Putin ignora l’ultimatum e si chiude nel silenzio. Mistero sul viaggio in Turchia

Il presidente teme la trappola diplomatica e accusa i Volenterosi: «No ai ricatti». Trump pensa di volare a Istanbul e assicura: «Ci saranno entrambi i leader» 

Di Giuseppe Agliastro, La Stampa

MOSCA. Che risposta darà Putin a Zelensky? Il padrone del Cremlino volerà davvero a Istanbul per incontrare il presidente ucraino o preparerà un’altra mossa a sorpresa? Mosca non ha ancora risposto all’invito di Zelensky per un faccia a faccia giovedì in Turchia. Ma la pressione politica è in costante aumento. Soprattutto dopo che Donald Trump ha detto di non escludere di poter essere anche lui a Istanbul il 15 maggio.

Il Cremlino ha respinto la tregua che i leader dei Paesi “volenterosi” gli hanno chiesto avvertendo di essere altrimenti pronti a nuove sanzioni. Ma il presidente russo si trova adesso davanti a un bivio diplomatico. Non andando a Istanbul, rischia di contrariare Trump, che da quando è tornato alla Casa Bianca ha riavvicinato Washington al regime di Mosca, ma che ultimamente sta mostrando sempre più spesso segnali di impazienza di fronte alla mancanza di progressi nei colloqui di pace. Andando, però, Putin dovrebbe incontrare Zelensky. Una questione estremamente delicata a livello di propaganda visto che il suo regime mette in dubbio la legittimità del presidente ucraino e cerca di giustificare la crudele invasione dell’Ucraina sostenendo la tesi infondata secondo cui il governo di Kiev sarebbe “nazista”.

Era stato proprio Putin a proporre colloqui diretti tra Russia e Ucraina. E lo aveva fatto con una conferenza stampa in piena notte indicando data e luogo: il 15 maggio a Istanbul. Domenica sera, meno di 24 ore dopo, Zelensky ha ributtato la palla nel campo del Cremlino. «Aspetterò Putin in Turchia giovedì. Personalmente», ha replicato il presidente ucraino. Ora ad aspettare Putin potrebbe esserci pure Trump, che in questi giorni si trova in Medio Oriente e ha detto che sta valutando la possibilità di volare anche lui a Istanbul sulla base della situazione che si creerà.

Mosca e Kiev non si parlano in maniera diretta dai colloqui in Turchia delle prime settimane di guerra, cioè da più di tre anni. Eventuali trattative non possono quindi che riaccendere la speranza che qualcosa cominci finalmente a muoversi sulla via della pace. Tuttavia gli ostacoli non mancano. Trump afferma di voler mettere fine alla guerra, e né Mosca né Kiev hanno interesse a contraddirlo apertamente. Il Cremlino però non si è finora spostato di un centimetro dalle sue pretese: continua ufficialmente a chiedere l’intero controllo di quattro regioni ucraine che le sue truppe occupano solo in parte e che Kiev resti fuori dalla Nato. E le violenze non si fermano.

Sabato, i leader di Ucraina, Francia, Germania, Gran Bretagna e Polonia hanno lanciato un avvertimento al Cremlino: o Mosca accetta una tregua di almeno 30 giorni – proprio come quella proposta anche dagli Usa due mesi fa – o arriveranno nuove sanzioni. Il termine fissato era la giornata di ieri. «Il tempo stringe», ha dichiarato un portavoce del governo tedesco proprio mentre i ministri degli Esteri del Gruppo di Weimar+ (Italia, Francia, Germania, Polonia, Spagna, Regno Unito e Ue) si incontravano a Londra. Ma dal Cremlino per ora arriva un secco “niet”. «Il linguaggio degli ultimatum non è accettabile per la Russia», ha risposto piccato il portavoce di Putin. Tutto questo mentre l’aeronautica ucraina denunciava nuovi raid nonostante la proposta di tregua. Kiev accusa infatti le truppe di Mosca di non aver fermato i combattimenti e di aver lanciato nella notte 108 droni e bombe guidate. Un rifiuto di fatto della richiesta di tregua avanzata dai Volenterosi, commentano molti osservatori.

Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Merz hanno indicato il cessate il fuoco come un presupposto per avviare i colloqui tra Russia e Ucraina. Ma in questo non hanno trovato la sponda di Trump, che ha esortato Kiev a sedersi lo stesso al tavolo dei negoziati «almeno» per comprendere «a che punto è la situazione». È stato in quel momento che Zelensky si è detto pronto a incontrare personalmente Putin a Istanbul. E ora mezzo mondo aspetta la risposta del despota russo.

Le attese aumentano. «Speriamo che questa volta l’opportunità non verrà sprecata», afferma l’autoritario presidente turco Erdogan dicendosi «lieto» di ospitare le possibili trattative, ribadendo di condividere con il collega americano Donald Trump, definito «caro amico», la determinazione ad agire per porre fine al conflitto, e invitando a non sprecare l’apertura al dialogo che «le parti hanno manifestato» negli ultimi giorni

Mentre anche la Cina, politicamente ed economicamente sempre più vicina a Mosca, dice di auspicare «un accordo di pace vincolante che sia accettabile per tutte le parti». «Non sottovalutate» l’incontro di «giovedì in Turchia», rilancia Trump. Mentre Zelensky ribadisce di avere intenzione di andare a Istanbul e dice di sperare che anche la parte russa si presenti all’incontro. «Siamo concentrati per raggiungere una soluzione pacifica a lungo termine», afferma da parte sua il Cremlino, che non esclude che una tregua possa essere concordata proprio in Turchia. Al di là delle dichiarazioni, non resta che aspettare i fatti.


Lidia Ravera: “Noi laici, orfani della sinistra, cerchiamo un leader nel Papa”

Il presidente teme la trappola diplomatica e accusa i Volenterosi: «No ai ricatti». Trump pensa di volare a Istanbul e assicura: «Ci saranno entrambi i leader» 

Di Maria Corbi, La Stampa

Habemus Papam e molti laici si chiedono se possono trovare in papa Leone XIV la stessa comunanza di ideali che avevano con Francesco. Tra loro anche la scrittrice Lidia Ravera. «Diciamo che il mio rapporto con Francesco è stato legato al fatto che lui era un uomo piuttosto eccezionale. Non mi è successo con altri pontefici. Adesso mi aspetto che questo Papa mezzo americano faccia qualcosa per il genocidio in Palestina, ma qualcosa di forte, qualcosa di importante».

Tutti se lo litigano. Leone XIV tirato per la giacchetta da destra e da sinistra. Una società in astinenza da spiritualità o in astinenza da una guida politica?

«Dire politica assente è una formula gentile, io parlerei di evaporazione della sinistra, da qui il bisogno di appoggiarsi a un uomo che, obiettivamente, pur essendo il capo del mondo cattolico, con idee precise sull’aborto e sul controllo delle nascite, con delle obbedienze da rispettare, si è comportato rispetto alla tragedia del genocidio a Gaza e delle guerre che ci circondano da uomo di sinistra».

Il Papa leader subliminale della sinistra.

«Spesso mi è capitato di dire anche in occasioni pubbliche di avere due leader politici: il Papa e una ragazzina, Francesco e Greta Thunberg. Entrambi con una sensibilità sull’ambientalismo e con un pacifismo senza se e senza ma, nel quale io mi rispecchio interamente. Bergoglio l’ho sentito vicino politicamente, in maniera proporzionale a quanto mi sono sentita lontana dalla sinistra che ha avallato il riarmo dell’Europa, e che non mi indica nessuna strada. La mancanza di un leader, di un grande personaggio, fa sì che ci si rivolga a un uomo che guida la Chiesa e che sui temi sociali e sulla guerra ha visione e ideali».

Oltre la pace, il lavoro. Leone XIV si ispira a Leone XIII che scrisse la Rerum Novarum, il Papa anticapitalista, che si è interessato ai lavoratori.

«Lo conosceremo. Certo oggi il tema della stagnazione della società è evidente. Come nasci, muori. Negli anni ’70 l’odio di classe è stato comunque un motore. Oggi l’odio è stato sostituito dall’invidia sociale. E quindi i motori sono spenti e la società non si evolve. Io lo trovo terribile e ho visto molti orfani della sinistra innamorarsi del Papa, cosa impensabile che non era mai successa prima, neanche con Wojtyla. Non c’era questo desiderio di affidarsi a una coerenza pietosa, perché importante è la coerenza e importante è la pietà. Se senti il dolore degli altri e te ne senti offeso, stai da una parte, e prima la sinistra lo sentiva questo dolore. Sennò stai dall’altra parte, quella dell’indifferenza, dell’invidia delle piccole meschinità, dei calcoli dei giochi politici».

Per questo c’è stato un grande avvicinamento anche dei laici, come lei, alla Chiesa.

«Alla chiesa di Bergoglio. C’è bisogno di visione, la politica deve guardare lontano, a una società differente, perché a me è molto chiaro, ha vinto il capitalismo e questo ha trasformato le relazioni umane. Questa società neoliberista come ci ha trasformati? E io non l’ho sentita questa domanda a sinistra, non ho sentito questo sforzo di raccontare un mondo diverso, così diverso e così più giusto da farmi venir voglia di lottare per affermarlo. Ci sono stati tanti piccoli focolai di resistenza, movimenti giovanili, ma non c’è stato un partito in grado di portare avanti quelle istanze. La sinistra è rimasta senza leader e senza visione, manca un “Berlinguer” e allora ecco che ci si rivolge a Bergoglio e magari a Prevost».

Prime impressioni?

«Se avesse scelto come nome Francesco II mi sarei sentita rassicurata. Aveva la possibilità di essere il numero 2 di un Papa che ha avuto il coraggio di chiamarsi Francesco, un nome che vuol dire delle cose precise. E già mi manca questa strana interlocuzione che avevo con Bergoglio».

Perché strana?

«Ogni tanto facevo la fantasia di chiedergli udienza per spiegargli che cos’è l’aborto».

Quanto le persone si fanno ancora condizionare dalla religione e dalla Chiesa nel nostro mondo occidentale?

«La gente non si fa più condizionare dalla religione, sennò si comporterebbe molto meglio. Io della religione ho sempre salvato una frase, che però mi basta per tutto ed è “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Quindi se l’appartenenza religiosa fosse stata più forte, il mondo sarebbe migliore».

Lei non è credente.

«Io purtroppo non sono credente, mi dispiace molto. Quando avevo una decina d’anni ho interrogato mia madre: “Come faccio a credere in Dio?”. E lei mi ha risposto: “Sei troppo piccola, questi sono discorsi più grandi di te, ne riparliamo quando sarai cresciuta”. Non ne abbiamo mai riparlato. Una grande delusione. Quindi mi sono arrangiata da sola e ho stabilito che Dio probabilmente non esisteva. Però mi sono attrezzata per avere delle regole. Nel ’68 passavamo giornate intere a interrogarci su ciò che era giusto, ciò che si poteva fare, come si poteva raddrizzare una società sbagliata. Personalmente non sono ancora cambiata. Continuo a dibattermi alla ricerca di regole condivisibili, di un mondo dove sia chiaro cosa è bene e cosa è male».

Le ribellioni del ’68 come una fede?

«La ricerca del giusto in un mondo squilibrato era, in fondo, anche quella una religione. Era ideologia. Adesso se ne parla solo male, ma l’ideologia non è soltanto uno strumento di oppressione, è anche una visione del mondo in cui riconoscersi. Un corpo di regole a cui adeguarsi. È una battaglia con se stessi per essere persone migliori. Ma attenzione perché sia la religione che le ideologie sono cose serie, mentre oggi suonano come parole vuote. Si va a San Pietro per farsi un selfie e una foto al Papa che si affaccia dal balcone. Tutto si riduce a questo. Mentre credere in qualcosa aiuta a vivere».

Il titolo del suo ultimo libro è Volevo essere un uomo. Veramente voleva?

«Qualcuno pensa che sia una provocazione, invece è una confessione, essere un uomo sarebbe stato più facile»

Potrebbe mandarlo al Papa per iniziare quella interlocuzione mancata con Bergoglio. 

«Buona idea, lo dirò alla casa editrice».

Nell’immagine: Lidia Ravera


La scelta di tornare a Nicea, dove il primo Concilio dette il Credo alla Chiesa

Il presidente teme la trappola diplomatica e accusa i Volenterosi: «No ai ricatti». Trump pensa di volare a Istanbul e assicura: «Ci saranno entrambi i leader» 

Di Silvia Ronchey, la Repubblica

Il millesettecentesimo anniversario del concilio di Nicea del 325 non è solo una ricorrenza istituzionale, la celebrazione del primo concilio ecumenico convocato dal primo imperatore cristiano, Costantino. È qualcosa di più. Perché è da quel grande concilio che fu espresso il Credo, il cosiddetto Simbolo niceno, che poi si affinerà nel Simbolo niceno-costantinopolitano dopo il terzo concilio ecumenico di Costantinopoli del 381. Ed è su quest’ultima “formula di misteriose parole”, come la definirà Edward Gibbon, che si aprirà la scissura tra le chiese (dal greco schizomai, fendersi, scindersi) destinata progressivamente ad allargarsi e farsi definitiva nel Grande Scisma del 1054, quando papa Leone IX (attenti al nome) e il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario si scomunicarono a vicenda e diedero inizio alla scissione tra chiesa d’occidente (cattolica) e chiesa d’oriente (ortodossa), che nonostante secoli di tentativi, e a parte la virtuale unione “in effigie” di Ferrara-Firenze del 1438-39, non è stata ancora composta. 

Non fu la chiesa ortodossa a distaccarsi dalla cattolica, ma, a rigore storico, il contrario. Fu in occidente che emerse l’alterazione del Credo che è al cuore dello scisma: l’aggiunta del “Filioque” (“e dal Figlio”) all’“ex Patre” (“dal Padre”) del credo niceno-costantinopolitano, inserita nel symbolum fidei del concilio di Toledo del 589 per combattere l’eresia ariana durante il regno visigoto di Spagna. L’idea che il divino Pneuma proceda “anche dal Figlio” non era mai stata una possibilità alternativa alla così attentamente calibrata formula trinitaria cui erano approdate le grandi menti teologiche greche che nei concili ecumenici del quarto e quinto secolo avevano discusso la processione dello Spirito Santo. Soltanto il Padre è il principio senza principio (arché ànarchos) delle due altre persone trinitarie, l’unica fonte (peghé) e del Figlio e dello Spirito Santo, che quindi procede soltanto dal Padre. Per motivi meno autenticamente teologici che politici la nuova formula fu tuttavia adottata dal papato del tempo di Carlo Magno e posta a base del labile principio di legittimità del Sacro Romano Impero in contrapposizione a quello, granitico, dell’Impero Romano di Bisanzio. Da allora in poi, a giustificare il Filioque migliaia e migliaia di pagine sono state scritte, creando una tradizione teologica a sé, in quanto tale non più eradicabile dal patrimonio dottrinale della Chiesa dei papi. Proprio per questo tornare alle origini, a Nicea, rendere omaggio al primo e puro Credo, al di qua di secoli di belligeranza dogmatica, ha un significato letteralmente disarmante in un momento storico e politico in cui il disarmo ecumenico è prioritario per la pace non solo del cristianesimo, ma del mondo.

Nell’immagine: il primo Concilio di Nicea in un’icona ortodossa


Una rivoluzione democratica e la pace possibile

Il presidente teme la trappola diplomatica e accusa i Volenterosi: «No ai ricatti». Trump pensa di volare a Istanbul e assicura: «Ci saranno entrambi i leader» 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

L’impressione era che a muovere la bandiera non fosse il vento, ma l’aria limpida della ritrovata libertà dopo mesi di occupazione islamista. Il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, era stato fondato parecchi decenni prima, nel 1978, ed è impossibile dire che quella fosse stata la sua prima conquista. Eppure, in qualche modo, quella bandiera sopra Kobane è il simbolo dei risultati raggiunti.

I risultati ottenuti da un movimento che in cinquant’anni di storia ha cambiato il volto del Medio Oriente e della questione curda: 75 metri di stoffa dicevano che da una lotta armata durissima, da una guerra civile che ha provocato 40mila morti, dal sacrificio di centinaia di migliaia di famiglie che hanno perso figlie e figli spariti tra le montagne per imbracciare un fucile, era nato un embrione di liberazione. Dal colonialismo ma anche dai suoi retaggi: la liberazione dall’idea dello stato nazione, dal nazionalismo monolitico, dai confini dentro cui chiudere un’identità unica, di per sé fittizia in una regione tanto ricca di popoli diversi. Il Pkk, che annuncia il suo scioglimento per la fine del proprio ruolo storico, lo fa lasciando dietro di sé una rivoluzione tuttora in corso, che è politica, geopolitica, anti-patriarcale e anti-gerarchica, sociale, filosofica. Servirà tempo per comprendere appieno cosa ha mosso il XII Congresso del Partito, quali le prese d’atto e quali le prospettive future.

Servirà tempo per capire se la scelta compiuta è stata quella giusta, lungimirante come i precedenti punti di svolta teorizzati dal fondatore-prigioniero Abdullah Ocalan e resi pratica da milioni di persone in Kurdistan, tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.

Quello che oggi, tra le emozioni confuse che solo i momenti storici sanno provocare, si può dire quello che il Pkk ha ottenuto, anche e soprattutto scegliendo – negli anni Ottanta – la via della lotta armata.

Ha lanciato una rivoluzione sociale, il confederalismo democratico, tra i cui pilastri – accanto a liberazione delle donne, democrazia dal basso ed ecologismo – si impone l’idea dell’autodifesa popolare. È con la lotta armata che il Pkk e le organizzazioni sorte nel suo solco (le Ypg e le Ypj siriane, le Yjs e le Ybs ezide) hanno liberato milioni di persone dal giogo dello Stato islamico. Con le armi è avanzato villaggio per villaggio un nuovo paradigma, rivoluzionario, che ha trovato terreno fertile non solo tra le comunità curde ma tra quelle arabe, assire, ezide, circasse, turkmene, oltre confini settari vecchi di un secolo, avulsi dalla realtà millenaria della regione. È avanzata l’idea che le donne occupino lo stesso posto degli uomini, dentro le istituzioni, le cooperative, le comuni. È avanzata l’idea che si difendano da sé.

Allo stesso modo, in Turchia, il Pkk è stato l’anima di una trasformazione politica che ha permesso alle più recenti formazioni politiche di estrazione curda (l’Hdp prima, il Dem poi) di diventare non solo terzo partito in parlamento, ma di attirare intorno a sé una galassia di movimenti di sinistra, femministi, ecologisti, Lgbtqia+, socialisti, sindacali, capace di sopravvivere a una repressione di stato con ben pochi precedenti e alla detenzione (ormai decennale) dei suoi leader più iconici, Selahattin Demirtas e Figen Yüksekdag.

Dal Pkk è nato tantissimo. L’«ultimo» lascito è il messaggio che tiene insieme tutto il resto: in un mondo che corre verso un riarmo suicida, che impone la guerra come unica soluzione ai conflitti politici attraverso l’eliminazione dell’altro, che militarizza l’immaginario in nome di nuovi nazionalismi, il Pkk parla di pace e pratica il disarmo.

Nell’immagine: il XII Congresso del Partito dei Lavoratori del Kurdistan


L’economista Sachs: “Dazi, ritirata epocale degli Usa. È stato un bagno di realismo per Trump”

Il presidente teme la trappola diplomatica e accusa i Volenterosi: «No ai ricatti». Trump pensa di volare a Istanbul e assicura: «Ci saranno entrambi i leader» 

Di Eugenio Occorsio, la Repubblica

Gli Stati Uniti fanno finalmente i conti con la realtà: la politica dei dazi non aveva senso ed era paurosamente costosa. È anche il ritorno a un sano multilateralismo». Jeffrey Sachs, economista della Columbia University e consulente degli ultimi tre segretari generali dell’Onu, è il più convinto assertore delle soluzioni negoziali alle questioni più complesse.

A cosa si deve la svolta di Ginevra?

«Per intero alla competenza e alla razionalità di Scott Bessent. Il segretario al Tesoro, passo dopo passo, è riuscito nell’impresa di convincere un tipo coriaceo come Trump che l’America non ha tutte le carte in mano, non può giocare da padrone indiscusso del mondo e seguire pazzi fanatici come Navarro o Lutnick. È una ritirata epocale, che va perfino al di là della questione dei dazi cinesi: Trump ora è chiamato ad applicare lo stesso realismo nei suoi rapporti con la Russia, l’Iran, il mondo arabo e la stessa Cina in senso più ampio. A Ginevra, luogo non casuale, si è segnato il primo passo verso la normalità dei rapporti multilaterali, direi verso la normalità tout court».

Però sui dazi la partita non è chiusa: c’è una serie di scadenze da rispettare, con la Cina e con il resto del mondo…

«Sì, ma da oggi in poi si tratta su basi più razionali. Si prefigura una conduzione tecnica dei negoziati, una sorta di gestione duale, risultato insperato alla vigilia, quando sembrava che l’arroganza di Trump dovesse prevalere. Già si era cominciato con le esenzioni, adesso state sicuri che non vedremo più follie come il 46 per cento sul Vietnam oppure tariffe applicate anche contro le isolette dell’Oceano Pacifico. Certo, importanti danni permanenti sono stati già arrecati, come la revisione al ribasso delle previsioni macroeconomiche e i primi sbalzi dell’inflazione. Speriamo ci sia spazio per recuperare almeno in parte, dipende dalla prosecuzione dei negoziati sulle tariffe».

In tutto questo quale può essere il ruolo dell’Europa?

«Un mondo multipolare, come quello che si prefigura dopo la vittoria della moderazione a Ginevra, significa anche un mondo multi-valute. In questo passaggio della Storia si aprono opportunità straordinarie per l’Europa, sempre che Bruxelles sia in grado di coglierle. Ma soprattutto per l’euro, visto che la posizione dominante del dollaro è destinata a ridimensionarsi e che la moneta comune è il candidato naturale a riempire i vuoti. Ciò implica però, con la massima urgenza, la creazione di un mercato davvero globale per l’euro, e quindi a sua volta una serie di progetti comuni: dal digitale alle energie pulite – non amo come sapete parlare di riarmo – su cui “appoggiare” nuove emissioni di eurobond. Nel frattempo, l’Europa deve essere più attiva nel cercare, senza affidarsi agli Stati Uniti, nuove vie commerciali verso la Cina, l’India, i Paesi della cooperazione del Golfo. Anche verso la Russia, considerando che il ruolo del dollaro è destinato a diminuire».

Nell’immagine: Jeffrey Sachs, economista della Columbia University


La mossa del cavallo

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Non che Vladimir Vladimirovic fosse in netta difficoltà o imbrigliato nella rete di dichiarazioni, ma soprattutto di iniziative, da parte di interlocutori indiretti o alleati. Ma nelle ultime settimane la posizione del leader del Cremlino s’è fatta più scomoda. Ecco dunque che in piena notte (erano le 2 del mattino) Putin convoca una conferenza stampa al Cremlino. E annuncia la proposta di riprendere negoziati diretti, già giovedì, a Istanbul, fra russi e ucraini.

Classica ‘mossa del cavallo’ per il leader buon giocatore di scacchi: metafora di un’abile iniziativa per uscire da una situazione critica. Contro-mossa che Kiev non poteva semplicemente respingere. Porrà eventualmente le sue condizioni. Ma stando attenta a non finire dalla parte del torto, con un ‘niet’ senza vie d’uscita. Non c’era unicamente l’iniziativa degli europei ‘volonterosi’ – guidati dal francese Macron, dal britannico Starmer, e dal neo-cancelliere tedesco Friedrich Merz – per un immediato cessate il fuoco di un mese (altrimenti sarebbero scattate altre sanzioni): si sa quale peso Mosca attribuisce a un’Ue troppo debole per poter dettare condizioni.

Più incisive possono essere state le raccomandazioni del presidente cinese Xi Jinping, sulla tribuna della Piazza Rossa per la sfilata degli 80 anni dalla vittoria sul nazifascismo, con un discorso di Putin più moderato del previsto: Pechino sta negoziando con Washington sui dazi, e l’alleato russo abbassa i toni. Ma, soprattutto, è nel rapporto con gli Stati Uniti che va inquadrata la svolta putiniana. Da idilliaco, assolutamente vantaggioso e promettente, il dialogo con Trump è scivolato finendo in una sorta di pantano. Ne ha approfittato Zelensky, accontentando il tycoon-commerciante con la firma dell’accordo sullo sfruttamento in comune delle terre rare (materie prime ‘strategiche’) che teoricamente porteranno 130 miliardi di dollari nelle casse statunitensi e offrono un senso di sicurezza militare a Kiev.

Del resto Putin deve anche pensare al dopoguerra. Senza un’intesa con la superpotenza americana (e con Trump che fino a qualche settimana fa dava ragione a tutte le richieste del capo del Cremlino), il presidente russo comprometterebbe la speranza di negoziare con la Casa Bianca accordi di stabilizzazione regionale, la cosiddetta ‘Yalta 2’. Che rimane il più ambito obiettivo strategico di Vladimir Vladimirovic. Traguardo essenziale per Putin. Ottenere il riconoscimento dell’acquisizione definitiva di Donbass e Crimea potrebbe essere insufficiente per poter sbandierare una vittoria sul piano interno: le due regioni erano già state annesse o controllate di fatto dal 2014, la loro ‘riconquista’ formale è costata centinaia di migliaia di morti, soldati provenienti soprattutto dalle regioni asiatiche più povere e con grandi comunità musulmane, spesso tentate da movimenti autonomisti, e comunque meno avvantaggiate dai risultati dell’economia di guerra. E che in futuro potrebbero presentare il conto al neo-zar.

La ‘vittoria’ russa nel conflitto ucraino ha dunque i suoi limiti. Non bastano le conquiste territoriali e del resto la controffensiva dell’Armata è finora riuscita ad aumentare di meno del 10% il controllo territoriale russo del Donbass, che sul piano politico-diplomatico finora non è ufficialmente riconosciuto nemmeno dalla Cina. Mentre la cosiddetta soluzione coreana (congelamento del conflitto sulle linee attuali, lasciando aperte possibilità di negoziati anche per decenni) non sarebbe certo un dignitoso compromesso per una Russia che pensava di fare dell’Ucraina un facile boccone. Da conquistare in una sola settimana di invasione.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: illustrazione AI


L’elemento più misterioso dell’universo e della Terra

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Di Hubert Filser, Infosperber

La storia dell’elemento attualmente più ricercato al mondo inizia nei primi cinque minuti dopo il Big Bang. Circa 13,8 miliardi di anni fa nacque il metallo più leggero dell’universo: il litio. Nessuno sa esattamente come questa risorsa fondamentale per la transizione energetica sia arrivata sulla Terra. Il litio è stato scoperto per la prima volta circa 200 anni fa nella miniera di Utö, a sud di Stoccolma. Il metallo non può essersi formato sulla Terra, poiché richiede energie così elevate che si trovano solo nello spazio e all’interno delle stelle.

«Il litio è uno degli elementi più misteriosi dell’universo», afferma Anna Frebel, esperta di stelle antiche e della fase iniziale dell’universo al Massachusetts Institute of Technology. Nella sua forma pura, l’elemento è altamente reattivo e le prime stelle lo hanno quasi completamente bruciato con le loro elevate temperature.

Tuttavia, secondo il modello standard per la formazione dell’universo, oggi dovrebbe esserci molto più litio nell’universo. Le misurazioni rilevano idrogeno ed elio nei livelli previsti, ma il litio è da due a quattro volte inferiore alle previsioni. Perché? «Non lo sappiamo», afferma l’astrofisica. Si chiama problema cosmologico del litio.

Solo un incidente cosmico

Tutto inizia con la rilevazione. Il litio non può essere misurato come l’idrogeno e l’elio nelle nubi di gas delle galassie. Gli astronomi possono osservarlo dalla Terra solo sulla superficie di determinati tipi di stelle. Ma anche in questo caso i segnali sono generalmente deboli. Con poche eccezioni: Corinne Charbonnel dell’Università di Ginevra, in collaborazione con Frebel, ha recentemente rilevato nella stella J0524-0336 una quantità di litio mille volte superiore a quella di stelle simili. Un colpo di fortuna, ma misterioso.

All’origine potrebbe esserci un processo unico nella vita di una stella, scrive Charbonnel in un articolo. Secondo questa tesi, il litio viene prodotto per un breve periodo, circa mille anni. Sarebbe come un battito di ciglia nella vita di una stella che esiste da miliardi di anni. Dopodiché consuma completamente il metallo.

«Dopo il Big Bang, a differenza di altri elementi, non c’è più stata una vera e propria produzione di litio», spiega Frebel. «La sua formazione sembra piuttosto una sorta di incidente cosmico». Per molti altri elementi presenti sulla Terra è possibile determinare con una certa precisione la loro origine: il ferro proviene dalle esplosioni di supernove, l’oro dalla collisione di stelle di neutroni, il bario da una particolare classe di vecchie stelle giganti.

«Il litio, invece, è come un pesce scivoloso», dice Frebel. C’è però un’ipotesi, un fenomeno che i ricercatori chiamano spallazione: particelle ad alta energia potrebbero fondersi casualmente con elementi più pesanti durante il loro viaggio attraverso l’universo e decadere in litio. In questo modo, il metallo potrebbe essersi formato più volte e, in assenza di partner di reazione, essere rimasto stabile nelle infinite distese dello spazio.

Grandi opportunità e grandi distruzioni

Ma anche in questo caso rimane la domanda: come è arrivato sulla Terra? Frebel alza nuovamente le spalle. «Non lo sappiamo», afferma. Quando la Terra si è formata da una nube di gas e polvere, doveva contenere anche il litio che oggi viene utilizzato nelle batterie. Quando la Terra si è solidificata, è affondato negli strati più profondi, per lo più sotto forma di sale.

Solo determinate condizioni geologiche lo riportano più vicino alla superficie. Per questo motivo può essere estratto solo in pochi luoghi. Sei nazioni – Argentina, Bolivia, Cile, Australia, Cina e Stati Uniti – possiedono circa il 70% delle riserve conosciute di litio. «Non è così facile accedere a questa preziosa materia prima», spiega Marc Hufty del Geneva Graduate Institute.

Esistono due metodi di estrazione. L’estrazione da roccia dura, praticata dal leader mondiale Australia, avviene con metodi minerari convenzionali e attrezzature pesanti. Spesso per ottenere un chilogrammo di litio è necessario frantumare circa una tonnellata di granito e lavare il materiale con sostanze chimiche in parte aggressive.

Nell’estrazione del litio dalle saline, come avviene soprattutto in Cile, Argentina e Cina, la salamoia viene pompata dalla crosta salina e concentrata in enormi bacini attraverso l’evaporazione al sole. «Entrambi i processi sono molto intensivi in termini di risorse», afferma Hufty. Richiedono molta energia e grandi quantità di acqua. «I processi producono anche molti rifiuti, polvere, acidi, sottoprodotti chimici e acqua contaminata».

Il ricercatore ha studiato i problemi dell’estrazione del litio in Sud America. Spesso questa provoca resistenze, come nell’Altiplano, l’altopiano andino. Gli abitanti della zona sanno che i paesaggi incontaminati o utilizzati solo per l’agricoltura di sussistenza verranno in gran parte distrutti.

Ciò porta anche a profondi cambiamenti sociali. Le comunità locali sono divise: alcune accettano l’estrazione come fonte di reddito, diritti di licenza e posti di lavoro, altre la rifiutano perché distrugge l’ambiente e cambia gli stili di vita tradizionali.

«Queste fratture sono spesso intergenerazionali, poiché i giovani sono attratti dalle nuove possibilità di consumo», spiega Hufty. In America Latina, il litio ha un grande significato simbolico, simile a quello che aveva in passato il petrolio. Offre la possibilità di «saltare finalmente sul treno della crescita industriale». Una speranza che però spesso non si realizza.

Allo stesso tempo, la domanda mondiale è in aumento. Il litio è molto leggero e rilascia rapidamente elettroni. Questo è un grande vantaggio per lo stoccaggio di energia elettrica, ad esempio nelle batterie ricaricabili. Le cosiddette batterie agli ioni di litio sono attualmente la tecnologia di accumulazione dominante sul mercato e vengono utilizzate negli smartphone, nei laptop e nelle auto elettriche. Il loro vantaggio: il flusso di corrente non si basa su reazioni chimiche che degradano gli elettrodi.

La corsa alla migliore batteria agli ioni di litio

Le basi per la batteria agli ioni di litio sono state gettate durante la crisi petrolifera degli anni ’70. L’idea è venuta a tre ricercatori che nel 2019 hanno ricevuto il Premio Nobel per la chimica.

Tuttavia, il materiale non è facile da controllare. I casi isolati di incendi delle batterie sono un’indicazione di quanto sia importante domare la reattività del litio. Reagisce così rapidamente con l’acqua o l’ossigeno che in natura non si trova quasi mai nella sua forma metallica pura. Se si getta un pezzo di litio nell’acqua, galleggia sibilando e si incendia.

Per rendere stabili le moderne batterie ad alte prestazioni, i ricercatori devono ricorrere a molti accorgimenti: ad esempio, costruire le batterie a strati in modo da isolare sempre il litio. Anche le reazioni chimiche all’interno di una batteria devono essere controllate in modo tale che l’energia liberata durante la scarica possa essere sfruttata in modo mirato.

Ali Coskun dell’Università di Friburgo sta conducendo ricerche su batterie di nuova generazione. I prototipi più promettenti si basano sulla combinazione di litio e zolfo come materiali per gli elettrodi. «Il grande vantaggio è la maggiore disponibilità dello zolfo», afferma il chimico. L’acido solforico o lo zolfo elementare possono essere facilmente ottenuti a livello industriale. Il secondo vantaggio: le batterie con celle al litio-zolfo sono fino al 40% più leggere delle batterie agli ioni di litio e addirittura fino al 60% più leggere delle batterie al litio-ferro-fosfato, anch’esse comunemente utilizzate.

Tuttavia, le reazioni chimiche sono ancora molto lente. Coskun e il suo collaboratore Patrick Fritz stanno quindi investendo nella ricerca di base. Attualmente ripongono le loro speranze in un nuovo tipo di elettrolita, il materiale che si trova tra l’anodo e il catodo nella batteria. È in preparazione una pubblicazione scientifica al riguardo e un partner industriale in Corea del Sud testerà presto le nuove batterie. «Ci vorranno ancora dai cinque ai dieci anni prima che siano pronte per il mercato», afferma Coskun.

Il tutto è anche una corsa contro il tempo. «Le aziende cinesi dominano già la produzione mondiale di batterie e anche nella ricerca di base nove pubblicazioni su dieci provengono ormai dalla Cina», afferma Coskun. L’unica possibilità per l’Europa è diventare ancora più innovativa. Tanto più importante è il sostegno alla ricerca di base, ad esempio da parte di finanziatori statali o dell’UE. Nonostante tutti i misteri che circondano la sua origine e le sfide legate alla sua estrazione e lavorazione, il litio rimarrà anche nel prossimo futuro l’elemento centrale della transizione energetica.

Traduzione a cura della redazione


I super-ricchi della Svizzera: opportunità o maledizione?

Il presidente teme la trappola diplomatica e accusa i Volenterosi: «No ai ricatti». Trump pensa di volare a Istanbul e assicura: «Ci saranno entrambi i leader» 

Di Deborah Schlatter, tvsvizzera.it

Quanto sono importanti le persone ricche per la Svizzera? Che responsabilità hanno? L’ineguale distribuzione della ricchezza minaccia la pace sociale? In tutto il mondo, anche nella Confederazione, la pressione sui ricchi è in aumento.

Qual è la soglia per essere considerati “ricchi”?

Secondo gli standard globali, la maggior parte della popolazione elvetica è probabilmente percepita come ricca. Ma, secondo la Caritas, in Svizzera ci sono 700’000 persone che vivono in povertà. Non hanno, ad esempio, abbastanza soldi per pagare l’assicurazione malattia o un alloggio adeguato.

Disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza in Svizzera

In molte banche, i clienti sono considerati ricchi se hanno un patrimonio netto di almeno un milione di franchi. Quasi 400’000 contribuenti appartengono al gruppo dei “milionari”. Ma per far parte dell’1% più ricco della popolazione, è necessario avere un patrimonio netto di 8 milioni.

Insieme, gli appartenenti all’1% più ricco possiedono quasi la metà (45%) di tutta la ricchezza, mentre all’altra estremità della scala, quasi due terzi (62%) dei contribuenti si dividono circa il 3% della ricchezza.

Gli appartenenti all’1% più ricco hanno un patrimonio medio di 20 milioni di franchi. Per contro, il quintile inferiore (22%) non possiede alcuna ricchezza.

“Nel confronto internazionale, la ricchezza in Svizzera è distribuita in modo molto diseguale”, sottolinea l’economista Isabel Martinez, esperta di questioni distributive. Questa tendenza si è accentuata negli ultimi anni, quando gli individui più ricchi hanno registrato una crescita molto forte.

L’elevato contributo fiscale dei super-ricchi

Le persone facoltose contribuiscono in modo considerevole al bilancio dello Stato. Il 10% più ricco paga circa l’86% dell’imposta sul patrimonio, mentre il 10% che percepisce i redditi più alti paga il 53% dell’imposta sul reddito. Si trattava di 31,6 miliardi di franchi nel 2020 – circa un quarto di tutte le entrate fiscali per la Confederazione, i Cantoni e i Comuni.

“In un sistema fiscale progressivo, i ricchi pagano più tasse dei poveri”, spiega Isabel Martinez. “È un principio costituzionale ed è voluto come tale. Ma è anche espressione di una distribuzione ineguale: più il reddito e la ricchezza si concentrano in un gruppo ristretto, più si concentra il carico fiscale”.

Le imprenditrici e gli imprenditori ricchi sono anche visti come creatori di posti di lavoro, promotori dell’innovazione e investitori in progetti per il futuro. Inoltre, la Svizzera ospita alcune delle fondazioni più importanti del mondo: più di 13’000 fondazioni di beneficenza gestiscono 140 miliardi di franchi e distribuiscono circa 3 miliardi di franchi all’anno.

Alcune persone facoltose sono impegnate come mecenati, con donazioni dirette alla cultura, alla scienza, all’istruzione e ai club sportivi. Non esistono cifre precise per queste donazioni, ma esperti ed esperte stimano il loro valore in almeno un miliardo di franchi all’anno.

In diverse regioni, la pressione sulle persone ricche sta aumentando. Le richieste di una maggiore tassazione si fanno sempre più forti a livello internazionale. Anche in Svizzera, ad esempio, un’iniziativa dei Giovani socialisti chiede un’imposta di successione del 50% per i patrimoni superiori a 50 milioni di franchi per finanziare la transizione ecologica della Svizzera.

Nell’immagine: Gérard Wertheimer, la persona più ricca della Svizzera (con un patrimonio stimato tra i 37 e i 38 miliardi di franchi)


Sudan, la guerra dimenticata: milioni di civili costretti alla fuga

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Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Sul corpo di Fathia Arbab Ishaq è scritta la storia degli ultimi anni di guerra in Sudan. Una guerra che non inizia, ma continua. Fathia, che oggi ha otto anni, ne aveva quattro quando, nel 2021, la tenda in cui viveva con la sua famiglia è stata colpita dai combattenti delle Forze di Supporto Rapido che avevano fatto irruzione nel campo per sfollati di El Geneina. Due anni dopo è fuggita dal Sudan con sua madre Huwaida Adurahman Adam, che di anni oggi ne ha trentasei, scappate da un massacro che ha ucciso due dei quattro figli di Huwaida.

Oggi Fathia e sua madre sono due dei settecentomila profughi che dal Darfur sono arrivati in Ciad. Vivono in una tenda, il pavimento è una coperta a terra e il bagno una tanica d’acqua riempita in un pozzo distante un chilometro. Fathia, che ha visto morire davanti ai suoi occhi i suoi fratelli, non va a scuola da due anni, non mangia abbastanza perché non c’è cibo per tutti, si tiene in piedi sulle stampelle e cammina con la dignità dei sopravvissuti.

Un conflitto senza fine

La guerra civile in Sudan è scoppiata il 15 aprile 2023, da allora il Paese è teatro di un conflitto devastante tra l’esercito del generale Abdel Fattah al-Burhane, che ha preso il potere nel 2021 durante un colpo di stato, e le Forze di supporto rapido (Rsf) paramilitari, affiliate al suo ex vice, Mohamed Hamdan Daglo. Entrambe le forze che si contendono il Paese, sono state accusate di crimini di guerra. Il massacro di El Geneina, da cui sono fuggite Fathia e sua madre è uno di quelli.

Per due mesi, tra la primavera e l’estate del 2023, a combattere a Geneina c’erano da una parte i masalit e altri gruppi non arabi, a sostegno dell’esercito, e dall’altra parte le Rsf e le milizie arabe alleate. Le Forze di Supporto Rapido a maggio assediarono la città, a metà giugno torturarono e uccisero il governatore masalit dello Stato del Darfur occidentale, Khamis Abbakar, e il 22 giugno El Geneina è caduta nelle mani delle Rsf.

Le organizzazioni umanitarie stimano che nei massacri siano state uccise 10mila persone, per lo più appartenenti alla popolazione masalit. Chi è riuscito a scappare in tempo è arrivato in Ciad. Per salvarsi ma anche per raccontare cosa ha visto. Gli abusi e le torture, le fosse comuni. Gli uomini raggruppati e giustiziati. Le violenze sistematiche sulle donne. E i propri figli morire senza poter fare niente. Una violenza ripetuta, quotidiana, civili attaccati, uccisi, sequestrati, donne violentate di fronte ai figli o alle madri mentre a piedi cercavano di raggiungere il più vicino confine.

Anche Huwaida ha le stesse memorie di tutti. Mentre fuggiva ha visto gli uomini tirati giù dai carretti per essere separati dalle donne e poi giustiziati di fronte a tutti. I miliziani, dice, gridavano «Non faremo sopravvivere nessun masalit, vi ammazzeremo tutti».

La fuga

Nel 2023 la guerra in Sudan è scoppiata nella capitale Karthoum, una novità nel Paese, teatro di diversi conflitti, ma quasi sempre combattuti in aree periferiche, come in Darfur all’inizio degli anni 2000 o quello che ha portato alla separazione del Sud Sudan.

La prima conseguenza di un conflitto iniziato nelle aree urbane e dunque più densamente popolate, è stato un massiccio spostamento della popolazione, un esodo che ha reso velocemente il Sudan la più grande (e dimenticata) crisi umanitaria al mondo.

Oltre la metà della popolazione, circa 25 milioni di persone, necessita di assistenza umanitaria e protezione, ma la carenza di finanziamenti e l’insicurezza hanno lasciato vaste aree del Paese inaccessibili. A oggi quasi 13 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case in tutto il Sudan, tra cui quasi 4 milioni fuggiti presso i Paesi confinanti.

Anche Almortada Mohamed è arrivato in Ciad due anni fa e anche lui da El Geneina. Ha 23 anni e in Sudan studiava ingegneria. Oggi vive in una capanna che sta rafforzando in attesa dell’arrivo della stagione delle piogge e ogni mattina indossa una delle due camicie che ha portato con sé e raggiunge un centro di supporto fondato da altri giovani come lui che senza la possibilità di studiare e con il futuro sospeso hanno unito le forze per mettere su un centro per sfamare i bambini più piccoli.

Sfamare – sottolinea Almortada – e non nutrire, perché il pasto che servono ogni mattina, una ciotola ripiena di brodo e un po’ di cereali, non contiene nessuno degli alimenti di cui i bambini avrebbero bisogno ma almeno riempie loro la pancia.

Almortada è fuggito con tutta la sua famiglia, sono riusciti a salvarsi tutti, ma non hanno più niente «abbiamo bisogno di studiare, di curarci, abbiamo bisogno di un futuro e siamo in un limbo. Siamo come degli animali in trappola, non possiamo tornare a casa e qui, nonostante siamo accolti, viviamo in uno stato di abbandono. Il mondo ci ha dimenticato è intanto in Sudan si muore di fame».

La fame

Secondo il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, la fame ha raggiunto livelli catastrofici, facendo del Sudan l’unico posto al mondo in cui la carestia è stata ufficialmente dichiarata in più luoghi del Paese: confermata in 10 aree e altre 17 sono a rischio. In alcune zone, l’assistenza alimentare d’emergenza è l’unica barriera che impedisce la carestia.

Ma le operazioni vitali sono sempre più limitate dall’insicurezza e dai soldi che non bastano più. Il Piano regionale di risposta ai rifugiati da 1,8 miliardi di dollari guidato dall’Unhcr per il 2025, che mirava a sostenere cinque milioni di rifugiati e membri delle comunità ospitanti, è stato finanziato solo al 10%. E se non ci sono soldi non c’è cibo, non ci sono i voli per spostare i viveri dalla capitale al confine, e la gente muore di fame.

Il Fondo Alimentare Mondiale ha ridotto le razioni nelle zone colpite dalla carestia al 70% del necessario e al 50% nelle zone a rischio. A livello nazionale, quasi 25 milioni di persone, ovvero metà della popolazione, soffrono di fame estrema. Quasi 5 milioni di bambini e madri che allattano soffrono di malnutrizione acuta.

I bambini malnutriti arrivano ogni giorno nell’ospedale di Adré dove Medici Senza Frontiere (Msf) gestisce le operazioni nel reparto di pediatria e anche di supporto psicologico. Sui letti, in fondo allo stanzone che ne ospita 24, ci sono due neonati che non superano il chilo e mezzo. Uno ha sei mesi, uno sette.

Se ci fossero macchinari adatti, attrezzature sufficienti, molti dei bambini arrivati qui per parti prematuri, o con gravi malattie avrebbero potuto essere curati, invece il tasso di mortalità resta altissimo e l’ospedale della capitale Ndjamena dista 900 chilometri.

Mariam è fuggita da Zalingei. Una bomba ha colpito una casa adiacente alla loro e lei è fuggita con suo figlio che oggi ha quattro anni. Non è riuscita a portare con sé se non un po’ di farina e acqua. Ha camminato decine di chilometri perché non poteva permettersi in viaggio sui convogli.

Nel letto di fronte Hosna Mohmeed, 37 anni, accudisce suo figlio di due anni, gravemente denutrito. Ma Hosna non è fuggito dal Sudan, è un padre ciadiano. Un agricoltore come sua moglie che gli siede accanto. Neanche loro sanno come sfamare i loro tre figli, e anche loro hanno disperato bisogno di sostegno alimentare e sanitario. Hosna guarda il suo bambino, prova a nutrirlo con una siringa riempita di latte. Il bambino vomita una volta, due.

Hosna dice: «Cos’ha dottore? Non capisco cosa abbia». E tutti tacciono. Perché la risposta è una sola: fame.


Yurii Colombo – E la notte porta consiglio. Putin propone colloqui diretti Russia-Ucraina da giovedì prossimo

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