La nascita di Israele è una storia coloniale accettarlo è doloroso ma serve alla pace

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 

Di Anna Foa, La Stampa

Il libro dello studioso di origine palestinese Rashid Khalidi, Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza, ci racconta la storia di questo secolare conflitto visto dalla parte dei palestinesi. Khalidi, la cui famiglia apparteneva agli strati più elevati dell’élite palestinese, è nato nel 1948 a New York City, dove suo padre era un alto funzionario dell’Onu. Un suo pro-prozio era stato un importante funzionario sotto il governo ottomano, a lungo sindaco di Gerusalemme. Studioso di rilievo, docente all’università di Chicago e alla Columbia, Rashid Khalidi è stato anche attivamente coinvolto nelle vicende politiche: era a Beirut durante la guerra del Libano del 1982, e ha partecipato attivamente alle trattative tra palestinesi e israeliani a Madrid e a Washington.

In questo libro, Khalidi fa ampio uso tanto dei documenti pubblici che delle memorie famigliari oltre che della sua stessa esperienza politica. Ne risulta una scrittura affascinante in cui l’uso rigoroso delle fonti documentarie si mescola con quello delle memorie famigliari e personali.

Il filo rosso che percorre il libro, che caratterizza la storia secolare del conflitto, è il “colonialismo”. Tutta la storia del conflitto, dalla nascita del sionismo ad oggi, è infatti analizzata nell’ottica coloniale. Come già per Edward Said, il grande studioso autore di “Orientalismo”, quella della nascita di Israele è per Khalidi una storia coloniale, sia pure di un colonialismo diverso da quello che ha caratterizzato le potenze europee nei secoli XIX e XX. Quello “di insediamento”, caratterizzato dall’insediamento di coloni e dall’espulsione più o meno ampia dei precedenti abitanti.

L’analisi in chiave coloniale dell’intera storia di Israele è così il filo rosso del libro. Altri studiosi, dando maggior rilievo agli elementi di rinascita nazionale presenti inizialmente nel sionismo, fanno invece risalire la caratterizzazione coloniale ad anni più recenti, il 1948 con la Naqba (la cacciata dei palestinesi con la guerra) o il 1967 con l’inizio dell’occupazione. Comunque lo si voglia interpretare, questo del colonialismo resta un tema su cui nessuno studioso serio può fare a meno di soffermarsi e su cui il libro di Khalidi apre una discussione importante e, credo, necessaria. Questa coloniale non è, vorrei sottolinearlo, un’interpretazione adottata solo dalla storiografia palestinese, ma da molti studiosi israeliani e americani, la maggior parte dei quali ebrei. Inoltre, lungi dal trarre dall’etichetta coloniale la conseguenza della necessità di distruggere lo Stato di Israele, Khalidi immagina scenari per il futuro che non sono molto diversi da quelli di una buona parte degli studiosi post-sionisti israeliani, sostenitori di un’Israele che non sia più lo Stato degli ebrei, ma uno Stato democratico in cui tutti, ebrei e non ebrei, godano degli stessi diritti.

Decisa è anche, nel libro, la valutazione negativa della cosiddetta stagione di Oslo, le trattative fra israeliani e palestinesi che dalla conferenza di Madrid a quella del 2000 di New York hanno portato al fallimento della nascita di uno Stato, ai cui negoziati pure Khalidi aveva partecipato. Particolarmente netto il giudizio negativo sugli accordi di Oslo e sull’incapacità di negoziare dei vecchi dirigenti dell’OLP, troppo a lungo lontani dalla situazione reale della Palestina.

Infatti Khalidi non si limita a condannare in maniera netta la politica israeliana, che vede in tutta la sua storia politica, sia con i governi laburisti che con quelli del Likud, come volta a creare uno Stato fondato sull’oppressione dei palestinesi, e nella cui volontà di pacificazione non crede. La sua critica, in molti casi durissima, è anche rivolta alle organizzazioni palestinesi, tanto l’OLP che Hamas, che vede oscillare fra l’incapacità di darsi dei progetti politici e la scelta del terrorismo e della violenza. Questa scelta, scrive, «oltre a sollevare gravi questioni legali e morali e a privare i palestinesi di un’immagine mediatica positiva, a livello tattico si è dimostrata enormemente controproducente».

In quest’ottica, nessuna indulgenza per il 7 ottobre nella postfazione al libro, scritta nella primavera del 2024 (mentre il testo si fermava al 2019). La lettura del secolo di guerra, una guerra sempre per lui asimmetrica, in cui i palestinesi sono sempre visti come i più deboli tra i due contendenti, non lo spinge a giustificare il terribile attacco terroristico del 7 ottobre, ma piuttosto a riflettere sulle possibilità che si aprono anche dopo questa data. Il trauma collettivo seguito in Israele al 7 ottobre ha portato ad esacerbare le attitudini verso i palestinesi della società israeliana, spingendone molta parte a sostenere il governo di estrema destra, afferma. Una nuova fase è iniziata, particolarmente letale e distruttiva, in cui tuttavia si riconoscono ancora le tracce della storia precedente. La pace che Khalidi auspica, anche se la vede sempre più allontanarsi nel tempo, è «una pace fondata sull’ammissione delle dolorose realtà storiche e sullo smantellamento delle strutture di oppressione, basata sulla giustizia, sulla parità di diritti e sul riconoscimento reciproco». Uno scenario su cui anche gli israeliani che si oppongono a questa guerra e a questo governo non possono che concordare.

Nell’immagine: cittadini palestinesi rifugiati durante la guerra del 1948 


La guerra permanente

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 

Segui dibattiti televisivi o leggi lunghe serie di articoli su pace, guerra, riarmo, difesa, sicurezza, obbligo morale ancor prima che politico di una maggior percentuale di spesa per l’esercito contro ogni limite costituzionale, e ne esci ogni volta confuso o stravolto o fatichi a mettere un minimo di ordine razionale in tutto questo.

Dapprima perché lo stato di guerra (o l’economia di guerra, diranno alcuni) non si distingue più chiaramente dallo stato di pace (o dall’economia di guerra come condizione opportuna per ridare crescita a un’economia incerta o stagnante). Poi perché la distinzione tra il tempo e lo spazio della guerra e il tempo e lo spazio della pace è diventata fluida, coinvolge tutti i membri della società, tanto i militari quanto sempre più i civili.

In questo mondo ibrido, tra guerra e pace, gli atti violenti assumono forme diverse, mosse da strategie molteplici, spesso anche folli, comunque sempre irrazionali. C’è chi ha detto che la guerra è “di-specifica”; nel senso che lo stato di guerra non si distingue più chiaramente dallo stato di pace.

Ed è tutto un arsenale

C’è chi ha inventato un termine nuovo, forse ancora più pertinente, per definire il tutto: arsenalizzazione. Insomma, fare di tutto un arsenale o, in maniera più precisa, far capo a tutte le armi, tutti gli strumenti possibili di destabilizzazione della società avversaria (v. J.B.Jeangène Vilmer, Le reveil stratégique. Essai sur la guerre permanente, ed. Seuil, settembre 2024; un libricino di 140 pagine; l’autore è ricercatore al ministero degli Affari esteri francese e all’Istituto di ricerca strategica).

E, quindi, via elencando: l’economia (frenare gli scambi commerciali, decretare sanzioni punitive); l’energia (chiudere gli oleodotti); la fame o la salute (impedire gli interventi di aiuto, ostacolare le organizzazioni  delle Nazioni Unite o non governative); i rifugiati (installarli ad esempio sul territorio turco per poi strappare vantaggi economici all’Unione europea); l’informazione (cyberattacchi per condizionare i risultati elettorali, ostacolare il funzionamento degli ospedali), il diritto (con l’utilizzazione politica delle organizzazioni internazionali, boicottandole o uscendone, come l’ Organizzazione Mondiale della Salute o il comitato di difesa dei diritti dell’uomo dell’Onu o i Tribunali internazionali). Tutto può  quindi diventare un’arma. È in questo senso che la guerra si fa “permanente” o, potremmo anche dire, “quotidiana”. Aggiungendo che le grandi crisi o l’attualità mediatica e politica (Ucraina,Gaza,Iran) non impediscono comunque il persistere della minaccia terrorista, sempre particolarmente pericolosa o utile per destabilizzare le democrazie già indebolite.

Dov’è  quindi la vittoria?

A questo punto è interessante rilevare come il saggio citato di Vilmer, pubblicato prima della ricomparsa del presidente Trump alla Casa Bianca, prevedeva la vittoria militare dei Russi ma prevedeva anche la loro sconfitta politica(v. pag 123 e ss.). Insomma, Putin, militarmente vittorioso, avrebbe politicamente perso la guerra. Avrebbe sì occupato una parte  del territorio ucraino, ma l’Ucraina sarebbe passata alla Nato e all’Unione europea, rafforzata più di prima attorno a un capo carismatico. Mosca avrebbe perso anche la sua zona-tampone. Così la Nato, ritenuta in stato di “morte cerebrale” prima dell’aggressione russa, si rinvigoriva. Persino Finlandia e Svezia (e potremmo anche aggiungerci la Svizzera) sempre reticenti, si sarebbero più che mai convinte della sua utilità e inevitabilità. Putin aveva dunque ricomposto e rafforzato gli avversari esterni e di conseguenza anche moltiplicato i suoi nemici interni. In pratica, un fallimento.

Quelle analisi, se erano sostanzialmente giuste (ed è difficIle non convenirne) bisognerebbe ora ammettere che la politica di Donald Trump, già proclamata prima di avviare ogni negoziato e ora di fatto riconfermata, appare perlomeno insensata in quanto ha accettato  e avvalorato tutte le conseguenze politiche della vittoria militare dell’aggressore. Bisognerebbe ora poter misurare l’abisso in cui fa cascare questa politica o la responsabilità del presidente americano. E soprattutto quella dell’Europa. La quale, in ogni senso e realtà, è la principale  vittima della estesa “arsenalizzazione” trumpiana.


E i palestinesi di nuovo sotto tiro

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 

Più di quattrocento civili uccisi, in una sola notte. Vittime in buona parte bambini. La ripresa dei bombardamenti israeliani su Gaza è pesantissima. Ritorno al passato recente, e promessa di scenario futuro. Hamas ha nella cinquantina di israeliani rapiti, vivi o morti, ancora suoi prigionieri (bare comprese) una delle sue pochissime carte per tentare la sopravvivenza politica. Per questo  vuole crudelmente centellinarne la consegna. Procedura che Netanyahu ha deciso invece di stroncare. Con l’unica scelta che predilige, l’attacco militare.

Di nuovo pesantissimo. Di nuovo spropositato. Di nuovo intollerabile. Stavolta senza nemmeno un minimo di preavviso. Con colonne di palestinesi nuovamente impazzite. Vaganti. Dalle macerie delle proprie abitazioni già colpite, ad altre macerie, chissà dove, comunque rifugio mai sicuro o definitivo. Così “Bibi” ha deciso: il negoziato potrà eventualmente riprendere, ma stavolta senza tregua militare, che considera un vantaggio eccessivo per il nemico, e non già pause preziose da sfruttare, come gli chiedono invece parenti e amici dei connazionali rapiti. Che rischiano di finire massacrati a loro volta sotto le nuove macerie. Quindi, avanti con un’altra carneficina. E probabilmente un’altra illusione. Quella di piegare la resistenza di Hamas solo con la forza, senza la pazienza di tenere aperta, senza il fuoco della guerra, le residue possibilità di un altro negoziato . 

La brutalità di Tsahal, l’esercito israeliano, brucia anche qualsiasi nuova parola per esprimere tutta l’indignazione e la condanna per una tale scelta. Scelta genocidaria, visto l’esito. Talmente categorica da soddisfare e far rientrare nella coalizione di governo il ministro dell’estrema destra religiosa Itamar Ben-Gvir, uno dei due rappresentanti dell’estremismo messianico, dichiaratamente favorevole allo “spopolamento” arabo (significa deportazione) dei territori occupati di Cisgiordania e della stessa Gaza. Si ricompatta così l’équipe del governo più a destra della storia israeliana, recupero importante per “Bibi”, che deve riuscire nell’approvazione di un budget  statale lacrime e sangue, e per salvarsi così da una crisi governativa che  lo riporterebbe davanti ai giudici e a una possibilissima sentenza (fra le accuse ci sono corruzione e abuso di potere) che potrebbe porre fine anche alla sua carriera politica. 

Ma, valutando la mossa del premier più longevo dello Stato ebraico, c’è un motivo di ulteriore preoccupazione. E si tratta della “luce verde” che Netanyahu ha ricevuto da Trump. Una sorta di carta bianca che assicura al premier israeliano la possibilità di fare in sostanza ciò che meglio ritiene. Che si tratti del sud del Libano ancora occupato, del Golan siriano ormai sotto il totale controllo dei militi israeliani (arrivati fino alle porte di Damasco), e fors’anche della preparazione di un attacco devastante contro l’Iran; sempre che Putin, il quale dopo il 7 ottobre ricevette i capi di Hamas al Cremlino, non abbia convinto un capo della Casa Bianca che deve improvvisare di fronte alla scaltrezza dell’interlocutore russo, ad aprire un canale di comunicazione anche con Teheran, una delle capitali del “Sud globale” su cui conta molto la diplomazia di Mosca..

Insomma, così come sul quadrante ucraino, anche nel tormentatissimo Medio Oriente la pace non è uno schioccar di dita. Lo conferma un abbrivio russo-americano per niente rassicurante. E forse ancor più la tragedia medio-orientale. Rimasta finora alla provocatoria e vergognosa proposta trumpiana di trasformare un enorme cimitero in un gigantesco resort balneare. Naturalmente, dopo lo sgombero dei suoi abitanti.

Nell’immagine: massacro senza fine


Sarah Parenzo – E a Gaza riprende la mattanza

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Yurii Colombo – Piccola tregua o tregua inesistente

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 


La telefonata

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 


Israele scatena l’inferno promesso, 404 morti a Gaza

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 

Di Eliana Riva, il manifesto

Gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato Gaza da nord a sud. Jabaliya, Beit Hanoun, Gaza City, Nuseirat, Deir el-Balah, Khan Younis e Rafah. Anche l’area di al-Mawasi, designata zona umanitaria dalla stessa Tel Aviv. Sono state colpite scuole-rifugio, tende per sfollati, le case danneggiate dentro cui si riparavano intere famiglie. Momen Qoreiqeh, un sopravvissuto, ha raccontato ai giornalisti di Al Jazeera di essere riuscito a recuperare 26 cadaveri, tutti membri della sua famiglia, ammazzati insieme mentre dormivano.

«MASSACRI DI CIVILI», li ha definiti Medici senza frontiere (Msf), che ha contato decine di morti e feriti nelle cliniche che gestisce. Nell’ospedale Nasser di Khan Younis l’unità di terapia intensiva pediatrica si era già riempita ieri mattina. Il direttore dell’Al-Shifa ha dichiarato che ogni minuto un ferito muore a causa della mancanza di risorse mediche. Medicine, attrezzature, personale: le strutture sanitarie dove vengono portati i feriti sono le stesse ridotte al collasso da quindici mesi di bombardamenti, dall’assedio dei militari israeliani, dal nuovo blocco di carburante e di aiuti. Due mesi di cessate il fuoco non sono certo bastati a recuperare la piena funzionalità.

GLI ABITANTI si sono ritrovati, ancora una volta, a organizzare preghiere funebri negli obitori improvvisati, i feriti sono stati adagiati sui pavimenti delle strutture ospedaliere, spesso senza la possibilità di essere assistiti. L’Unicef ha espresso enorme preoccupazione per la vita dei bambini, più di un milione nella Striscia, che stanno «sopportando il peso di questa guerra». Human Rights Watch ha affermato che Israele sta violando il diritto internazionale e ha chiesto ai Paesi occidentali di bloccare l’afflusso di armi verso Tel Aviv.

Insieme alle bombe sono ricominciati anche gli ordini di sfollamento forzato. Con le modalità che agenzie internazionali e organizzazioni umanitarie avevano già delineato in passato: comandi poco chiari, a volte contraddittori sulle zone sicure verso cui dirigersi.

Tutta la città di Beit Hanoun, nel nord di Gaza, è sotto ordine di sfollamento. Hamas ha fatto sapere che gli attacchi hanno preso di mira alcuni membri, responsabili dell’amministrazione della Striscia, che sono stati uccisi. Tra di loro Issam al-Dalis, il direttore dei lavori pubblici, Ahmed al-Hatta, sottosegretario del ministero della giustizia, Mahmoud Abu Watfa, degli interni e Bahjat Abu Sultan, direttore dei servizi di sicurezza. In serata un attacco aereo israeliano ha ucciso anche Naji Abu Saif, noto come Abu Hamza, portavoce del Jihad islami, l’ala armata del gruppo

TRA LE DICHIARAZIONI israeliane che, come quelle dell’alleato statunitense, incolpano delle stragi le azioni del gruppo islamico, è circolata ieri la versione secondo cui Israele avrebbe deciso di compiere bombardamenti preventivi per impedire un’invasione simile a quella del 7 ottobre, programmata da Hamas per i prossimi giorni. Quest’ultima ha negato con forza, dichiarando di aver rispettato tutti i termini dell’accordo. In realtà, diverse fonti hanno confermato alla stampa israeliana che la decisione di attaccare è stata presa giorni fa e che mentre Tel Aviv inviava a Doha i suoi negoziatori, l’esercito già si preparava.

Il ministro israeliano delle finanze Smotrich, che non teme di svelare i segreti dietro alle strategie governative, ha fatto sapere che l’obiettivo finale era provare a mediare su una proposta che Hamas non avrebbe mai potuto accettare, così da usare il fallimento dei negoziati come pretesto per far deragliare il cessate il fuoco. Ma la delegazione non è tornata in Israele. Questo farebbe pensare che esiste l’aspettativa che gli attacchi e il blocco di cibo, carburante, aiuti umanitari possano costringere Hamas ad accettare le condizioni dettate da Netanyahu e dall’inviato di Trump, Steve Witkoff. È solo sulla sua proposta che Israele intende trattare: il rilascio di undici ostaggi vivi e della metà dei corpi, senza parlare di ritiro dei militari, né di cessate il fuoco permanente.

IL MINISTRO DELLA DIFESA Israel Katz ha ordinato la chiusura del valico di Rafah anche per le evacuazioni mediche. Durante la tregua decine di persone gravemente ammalate o ferite si sono recate in Egitto per ricevere cure e una speranza di salvezza in vari paesi del mondo. Anche se i permessi di evacuazione sanitaria rilasciati da Israele sono sempre stati inferiori a quanto concordato con il cessate il fuoco. Lo stesso vale per i camion di aiuti, per l’ingresso delle tende e delle case mobili e quello di mezzi pesanti per spostare le macerie e recuperare i dispersi. Inoltre, durante la tregua l’esercito di Tel Aviv ha ucciso più di 170 persone.

Il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar ha dichiarato che l’operazione militare non è l’attacco «di un giorno», ma che la guerra continuerà e probabilmente continuerà a lungo. Ignorando le centinaia di donne, bambini e anziani uccisi, ha detto anche che Israele ha «colpito Hamas e altri obiettivi terroristici a Gaza». Intanto la Striscia piangeva 404 uccisi, di cui 150 bambini.

Nell’immagine: Parenti e amici intorno ai cadaveri di alcuni dei palestinesi uccisi dai raid israeliani nella notte tra lunedì e martedì, all’ospedale Al-Ahli di Gaza City


La grande illusione che tutto fosse finito

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

La ripresa dei bombardamenti israeliani su Gaza, avvenuti la scorsa notte, non ci lascia purtroppo sorpresi: le mancate trattative sulla famigerata fase due, che sarebbe dovuta iniziare più di quindici giorni fa con lo scopo di implementare la tregua nella Striscia; lo scambio di accuse reciproche fra Hamas e il governo di Netanyahu su chi per primo avesse violato la prima fase; i maldestri tentativi della Casa Bianca di soddisfare le richieste del primo ministro israeliano, tenere in piedi un cessate il fuoco al quale non credevano loro per primi e aprire, nello stesso tempo, trattative dirette con il gruppo islamista. Troppo perché la tregua reggesse davvero. Troppo per sperare che vi fosse una reale intenzione da parte di tutti gli attori coinvolti di arrivare ad una concreta conclusione di questo massacro.

Davanti a più di 400 morti palestinesi, di cui oltre 100 bambini, come affermano le organizzazioni umanitarie internazionali, è d’obbligo non soltanto condannare gli eccessi ormai ingiustificabili a cui stiamo assistendo, ma cercare di capire le ragioni che li hanno provocati. L’accordo di cessate il fuoco raggiunto a gennaio mostrava le sue crepe fin da subito e suonava sinistro già dalla pompa magna con la quale venne annunciato dal futuro presidente degli Stati Uniti Donal Trump quando ancora era in carica il precedente, Joe Biden: “porteremo la pace a Gaza”, mentre ancora suonavano le sirene d’allarme quotidiane e senza una base di accordo preciso. Qualcosa che ci preoccupa, cambiando fronte, anche adesso, guardando all’Ucraina. Il cessate il fuoco viene raggiunto subito, dopo mesi e mesi di trattative fallite, da uno stremato Hamas, disarticolato e decapitato ormai dei suoi leader, e dal primo ministro israeliano, che accorre a portare questa vittoria allo storico amico Trump.

Prima fase, rilascio degli ostaggi israeliani, respiro di sollievo per le famiglie che da mesi vivono un incubo con i loro cari nelle mani degli islamisti, pausa necessaria per i palestinesi logorati da mesi di guerra. Reggerà davvero la tregua, la comunità internazionale si chiedeva con il fiato sospeso. La tregua regge, gli ostaggi iniziano ad essere rilasciati così come i palestinesi prigionieri, come da accordi, iniziano ad arrivare gli aiuti umanitari nella Striscia e un fiume di palestinesi torna nelle zone bombardate, a rintracciare tra le macerie i resti delle proprie case. Trump annuncia un nuovo piano per Gaza, ne vuole fare una riviera turistica, proprio nel cuore spaccato del Medio Oriente, con deportazione inclusa dei palestinesi e impossibilità del loro ritorno. I paesi arabi battono un colpo, terrorizzati dal fantasma di una nuova Nakba che possa destabilizzare i loro fragili regimi, Egitto e Giordania in testa. E quindi propongono un piano alternativo di ricostruzione per la Striscia, senza troppi dettagli, ma con delle linee rosse invalicabili: i palestinesi da Gaza non si muovono e la gestione del territorio dovrà essere affidata all’Autorità Nazionale Palestinese. Nel frattempo, però, Netanyahu e la destra messianica al governo si strofinano le mani, perché le dichiarazioni di Trump valgono di più di una green light per riprendere il controllo della Striscia e disarmare definitivamente Hamas. Si tratta soltanto di capire il come e il quando. Il governo israeliano inizia a negare l’entrata dei camion che portano gli aiuti ai palestinesi per sopravvivere, il che rappresenta già una grave violazione degli accordi, e a spingere per la liberazione immediata di tutti gli ostaggi senza far menzione alla seconda fase del cessate il fuoco. Tutto sembrerebbe riportarci alle porte del conflitto e a farci sospettare che, in realtà, non vi sia alcuna intenzione di arrivare a una risoluzione sostenibile. La società israeliana è stretta nella paura perenne della violazione della propria sicurezza, evocata costantemente dal governo israeliano, dal terrore che il 7 ottobre del 2023 possa ripetersi, dall’inefficienza del governo di Netanyahu. E questo il primo ministro israeliano lo sa, perché teme che cessare definitivamente le ostilità possa riportare a galla le accuse di corruzione ai suoi danni ma, soprattutto, tutte le gravi negligenze che hanno provocato la strage di ottobre.

Per non affondare, la leadership israeliana ha bisogno della guerra, anche se questa viene fatta a spese degli ostaggi e delle famiglie che rischiano adesso di perdere definitivamente i loro cari. Tuttavia, a ben guardare, gli scontri non sono mai cessati in un’area di cui troppo spesso ci dimentichiamo, la Cisgiordania, ove le forze militari israeliane hanno continuato a combattere nei campi profughi palestinesi, ufficialmente per debellare i gruppi armati legati alla Jihad islamica, anche se in molti dicono non rappresentare una minaccia diretta per Israele. La Cisgiordania rientra in un piano più ampio che la destra religiosa israeliana persegue, quella della rinascita del “Grande Israele”, abbracciato dal governo israeliano in una terrificante commistione tra nazionalismo e religione, sostenuto ideologicamente da Trump, e che prevede, infatti, per essere realizzato, lo spostamento forzato dei palestinesi. Netanyahu alza la posta, impone ad Hamas di restituire tutti gli ostaggi senza condizioni e al suo rifiuto riprende ad attaccare Gaza con un bombardamento che produce centinaia di morti e feriti in una sola notte. Cosa rimane da questo quadro così disegnato? I palestinesi incastrati tra la leadership israeliana, sempre più intenzionata a distruggere quel poco che rimaneva della Striscia, e Hamas, ormai invisa e disconnessa dalla maggioranza della popolazione. E una sensazione di impunità perenne che aleggia nella conta dei morti, a carico di chi non costruisce orizzonti di pace, ma disegna una tremenda tempesta.


Il capo della Corte Suprema contro la richiesta di Trump: “No all’impeachment per i giudici”

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 

Di Massimo Basile, La Repubblica

La guerra ai giudici lanciata da Donald Trump ha trovato un ostacolo inatteso: il giudice capo della Corte Suprema che gli aveva spianato la strada verso la ricandidatura. John Roberts ha pubblicato una rara dichiarazione con cui ha respinto la richiesta lanciata da Trump su Truth e dai suoi alleati di mettere sotto impeachment, cioè sotto processo da parte del Congresso, tutti quei giudici che si mettono di traverso sul cammino del presidente, bloccandone l’agenda politica.

“Da più di due secoli – ha scritto il giudice capo – è stabilito che l’impeachment non è una risposta appropriata al disaccordo su una decisione giudiziaria. Per questo esiste il normale processo di revisione d’appello”. Dopo una serie di attacchi ai giudici, Trump ha alzato la posta in modo drammatico, chiedendo l’incriminazione del giudice distrettuale degli Stati Uniti James Boasberg, che ha ordinato lo stop alla deportazione di 250 migranti venezuelani, definiti in modo sommario criminali. Nessuno sa con certezza quanti di questi siano membri della gang Tren de Aragua e quanti solo immigrati senza status legale. Podcaster dell’estrema destra, tra cui Steve Bannon, storico stratega di Trump, e Jack Posobiec, neonazi che ha fatto parte della delegazione americana in Ucraina, hanno chiesto la linea dura sui giudici che ostacolano la svolta autoritaria di Trump.

“Questo giudice – aveva scritto il presidente in mattinata, incendiando lo scontro – come molti dei giudici corrotti davanti ai quali sono costretto a comparire, dovrebbe essere sottoposto a impeachment”. La risposta di Roberts è arrivata chiara e inattesa da parte del movimento Maga. Il presidente lo riteneva un elemento chiave nella decisione della Corte Suprema che l’anno scorso gli ha riconosciuto l’immunità per gran parte degli atti compiuti quando era alla Casa Bianca, nel primo mandato, sgombrando la sua campagna dagli ostacoli dei processi in cui era incriminato. Tra questi c’era il coinvolgimento nell’insurrezione del 6 gennaio 2021, quando centinaia di suoi sostenitori avevano messo sotto assedio il Campidoglio, nel tentativo di bloccare la certificazione della vittoria dell’avversario alle presidenziali, Joe Biden.

La sera del messaggio al Congresso, due settimane fa, Trump si era avvicinato a Roberts dicendogli “grazie ancora, non lo dimenticherò”. Secondo i media americani, il riferimento era proprio al ruolo avuto da Roberts nella sentenza favorevole della Corte Suprema. Subito dopo la pubblicazione della dichiarazione del giudice, il rappresentante Repubblicano del Texas Brandon Gill ha annunciato su X di aver presentato gli articoli di impeachment nei confronti di Boasberg. Fox News, la rete trumpiana che fa da megafono del governo, da giorni pubblica la foto del giudice in un tentativo di intimidirlo. Boasberg era intervenuto sabato, ordinando il rientro di due voli carichi di venezuelani accusati, senza processo, di far parte di una gang criminale.

Gli aerei, partiti dal Texas, sono arrivati a El Salvador, Paese che si è offerto di accogliere i deportati dagli Stati Uniti. L’amministrazione Trump aveva avviato la deportazione, dopo che il presidente, senza darne notizia, aveva firmato un ordine esecutivo in cui aveva deciso di ricorrere all’Alien Enemies Act, una legge d’emergenza vecchia più di due secoli e utilizzata in tempo di guerra.

L’impeachment segna una sfida frontale tra poteri dello Stato. I giudici federali in genere vengono rimossi solo davanti a gravi illeciti, come l’aver accettato tangenti. Sette anni fa Roberts aveva pubblicamente criticato Trump per aver attaccato un giudice nominato da Barack Obama. Anche in quel caso, l’accusa era di aver ostacolato la sua politica. “Noi – aveva dichiarato il capo della Corte Suprema – non abbiamo giudici di Obama o di Trump, di Bush o Clinton. Quello che abbiamo è un gruppo straordinario di giudici dedicati che fanno del loro meglio per garantire un’equa giustizia a coloro che compaiono davanti a loro».

Nell’immagine: John Roberts


Zelensky e l’incubo del patto segreto tra Usa e Russia

Il saggio di Rashid Khalidi, palestinese critico verso Olp, Hamas e la politica sionista 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Un’ora dopo che Donald Trump e Vladimir Putin riagganciano la cornetta, a Kyiv suonano le sirene e tuonano le esplosioni della difesa antiaerea che abbatte un ennesimo attacco di droni russi. La proposta di una tregua lunga 30 giorni sui bombardamenti delle infrastrutture e impianti energetici, accolta dal Cremlino, è stata sostenuta anche da Volodymyr Zelensky, ma intanto i militari russi continuano ad attaccare.

Ieri, il presidente ucraino, commentando a caldo la telefonata fra Trump e Putin, ha dichiarato che «i russi non sono pronti a porre fine a questa guerra, non sono pronti nemmeno per il primo passo, che è un cessate il fuoco», denunciando che «l’intero gioco di Putin è indebolire l’Ucraina», ma che Kiev continuerà a combattere anche nel Kursk. Zelensky ha anche sottolineato: «Sarebbe giusto per noi avere una conversazione con il presidente Trump e conoscere i dettagli di ciò che i russi hanno offerto agli americani o di ciò che gli americani hanno offerto ai russi». Vista dalla capitale ucraina, la prospettiva di un cessate-il-fuoco appare ancora più lontana, e Illia Ponomarenko, il cronista militare del Kyiv Independent reagisce su X con la promessa che «la Russia continuerà a bombardare le strutture energetiche e le aree residenziali sotto gli occhi delle telecamere internazionali».

L’esperienza dei numerosi accordi violati – la menzione dei quali da parte di Zelensky aveva innescato la tristemente celebre sfuriata di Trump e Vance nello Studio Ovale – non infonde nessun ottimismo negli ucraini. Mentre a Washington e a Mosca si cerca di leggere tra le righe dei rispettivi comunicati stampa, il politologo ucraino Viktor Andrusiv trancia corto: «Non è prevista nessuna tregua».

Un pronostico sul quale a Kyiv non c’erano troppi dubbi, come si deduce anche dal tentativo di sfondamento del confine russo a Belgorod, ieri, dopo che le truppe ucraine si erano ritirate da buona parte del territorio russo occupato dall’agosto scorso nella regione di Kursk. Non che ci fossero molti dubbi sul fatto che il Cremlino non stesse cercando nessuna distensione, e ha acconsentito soltanto a limitare gli attacchi contro le infrastrutture – invece della cessazione di tutte le ostilità per 30 giorni, imposta dall’amministrazione repubblicana a Volodymyr Zelensky – soltanto per mostrare a Trump la propria disponibilità. A Kyiv resta comunque la preoccupazione per la parte sommersa dell’iceberg negoziale, di quello che Putin e Trump possono essersi detti nelle quasi due ore di conversazione telefonica. Ovviamente è probabile che buona parte dei colloqui sia stata dedicata dal presidente russo all’esposizione dettagliata di tutte le sue obiezioni, condizioni e rimostranze a indirizzo degli ucraini, minuziosamente elencate nel comunicato stampa del Cremlino. Resta da chiarire il destino degli altri dossier, annunciati soltanto il giorno prima dal presidente americano, dal controllo dei russi su una parte dei territori occupati ucraini alla sorte della centrale atomica di Zaporizhzhia. Il fatto che non vengono menzionati nelle comunicazioni di entrambe le parti potrebbe far pensare che questi argomenti non siano stati affrontati, o che non sia stato trovato alcun accordo degno di nota. Oppure che se ne è parlato, e magari ci si è accordati su qualcosa, che però non è stato reso pubblico.

Il timore di un patto segreto tra Trump e Putin è palpabile, anche perché, come nota l’analista britannico Michael Clark su Sky, «se non siete al tavolo del negoziato, vuol dire che siete nel menu». «Non siamo un’insalata né un dessert, per essere nel menu di Putin, indipendentemente dai suoi appetiti», ribatte il presidente ucraino da Helsinki. Posizionandosi formalmente come mediatore, Trump però finora si era mostrato molto più vicino alla visione russa. Ieri, subito dopo la sua telefonata con Putin, i media ucraini avevano annunciato una imminente chiamata tra il presidente americano e Zelensky. Un gesto che dovrebbe mostrare come minimo “equidistanza”, e infatti anche nel post con il quale ha commentato il colloquio Trump sostiene che «Putin e Zelensky vogliono entrambi che tutto finisca». Finora, il presidente ucraino era stato rimproverato da Washington di voler ostacolare la pace, stavolta lo si tratta come partner alla pari. Forse anche perché la parte russa si è rivelata meno conciliante di quanto speravano gli americani, come Zelensky aveva avvertito.

In attesa della telefonata tra Putin e Trump, Andriy Yermak, il capo dello staff di Zelensky, aveva ribadito ieri le “linee rosse” ucraine: non si rinuncia ai territori che Putin pretende di annettere, non si accetta la neutralità con conseguente disarmo. Andrusiv si aspetta ora una lunga partita diplomatica tra russi e americani per negoziare una tregua – che «probabilmente non reggerà comunque a lungo» – almeno parziale, soprattutto per quanto riguarda i corridoi di sicurezza nel Mar Nero.

In attesa di fallimento negoziale che a Kyiv viene considerato come quasi imminente, Zelensky intanto prosegue a cucire le sue alleanze europee: ieri è volato a Helsinki per chiedere a fianco del presidente finlandese Alexander Stubb che «l’Europa sieda al tavolo delle trattative».