futuro sia meno incerto e un po’ in segno di solidarietà con i giornalisti vittime di questa riduzione. laRegione è figlia, per parte di padre, di quel ‘Dovere’ che negli anni 80 stampava l’inserto ‘Ragioni critiche’. Una palestra di riflessione colta per chi credeva in una visione di stampo illuminista, democratica e liberale, e assieme attenta ai bisogni sociali del nostro tempo. Abbiamo ragione di credere che chi crede in quella visione possa ancora riconoscersi ne laRegione di oggi, pur col mutare dei tempi e delle persone. E che possa avere buone ragioni per sostenerla. Leggetelo come un appello: è il momento di farsi avanti.

A noi dell’Associazione ticinese dei giornalisti (Atg) interessa che il buon giornalismo continui ad avere spazio e mezzi per essere esercitato liberamente, e che più posti di lavoro possibili vengano salvati. Senza i mezzi necessari il buon giornalismo diventa difficile. Così come mantenere l’equilibrio attuale tra i due quotidiani cantonali, garanzia di un sano pluralismo.

Scritto per La Regione


Sarah Parenzo – Israele, solchi profondi la democratura avanza

 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Con i dazi choc di Washington i colossi stranieri sedotti da Xi

 

Di Lorenzo Lamperti, il manifesto

«Trump sta dicendo che ci sono sia amici che nemici e che gli amici possono essere più difficili. Questo è molto complicato da capire». A dirlo, da Tokyo, è il premier giapponese Shigeru Ishiba, furioso dopo la mancata esenzione sui dazi per le auto imposti dalla Casa bianca.

Qualche centinaio di chilometri a ovest, la Cina osserva e prova a farsi amici quelli che temeva fossero ormai nemici. Dopo aver risposto con ritorsioni mirate ai precedenti round tariffari anti cinesi di Trump, stavolta Xi Jinping ha adottato una strategia diversa: corteggiare in una volta sola le aziende straniere, governi occidentali, i vicini asiatici e paesi del sud globale. In che modo? Ergendosi a leader dell’antiprotezionismo e garante del libero commercio. D’altronde, i dazi sulle auto colpiscono soprattutto gli alleati storici degli Stati uniti, sia in Europa che in Asia.

SIGNIFICATIVO che, ieri mattina, di fronte a Xi nella grande sala del popolo di Pechino sedesse nientemeno che Akio Toyoda, presidente di Toyota. Mentre il colosso dell’auto giapponese crollava del 4,76% in borsa a causa delle tariffe, Toyoda ha ringraziato Xi per il recente via libera alla costruzione di un impianto di veicoli elettrici a Shanghai, per cui non ci sarà inusualmente bisogno di joint venture con un partner locale. Con lui, circa 40 grandi manager internazionali. Tra gli altri: Ola Kallenius di Mercedes-Benz, Oliver Zipse di BMW, Paul Hudson di Sanofi, Raj Subramaniam di FedEx, Georges Elhedery di HSBC, Ray Dalio di Bridgewater. Presenti anche i vertici di colossi dell’elettronica come Hitachi e Samsung, dei microchip come la sudcoreana SK Hynix, di giganti del petrolio come Saudi Aramco.

«L’UNILATERALISMO e il protezionismo si stanno intensificando, ma la Cina aprirà sempre di più le sue porte», ha detto Xi, in un chiaro riferimento alla politica dei dazi di Trump. «Il multilateralismo è una scelta inevitabile, la Cina promuove un’economia mondiale aperta», ha aggiunto, garantendo sostegno ad aziende simbolo dei rispettivi settori. Lo stesso messaggio è stato recapitato a una lunga lista di altri manager: da Tim Cook di Apple ai vertici di Qualcomm, da Blackstone a Maersk, da AstraZeneca a Total Energies.

NON HANNO PARTECIPATO TUTTI all’incontro con Xi, ma erano presenti in massa al China Development Forum, dove sono stati ricevuti da figure apicali del Partito comunista come il ministro del Commercio Wang Wentao e il vicepremier He Lifeng, zar delle politiche economiche. Già da un po’ il governo cinese punta sui rapporti personali con le grandi aziende e i loro leader. Negli scorsi anni, sono stati ricevuti a più riprese Elon Musk, su cui vengono ora riposte speranze di un dialogo fruttuoso con la Casa bianca, come Pat Gelsinger di Intel o Bill Gates di Microsoft. La speranza è di far ripartire gli investimenti esteri (in netto calo da anni) e ottenere forme di pressione anti dazi delle multinazionali presso i rispettivi governi. Il tutto rafforzando la narrativa degli scambi “people-to-people”, sottolineando come sia la «mentalità da guerra fredda» del governo Usa a impedire la cooperazione.

«L’unilateralismo e il protezionismo crescono, ma la Cina aprirà sempre di più le sue porte. È una scelta inevitabile, siamo per un’economia mondiale aperta
Xi Jinping

STESSA POSTURA sul fronte diplomatico. Sempre ieri, Xi ha ricevuto il premio Nobel Muhammad Yunus, attuale leader del Bangladesh, con cui ha firmato una serie di accordi. Ora si punta a migliorare i rapporti con l’Europa, di cui si è appena ospitato il commissario al Commercio Maros Sefcovic, e coi vicini asiatici, facendo leva sulle rispettive rimostranze anti Trump.

Per il Giappone, le auto rappresentano oltre il 30% delle esportazioni negli Usa e il 7% dell’export totale. Secondo Nikkei, i dazi ridurranno le spedizioni del 15-20%, con un impatto dello 0,2% sul pil. Cifre simili per la Corea del Sud, che solo con Hyundai e Kia ha venduto quasi due milioni di veicoli sul mercato statunitense nel 2024. Tokyo e Seul vedono le tasse aggiuntive come un tradimento. Nel 2019, Trump aveva firmato con l’allora premier giapponese Shinzo Abe un accordo in cui prometteva uno stop ai dazi in cambio di maggiori importazioni.

A SEUL C’È CHI SI LAMENTA di ricevere un trattamento simile alla Cina, nonostante Hyundai abbia appena annunciato un investimento da 21 miliardi di dollari per una nuova fabbrica in Louisiana. Non sembra un caso che domani si terrà un trilaterale tra i ministri del Commercio di Giappone, Corea del Sud e Cina. È la prima volta dal 2019. In agenda colloqui su un possibile accordo di libero scambio.

Nell’immagine: Il forum economico globale ospitato nella Grande Sala del Popolo di Pechino dal presidente cinese Xi Jinping 


La chat più pazza del mondo Conversazioni con i disegnetti, e il delirio dei genitori coetanei dei figli

 

Di Guia Soncini, Linkiesta.it

A quanto pare tocca parlare di nuovo dei disegnetti, ufficialmente codice comunicativo della classe dirigente dopo che le risposte a «stiamo bombardando lo Yemen», nella chat più pazza del mondo, si sono differenziate tra quello che ha mandato il pugno e la bandiera e il fuoco, e quello che ha risposto con le mani in preghiera, il bicipite flesso, e due bandierine (presto i costituzionalisti al lavoro: mandare ben due disegnetti di bandiera nella chat di guerra ti rende doppiamente patriottico?).

Mi ricredo quasi sempre su tutto, ma in tre giorni non mi sono ricreduta su ciò che scrivevo inizialmente a proposito della chat più pazza del mondo: all’infantilizzazione degli adulti di questo secolo, e quindi anche della classe dirigente di questo secolo, mi sono arresa da un bel pezzo. Francesco Cundari ha scritto che lui resiste, e quindi vorrei qui spiegargli perché resistance is futile, che è una frase che viene da un film di astronavi, quindi come adultità dei riferimenti stiamo dalle parti dei disegnetti (adesso arrivano quelli che mi parlano di Carlo Fruttero e degli Urania: l’infantilismo pazienza, ma alla noia e alla prevedibilità non mi rassegnerò mai).

Il guaio è che avete tutti dei figli. È un guaio che si è sempre dato nella storia dell’umanità, diranno i miei piccoli storici e anche i miei piccoli biologi, e invece no, sono qui a dirvi che qualcosa è cambiato. È, questo, il primo secolo nella storia dell’uomo in cui i genitori sono coetanei dei figli.

Ma Alessia Marcuzzi ha cinquantadue anni. Provate a immaginare i vostri genitori cinquantaduenni, nel secolo scorso, l’ultimo in cui gli adulti siano stati adulti, i vostri genitori col paletò, dire che voialtri tredicenni (la figlia della Marcuzzi ha tredici anni) eravate il loro mondo.

Io a tredici anni ascoltavo i Doors. Mio padre ascoltava Mozart. Io a tredici anni avevo la cartella di Naj Oleari. Mia madre aveva la Kelly di Hermès. Io a tredici anni leggevo “Violetta la timida”. Mia madre leggeva Roland Barthes. Io a tredici anni pensavo avrei fatto l’attrice: nessuno s’incomodava a dirmi di no, tanto sapevano che mi sarebbe passata. Era a quello, che servivano gli adulti: a saperla più lunga di te, mica a dirti che eri tutto il loro mondo.

Poi qualcosa è evidentemente andato storto, e quindi eccoci qui. A commentare un tempo in cui la classe dirigente è scema come se fosse composta da tredicenni, giacché la natura umana è abitudinaria, e quando le tue abitudini consistono nel non mettere il punto in fondo ai messaggi perché i tredicenni ritengono il punto una violenza e tu non ritieni che il tuo lavoro sia spiegar loro che farsi spaventare dalla punteggiatura e dall’assenza di cuoricini nei messaggi è una scemenza, e quando non sei impegnato ad assoggettarti a una generazione di puntofobici sei impegnato a fare le vocette al cane, eh beh, accade che i codici del linguaggio adulto li perdi. E quindi: cuoricini, cuoricini, pensavi solo ai cuoricini (e alle bandierine, e ai pugnetti).

Stephen Colbert, che come Francesco Cundari non vuole arrendersi, ha commentato le bandierine e i pugnetti e le fiamme alzando due palette. Su una c’era il disegnetto della cacca, e sull’altra il disegnetto di quello che si mette una mano in faccia per la disperazione (adesso arrivano quelli che mi spiegano che i figli tredicenni gli hanno insegnato a dire «facepalm»).

Steve Witkoff, il tizio che di disegnetti di bandiere americane ne ha mandati due, in quel momento si trovava a Mosca, e io continuo a pensare alla grandissima commedia che diventerà questa vicenda, indecisa se come prima scena sia meglio il tizio che dalla piazza Rossa, dopo che il Pentagono ha avvisato il corpo diplomatico che i russi stavano provando ad hackerare Signal, si sente sicurissimo a parlare di bombardamenti su Signal, o se iniziare dal parcheggio.

Stephen Colbert, incredulo che gliele servissero così facili sotto rete, ha parlato della tizia che aspettava che Goldberg liberasse il parcheggio: si può sapere cosa fai seduto in macchina senza muoverti, aspetti forse dei piani militari? Jimmy Kimmel si è detto sollevato dello smantellamento dei programmi di diversità e inclusione: adesso siamo certi che questa gente non fa parte della classe dirigente per ragioni di sesso e razza, ma per ragioni d’imbecillità purissima.

I programmi di diversità e inclusione, però, tutti noi tredicenni senili lo sappiamo, sono saldissimi nell’universo dei disegnetti telefonici. Per quanto Trump emetta ordinanze per proibire l’uso di certe parole, o Valditara vieti gli asterischi, nessuno ci toglie le libertà davvero importanti: mandare in chat il disegnetto dell’uomo incinto; o poter scegliere, tra pugnetti di tutti i colori di Benetton, quello nero o giallo o diversamente inclusivo. Se avessero avuto le chat coi pugnetti neri, sai come avrebbero fatto prima nel Sudafrica di fine Novecento, ma anche solo nell’Alabama degli anni Cinquanta. Peccato fossero adulti: non sanno cosa si sono persi.


«Prima via Zelensky». Putin rilancia la sua pace, dialogo tra sordi con l’Ue

 

Di Andrea Valdambrini, il manifesto

«Con l’Europa siamo pronti a lavorare – ammette il presidente russo Vladimir Putin sulla prospettiva di un cessate il fuoco in Ucraina – anche se gli europei si stanno comportando in modo incoerente. Vogliono prenderci in giro, ma in fondo siamo abituati». Quello a cui l’Europa sembra essersi abituata è l’essere considerata con insofferenza tanto a Mosca quanto a Washington.

Ma il motivo della concessione del Cremlino al dialogo con Bruxelles e con le capitali ha ben poco a fare con la buona volontà. Lo spiega meglio il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, quando spiega: «Se i paesi europei non vogliono seguire la strada della riduzione alle sanzioni, significa che non vogliono contribuire, né agire all’unisono con gli sforzi di Russia e Usa per procedere verso la pace». Ecco l’incoerenza a cui Putin fa riferimento. Ed ecco il nodo che Mosca vuole superare: le sanzioni Ue.

AL VERTICE DI PARIGI, i volenterosi non sembrano aver fatto grandi avanzamenti sulla possibilità di poter schierare sul terreno «truppe di rassicurazione» per proteggere Kiev da Mosca. Però, nel rimpallo di responsabilità tra i contendenti, Bruxelles si è ritrovata tra le mani un asset inaspettato: quello di avere il potere di decidere sulla limitazione dei traffici navali russi attraverso il Mar Nero. Infatti, nel negoziato di Riad, i russi hanno esplicitato una condizione perché lo stop agli attacchi nel Mar Nero sia possibile. La richiesta all’Ue è di revocare le restrizioni sul commercio marittimo di cereali e fertilizzanti, che toccano prodotti, aziende, compagnie assicuratrici delle merci.

Per gli istituti di credito come la banca agricola russa Rosselkhozbank, senza i quali le operazioni commerciali non sarebbero possibili, rimanere nella black list europea significa essere disconnessi dal sistema bancario internazionale Swift, cioè non poter operare liberamente. Da qui la pressante richiesta di Mosca. Ma si dà il caso che la società Swift, avendo sede in Belgio, ricade all’interno della legislazione europea e che l’Ue ha da poco rinnovato le sanzioni contro Mosca per altri sei mesi.

LA COMMISSIONE UE, per bocca di un suo portavoce, ha risposto che «la fine dell’aggressione russa non provocata e ingiustificata in Ucraina e il ritiro incondizionato di tutte le forze miliari di Mosca dal territorio ucraino sarebbero una delle precondizioni per modificare o revocare le sanzioni».

Ma lo scenario auspicato da Bruxelles sembra lontanissimo. Infatti, se da un lato Mosca ha necessità di far pressione sull’Ue, dall’altro continua soprattutto la sua offensiva verbale, oltre che militare, nei confronti di Kiev. La nuova idea lanciata dal Cremlino all’indomani della riunione di volenterosi è quella di una amministrazione transitoria per Kiev. L’ombrello dell’Onu, a cui molti europei hanno fatto riferimento come alternativa ai boots on the ground, viene trasformato da Putin nella garanzia di un’Ucraina senza Zelensky. Il presidente russo ne ha parlato in una base della marina russa a Murmansk. «Potremmo discutere con gli Usa, anche con i paesi europei e naturalmente con i nostri partner e amici – ha detto – della possibilità di un’amministrazione transitoria in Ucraina», appunto garantita da una missione Onu.

Un’ipotesi di Kiev ha subito seccamente respinto. «Serve solo a ritardare ogni possibilità di negoziazione» per porre «fine alla guerra», ha replicato Zelensky. Ma il leader del Cremlino ha anche fatto riferimento alla possibilità che, sempre sotto l’egida dell’Onu, sarebbe opportuno organizzare un’elezione presidenziale «prima di iniziare i negoziati con quest’autorità per un accordo di pace». Malgrado Trump, Kiev e Mosca restano lontanissime.

Nll’immagine: Vladimir Putin alla cerimonia sul molo dell’Atomflot nella base di Murmansk, Russia


Il primo dirigente di un mondo finito

 

Si potrebbe definire “il paradossale sillogismo americano-trumpiano”. E infatti ce lo spiega un filosofo: ritenere che il mondo ha risorse sempre più limitate e rare, soprattutto le più preziose e  che non si può  quindi crescere all’infinito; non credere  che ciò possa accadere per una grande potenza come quella americana; darsi dunque da fare, senza legge e con la certezza di avere Dio dalla propria parte, per accaparrarsi  tutte le risorse, dapprima quelle  dei vicini e poi  quelle degli altri. “I paradossi sono sempre pericolosi” (ammoniva Oscar Wilde)

Il presidente americano Trump sarebbe il primo dirigente (o governante) di un mondo finito. Lo sosteneva negli scorsi giorni un filosofo, Gaspard Koenig, ponendo una domanda che deve definire, alla resa dei fatti, “un poco controintuitiva”. E infatti lo è. 

La domanda è questa: “e se Trump, tra i dirigenti  o governanti mondiali, fosse tra i più coscienti dei limiti intrinseci della crescita?” Domanda che, di fronte alla realtà che si conosce, sa subito di divertita provocazione o  di “paradossale” trovata. Koenig è il fondatore di un gruppo di riflessione cui aderiscono economisti, giuristi,  docenti, filosofi e che è classificato tra i “Top European Think Tanks”,  un grande pensatoio europeo.

Ci interessa il  ragionamento pratico, prima ancora che filosofico, che ne sta alla base, perché è una constatazione: la strategia geopolitica degli Stati Uniti consiste, senza eccezioni, nel catturare risorse naturali ricercate e preziose. E gli esempi sono infatti parecchi e confermanti.

La predazione dell’altro

Il negoziato con l’Ucraina contiene lo sfruttamento delle terre rare del Paese (in particolar modo manganese, titanio, grafite). Forse con il pretesto di un ringraziamento dovuto. L’appetito per la Groenlandia è stimolato dalla presenza della criolite (un minerale critico per la transizione energetica). Il sostegno americano alla Repubblica democratica del Congo nella sua lotta contro i ribelli del M23 è condizionato da una accordo sullo sfruttamento delle riserve di cobalto, coltano (columbo-tantalite) rame, litio.

Il desiderio espresso di annettersi il Canada è in parte collegato al rinegoziato del trattato sul fiume Columbia, immenso corso d’acqua transfrontaliero di cui gli Stati Uniti vorrebbero disporre a loro piacimento con lo scopo di irrigare le zone colpite dalla siccità. Stessa idea stravagante ,ma non più di quel tanto, è la trasformazione del golfo del Messico in “golfo d’America”, con scopo sottinteso di accedere liberamente alle abbondanti risorse  ittiche.

“L’imperialismo trumpista non è un semplice irredentismo, il canto del cigno di un nazionalismo revanscista. È una volontà sistemica di accaparramento del suolo, dell’acqua dolce, dell’oceano, su scala planetaria. E piantare una bandiera sulla terra non è meno importante, nella mente di questi nuovi “conquistadores” che di scavarvi sotto”.

Il paradosso della realtà

L’amministrazione Trump sembra quindi dover riconoscere la “finitezza” (prima ancora che l’esaurimento) del nostro pianeta e delle sue risorse. Passando però al gioco cinico di  saccheggiare quelle dei vicini.  I quali, quasi a mo’ di giustificazione,  accusati di avere sempre approfittato, veri parassiti come gli europei, degli Stati Uniti d’America. O persino, nell’immaginario intergalattico del copresidente Elon Musk, di partire con razzi ad estrarle sugli altri pianeti, con assoluto diritto di privatizzazione e sfruttamento.

E qui  affiora  l’aspetto paradossale. Quella politica predatoria è  provocata e “giustificata” dalle constatazioni… degli economisti della decrescita. Quelli che sostengono che è impossibile continuare a disaccoppiare la crescita economica e il consumo di risorse . Continuare cioè a ritenere la prima senza limiti, infinita; mentre l’altro, invece, appare sempre più limitato e sfinito. E ci si accorge orami che neppure  il libero scambio o l’innovazione tecnologica riusciranno a garantire la “ricchezza delle nazioni”.

Quel pensatore liberale (utopista?)

Ci fu uno dei padri dell’economia, ch’era innanzitutto filosofo, l’inglese Stuart Mill (Londra 1806, Avignone 1873), pensatore liberale o ritenuto anche fondatore del liberalismo, tra i più influenti “politici” del suo tempo, che considerava, più di un secolo fa, l’”indifferenza al nostro capitale naturale come l’errore più grave nel campo dell’economia politica”. Attualmente usurpato anche da liberali-liberisti (si veda l’ottimo libro di Camille Dejardin, John Stuart Mill, liberal utopique, nrf 2022). Egli aveva espresso una verità semplice- semplice sempre ignorata: “Una crescita infinita non può avvenire in un mondo finito”.

La scienza contemporanea, anche se snobbata o persino ridicolizzata dai “politici” (come capita anche in casa nostra da parte dei soliti) gli dà ragione. Andando oltre l’esaurimento prevedibile dei minerali e delle energie fossili, indicando nove limiti planetari, di cui sei sono già stati superati: il clima, la biosfera, il ciclo dell’azoto, l’occupazione e sfruttamento dei suoli, l’inquinamento e l’acqua dolce…

Mostrare alla mosca la via d’uscita

Il trumpismo ci immette brutalmente in un’era della competizione senza remissione per accaparrarsi risorse limitate. Il trumpismo finirà quindi per portarci… a una geopolitica della post-crescita?

Tenendo conto della finitezza, l’umanità potrebbe fare altre scelte. Stuart Mill aveva proposto lo “stato stazionario”: né crescita né decrescita, ma uno sforzo comune cosciente per organizzare i flussi economici entro un quadro materiale relativamente stabile, dove ci si preoccupa maggiormente di riciclare, ridistribuire, rimettere in circolazione piuttosto che aumentare continuamente le merci prodotte. L’originalità di Stuart Mill era quella di ritenere la crescita non solo impossibile, ma anche indesiderabile, portatrice di frustrazioni e disgrazie. Con lo “stato stazionario”- scriveva tuttavia- “resterebbe tanto spazio più che mai per i progressi morali e sociali; tanto spazio per migliorare l’arte di vivere e maggiori probabilità di vederlo migliorare quando le anime cesseranno di essere sopraffatte dalla preoccupazione di acquisire ricchezze”.

“Ecco una buona indicazione di strada da percorrere per il dopo Trump”, deve concludere con ottimismo che supera la razionalità e la storia umane, il filosofo Gaspard Koenig, facendo eco al ripescato filosofo-economista Stuart Mill  rimasto nel limbo dei santi padri.

Non è dunque tempo di filosofi e fors’anche dell’intelligenza. E’ invece certezza di un mondo finito. Si chiedeva comunque un grande filosofo, non desistendo: ”Qual è il tuo scopo nella filosofia? Mostrare alla mosca la via d’uscita dalla sua trappola”.

Nell’immagine: terre rare d’Ucraina


Minerali critici e gas: Putin, Trump e la spartizione dell’Ucraina

 

Di Marco Loprieno e Pat Lugo, Valigia Blu

Dall’invasione predatoria di Putin all’imperialismo mafioso dell’affarista Trump, dallo stare o meno al gioco delle parti di Zelensky alle reazioni ondivaghe e contraddittorie dell’Unione Europea: intorno all’Ucraina e al difficile processo di costruzione della pace emerge un nuovo modello geopolitico, dove gli affari dettano le relazioni internazionali.

E dove la battaglia per l’approvvigionamento dei materiali critici, indispensabili per le transizioni verde e digitale, disegnerà il nuovo ordine mondiale. Chi la spunterà? Vincerà la forza, il profitto di pochi, o la cooperazione? Chi sarà all’altezza delle incombenti sfide globali, una su tutte quella crisi climatica oggi (quasi) scomparsa dai radar dei media?

UE: dal Green Deal al Clean Industrial Deal

Due anni fa, qui su Valigia Blu, abbiamo pubblicato “La guerra di Putin alla transizione energetica globale”.  Tesi dell’articolo era dimostrare i veri obiettivi strategici dell’invasione russa dell’Ucraina, aldilà della retorica della ‘denazificazione’ e del rompere ‘l’accerchiamento della NATO’. L’intento di Putin era invece, e ancora è, la manipolazione politica dei paesi più importanti dell’Unione Europea ai fini del suo disfacimento, o quantomeno del suo indebolimento. Ma cosa aveva provocato l’accelerazione al conflitto?

La guerra di Putin alla transizione energetica globale

Secondo la nostra analisi, il Green Deal – lanciato dalla UE nel 2019 e implementato nel luglio del 2021, attraverso il pacchetto Fit for 55 con misure e investimenti per favorire una rapida ed equa decarbonizzazione – rappresentava per Putin e i suoi accoliti (certamente per Gazprom) una vera minaccia, tanto in termini di business che di sfera d’influenza della Federazione Russa. L’arma utilizzata sino ad allora era, da una parte il gas a buon mercato fornito dal colosso Gazprom e, dall’altra, l’avidità dimostrata dal capitalismo liberale europeo (Germania e Italia in testa).

Qual è la situazione oggi? La guerra in Ucraina ha certamente contribuito al rallentamento della transizione energetica nell’UE e ha, purtroppo, fatto moltiplicare le resistenze al Green Deal. Con l’impennata dei prezzi dell’energiadopo lo stop al gas russo e con l’intensificarsi della concorrenza da parte delleaziende cinesi fortemente sovvenzionate, le critiche alle regole europee sono aumentate. Si sono verificate tensioni tra gli Stati membri a causa dei diversi interessi e mix energetici domestici. Molti paesi hanno valutato un provvisorio ritorno al carbone e la riaccensione delle centrali nucleari. Le elezioni europee del 2024 hanno sottolineato il crescente malcontento per l’ambiziosa azione per il clima. Parallelamente, la guerra ha fortemente perturbato il nascente partenariato tra UE e Ucraina interrompendo, in particolare, il processo di costruzione di nuove catene di approvvigionamento dei ‘materiali critici’ (tra cui le ‘terre rare’), cruciali per le transizioni ecologica e digitale.

A poco più di tre anni dal lancio operativo del Green Deal, il ritmo di decarbonizzazione della UE resta ancora insufficiente. Questo, nonostante il rapporto tra PIL ed emissioni risulti sganciato (decoupling) fin dal 2010: alla crescita del primo non corrisponde più un aumento delle seconde. Per rispondere ai ritardi e al parziale fallimento del Green Deal, il 26 febbraio 2025 la nuova Commissione europea ha presentato il Clean Industrial Deal, una roadmap per la competitività e la decarbonizzazione. Tra gli obiettivi: facilitare la riduzione delle emissioni delle industrie più inquinanti (come quelle dell’acciaio e del cemento) e promuovere le tecnologie pulite

Il Piano ribadisce la volontà dell’UE di ridurre le emissioni del 90% entro il 2040. Presenta inoltre 40 diverse misure per accelerare la transizione verde, tra cui autorizzazioni più rapide per parchi eolici e altre infrastrutture, e la modifica delle norme sugli appalti pubblici per favorire le tecnologie pulite ‘made in Europe’: si intende produrre almeno il 40% dei componenti-chiave delle tecnologie pulite all’interno della UE e, contestualmente, favorire la competitività dell’Unione.

Il Clean Industrial Deal è stato pubblicato insieme a un “Piano d’azione per l’energia a prezzi accessibili”, che mira a risparmiare 260 miliardi di euro all’anno entro il 2040. Gli attivisti per l’ambiente hanno accolto con favore le iniziative per ridurre le bollette e accelerare l’elettrificazione, ma hanno espresso allarme per la proposta di finanziare la costruzione di impianti di importazione e distribuzione del gas naturale liquefatto (GNL). Bruxelles, infatti, sostiene gli investimenti di tali infrastrutture e mira a concludere contratti a più lungo termine per il GNL. Una virata di 180 gradi rispetto agli obiettivi del Fit for 55 del 2021. Una vera débacle per l’ecologia, a nostro parere.

Non la prima batosta, a dire il vero. Secondo un rapporto del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), l’UE ha speso più soldi per i combustibili fossili russi che per gli aiuti finanziari all’Ucraina. E ciò, in totale contraddizione con gli sforzi per eliminare la dipendenza dell’Unione dai combustibili che finanziano la guerra di Vladimir Putin. Nel 2024, gli Stati membri hanno acquistato 21,9 miliardi di euro di petrolio e gas russi. L’importo è di un sesto superiore ai 18,7 miliardi di euro che l’UE ha stanziato nello stesso anno in aiuti finanziari per l’Ucraina (esclusi i contributi militari o umanitari).

Come afferma CAN Europe: “Tre anni dopo l’invasione dell’Ucraina, che ha svelato la dipendenza su larga scala dell’Europa dal gas russo e ha innescato una crisi energetica senza precedenti, l’UE è ancora fortemente dipendente dal gas fossile”.

Né il Green Deal, né i suoi recenti sviluppi (Clean Industrial Deal) sono riusciti per ora, concretamente, a liberare l’Unione Europea dalla dipendenza dai fossili e, in particolare, dal gas russo. Questo, non solo ha limitato l’efficacia delle sanzioni e di altre misure prese da Bruxelles per rispondere all’invasione dell’Ucraina, ma fa sì che la UE continui di fatto a finanziare la brutale macchina da guerra del Cremlino.

Transito del gas russo in Ucraina

Il 31 dicembre 2024 si è concluso un importante contratto che regolamentava il transito del gas russo attraverso l’Ucraina dal 2019, con implicazioni significativeper le restanti esportazioni di gas russo verso alcuni paesi dell’Unione europea. Nonostante la guerra in Ucraina, il gas ha continuato a fluire attraverso un gasdotto di proprietà della russa Gazprom e gestito dall’operatore ucraino OGTSU. Ciò, senza che si siano verificate interruzioni significative di queste forniture, anche se Kyiv, nell’ambito della sua incursione nella regione russa di Kursk, ha assunto il controllo di Sudzha, l’unica stazione di misurazione attiva per l’ingresso del gas russo in Ucraina. 

Durante gli sconvolgimenti dei tre anni di guerra, il gas russo ha continuato a entrare direttamente in Europa attraverso due rotte, ognuna delle quali ha trasportato circa 14 miliardi di metri cubi di gas all’anno. La prima è attraverso il gasdotto TurkStream e la sua estensione, Balkan Stream, sotto il Mar Nero fino a Turchia, Bulgaria, Serbia e Ungheria. Il secondo percorso era un corridoio attraverso l’Ucraina fino alla Slovacchia. I principali acquirenti di questa seconda rotta sono stati Slovacchia, Ungheria, Austria e Italia. Ancora una volta a fare la differenza è stata la convenienza economica del gas russo rispetto al GNL, soprattutto durante le impennate dei prezzi. Anche se tutti gli Stati membri hanno aderito al programma REPowerEU, che prevede di eliminare completamente il gas russo dal proprio mix energetico entro il 2027, alcuni di essi sono stati riluttanti a smettere di acquistarlo: Business First!

La fine del contratto di transito ha segnato un cambiamento importante. L’impatto si è fatto sentire soprattutto in Austria, Ungheria e Slovacchia, per le quali la rotta di transito ucraina aveva soddisfatto il 65% della domanda di gas nel 2023. Nel complesso, la quota di transito ucraino nelle importazioni di gas dell’UE è scesa dall’11% nel 2021 a circa il 5% nel 2024. Dal punto di vista dei profitti, le entrate delle tariffe di transito per l’Ucraina sono state pari a 1,2 miliardi di dollari nel 2022 (quando l’invasione russa era già in corso), a 0,8 miliardi di dollari nel 2023 e a 0,4 miliardi di dollari nel 2024. Il tutto per un ammontare pari a circa lo 0,5% del PIL ucraino. I profitti per Gazprom nei 5 anni di validità del contratto di transito sono stati di 6,5 miliardi di dollari.

Cerchiamo di immaginare, quindi, quali siano stati i motivi per cui non sia stato interrotto il transito del gas russo dopo l’invasione, rompendo anticipatamente il contratto, né sia stata sabotata l’infrastruttura, come è avvenuto per il Nord Stream. Da una parte, l’Ucraina avrebbe rischiato di perdere entrate importanti, pari a circa lo 0,5% del suo PIL, anche se pagate dall’invasore russo contro cui stava combattendo. Dall’altra, non sono da escludere pressioni da parte di quei paesi europei che, a fronte di uno stop immediato delle forniture, avrebbero perso l’accesso privilegiato al gas russo, trovandosi potenzialmente in posizione di svantaggio competitivo rispetto ad altri paesi dell’Unione.

Un’ulteriore spiegazione, però, potrebbe anche essere che Kyiv abbia voluto preservare infrastruttura, transito e stoccaggio del gas russo come moneta di scambio per negoziare una possibile tregua, o prefigurando una serie di scenari post-bellici: uno strumento di pressione verso la Federazione Russa, ma anche verso la UE. Per quest’ultima, infatti, la fine del contratto ucraino di transito del gas si traduce nella necessità di importare 140 TWh aggiuntivi di energia all’anno, a partire dal 1º gennaio 2025.

Secondo il think-tank Bruegel, ciò apre a tre possibili scenari: 1) La sostituzione delle forniture russe all’Europa centro-orientale con il GNL; 2) La sostituzione delle forniture ‘russe’ con gas ‘azero’ attraverso gasdotto ucraino; 3) Un nuovo tipo di accordo sul gas tra UE, Ucraina e Federazione Russa. Nel secondo scenario, già oggi Kyiv potrebbe offrire la sua capacità di trasporto e stoccaggio secondo le regole europee, senza alcun accordo con Gazprom: le aziende europee acquisterebbero gas al confine tra Russia e Ucraina e lo consegnerebbero all’Ucraina per il trasporto. Finora, non c’è alcun segno di piani di questo tipo, forse perché Kyiv – seguendo la terza opzione – considera la possibilità di riprendere il transito del gas come carta vincente nei futuri negoziati con Mosca.

Tuttavia, va sottolineato che per la Russia il valore del mercato europeo del gas è oggi in calo. Il REPowerEU prevede la completa indipendenza da tutti i tipi di combustibile russo entro il 2027 e, anche se l’attuazione del piano è significativamente ritardata, la domanda europea di gas russo è destinata nel tempo a diminuire a causa: degli investimenti già effettuati nelle rinnovabili; della chiusura e delocalizzazione delle industrie ad alta intensità energetica a seguito della crisi energetica del 2021-2023; grazie, infine, alla costruzione di nuovi terminali GNL.

Lo scorso gennaio, nel comunicare la chiusura del corridoio di transito Gazprom, il presidente Volodymyr Zelensky aveva affermato con enfasi che la Russia non avrebbe più potuto “guadagnare miliardi con il nostro sangue“. In realtà, l’Ucraina sembra ben attenta a non minare il proprio ruolo strategico come partner energetico per l’Europa, anche solo come fornitore di stoccaggio del gas e/o come gestore del gasdotto. Ancora una volta, “Business first!”

La guerra e lo scudo ucraino

Per tentare di comprendere appieno quanto avviene oggi intorno all’Ucraina, il processo di pace e i possibili futuri sviluppi, è indispensabile ‘riavvolgere il nastro’ – come si sarebbe detto un tempo – e riandare al 24 febbraio 2022, a poche ore dall’invasione dell’Ucraina. Nel discorso alla nazione con cui annuncia la cosiddetta ‘operazione speciale’, Vladimir Putin afferma che la Russia non può più tollerare l’accerchiamento della NATO e che intende liberare l’Ucraina dai nazisti. Ma, come sottolinea Giuseppe Sabella nel suo La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino,

«l’obiettivo vero di Putin è quello che i geologi chiamano ‘lo scudo ucraino’: si tratta di quella Terra di mezzo compresa tra i fiumi Nistro e Bug, che si estende fino alle rive del Mar d’Azov nel sud del Donbas. L’area totale è di circa 250 mila chilometri quadrati. In termini di potenziale di risorse minerali generali, lo scudo ucraino non ha praticamente parità in Europa e nel mondo.» 

Putin vuole avvicinare Mosca a Pechino perché ha capito che, in particolare con l’Europa, gli affari si ridurranno. Suo obiettivo – spiega ancora Sabella – è fare della Federazione Russa il più importante fornitore di materie prime della ‘fabbrica del mondo’, la Cina. Per questo Putin ambisce alla conquista dello ‘scudo ucraino’. Con ogni mezzo. Ma, come registra la recente cronaca internazionale, non è certo il solo: la ricchezza mineraria non sfruttata dell’Ucraina – che si stima comprenda il 5% delle risorse minerarie totali del mondo, presenti in circa 20.000 giacimenti – è diventata oggi strumento della geopolitica ‘muscolare’ di Trump, camuffata da ‘operazione speciale’ di peacekeeping.

Non si tratta solo delle ormai celebri ‘terre rare’ (su cui torneremo in seguito), ma anche di titanio, litio, uranio, manganese, nichel, cobalto… Prima dell’invasione su vasta scala della Russia, 3.055 di questi giacimenti (15%) erano attivi. I dati anteguerra del Ministero dell’Economia ucraino indicano, per esempio, che le soleesportazioni di titanio generavano 500 milioni di dollari all’anno, una cifra che già allora si stimava potesse triplicare con tecniche di estrazione moderne e un accesso stabile al mercato. Risorse assai appetibili, dunque, anche se in parte – per ora – solo potenziali. Minerali strategici su cui l’Unione europea stessa, ma anche Cina e Australia, avevano già manifestato interesse ben prima della guerra, in totale cooperazione con il governo ucraino però. A differenza di Putin e Trump.

Tra i minerali strategici, un altro esempio promettente è quello del litio: si stima che il paese ne abbia nelle sue viscere 500 mila tonnellate, ovvero circa il 3% delle riserve totali globali. Alcuni grandi giacimenti di questo minerale sono stati scoperti proprio poco prima dell’invasione. A novembre del 2021, la società australiana European Lithium aveva dichiarato di essere vicina ad assicurarsi i diritti su due promettenti giacimenti di litio nella regione di Donetsk (Ucraina orientale) e a Kirovograd, al centro del paese. Nello stesso periodo, anche la cinese Chengxin Lithium partecipava a un’asta del governo ucraino per acquisire i diritti di sfruttamento su altri due importanti siti. Intenzione dichiarata dell’azienda cinese: “Mettere un piede nell’industria europea del litio”. Oggi il 25% del litio ucraino si troverebbe nelle zone orientali occupate dai russi.

Come vedremo meglio in seguito, gli Stati Uniti stanno tentando di ridurre la propria dipendenza dalla Cina, fornitore dominante mondiale di materie prime strategiche: si stima che tra il 2019 e il 2022 gli USA abbiano importato più del 95% delle terre rare consumate. Nello stesso periodo, prima della guerra, altre società di investimento cinesi già operavano in Ucraina nel settore minerario. Secondo Francesco D’Arrigo, direttore dell’Istituto Italiano di Studi Strategici

“Niccolò Machiavelli”,

«Il dominio della Cina nella produzione di terre rare, sostenuto da decenni di investimenti strategici e da standard normativi poco rigorosi, avevano permesso a Pechino di accreditarsi come un interlocutore silenzioso nell’economia delle risorse ucraine prima dell’invasione russa, ed il recente intervento occidentale a difesa dell’Ucraina ha completamente cancellato queste ambizioni.»

Col senno di poi, oggi si capisce come le cospicue risorse minerarie, assieme all’importante rete di gasdotti che attraversano il paese, abbiano nutrito sia le legittime speranze di riscatto di Kyiv, sia gli appetiti di nemici e alleati.

Trump, Putin e gli altri: la grande spartizione

L’interesse per le ricchezze minerarie dell’Ucraina è sia economico che geopolitico. Il sottosuolo del paese è ricco infatti di ‘minerali critici’, cruciali per la transizione verde e digitale e – più in generale – per  l’industria manifatturiera ad alta tecnologia e per i sistemi di difesa avanzati. Gli Stati Uniti ne designano circa cinquanta. L’Unione Europea ha classificato come strategici, 34 minerali, 22 dei quali presenti nelle miniere ucraine. Tra questi, cospicue riserve di titanio e significativi depositi di litio, uranio, manganese, grafite… Potenzialmente l’Ucraina potrebbe dunque garantire all’Occidente un’importante, nuova filiera di approvvigionamento, ma lo sfruttamento delle sue risorse richiede la fine della guerra e la risoluzione di sfide logistiche, finanziarie e di sicurezza.

Il conflitto, infatti, ha bloccato l’industria estrattiva, distrutto infrastrutture, costretto al reclutamento e trasferito la manodopera qualificata, interrompendo così le catene di approvvigionamento pregresse. Secondo le stime del think-tank ucraino We Build Ukraine e dell’Istituto nazionale di studi strategici, che citano dati fino alla prima metà del 2024, circa il 40% delle risorse metalliche dell’Ucraina è ora sotto l’occupazione russa (compresi due importanti siti di litio a Donetsk e Zaporizhzhya). Presto o tardi, la transizione verde incrementerà notevolmente la domanda di materie come il litio e il cobalto, vitali per la produzione di batterie e motori elettrici. Goldman Sachs prevede che entro il 2030 il 72% delle vendite di nuovi veicoli nella UE e il 50% negli Stati Uniti saranno elettrici. Di conseguenza, la domanda di litio nella sola UE potrebbe aumentare fino a 21 volte rispetto ai livelli del 2020. Il tutto a fronte di una capacità mineraria interna che rimane limitata e costringe gli Stati membri a dipendere fortemente dalle importazioni.

L’ingresso dell’Ucraina nell’ERMA (European Raw Materials Alliance), nel luglio 2021, ha saldato una forte cooperazione tra Unione Europea e Ucraina, consentendo una più stretta integrazione nel mercato delle materie prime critiche. Ciò, assicura vantaggi reciproci, in particolare nell’identificazione e gestione di joint-venture tra attori industriali e investitori. ll primo dei progetti realizzati concretamente, già nel 2021, è stata la creazione di una mappa interattiva online, grazie alla quale vengono individuati e localizzati tutti i minerali strategici ucraini. L’applicazione fornisce dati su licenze, depositi ed eventi minerari riguardanti mille siti. Kyiv sta oggi ulteriormente sviluppando tale piattaforma virtuale, accessibile alle aziende globali, per facilitare la ricostruzione postbellica del paese. Tutto ciò ha, certamente, giocato un ruolo rilevante nel portare la UE, il 21 giugno 2024, ad aprire i negoziati per permettere all’Ucraina di divenire membro dell’Unione (Accession country).

La Commissione Europea ha riconosciuto l’Ucraina come importante fornitore globale di titanio e come potenziale fonte di approvvigionamento dell’UE per oltre 20 materie prime critiche. In tale contesto, nel 2023 è stata lanciata unapartnership strategica  per integrare la fornitura di materie prime ucraine nella emergente catena di approvvigionamento delle batterie. Una conferma della rilevanza di tale cooperazione si è avuta il 25 febbraio scorso quando Stéphane Séjourné, Commissario europeo per la Strategia industriale, ha dichiarato di aver presentato la proposta della UE sulle terre rare ai funzionari ucraini, incontrati a Kyiv durante una visita della Commissione europea per celebrare il terzo anniversario dell’invasione su vasta scala della Russia: “Si tratta di una situazione win-win.” – ha affermato il Commissario – “Il valore aggiunto offerto dall’Europa è che non chiederemo mai un accordo che non sia reciprocamente vantaggioso.”

Ogni riferimento a persone esistenti, o a fatti realmente accaduti – ςa va sans dire – NON è puramente casuale. Poco dopo il ritorno di Donald Trump alla presidenza, infatti, la discussione sulla guerra in Ucraina e sulle prospettive di pacificazione si è di fatto spostata sullo sfruttamento dei minerali critici e, in particolare,delle terre rare ucraine. Dall’entusiasmo iniziale, i toni di Trump hanno via-via virato in direzione del ricatto, piuttosto che dell’accordo win-win. Kyiv aveva infattiproposto le proprie risorse, sperando di ricevere in cambio sia denaro per la ripresa economica che garanzie di sicurezza da parte degli USA. Da Trump per ora ha invece ottenuto solo la sospensione degli aiuti militari e di intelligence. Dal canto suo, Putin ha risposto entrando a gamba tesa tra i due litiganti con una controproposta: candidandosi come miglior partner nel deal con Trump, ha sottolineato che Mosca ha “risorse significativamente maggiori” dell’Ucraina, comprese quelle – ha lasciato provocatoriamente intendere – delle regioni ucraine che ha annesso.

Per molte ragioni, tuttavia, l’attuazione di qualsiasi accordo in questo settore è in pratica impossibile fino a quando non si raggiunga una pace stabile e duratura. L’estrazione e la lavorazione delle terre rare, infatti, è un processo ad alta intensità di capitale, che richiede almeno 500-700 milioni di dollari di investimento iniziale, senza tenere conto dei costi delle attività associate.

Le terre rare, inoltre, si trovano solo come minerali complessi multicomponente, molto difficili da separare. Il processo richiede tecnologie specifiche, in cui quasi nessuno – tranne la Cina – ha investito negli ultimi trent’anni.

L’estrazione di terre rare, infine, può causare gravi danni ambientali. Bayan Obo, nella regione cinese della Mongolia interna, è il più grande giacimento del mondo ed è anche uno dei luoghi più inquinati della Terra. Dati gli evidenti costi sociali di tale inquinamento, fino a oggi era quasi impossibile sviluppare queste industrie nelle democrazie occidentali. Solo recentemente si sono sviluppate tecnologie relativamente pulite, forse applicabili in ecosistemi a minore rischio.

Anche se si riuscisse in qualche modo a raggiungere un accordo di pace, ci saranno ancora molti problemi nel breve e lungo termine. L’estrazione e la lavorazione delle terre rare è, infatti, estremamente dispendiosa in termini di energia. Nei tre anni di guerra, come abbiamo visto, le infrastrutture energetiche ucraine sono state decimate. Ogni progetto richiederebbe la costruzione o il ripristino di una propria centrale elettrica, il che farebbe aumentare ulteriormente i costi. Molto difficile, sia per gli ucraini che per i russi, essere all’altezza di una tale sfida.

Vladimir Putin ha dichiarato che Mosca è pronta a lavorare con le aziende americane nei giacimenti di terre rare sia in Russia che nelle parti dell’Ucraina occupata. L’accordo con la Russia, tuttavia, comporterebbe problemi apparentemente insormontabili: gli Stati Uniti potrebbero in teoria investire in giacimenti russi lontani dalle linee del fronte, ma ciò solleverebbe immediatamente interrogativi sull’accessibilità (sono molto lontani dalle principali rotte commerciali), sul ricorso alla tecnologia (sono tutti attualmente sotto sanzioni) e, soprattutto, sui diritti di proprietà.

La proposta di Putin equivale anche a pugnalare alle spalle Pechino. Xi Jinping potrebbe aversene a male, dopo il ruolo chiave svolto da Pechino nella stabilizzazione dell’economia russa durante la guerra. Inoltre, il dominio della Cina nella produzione di terre rare, sostenuto da decenni di investimenti strategici e da standard normativi poco rigorosi, avevano permesso a Pechino – come abbiamo già visto – di accreditarsi come interlocutore silenzioso nell’economia delle risorse ucraine prima dell’invasione russa. Questa, e il conseguente intervento occidentale a difesa dell’Ucraina, hanno completamente cancellato le ambizioni del Dragone.

La Cina, alleato strategico della Federazione Russa, accetterà il riallineamento minerario guidato dagli Stati Uniti e dalla Russia stessa in Ucraina, o metterà in atto ritorsioni economiche, tattiche ibride e contromisure alternative per contrastarlo?

Un nuovo ordine globale

Ciò che sta accadendo in Ucraina (e intorno a essa) è paradigmatico di un nuovo approccio alla geopolitica. Quella che si sta disputando intorno a noi, infatti, è la delicatissima partita per un nuovo ordine globale. A muovere i giochi è un intreccio di interessi colossali, spesso in conflitto tra di loro. Il quadro è, al momento, assai confuso ma già si delineano almeno due tendenze.

Da una parte, la ‘geopolitica muscolare’ di Putin e Trump, dove a guidare le relazioni internazionali e la politica estera sono gli affari. Gli interessi della nazione e quelli personali del leader coincidono perfettamente. Emergono, in altre parole, varie forme di autocrazia (o di ‘democrazia post-liberale’, a bassa intensità, se si preferisce) predatoria, imperialista, colonialista, sessista, negazionista della crisi climatica e molto, molto attenta a monetizzare profitti ed eventuali perdite nel più breve termine possibile. Business First!

Dall’altra, la ‘geopolitica cooperativa’, democratica, solidale, femminista, ambientalista. Una galassia frammentata – e certo non priva di contraddizioni – che intende difendere con ogni mezzo la democrazia (per quanto imperfetta possa essere) e il diritto dei popoli all’autodeterminazione. E che, ςa va sans dire, si è da subito mobilitata in difesa dell’Ucraina contro il suo invasore.

L’Unione Europea, dal canto suo, si trova pericolosamente in mezzo al guado. E non da oggi. Prima del conflitto, ha permesso a Putin/Gazprom di usare l’avidità di pochi come cavallo di Troia per destabilizzare il continente, incapace di vigilare e resistere ai voraci appetiti domestici per il gas russo a basso prezzo (Germania e Italia, tra i migliori clienti). In seguito, attraverso coraggiose politiche per la decarbonizzazione come il Green Deal, la UE ha tentato di contrastare la dipendenza dai fossili russi. Queste politiche però non hanno resistito al conflitto: le scomposte reazioni dei 27 alla vampata dei prezzi energetici, infatti, ha portato la Commissione a cedere alle pressioni di alcuni governi, a loro volta incalzati dalle lobby dei fossili. Con il Clean Industrial Deal, vengono di fatto depotenziati il Green Deal e quel ‘Fit for 55’, che tanto avevano spaventato il Cremlino. La UE, da apripista della transizione energetica, è ora a rimorchio dei paladini degli ultimi profitti dei combustibili fossili. Putin/Gazprom ringraziano, immaginiamo.Business First!

Tre anni di guerra sono lunghi e spossanti. Fatto salvo il carico di dolore per le vite perdute (umane e non), le distruzioni, la devastazione ambientale, lo spreco di risorse che qualsiasi guerra porta con sé, Zelensky si trova anche a dover fronteggiare il teatrino indecente che le potenze stanno giocando per spartirsi i famosi ‘materiali critici’ di cui il mondo ha un disperato bisogno per la transizione energetica e digitale, certo, ma anche – non dimentichiamolo – per i sistemi avanzati di difesa. Alla corsa per la ‘Grande spartizione’ partecipano in parecchi.

Alcuni, come Trump e Putin, non hanno pudori a usare la forza. Coercizione e ricatto rappresentano soltanto un ‘metodo negoziale’ come un altro. L’importante è concludere il deal. Presto e bene (per loro, naturalmente). Altri, come la UE e come la Cina (per ora sottotraccia) preferiscono la cooperazione ed evocano progetti win-win.

In questo contesto, non stupisce che Zelensky abbia scelto di portare avanti una specie di ‘gioco del Monopoli’ tentando di tenersi in equilibrio tra i vari contendenti. Prima salvare la pelle, poi si vedrà. Legittimo, no? Anche a costo di unirsi allo strano silenzio di tutti i convitati su un processo di sfruttamento delle terre rare in gran parte inesistente e ancora tutto da costruire. O evitare ogni riferimento a investimenti di capitale così ingenti da far tremare i polsi a chiunque (americani inclusi). O, ancora, tacere sui tempi lunghi di messa a punto di quelle nuove tecnologie di raffinazione meno inquinanti e più performanti, indispensabili in un paese come l’Ucraina, densamente popolata e al centro dell’Europa. Ma, si sa… Business First! 

*Marco Loprieno è stato funzionario per 27 anni della Commissione UE, di cui 19 passati a lavorare sulle politiche per il Clima sia in Europa ma anche, negli ultimi 10 anni, in Asia (Cina, Taiwan, Corea del Sud, Giappone)

Nel’immagine: Ucraina, terre rare e minerali critici


I dazi Usa affossano l’auto su entrambi i lati dell’Atlantico

 

Di Anna Maria Merlo, il manifesto

La sola certezza è che cresce l’incertezza economica in tutto il mondo, con il rischio di conseguenze gravi per l’occupazione e il benessere delle società. L’ultimo attacco al multilateralismo da parte di Donald Trump è l’annuncio di una sovrattassa alle frontiere del 25% per “tutte” le importazioni di auto, veicoli, camion non fabbricati negli Usa «in vigore dal 2 aprile, cominciamo a incassare il 3» poi, nel giro al massimo di un mese, i dazi verranno imposti anche a tutta la componentistica auto. Un 25% che si aggiunge ai dazi già esistenti, per l’export Ue si va al 27,5%, mentre «se costruite la vostra auto negli Usa, non ci sono dazi». E il 2 aprile è anche «il giorno della liberazione» per Trump, con la messa in atto dei «dazi reciproci» per tutti, l’occhio per occhio del commercio internazionale, tariffe doganali eguali a quelle imposte dagli altri, per tassare «i paesi che ci rubano posti di lavoro, le nostre ricchezze», che «ci hanno rubato molto, amici come nemici, e francamente sovente gli amici sono peggio dei nemici» (la Ue nata «per fregare» gli Usa).

I TITOLI delle case automobilistiche – straniere ma anche statunitensi – hanno sofferto ieri in borsa. Queste minacce di dazi «fanno pesare un’incertezza importante sulle previsioni di crescita», afferma il ministro francese dell’Economia, Eric Lombard. Persino il presidente della Fed, Jerome Powell, ha sottolineato un clima di incertezza «estremamente alto». Il colpo è pesante: gli Usa importano la metà delle auto vendute, per un valore nel 2024 di 214 miliardi. La mossa rischia un effetto inflazionistico, gravando sui prezzi, gli Usa aspettano 100 miliardi di entrate per i dazi. L’attacco, che mira alla Cina (125% di dazi), torna a colpire il Messico, da cui proviene il 16,2% delle auto vendute negli Usa, perché molti costruttori hanno delocalizzato per approfittare del costo del lavoro più basso.

I COSTRUTTORI USA, che hanno espresso subito preoccupazione, hanno ottenuto che i dazi vengano imposti solo sul prodotto finito e limitatamente alla parte non made in Usa, evitando una tassazione a ogni movimento delle componenti. Persino Elon Musk giudica un effetto «non trascurabile» sui costi per la Tesla (ma è penalizzato meno dei concorrenti). Corea del Sud e Giappone contano rispettivamente per l’8,6% e l’8,2% sul mercato Usa. Il Giappone ha reagito annunciando ritorsioni con «misure appropriate, valutiamo tutte le opzioni». La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha reagito mercoledì notte, all’annuncio di Trump: «Siamo profondamente dispiaciuti dalla decisione Usa» e ha ricordato una volta di più che «i dazi sono tasse nefaste per le imprese e ancora di più per i consumatori, sia negli Usa che nell’Ue». Ma ha aggiunto: «L’Ue continuerà a cercare soluzioni negoziate, preservando i propri interessi economici».

EMMANUEL MACRON spera che Trump «annulli la decisione sui dazi», un «paradosso dove i principali alleati Usa sono i più tassati». La Ue, che in un primo tempo aveva annunciato ritorsioni in due tempi ad aprile, dopo la decisione di alzare dal 12 marzo i dazi su alluminio e acciaio al 25%, ha rimandato la decisione a metà mese: la ripresa della lunga lista di prodotti Usa da colpire, già redatta come reazione ai dazi della prima amministrazione Trump, sta suscitando tensioni in particolare sul bourbon, che ha suscitato la minaccia di Trump di imporre diritti doganali al 200% per vino e alcolici europei, gettando nel panico soprattutto francesi e italiani. La Ue nel 2024 ha esportato 750mila auto negli Usa, per 38,5 miliardi.

LA GERMANIA è il paese più colpito, esporta per il 2,7% sul mercato Usa, che è il suo principale cliente: un export di 24 miliardi. Segue la Slovacchia (dove hanno delocalizzato costruttori tedeschi) con 6 miliardi, poi Italia e Svezia con 4 miliardi ognuna, per la Francia sono solo 600 milioni. I costruttori tedeschi parlano di «segnale fatale» per la loro industria, Berlino chiede alla Ue una «risposta decisa». La Ue cerca una reazione coordinata con il Canada, che esporta per il 7,2% del mercato auto Usa. Trump minaccia «dazi su grande scala» se la Ue «lavora con il Canada a nuocere all’economia Usa». L’arma fatale della Ue sarebbe colpire i servizi, dove gli Usa sono in attivo di 109 miliardi (al contrario del passivo sui beni, 157 miliardi), ma Bruxelles esita persino a far rispettare le regole del Digital Services Act e multare i trasgressori Usa (Musk in testa).

Nell’immagine: Stoccarda, container nel porto


«Vogliamo vivere»L’Intifada delle famiglie palestinesi contro Hamas

 

Di Roberto Sajeva, Linkiesta.it

Il 25 marzo è stato diffuso un documento, carta intestata “Stato di Palestina – Famiglie e clan dei governatorati meridionali della Striscia di Gaza”. È un appello per una intifada shaʿbiyya, un’intifada popolare, contro Hamas. Nel testo leggiamo: «Hamas deve subito lasciare la presa su Gaza» e che l’assedio subito sarebbe causato da «decisioni che non ci rappresentano». «Gaza non è ostaggio di nessuno. Gaza sarà liberata dalla volontà del suo popolo».

Con diversi gradi di formalità e diffusione, sono tante le simili prese di posizione (anche video, guardando in faccia gli obiettivi) che stanno circolando per ora nella Striscia. Anche i clan di Shujaiya, un grande e antico quartiere di Gaza (tra i più distrutti) e teatro di numerose battaglie contro gli israeliani, hanno diffuso una propria dichiarazione indirizzata al «libero popolo di Gaza» e ai «figli della resistente Shujaiya». Un appello per una manifestazione per la fine del controllo di Hamas, contro la «speculazione» di Hamas. «Gaza non appartiene a una fazione o a un gruppo, Gaza appartiene a tutti i suoi abitanti, e da oggi non taceremo più».

Ma cosa si intende per famiglia palestinese? Si tratta di una variante tribale, da intendersi non come un insulto ma come una forma organizzativa nobilissima, capace di adattarsi alla modernità (come dimostrano gli Emirati Arabi Uniti). Le famiglie palestinesi sono strutture allargate, a cui si appartiene per parentela acquisita con il lignaggio principale, per associazione o per clientela. Appartengono a sistemi di autorità corporativa e leadership territoriali: spesso si spartiscono ambiti economici, civili o religiosi (considerando che il clero musulmano è costituito principalmente da giurisperiti e giureconsulti, assimilabili a magistrature).

Le famiglie palestinesi non si distinguono molto dalle altre realtà tribali del Levante Meridionale, se non per la particolare arretratezza della Palestina storica rispetto al contesto della Grande Siria. In Palestina, come nel resto del mondo arabo, le famiglie tribali rappresentano il principale motore storico, spesso ignorando i confini tracciati da mano coloniale dopo la fine dell’Impero Ottomano. Basti pensare alla dinastia hashemita, posta dagli inglesi a capo di gran parte del mandato di Palestina (la Giordania), o alle famiglie arabo-cristiane come i Khoury (rilevanti nella diaspora libanese), fino agli Husayni e ai Nashashibi (le più influenti durante il mandato britannico in Palestina).

In particolare, gli Husayni (parte degli Yaman, confederazione tribale dell’Arabia meridionale), stabilitisi a Gerusalemme nel XVIII secolo, annoverano tra i propri membri sindaci e gran muftì della Città Santa. Il più noto è Amin al-Husayni, alleato di Hitler durante la Seconda guerra mondiale e poi leader palestinese nella prima guerra contro Israele. Oggi tra i membri più noti troviamo Leila Shahid (diplomatica che ha rappresentato la Palestina presso l’Unione Europea, la Francia, l’Irlanda) e Raphiq (già dirigente dell’Olp, dell’Anp e della Fondazione Yasser Arafat).

Con la nascita dell’Autorità nazionale palestinese, i clan sono stati cooptati per legittimare le nuove istituzioni, ma ciò ha innescato anche un circolo vizioso di clientelismo e corruzione, con una forte influenza clanica sull’amministrazione dei servizi pubblici. Durante le intifade, i clan di Gaza si sono trasformati in partiti armati, contribuendo al collasso dell’Anp e spianando la strada a Hamas. Quest’ultima, prima ancora di essere una forza militare, si era configurata come una sorta di associazione di promozione sociale, ispirata al modello dei Fratelli Musulmani.

Dopo la presa del potere, Hamas tentò di imporsi sui clan, ma trovò resistenze insormontabili. Le famiglie palestinesi, rimaste armate, continuarono a proporre se stesse come garanti dell’ordine, occupandosi della risoluzione di faide e dispute attraverso comitati di riconciliazione fondati sull’Urf (diritto consuetudinario). Hamas, per evitare che al-Fatah continuasse a infiltrarsi a Gaza tramite le famiglie, e come unica via non solo per convivere ma anche per convergere strategicamente con esse, decise di coinvolgerle nei meccanismi di governance e negli affari, a partire dalla gestione degli aiuti umanitari.

Tuttavia, mancava un’organizzazione strutturata di questo dissenso. Quella parte di società civile embrionale non troppo collusa col regime, faceva troppa fatica a farsi strada e molti fuochi di paglia sono stati soppressi immediatamente. Ora, sono proprio le famiglie a mobilitarsi apertamente. Hamas fa più fatica a contenerle, soprattutto perché mobilitando molte persone dovrebbero intervenire con forze numerose all’aperto, divenendo facili bersagli dell’esercito israeliano.

Un esempio emblematico è il clan Doghmush, una delle famiglie più importanti della Palestina. Di origine turca, stabilitasi a Gaza nei primi anni del XX secolo, ha il suo centro di potere nella città di Gaza. Dopo aver inizialmente collaborato con Hamas nel rapimento di Gilad Shalit (2006), il clan ruppe i legami con il movimento, rifiutandosi di consegnare il soldato e intraprendendo una sanguinosa lotta intestina. Portarono avanti attività criminali autonome, come il rapimento del giornalista della Bbc Alan Johnston.

Nel marzo 2024, nel pieno della guerra, è stato ucciso (giustiziato?) Saleh Doghmush, leader del clan, accusato di tradimento. Non è ancora stato chiarito se (e quanto) avesse collaborato con Israele o se avesse semplicemente preso iniziativa nella gestione degli aiuti, rompendo la cinica strategia di Hamas. Il Consiglio della Famiglia ha dichiarato Saleh martire per mano israeliana, includendolo così nel conteggio delle vittime, e si è successivamente riallineato con Hamas. Alla luce degli ultimi sviluppi, resta da capire quale sarà la loro prossima mossa e se non smentirà anche quella.

La sospensione dei combattimenti, settimane in cui i miliziani di Hamas erano riemersi dai tunnel con intonse divise lucenti, aveva inizialmente galvanizzato parte della popolazione. Tuttavia, il fallimento dei negoziati, la tiepida solidarietà araba, le esternazioni di Donald Trump e la ripresa delle ostilità hanno ulteriormente minato la credibilità di Hamas.

L’agenzia di stampa Shehab, principale strumento di propaganda di Hamas (già censurata dai media occidentali e dall’Anp), aveva inizialmente ignorato le manifestazioni. Poi ha cercato di screditarle, definendole frutto del collaborazionismo filo-israeliano e parte della rete di “Avichay Adraee”, responsabile della comunicazione in arabo per le Forze di Difesa Israeliane.

Fallita questa strategia, Hamas ha tentato ora di rivendicare la gestione delle manifestazioni, cercando di metterci il cappello. Il movimento attorno al quale si stanno aggregando le famiglie è chiamato “Badna Naish” (“vogliamo vivere”), e ha trovato nuova forza nelle dichiarazioni dell’Anp, che nei giorni scorsi ha chiesto formalmente e senza ambiguità la resa di Hamas. Dopo consultazioni con Russia e Cina, da cui non sono arrivate garanzie dignitose, la vecchia classe dirigente della Cisgiordania ha accettato la cosiddetta Via del Cotone come cornice strategica per riequilibrare la questione palestinese.

Fatah sta diffondendo in queste ore video di grandi cortei a Shajaiya, Deir al-Balah e altrove, in cui i manifestanti gridano «Per amor di Dio, vattene Hamas». A Beit Lahiya, nel nord della Striscia, si è sentito anche lo slogan “Hamas irhābiyya”, ovvero “Hamas è terrorista”. Molti slogan criticano anche l’informazione, in particolare Al Jazeera, accusata di non coprire il dissenso. L’emittente qatariota è incorsa nella censura anche dell’Anp, probabilmente per incompatibilità tra la loro interpretazione dei fatti e la propria agenda politica e diplomatica.

Nei giorni precedenti le manifestazioni, Israele ha iniziato a lanciare sugli sfollati volantini insoliti. Oltre ai consueti appelli alla cooperazione per la liberazione degli ostaggi (finora senza risultati significativi), è stato menzionato il piano di Trump per evacuare i palestinesi. Una minaccia concreta, che ha spinto l’Anp e clan ad attivarsi. Tuttavia, per ottenere reale credibilità, gli appelli per la resa di Hamas dovrebbero forse includere anche la richiesta di rilascio degli ostaggi israeliani. La concretezza, in politica, conta molto.

L’errore principale di tutte le parti coinvolte nel conflitto israelo-palestinese è stato sempre quello di pensare che il tempo giocasse a proprio favore. Hamas, in particolare, abituata al deus ex machinadiplomatico e alla copertura dell’opinione pubblica internazionale sotto l’egida degli ayatollah, ha finito per scavare una fossa profonda per il proprio popolo.

Si spera che i clan riescano a innescare questa intifada popolare per rovesciare o almeno ridimensionare Hamas. Dopo la guerra, inevitabilmente, questi clan dovranno decidere se continuare a essere un fattore di disunità e arretratezza per la società palestinese, oppure se diventare strumenti di una palingenesi statuale. Magari in forma di Emirati Palestinesi Uniti: forse l’unica ipotesi di autonomia statale che, col tempo, Israele potrebbe accettare.


Gaza eterna