

Di Ezio Mauro, La Repubblica
C’è un luogo dove la politica finisce, la diplomazia si arena, la storia si arresta: incredibilmente è lo studio ovale della Casa Bianca, concepito come la sede dell’esercizio del potere al servizio della libertà e ora trasformato da Donald Trump nel set dell’ultimo reality: la mortificazione della vittima, con Volodymyr Zelensky osteggiato per essersi difeso, criticato perché ha combattuto, deriso quando ha perso, umiliato dopo essere stato tradito e infine messo alla porta come un lacchè ribelle per aver rifiutato di firmare il suicidio del suo Paese, alzando la bandiera bianca.
Gli storici ricorderanno che Europa e America si sono separate proprio qui, sul concetto di resa che il presidente americano voleva imporre all’Ucraina liquidata come terzo incomodo nel dialogo imperiale con Putin, e che Zelensky ha respinto in nome della sovranità residua del suo Paese e del diritto-dovere della storia di distinguere tra l’aggressore e la vittima.
C’è un incomprensibile timore occidentale nel colpevole ritardo con cui fatichiamo a dare un nome alle cose che avvengono, come se il rifiuto di nominarle e di giudicarle servisse a esorcizzarle o almeno a depotenziarne la carica sovversiva, riducendo il peso delle nostre responsabilità.
Si è preferito non vedere, si è fatto finta di non capire, si è rifiutato di prendere atto che nel cuore della mutazione repubblicana nasceva la feroce spinta anti-sistema di una destra estrema vendicatrice, che non si contrapponeva più soltanto alla sinistra, ma intendeva regolare i conti del secolo con la democrazia.
Qui siamo. Il flusso della storia e il corso del progresso si paralizzano ed esplodono in un corto-circuito spettacolare, con il capo della più grande democrazia del mondo che comprime la libertà della vittima numero 1 del sopruso imperialista, al servizio del potere occupante amnistiato di tutte le sue colpe, e nuovo partner della prossima spartizione del mondo.
Nella cieca pedagogia della sua potenza e nella violenta propaganda della nuova sovranità che non conosce limiti, Trump ci ha trasmesso anche lo script stupefacente dell’incontro alla Casa Bianca con Zelensky, parole e immagini di un play funebre della democrazia, un impianto quasi teatrale per la scenografia di un agguato personale, di una limitazione della libertà, di una costrizione politica che tra dieci anni verrà replicato nelle scuole per spiegare dal vivo come muore un sistema, nella sua metamorfosi apparentemente legale.
Quell’uomo deriso per i suoi vestiti da guerra, preso in mezzo dal capo dell’alleanza che dovrebbe difenderlo e dal suo vice avventizio zelante, additato come poco intelligente perché non vuole accettare l’imposizione di un accordo deciso da altri, accusato di essere impreparato di fronte all’incandescenza redentrice della nuova realtà, appare clamorosamente solo, isolato, abbandonato: precisamente per la nostra pavidità di occidentali, ma soprattutto per la nostra incapacità di europei di vedere che al suo posto nel processo alla libertà inscenato dal potere ci siamo anche noi, come coro muto di un continente che persino nell’emergenza estrema non è in grado di trasformare il deposito della sua storia in politica corrente.
E tuttavia non c’è alcun dubbio che proprio in quel momento e in quella minorità politica ed esistenziale, Zelensky rappresenta qualcosa di infinitamente più grande di se stesso e testimonia il significato generale di quanto sta accadendo. È il singolo, disarmato e ostinato, irriso e tuttavia testardo, a cui spetta il compito di toccare con il dito la realtà delle cose, e di mostrarcela oltre l’inganno sovrano delle parole che la mimetizzano.
È la prova che in America non siamo davanti a un semplice cambio di governo, magari avventuroso ma dentro i canoni sperimentati e garantiti della repubblica: stiamo invece vivendo le doglie di un cambio di regime, con la destra estrema che non si accontenta di aver vinto ma vuole fuoruscire dal sistema, attraverso una rottura dell’equilibrio costituzionale e dell’ordine internazionale.
Come nella tragedia greca è già in scena la vittima, figura che la storia americana non ha elaborato, proiettata com’è sempre stata sull’eroe, la frontiera, la conquista, il progresso, sulla reazione più che sul dolore; mentre la tradizione culturale europea è profondamente segnata dalla cultura della vittima, dal cristianesimo alla letteratura, alla stessa politica.
Ecco perché l’Europa non può non vedere che la vittima è il suo modo di vivere, è la democrazia. Chi non avverte la necessità di difendere il sistema, le istituzioni, la costruzione europea, dovrebbe avvertire almeno l’urgenza di difendere questo costume democratico diffuso che regola e libera i nostri piccoli gesti quotidiani, nel riconoscimento reciproco del vivere insieme. Il momento è questo, quando la democrazia avvelena se stessa. Davvero, è ora di denunciare che c’è della follia in questo metodo.
Di Anna Foa, La Stampa
C’è un’immagine in cui Trump e Putin si danno la mano allungando smisuratamente le braccia nello spazio. Uno spazio che allude anche alla nostra piccola Europa, stretta fra i due colossi. Gli Stati Uniti e la Russia si sono infatti alleati contro l’Europa, la sua economia, la sua politica e i suoi valori. Venerdì il tycoon ha cacciato Zelensky dalla Casa Bianca insultandolo. Giorni fa aveva sostenuto, rovesciando tutte le verità storiche, che l’Ucraina aveva attaccato la Russia. Il mondo stupefatto guarda alla demolizione di tutto ciò in cui crede, la differenza fra il vero e il falso in primo luogo. In questa ultima incredibile vicenda, Trump ha anche, come è stato detto da Gabriele Segre su queste pagine, demolito l’arte della diplomazia, una pratica inventata nel Rinascimento italiano che da secoli ha impedito l’uso esclusivo della forza bruta.
L’Europa reagisce e i prossimi, vicinissimi vertici europei si accingono a dare una risposta all’attacco degli Usa e a ridisegnare gli equilibri europei. L’ultima volta in cui questi equilibri sono stati integralmente ridisegnati è stato alla Conferenza di Yalta, nel febbraio 1945, ottant’anni fa. La guerra non era ancora finita e i leader delle potenze vincitrici si riunirono a Yalta in Crimea per decidere del futuro del continente. Più di cinque anni di guerra lo avevano distrutto, era ridotto a un continente selvaggio, percorso in tutti i sensi da centinaia di migliaia di profughi in cerca di una casa. Stalin, Churchill, Roosevelt non avevano certo le stesse idee sul futuro dell’Europa, ma gli accordi si fanno sui compromessi. Subito dopo scoppiò la guerra fredda, ma la spartizione dell’Europa fra Est e Ovest resse e superò anche la frattura determinata dal 1989 e dalla fine dell’Urss.
Ma quarant’anni di comunismo avevano lasciato profonde conseguenze sull’Europa dell’Est, come ci dice tuttora il richiamo implicito di Putin alla ricostituzione della vecchia Urss, per non parlare dell’esito delle elezioni tedesche con l’alta percentuale di neonazisti nell’ex Ddr. Mentre in Occidente si costituiva una memoria della guerra e della Shoah che era volta anche ad erigere barriere in Europa contro razzismi e antisemitismi, all’Est, in particolare in Russia, la memoria del gulag non si è mai elaborata, anche perché avversata dai governi anche dopo l’89. Difficile quindi una ricostruzione unitaria dell’Europa e dei suoi valori democratici dopo il 1989.
Ora la Russia dello zar Putin ha stretto alleanza con il nuovo presidente degli Usa, in primis contro l’Unione europea, accusata da Trump, in barba a qualsiasi dato storico, di essere stata costruita contro gli Usa. In realtà, l’Europa è diventata il bersaglio di questa nuova alleanza tra Usa e Russia perché è ancora, nonostante tutto, un insieme di Stati caratterizzati dall’essere democrazie. Almeno in linea di principio, ma i principi sono importanti perché segnano il confine fra il giusto e l’ingiusto.
Difendere l’Europa – anzi trasformarla in una forza attiva, innovativa, capace di agire e non solo di reagire agli attacchi – diventa quindi una sorta di nuova frontiera per tutti, per i politici che nei prossimi giorni prenderanno decisioni importanti per tutti ma anche per tutti noi, che da un crollo o anche solo da una paralisi dell’Europa vedremo nascere autoritarismi, dittature e lutti. Le generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto una guerra terribile e poi la costruzione di un nuovo mondo che si voleva di pace, con strumenti come il diritto internazionale, atti a rendere le guerre meno terribili. Ora tutto questo è in pericolo. Il Manifesto di Ventotene, immaginando l’Europa dal confino fascista, nell’anno più buio della guerra nazista, ha portato nella nostra vecchia Europa speranza e futuro. Riuscirà ora l’Europa a rinascere come una fenice dalle sue ceneri e diventare un’identità comune da salvaguardare e in cui identificarsi? Arriverà il momento in cui, se qualcuno ci chiederà cosa siamo, risponderemo soltanto “europei”? Continuiamo a sperarlo.
Nulla come il vergognoso agguato, organizzato o meno, al presidente Zelensky, trasmesso in mondovisione dalla Sala Ovale della Casa Bianca, ci ha illustrato la sostanza della “pax americana” di Donald Trump: comanda il più forte, e non c’è margine di trattativa o discussione.
E ci ha anche confermato, quel vergognoso assalto verbale, qual sia oggi l’obiettivo immediato dell’America trumpiana: stabilire i termini di un cessate il fuoco in un negoziato diretto ed esclusivo tra Casa Bianca e Cremlino; concedere a quest’ultimo tutti i territori (e forse più) conquistati militarmente in Donbass dall’esercito russo, che oggi controlla un quinto del territorio ucraino; inviare un messaggio di vassallaggio all’Europa impossibilitata e incapace di sostituire la tutela statunitense a Kiev; obiettivo finale, creare le premesse per concordare con Vladimir Putin una “Yalta 2”, cioè una concordata stabilizzazione dell’intera area centro-europea, che corrisponda agli interessi non tanto del vecchio continente bensì delle due “potenze”, come premessa a una collaborazione anche più allargata.
Con lo “zar” di Mosca che (al prezzo di mille morti al giorno) realizzerebbe il sogno spesso ribadito di ri-comporre una piccola parte dell’ex impero sovietico; e con il “tycoon” di Washington che lancerebbe appunto un messaggio politico imperiale all’Europa che sa ormai di non poter più contare sulla decennale difesa della Nato, mentre Trump, accontentando le ambizioni del suo interlocutore russo, spera di inserire un cuneo che divida o indebolisca l’“alleanza senza limiti” fra Mosca e Pechino. Per poi rivolgere alla Cina, il vero competitor militare economico e tecnologico dell’America, le sue preoccupazioni. Pacifiche o belliciste.
È su questa tela di fondo che va collocata la sceneggiata con cui il capo della Casa Bianca, e il suo vice JD Vance (che come avevamo anticipato si sta ritagliando il ruolo non solo di numero due, ma di successore), hanno voluto umiliare pubblicamente l’uomo di Kiev.
Per squalificarlo all’interno dell’America e sul proscenio internazionale; e quel rimprovero “stai giocando con la terza guerra mondiale” era voluto per mettere il presidente ucraino sul Golgota di una responsabilità gigantesca di fronte all’umanità intera. Non solo, dunque, per “aver cominciato la guerra”, come nelle precedenti settimane il presidente americano aveva clamorosamente mentito senza alcun imbarazzo parlando del presidente ucraino in un’intervista. Si è subito detto che un Zelensky nervoso sia caduto nella trappola tesagli dai suoi interlocutori, che non hanno rivolto i loro rimproveri all’ospite una volta ritiratisi dietro le porte dell’ufficio presidenziale, ma, come capitato e visto e sentito mai nella storia americana, trattenendosi a lungo davanti a numerosi ospiti, e soprattutto alla stampa mondiale. Molti osservatori hanno rimproverato al capo di Stato ucraino la mancanza di fair play, di sangue freddo, del silenzio con cui avrebbe potuto ascoltare le bordate e gli ultimatum che gli venivano rivolti, per passare al colloquio dietro le quinte.
Pochi, almeno nei primi commenti, hanno evidenziato invece la dignità del presidente ucraino che, nelle prime ore dell’invasione russa di tre anni fa, aveva rifiutato l’aiuto americano per la fuga dal suo paese negli USA (“non ho bisogno di un taxi”, rispose) e che venerdì, anche perché consapevole che Trump è disposto a concedere a Putin praticamente tutto ciò che vuole (“la pace facile”) ha deciso di non tacere, come troppo spesso accade agli ammutoliti visitatori della Casa Bianca. Meritandosi così una crescita di popolarità nel suo paese e soprattutto il corale apprezzamento dei leader europei, che rinnovano la promessa di non lasciarlo solo. Come, non si sa.
Forse lo si capirà meglio dopo il vertice di domani, convocato a Londra da un Keir Starmer, premier laburista britannico, che sta sempre più riportando il Regno Unito verso l’UE (almeno in termini di difesa militare, annullando una parte almeno della Brexit) e sempre meno verso quella “relazione speciale” anglofona che i conservatori inglesi avevano cercato di riattivare “abbandonando il continente”. Il problema è a tutti evidente: da venerdì è in gioco come non mai la credibilità dell’Europa comunitaria, le parole non basteranno più, e nemmeno le addolorate visite ai cimiteri di Kiev.
Stavolta o l’Europa trova il modo e soprattutto la forza di reagire e agire contro un ex alleato che oggi sponsorizza le forze politiche dell’estrema destra euro-distruttive, oppure preparerà la sua fine. Tertium non datur.
Di Alberto Negri, il manifesto
Scene di caccia e di guerra alla Casa bianca. Davanti a Trump, Zelensky ha cercato disperatamente di difendere le sue ragioni e quelle dell’Ucraina. Ma si è accorto troppo tardi che il famoso accordo sulle terre rare era una trappola per attirarlo a Washington e far rotolare la sua testa sul tavolo del negoziato tra gli Stati uniti e la Russia di Putin.
Trump ha rovesciato completamente la narrazione – la Russia non è più l’aggressore – e ha spazzato via i principi del diritto internazionale e di qualsiasi etica che l’Europa proprio in Ucraina ha voluto difendere.
Vale solo il diritto del più forte, la violenza, esattamente come accade tra gli israeliani e i palestinesi, cosa sui cui gli europei dovrebbero riflettere: se sulle leggi internazionali e i principi cedi da una parte prima o poi sarai costretto a cedere anche da un’altra.
Trump ha incalzato Zelensky con argomenti falsi – sapendo benissimo che lo sono – e alla fine, sparando bordate come in una caccia al cinghiale, lo ha costretto alla fuga.
È evidente che non vuole che si sieda al tavolo del negoziato, questa si può azzardare come la prima conclusione di un incontro dove la rissa, fortemente voluta da Trump e dal suo vice Vance, ha sostituito la diplomazia: non credo si sia mai vista un cosa simile alla Casa bianca.
Gli europei devono tenerne conto adesso che vanno a Londra per discutere sulla difesa. Nella logica di Trump tocca a loro pagare un eventuale tregua in Ucraina ma anche finanziare la Nato se vorranno ancora contare sull’ombrello americano. E se verranno mai invitati al negoziato tra Usa e Russia dovranno versare una lucrosa quota di ingresso per sedersi al tavolo.
Un altro punto è apparso chiaro. Per Trump la «pace giusta», la formula cui si aggrappano costantemente gli ucraini e gli europei, non esiste. Al massimo c’è solo una «pace possibile», che non si ottiene con il consenso delle parti ma nell’unico modo concepito dal presidente americano: con un suo diktat e i suoi accordi con Putin.
Nella sua visione del mondo gli ucraini e gli europei sono solo comparse e se vogliono la pace – questo è il suo ragionamento – la devono pagare cara. Lo ha detto lui stesso quando gli è stato chiesto se ritiene di essere dalla parte dell’Ucraina o un mediatore: non sono con nessuno, è stata la sua risposta, ma per gli interessi degli Stati uniti. Una riedizione di una vecchia frase di Churchill secondo il quale «gli stati non hanno amici ma interessi».
Lo scontro della Casa bianca va oltre la guerra in Ucraina e i confini europei. Qualunque leader o governo se invitato in futuro alla Casa bianca per firmare un accordo si chiederà se va incontro a un’intesa o a una trappola. Per primi se lo domanderanno i cinesi e poi noi e tutti gli altri.
Trump si sente legibus solutus, non intende rispondere a nessuno delle sue parole e dei suoi atti: agisce anche in preda allo stato d’animo del momento, visto che ieri a un certo punto è diventato paonazzo in volto mentre redarguiva e insultava Zelesnky.
Non bisogna comunque pensare che tutto questo sia dovuto al caso o frutto delle stravaganze di un leader. Molto è stato pianificato negli ultimi quattro anni non solo in politica estera ma anche all’interno, come dimostra la raffica di ordini esecutivi presidenziali firmati in un mese da Trump. Il suo è un attacco al deep state Usa, quello che ritiene il suo vero nemico. Noi, ai suoi occhi, siamo solo vassalli da usare come portantini in una battuta di caccia. Fine dell’Occidente conosciuto e inizio del nuovo medio evo.
Di Domenico Quirico, La Stampa
Da un po’ di tempo ci pregavano di portare pazienza: presto la pace del mondo sarebbe stata salvata, ci penserà lui. Trump, è uno che fa un gioco scoperto ma ha più di un asso nella manica. Ha una notevole disposizione nell’arte dell’illusionista , questo rivenditore di risultati tutto e subito. La scaltrezza notava qualcuno, gli guizza nell’angolo dell’occhio quando lancia battute e iperboli come decreti della ragione. Insinua in ogni discorso: lasciate fare a me, tutto si accomoderà, sistemo tutto io nelle anime e nella geopolitica. Eppure c’erano uomini che nel frattempo morivano nelle trincee del Dombass mentre a Gaza in attesa del miracolo si sopravviveva in un paesaggio di rovine; senza dimenticare il Sudan o le foreste del Kivu. Ma a quello forse con una strizzatina d’occhio avrebbe pensato dopo aver liquidato i due problemi principali.
E poi è arrivato un pomeriggio alla Casa Bianca , lo studio ovale, il caminetto, le poltroncine di raso giallo, sui muri le facce di antichi presidenti. Sì. Certi malintesi assumono dimensioni storiche. Abbiamo scoperto, tutti, la tabula rasa. Ovvero il grado zero del nuovo mondo modello Trump. Un mondo di condanne inappellabili, di affermazioni perentorie: Zelensky non hai carte in mano da giocare quindi…
Quelli di una certa età che ricordano vecchie immagini dei tempi in cui i Grandi convocavano i Deboli per dettar le condizioni, soffocati come vittime tenute con la testa sott’acqua, si sono chiesti se da qualche parte ci fosse ancora un po’ d’aria.
Ho l’impressione che Zelensky arrivando a Washington avesse immaginato un copione come quello che un tempo in queste circostanze fornivano gli educati manuali della diplomazia, ovvero uno scenario accomodante, transitorio, per guadagnar tempo, ipocrita, sì ipocrita: con la firma di un accordo più o meno vago sulle ricchezze minerarie molto ipotetiche dell’Ucraina, poi la conferenza stampa con un seminaristico stile di compiacenze e rispetto, tante ben acconciate astrazioni che mostran la corda ma servono per dire che si è discusso, che ci rivederemo, che la pace… Parole vaghe ma che si cavalcano bene.
È il vecchio mondo che elaborava vocabolari perché si reggeva su un postulato importante, i problemi cesseranno di esistere quando se ne saranno adeguatamente definiti i termini. Allora si ridurranno a polvere, porli sarà uguale a risolverli. Che meraviglia!
E invece eccoci sganciati, lui Zelensky e noi, in un modo inflessibile munito di poche arti ornamentali, senza salamelecchi, promesse, quel vocabolario annacquato che neppure ci dava l’idea di vedere chiaro. La possente ipocrisia degli uomini al potere riusciva a velarci la presenza di sciagure che noi non comprendevamo. Le due visite di Macron e del premier inglese alla Casa Bianca che hanno preceduto Zelensky, sono stati due viaggi diplomatici del Vecchio Mondo. Dopo il pomeriggio di ieri sembrano appartenere ai rituali di un Ancien Régime, a personaggi in polpe e parrucca di cui rapidamente proveremo una grande nostalgia.
Zelensky per tre anni ha magnificamente condotto il gioco, imposto lui debole le regole ai suoi alleati occidentali. Li ha inchiodati, talora bruscamente, alla responsabilità di poter proclamare di fare la guerra ma senza farla, li ha costretti a pagare con armi e denaro l’ipocrisia di una guerra per procura crudelmente affidata al popolo ucraino che non aveva possibilità di sottrarsi se non con la resa. Sapeva che le promesse magniloquenti che accumulava nei viaggi europei e transatlantici nascondevano in realtà la volontà di non andare fino in fondo. Ma accettava, forse fino ad abituarsene, la parte dell’eroe, l’essenziale per lui era non trovarsi nella condizione dei cechi a Monaco nel 1938, costretto ad attendere fuori dalla porta dei Grandi per sapere a quale pace con Putin sarebbe stato ridotto; perché l’occidente come la Francia e l’Inghilterra di allora, non erano pronti per la guerra.
Non c’è nulla di più pericoloso di un istrione che dispone del Potere. Trump ha cancellato il copione ucraino. In modo crudele, pubblico, spettacolare. Zelensky si è trovato davanti qualcuno che ha deciso di capovolgere la sceneggiatura dell’ultimo atto perché ha scelto la parte di “chi fa le pulizie”. Quanto era fino a ieri condannabile diventa improvvisamente ammesso e legittimo. Trump ha allestito uno spettacolo antico: la dimostrazione che il capriccio e la volontà di chi ha la forza si eleva a legge e regola della Storia. Con il suo vice ha montato un meccanismo scenico in cui si scambiavano le battute per intimidire il presidente ucraino. Sono sequenze che evocano truci ricordi: l’imputato e i giudici che lo incalzano per strappargli l’auto da fé. Scene classiche del vecchio imperialismo, occidentale e sovietico.
Immagino che Putin abbia apprezzato, è un tipo di spettacolo del Potere in cui si considera maestro: i dipendenti che a capo chino ascoltano le sue reprimende, i volti contriti, gli ordini stentorei, i reprobi che si allontanano ringraziando per la clemenza.
Putin ieri ha trovato la conferma dell’efficacia del suo “sonderweg”, ora sa che può preparare con calma la sospirata Yalta con l’americano che usa il suo stesso alfabeto e parla il suo linguaggio: il mondo è dominato dai tre quattro imperatori che hanno la Forza. Non c’è posto per chi ha preso la insolente abitudine di pensare da sé senza consultare i suoi aggressivi direttori di coscienza. Putin ieri ha guardato la sua vittoria in diretta tv.
Nell’immagine: La sala deserta dopo la cancellazione della conferenza stampa congiunta dei presidenti degli Usa e dell’Ucraina, a seguito dello scontro verbale nello Studio Ovale
Di Massimo Giannini, La Repubblica
Saranno contenti, adesso, i volonterosi carnefici della Rivoluzione Trumputiniana. Gli atlantisti a comando che in questa Europa smarrita continuano a esaltare l’approccio transactional del tycoon che abbaia ma non morde, minaccia ma negozia. I sovranisti d’accatto che nell’Italia disunita continuano a ripetere che il messia newyorchese inviato da dio per salvare l’umanità merita il Nobel. Ora lo sa tutto il mondo, cos’è la pax amerikanasecondo lo sceriffo di Washington. L’abbiamo visto in diretta tv, nello studio ovale trasformato in un truce saloon, come The Donald tratta i governi che non si piegano alla sua dottrina imperiale. Soprattutto, abbiamo visto come intende far finire la guerra in Ucraina. Non c’è nessuna «pace giusta», solo una pace terrificante.
Non c’è alcun compromesso con l’aggressore, solo la capitolazione dell’aggredito. L’incontro tra Trump e Zelensky alla Casa Bianca è davvero un tornante della Storia. Segna un prima e un dopo, non solo nell’epilogo del conflitto di questi tre anni, ma nei futuri equilibri geo-strategici globali. Era evidente a tutti che la trattativa non era facile, e il preambolo sullo sfruttamento delle terre rare ucraine preteso dagli Usa era solo una parte del problema. E tuttavia — anche per chi non ha mai creduto alla farlocca leggenda del santo negoziatore — era difficile immaginare che il Commander in Chief potesse offendere e umiliare in questo modo il Capo di uno Stato invaso, bombardato e martoriato per quasi mille giorni dall’esercito russo. Che potesse rottamare in mezzo pomeriggio qualche decennio di politica estera statunitense, gendarme del mondo e garante dei valori occidentali. Che potesse gettare al macero quella certa idea dell’America “nazione indispensabile”, la più grande democrazia del globo, la frontiera delle libertà e dei diritti, pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi scheletri nell’armadio: un soft-power che era già compromesso, ma che ora è perduto per sempre.
Le accuse lanciate a Zelensky nei giorni scorsi — il “comico mediocre”, il “dittatore fallito e senza consenso”, il “mendicante che viene qui col cappello in mano” — sono carezze rispetto agli ultimi insulti. Urlargli in faccia “devi essere riconoscente con noi”, “o fai un accordo o noi ci tiriamo fuori, te la dovrai vedere da solo e non credo sarà una bella cosa”: questo è un vile ricatto, simile a quello che un Impero ottocentesco imporrebbe a una sua lontana “provincia”. Vomitargli addosso “hai sulla coscienza milioni di morti”, “stai giocando con la Terza Guerra Mondiale”: questo è un miserabile oltraggio, rivolto al leader di un popolo che sta pagando col sangue di centinaia di migliaia di vittime la sua strenua resistenza alla folle ferocia post-sovietica. E proprio di quella eroica resistenza ha dato prova lo stesso Zelensky, tenendo testa alle ingiurie di Trump, ribattendo colpo su colpo ai suoi deliri e ai suoi dileggi. Persino questo, si è concesso il padrone di casa e del mondo: con quello “stavolta si è vestito bene” — rivolto al suo “ospite” che non indossava la mimetica d’ordinanza — lo sceriffo di Washington ha toccato un fondo che non credevamo possibile.
Oportet ut scandala eveniant: adesso tutto è finalmente chiaro. È chiaro, come hanno scritto Bret Stephens e Masha Gessen sul New York Times, cosa significa “accordo” per questi architetti del caos: non la mediazione, ma la capitolazione del contraente più debole. È chiaro cos’è per loro l’Ucraina: un’opportunità storica per riscrivere, intorno al “clangore delle catene del Caucaso”, il nuovo ordine mondiale che interessa alla Casa Bianca e al Cremlino. È chiaro tutto l’orrore che ne discende, in questa Yalta-Bis ispirata al ritorno delle sfere d’influenza (come teorizza l’ideologo putiniano Alexander Dugin), basata sulla logica degli Stati predatori e fondata sull’idea della “conquista coercitiva”: lo svuotamento dell’Ucraina ridotta a bottino geografico per la Russia e a serbatoio energetico per l’America, il vilipendio della Ue lasciata ai margini da tutti i tavoli, l’oltraggio a Gaza svilita a Gomorra yankee a cinque stelle. Poi un modello di relazioni internazionali che, in nome dei Maga e dei Mega, fa strame di un sistema multilaterale edificato tra le rovine dei due conflitti del Novecento: l’Onu trasfigurata a teatro di spettri, la Nato svillaneggiata a congrega di saprofiti, la Corte Penale Internazionale denunciata, l’Oms delegittimata, e così il G7 e il G20, il Wto e il Nafta. E ancora, la battaglia dei dazi che faranno crollare gli scambi commerciali e il Pil mondiale del 7 per cento. Infine la macelleria costituzionale di Trump e l’ipnocrazia digitale di Musk, già collaudata con successo sul forgotten man autoctono e ora veicolata oltre Atlantico attraverso le destre sfasciste e neo-naziste. Tutte varianti dell’autocrazia zarista dell’Uomo del Cremlino, che partecipa a questa orgia del potere e inquina le urne elettorali con le armi ibride della cyber-war.
Adesso l’Ucraina sta sola sul cuor della Terra, trafitta da un raggio di sole. Per capire se sia subito sera bisogna interrogare l’Europa, o quel che ne resta. Tocca all’Unione decidere se restare al fianco di Zelensky. E a questo punto, davvero, “morire per Kiev”. Se esistesse, e avvertisse ancora quella che Ernst Junger chiamava “la forza di gravità del Continente”, l’Europa dovrebbe urlare al cielo il suo “no”. Un no a Trump e Putin che parte dall’Ucraina, ma va oltre l’Ucraina. Un no che dovrebbe levarsi dalle piazze, come propone Michele Serra, finalmente mobilitate per difendere la way of life europea da un virus interno all’Occidente che minaccia la democrazia, cioè la separazione e il bilanciamento dei poteri, i diritti e i doveri uguali per tutti, la libertà religiosa e la laicità dello Stato, la pari dignità e la pari legittimità per chi è al governo e per chi si oppone. Ma un no che dovrebbe levarsi anche dalle élite, come scrive Giuliano Ferrara, cioè dai capi di Stato e di governo di un’Europa incapace non di parlare con una voce sola, ma di parlare tout court. L’establishment comunitario piagnucola vanamente sull’Occidente perduto, e nel frattempo si logora in un balletto indecoroso di viaggi alla corte del Caudillo Globale. Da Macron a Starmer: tutti cacciatori di photo-opportunity e comunicato congiunto, ma purtroppo portatori di nulla. Giusto qualche fuga in avanti su improbabili invii di truppe boots on the ground, o inutili aumenti di spese militari previa apposita golden rule. Nulla a che vedere con la nascita di una vera “difesa europea”, incardinata invece sull’armonizzazione dei sistemi d’arma e sulla condivisione del debito necessario a finanziarla.
Qual è il nostro destino? Accettiamo di finire schiacciati tra oligarchie e autocrazie? Preferiamo essere “oggetto” della grande spartizione globale, cedendo sovranità e dignità, o vogliamo diventare “soggetto” di politica internazionale, riaffermando i valori della nostra civiltà? Scegliamo di essere ancora “protagonisti”, rivendicando Storia e memoria, o chiediamo solo di restare “protetti”, cullandoci nel solito vassallaggio felice all’ombra degli Imperi risorti? Non ci sono risposte, solo proclami confusi. Peggio di questa angosciosa cacofonia europea c’è solo la vergognosa afonia dell’Italia. Meloni tace da giorni, non pronuncia più neanche il nome di Zelensky, non ha il coraggio di dire la parola “Russia” quando denuncia l’attacco all’Ucraina, non dà un solo giudizio sulle follie trumputiniane che sconvolgono il mondo. Dopo il penoso show nello Studio Ovale, fa il minimo sindacale e chiede un vertice immediato tra Usa, Ue alleati. Ma il tempo della doppiezza, della furbizia e dell’ambiguità è durato anche troppo. E comunque è scaduto. Donald ha gettato la maschera. Adesso tocca a Giorgia. Vedrete quanto si somigliano.
Di Giampiero Maggio, La Stampa
Alta tensione alla Casa Bianca dove oggi il presidente Usa Donald Trump ha accolto il leader ucraino Vladimir Zelensky. Già le premesse non sono state delle migliori, con il tycoon che ha ricevuto il presidente ucraino, vestito di nero, con una battuta: «Si è vestito elegante» ha detto Trump diretto ai cronisti.
Poi, una volta all’interno dello Studio Ovale e passati i convenevoli di rito, tra i due è stata rissa vera e propria. Trump: «Lei sta giocando con la Terza Guerra Mondiale». «Non sono venuto qui a giocare a carte», la replica di Zelensky. Una rissa verbale durata poco più di 20 minuti. E dopo lo scontro verbale Trump liquida Zelensky e la conferenza stampa congiunta e che era stata programmata al termine del vertice viene fatta saltare.
Ecco i punti cruciali dello scontro: le immagini e le frasi chiave
La conversazione ha preso una svolta intorno al minuto 40 (calcolando dall’arrivo del presidente ucraino alla Casa Bianca) quando Vance ha detto:
«Abbiamo provato la strada di Joe Biden, quella di batterci il petto e fingere che le parole del Presidente degli Stati Uniti contassero più delle sue azioni. Ciò che rende l’America un grande paese è il suo impegno nella diplomazia. Ed è proprio questo che sta facendo il Presidente Trump».
A quel punto, Zelensky ha chiesto se poteva fare una domanda e ha iniziato a parlare dell’invasione della Crimea da parte di Putin.
Vance: «Penso che sia irrispettoso da parte sua venire nello Studio Ovale per cercare di discutere questa questione davanti ai media americani. Dovrebbe ringraziare il Presidente per aver cercato di includerla in questa conferenza».
Zelensky ha chiesto: «Lei è mai stato in Ucraina? Ha visto i problemi che abbiamo? Venga almeno una volta».
Vance: «Ho guardato e visto le storie, e so cosa succede quando si portano persone. Le portate in un tour propagandistico, signor Presidente. Non è forse vero che avete avuto problemi a reclutare persone nel vostro esercito? E pensa che sia rispettoso venire nello Studio Ovale degli Stati Uniti e attaccare l’amministrazione che sta cercando di impedire la distruzione del suo paese?»
Zelensky ha cercato di abbassare i toni: «Tutti hanno problemi, anche voi. Ma voi avete un bel mare e non lo sentite ora. Ma lo sentirete in futuro».
Trump: «Non lo sa. Non ci dica cosa sentiremo. Stiamo cercando di risolvere un problema».
A quel punto, Zelenskyj, Trump e Vance hanno iniziato a parlare uno sopra l’altro.
Trump: «Ci sentiremo molto bene e molto forti. In questo momento lei non è in una buona posizione. Vi siete lasciati mettere in una pessima posizione».
Trump: «State giocando con la vita di milioni di persone. State giocando con la Terza Guerra Mondiale. State giocando con la Terza Guerra Mondiale, e quello che state facendo è molto irrispettoso nei confronti di questo paese, il paese che vi ha sostenuto molto più di quanto molti pensano che avrebbe dovuto».
Vance: «Ha mai detto grazie una sola volta in tutta questa riunione?»
Zelensky: «Molte volte».
Continuano a parlarsi sopra.
Zelensky, rivolgendosi a Vance, inizia: «Lei pensa che se parlerà a voce molto alta—»
Trump lo interrompe: «Non sta parlando a voce alta. Il suo paese è in grossi guai. Aspetti un momento, no, no, avete parlato abbastanza. Il suo paese è in grossi guai».
Zelensky: «Lo so».
Trump: «Non state vincendo. Non state vincendo questa guerra. Avete una dannatamente buona possibilità di uscirne bene, grazie a noi».
Trump continua: «Dovete essere grati, perché non avete le carte in mano. Siete sepolti lì. La vostra gente sta morendo. Vi stanno finendo i soldati. Ascoltate, vi stanno finendo i soldati».
A quel punto Trump era visibilmente arrossato in volto.
I giornalisti erano in piedi mentre l’acceso scambio continuava. Un reporter ha chiesto un’ultima domanda: «E se la Russia infrangesse il cessate il fuoco?»
Trump ha risposto: «E se cosa? E se una bomba le cadesse in testa proprio adesso? Ok… Non lo so. Hanno infranto il cessate il fuoco con Biden, perché Biden non lo rispettavano. Non rispettavano Obama. Rispetto a me, invece, sì. Le dico una cosa, Putin ha passato un inferno con me. Ha dovuto affrontare una caccia alle streghe fasulla in cui hanno usato lui e la Russia, Russia, Russia». «Penso che abbiamo visto abbastanza».
Vance: «Sto parlando del tipo di diplomazia che potrebbe porre fine alla distruzione del suo paese, signor Presidente. Con tutto il rispetto, penso che sia irrispettoso venire nello Studio Ovale per cercare di discutere questa questione davanti ai media americani. In questo momento state mandando i coscritti in prima linea perché avete problemi di uomini. Dovreste ringraziare il Presidente per aver cercato di aiutarvi».
Interviene un interlocutore sconosciuto: «Portatelo in Ucraina, così vedrà con i suoi occhi quali problemi abbiamo».
Vance: «Ci sono stato. Ho guardato e visto le storie, e so cosa succede quando si portano persone. Le portate in un tour propagandistico, signor Presidente. Non è forse vero che avete avuto problemi a reclutare persone nel vostro esercito? E pensa che sia rispettoso venire nello Studio Ovale degli Stati Uniti e attaccare l’amministrazione che sta cercando di impedire la distruzione del suo paese?»
Vance: «Ha mai detto grazie almeno una volta in tutta questa riunione? No. In ottobre è andato in Pennsylvania a fare campagna per l’opposizione. Offra qualche parola di apprezzamento per gli Stati Uniti e per il Presidente che sta cercando di salvare il suo paese».
Zelensky: «Dall’inizio della guerra siamo rimasti soli e siamo grati. L’ho detto, grazie».
Trump: «Non l’avete detto. Noi vi abbiamo dato, attraverso questo stupido presidente, 350 miliardi di dollari. Vi abbiamo dato equipaggiamento militare. Senza il nostro equipaggiamento militare, questa guerra sarebbe finita in due settimane».
Zelensky: «In tre giorni. L’ho sentito da Putin: in tre giorni. Forse anche meno, in due giorni».
Trump: «Voi dovete essere più grati, perché, lasciate che ve lo dica, non avete le carte in mano. Con noi avete le carte, ma senza di noi non avete nessuna carta. Sarà un accordo difficile da raggiungere, perché gli atteggiamenti devono cambiare».
La conversazione è proseguita in toni sempre più accesi.
Trump ha continuato il suo discorso, alzando i toni:
«Putin ha dovuto affrontare un’intera caccia alle streghe, una farsa orchestrata dai Democratici. Russia, Russia, Russia… avete mai sentito quella storia? Era tutto falso. Un complotto di Hunter Biden, Joe Biden, Hillary Clinton, quel bugiardo di Adam Schiff. Una truffa dei Democratici, e Putin ha dovuto sopportarlo. Ma con me non c’è stata guerra. Non è successo nulla. Lui è stato accusato di tutto questo e non aveva nulla a che fare con la storia. Tutto è uscito dal bagno di Hunter Biden, dalla sua stanza da letto. Era disgustoso. E poi hanno detto: ‘Oh, il laptop dell’inferno è stato creato dalla Russia’. I 51 agenti che hanno firmato quella dichiarazione… tutto una truffa».
Trump ha proseguito, rivolgendosi a Zelensky:
«Putin può aver infranto gli accordi con Obama, con Bush, e forse anche con Biden. Forse sì, forse no, non lo so. Ma con me non li ha infranti. Vuole un accordo. Il problema è che io vi ho dato il potere di essere dei duri, e senza gli Stati Uniti voi non sareste dei duri. Il vostro popolo è molto coraggioso, ma alla fine dovrete fare un accordo, oppure noi ce ne andremo. E se ce ne andremo, dovrete combattere da soli. Non sarà una bella situazione, ma dovrete combattere».
Zelensky ha ribattuto, cercando di mantenere la calma:
«Signor Presidente, noi combattiamo da soli dall’inizio. Abbiamo resistito quando tutti ci dicevano che saremmo caduti in pochi giorni. Abbiamo difeso il nostro popolo, e sì, abbiamo bisogno del vostro aiuto, ma non possiamo semplicemente accettare qualsiasi accordo a qualsiasi costo».
Trump ha scosso la testa e ha risposto con fermezza:
«Non avete le carte in mano. Una volta firmato un accordo, sarete in una posizione migliore. Ma voi non mostrate alcuna gratitudine. Questo non è un bel gesto. Non è un bel gesto, ve lo dico chiaramente».
A quel punto, un consigliere della Casa Bianca ha cercato di interrompere la discussione, mentre i giornalisti continuavano a prendere appunti febbrilmente.
Trump si è rivolto alla stampa:
«Penso che abbiamo visto abbastanza. Questa conversazione è importante per gli americani, devono vedere cosa sta succedendo. Perché gli americani stanno pagando un prezzo molto alto per questa guerra. Noi stiamo facendo molto di più di qualsiasi altro paese per aiutare l’Ucraina».
Zelensky ha tentato ancora una volta di riportare la discussione sul piano diplomatico:
«Presidente Trump, noi siamo grati. Ma la nostra gente sta morendo ogni giorno. Se la Russia non verrà fermata, non si fermerà all’Ucraina. Questo è un problema che riguarda tutto il mondo».
Trump ha alzato un sopracciglio e ha replicato:
«Io risolvo problemi. Non voglio che gli americani si facciano coinvolgere in una guerra che non li riguarda direttamente. Ma voglio anche un accordo che metta fine a questa guerra nel modo giusto».
A quel punto, un funzionario ha dichiarato che l’incontro era concluso. I giornalisti hanno cercato di fare altre domande, ma Trump si è girato ed è uscito dalla stanza, seguito da Vance.
Zelensky è rimasto in piedi per qualche istante, scuotendo la testa, prima di essere accompagnato fuori dallo Studio Ovale.
Di Gabriella Colarusso, La Repubblica
TEL AVIV — Che la tensione fosse alle stelle lo si era capito già ieri pomeriggio quando Netanyahu ha convocato per la sera un vertice di emergenza con tutti i capi della sicurezza e i ministri rompendo in maniera inusuale la pausa dello shabbat. La posta in gioco è alta, il cessate il fuoco tra Israele e Hamas rischia di saltare. Oggi scade la prima fase dell’accordo siglato sei settimane fa, che ha consentito la liberazione di 33 ostaggi israeliani e il rilascio di circa 2mila detenuti palestinesi. La delegazione israeliana è tornata ieri sera dal Cairo dopo il primo round di negoziati sulla seconda fase senza nulla in mano.
Gli israeliani vogliono un prolungamento della fase uno per altri 42 giorni, in modo da avere scambi ostaggi-prigionieri secondo gli stessi criteri usati finora – 3 rapiti israeliani a settimana per alcune centinaia di detenuti palestinesi – ma senza ritirarsi dal corridoio Philadelphi, strategico per il controllo del contrabbando, e progressivamente da tutta la Striscia, come prevede l’intesa originaria. Dunque senza acconsentire alla fine della guerra. Hamas ha rifiutato e in una dichiarazione ufficiale ha chiesto «alla comunità internazionale di esercitare pressione sull’occupazione sionista affinché si impegni pienamente nel suo ruolo nell’accordo e entri immediatamente nella seconda fase senza alcun ritardo o esitazione».
I mediatori qatarini e egiziani hanno chiesto tempo per risolvere la crisi. Ron Dermer, fedelissimo di Netanyahu, e la squadra di negoziatori israeliani torneranno oggi in Egitto, ma anche se si arrivasse a un compromesso le prospettive di pace si assottigliano. Israele si sta preparando in ogni caso a tornare in guerra contro Hamas, secondo due fonti diplomatiche occidentali consultate da Repubblica. Una guerra diversa da quella già combattuta a Gaza in 15 mesi, «più simile a come hanno operato in Libano: con incursioni limitate», ma non meno intesa. E la ragione è che nonostante la tregua l’approccio strategico di Israele non cambia. «Vogliono il disarmo di Hamas e l’uscita dei miliziani dalla Striscia, sono convinti che questa sia la condizioni non negoziabile per qualsiasi soluzione sul dopo».
In questa ottica il prolungamento della fase uno servirebbe a Israele per ottenere il rilascio almeno di una parte degli ostaggi ancora a Gaza – si stima che siano tra 22 e 24 quelli ancora vivi – a ridurre la pressione delle famiglie e della società civile e a non creare strappi con l’amministrazione americana impegnata sul dossier ora prioritario per Trump, l’Ucraina. Hamas ha capito la strategia israeliana e ieri ha chiamato tutti i musulmani a rompere le restrizioni imposte alla preghiera nella moschea di al Aqsa, a Gerusalemme, durante il mese di Ramadan, nel tentativo di creare un cordone di sostegno intorno al movimento.
«Ritardare l’accordo significa una condanna a morte per gli ostaggi vivi e la perdita della capacità di localizzare e riportare i morti per la sepoltura. Tornare a combattere ucciderà gli ostaggi», hanno scritto i familiari degli ostaggi israeliani in un comunicato in cui chiedono al premier di «riportare immediatamente a casa tutti i rapiti, senza indugio».