L’Europa, fuori dai giochi, insiste: armeremo noi Kiev

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 

Di Andrea Valdambrini, il manifesto

L’Europa come terzo incomodo. È così nei piani di Putin, messi sul piatto della buona intesa raggiunta con la telefonata tra il leader russo e l’inquilino della Casa Bianca. Lo è nel senso che il mastodontico sforzo europeo per sostenere Kiev sembra diventare invisibile agli occhi dei due presidenti, che si accodano tra loro sulle condizioni della fine della guerra in Ucraina.

Le reazioni ufficiali delle istituzioni Ue, come di consueto, tardano ad arrivare. Ne accenna una la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che ha invitato la Russia ad accettare la proposta di tregua «senza alcuna precondizione», mentre la telefonata era ancora in corso. Le condizioni invece ci sono. Prima tra tutte, quella di bloccare completamente gli aiuti militari e il sostegno dell’intelligence.

GIÀ ALLA VIGILIA della chiamata tra il presidente americano Donald Trump, il Cremlino aveva fatto trapelare, tra i suoi desiderata, tre elementi che rappresentano uno stop all’azione di Bruxelles e dei volenterosi. C’è il no alle forze militari sul terreno una volta raggiunto l’accordo di pace, la smilitarizzazione del territorio ucraino e la fine delle sanzioni occidentali. Si tratta di tre campi in cui gli europei procedono spediti. Le sanzioni contro gli oligarchi russi sono appena state rinnovate, le sovvenzioni ulteriori per la difesa di Kiev sono attualmente in discussione, anche se il piano Kallas da 40 miliardi vedrà difficilmente la luce presto a causa delle divergenze tra i 27. E l’azione di riarmo in forma di deterrenza anti-russa è saldamente al centro dei vertici tra leader Ue. Summit che si sovrappongono e si rincorrono a ritmo forsennato, da quando Trump ha innescato il cambio di passo nei rapporti con Mosca, e di conseguenza, nei rapporti transatlantici.

l Consiglio europeo che si apre domani a Bruxelles, al quale parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky, «non potrà ignorare la chiamata Putin-Trump», confida all’Ansa un alto funzionario Ue. C’è ancora tempo per aggiustare il testo finale, che potrebbe registrare come positiva l’ipotesi di cessate il fuoco su energia e infrastrutture, a patto che essa sia una tappa per raggiungere quella pace «giusta e duratura» per l’Ucraina che l’Europa continua a chiedere.

L’ULTIMA BOZZA di conclusioni disponibile fino a ieri mostra comunque posizioni molto nette a sostegno di Kiev. I leader europei, si legge nel testo, riaffermano «il continuo e incrollabile sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina» e chiedono che Kiev sia messa «nella posizione più forte possibile». Per questo continueranno a fornire aiuto finanziario e militare, come «garanzia di sicurezza» rispetto all’aggressione russa.

Un’altra fonte diplomatica all’interno del Consiglio conferma: la richiesta di Putin di porre fine all’invio di armi a Kiev come condizione per la tregua «non è compatibile con il sostegno che l’Ue ha fornito all’esercito ucraino». Peraltro, in linea di massima, le conclusioni del vertice del 20 e 21 marzo non si discostano da quelle uscite dal summit straordinario sulla sicurezza e sul riarmo dello scorso 6 marzo. E proprio come due settimane fa, le intenzioni di 26 leader incontrano l’opposizione netta dell’Ungheria.

La parte sull’Ucraina in diversi punti è contraria agli interessi e alla visione strategica di Budapest su come creare una nuova architettura di sicurezza europea», dichiara il ministro degli Affari europei Janos Boka. Un déja vu, ma il governo ungherese stavolta rincara la dose. Rispetto all’adesione all’Ue dell’Ucraina (che Bruxelles ha intenzione di accelerare), Boka tira il freno. «Saranno i cittadini ungheresi a esprimersi», rivela il ministro, attraverso «un referendum sull’allargamento» promosso dal governo Orbán.

Riarmo europeo e supporto bellico a Kiev sono però sempre più al centro dell’azione di von der Leyen. Ieri la presidente della Commissione, durante la visita all’accademica militare danese di Copenaghen, ha annunciato l’avvio di un piano di coordinamento per l’industria militare europea. Si chiamerà Readiness («prontezza») 2030 e si traduce nel «riarmare e sviluppare le capacità belliche europee per avere una deterrenza credibile».


Lorenzo Cremonesi – Una telefonata per capire se USA e Russia vanno verso una nuova Yalta ( senza Europa )

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 


Yurii Colombo – Intanto a mosca lo zar si prepara a cantare vittoria

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 


Peter Bichsel, scrittore politico

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 

Tra una settimana esatta, il 24 marzo, avrebbe compiuto 90 anni, ma sabato scorso, poco dopo mezzogiorno uno dei più noti scrittori svizzeri di lungua tedesca del secondo Novecento è deceduto in una casa di riposo del Canton Soletta. Da molto tempo di lui non usciva più nulla di nuovo, da anni non interveniva più nei giornali, strumento di comunicazione che certamente, se non quello a lui più congeniale in assoluto, frequentava quanto il genere letterario del racconto. Ad avvicinarli, la misura dei testi, la loro brevità, la necessità della sintesi, senza per questo dover rinunciare, appunto, a raccontare, ad esprimere un giudizio, un’opinione, una critica. Bichsel, insomma, era un narratore, ma – testimoniano quanti lo hanno frequentato da vicino – anche impareggiabile quando, seduto al tavolo di una delle sue bettole preferite, avvolto dal fumo delle sigarette e dai fumi dei vini rossi che amava, si metteva a raccontare.

Era, anche, Bichsel, uno scrittore tra i più politici, politicamente impegnati del panorama svizzero: un esponente della Sinistra, che aveva aderito al PS nel 1957 per poi uscirne nel 1995, pur senza rinnegare le proprie radici ideologiche. Conseguito il diploma nella sua città di elezione, Soletta, dai 22 ai 33 anni è stato insegnante di scuola elementare.

Arriva il ’68 e Bichsel cambia attività mettendo la propria intelligenza e la propria penna al servizio del Consigliere federale Willi Ritschard (1918-1983), di cui era amico, diventandone collaboratore personale. Anche questa “deviazione” conferma il doppio binario che lo scrittore ha sempre seguito: da un lato, nelle opere letterarie, una vocazione pedagogica molto presente, anche se non sarebbe corretto ricordare Bichsel soltanto per la dimensione ideologica (la sua prosa, così asciutta, le sue frasi quasi sempre brevi, inversamente proporzionali al numero di spunti, interrogativi, paradossi e domande senza risposta che contengono, sono ritenute tra i capisaldi della letteratura novecentesca in lingua tedesca: non a caso, come pochi altri autori svizzeri, gran parte della bibliografia bichseliana è apparsa in Germania, dapprima a Monaco di Baviera presso Luchterhand, poi a Francoforte dal prestigioso editore  Suhrkamp. Nella brevità dei testi erano  contenuti interrogativi importanti, se non centrali, legati tanto all’individuo (Einzelmensch) che al suo interagire con gli altri e dunque alla dimensione sociale e comunitaria.

La raccolta La poiana: di ubriaconi, poliziotti e della bella Maghelona, recentemente pubblicato da Casagrande Bellinzona seguito da una vecchia intervista all’autore, curata per la RSI da Guido Ferrari, costituisce un eccellente viatico per avvicinarsi a Bichsel. Ho recentemente registrato il libro per la Biblioteca di Unitas: ho inizialmente faticato a entrare in sintonia con i pochi personaggi e con il loro soffermarsi/crogiolarsi con interrogativi che possono sembrare, a tratti artificiosi e capziosi, non portare da nessuna parte. Ma anche questa è una delle caratteristiche dello scrittore: spesso, rinunciando a dare ai propri testi un finale, egli affida ai lettori il compito di fare il passo conclusivo, ognuno con la propria libertà di giudizio e di interpretazione. Il compito di un autore, sembra dirci lo scrittore  appena scomparso, non è quello di ingabbiare il pubblico in una costruzione i cui perimetri sono stati tracciati senza possibilità di scampo, ma di suggerire tutta una serie di elementi, situazioni, figure, domande su cui i destinatari sono invitati a riflettere e a costruirsi il loro, personalissimo finale.

In questo rapido ricordo, scritto in una stanza d’albergo a Firenze, senza avere sottomano i libri e gli strumenti che mette a disposizione la biblioteca di casa, va attribuita a Bichsel anche la partecipazione al Gruppo di Olten (nato da una scissione all’interno dell’Associazione Svizzera degli Scrittori). Bichsel ne fu tra i cofondatori nel 1971. Il Gruppo riuniva un’associazione di autrici e autori che, come lui, ritenevano inscindibili, anche in letteratura, la dimensione artistica e quella politica (princìpi di equità sociale, antimilitarismo, attenzione ai diritti umani). Sette anni dopo, nel 1978, Bichsel fu anche tra gli iniziatori delle Giornate letterarie di Soletta.

Le sue carte sono state acquistate nel 2006 dall’Archivio svizzero di letteratura della Biblioteca nazionale di Berna.

Non è difficile trovare testi dell’autore in lingua italiana, dal suo fortunatissimo esordio Il lattaio e altri racconti (Mondadori, 1967) a volumi pubblicati, nel corso degli anni, tanto nella Svizzera italiana (Edizioni Gottardo e Giampiero Casagrande) che a Milano (Marcos y Marcos).

Leggo che, nella sua ultima intervista alla Solothurner Zeitung, del mese di febbraio (in cui esprimeva taglienti, sarcastici giudizi sui due da lui definiti narcisistici presidenti di USA e Russia, ma anche sulle colpe dei cittadini che affidano il compito di gestire la cosa pubblica a cosiddetti uomini forti, invece di impegnarsi in prima persona, o quanto meno partecipare, Bichsel si rallegrava dell’imminente, rotondo compleanno.

Anche perché proprio in questi mesi sta definendosi il cosiddetto https://www.buerobichsel.ch, un progetto multimediale che prevede la creazione di un “museo” mobile, una pagina web e di un luogo fisico d’incontro e di lettura nella città vecchia di Soletta, in Schaalgasse 4. Chiunque fosse interessato può annunciarsi a buero@buerobichsel.ch 


Multilinguismo in Sud Africa – BELA Bill e il Gnu

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 

Dalla nostra corrispondente da Durban

Nove provincie, 11 lingue nazionali . Questo il panorama linguistico e culturale del paese, 32 volte più grande della Svizzera. È su questo sfondo che è entrata in vigore una nuova legge denominata BELA Bill che vuole promuovere l’insegnamento biligue in tutte le scuole del paese. La legge prevede che agli alunni si insegni l’inglese e la loro lingua vernacolare regionale. BELA Bill ha dunque un grande potenziale : quello di riconscere le lingue vernacolari patrimonio dei neri sudafricani e il desiderio di capirsi meglio.

A prima vista una idea lodevole, che però ha suscitato vive proteste, soprattutto da parte dei cittadini di lingua Afrikaans. Mentre due clausole della legge particolarmente contestate permettono alle singole scuole di scegliere le lingue di insegnamento, conferiscono al contempo al Dipartimento di Educazione la decisione finale in materia di lingue e di criteri di ammissione. Due provincie hanno perciò già rifiutato il progetto. Nel Western Cape e a Johannesburg prevale l’insegnamento in Afrikaans, la lingua dei Boeri. Secondo loro, deve prevalere il merito scolastico. A Orania, ad esempio (località fra il Nordern Cape e il Free State), e altre località delle regione, l’insegnamento rimane solo in Afrikaans.

Ai Bianchi sudafricani e al partito dell’opposizione Democratic Alliance (DA), che fa ora  parte del governo di unità nazionale, preoccupa però maggiormente la legge sull’esproprio di terreni in determinati casi senza compenso, contro la quale minaccia già sin d’ora di ricorrere alla corte costituzionale. 

Per quanto concerne la tenuta del secondo governo di unità nazionale (dopo quello del 1994), la cui composizione vede l’ANC con il 40% dei membri e la Democratic Alliance con il 25% dei voti, dopo 10 mesi dalle elezioni generali sono sorte importanti divergenze di fondo.

Sulla lista dei disaccordi la già citata legge BELA Bill, a cui si aggiunge la legge sull’espropriazione di terreni – in determinati casi senza compensazione – e il preventivo finanziario (Budget) per l’anno fiscale in corso. Per far fronte alle promesse di spese fatte dal presidente Cyril Ramaphosa durante il suo discorso alla nazione (SONA), il ministro delle finanze Enoch Godongwana voleva difatti dapprima aumentare la VAT (IVA) del 2%, moderando poi la sua proposta allo 0,5% in seguito alle proteste di tutti i partiti. La Democratic Alliance è tutt’ora opposta a qualsiasi aumento che non sia accompagnato da misure di rilancio economico, minacciando di adire le vie legali se il ministro delle finanze dovesse imporre l’aumento senza aspettare il voto della maggioranza del Parlamento, maggioranza che richiede appunto anche il voto della Democratic Alliance. Queste divergenze stanno mettendo a dura prova il funzionamento del governo di unità nazionale (GNU). Una crisi il cui esito è ancora aperto.

Il Sudafrica attraversa un periodo molto difficile con una disoccupazione alle stelle e un’economia che non riesce a tenere il passo con le esigenze del paese, ciò che ha creato forti disuguaglianze e malcontento. I Sudafricani sono chiamati a tenere duro grazie alla loro leggendaria resilienza. Ma i fronti si sono talmente irrigiditi, che anche tanta resilienza potrebbe non più bastare.

Nell’immagine: 10.000 manifestanti marciano contro il Bela Act, chiedendo la protezione dell’istruzione in afrikaans e dei diritti della lingua madre.

 


C’era una volta l’America Stato di diritto

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 

Di Assia Neumann Dayan, La Stampa

Può capitare, e capita spesso, di avere pensieri orrendi, pensieri illiberali, pensieri manettari, pensieri da sedia elettrica. Può capitare, e capita spesso, di leggere notizie di stupri, omicidi, violenze, notizie davanti alle quali nessuno d’istinto pensa al giusto processo, alla presunzione d’innocenza, al restiamo umani. Può capitare, e capita spesso, di essere portati a dire «meno male che non sono io il presidente degli Stati Uniti, perché se fosse per me finirebbero tutti in galera senza processo».

Poi però arriva il presidente degli Stati Uniti, quello vero, a dire: ma io lo sono, il presidente, e faccio quello che voi non avete il coraggio di dire, né il potere di fare: faccio esattamente le cose per cui voi mi avete eletto. Ora, che i criminali debbano andare in galera mi sembra un concetto sul quale in linea di principio siamo tutti d’accordo, ma per stabilire se uno è un criminale va processato. Per dire che una persona, che sia un immigrato irregolare o un figlio di papà americano, è uno stupratore o un corriere della droga bisogna fargli un processo, bisogna che abbia un avvocato, bisogna vivere in uno stato di diritto, perché altrimenti non c’è nessuna differenza tra un Paese civile e un Paese dove la gente viene lapidata per strada. Tutto questo è necessario affinché noi continuiamo a vivere in un posto che non diventi una dittatura, in modo da avere la libertà di dire che sì, i criminali si meritano la galera, ma senza la responsabilità di mettere la gente sul patibolo.

Donald Trump, che vive in una campagna elettorale che si autoalimenta con un moto perpetuo, sul suo canale Truth ha postato il video dell’espulsione di circa duecento venezuelani a El Salvador, trasferiti poi in un carcere di massima sicurezza. Queste persone sono accusate di far parte di un’organizzazione criminale. Trump ha poi scritto: «Questi sono i mostri mandati nel nostro Paese dal corrotto Joe Biden e dai Democratici della Sinistra Radicale. Come osano! Grazie a El Salvador e, in particolare, al presidente Bukele, per la vostra comprensione di questa situazione orribile, che è potuta accadere per colpa dell’incompetente leadership democratica. Noi non dimenticheremo!». Nel video, roba hollywoodiana girata con i droni, si vedono i detenuti mentre vengono rasati, ammanettati, in ginocchio.

JD Vance, commentando un articolo di Axios sul fatto che la Casa Bianca ha ignorato l’ordine del tribunale di far tornare indietro gli aerei, ha scritto che quelli erano criminali e stupratori che i democratici avevano tenuto nel Paese, mentre Trump li ha espulsi. Valentina Gomez, una che sembra avere aspirazioni politiche, una che nella bio scrive “Christ is King”, commenta con una foto di lei che spara a un manichino (spero) scrivendo: «Questo è più economico dell’espulsione». La signorina Gomez credo abbia saltato qualche passaggio sugli insegnamenti di Cristo, ma credo che spieghi molto, se non tutto, quello che sta succedendo e quello che è il consenso delle folle. L’unico modo per dare un senso a Capitol Hill era rendere tutta l’America Capitol Hill. Chissà se JD Vance ha chiesto anche a questi detenuti di dire grazie.

Nell’immagine: Guardie del Centro di Confinamento per il Terrorismo (Cecot) trasferiscono presunti membri della banda criminale nota come Tren de Aragua, a San Luis Talpa, El Salvador, 16 marzo 2025


I profitti di pochi e i debiti di molti nelle guerre senza fine

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 

Di Alberto Negri, il manifesto

«Vorrei poter scrivere soltanto un verso: che la paura è finita», diceva in questi giorni la poeta di un centro giovanile. E invece sembra che, ogni giorno, ci vogliano sempre più impauriti e sempre più poveri. Mentre siamo appesi alla telefonata Trump-Putin sull’Ucraina, allo stallo dei negoziati sulla tregua a Gaza e alla guerra del Mar Rosso contro gli Houthi yemeniti, i guerrafondai europei esaminavano ieri la proposta della estone Kallas, rappresentante della politica estera, di altri 40 miliardi di aiuti militari e civili a Kiev da aggiungere agli 800 del piano di riarmo della Von der Leyen.

La quale, giova ricordare, nel settembre 2022 proclamava davanti alla Commissione europea: «Putin deve perdere questa guerra». Oggi ci sembrano parole al vento ma lei, che in tre anni non ha mai nominato un inviato diplomatico per l’Ucraina (lo ha fatto persino il Vaticano), è stata la prima nella Ue a scegliere l’opzione militare senza neppure tentare quella politica. Altro che Europa di Ventotene: questa Ue vola ormai da anni, senza cercare alternative, sulle ali del bellicismo. Con il risultato che in Europa si è tornati a parlare di bombe atomiche e «ombrelli nucleari» con una spavalderia tragicomica.

In realtà più armi avremo e più alta sarà la probabilità che le useremo (male). Altro che deterrenza: le armi nei magazzini non producono reddito o sicurezza, come viene contrabbandato, ma alimentano la tentazione di giustificare nuovi e costosi arsenali con minacce vere o inventate e soprattutto destabilizzano lo stato sociale.

L’ILLUSIONE è di uscire dalla crisi e dalle divisioni dell’Unione con il «keynesismo militare» come viene definito sull’ultimo numero di Le Monde diplomatique: invece ci indebiteremo per riempire gli arsenali di armi americane che sono oggi il 70% dell’import bellico europeo. Anzi già lo facciamo: secondo l’ultimo annuario del Sipri di Stoccolma gli stati europei della Nato hanno ordinato a Washington negli ultimi cinque anni 500 aerei da combattimento, oltre ad altri armamenti.

Stiamo già scodinzolando ai piedi del padrone Trump che ci chiede di aumentare l’impegno nell’Alleanza atlantica. In fondo eravamo già pronti ad accoglierlo e faremo lo stesso con il suo successore. Basta pensare al caccia F-35, a cui l’industria europea fornisce alcuni componenti: molti di questi aerei da combattimento verranno forniti agli europei (Germania in testa) quando già si comincerà a pensare al successore di Trump. Del resto come rinunciare a questo prodotto del complesso militare israelo-mericano? Con gli F-35 lo stato ebraico in un giorno ha fatto fuori l’80% delle difese anti-aeree iraniane.

La guerra in Medio Oriente ha visto usare più tecnologie belliche avanzate di quelle impiegate sul fronte ucraino. Pochi forse lo hanno notato ma Starlink di Elon Musk funziona, sia pure non ufficialmente, anche nei cieli della Siria del nuovo padrone, l’ex jihadista Al Jolani. Così Tel Aviv, grazie anche al suo apparato cibernetico (detiene quasi il 50% del mercato mondiale), ha eliminato quel che restava delle forze armate siriane. Oggi, oltre al Libano meridionale, da cui non accenna ad andarsene, occupa tutto il Golan ed è alla periferia di Damasco, mentre la Turchia sta ottenendo quel che si aspetta da anni, un’ampia conquista territoriale e di influenza. Poco importa che la popolazione alawita, i cristiani e i drusi temano nuovi pogrom.

La Siria è diventata il teatro di un nuovo braccio di ferro geopolitico tra Turchia e Israele. Ma è anche il terreno di una trattativa di Mosca per il mantenimento delle sue basi militari aeree e navali, aspetto che non infastidisce Erdogan che sta finendo di costruire con i russi la più grande centrale nucleare del Mediterraneo. E neppure Israele che all’Onu ha appoggiato le conquiste territoriali di Mosca in Ucraina mentre Putin e Netanyahu (il leader che è stato più volte di tutti al Cremlino) sono quasi sempre pronti a mettersi d’accordo.

Lo stesso ministro degli esteri turco Hakan Fidan ha ammesso che la Turchia ha convinto la Russia (e l’Iran) a non intervenire in Siria in aiuto ad Assad durante l’offensiva dei ribelli. Questo intervento di Ankara ha a che fare anche con la guerra ucraina: i turchi detengono sul Bosforo le chiavi del Mar Nero, Erdogan ha già dimostrato di negoziare con un successo con Putin e i turchi sanno perfettamente che Mosca considera vitale poter contare su una base navale nel Mediterraneo per la sua flotta nel Mar Nero.

PUTIN NON CHIEDE solo annessioni territoriali e tornare a vendere gas in Europa ma una profondità navale strategica per reclamare la sua zona di influenza. Agli europei, nutriti da anni di retorica bellicista e di fake news, può apparire come un notizia incredibile ma Mosca, almeno per il momento, ha vinto la guerra.

Anche la battaglia del Mar Rosso tra gli Houth filo-iraniani e gli americani ha il suo corollario strategico. Gli Houthi controllano dal 2014 la capitale Sanaa e gran parte del territorio a Nord, dicono che vogliono colpire le navi dirette in Israele finché durerà l’assedio di Gaza e in passato hanno anche lanciato attacchi missilisti contro il porto ebraico di Eilat, così come nel 2019 avevano bersagliato gli impianti petroliferi sauditi.

La mancata reazione americana a protezione del regno wahabita allora fu uno dei grandi motivi di dissenso tra Washington e Riad che pure dalla guerra aperta agli Houthi, lanciata nel 2015, è uscita pesantemente sconfitta. Oggi gli americani intendono vendicare i sauditi, ospiti delle trattative con Mosca e Kiev, e convincerli a entrate nel Patto di Abramo con Israele.

Nell’immagine: Un murale a Sana’a «racconta» gli attacchi Houthi alle navi israeliane


Quell’odio che comanda il mondo

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 

Di Massimo Recalcati, La Repubblica

La sconcertante attualità geopolitica ha situato la passione dell’odio come protagonista indiscussa della nostra vita collettiva. Si tratta di una passione che una volta Lacan ha definito come una «carriera senza limiti». Non c’è infatti limite all’umano nella sua versione di Polemos, di dio della guerra.

Per questa ragione Freud ricordava che la passione dell’odio viene sempre prima di quella dell’amore. Essa vorrebbe distruggere tutto ciò che ostacola la volontà di affermazione dell’Uno. Ma diversamente dall’aggressività, che è una risposta reattivamente immediata alle frustrazioni imposte dalla presenza dell’Altro, la passione dell’odio appare come una specie di passione a lungo respiro.

Non si consuma in una reazione impulsiva, come accade invece nell’aggressività, ma tende a persistere, a istituirsi come una passione “fedele” e “solida”. Il suo obbiettivo non è tanto quello di rispondere violentemente a quella che viene percepita come una frustrazione, ma quella di programmare, con lucidità che può essere persino apatica, la propria affermazione incontrastata a scapito dell’Altro.

Se nel linguaggio comune si può dire che l’odio acceca, è bene sempre ricordare che l’odio non è un semplice tumulto emotivo destinato a disinfiammarsi nel tempo, ma una spinta pulsionale che mira a negare il diritto di esistenza a chi costituisce il limite della nostra espansione individuale o collettiva. Diversamente dall’aggressività che può esplodere in circostanze imprevedibili per essere riassorbita anche in breve tempo, l’odio è una passione lucida che si sedimenta e si alimenta nel tempo.

Questo perché attraverso l’odio è possibile perseguire un ideale di solidità identitaria. L’odio per l’ebreo, l’omosessuale, l’infedele, il negro, la donna, il palestinese, ecc., consente di guadagnare una propria consistenza, una propria natura, un proprio essere.

L’odio per l’impuro, infatti, è necessario a definire l’essere di chi si vuole considerare puro. È per esempio di questa natura l’odio che anima la furia morale degli ayatollah nei confronti delle donne iraniane. In questo caso non si tratta affatto di una semplice reazione aggressiva, ma di una visione del mondo che si manifesta proprio attraverso la passione dell’odio.

In questo senso l’odio non è mai un’alternativa emotiva alla programmazione o alla pianificazione dei suoi obiettivi. Tutto il contrario. La sua lucidità esige proprio la programmazione e la pianificazione. Si pensi al caso estremo della “soluzione finale” perseguita dai nazisti nei confronti degli ebrei.

Se la reazione aggressiva si consuma in una esplosione violenta, finanche nella perdita di controllo, nell’incandescenza di un passaggio all’atto che può essere anche drammaticamente violento, la lucidità feroce dell’odio che vuole imporre l’identità dell’Uno su quella dell’Altro porta con sé una quota necessaria di impassibilità.

Per questa ragione, diversamente dall’impulso aggressivo, la passione lucida dell’odio dura nel tempo. E sempre per questa ragione esso non ha come meta solo la sconfitta dell’avversario e il proprio trionfo, ma il suo annientamento, la sua umiliazione, la negazione della sua stessa dignità. La carriera dell’odio è davvero, anche da questo punto di vista, destinata a non avere limiti.

Non è allora affatto un caso se la sua natura ideologicamente fondamentalista e anti-laica sia ritornata a ispirare nel nostro tempo i rigurgiti drammatici di forme diverse di totalitarismo e di tendenze radicalmente anti-democratiche.

Se l’esperienza della democrazia si struttura sull’irriducibilità del Due — sull’impossibilità dell’esistenza di un solo popolo e di una sola lingua, come ricorda la Torah a proposito dell’impresa delirante degli uomini della Torre di Babele — quella dei totalitarismi e delle spinte populiste antidemocratiche esige invece la soppressione del pluralismo del Due nel nome del fanatismo dell’Uno.

Non stupisce che negli attuali conflitti bellici che dominano la scena della nostra vita collettiva e angosciano le nostre vite individuali troviamo tra i protagonisti maggiori i fondamentalismi che invocano il nome di Dio per suffragare il loro diritto a sterminare l’avversario.

L’odio di Dio diventa un alleato formidabile per rafforzare l’odio dell’uomo. Non a caso lo stesso tycoon Trump invoca la mano di Dio sulla sua testa come ispiratrice della sua missione di restaurazione della gloria perduta degli Stati Uniti d’America.

Nondimeno, come insegna la psicoanalisi, il perseguimento dell’Uno senza considerare l’insopprimibilità del Due non può che generare morte e distruzione. Il rifiuto di riconoscere l’esistenza separata del pluralismo del Due, la volontà ferrea di ricondurla al monolinguismo dell’Uno, struttura l’illusione di una comunità che si costituirebbe sull’annullamento delirante delle differenze, come una comunione che esclude ogni libertà.

È il sogno che ha ispirato la terribile stagione novecentesca dei totalitarismi ideologici. Nondimeno, oggi possiamo osservare una variazione cruciale su questo tema che proviene proprio da Donald Trump. Lo aveva a suo modo anticipato Pasolini nel suo Salò: l’espressione autoritaria-totalitaria del potere non è alternativa all’arbitrio anarchico della volontà individualista ma può costituirne il suo massimo compimento.

Nell’immagine: Alcuni pastori evangelici considerano il presidente Donald Trump come un moderno messia


F 35, “kill switch” e addio neutralità

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 

Tace il Consiglio federale, e divide gli analisti elvetici. Ci si chiede se sia opportuno un tale silenzio, in una fase dove è importante capire meglio dove stia conducendo la “rivoluzione trumpiana”, in particolare se sia vero che il disegno del capo della Casa Bianca non è solo tattico ma addirittura geo-strategico, e cioè il tentativo di assecondare Mosca sulla tragedia ucraina per stabilire poi una nuova stabilità regionale, una sorta di “Jalta 2”, che stabilisca zone di influenza in centro Europa escludendo dalla trattativa l’Europa stessa. Peggio, dunque, dell’accordo in Crimea del febbraio 1945, dove Churchill fece quantomeno da simbolico contrappeso alle due superpotenze extra-continentali, USA e Urss, vincitrici dalla seconda guerra mondiale. Ottant’anni dopo, un Trump brutale rovescia il vecchio paradigma: l’Alleanza Atlantica non esiste più, né esiste ancora l’ombrello protettivo statunitense. Berna non ha nulla da dire? 

Intanto l’Unione europea sente la necessità di provvedere alla propria difesa (da qui gli 800 miliardi di euro varati da Bruxelles per un disordinato e discutibile piano di riarmo UE), e c’è timidezza nel denunciare alcuni aspetti della già esistente sudditanza in sede Nato. Svelando o confermando segreti di Pulcinella. Ha cominciato un ex dirigente dei servizi segreti dell’aviazione militare francese, Christoph Gomart: oggi europarlamentare, ha “rivelato” che gli aerei da combattimento F-35 (la Svizzera ne ha acquistati 36, per una spesa di sei miliardi di franchi) non potranno operare senza il consenso del Pentagono, e che per questo sono dotati di un “kill switch”, pulsante che consentirebbe agli USA di disattivare l’operatività dei velivoli. Controllo e possibilità di intervenire da remoto, da migliaia di km, che equivale a un assoggettamento dell’aviazione militare dei molti paesi europei che hanno o stanno acquistando gli aerei da combattimento americani. Gomart sospettabile perché francese, come il “Rafale” concorrente dell’F 35?  Comunque il “Financial Times”, e non solo lui, si interroga senza remore: “Can the US switch off Europe’s weapons?”.  Gli Usa pssono spegnere le armi europee (al 90 per cento acquistate proprio dall’alleato atlantico)?

In realtà da tempo alcuni esperti militari segnalavano che, viste le caratteristiche tecniche e connettive dell’F 35, nonché il controllo da parte americana dei loro software e dei loro pezzi di ricambio, la rivelazione dell’europarlamentare francese non deve sorprendere; può semmai destare qualche sospetto, visto che la Francia è in concorrenza commerciale con gli USA grazie ai suoi caccia “Rafale”. Così, dopo anni di polemiche sull’acquisto dell’F 35 (per il suo prezzo esorbitante, per i suoi difetti tecnici, per le sue criticità definite anche gravi, per le affidabilità di servizio “al di sotto delle aspettative” denunciate ancora di recente dal Pentagono) si deve prender atto anche nella Confederazione che la nostra futura difesa aerea potrebbe essere succube della volontà statunitense. O della legge del più forte. Con buona pace della nostra tanto celebrata neutralità “a geometria variabile”.  Mentre Donald Trump vuole demolire l’UE ed Elon Musk sostiene che nell’era dei droni “ci sono idioti che continuano a progettare aerei con equipaggio umano come gli F 35”, non si tratta solo di pulsanti “kill switch”: ma anche di un chiarimento su come Berna stia reagendo alla svolta grottesca e iper-conservatrice proveniente da oltre Atlantico.

Scritto per La Regione

Nell’immagine: F 35 svizzeri. Sempre al suolo?


Se il tycoon cancella l’illuminismo

Al summit del 20 e del 21 marzo a Bruxelles parteciperà anche il presidente ucraino Zelensky. Von der Leyen ha annunciato un coordinamento per l’industria bellica Ue 

Di Barbara Carnevali, La Stampa

È una cosa meravigliosa la distruzione delle parole!», «noi ne distruggiamo decine, centinaia, ogni giorno». Il solerte impiegato del Ministero della Verità, addetto alla cancellazione di sostantivi e aggettivi nell’angosciante scenario di 1984, ci ricorda che anche noi stiamo vivendo in una distopia. Big Brother Trump ha avviato una colossale operazione di censura inviando direttive alle agenzie federali americane affinché purghino documenti ufficiali, siti web e programmi di formazione scolastica: l’uso di una delle parole proibite (la lista ne comprende attualmente più di un centinaio) potrebbe giustificare il rifiuto di un progetto da parte dei finanziatori e fornire il pretesto per licenziare insegnanti, pilotare ricerche scientifiche, reprimere ulteriormente la libertà di espressione. Il paradosso è che questa campagna viene condotta in nome della lotta contro la censura – la “cancel culture” promossa, secondo i suoi detrattori, dall’ideologia woke e dai programmi di Diversità, Equità e Inclusione. La questione è così delicata, e cruciale, che deve essere approfondita a parte: mi riprometto di farlo in un prossimo articolo.

Diamo oggi un’occhiata alle parole interdette. Non stupisce trovare nella lista “genere”, “razza”, “disabilità”, “discriminazione”, “eguaglianza”: temi invisi a tutte le nuove destre globali, ostili ai diritti civili e alle rivendicazioni di giustizia sociale. Prevedibile è anche la presenza di “attivismo”, e persino di “cambiamento climatico”, da sempre al centro del mirino negazionista di Trump. Tra tante parole militanti, tuttavia, ce n’è una che sembra scivolata lì per sbaglio. Non è una categoria identitaria, non è un valore; è un semplice avverbio di modo, privo di manifeste connotazioni politiche e all’apparenza del tutto inoffensivo: historically, “storicamente”. Cerchiamo di capire perché rappresenti una minaccia agli occhi del potere autoritario. La risposta ce la suggerisce Rousseau – ma potrei illustrarla anche con l’aiuto di Marx, di Nietzsche e di Foucault, della Scuola di Francoforte, di qualsiasi grande storico o di un sociologo come Bourdieu: stiamo parlando dell’intuizione primaria che ispira non solo una determinata corrente del pensiero occidentale ma anche l’approccio specifico delle scienze sociali. Rousseau è un eroe di questa tradizione a partire dal suo Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, il cui formidabile titolo condensa l’intero manifesto della critica sociale contemporanea.

Siamo nel 1755, ancora sotto l’Antico Regime, e la società europea è strutturata in forma rigorosamente gerarchica, di fatto come di diritto. Gli esseri umani sono suddivisi in ceti dalla nascita, e le disuguaglianze sociali – di status, ricchezza, potere – sono considerate naturali, iscritte in un ordine eterno che è impensabile contestare. Ed ecco che Rousseau, con un gesto che sta alla morale e alla politica come la rivoluzione copernicana alla fisica e all’astronomia, inverte la prospettiva: mette la storia al posto della natura, e si chiede quali siano l’origine e i fondamenti, ossia le “ragioni di essere”, di queste presunte distinzioni naturali. La verità è che nasciamo tutti uguali, dotati da madre natura dello stesso valore. Le disuguaglianze si producono nel corso della storia umana, non sono innate ma istituite da atti di sopraffazione consolidati da lunghi oblii e lente sedimentazioni. Un giorno, un prepotente ha occupato un pezzo di terra gridando, “questo è mio! ”, e da allora rispettiamo le barriere che separano nababbi e miserabili come se fossero leggi iscritte nel marmo. Ma se ripercorriamo all’indietro il racconto della storia umana constateremo che all’origine ci sono semplici fatti contingenti, di cui gli esseri umani sono i soli autori e responsabili.

Rousseau, che ha storicizzato persino la catastrofe naturale del terremoto di Lisbona (se non avessimo costruito in modo sconsiderato non ci sarebbero stati tanti morti! ), ci ha insegnato a pensare storicamente, e quindi politicamente, in tutti i campi della vita sociale, compresi quelli in cui lui ammetteva una naturale divisione dei ruoli, come il rapporto tra sessi. La storia è un gesto di relativizzazione che equivale a un’assunzione di responsabilità. Significa interrogarsi sulla legittimità di usi, diritti, istituzioni (per quale ragione devo obbedire? perché devo occuparmi sempre io delle faccende di casa? che titoli hanno costoro sulle terre che appartenevano alla mia gente?). Significa separare la necessità dalla contingenza, ciò che non può che essere com’è da ciò che potrebbe essere come non è. Significa riattivare il senso della possibilità e della libertà. Proprio perché le cose sarebbero potute andare altrimenti in passato è possibile immaginare un futuro diverso, e impegnarsi attivamente per realizzarlo.

Quando pensiamo storicamente entriamo nell’Illuminismo. Che non è un capitolo chiuso della storia della cultura ma un atteggiamento intellettuale e pratico sempre attuale, un ethos che non smette di riguardarci. «La filosofia che si interroga sulla relazione dell’uomo con il presente, sul suo modo di essere storico è radicata nell’Illuminismo», ha scritto Foucault. Ecco perché la campagna oscurantista di Trump presuppone la censura dell’avverbio historically. Mettetelo accanto alle parole proibite, così come a qualsiasi concetto, principio, fenomeno sociale che ritenete scontato, perenne, “naturale”. Il suo effetto sarà quello di una miccia: il fuoco della ragione critica.