Sarah Parenzo – L’auto-assedio di Israele

La strage di Gaza e le politiche di Netanyahu nutrono le fratture interne e l'aumento delle proteste internazionali 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


La repressione russa contro i Testimoni di Geova

La strage di Gaza e le politiche di Netanyahu nutrono le fratture interne e l'aumento delle proteste internazionali 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Il 12 maggio scorso il giudice Yulia Zhivodinskaya ha condannato Andrey Shurygin, un elettricista di 49 anni di Chelyabinsk, grande città russa alle pendici degli Urali, a 5 anni e 6 mesi di reclusione. La sua colpa? Essere un seguace del culto dei “Testimoni di Geova” e ha fatto proselitismo attraverso la propagazione della Bibbia. Andrey aveva iniziato a subire pedinamenti, perquisizioni e interrogatori già dal giugno 2023, e questo gli aveva provocato un infarto.

Non si tratta di un caso isolato, ma di una vera e propria persecuzione. Dal 2017 l’organizzazione dei “Testimoni” nella Federazione Russa è stata messa fuorilegge perché considerata “estremista” e sono stati aperti un migliaio di casi penali contro i membri dell’organizzazione. L’FSB (i servizi segreti russi), attraverso una fitta rete di perquisizioni, fermi, interrogatori, ormai da otto anni sta cercando in ogni modo di sradicare la “religione cristiana” fondata negli Stati Uniti nel 1870. Valery Baylo, un credente di Novosibirsk è deceduto lo scorso 20 marzo mentre era detenuto perché a nulla erano valse le richieste dei suoi avvocati difensori per farlo liberare a causa dei suoi gravi problemi di salute.

Risultare incredibile che una religione che alcuni possono vedere come una “setta”, o con credenze da altri ritenute bizzarre, possa essere perseguitata come se fosse un’organizzazione terroristica, mentre solo alcune settimane fa i Talebani sono stati depennati dalla lista delle organizzazioni proibite in Russia, ma così è.

Qualcuno ritiene che forse tale raggruppamento religioso possa rappresentare un pericolo per l’egemonia della Chiesa Ortodossa nel Paese. Ma anche ciò appare poco probabile. L’ortodossia ha una lunga storia di legame con il potere politico in Russia e solo subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 subì delle persecuzioni per poi tornare ad operare in gran parte liberamente durante la “Grande Guerra Patriottica” del 1941-1945.

Le dimensioni dell’azione repressiva in Russia contro i Testimoni di Geova appaiono per certi versi più vaste di quelle contro i dissidenti politici. Parliamo di oltre 550 persone che hanno già conosciuto la detenzione. Oggi in prigione ci sono Testimoni di Geova  invalidi come il settantatreenne Andrey Vlasov, o Tatyana Piskareva che malgrado  abbia già 68 anni è costretta ai lavori forzati (un tipo di pena purtroppo ancora inflitta in Russia). E non è stato raro in questi anni l’uso di torture e di elettroshock contro chi non vuole fare delazione nei confronti dei propri compagni di fede. Per le “confessioni”, come ai tempi del Grande Terrore di Stalin, non c’è problema, perché i credenti in Geova ammettono di essere membri del culto e anzi lo rivendicano orgogliosamente.

Così la percezione è che questa persecuzione e restrizione dei più elementari diritti umani possa essere legata al rifiuto categorico degli aderenti ad adempiere il servizio militare. La Russia è un Paese che solo dal 1991 è stata impegnata in almeno quattro conflitti, dentro e fuori i propri confini, conflitti che hanno necessitato di una mobilitazione costante di uomini disposti a uccidere e farsi uccidere, mentre i “Testimoni” ritengono che la “parola di Dio” implichi il rifiuto totale anche solo di far parte di un esercito. L’adesione a questa variante dell’Avventismo cristiano, implica anche il rifiuto di votare e partecipare alla vita politica in qualsiasi forma, e anche questa prescrizione non piace affatto a un regime che ha ormai fatto della mobilitazione e del sostegno indiscusso al suo presidente Vladimir Putin degli elementi costitutivi.

Ma l’avversione alle istituzioni russe, che ha condotto tra l’altro a sequestrare tutti i beni dei Testimoni di Geova, si concretizza per la prima volta nella notte dell’8 aprile 1951: centinaia di famiglie professanti il culto vengono prelevate dalle loro case in Ucraina, Paesi baltici, Bielorussia e Moldavia per essere deportati in Siberia. Quella che fu la più grande deportazione realizzata per motivi religiosi della storia dell’Urss coinvolse circa diecimila persone. Uomini, donne, bambini, dovettero prendere le proprie povere cose e furono caricati su vagoni con destinazione le provincie di Tomsk, Irkusk e Krasnojarsk. La deportazione dei Testimoni dimostrò ancora una volta la terribile efficienza dei servizi sovietici nell’individuare (i Testimoni svolgevano attività di proselitismo clandestinamente), preparare, organizzare e condurre a termine un’operazione di rastrellamento e di deportazione in poco più di 48 ore.

La deportazione era stata chiamata in codice dalle strutture della sicurezza sovietica “Operazione Nord” perché faceva seguito all’“Operazione Sud”, con la quale il 6 luglio di due anni prima erano stati deportati più di 120.000 moldavi in Kazakhistan perché considerati “controrivoluzionari”, “kulaki” e comunque “soggetti antisociali”; e tra questi erano compresi circa 4800 testimoni di Geova. L’ “Operazione Nord” era stata pianificata con accuratezza dall’allora direttore dei servizi Victor Abakumov. In una missiva riservata a Stalin del 30 maggio 1950, Abakukov segnalava che nel periodo 1947-1949 i servizi speciali erano stati in grado di “scoprire e liquidare diverse organizzazioni antisovietiche e gruppi della setta illegale dei Testimoni, attivamente impegnati in attività ostili nelle regioni occidentali dell’Ucraina, della Bielorussia, della Moldavia e delle Repubbliche Baltiche”.

Gli sforzi repressivi si dimostrarono però inutili contro questi praticanti. Anzi, la decisione del Mgb/Kgb di deportare i Testimoni per ironia della storia si rivelo’ un errore disastroso non facendo altro che favorire l’insediamento del culto anche sul territorio russo e kazako, dove in precedenza era assente. Nel 1965 il governo sovietico, infine, decise di permettere il rientro nelle loro case dei Testimoni deportati nel 1950 e la politica di repressione nei confronti delle “sette religiose” assunse toni più sfumati, anche perché gli agenti del Kgb erano impegnati soprattutto nel frenare lo sviluppo della dissidenza politica. Sempre di più i processi a loro carico furono istituiti non per aver praticato l’attività religiosa ma per “estremismo”. Tutte le misure contro i credenti di religioni “non ufficiali” vennero abrogate solo durante la “Perestrojka”.

Comunque nel luglio del 2022 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso una sentenza contro la Russia a favore dei Testimoni di Geova. Ha ordinato al governo di Putin di “interrompere tutti i procedimenti penali pendenti contro i Testimoni di Geova, di rilasciare tutti coloro che erano in prigione, nonché di restituire tutte le proprietà confiscate o di pagare un risarcimento adeguato”.

Come è facile supporre la Russia non ha proceduto a nessun scarceramento o risarcimento, ma come per dispetto, è stata ancora la pressione su chi professa questa religione, dimostrando ancora una volta di voler mettere ai margini della società chi non si adegua ai diktat putiniani. Ma come dimostra la storia, difficilmente il Cremlino riesce a sconfiggere chi ha sempre dimostrato una fede incrollabile.

Nell’immagine: Andrey Shurygin


Solo la caduta di Netanyahu fermerà la guerra

La strage di Gaza e le politiche di Netanyahu nutrono le fratture interne e l'aumento delle proteste internazionali 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Sull’orrore e i massacri di cui l’Idf e le bande armate dei coloni si sono resi responsabili a Gaza e in Cisgiordania non c’è più molto da aggiungere a quanto è quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Neanche i più stretti alleati di Israele, come la Germania, riescono più a giustificare una conduzione della guerra come quella praticata dal governo Netanyahu e dai suoi generali, né ravvisare più alcuna relazione proporzionata alla sanguinosa aggressione subita il 7 ottobre. Tanto che si inizia a parlare di eventuale sospensione delle forniture militari tedesche a Israele. Ma intanto il tardivo coro che invoca una tregua e chiede al premier israeliano di fermarsi si infoltisce, mentre numerosi paesi europei sostengono la necessità di rivedere gli accordi tra Israele e Ue.

Tuttavia l’esperienza dimostra che pressioni, prediche e appelli, peraltro assi blandi durante questi due anni di guerra, non hanno spostato di un centimetro la volontà del governo israeliano di far fare a Gaza la fine di Cartagine e alla Cisgiordania quella del far west americano a spese degli indiani.

Allora una semplice domanda si impone: Netanyahu e il suo governo, tenuto in piedi da fanatici estremisti di destra, possono essere fermati? La risposta è inequivocabilmente no. Ce lo hanno fatto capire in tutti i modi a partire da quando hanno dichiarato le Nazioni unite un covo di antisemiti, fino a quando Netanyahu ha minacciato di annettere la Cisgiordania se i paesi europei avessero riconosciuto lo stato palestinese.

E ieri il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, è stato esplicito e duro come non mai: in visita a un avamposto di coloni ebrei nel nord della Cisgiordania, ha annunciato l’intenzione di «costruire lo Stato ebraico israeliano» su quel territorio palestinese; «è un messaggio chiaro» al presidente francese «Macron e ai suoi amici: riconosceranno uno Stato palestinese sulla carta, noi costruiremo qui lo Stato ebraico israeliano sul campo», ha detto Katz.

Che qualcuno possa ancora sperare nella soluzione dei due popoli e dei due stati è oramai un incredibile atto di fede o una nenia consolatoria. Così come credere che il governo di Tel Aviv possa desistere dalla conquista di Gaza, dalla deportazione della popolazione palestinese e dalla colonizzazione definitiva della Cisgiordania solo per evitare quella riprovazione del mondo di cui ostentatamente se ne infischia. Perché Netanyahu e i fascisti religiosi che lo sostengono non fanno la guerra, ma la incarnano. Questo e nessun altro è il loro orizzonte esistenziale, la loro assicurazione sul potere e sull’impunità.

Dunque Netanyahu non può essere fermato, ma potrebbe solo cadere. Non è insomma immaginabile né la pace in Medio oriente né la sicurezza e la prosperità dello stato di Israele con questi protagonisti politici. O qualcuno è in grado di immaginare uno stato di diritto democratico e inclusivo, rispettoso dei diritti umani e del diritto internazionale governato dagli Smotrich e dai Ben Gvir? Da invasati che farneticano della supremazia del “popolo eletto”?

Non è ovviamente facile che il governo bellicista israeliano cada, mentre l’altro fanatico protagonista di questa storia, cioè Hamas, sembra invece prossimo alla disfatta. Tel Aviv può contare su un alleato storico come gli Usa, oggi rappresentati da Trump, un cinico che dello stato di diritto si fa beffe, nonché di possibili interlocutori arabi come l’Arabia saudita che sono agli antipodi di qualunque idea di democrazia.

Inoltre, nonostante tutta la corruzione, l’inefficienza e la ferocia dimostrate, la destra israeliana gode di un consenso non indifferente, incattivito, incline al razzismo e alla pulizia etnica, inebriato dal mito della propria superiorità. Ce ne danno testimonianza quotidiana le bande dei coloni armati dediti a uccidere e incendiare coltivazioni e villaggi e infine i giovani squadristi che hanno seminato il terrore tra i commercianti arabi della città vecchia di Gerusalemme con aggressioni minacce e slogan truculenti. Un segnale di pericolo evidente ed estremo.

Chi ha veramente a cuore la sicurezza di Israele, il senso storico della sua esistenza, le promesse e le aspirazioni che lo hanno attraversato, lo spessore della sua cultura e delle esperienze che vi sono confluite, non può che avversare un governo che ha tacitato tutto e tutti in nome di una guerra senza quartiere e condotto il paese a un crescente isolamento internazionale, che ha adottato il linguaggio del ricatto e della più cinica disumanità e condotto una raccapricciante campagna di sterminio.

Dunque Netanyahu non si può fermare e non si fermerà. Porre fine alla guerra significherebbe porre fine al suo governo e al suo potere attraverso una materiale e radicale sottrazione di sostegno interno ed esterno. A questo dovrebbero applicarsi i governi che si dicono amici di Israele e le opinioni pubbliche che hanno a cuore i diritti dei palestinesi come quelli degli israeliani.

Ma le cose non stanno purtroppo così. Poiché in gran parte d’Europa, per non parlare degli Stati uniti, il nazionalismo aggressivo, l’islamofobia e il suprematismo bianco, (in paradossale compagnia dell’antisemitismo più autentico), sono in piena espansione e in sintonia con la teoria e la pratica dell’attuale governo israeliano, difficilmente quest’ultimo potrà essere preso seriamente di mira. E dunque la guerra non si fermerà né dismetterà le forme spietate in cui si è espressa fino ad ora. E che ad ogni occasione Netanyahu e i suoi sostenitori orgogliosamente rivendicano. Ad oggi il limite di questo orrore non si vede, ma non possiamo accettare l’idea che non esista né smettere di denunciare le molte complicità che lo differiscono o lo nascondono.

Nell’immagine: Netanyahu in tv con una mappa che cancella la Cisgiordania palestinese


La Casa Bianca, un affare da tre miliardi: la “grande rapina” di Trump tra contratti e golf club

La strage di Gaza e le politiche di Netanyahu nutrono le fratture interne e l'aumento delle proteste internazionali 

NEW YORK – Prima vennero le donazioni, poi gli affari con gli hotel della catena Trump, poi la criptovaluta, i contratti dello spettacolo e il jet privato. Tutti gli affari del presidente vengono raccontati dalla testata americana liberal The Atlantic in un articolo che nel titolo cita le parole “historical heist”, come a dire: andare alla Casa Bianca è stato un colpo storico, o una rapina. E disegna uno scenario da Golden Age della corruzione e del conflitto d’interessi. Donald Trump ha trasformato la sua avventura politica in un affare personale senza precedenti. Per la base Maga, che è rimasta incantata all’aneddoto del primo anno di stipendio donato dal Commander-in-Chief, questa è una storia da non leggere.

Il business delle criptovalute

Durante il suo primo mandato, Trump ha guadagnato milioni di dollari tramite visite finanziate dai contribuenti alle sue proprietà, dagli hotel ai resort, più donazioni elettorali e pagamenti da parte di governi stranieri. Nel secondo mandato, The Atlantic afferma che Trump miri a guadagni nell’ordine dei miliardi di dollari, attraverso iniziative come investimenti in criptovalute, progetti immobiliari finanziati da Stati esteri e doni personali, come il jet di lusso da parte del Qatar da usare come nuovo Air Force One. Ma c’è di più. Dagli Emirati Arabi ha ricevuto investimenti per due miliardi di dollari nella criptovaluta, settore nel quale il presidente ha lanciato una società di famiglia.

I golf club

Mentre vanno avanti i negoziati sui dazi, i familiari del presidente portano avanti affari con gli stessi partner commerciali desiderosi di trovare un accordo con la Casa Bianca. In Vietnam, uno dei Paesi che ha cercato subito un’intesa, sorgerà un golf club di Trump guidato dai figli. Un altro golf club, con ville di lusso marchio Trump, sorgerà in Qatar grazie alla collaborazione della società immobiliare controllata dal fondo sovrano. A Dubai il figlio Eric Trump ha annunciato la costruzione di una Trump Tower da 80 piani, che includerà hotel e appartamenti di lusso acquistabili con la criptovaluta. La first lady, Melania Trump, ha firmato un contratto da quaranta milioni di dollari con Amazon per girare un documentario sulla sua vita. La scorsa settimana, nel golf club in Virginia, il presidente ha ospitato un gala con oltre duecento investitori nella criptovaluta del tycoon.

I tempi delle sei bancarotte sono lontani. Piovono dollari e bitcoin sulla testa laccata del tycoon. Secondo Bloomberg, il patrimonio netto della famiglia Trump è aumentato di tre miliardi di dollari in appena quattro mesi. Atlantic descrive queste azioni come un livello di corruzione paragonabile a quello delle repubbliche post-sovietiche o dittature postcoloniali, sottolineando l’assenza di precedenti simili nella storia presidenziale americana. Trump ha cercato di normalizzare questi comportamenti, utilizzando una strategia precisa: ha presentato il sistema politico come intrinsecamente corrotto e criticato l’inefficacia delle istituzioni nel contrastare queste pratiche, presentandosi agli americani come l’uomo che avrebbe messo fine al malaffare.

Nell’immagine: Zio Paperone Trump nuota nell’oro


Musk, rispunta il caso droghe: “Usava ketamina e funghi durante la campagna elettorale di Trump”

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La Stampa

Tra droghe e drammi familiari il New York Times indaga sul privato dei mesi che Elon Musk ha passato accanto a Donald Trump. Ecstasy, funghi psichedelici e soprattutto ketamina, l’anestetico che in overdose ha ucciso l’attore Matthew Perry di Friends: l’uomo più ricco del mondo ne avrebbe fatto uso in modo “pericoloso”, scrive il giornale, che punta i riflettori anche sui numerosi figli – 14 appurati e altri la cui esistenza è emersa da indiscrezioni – nati con la fecondazione artificiale in virtù delle teorie nataliste che vedono il patron di Tesla in prima linea.

«Il consumo di droghe andava ben oltre l’uso occasionale. Musk ha parlato con diverse persone degli effetti della ketamina sulla vescica come capita in caso di uso cronico», scrive il media secondo cui Elon usa anche ecstasy e funghi allucinogeni e in viaggio porta «una scatola di farmaci con circa 20 pillole al giorno, compreso lo stimolante Adderall».

Non è chiaro se Musk usasse droghe quando quest’anno ha avuto da Trump carta bianca per ridurre la burocrazia federale.

In passato aveva ammesso di usare la ketamina un paio di volte al mese per la depressione e al suo biografo, Walter Isaacson, aveva detto che «non gli piace far uso di droghe illegali». Più di recente però Musk avrebbe sviluppato «abitudini pericolose», scrive il Nyt, «prendendo la ketamina anche quotidianamente, mescolandola con altre droghe» anche mentre consigliava Donald Trump durante la campagna elettorale per un secondo mandato presidenziale..

Il «confine sfumato» tra uso medico e ricreativo ha suscitato timori tra persone vicine a lui, preoccupate anche «per i frequenti sbalzi di umore e la fissazione a fare più figli». Musk, che negli ultimi tempi si è avvicinato ai teorici del natalismo e dell’eugenetica Simone e Malcolm Collins, ha avuto sei figli dalla prima moglie (uno morto da piccolo) e altri tre dalla cantante Grimes (Claire Boucher), convinta di avere con lui una relazione stabile per poi andare su tutte le furie una volta appreso che, mentre una madre surrogata portava a termine il terzo bebè, Elon aveva avuto due gemelli da Shivon Zilis, una executive della sua società Neuralink, a cui negli ultimi due anni se ne sono aggiunti altri due. All’insaputa di Claire e Shivon, quest’anno è poi arrivato Romulus, figlio dell’influencer Ashley St. Clair.

Trump: Musk è uno dei più grande imprenditori al mondo

«Elon è uno dei più grandi imprenditori al mondo» ha detto Donald Trump nello Studio Ovale per il saluto a Musk che mercoledì ha annunciato la fine della sua esperienza nell’Amministrazione. Il presidente americano ha elogiato il miliardario per il suo lavoro al dipartimento per l’efficienza governativa. «Ci vorranno anni per ricostruire il sistema ma abbiamo iniziato», ha aggiunto. «Ho la sensazione che Elon presto tornerà tra noi».

Elon Musk ha portato un «cambiamento colossale» nella «vecchia gestione» degli affari governativi a Washington. Il presidente ha elencato tutti i risparmi alla spesa federale che sarebbero stati raggiunti grazie all’azione del ‘Doge’ guidato da Musk.

Musk: la mia uscita non è la fine del Doge

«La mia uscita non è la fine del Doge ma l’inizio» ha detto Elon Musk nello Studio Ovale, ribadendo che era il momento per lui di «lasciare il suo incarico». «Avevo un tempo limitato», ha detto il miliardario in riferimento al suo status di «dipendente speciale del governo», con una durata di 134 giorni. «L’influenza del Doge crescerà», ha detto Musk, aggiungendo che «continuerò ad ad essere un consulente del presidente».

Nell’immagine: Musk “motosega” durante la campagna elettorale di Trump


Questioni di buon senso

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Il buon senso, dovrebbe essere una delle priorità tra amministrazione pubblica e società civile. Ma purtroppo lo ritroviamo solo con “ul lanternin”, con la lanterna, parafrasando un detto popolare.

Molte persone che una settimana fa hanno raggiunto il piazzale antistante la stazione di Bellinzona, certamente se lo son chiesto quando il tamtam si è diffuso. Alla manifestazione silenziosa per la strage a Gaza, organizzata senza simboli partitici, la gente che si apprestava a partecipare, è venuta a sapere che la “manif” non era autorizzata!  E’ stato accettato un raggruppamento di fronte alla stazione; ma il corteo non poteva svilupparsi e percorrere Viale Stazione se non riavvolgendo bandiere e striscioni e percorrere in fila indiana sui marciapiedi il percorso fino a piazza della foca. 

Potete immaginare la reazione dei manifestanti all’annuncio degli organizzatori. Ebbene, chi del Municipio e della polizia è riuscito a compiere questa acrobazia concettuale? Immaginate come 4000 persone non assoggettate a nessun “ordine di scuderia” potessero accordarsi per traslare dal punto A al punto B. Follia pura e anche un paradosso di sicurezza perché sebbene l’editto municipale intendesse evitare la sovrapposizione di due eventi ( la manif annunciata per le 14 e una gara podistica per le 16) , sebbene il piazzale antistante fosse invaso da migliaia di persone, nessun tutore ha gestito il traffico ( pubblico e privato) e le persone. Forse il buon senso delle autorità di polizia, di fronte alla realtà delle cose, ha fatto prevalere la ragione piuttosto che ostacolare un’azione di disubbidienza civica motivata dal diritto di manifestare lo sdegno per qualcosa più grande di noi e che le nostre autorità tendono di sottovalutare (i massacri di palestinesi a Gaza). 

Un altro esempio di mancato buon senso arricchito da arroganza e perverse forme di controllo, lo abbiamo visto alla recente festa di primavera al parco Tassino di Lugano. La notizia viene portata alla ribalta da un’ interpellanza di due consiglieri comunali ( Baratti e Pusterla) già citati su Naufraghi, l’abuso di telecamere posizionate ad hoc per monitorare e catalogare i partecipanti al pacifico evento. Un evento per giovani e famiglie che per i responsabili dell’ordine pubblico è sembrata una possibile aggregazione di facinorosi pronti a far casino e distruggere tutto! Il buon senso in questo caso è del tutto evanescente e motivazioni come prevenzione o sicurezza non bastano di certo per giustificare un comportamento lesivo della privacy delle persone con preconcetti pro attivi  sulla medesima lunghezza d’onda che ha visto (“a titolo preventivo”) demolire un edificio del complesso dell’ex macello. Una tendenza preoccupante di un dicastero sempre più militarizzato e volto a assumere tecniche da intelligence tanto da infiltrare agenti nel luogo della festa! Sì, perché l’occupazione temporanea da parte di cittadini in un parco pubblico (previa autorizzazione) è senz’altro una fonte di forte preoccupazione per il Municipio di Lugano: che del buon senso non sembra preoccuparsi.

Nell’immagine: alla ricerca del “buon senso” perduto nel buio


La giusta quantità di sofferenza

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“Il corpo funge da testo. I segni della tortura sul corpo di un rifugiato servono per valutare il merito della sua richiesta d’asilo. Per dimostrare l’autenticità della sofferenza vengono impiegati esami medici, foto delle lesioni e delle cicatrici. E a volte non basta nemmeno questo, perché di fatto non esiste un criterio oggettivo per misurare la sofferenza. Quante dita bisogna aver perso in una stazione di polizia di Giacarta? Quanti stupri bisogna aver subito a Mogadiscio? Qual è la giusta quantità di sofferenza per essere giudicati meritevoli di asilo?”

Così scriveva l’antropologo iraniano Shahram Khosravi nella sua etnobiografia “Io sono confine”.

Nelle scorse settimane, in Ticino, due giovani ospiti di un centro di accoglienza hanno perso la vita. Sono due morti che non possono lasciarci indifferenti.

La notizia mi ha riportata indietro, ai mesi trascorsi lungo i confini della rotta balcanica. È di quei ricordi, di quelle immagini, di quei corpi che ho sentito il bisogno di scrivere. Perché ciò che accade nelle zone ai confini dell’Europa o nei paesi di primo approdo come la Grecia, non è separato da quello che succede qui, da noi.

Nel sito della Commissione Europea leggo che lo spazio Schengen è composto da 29 stati, dove vivono 450 milioni di persone ed è la più grande area al mondo di libertà, sicurezza e giustizia, senza frontiere interne. Fatico a ritrovarmi in questa descrizione. Lo spazio Schengen definisce un dentro e un fuori. Muri reali e simbolici si alzano escludendo chi resta ai margini. La violenza strutturale che ne deriva lascia segni profondi sulla mente e sui corpi di chi tenta di attraversarli.

Gennaio 2023. La Croazia è entrata a far parte dello spazio Schengen. La pressione ai confini si intensifica, le persone tentano di passare in fretta, prima che il confine si chiuda ancora di più. In quei mesi, in un binario abbandonato della stazione ferroviaria di Rijeka, si accampano centinaia di persone. È lì, che il 2 gennaio 2023, in modo del tutto imprevisto, mi ritrovo inginocchiata in un gabbiotto. Mi prendo cura di piedi distrutti dalle ore di cammino, disinfetto ferite aperte, bendo mani rotte e caviglie slogate di uomini che in fretta hanno cercato di oltrepassare gli ultimi confini prima dell’ammissione della Croazia nella Fortezza Europa. Sono tutti giovanissimi, molti minorenni, per lo più afghani e pakistani, hanno camminato per giorni, con scarpe rotte e inadeguate, senza acqua, attraverso il gelo e i boschi. Le loro storie si assomigliano: fughe notturne, polizia, respingimenti violenti, cani sguinzagliati. Nessuno di loro si lamenta. Nessuno chiede niente. Mostrano le ferite. Accettano il bendaggio come un gesto di resistenza: qualcosa che permette, almeno per stanotte, di proseguire il viaggio. Mentre cerco di coprire le ferite, penso che qui, oggi, la frontiera si misura in centimetri di pelle lacerata.

La Croazia è uno dei punti di transito della rotta balcanica, la seconda via più utilizzata per migrare verso l’Europa. Quest’ultima è rappresentata da un numero imprecisato di sentieri e di strade in continuo mutamento e che vengono percorse in vari modi: per molti tratti a piedi, in auto, in bus, in treno o con piccole imbarcazioni. Questi corridoi informali passano soprattutto da Turchia, Grecia, Bulgaria, Serbia, Macedonia del Nord, Ungheria, Romania, Bosnia-Erzegovina, Croazia e Slovenia. I percorsi si modificano in funzione dei “consolidamenti” da parte di un paese o dell’altro dei controlli ai propri confini.

Per chi fugge da guerre o violenze, attraversare queste rotte significa spesso restare intrappolati per mesi, a volte anni, in zone grigie tra respingimenti illegali, detenzioni arbitrarie e una burocrazia ostile. I confini si moltiplicano: frontiere materiali, ma anche sanitarie, linguistiche, amministrative. Lungo questo percorso, il corpo diventa bersaglio e strumento: portatore di sofferenza, ma anche prova vivente del diritto all’esistenza.

Come infermiera, ho imparato a leggere ciò che accade partendo dai corpi: da ciò che soffre, da ciò che resiste, da ciò che chiede cura. L’asse di genere predispone a disuguaglianze sociali e a forme di violenza, specialmente quando si aggiungono altri fattori di vulnerabilità ed esclusione alla situazione di donna. Nella mia esperienza sul campo, la presenza femminile si è concentrata soprattutto in Grecia e in Bulgaria. Nei paesi più a Nord – in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia – ho incontrato quasi esclusivamente uomini. Le donne migranti non sono assenti dalla rotta: sono nascoste, trattenute, oppure bloccate molto prima. Per loro, il “game”, l’attraversamento clandestino dei confini, è inaccessibile, o semplicemente troppo pericoloso. La maggior parte delle volte viaggiano con bambini e camminare per ore di notte nei boschi o restare aggrappate sotto a un camion, come accadeva nel porto di Patrasso, è semplicemente impossibile.

Le storie delle donne che ho ascoltato, per quanto diverse, sembravano spesso intrecciate dalla stessa trama: stupri nel paese di origine, lungo il viaggio o nei luoghi d’arrivo. Di una di queste ho scelto di raccontare alcuni frammenti, sufficienti a restituirne il peso.

A. è una giovane donna nata a Kinshasa. Parla lingala e un francese stentato. Non è mai andata a scuola e non sa né leggere né scrivere. Arriva a Chios, dove rimane tre giorni e poi ad Atene. La polizia non la ferma e quindi non viene registrata. Non ha documenti e non ha accesso a nessun tipo di protezione. Si accampa nella chiesa congolese, dove dormono altri uomini e viene violentata più volte. Quando arriva al Centro dove presto volontariato ci racconta che ha molta paura, non si sente sicura. C’è posto in una casa per le donne; può accedervi dopo gli esami per le malattie infettive. 

Vuole registrarsi e avviare la richiesta d’asilo. Per facilitare la procedura serve un certificato medico che confermi e attesti le violenze subite. Dopo qualche mese, A. ci invia un messaggio vocale: “sono tornata a Kinshasa, ad Atene era troppo difficile”.

La storia di molte migranti è segnata da violenza di genere, impossibile da denunciare; spesso le donne non hanno familiarità con la lingua del paese in cui si trovano, non sanno a chi rivolgersi, hanno paura dello stigma, delle autorità e di essere fermate e rispedite indietro dalla polizia.

Quando A. viene molestata di notte nel luogo dove dorme, senza documenti e punti di riferimento, a chi può rivolgersi?

Si rovescia il senso delle cose: lo stupro, anziché essere riconosciuto come ferita da curare, diventa un fatto da dimostrare per legittimare la richiesta di asilo.

Tra le tante persone in movimento, c’è chi, come A., è costretto a tornare indietro; chi resta bloccato per anni dalle procedure burocratiche nei Paesi di transito; chi prosegue cercando di sfuggire ai respingimenti illegali.

Alcuni riescono ad arrivare, come i due giovani ospiti di un centro federale per richiedenti asilo.

Ma quanta sofferenza serve, oggi, per aver diritto a libertà, sicurezza e giustizia? Per essere accolti, anziché isolati, rinchiusi o rispediti indietro?

Nell’immagine: Cristiano Carotti, “Scilla I-XIX” (2018)


Trump sta sperperando il prestigio degli Stati Uniti

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Di Christof Leisinger, Infosperber

«Non fidatevi di nessuno! Soprattutto non della Casa Bianca»: questa è attualmente la conclusione della corrispondente da Washington di un noto quotidiano tedesco sulla politica americana sotto la guida di Donald Trump.

Il 47° presidente degli Stati Uniti era entrato in carica all’inizio dell’anno con l’obiettivo di «porre fine alla guerra in Ucraina in un giorno», «prosciugare la palude corrotta e burocratica di Washington», ridurre l’enorme deficit pubblico e il debito, abbassare le tasse, rilanciare le piccole e medie imprese attraverso la reindustrializzazione e, soprattutto, riportare in primo piano gli interessi geopolitici degli americani.

Le principali promesse elettorali di Trump destinate al fallimento

Fin dall’inizio era abbastanza chiaro che la promessa di Trump di porre fine alla guerra in Ucraina entro 24 ore dal suo ritorno alla presidenza era solo propaganda elettorale. Ma quasi nessuno avrebbe potuto immaginare che Trump e gli inviati del governo americano dal presidente russo Vladimir Putin sarebbero stati così infruttuosi nei colloqui su possibili vie per la pace e che alla fine si sarebbero lasciati condurre al guinzaglio, come è successo nelle ultime settimane.

Così le uccisioni continuano nelle vaste distese ucraine, il «tritacarne di Putin» divora ogni giorno migliaia di persone. La sofferenza è grande, il dispendio di mezzi è enorme. Putin crede di poter vincere la brutale guerra di logoramento a lungo termine perché le risorse essenziali della Russia sono maggiori di quelle dell’Ucraina. In questo contesto, svanisce il febbrile miraggio di Trump di ottenere un giorno il premio Nobel «come pacificatore».

Per quanto riguarda il prosciugamento della «palude di Washington», è vero proprio il contrario. La famiglia Trump non mostra alcuna remora a trarre profitto dal proprio potere. Il corrispondente dello Spiegel Marc Pitzke lo dice senza mezzi termini: «Il presidente è corruttibile». Un lussuoso jet Boeing in regalo dal Qatar, l’emissione poco trasparente di criptovalute senza valore per arricchimento personale e per accettare tangenti in modo occulto, affari immobiliari dubbi in tutto il mondo e affaristi ben collegati che vogliono rilanciare il gasdotto Nord Stream: nell’entourage del presidente sembra possibile tutto.

La corruzione è tornata all’ordine del giorno, le autorità di vigilanza sono indebolite

E tutto questo in modo del tutto ufficiale. Già a febbraio Donald Trump ha infatti utilizzato un decreto esecutivo per sospendere per 180 giorni il Foreign Corrupt Practices Act, che vietava alle aziende americane e straniere di pagare tangenti per concludere affari. Il Dipartimento di Giustizia ha inoltre sciolto una task force che in precedenza era stata istituita per gestire le sanzioni contro gli oligarchi russi vicini a Putin.

Anche molte istituzioni finanziarie e governative nazionali sono ormai sottoposte a una supervisione minima o addirittura inesistente. Trump ha ridimensionato il Consumer Financial Protection Bureau, che aveva il compito di proteggere i consumatori dalle manipolazioni delle banche e di altri istituti finanziari. La protezione degli informatori e dei diritti dei lavoratori è stata indebolita e i funzionari corrotti non devono più temere di essere perseguiti. I tagli all’agenzia delle entrate IRS fanno prevedere un aumento delle frodi fiscali. Le indagini contro i truffatori in criptovalute sono state limitate e il National Cryptocurrency Enforcement Team è stato sciolto.

Trump stesso trae vantaggio da questi cambiamenti. Diffonde regolarmente informazioni che gli addetti ai lavori ben informati possono utilizzare per operazioni speculative. Queste sono normalmente molto rischiose, ma con le informazioni giuste al momento giusto diventano molto redditizie. Honi soit qui mal y pense.

Ma che America è questa, in cui il presidente aiuta la sua famiglia e i suoi amici a guadagnare milioni con criptovalute dubbie o con informazioni privilegiate, in cui accetta in regalo un aereo da 400 milioni di dollari e in cui può sfacciatamente ordinare al gigante della vendita al dettaglio Walmart di non aumentare i prezzi al consumo, nonostante abbia precedentemente fatto lievitare i costi con l’imposizione di dazi elevati?

I dazi sono addirittura il cavallo di battaglia di Donald Trump. Secondo le argomentazioni dei suoi consiglieri, dovrebbero in teoria aiutare a far uscire gli Stati Uniti dalla spirale del debito in cui il Paese è caduto. Il debito pubblico è salito in questi giorni a 36.000 miliardi di dollari, pari al 124% del prodotto interno lordo, dopo decenni di vita al di sopra delle proprie possibilità. Dopo la crisi finanziaria, il debito è cresciuto molto più rapidamente dell’economia, indipendentemente dal fatto che al potere ci fossero i repubblicani o i democratici.

Il culto della spesa divide la società

Il predecessore di Trump, Joe Biden, era un accanito sostenitore della spesa e aveva messo a repentaglio la credibilità fiscale del governo con deficit giganteschi in tempo di pace. Le conseguenze sono state evidenti: gli utili delle aziende sono aumentati rapidamente e i ricchi ne hanno approfittato, mentre la gente comune ha continuato a rimanere indietro.

Donald Trump aveva inizialmente promesso di combattere la precaria situazione finanziaria e aveva nominato Elon Musk «commissario per il risparmio». Il miliardario avrebbe dovuto rendere più efficiente il mostro burocratico degli Stati Uniti e risparmiare centinaia di miliardi di dollari di spese. Musk ha inizialmente fatto molto rumore, ma è riuscito solo a curare i sintomi, perché non ha osato affrontare i grandi blocchi: le spese sociali e sanitarie. È proprio in questi settori che i costi stanno aumentando a dismisura, mantenendo alto l’enorme divario tra spesa pubblica e entrate.

Trump pensava probabilmente di poter colmare almeno in parte questo deficit con misure di austerità e con elevate entrate doganali. Sperava di ottenere margini di manovra finanziaria per ulteriori tagli dei tassi d’interesse e programmi di incentivi economici. Purtroppo, il «commissario al risparmio» Musk ha praticamente fallito e le entrate doganali sono troppo basse e, viste le variazioni irregolari, troppo incerte per poter contare su di esse.

Anche i deputati repubblicani alla Camera dei Rappresentanti non sono d’aiuto. Hanno appena messo a punto per Trump un «grande e bellissimo pacchetto fiscale e di spesa». Ha solo un difetto fondamentale: aumenterà ulteriormente la disparità nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti e non ridurrà il deficit del bilancio federale, ma aggraverà notevolmente il buco finanziario degli Stati Uniti nei prossimi anni.

La fiducia nella gestione finanziaria americana sta svanendo

Chi si stupisce quindi che l’agenzia di rating Moody’s abbia recentemente revocato allo Stato americano il «rating AAA», ovvero il massimo rating di solvibilità, e che gli investitori sui mercati finanziari internazionali vogliano rendimenti relativamente elevati quando acquistano titoli di Stato? Dopo tutto, gli interessi passivi nel bilancio americano per l’intero debito pubblico sono ormai superiori a molte altre voci di spesa.

Anche i discorsi su un «accordo di Mar-a-Lago» sull’indebolimento del dollaro, o addirittura sull’introduzione di titoli speciali per rifinanziare lo Stato americano, non contribuiscono certo a rafforzare la fiducia. Di conseguenza, sempre più investitori nazionali ed esteri chiedono una compensazione finanziaria o ricorrono addirittura ad alternative come l’oro o le materie prime per i loro investimenti.

Ai loro occhi i dubbi sull’affidabilità dell’amministrazione Trump stanno crescendo lentamente. Il vero rischio non è il crollo improvviso, ma la crescente disfunzionalità del sistema finanziario esistente, che in passato aveva posto al centro il dollaro e gli asset liquidi americani. Gli scettici sostengono che questo sistema sia tenuto insieme più dall’abitudine e dalla mancanza di alternative che da convinzioni reali.

In caso di dubbio, si rischia di scegliere la via della minor resistenza politica

In casi estremi, se dovesse verificarsi un panico prolungato, gli americani si troverebbero di fronte a una scelta delicata: adottare misure di austerità dolorose o significativi aumenti delle imposte per le imprese al fine di placare i timori del mercato riguardo a una possibile insolvenza. Oppure stampare denaro per ripagare il debito, il che farebbe risalire notevolmente l’inflazione, che non è mai diminuita in modo significativo.

Considerando la consueta preferenza politica per la via più facile, è abbastanza chiaro quale sarebbe il risultato: la seconda opzione.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Donald Trump è ben lontano dal risanare il bilancio degli Stati Uniti. Al contrario, lui e la sua famiglia stanno mettendo a repentaglio la fiducia nell’affidabilità americana


Se l’impero americano sfugge a ogni controllo

La strage di Gaza e le politiche di Netanyahu nutrono le fratture interne e l'aumento delle proteste internazionali 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Donald Trump tre settimane fa, a Riad, ha fatto un discorso il cui significato storico si comprenderà nella sua interezza solo col tempo. Una dottrina programmatica che non si limita a ridefinire l’impegno americano in Medio Oriente, ma che riscrive le stesse fondamenta della politica estera statunitense.

Trump ha decretato la fine dell’epoca in cui gli Stati Uniti si assumevano il compito di “costruire le nazioni”, elogiando piuttosto gli amici sauditi per essere riusciti a dar vita, da soli, a un “paese straordinario”. Da quel momento, è apparso chiaro a tutti che la visione di Trump è quella di un Pianeta in cui ogni nazione debba avere il proprio “MAGA”: niente più interventismi a stelle e strisce, nessuna missione civilizzatrice, ciascuno dovrà farsi grande da solo — purché chiaramente non intralci gli interessi di Washington. Anche il blocco degli studenti stranieri, in fondo, è figlio della stessa logica: niente America nel mondo e niente mondo in America, élite intellettuale inclusa. Come ogni impero, anche quello statunitense si basava sulla capacità di tenere insieme ciò che è irriducibilmente diverso: popoli, lingue, culture, memorie. Ma proprio questa sua natura inclusiva e totalizzante porta in sé contraddizioni profonde: pace che si impone con la violenza, diritti umani branditi con le armi, ingerenze giustificate in nome della libertà. L’aveva ben intuito Walt Whitman: “Mi contraddico? Ebbene sì, sono vasto, contengo moltitudini”. Ma quando l’estensione si fa eccessiva, la sola forza militare non basta più: serve una narrazione, una comprensione condivisa di sé, capace di giustificare la propria visione dominante del mondo. L’impero americano non ha fatto eccezione: si è presentato come portatore di un progetto universale — fare di ogni nazione una comunità libera, aperta e plurale, oltre che un buon partner commerciale e un alleato fedele. I bombardieri arrivavano solo quando quella proposta “irrinunciabile” veniva respinta.

Trump è il primo presidente a dichiarare apertamente che tutto questo non accadrà più, ma la crisi dell’impero è iniziata molto prima di lui. Già all’indomani della vittoria nella Guerra Fredda, nel momento stesso della sua massima espansione, la potenza americana ha cominciato a fare i conti con le contraddizioni di una vastità divenuta talmente smisurata da sfuggire a ogni controllo. La visione dell’America come portatrice di valori universali rimaneva intatta, ma da quel momento gli inquilini della Casa Bianca si sono trovati davanti a un bivio: accettare apertamente la contraddizione, a costo di convivere con un’incoerenza consapevole, oppure insistere su un’integrità di facciata, ben sapendo di non avere i mezzi per sostenerla. Le risposte sono state diverse: Clinton credeva che globalizzazione e libero mercato avrebbero favorito transizioni democratiche in Cina e Russia. Bush ha puntato sull’esportazione della democrazia, salvo scoprire che rovesciare un regime non basta per trasformare un popolo in un elettorato “maturo” e “illuminato”. Biden ha cercato di ricostruire un’alleanza globale contro le autocrazie, ma ormai gli Stati Uniti non avevano più la forza per guidarla davvero.

Trump ha scelto un’altra strada. Ha rinunciato alla porpora imperiale, ormai logora, per proporre una politica di patti transazionali: niente ideali condivisi, nessuna missione universale, solo accordi di convenienza. Non importa chi sia l’interlocutore, né quali valori rappresenti: conta solo ciò che può offrire in termini di vantaggi concreti, meglio se economici. Ai partner promette di costruire anziché bombardare, di offrire tecnologie al posto di ideologie, di sostituire il caos con il commercio. Sulla carta è tutto bellissimo. Ma se l’obiettivo è trasformare il mondo in una sconfinata Piazza Affari il pericolo è trovarsi in un sistema altrettanto instabile e privo di ogni controllo, dove gli equilibri sono sempre precari e ogni accordo va rinegoziato ogni giorno. Trump rischia di consumare il suo mandato in un’eterna negoziazione, mentre le contraddizioni irrisolte continuano ad accumularsi, pronte a sfociare in conflitti aperti al minimo squilibrio.

Ecco perché salvare anche solo qualche frammento di regole e istituzioni rappresenta oggi la priorità più urgente. Noi europei dovremmo esserne più consapevoli di chiunque altro: la nostra storia è segnata da trattati firmati e infranti, e dalle cicatrici profonde lasciate dalle loro violazioni. Abbiamo la responsabilità di custodire questa memoria e di offrire al mondo un’alternativa meno brutale del trumpismo. Non un nuovo sistema egemonico — non avremmo neanche la forza di concepirlo — ma almeno una forma di ordine che non nasca dalla sola convenienza. La storia insegna che gli imperi muoiono e rinascono, ma che ognuno, in fondo, è erede del precedente. Il nostro compito oggi è quello di custodire ciò che resta, affinché si possa tornare a costruire il più in fretta possibile.

Nell’immagine: Trump a Riad


Elon come Icaro, volato troppo vicino al suo sole Donald

La strage di Gaza e le politiche di Netanyahu nutrono le fratture interne e l'aumento delle proteste internazionali 

Di Gabriele Romagnoli, la Repubblica

Icaro precipitò per essersi troppo avvicinato al sole. Elon Musksta perdendo quota per averlo fatto rispetto a Trump. Tra la mitologia greca e l’elegia americana la distanza è un abisso. Ci cadono dentro l’epica, la metafora, l’insegnamento per i mortali. Restano a galla invece la spericolatezza, il narcisismo e l’assoluta mancanza di senso della posizione. Credi di essere in alto, ma sei soltanto arrivato al limite. Per ora. Parafrasando quel che si dice quando viene abbattuto un elicottero: “Black Musk down”, il doge nero sta venendo giù.

Gli dei non sono troppo sottili nelle loro indicazioni, hanno inteso nei millenni che gli umani sono duri di comprendonio. Così ammassano il maggior numero di segnali nel minor tempo possibile. Il più emblematico è il razzo Starship, della Space X di Musk, che ha come obiettivo il raggiungimento di Marte, ma tre giorni fa si è acceso, è partito bene e poi, come un botto fabbricato da dilettanti, è esploso anzitempo, disintegrandosi sopra l’Oceano Indiano. «Un grande miglioramento», ha applaudito il suo armatore. Quando divorzi dalla realtà, poi paghi alimenti carissimi.

La discesa dal carro era stata evidenziata in modo plateale, ricorrendo a qualcosa di estraneo ai modi di corte: la forma. Il 14 maggio in Qatar per omaggiare il presidente americano si è creata una fila. Di solito Musk ha il beneficio della priorità concesso dalla dorata tessera fedeltà, ma quando si è incamminato nel corridoio libero è stato respinto indietro. Duecentocinquanta milioni di dollari non si donano per poi essere relegati in economy. Da lì è cominciata per Musk la stagione dello scontento. Si è accorto che il suo piano di tagli per le spese della pubblica amministrazione non stava portando gli impossibili esiti desiderati e che i bilanci delle sue aziende private (Tesla e X) stavano soffrendo. Ha annunciato un parziale disimpegno dal governo per dedicarsi ai propri interessi. Con il consueto spregio per la matematica, la nuova agenda era questa: «Uno o due giorni al servizio del Paese e sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro per le mie imprese». Se i conti non tornano, si può sempre riformare il calendario. Al danno, si aggiungeva la beffa: lui perde soldi mentre il presidente, tramite le sue società, le sue criptovalute e le mosse e contromosse sui dazi di cui lui solo conosce in anticipo le tempistiche, si sta arricchendo.

E così, per coincidenza, a Musk non è piaciuta l’annunciata manovra finanziaria che Trump definisce «grande e bella». «O una cosa o l’altra. Troppe spese, pochi tagli», non bastassero quelli a sanità, istruzione, energia pulita. È stata sufficiente una critica e l’appalto per le nuove tecnologie a Dubai è finito al suo rivale Sam Altman. Come monito finale dal cielo gli hanno fatto piovere un altro figlio, l’unico che stranamente non voleva, ma il test di paternità gli ha assegnato: Romulus. È la creatura del destino che annuncia la fine di un impero o soltanto quella di una “bella amicizia”? Che cosa è davvero successo a Musk? E, soprattutto, che accadrà in futuro?

I suoi cento giorni nelle stanze del potere sono stati quelli di un vicerè travicello: ha ricoperto una posizione di autorità senza l’autorevolezza data dalla conoscenza. S’è preso una poltrona vagante e, anziché imbottirla e sedersi a una scrivania per studiare, ne ha troncato le gambe con una motosega. Invece dei rami secchi ha cominciato a tagliare il tronco. Ha condiviso con Trump il fastidio nei confronti del “deep state”, un’espressione che (come élite), è stata resa invisa da una propaganda facilona. Un altro modo per definirlo sarebbe: “Quelli che nei ministeri lavorano, perché sanno dove mettere le mani, che cosa c’è nei cassetti e chi chiamare in caso di emergenza”. Per lui invece significa: intralcio. Sostituibile con un “superficial state”, una risposta di breve periodo, basata su concetti elementari. Trump ragiona e agisce come un uomo molto anziano quale è: se non vince o non ottiene, sostiene stizzito che qualcun altro ha truccato le carte o i conti. Musk si comporta come un ragazzino viziato: nel suo mondo non c’è niente che possa non funzionare, il razzo scoppiato è un passo avanti, il caos nell’amministrazione un progresso. Sistemerà tutto in una settimana, di mille giorni.

Nel suo piano per comprarsi il re ha trascurato un dettaglio, ben visibile il giorno dell’inaugurazione alla Casa Bianca. Ci sono altri compratori, pronti a copiare la sua strategia, peraltro semplicissima: mettersi al servizio, anima e portafogli. È affiorata, fra Trump e Musk, una differenza caratteriale che, in quest’epoca di riduzione di ogni termine al minimo, è perfino politica. Trump ha concezioni radicali, cerca la risposta semplificata (che è diversa da semplice) a qualsiasi problema. Per affrontare la questione economica si fa portare un professore i cui libri vendono molto su Amazon e ne applica le teorie. Musk è estremista, va oltre, non considera il problema, ma soltanto la presunta soluzione, che lo ingloba e lo annulla. Se esiste soltanto la soluzione, che problema c’è? Quando sono apparsi sulla scena insieme Musk è sembrato l’energia, l’avvenire; Trump la forza, il passato che non se ne va. Jovanotti e Morandi quando cantarono insieme L’allegria. Poi la musica è finita. Musk sembra farsi da parte, ma probabilmente per ricaricare, cominciando da dove si è sgonfiato: alla cassa. Attenzione, il tempo è tutto e sta dalla parte di chi ne ha, perfino se ci gioca. Trump ora lo chiamano Taco (Trump always chickens out) perché si tira sempre indietro. Musk lo chiamavan Mago (Musk always goes on) perché va sempre avanti. Foss’anche nel pozzo del creato.