L’intelligenza artificiale “divora” energia con un impatto ambientale insostenibile

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

La Stampa

L’intelligenza artificiale “idrovora” di energia, con conseguente impatto in termini di emissioni di CO2, e l’addestramento di modelli di deep learning di grandi dimensioni (come GPT e BERT) hanno un impatto ambientale significativo. Basti pensare che un modello come GPT-3 (175 miliardi di parametri) ha richiesto 355 anni-GPU per l’addestramento (la GPU è il tipo di processore utilizzato per l’IA), con un costo stimato di 4,6 milioni di dollari solo per l’energia e un consumo solo per l’addestramento di circa 1300 megawatt/ora (MWh), equivalente al consumo annuo di 130 abitazioni negli Stati Uniti. Ad esempio il training di BERT (una piattaforma IA di Google) ha prodotto 284 tonnellate di CO?, pari alle emissioni di 125 viaggi aerei transcontinentali. I centri dati che ospitano questi modelli consumano circa il 15% dell’energia totale di Google. È urgente spostarsi verso l’uso di piattaforme IA ‘green’, che divorano meno energia, pur se a scapito di un’accuratezza inferiore. Si stima che la Green AI (ottenuta in vario modo, ad esempio con una fase di addestramento su una quantità di dati inferiore, oppure optando per processori più sostenibili) può ridurre il consumo energetico e l’impronta del carbonio fino a 50% o più, a seconda della tecnica usata. Sono alcuni dei dati emersi dallo studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Brescia, pubblicato sulla rivista IEEE Access, secondo cui, il problema principale è che molte aziende puntano ancora sulla massima accuratezza dei modelli,accettando il costo elevato per l’ambiente che comportano.

Background

L’intelligenza artificiale è divenuta protagonista assoluta negli ultimi anni, soprattutto grazie al deep learning, che consente di ottenere risultati rivoluzionari in svariati settori. Tuttavia, modelli avanzati come ChatGPT hanno un impatto ambientale significativo a causa dell’elevato consumo energetico richiesto per il loro addestramento. In particolare, i cosiddetti Red AI, modelli addestrati con metodi ad alto consumo di risorse su grandi dataset, massimizzano la precisione e le prestazioni, ma comportano elevati costi energetici e un’impronta ecologica considerevole. Al contrario i Green AI sono modelli progettati per ridurre l’impatto ambientale attraverso l’uso di set di dati più piccoli, tecniche di addestramento meno dispendiose o l’adozione di fonti energetiche sostenibili per alimentarli. La Green IA punta all’efficienza più che alla mera accuratezza, spiegano gli esperti. Il costo energetico dell’IA cresce esponenzialmente con l’aumento delle dimensioni dei modelli. L’energia necessaria per migliorare l’accuratezza di un modello dell’1% si stima essere di un ordine 100 volte superiore.

Lo studio

Nel lavoro gli autori suggeriscono strategie per ridurre l’impatto della Red AI, a cominciare da un aumento dell’efficienza computazionale mediante l’utilizzo di hardware specializzato come le Tensor Processing Units (TPU, un tipo di processore che è fino a 30 volte più veloce e fino a 80 volte più efficiente di una normale CPU nei nostri PC) e GPU ottimizzate per ridurre il consumo. Poi può essere utile scegliere tecniche atte a ridurre il numero di parametri su cui viene addestrato il modello (fino all’80% di parametri in meno), senza ridurne le prestazioni. Ciò può abbattere il consumo energetico del 30-50%. E poi, ancora, bisogna optare per ‘energia rinnovabile per alimentare i processori. Alcuni modelli di AI sono stati testati con alimentazione 100% da fonti rinnovabili, abbattendo le emissioni quasi completamente.

“L’AI sostenibile è possibile, ma richiede compromessi tra accuratezza e consumo energetico – spiegano i ricercatori dell’università Cattolica. La Red AI genera un’impronta di carbonio enorme, mentre la Green AI cerca di ridurla con metodi più efficienti e l’uso di energia pulita. Tuttavia, la transizione è complessa perché le aziende puntano ancora su modelli sempre più grandi e precisi, a discapito dell’efficienza ambientale”, concludono.

 


Greenpeace condannata a pagare un risarcimento record per la campagna contro l’oleodotto Dakota

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

Di Massimo Basile, La Repubblica

Dopo decenni di battaglie ambientaliste, la sezione Usa di Greenpeace potrebbe essere arrivata ai titoli di coda e non per mancanza di obiettivi. Ma di soldi. Una giuria del North Dakota ha riconosciuto a una compagnia petroliferia del Texas un risarcimento record di 660 milioni di dollari, ritenendo Energy Transfer danneggiata e diffamata da Greenpeace per il suo ruolo svolto nelle proteste che quasi una decina di anni fa avevano portato al blocco della Dakota Access Pipeline.

La storica sentenza riguarda un impianto che trasporta greggio dal North Dakota al Midwest, negli Stati Uniti, un progetto controverso e contrastato da molti ambientalisti e dalle comunità di nativi americani. Lunga quasi tremila chilometri, la conduttura era stata costruita nel 2016, ma aveva subito sollevato preoccupazioni per i rischi ambientali, inclusa la contaminazione delle risorse idriche, e i danni alle terre sacre delle tribù di nativi, come la Standing Rock Sioux Tribe.

In pericolo c’era anche la sicurezza del fiume Missouri, fonte vitale per molte comunità. Il progetto è andato avanti in mezzo alle polemiche e a continui stop, tra sit-in e battaglie legali. Le proteste contro la Dakota Access Pipeline erano diventate il simbolo della campagna ambientalista americana.

Greenpeace ha sostenuto di aver recitato un ruolo minore e messo in guardia dagli effetti sull’organizzazione di un risarcimento di quelle dimensioni, dicendo che pagare centinaia di milioni potrebbe portare alla bancarotta della diramazione Usa.

Le nove persone che componevano la giuria popolare del tribunale di Morton County, a Mandan, circa 45 minuti a nord da dove le proteste avevano avuto luogo, hanno ritenuto responsabili gli ambientalisti dei danni all’attività, della campagna di diffamazione verso la compagnia e riconosciuto il maxi risarcimento. La decisione è stata emessa dopo due giorni di camera di consiglio.

Il co-fondatore della compagnia petrolifera, Kelcy Warren, a capo di un gruppo da 70 miliardi di dollari e generoso donatore di Donald Trump, aveva detto a chiusura del processo “noi abbiamo difeso noi stessi, e il nostro futuro, era arrivato il momento di combattere”. Warren ha respinto le accuse di rischio contaminazione.

La tribù Sioux aveva provato a fermare i lavori, portando Energy Transfer in tribunale. Tra le persone che in passato si erano schierate a favore dei nativi anche due figure importanti del nuovo governo Trump: il segretario alla Sanità Robert Kennedy Jr e il capo dell’intelligence Tulsi Gabbard. Nel tempo le proteste erano, però, scadute in atti di vandalismo e di violenza, finendo per far perdere il consenso agli organizzatori.

Greenpeace ha sostenuto che la causa avviata dal gigante petrolifero fosse una minaccia al Primo Emendamento, che protegge la libertà d’espressione. Per i giurati, invece, la protesta è stata “inaccettabile per il modello americano”.


Greenpeace, dai Servizi alle multe in tribunale: ecco chi vuole fermare i guerrieri dell’ambiente

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Il risarcimento record inflitto per la campagna contro l’oleodotto Dakota negli Usa è solo l’ultimo colpo all’organizzazione che dagli Anni Settanta non si limita sfilare per difendere il Pianeta, ma combatte. Letteralmente. Anche tra feroci polemiche

Nel gergo politico odierno, l’equipaggio avrebbe potuto essere chiamato una “coalizione di volonterosi”: uomini e donne, giovani e anziani, provenienti da mezzo mondo, uniti da un solo credo, l’ambientalismo. Anzi, l’ecologismo, come lo si chiamava allora. Era il 1985, quando come inviato di Repubblica mi ritrovai a bordo della Rainbow Warrior, un ex-peschereccio trasformato nella prima nave di Greenpeace, in rotta dal mar dei Caraibi al Pacifico, attraversando il canale di Panama, per andare a disturbare i test nucleari della Marina militare francese nell’atollo di Mururoa, in Polinesia.

La sentenza e Trump

La missione ebbe successo. Il governo di Parigi, in seguito, smise di scatenare l’apocalisse atomica in quel paradiso dei Tropici. La Rainbow Warrior fece però una brutta fine. E adesso rischia di finire anche Greenpeace: la sentenza di un tribunale americano che la condanna a pagare una sanzione di 660 milioni di dollari per una delle sue campagne potrebbe mettere l’organizzazione in bancarotta. I suoi portavoce hanno già annunciato un ricorso contro un verdetto che definiscono ingiusto. Ma questo è solo il più grave e immediato dei problemi per quella che un tempo è stata il simbolo della lotta per salvare il pianeta Terra da gas inquinanti, deforestazione e effetto serra. In un mondo pervaso dall’ideologia antiambientalista di Donald Trump, al grido di “drill, baby, drill” rivolto all’industria petrolifera, ovvero scava quanto vuoi, dove vuoi, i Verdi vivono un momento di difficoltà. E Greenpeace di questo movimento ha rappresentato l’avanguardia: i guerrieri decisi a tutto. Se scomparisse, sarebbe un allarmante segno dei tempi.

Resistenza passiva e sabotaggi

La data di nascita di Greenpeace oscilla tra il 1969 e il 1971. Di certo ha le sue radici nella controcultura giovanile e negli hippie degli anni Sessanta. E le sue origini tra Vancouver e la costa occidentale degli Stati Uniti, dove in quegli anni un gruppetto di giovani americani e canadesi, tra cui Jim Bohlen, un veterano di guerra, e la coppia Irving e Dorothy Stowe, cominciò a organizzare proteste contro gli esperimenti nucleari del Pentagono in Alaska.

Inizialmente erano collegati al Sierra Club, un’organizzazione ambientalista del Canada. Quindi ne crearono una propria. Il nome diceva tutto: Greenpeace, Pace verde. La novità era che, per ottenere questa “pace”, i suoi militanti erano disposti a combattere: non si limitavano a marciare alzando cartelli di protesta e urlando slogan, ma adottavano tattiche che andavano dalla resistenza passiva al sabotaggio, fino a sfidare apertamente i fautori dell’inquinamento, cercando di boicottarne concretamente i progetti.

Quelle di Greenpeace non erano semplici manifestazioni, ma battaglie, dove a volte si rischiava anche la vita. E qualcuno l’ha persa.

55 Paesi, 3500 dipendenti

In oltre mezzo secolo di attività, le navi e gli attivisti di Greenpeace hanno sbarrato il passo a unità militari della Marina americana o di altri Paesi per impedire test atomici, speronato baleniere per fermare la caccia ai più grandi animali degli oceani, sabotato oleodotti e gasdotti, attaccato laboratori di ricerca sugli alimenti geneticamente modificati, ostruito piani per sradicare alberi dall’Amazzonia e da altre risorse naturali. Le sue campagne, condotte in tutto il mondo, si sono concentrate su cambiamento climatico (considerato oggi la minaccia principale), deforestazione, pesca intensiva, caccia alle balene, ingegneria genetica, pacifismo e antinucleare.

Con sede centrale ad Amsterdam, in Olanda, oggi Greenpeace è suddivisa in 26 sedi nazionali o regionali indipendenti, sparse in 55 Paesi, in tutti i continenti. La sua rete globale non accetta finanziamenti da governi, aziende o partiti politici, contando solamente sulle donazioni di tre milioni di sostenitori individuali e di fondazioni senza scopo di lucro. Ha un budget annuale di oltre 100 milioni di euro, uno staff a tempo pieno d 3500 dipendenti, a cui si aggiungono 35 mila volontari.

Il suo sito greenpeace.org e il suo logo sono fra i portabandiera del movimento ambientalista internazionale. E le sue iniziative, a base di azioni dirette, sebbene non violente, sono fra le più visibili nella crociata per salvare il pianeta. Probabilmente nessun’altra associazione ecologista ha aumentato la consapevolezza del cambiamento del clima e di altri disastri ambientali più di Greenpeace, anche se al suo fianco ne sono comparse altre, incluse figure di risonanza mondiale con la giovane attivista svedese Greta Thunberg.

Le critiche dei premi Nobel

Ma non sono mancate le critiche. Patrick Moore, uno dei suoi primi membri, ha lasciato l’organizzazione contestando una campagna contro il cloro nell’acqua potabile. Altri militanti hanno a un certo punto messo in discussione il bando dell’energia nucleare richiesto da Greenpeace, sostenendo che le centrali atomiche vanno rese sicure ma che senza di esse sarà impossibile ridurre la dipendenza dai carburanti fossili e le emissioni di carbonio (l’obiettivo di Greenpeace è creare un’economia mondiale interamente a base di energie sostenibili, come i pannelli solari o le pale eoliche, entro il 2050).

E nel 2016 una lettera aperta firmata da 107 premi Nobel ha esortato Greenpeace a mettere fine alla sua opposizione agli organismi geneticamente modificati, affermando che si tratta di una campagna “basata sulle emozioni e su dogmi, contraddetta da dati scientifici”.

L’organizzazione e i suoi militanti hanno ricevuto innumerevoli citazioni in giudizio, multe e pene con la condizionale. Mai tanto pesanti, però, come quella di questi giorni nel Nord Dakota, dove una corte americana l’ha condannata a pagare 660 milioni di dollari per danni e diffamazione contro una locale azienda petrolifera.

La fine della Rainbow Warrior

Nel 1978 Greenpeace lanciò la Rainbow Warrior (Guerriero dell’Arcobaleno), una ex-barca da pesca acquistata per 40 mila dollari e riadattata in quattro mesi di lavori. È stata usata in campagne contro la caccia alle balene e alle foche in Islanda e in Scozia, contro l’inquinamento degli oceani, contro i test nucleari. Su questa nave salii a bordo per conto di Repubblica a metà degli anni Ottanta per un lungo viaggio con destinazione la Polinesia francese, appunto con l’obiettivo di dare fastidio agli esperimenti di Parigi con le bombe atomiche. Ne sbarcai appena in tempo. Nel luglio del 1985, mentre l’imbarcazione era ormeggiata a Auckland, in Nuova Zelanda, un’operazione clandestina dei servizi segreti francesi la affondò con due esplosioni.

Fernando Pereira, un fotografo portoghese che come me aveva preso parte alla spedizione per documentarla per il suo giornale, morì nell’attentato, i cui mandanti furono presto scoperti dalle autorità neozelandesi, causando enorme imbarazzo al governo del presidente francese Francois Mitterand. Si dimise il ministro della Difesa e due agenti, processati per omicidio involontario, vennero condannati a dieci anni di carcere. Greenpeace sopravvisse, acquistando altre navi, chiamate via via Rainbow Warrior II e Rainbow Warrior III, con le quali ha proseguito le sue battaglie. Ora il pericolo è che una condanna a risarcire centinaia di milioni di dollari faccia affondare non soltanto una barca, ma l’intera organizzazione che da 56 anni è il volto dell’attivismo ambientalista.


Himalaya, lo scioglimento dei ghiacciai mortale per la sicurezza alimentare

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

Di Marinella Correggia, il manifesto

Lo scioglimento dei ghiacciai peggiora l’insicurezza alimentare a valle: il nesso viene studiato da diversi ricercatori, in riferimento soprattutto all’Himalaya. Là, almeno un terzo dei ghiacciai potrebbe scomparire entro la fine di questo secolo.
Hester Biemans, ricercatrice dell’Università di Wageningen nei Paesi bassi, studia gli effetti a cascata di questa emergenza, nel medio e lungo periodo, sulle popolazioni e le attività a valle che dipendono dalle stagionali acque di disgelo. In un’intervista a «Climate Impacts Tracker Asia», Biemans spiega che «l’Himalaya è conosciuto come il terzo polo, dopo i poli Nord e Sud, per la quantità di depositi di neve e ghiacci. La differenza sta nel fatto che lo scioglimento di quei ghiacciai, accentuatosi notevolmente negli ultimi venti anni, ha e avrà un impatto diretto su una regione che è grande produttrice di cibo».

I ghiacciai dell’Himalaya, del Karakorum e dell’Hindu Kush, noti anche come torri d’acqua naturali dell’Asia, sono importanti per due miliardi di persone. Durante il disgelo primaverile alimentano ben dodici grandi fiumi, fra i quali il Gange, l’Indo e lo Yangtze. Da questi partono enormi reti di irrigazione destinate a colture a volte distanti centinaia di chilometri: riso, grano, cotone, canna da zucchero. Nel bacino dell’Indo, dove piove poco, il fabbisogno idrico è soddisfatto al 60% dall’acqua che proviene dalla neve e dai ghiacci. Sul fenomeno sul quale si era soffermato un documento pubblicato su «Science Avances». Storicamente, insomma, l’acqua del disgelo proveniente dai ghiacciai ha fornito un flusso affidabile al granaio dell’Asia durante i periodi di scarse precipitazioni. Il resto arriva dalle piogge e dall’acqua di falda.

Ma i rapidi cambiamenti lassù sulle montagne fanno sì che queste vitali riserve idriche si sciolgano a un tasso senza precedenti, con gravi conseguenze anche sulla produzione agricola e sulla sicurezza alimentare. Infatti, se un fiume che veniva alimentato soprattutto dalle acque del disgelo, passa a dipendere sopratutto dalle piogge, cambia la tempistica dell’approvvigionamento idrico e dei flussi agli agricoltori. Questo conduce a crisi idriche e siccità, e all’opposto a eccessi e inondazioni. Con grandi danni anche per la produzione agroalimentare.

Il Pakistan, ad esempio. La stagione colturale estiva è calda e secca fino all’inizio delle piogge monsoniche. Se con l’aumento delle temperature l’acqua di disgelo dei ghiacciai scende in anticipo, a meno che non si riesca a trattenerla da qualche parte gli agricoltori nel corso dell’anno dovranno estrarre più acqua di falda; una pratica già adesso insostenibile. Anche la crescita della popolazione aumenta la domanda idrica, come sottolineava uno studio internazionale sul bacino dell’Indo pubblicato nel 2023 su «Communication Earth & Environment». Potrebbero essere necessarie scelte economicamente difficili, spiega Biemans. Per esempio, ridurre le superfici a cotone, economicamente convenienti, per lasciare più acqua per le colture alimentari. Le stesse relazioni transfrontaliere muteranno nei prossimi decenni, in relazione sia ai cambiamenti a livello di montagne e ghiacciai, sia all’uso dell’acqua nelle diverse aree.

Capire i rischi legati alla disponibilità dell’acqua sulla base della sua origine e gli scenari idrici specifici di ogni regione è molto complesso, ma vitale per pianificare il necessario adattamento che, spiega Biemans, comporterà la collaborazione fra molti attori e la combinazione di molti elementi. Tra questi, riorganizzare l’irrigazione, immagazzinare l’acqua, risparmiarla, cambiare le date della semina, passare a colture meno idrovore e più tolleranti al caldo.

Biemans ritiene che l’impatto dello scioglimento dei ghiacciai sarà diverso per ciascuno dei dodici bacini di drenaggio. Gli agricoltori dovrebbero essere sostenuti e orientati, ed è l’obiettivo del consorzio di ricerca «Hi-Aware – Himalayan Adaptation, Water and Resilience (Hi-Aware) Research». Tuttavia, sebbene le misure di adattamento locali siano fondamentali, quanto alla mitigazione il mondo è lungi dall’impegnarsi a sufficienza. Ridurre le emissioni di gas a effetto serra e accelerare la decarbonizzazione è vitale anche per i ghiacciai dell’Himalaya e altrove. Il loro ritiro nelle Ande comporta conseguenze gravissime per la stessa Amazzonia e il suo Rio. Anche in Africa, sotto il massiccio del Ruwenzori dove i ghiacciai sono ormai ai minimi termini, le comunità umane fanno fronte a siccità e inondazioni.


Top Gun

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

“Un’uscita dal programma F-35 sarebbe fatale per la sicurezza della Svizzera”, lo afferma il divisionario Peter Merz, capo dell’aviazione elvetica. Poveri noi! Certo, la dichiarazione lascia il tempo che trova; è come chiedere al capo di Volkswagen se la Golf è una buona macchina: cosa volete che vi risponda?! 

Il gallonato aviatore è probabilmente il responsabile della scelta del Dipartimento della Difesa (DDPS) di acquistare i trentasei F-35 americani per 6 miliardi di franchi. Ce lo immaginiamo nell’ufficio di Viola Amherd, con tanto di PowerPoint, a sciorinare tutte le virtù del caccia, davanti a un’attonita ministra che di aerei non capisce un cavolo. 

Chissà se Merz le ha spiegato che ogni tanto precipitano? Dal 2006 al gennaio di quest’anno trentuno F-35 si sono schiantati a terra! I critici lo sbeffeggiano: “Fiasco 35”.

Chissà se le ha illustrato il rapporto dei piloti statunitesi che ha definito il jet “per niente stellare”, in quanto sono state individuate otto aree di grave rischio (la visibilità, l’interfaccia tra gli apparati di bordo e il pilota, il sistema radar, l’apparato di proiezione dei dati nel casco di volo, l’eventualità di esplosione in caso di impatto con fulmini, per via delle pareti troppo sottili dei serbatoi, ecc.) Sono difetti che, si spera, siano stati corretti, ma ancora nelle scorse settimane Elon Musk, difendendo l’utilità dei droni, che non mettono a rischio i piloti, ha affermato che “nel frattempo, alcuni idioti stanno ancora costruendo jet da combattimento con equipaggio come l’F-35”. 

Chissà se il divisionario aveva previsto che i caccia della Lockheed potrebbero costare il dieci per cento in più. Merz, che in queste ultime settimane deve essersi appisolato nel cockpit, non pensa sia un problema: perché gli Stati Uniti – si chiede – non dovrebbero rispettare un contratto solo perché è cambiato un presidente? Il gingillo, tra l’altro, brucia 5600 litri di cherosene all’ora. Domanda: la Svizzera dove andrà a prendere i combustibili quando sarà in guerra?

A  Berna qualcuno comincia a preoccuparsi. Meglio tardi che mai. Il copresidente del partito socialista Cédric Wermuth propone di bloccare l’acquisto degli F-35 e chiede di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta per far luce sugli scandali al DDPS.

Intanto anche Canada e Portogallo stanno pensando di rinunciare all’acquisto degli F-35.

Il divisionario volante smentisce che i caccia possano essere bloccati dal Pentagono (Kill-Switsch), ma rivela che l’esercito lavora con un sistema di navigazione GPS, il cui interruttore principale è a Washington e lo scambio di dati (“la chiave crittografica”) dipende dagli Stati Uniti o dalla NATO. Se non è zuppa è pan bagnato.

Peter Merz ripete il ritornello secondo cui la Russia sta minacciando l’Europa (tre anni fa i pifferai dicevano che Putin sarebbe arrivato a Lisbona) e quindi la Svizzera deve prepararsi alla difesa, anche perché gli USA potrebbero non proteggere l’Europa. Non cita la NATO, a differenza del quasi generale Thomas Süssli che diceva che dopo quindici giorni di guerra l’esercito svizzero sarebbe spacciato e quindi dovrebbe affidarsi all’Alleanza atlantica. Infine il divisionario spiega che per prepararsi alla guerra l’esercito svizzero ha bisogno di 50 miliardi di franchi. Non bastano i quasi 30 miliardi che per i prossimi tre anni Governo e Parlamento hanno deciso di stanziare per l’armata, tagliando sull’aiuto umanitario, sul sociale, sulla formazione e la ricerca, ecc. Cosa ne hanno fatto al DDPS dei miliardi ricevuti finora?

Ciliegina finale: anche Peter Merz è dimissionario. Lascerà l’esercito dopo 35 anni di carriera. Prendiamo atto che dal Dipartimento della Difesa, allo sbando, sono scappati tutti i vertici, si salvi chi può: altro che impegnarsi e prepararsi perché la guerra si avvicina! 

Disertori, di fatto. Come suggerisce il vocabolario: “chiunque abbandona un posto di responsabilità, un incarico, un partito, una causa”.

(Intervista a Peter Merz, Tages Anzeiger, 14.3.25)

Nell’immagine: F-35 “Fiasco con le ali”


Selezione scolastica e lezioni private

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

Nella sessione di gennaio, con il consueto ritardo al quale sono sottoposti tutti gli atti parlamentari proposti dall’MPS, il Gran Consiglio ha discusso una mozione, presentata nel marzo del 2022, sul tema della selezione e del relativo fenomeno delle lezioni private nelle scuola medie superiori (SMS) del nostro cantone.
Sempre in quei primi mesi del 2022 i giovani vicini all’MPS – i Giovani Anticapitalisti (GA) – avevano condotto un sondaggio al Liceo di Bellinzona al quale avevano risposto oltre 300 studenti sugli 800 che lo frequentavano. I dati emersi mostrano che circa il 30% degli studenti del primo anno seguiva lezioni private almeno una volta a settimana, una tendenza che si mantiene anche negli anni successivi.

Un fenomeno diffuso e inaccettabile…

Il fenomeno è così rilevante che persino il Consiglio di Stato lo riconosce come un problema che merita attenzione, sottolineando come “Il ricorso diffuso a forme di insegnamento private e individuali rappresenta un rischio per il sistema scolastico cantonale, in quanto accentua le diseguaglianze e intacca il principio dell’equità che fonda la scuola pubblica ticinese”.
Tuttavia, Parlamento e governo hanno respinto le proposte della mozione, che includevano l’assegnazione di ore supplementari per le attività di recupero e l’organizzazione di attività di sostegno gratuite.
L’unico spiraglio di apertura riguarda la realizzazione di uno studio sulla selezione scolastica e le lezioni private, ma senza indicazioni chiare sulle tempistiche e le modalità di attuazione.

…per il quale non si fa nulla

L’alternativa? Il messaggio (ripreso dal rapporto di maggioranza) indica due modalità. Da un lato, il riferimento alle attuali attività di recupero, ossia le lezioni supplementari e le forme di sostegno individualizzato (i cosiddetti “sportelli”) che i vari istituti organizzano attingendo alla dotazione di sede assegnata dal DECS ogni anno; dall’altro, il ricorso a modalità didattiche che consentirebbero un contatto più diretto con gli studenti, garantendo una maggiore efficacia. Il riferimento è ai laboratori, concepiti in modo analogo a quanto previsto dal defunto progetto La scuola che verrà, che nelle SMS si svolgono a classi dimezzate.
Tuttavia, questi due strumenti non permettono di raggiungere gli obiettivi di recupero auspicati.
Per quanto riguarda il primo aspetto, ossia la disponibilità di ore per le attività di recupero, non si può non constatare come queste siano ormai ridotte al minimo e in continua diminuzione.
Il governo sostiene che il sostegno attuale sia sufficiente e ricorda che le scuole, autorizzate dall’art. 35 della Legge sulle SMS, possono attingere alla dotazione oraria per destinare ore alle attività di recupero. Si dimentica, però, che per farlo gli istituti devono rinunciare a impiegare queste ore per altre attività, il che non è sempre possibile.
Nel messaggio del novembre 2022, il governo affermava che “con riferimento agli ultimi tre anni scolastici, le ore settimanali per istituto destinate a queste attività variano tra 10 e 25 e, in generale, l’offerta attuale riesce a rispondere alle esigenze degli allievi”. I dati si riferiscono agli anni scolastici 2019/2020, 2020/2021 e 2021/2022.
Una simile affermazione solleva almeno due questioni:
a) L’anno scolastico successivo a questi tre (2022/2023) ha registrato forse il tasso di insuccessi più alto nelle SMS, segno che l’intervento non ha portato miglioramenti significativi.
b) Negli anni più recenti – successivi a questa rilevazione e nonostante la persistenza di alti tassi di insuccesso scolastico – l’offerta di attività di recupero si è ulteriormente ridotta, rendendo i dati forniti dal governo poco aderenti alla realtà attuale.
Sarebbe bastato qualche contatto diretto con le scuole per verificarlo (cosa che la Commissione scuola del Gran Consiglio non ha nemmeno preso in considerazione). Per esempio, il Liceo di Bellinzona – dove è stato condotto il sondaggio che ha dato origine alla mozione – non prevede alcuna lezione supplementare nella propria griglia oraria; il Liceo di Locarno mette a disposizione circa dieci ore per il sostegno a tutte le classi; al Liceo 1 di Lugano le ore disponibili sono otto o nove, mentre al Liceo di Mendrisio – che risulta quello con il numero più alto – si arriva a quattordici. Questa verifica empirica, sebbene possa presentare qualche imprecisione, riflette comunque la situazione generale e mostra che il numero di ore effettivamente disponibili è inferiore alla fascia indicata dal governo (più vicina a un intervallo tra 6 e 14 ore, piuttosto che tra 10 e 25), confermando il progressivo ridimensionamento delle attività di recupero.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, ossia le nuove metodologie didattiche, il governo osserva: “Si ricorda inoltre che, sempre al liceo, a seguito della graduale introduzione, a partire dall’anno scolastico 2020/2021, del nuovo piano settimanale delle lezioni, in diverse discipline – tra cui italiano, matematica, francese e tedesco – parte delle ore settimanali nelle classi I e II si svolge in laboratori. Questa modalità didattica, che prevede classi dimezzate, rappresenta un’occasione privilegiata (e apprezzata) per la differenziazione pedagogica, permettendo all’insegnante di supportare individualmente ogni allievo”.
Non sappiamo chi abbia scritto queste righe, ma è evidente che non ha letto i programmi liceali, i quali attribuiscono ai laboratori un ruolo ben diverso. Sebbene le classi siano dimezzate, i laboratori non sono concepiti come attività di recupero o sostegno.
A riprova di ciò, riportiamo un esempio tratto da una delle materie più selettive, la matematica: i nuovi piani di studio dei licei definiscono il laboratorio di matematica come un’attività finalizzata a “educare al gusto per la ricerca del nuovo”, obiettivo ben distante dall’idea di recuperare conoscenze insufficienti.
Persino il laboratorio di italiano, che nelle prime settimane del primo anno di liceo cerca di colmare gravi lacune nella competenza espressiva scritta (sintassi, lessico, punteggiatura) e potrebbe dunque essere considerato un’attività di recupero sui generis, è perlopiù dedicato all’analisi testuale e all’esplorazione dei diversi generi testuali. Inoltre, in alcune materie (come il francese), i laboratori linguistici non sono nemmeno presenti in tutte le sedi.
Le due soluzioni indicate nel messaggio del governo per rispondere alle esigenze della mozione risultano dunque o in fase di forte ridimensionamento o, semplicemente, inadeguate. Il persistere di un alto tasso di insufficienze – che poi si traduce in insuccessi scolastici – porta così a un ricorso sempre più diffuso alle lezioni private.
Dire no alle nostre proposte significa lasciare immutata la situazione, impedendo a ogni allievo di raggiungere i traguardi di apprendimento esclusivamente attraverso le attività didattiche ordinarie previste dagli orari scolastici. Come affermato dalla maggioranza della commissione (e dal governo), “non è accettabile che il compito di portare gli allievi al raggiungimento dei traguardi di apprendimento possa essere esternalizzato o demandato a persone e/o enti esterni alle scuole e al sistema scolastico”. Tuttavia, come abbiamo visto, queste parole restano lettera morta.

Selezione e lezioni private

In questo contesto, è evidente che le lezioni private tendono ad aumentare. Esse rappresentano, come suggerisce l’aggettivo stesso, un fenomeno di “privatizzazione” dell’insegnamento.
Si tratta di un fenomeno ormai rilevante non solo nelle scuole medie superiori, ma, come dimostrano inchieste passate e come è empiricamente verificabile, anche nella scuola dell’obbligo, in particolare tra gli studenti di terza e quarta media.
Questo aumento testimonia le crescenti difficoltà che gli studenti incontrano nelle scuole medie superiori, dove il tasso di selezione è costantemente elevato, al punto da non poter essere considerato semplicemente indice di un insegnamento “rigoroso” ed “esigente”.
In alcune materie, in particolare, è evidente la presenza di un alto e costante numero di insufficienze, che spinge gli studenti a ricorrere frequentemente alle lezioni private e che, in ogni caso, tende a generare tassi di insuccesso scolastico comunque elevati.

Di chi è la responsabilità? La situazione non appare di facile lettura, come evidenziava già il commento con il quale  i Giovani Anticapitalisti aveva accompagnato i dati raccolti dal sondaggio del 2022 al Liceo di Bellinzona. Scrivevano: “Quali sono le ragioni di questa situazione? Sarebbe necessario un lungo lavoro di analisi e riflessione. Nella scuola, tra i docenti in particolare, vi sono due tipi di ragionamento … Il primo considera inadeguato il livello di preparazione degli studenti di scuola media che decidono di frequentare una SMS, cosa che renderebbe estremamente difficile il “passaggio” al nuovo ordine di scuola, creando uno “scalino” nel quale incespicano molti studenti. Non sembrerebbero impedire questa situazione i criteri di ammissione alle SMS: cioè avere conseguito un attestato di Sme con almeno una media di 4,65, frequentato i corsi attitudinali di matematica e tedesco (livello A) e ottenuto almeno il 4,5 in italiano…. Il secondo ragionamento tende invece a chiamare in causa insegnamento e programmi delle SMS. In particolare per i Licei ci si chiede se le esigenze rivolte agli studenti – in particolare in alcune materie – non siano eccessivamente elevate e tese a rispondere più alle richieste delle scuole universitarie (in particolare i Politecnici) che al conseguimento di un attestato di maturità che dovrebbe certificare il raggiungimento di un traguardo soprattutto di ordine culturale…”. Tema, come detto, da approfondire, e che ci dice come, in ogni caso, la situazione, lo statuto e il funzionamento della scuola media sia grande come una casa e che, seppur necessario affrontarlo e risolverlo nel senso di un suo superamento (vedremo come andrà a finire con una “sperimentazione” che appare – raccogliendo voci e commenti dei protagonisti – abbastanza “farlocca”), la questione dei livelli non sia il tema fondamentale con il quale la scuola media è confrontata.

Lo studio promesso: un’illusione?

Il Parlamento ha accolto l’idea di uno studio sulla questione delle lezioni private. Il governo ha dichiarato di voler condurre un’indagine che coinvolga anche le SMS, per verificare l’eventuale correlazione tra il ricorso alle lezioni private e il successo o insuccesso scolastico. Tuttavia, si tratta per ora solo di un’intenzione, un po’ poco per un fenomeno in crescita da anni.
La discussione parlamentare non ha chiarito le modalità di questo studio, né i suoi tempi di realizzazione. Nel messaggio del 2022, il Consiglio di Stato definiva gli assi principali della ricerca:

– Analisi comparativa con l’indagine del 2017.
– Estensione al secondario II e alle forme di sostegno gratuito (genitori, conoscenti, tutor tra pari).
– Mappatura delle attuali attività di recupero scolastico.
– Verifica della correlazione tra lezioni private e successo/insuccesso scolastico.

La Commissione della gestione, pur respingendo le proposte della mozione, ha sostenuto l’idea dello studio. Tuttavia, proprio sulla sua realizzazione, il dibattito subisce una sorta di accelerazione: da studio da realizzare e pianificare diventa, anche sulla base di una dichiarazione della Consigliera di Stato, uno studio che sarebbe ormai in dirittura d’arrivo.
È così che hanno compresa la questione i giornali che hanno seguito il dibattito parlamentare. La Regione scriveva, lo scorso 21 gennaio, che “L’approfondimento è in corso e verrà presentato nei prossimi mesi. Sulla sua scorta si faranno delle valutazioni sulle misure da intraprendere». Lo stesso giorno il Corriere del Ticino riferiva che “Anche Carobbio Guscetti in aula ha assicurato che uno studio «è già in corso e dovrebbe terminare nei prossimi mesi, con un rapporto finale atteso per la fine del primo semestre ». Studio a cui, ha spiegato, seguiranno « proposte per rispondere a un tema che preoccupa il Governo». Come dire: la consigliera di Stato ha semplicemente chiesto pazienza al plenum, in attesa dei risultati dello studio. Impostazione poi approvata dal Gran Consiglio con 53 voti a 14”.
Abbiamo cercato di capire su quali basi questo studio venga condotto. Un’indagine seria dovrebbe quantificare il fenomeno, individuando quanti studenti ricorrono alle lezioni private, per quali materie e in quali ordini scolastici, nonché analizzare l’offerta pubblica di recupero.
L’ultima ricerca risale al 2017 e si basava su questionari agli studenti del Secondario II e sull’analisi dei dati PISA per le scuole medie. Tuttavia, i più recenti dati PISA (2022) includono una sola domanda sul ricorso a lezioni private, limitata alla matematica. Questo non permette di avere un quadro completo, né di analizzare altre materie, come il tedesco, o di comprendere le dinamiche tra gli studenti più giovani.
Per uno studio efficace sarebbe necessario un nuovo questionario, come fatto nel 2005. Tuttavia, da contatti con docenti e dirigenti scolastici, non risulta che sia stata avviata un’indagine del genere.
Attendiamo quindi la presentazione dello studio e delle proposte che ne seguiranno, sperando che il problema non venga nuovamente sacrificato alle politiche di austerità del governo e della maggioranza parlamentare

Giuseppe Sergi è granconsigliere MPS


Il libro dell’odio

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

In un angolo remoto della coscienza europea c’è un libro che non cessa di emettere una lucina sinistra: è il Mein Kampf, la mia battaglia, l’opera maledetta di Adolf Hitler. La prima parte uscì cento anni fa, nel luglio del 1925; la seconda nel dicembre del 1926: due tomi pensati e scritti nella fortezza-prigione di Landsberg am Lech, dove Hitler era stato rinchiuso per aver ordito un colpo di stato a Monaco di Baviera nel novembre del 1923. Condannato a cinque anni, ne scontò poco più di uno, in una condizione che gli storici definiscono «confortevole» (poté infatti contare sulla benevolenza della direzione del carcere).

Il primo tomo era largamente autobiografico: l’autore ripercorreva le diverse tappe della sua vita, dall’infanzia in terra austriaca (era nato a Braunau sull’Inn nel 1889) alle sue ambizioni, rimaste sulla carta, di diventare un artista o un architetto, e dal suo disprezzo per l’impero austro-ungarico alla decisione di arruolarsi nell’esercito del Kaiser Guglielmo II durante la grande guerra del 14-18. Nel secondo tomo gettava invece le basi del suo credo, il progetto nazional-socialista, imperniato sulla superiorità razziale della stirpe germanica.

Il testo, più volte rimaneggiato perché farraginoso e prolisso, di fatto illeggibile, non conobbe agli inizi un’ampia diffusione. Ma poi, con il progressivo acuirsi della crisi politica, economica e monetaria della Repubblica di Weimar, le tesi espresse nel libro divennero parole d’ordine di un’onda destinata ad ingrossarsi anno dopo anno, fino a trasformarsi in una mareggiata inarrestabile. Dopo l’ascesa al potere del Führer nel gennaio del 1933, il Mein Kampf fu elevato dalla propaganda a «Bibbia del nazionalsocialismo», distribuita in centinaia di migliaia di copie nelle scuole e nelle famiglie tedesche. Si è calcolato che le copie stampate tra il 1925 e il 1945 raggiunsero la cifra di dodici milioni, con traduzioni in diciassette lingue.

Due i nemici da combattere e da distruggere. Il primo esterno, ovvero le potenze che avevano umiliato la Germania con il trattato di Versailles, in primis l’odiata Francia. L’armistizio concluso nel novembre del 1918 fu fonte di una prolungata disperazione, «non avevo pianto nemmeno quando m’ero tenuto certo di restare cieco, dopo che i gas britannici m’avevano bruciati gli occhi; perché, allora, si trattava soltanto di me. Ma ora si trattava della Germania! E piansi, piansi, sulle sventure della patria».

Il secondo nemico era interno: i disfattisti, i politicanti di Berlino, la socialdemocrazia retta dai marxisti, il parlamentarismo corrotto e corruttore. E da ultimo l’ebreo, la figura nefasta da estirpare; l’ebreo eterno che, infiltrandosi nei partiti, nei giornali e nell’amministrazione, aveva condotto il Reich sull’orlo del baratro. Il marxismo altro non era che la maschera dell’ebreo che, dietro le quinte, architettava complotti per annientare la razza ariana. Contro gli ebrei e i marxisti non era possibile nessun compromesso: «o sterminarli, o esserne sterminati».

Alla lotta contro il giudaismo doveva seguire tutta una serie di provvedimenti volti a fare di nuovo grande la Germania. Occorreva innanzitutto ricondurre nel grembo teutonico le varie comunità che ancora non si erano ricongiunte con la madrepatria. Un’operazione necessaria, piattaforma da cui avviare la conquista di nuove terre, così da estendere lo spazio vitale («Lebensraum») verso Est, verso la Russia dalle sconfinate pianure. All’interno bisognava poi riformare il sistema scolastico, promuovere l’educazione fisica dei giovani nel quadro di apposite cellule militarmente disciplinate, soffocare con la violenza ogni forma di dissenso, addomesticare la stampa, istituire il partito unico. Le opposizioni avrebbero dovuto, o abbracciare la nuova fede, oppure finire nei campi di concentramento.  Tutto questo in una logica di rigenerazione del sangue tedesco: sangue che purtroppo era rimasto contaminato dagli incroci e dai matrimoni misti con le razze inferiori. Uno dei compiti da perseguire consisteva nell’introdurre l’eugenetica, per fare in modo che gli individui minati nel fisico e nella mente non potessero più procreare: «Se da seicento anni gli individui degenerati fisicamente o sofferenti di malattie mentali fossero messi nell’impossibilità di generare, l’umanità godrebbe di una salute di cui oggi difficilmente ci possiamo fare un’idea». Il paragone con il mondo animale è costante: solo l’esemplare più vigoroso e vitale s’impone, gli altri sono destinati a soccombere o ad obbedire al capobranco: «il ruolo del più forte è di dominare e non di fondersi con il più debole, sacrificando così la propria grandezza». 

Al termine della guerra, nel maggio del 1945, le forze alleate misero fuori legge il Mein Kampf, impedendone ogni ristampa o riproduzione. Questo divieto è rimasto in vigore per settant’anni, quindi fino al 2015. A partire da quell’anno ogni restrizione è caduta, permettendo agli editori di riproporre l’opera liberamente. 

La scadenza dei diritti d’autore ha naturalmente ridestato dubbi e timori. Si temeva che il ritorno di quest’opera incendiaria avrebbe ridato fiato al neonazismo e alimentato nuove ondate di antisemitismo. Per rispondere a queste paure, l’«Institut für Zeitgeschichte» di Monaco ha predisposto un’edizione critica in due grossi volumi di complessive… duemila pagine, accompagnando il testo originale con un minuzioso commento, paragrafo dopo paragrafo: un lavoro encomiabile che nonostante la mole è stato ben accolto dal pubblico non specialista. 

In realtà il Mein Kampf ha sempre avuto edizioni pirata, e comunque negli ultimi decenni era facilmente reperibile in rete. È un libro maledetto, ma certamente inaggirabile per comprendere origini, sviluppo e crimini dell’ideologia nazista; e per risalire alle radici di un fenomeno nato nel cuore della cultura occidentale del Novecento, gemello-antagonista dello stalinismo.

Nel mercato italiano, il Mein Kampf, intitolato La mia battaglia, non è mai uscito dalla circolazione (la versione più nota e attendibile è quella curata da Giorgio Galli per le edizioni Kaos). La prima traduzione, parziale, fu pubblicata dall’editore Bompiani nel marzo del 1934. Sorprendenti quanto inquietanti le righe conclusive della prefazione redatta per l’occasione: «Il Fascismo e il Nazional-socialismo, intimamente connessi nel loro fondamentale atteggiamento verso la concezione del mondo, hanno la missione di segnare nuove vie ad una feconda collaborazione internazionale. Comprenderli nel loro senso più profondo, nella loro essenza, significa rendere servigio alla pace del mondo e quindi al benessere dei popoli». Firmato: Adolf Hitler, Berlino, 2 Marzo 1934.

Scritto per La Regione


Il Cremlino gioca con gli Usa come gatto e topo

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Rileggendo a mente fredda i comunicati della Casa Bianca e del Cremlino si ha la conferma della sensazione emersa dagli incontri diplomatici che avevano preceduto la lunga telefonata tra i due presidenti. Vladimir Putin sta giocando al gatto con il topo nel confronto con Donald Trump. Dato che uno si è formato alla scuola dell’inganno e della disinformazione del Kgb e l’altro a quella del mercato immobiliare di Manhattan non è difficile immaginare chi sia più attrezzato quando in gioco ci sono non grattacieli, ma guerra e pace.

Il comunicato della Casa Bianca, partendo dal consenso allo stop di trenta giorni degli attacchi alle infrastrutture energetiche (piccolo passo rispetto all’obiettivo trumpiano di un cessate il fuoco totale), trasudava soddisfazione e ottimismo, definendo la telefonata “un contratto per la pace” e parlando di un percorso “a tutta forza” verso l’accordo. E Trump sul suo social Truth aveva riempito il bicchiere mezzo vuoto scrivendo di una “conversazione molto buona e produttiva” (quasi le stesse parole usate ieri dopo la telefonata con Zelensky, durata però soltanto un’ora).

Il Cremlino, invece, faceva ricorso a una vecchia formula dell’éra sovietica quando si voleva sottolineare che le divergenze superavano le convergenze: “Scambio di opinioni franco e dettagliato”. E proprio nei dettagli stava il diavolo: una serie di condizioni (dalla fine dell’invio di armi da parte dell’Occidente fino al blocco della fornitura di dati di “intelligence”) inaccettabili per l’Ucraina, ma anche per i suoi alleati europei.

Thomas Friedman, pluridecorato “columnist” del New York Times (ha vinto tre Premi Pulitzer di giornalismo, uno dei quali proprio per i suoi commenti di politica internazionale) ha scritto, analizzando alla luce della telefonata quella che definisce la bromance Trump-Putin, che le condizioni poste dal Cremlino equivalgono a “lasciare l’Ucraina completamente nuda” di fronte all’aggressione russa, che tra l’altro si sta intensificando proprio in vista di un ancora improbabile negoziato. “Un’ulteriore prova — chiosa Friedman — se ce ne fosse bisogno che Putin non sta mirando alla pace in Ucraina, come Trump crede scioccamente. Sta mirando a prendersi l’Ucraina”. O, si può precisare, a farne un Paese a sovranità limitata, riesumando la vecchia dottrina brezneviana applicata alla Cecoslovacchia ribelle di Alexander Dubcek nel 1968.

Quando Friedman descrive il presidente americano come uno “sciocco credulone” viene alla mente una memorabile battuta di Rex Tillerson, il suo primo segretario di Stato dopo l’elezione del 2016, che, pur riconoscendo al “tycoon” un grande genio per gli affari, lo definì un fucking moron (un maledetto deficiente, nella traduzione benevola) quando si trattava di capire la politica internazionale. È un giudizio — al di là della sua crudezza — che trova concordi anche oggi molti analisti, i quali sottolineano che alcuni dei fattori che Trump considera decisivi in una trattativa, come la personalità o l’empatia, hanno poco impatto nel complesso scenario internazionale. L’autostima di Trump di essere un formidabile negoziatore s’infrange contro la dura realtà della guerra.

“Negoziare la fine di un conflitto è un lavoro complicato e noioso, che richiede pazienza e creatività. Invece Trump sembra impaziente di sbarazzarsi della guerra in Ucraina, vuole solo uscirne”, è l’analisi confidata al Financial Times da Max Bergmann del “Center for Strategic and International Studies”. Anche nell’altra grande crisi, quella di Gaza, l’amministrazione Trump ha dato prova di scarsa coerenza, e ancora meno di pazienza. Prima ha tenuto negoziati diretti con Hamas per avviare la seconda fase della tregua, poi, quasi all’improvviso, ha incoraggiato Netanyahu a riprendere i bombardamenti rigettando il Medio Oriente nel caos e nell’incertezza.

Nel caso dell’Ucraina all’impazienza (e allo scarso interesse per la causa, come disse a chiare lettere il vice presidente J.D. Vance) Trump aggiunge quella che Fiona Hill ha definito “l’idolatria” per Putin e, si può aggiungere, per tutti gli uomini forti a capo di regimi autoritari, che non devono rispettare la separazione dei poteri delle democrazie liberali. Hill è una grande esperta della Russia, ha scritto un libro su Putin al Cremlino, e ha lavorato nel Consiglio per la sicurezza nazionale durante la prima presidenza di Trump. In quel ruolo partecipò all’incontro di Helsinki nel 2018 e vide in prima persona il presidente americano cadere nella trappola dello zar. Nei due comunicati sulla telefonata di lunedì Hill coglie un ripetersi dello stesso schema, quello appunto del gatto con il topo. La strategia di Trump, ha detto Hill nell’intervista pubblicata ieri da Repubblica, “non è nell’interesse degli Stati Uniti … Però lui non lo capisce e non ha nessuno vicino disposto a dirglielo”. E qui torna il tagliente giudizio di Tillerson sulla presunzione di Trump e la sua difficoltà a capire la politica internazionale.

Ieri, nel suo intervento alla Camera, la presidente Meloni è andata controcorrente rispetto alla maggioranza degli analisti di politica internazionale definendo Trump “un leader forte capace di garantire una pace duratura”. Il futuro dirà chi ha ragione. Il presente dice che Trump non è riuscito a ottenere da Putin neppure una tregua. Ancor meno a far finire la guerra in ventiquattro ore, chiudendo Putin e Zelensky in una stanza, come aveva promesso in campagna elettorale.

Nell’immagine: il gatto senza la volpe


Lo show di Benigni sulla Rai: “Ue, che invenzione”. E celebra gli “eroi di Ventotene”

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

Di Michela Tamburrino, La Stampa

La marcia che descrive la gioia, la banda del Pinzimonio che lo segue sempre, ecco che arriva l’EuroBenigni che fa un giro neanche tanto lungo per poi approdare lì dove voleva, alla celebrazione entusiasta dell’Unione europea, proprio nel giorno in cui si scatena il pandemonio per le parole di Giorgia Meloni su Ventotene e i padri fondatori dell’Unione Europea che Benigni definisce senza mezzi termini «eroi».

Un racconto che arriva in Eurovisione e in diretta, «Mai accaduto prima, un colpo di stato, mi si vede anche se accendi il microonde». Saluta il presidente Mattarella e pure Papa Francesco. «Un saluto in diretta Santità, oramai in mondovisione solo noi e Sanremo». Dunque il preambolo che lo condurrà all’Europa, alla «bella fiaba dell’Europa», perciò ci si avvicina raccontando di instabilità, divisioni, estremismi, destra che prende il potere «sto parlando della Rai». E De Martino, attento: che Trump vuole mettere un dazio pure sui pacchi. O ancora Elon Musk: «Tra me e Giorgia non c’è nulla lo giuro sulla Tesla». No gli sfugge neppure l’asteroide che sulla terra non ci va neppure sotto tortura. Servono persino le buche di Roma per buona pace del Sindaco e i lavori del Giubileo e i potenti del mondo che sono «proprio personcine perbene». Eccoci arrivati al punto focale, personcine «perbene» come Putin che serve a Benigni da grimaldello: «Come Putin che ama l’Europa, ci vuole entrare a tutti i costi, a modo suo, bussa con i carri armati, è di carattere, un tipo espansivo» . Non ha tralasciato nulla Benigni e lo si capisce fin dall’anteprima muta che dopo 10 anni d’assenza, il suo ritorno su Rai1 non poteva programmarsi in un giorno a caso. Dunque la scelta è caduta sul giorno di San Giuseppe, un santo che al premio Oscar toscano piace assai, ne ha fatti di sogni, quell’essere schivo, paterno senza essere padre. Ottimo viatico per Il sogno in prima serata ieri dove Benigni si è lanciato senza la rete della Costituzione, della Divina Commedia, dei Dieci Comandamenti, ma no aveva detto che il suo tempo sognato era quello europeo, non inafferrabile o inconsistente. Un sogno reale che parte da casa nostra e si allarga fino all’America, agli Stati Uniti, un potere febbrile contagioso. Una serata che lui annunciò durante il Festival di Sanremo, il giorno di San Valentino. Ed eccolo ieri sera il premio Oscar a magnificare «l’Europa che ha inventato la logica, il dubbio, la libertà». È in Europa, dice, che i cittadini da sudditi sono diventati appunto cittadini. «Hanno inventato lo sport, scoprono la struttura dell’universo e spaccano l’atomo, tutto forma un patrimonio comune europeo regole che fanno lo stato moderno».

C’è un però: «Abbiamo inventato anche la guerra giocando a chi la inventava più brutta, la nostra storia è stata una carneficina permanente, cento anni di guerre senza smettere mai, aggressioni inaudite, il colonialismo. La bellezza e l’arte sono sempre state all’ombra della morte. Il nostro sport preferito non è il calcio ma la guerra». Cento milioni di morti, brutalità senza precedenti nella Seconda Guerra Mondiale. «Non abbiamo capito che dovevamo cambiare i nostri rapporti fino a quando qualcuno ha cominciato a dire che così non andava bene. Lo abbiamo pensato nel Novecento, la vera novità è un’altra: si tratta della creazione di istituzioni sovranazionali, quando si condivide con altri, società della nazioni, poi Onu, Sanità, Commercio, l’unione Europea. Io di questo vi parlo stasera». L’Europa come «la più grande costruzione politica, sociale economica mai realizzata sul pianeta terra negli ultimi 5 mila anni, rivoluzione silenziosa che cambia il mondo ragionando in pace su ciò che aveva scatenato le guerre, il più sanguinoso conflitto nella storia dell’umanità e ora è la patria dei diritti e il luogo più sicuro al mondo perché si basa su un principio, la pace, una strategia politica ideata e preparata, la visione di un sogno economico e politico di unione. Loro non guardavano alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni. L’esperimento democratico più emozionante e attuale».

De Gasperi gli torna perfetto in questa arringa accorata, un inno alla gioia e felicità d’essere europei, «io sono un europeista estremista. Cercas diceva che l’Europa è l’unica utopia buona». Per poi ricordare che lui appartiene alla prima generazione che non ha mai conosciuto la guerra: «Ottant’anni di pace non sono mai esistiti in Europa, il periodo più lungo di pace fin dai tempi della guerra di Troia, l’Europa che ha visto il premio Nobel per la Pace, nel continente più bellicoso della storia». Ma attenzione: «Il nazionalismo sta risorgendo ed è guerra, una fede integralista, un’ossessione, una malattia, una fissazione perché si maschera da patriottismo, attenzione. Io sono orgoglioso di essere italiano», e giù applausi. Rincara: «I nazionalisti hanno paura di tutto, del diverso, dello straniero e vogliono imporre, un imbecille che dice di essere il migliore e che il suo Paese è il migliore, dice un’insensatezza che purtroppo viene votata e porta solo alla guerra. E tutto è successo in Italia, a Ventotene qualcuno ha l’idea di cambiare e di girare pagina, intorno rovine e cadaveri e mentre si dà il peggio di sé, arriva anche il meglio. Tre uomini, Spinelli, Rossi e Colorni, erano a Ventotene luogo di confino che vide anche Pertini passare di lì. E quello che scrissero venne custodito e trasmesso grazie al coraggio di due donne». E l’America viene celebrata, ma nell’idea di federalismo che è quella che ispira l’Unione Europea: gli Stati Uniti che hanno un unico esercito, che non vede guerre tra California e Texas, «la più grande innovazione della storia. Un pensiero che Hitler voleva realizzare con la forza, invece negli States è un’unione libera e democratica dei popoli è quello che gli americani hanno donato al mondo».


Meloni, il passato comodo alibi per sfuggire alla realtà

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

Di Alessandro De Angelis, La Stampa

Non è la prima volta che accade questo: nel discorso in vista del Consiglio europeo Giorgia Meloni assume un tono prudente, istituzionale, senza picchi. Poi, nelle repliche, si libera dai freni inibitori. Ci si potrebbe affidare alla spiegazione psicologica di un inconscio a fatica represso. Oppure – più probabile – alla tesi del format perfettamente voluto: tanto più è costretta al vincolo esterno (sulle armi, in fondo, ha detto sì e sull’Ucraina non ha ceduto), tanto più deve regalare poi, a mo’ di compensazione, un po’ di sangue alla curva. Sia come sia, questa volta ad equilibrismo estremo e quasi noioso al primo giro, ha corrisposto una provocazione altrettanto estrema al secondo sul Manifesto di Ventotene, presentato quasi come un inno al socialismo reale.

Provocazione piuttosto ardita sia rispetto alla verità della storia e anche all’opportunità istituzionale. Giova ricordare che è dedicata ad Altiero Spinelli un’ala del Parlamento europeo, in omaggio alla sua vita spesa per la costruzione di un’Europa libera, unita, democratica, fondata su quei valori della persona umana che il fascismo aveva represso. Sono proprio queste le parole utilizzate da Sergio Mattarella, durante un incontro con gli studenti in occasione dell’ottantesimo anniversario del Manifesto di Ventotene, quando lo definì una «lezione senza scadenza e senza tempo, che parla anche a noi con grande attualità».Insomma, maramaledeggiare su Spinelli prima di un pranzo al Quirinale e di un vertice europeo è un po’ come bestemmiare prima di una visita a San Pietro.

In fondo, però, per Giorgia Meloni è tutto perfetto: la rottura del galateo è funzionale a rinverdire il mito della sua diversità; l’euroscettismo è utile a non perdere il monopolio dell’immaginario sovranista, su cui avverte la sfida di Matteo Salvini che insiste sul no alle armi; la gazzarra successiva è utile per rimuovere l’oggetto della discussione, e cioè il ruolo (debole) del governo italiano in Europa sul terreno della difesa e della sicurezza. Hanno ragione le opposizioni nel merito storico però, in definitiva, anche per loro il “caso Spinelli” diventa l’occasione per assecondare una fuga, per quanto nobile, dalla realtà, coprendo le divisioni progettuali sul vero terreno della contesa.

Il meccanismo è rivelatore di una classica trappola delle identità: la discussione, in Europa, è sulla sua sfida esistenziale, ovvero su come, finita l’era della sicurezza gratis, esercitare un ruolo di deterrenza per contare qualcosa nel mondo. Sono temi impegnativi, non a costo zero in termini di consenso. Rifugiarsi nel passato è un modo per fare i conti con l’assunzione di responsabilità del qui e ora, anteponendo la comfort zone dell’identità e delle proprie bandiere. Tutto questo racconta di una estrema fragilità del sistema Paese di fronte alla posta in gioco. In Francia, ad esempio, Marine Le Pen ha assunto una postura critica su Trump perché ha capito che non può lasciare a Macron il “Francia First”, inteso come orgoglio nazionale di fronte al disimpegno e all’aggressività americana. In Germania un Parlamento pressoché sciolto ha votato col consenso delle principali forze politiche a favore della riforma che consente di fare debito investendo centinaia di miliardi di euro in spese militari e infrastrutture. Qui nulla scalda più delle polemiche sulla storia.

Morale della favola: la classe dirigente italiana si accapiglia sulla Seconda Guerra Mondiale, mentre si rischia la Terza. Mentre la politica, quella che rischia di metterci nell’angolo come Paese, la fanno altri. Altrove.


In Turchia arrestato il sindaco di Istanbul Imamoglu, rivale di Erdogan: “La nazione risponderà”

Studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: puntare a processori più efficienti, rinnovabili per alimentarli e addestramento dei modelli su meno parametri 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

ISTANBUL – Arrivano all’alba, un centinaio di agenti, blindati e camionette della polizia. L’appartamento di Sariyer è isolato. Dentro ci sono Ekrem Imamoglu, sua moglie Dilek e i loro tre figli. Il sindaco di Istanbul fa in tempo a condividere un video in cui lo si vede allacciarsi la cravatta, consapevole del destino che lo attende: «Stanno cercando di usurpare la volontà della nostra nazione — dice. Ci troviamo di fronte a una grande tirannia. Ma voglio che sappiate che non mi arrenderò».

Viene portato via, agli arresti insieme ad altri 100 tra dirigenti locali, funzionari del comune, imprenditori e anche un giornalista, un retata che di fatto azzera la macchina amministrativa comunale. Le accuse sono pesanti: corruzione e turbativa d’asta. E soprattutto “favoreggiamento al terrorismo” per i suoi presunti rapporti con il Pkk, il partito curdo dei lavoratori guidato da Ocalan, che proprio due settimane fa, dopo una lunga trattativa, aveva annunciato la fine della lotta armata. L’accusa consente di sostituire Imamoglu con un funzionario nominato dal governo fino alla fine del processo.

È uno choc politico per la Turchia, che vede alla sbarra il più popolare politico d’opposizione, considerato l’unico in grado di battere Erdogan. Domenica, Imamoglu avrebbe dovuto partecipare al congresso del Chp, il partito repubblicano, passaggio quasi formale per una candidatura che sembrava scontata verso la presidenziali del 2028. E che ora potrebbe non arrivare mai: non solo per una possibile condanna, ma anche perché due giorni fa l’università di Istanbul gli annullato il diploma di laurea, titolo necessario per candidarsi alla presidenza.

Il presidente del Chp, Ozgur Ozel, denuncia un «colpo di stato politico» e chiama i cittadini alla piazza: «Erdogan sta cercando di rompere il polso di Ekrem Imamoglu, che non è riuscito a piegare tre volte, con il bastone della magistratura». In una lettera scritta a mano dalla stazione di polizia il sindaco chiede ai turchi di rispondere alle «bugie, ai complotti e alle trappole». Interviene il ministro della giustizia, Yilmaz Tunc, che difende l’autonomia della magistratura e mette in guardia dal collegare il presidente Erdogan con l’arresto di Imamoglu. La polizia blinda le strade di Istanbul ed emette un divieto di manifestazioni politiche per quattro giorni. Ma non serve a fermare la piazza. All’università di Istanbul centinaia di studenti si scontrano con le forze dell’ordine, cittadini scendono in strada in diverse città, da Izmir a Trebisonda. A sera in migliaia si radunano davanti alla sede del Comune.

La pace che l’accordo con Ocalan lasciava intravedere, ora sembra lontana. Erdogan aveva scommesso sulla resa del Pkk per porre fine a un conflitto quarantennale e garantirsi il sostegno curdo per possibili modifiche alla Costituzione, l’unico modo per poter partecipare alle presidenziali del 2028, visto che è già al suo secondo mandato. Nelle ultime settimane però la repressione è tornata a intensificarsi, gli arresti di ieri sono una ulteriore escalation, e un messaggio.

Imamoglu è accusato anche di aver aiutato il Pkk perché lo scorso anno si alleò con il partito filo-curdo Dem, il terzo più grande del parlamento, i cui voti sono necessari per qualsiasi modifica costituzionale. Ieri i deputati curdi si sono uniti ai repubblicani denunciando «un colpo di stato civile» e il «tentativo di eliminare un rivale politico». A Bruxelles osservano con preoccupazione le mosse dell’alleato Nato che spinge per entrare a far parte della coalizione dei volenterosi che dovrebbe fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina forte del secondo esercito dell’Alleanza. «L’arresto del sindaco è profondamente preoccupante. La Turchia deve sostenere i valori democratici, resti ancorata all’Europa», è l’appello a Erdogan del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa e della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

Nell’immagine. Istanbul, manifestazioni di protesta contro l’arresto del sindaco Ekrem Imamoglu