Le sfide che attendono Prevost: dai diritti all’eredità di Francesco fino alla diffidenza dei conservatori

La gestione dell’eredità di Francesco, la diplomazia e i poveri al centro del magistero. Ma adesso Leone XIV dovrà far digerire l’approccio sinodale anche ai conservatori 

Di Domenico Agasso – Giacomo Galeazzi, La Stampa

CITTA’ DEL VATICANO. Il pontificato di Leone XIV si apre con sfide decisive per il futuro della Chiesa. Robert Francis Prevost eredita un contesto ecclesiale che ha vissuto 12 anni bergogliani intensi e spesso tesi, tra riforme, dibattiti e scontri all’interno della galassia cattolica.

Una delle questioni centrali è la sinodalità: non si tratta solo di uno stile pastorale, ma del modo stesso in cui si esercita l’autorità nella Chiesa. In ospedale, poco prima di morire, Francesco ha firmato i documenti per l’attuazione del Sinodo, con un itinerario che porterà a un’assemblea ecclesiale fra tre anni. La collegialità tocca il cuore del governo ecclesiastico e del modo in cui viene esercitata l’autorità ecclesiale. Bergoglio ha promosso una Chiesa in cui si ascoltano i laici e le donne per le decisioni da prendere. Il Sinodo ha proposto una maggiore corresponsabilità tra gerarchie e popolo nell’orientamento della Chiesa. A ogni livello: Santa Sede, diocesi, parrocchie. Ma non tutti sono d’accordo: alcuni cardinali e vescovi temono che la sinodalità possa indebolire la dimensione gerarchica e dottrinale, cedendo alle pressioni culturali. Prevost dovrà decidere se rafforzare le strutture sinodali – come un consiglio sinodale permanente, con la presenza di fedeli – o tornare a un modello più centrato sul Vescovo di Roma e sulla Curia romana. Le sue parole dalla Loggia della Benedizion sono indicative: «Vogliamo essere una Chiesa sinodale».

La crisi più profonda e dolorosa, quella che tocca la carne viva della credibilità ecclesiale, resta quella degli abusi. Leone XIV non potrà eluderla. È chiamato a rafforzare la tolleranza zero proclamata da Francesco, superando le ambiguità che ancora resistono in alcune diocesi e conferenze episcopali. Servono criteri chiari, procedimenti rapidi, comunicazione trasparente. Il Papa sarà giudicato da come difenderà le vittime, non da quanto tutelerà l’istituzione.

Il nuovo Pontefice ha ereditato anche un tema delicato come l’applicazione della Fiducia supplicans, la dichiarazione vaticana che apre alla benedizione delle coppie omosessuali. Il cardinale Prevost aveva auspicato un maggiore ruolo interpretativo delle conferenze episcopali locali, tenendo conto delle differenze culturali. Leone XIV dovrà bilanciare dottrina, misericordia, accoglienza e unità ecclesiale. Da chi lo conosce bene trapela che potrà rallentare questa fuga in avanti.

Sul fronte dei sacramenti, Leone XIV si è espresso favorevolmente alla comunione per i divorziati risposati, seguendo la linea tracciata da Amoris Laetitia di Francesco. Anche qui si gioca la capacità della Chiesa di farsi madre accogliente, non solo giudice delle fragilità umane.

«La pace sia con tutti voi»: queste le prime parole pronunciate dal nuovo Papa. Oggi la Chiesa si affaccia su un mondo ancora più lacerato. Guerre dimenticate e conflitti globali – dall’Ucraina al Medio Oriente – rendono urgente una rinnovata missione diplomatica della Santa Sede. Il Pontefice è chiamato a proseguire il delicato compito di mediazione che ha contraddistinto il pontificato del suo predecessore. Il Papa può parlare a tutti, anche ai nemici, proprio perché non rappresenta una parte, ma l’umanità ferita. Il suo compito non è fornire soluzioni tecniche o geopolitiche, ma tenere aperti i canali del dialogo, appellarsi alla coscienza delle nazioni, dare voce alle vittime. Leone XIV dovrà rafforzare il ruolo della Chiesa come costruttrice di ponti, mettendo a frutto la rete globale dei nunzi apostolici e valorizzando la diplomazia silenziosa vaticana.

Nelle sue prime parole, ha insistito su una «pace disarmata e disarmante», che nasce dalla fiducia in Dio e si costruisce con gesti concreti, ascolto, pazienza, tenacia. In un’epoca segnata dal riarmo e dal moltiplicarsi dei conflitti, sarà questo uno dei banchi di prova più delicati e visibili del suo pontificato.

Infine, Leone XIV ha fatto capire di voler mantenere la centralità dei poveri nel magistero, nel solco di Francesco. Prevost dovrà decidere come raccogliere questo testimone e rilanciarlo, rafforzando l’azione sociale della Chiesa, sostenendo una pastorale che metta al centro gli ultimi non come destinatari passivi, ma come protagonisti della vita ecclesiale. In un mondo segnato da diseguaglianze crescenti, crisi migratorie e precarietà diffusa, questo orientamento non è solo un’opzione spirituale, ma una scelta politica nel senso più alto del termine: significa schierarsi con chi non ha voce, contro ogni forma di esclusione.


La forza del messaggio al mondo

La gestione dell’eredità di Francesco, la diplomazia e i poveri al centro del magistero. Ma adesso Leone XIV dovrà far digerire l’approccio sinodale anche ai conservatori 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

L’impazienza della fede, la coscienza della Chiesa davanti alla crisi di un mondo alla deriva, senza più una nozione comune del bene e del male, hanno accorciato il conclave eleggendo il primo papa nord-americano della storia al secondo giorno di votazioni, con il quarto scrutinio. Appena rivestito di bianco, ma con indosso la mozzetta rossa e la croce di ferro del 267° pontefice romano, Robert Francis Prevost è venuto avanti in un tramonto di maggio, affacciandosi col nome di Leone XIV alla loggia delle benedizioni tra i lampi dei cellulari protesi dalla piazza e l’occhio delle telecamere di tutto il mondo, a confermare la moderna universalità di un rito aperto dai simboli più antichi del Vaticano, la fumata bianca sul tetto e il suono delle campane tra gli applausi della folla.

Le mani giunte con l’anello piscatorio al dito, poi le braccia spalancate in un saluto ripetuto ma controllato, così come controllate sono state le prime parole del nuovo pontefice, che si era addirittura annotato su un grande taccuino le frasi del breve discorso, per leggerle al microfono prima di proseguire brevemente a braccio, e finire con una preghiera d’invocazione alla Madonna. Non un programma, dunque, ma un’assunzione di responsabilità, da parte di un papa giovane (per le abitudini dell’istituzione) che con i suoi 69 anni può dover reggere il governo della Chiesa per una lunga fase, ma soprattutto per un periodo travagliato e difficile. E l’elemento che è sembrato unire la loggia e la piazza, ieri all’annuncio, è proprio questa consapevolezza dei tempi che viviamo e della difficoltà di governarli, nello smarrimento — per laici e credenti — del principio di bene comune.

L’emozione della folla dei fedeli alla fumata bianca è il segno di una preoccupazione generale che cerca ricovero e conforto, e trova rassicurazione nel rito che si compie uguale a se stesso, lasciando spazio sotto le formule canoniche alla novità della persona chiamata sulla cattedra di Pietro. L’interpretazione che il nuovo Papa ha dato della sua autorità spirituale che si affaccia al mondo è quella del pastore, che raccoglie l’eco di questo sentimento e lo risolve mettendo al centro della sua azione la pace. Questa è stata infatti la parola pronunciata per prima, e ripetuta più volte da Leone XIV presentando se stesso alla Chiesa e al mondo. La pace «annunciata da Cristo risorto agli apostoli», la pace «a tutta la terra», la pace «disarmata e disarmante», la pace implorata come una «grazia speciale» alla Madonna di Pompei.

Insieme, l’annuncio di una Chiesa aperta e sinodale, pronta ad abbracciare coloro che soffrono nel segno di Francesco, ma anche la certezza dei valori della fede e dell’annuncio cristiano, da testimoniare «senza paura», con un richiamo implicito a Giovanni Paolo II: «Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà». Una fiducia americana più che romana, uno spirito del fare, l’impegno a far fronte a un compito difficile nella scristianizzazione del mondo e nella divisione della Chiesa.

Vedremo ora alla prova dei fatti come la cultura e la natura di un Papa nato a Chicago incideranno sulla Curia romana. Il segno dell’America sul mondo è oggi controverso, per molti aspetti inquietante. Certo l’attenzione del cardinale Prevost ai temi sociali e la sua vicinanza a Francesco complicano fino all’impossibile il tentativo di “annessione” da parte di Donald Trump. Ma nello stesso tempo non c’è stato bisogno che lo Spirito Santo entrasse nella Cappella Sistina come alito, vento, nube, acqua o fuoco, secondo la tradizione, per scombinare tutti i calcoli della vigilia, le profezie e le alleanze: gli uomini riuniti in Conclave hanno avvertito un’emergenza, e hanno cercato una nuova energia spirituale e di governo fuori dalla vecchia Europa, ancorandola al Vangelo più che ai testi della diplomazia, curiale e di governo. Così dopo Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio è tramontata davvero l’epoca dei Papi italiani come tradizione, tentazione, obbligazione e potrà riemergere in futuro come semplice opportunità: ma prima dovremo leggere i segni che sulla Chiesa e sugli uomini lascerà il Papa d’America.

Nell’immagine: Leone XIV


Conclave, vincitori e vinti: la Chiesa italiana perde, decisivi i cardinali del Sud del mondo

La gestione dell’eredità di Francesco, la diplomazia e i poveri al centro del magistero. Ma adesso Leone XIV dovrà far digerire l’approccio sinodale anche ai conservatori 

Di Domenico Agasso – Giacomo Galeazzi, La Stampa

CITTA’ DEL VATICANO. Alla fine spiegano tutto l’espressione triste del candidato più accredito alla vigilia (Pietro Parolin) e quello sorridente del kingmaker Timothy Dolan, già grande elettore di Jorge Mario Bergoglio nel 2013 e convogliatore sul Vaticano delle ingenti offerte dei cattolici Usa. Il flop della delegazione italiana al Conclave si fonda su una constatazione. «Se hai quattro candidati e gli americani uno, perdi – rileva il diplomatico vaticano di lungo corso. Essersi presentati all’elezione pontificia con quattro papabili (Pietro Parolin, Matteo Zuppi, Pierbattista Pizzaballa, Giseppe Betori) non deponeva a favore del ritorno del pontificato in Italia dopo tre stranieri».

E aggiunge: «La nomina di Prevost è frutto di una mediazione: un curiale di breve corso e un pastore missionario. Parolin nelle prime due votazioni ha avuto un buon numero di preferenze, ma in terza è calato e a quel punto ha fatto confluire i suoi voti su Prevost per dare un messaggio di comunione e celerità. Il fatto che sia stato nominato subito un candidato che non era nella prima fila dei papabili significa che dopo il pranzo di ieri hanno individuato questa soluzione». Inoltre «il fatto di essere divisi ha inevitabilmente depotenziato i cardinali italiani, mentre Prevost durante le congregazioni generali aveva ben figurato raccogliendo così i voti degli elettori delle Americhe, della Curia e anche dei porporati asiatici che si sono orientati su di lui invece che su Luis Tagle. Prevost è un uomo metodico e come si è visto dal ritardo nell’uscita a San Pietro dopo la fumata bianca ha scritto il discorso improvvisando solo i saluti in spagnolo». Determinante appunto Timothy Dolan, il cardinale di New York, l’uomo del presidente americano Donald Trump in Vaticano. Lui ha giocato un ruolo di primo piano, come era già stato al precedente conclave quando perfezionò la candidatura di Jorge Mario Bergoglio ma poi ne rimase deluso.

Dolan ha lavorato per ricucire le anime divise della chiesa americana. Gli anti trumpiani come Mc Elroy, Wolton Gregory e i super conservatori alla Di Nardo e lo stesso Dolan hanno capito che era arrivato il momento di giocare come una squadra. Al pontificio collegio nordamericano si sono fatti i veri giochi. Dolan sicuro di sè twittava e dispensava i soliti sorrisi. Intanto contava i voti per Francis Prevost, un profilo perfettamente spendibile: statunitense di nascita ma missionario in Perù, solido in dottrina, curiale come ex prefetto della Congregazione per i vescovi, fluido in italiano, inglese ovviamente e spagnolo.

Il cardinale Pietro Parolin è il grande sconfitto: in suo sfavore ha giocato l’accordo sulla nomina dei vescovi con la Cina ma hanno pesato anche le divisioni tra gli stessi bergogliani. Arrivati sparsi alla meta, non sono stati in grado di convogliare i loro voti su candidati come il francese Jean Marc Aveline, o il maltese Mario Grech, anche lui anglofono. Fuori dai giochi anche Pierbattista Piazzaballa, francescano gradito a Comunione e Liberazione, patriarca di Gerusalemme dei Latini, troppo giovane e troppo “politico” .

Decisivi per l’elezione di Prevost sono stati i voti degli asiatici e degli africani, esattamente quelli che sono mancati a Parolin nonostante le voci di un ticket con un altro grande favorito delle prime ore, il cardinale Tagle. I cardinali africani e asiatici erano indecisi all’inizio delle congregazioni e il loro voto alla fine in conclave si è orientato con l’Occidente o almeno con una certa idea di Occidente. La mite determinazione di Prevost ha attirato su di lui anche i progressisti schierati inizialmente a favore del francese Jean-Marc Aveline. La candidatura ha cominciato ad emergere nel ricevimento “Commonwealth” dove si sono riuniti tutti i cardinali di area anglofona, dagli inglesi al sudafricano Stephen Brislin, (un bianco), passando per le isole Tonga, il Pakistan, l’India. La lingua inglese stavolta ha fatto la differenza per incontrarsi, parlarsi, studiarsi. Alle congregazioni generali si sentiva sempre più spesso entrare i cardinali che dicevano «good morning, good morning», e non più solo «buongiorno, buongiorno». Segno appunto del conclave più internazionale di sempre e con un accento anglofono. Nei giorni scorsi Prevost, il nuovo Papa con il nome di Leone XIV, – il Papa della Rerum Novarum, iniziatore della Dottrina sociale della Chiesa –, aveva rilasciato un’intervista in cui aveva parlato dell’importanza dei suoi genitori nella sua formazione e nella sua crescita spirituale. Una famiglia cosmopolita come trasversale geograficamente è la sua educazione tra i due continenti americani: una storia familiare crocevia di culture con un padre con origini francesi ed italiane e la madre spagnola.

Prevost aveva parlato anche dell’importanza dell’amore di una famiglia. Non aveva certo menzionato la famiglia uomo-donna, quella che non prevede unioni tra persone dello stesso sesso ma il sottotitolo era quello. Tutti segnali rassicuranti dopo un Papa, come Francesco che ha aperto tutte le porte. Troppo, per molti cardinali che hanno partecipato al conclave. Così Prevost si affaccia a San Pietro con mozzetta e stola invece che con la semplice talare bianca come il suo predecessore.

Nell’immagine: il cardinale  Pietro Parolin


Putin, Xi e la scelta di campo

La gestione dell’eredità di Francesco, la diplomazia e i poveri al centro del magistero. Ma adesso Leone XIV dovrà far digerire l’approccio sinodale anche ai conservatori 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Nel giorno dell’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, Vladimir Putin ha trasformato la parata militare della Giornata della Vittoria sul nazifascismo in una parata ideologica del “Sud globale” che si oppone “all’Occidente collettivo”, vera causa, secondo la vulgata putiniana, “dell’operazione militare speciale” lanciata tre anni fa in Ucraina.

Sulle gradinate bianche, che fiancheggiano il mausoleo di Leninnella Piazza Rossa, ci saranno più di venticinque leader stranieri a incarnare il “nuovo ordine mondiale” e a legittimare la riscrittura della Storia. Nessuno di loro occidentale, come fu nel 2005 per il sessantesimo anniversario, quando su quelle gradinate c’erano tutti, da Bush a Berlusconi.

Perché nella nuova narrazione di Putin, ritagliata per giustificare l’invasione dell’Ucraina, che sorvola su Jalta, minimizza il contributo degli Stati Uniti e la resilienza britannica e massimalizza il sacrificio di 27 milioni di sovietici, è stata l’Urss di Stalin a vincere la guerra contro Hitler. E, quasi che nella Storia valesse la proprietà transitiva, la Russia di Putin è oggi autorizzata a combattere «le moderne manifestazioni di neonazismo», come sarebbe, a suo dire, l’Ucraina di Zelensky.

L’ospite d’onore sulla Piazza Rossa sarà Xi Jinping, che farà sfilare la Guardia d’onore dell’esercito cinese per sottolineare «l’amicizia senza limiti» con Vladimir Putin. Lo zar lo ha ricevuto in grande pompa al Cremlino e gli restituirà la visita a settembre per l’anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Asia e la sconfitta del Giappone.

Nei giorni scorsi, in un articolo a sua firma pubblicato da alcuni media russi, Xi aveva sposato la narrazione putiniana: “Dobbiamo imparare la lezione della Storia — aveva scritto — trarre saggezza e forza dalla profonda lezione della Seconda guerra mondiale… e opporci risolutamente a ogni forma di egemonia e di politica di potenza per creare congiuntamente un futuro migliore per l’umanità”.

Trasferita nel quadro internazionale di oggi la “lezione della Storia”, secondo Xi Jinping, è che i leader dei due Paesi che hanno sconfitto la Germania nazista e il Giappone imperialista hanno la legittimazione per guidare il cosiddetto Sud globale contro quello che lo stesso Xi ha definito, dopo l’annuncio di Trump sui dazi, il «bullismo» americano e l’arroganza dell’Occidente.

Alexander Gabuev, uno dei più stimati analisti dell’ex mondo comunista e direttore del Carnegie Russia Eurasia Center, sostiene che la scelta di Xi di essere accanto a Putin sulla Piazza Rossa per la Giornata della Vittoria “è un segnale che ha delle leve in mano, che ha scommesso sul cavallo giusto per un’audience che è sia quella domestica che quella dei Paesi del Sud globale” che una volta si chiamavano “in via di sviluppo”.

Da quando Trump ha lanciato la “giornata della liberazione” con l’annuncio dei dazi il 2 aprile, lo stesso Xi ha cominciato una intensa serie di viaggi all’estero, soprattutto nei Paesi che sono partner commerciali della Cina, dal Vietnam alla Cambogia per finire con la Malesia.

La parata sulla Piazza Rossa sarà l’occasione per continuare questa operazione di charme verso altri leader di quei Paesi in via di sviluppo, asiatici, africani e sudamericani, che non sono sempre esempi di democrazia e che a loro volta, proprio per i profili dittatoriali, hanno un’occasione unica di partecipare a un evento internazionale grazie all’invito di Putin. Il quale certamente non guarda tanto per il sottile quando prepara le liste degli invitati alle sue cerimonie celebrative.

Uno dei molti paradossi della presidenza Trump è di far sì che la Cina possa cercare di presentarsi al mondo come un campione della globalizzazione. E lo stesso Xi ha cercato di sfruttare l’assistdei dazi americani per corteggiare l’Unione europea. Nei giorni scorsi ha auspicato che il rapporto tra la Cina e la Ue diventi «sano e stabile» e a luglio è in programma una visita a Pechino della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo António Costa.

Ma l’ostentata presenza di Xi Jinping sulla Piazza Rossa, così celebrata da Putin e osannata dagli asserviti media russi per ribadire «l’amicizia senza limiti», può essere un ostacolo al corteggiamento della Cina all’Unione europea. Forse non a caso, alla vigilia della partenza di Xi per Mosca, l’ambasciatore della Ue a Pechino ha avvertito in una cerimonia pubblica che l’Europa sostiene l’Ucraina «a qualunque costo e per tutto il tempo necessario».

Finora il presidente cinese ha cercato di fare il pesce in barile, aiutando economicamente Mosca ad alleviare il peso delle sanzioni senza dare un esplicito appoggio all’aggressione dell’Ucraina. Ma con questi quattro giorni al Cremlino ha fatto una scelta di campo schierandosi vistosamente con Putin contro “l’Occidente globale”. E l’Europa non può fare finta di niente. Neppure per fare dispetto a Trump.


La polizia israeliana svuota le scuole di Gerusalemme est

La gestione dell’eredità di Francesco, la diplomazia e i poveri al centro del magistero. Ma adesso Leone XIV dovrà far digerire l’approccio sinodale anche ai conservatori 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

È successo in contemporanea in sei scuole dell’Unrwa a Gerusalemme est, alle 9 di ieri mattina: poliziotti armati si sono presentati negli istituti, hanno identificato lo staff e gli insegnanti e hanno intimato a circa mille bambini e ragazzi di tornarsene a casa. Scuola finita, scuola chiusa. Ne avevamo scritto lo scorso dicembre: il tentativo delle autorità israeliane di mettere le mani sul sistema scolastico palestinese è un fiume con tanti affluenti, la modifica del curriculum educativo, la rimozione degli insegnanti sgraditi, la censura dei libri. E la chiusura delle scuole gestite dall’agenzia Onu per i profughi palestinesi, Unrwa.

È IN QUEGLI ISTITUTI dei quartieri di Gerusalemme est occupata più poveri e marginalizzati, il campo di Shuafat, Wadi al Joz, la Città vecchia, che la battaglia sull’istruzione si è unita alla guerra più grande, contro l’Unrwa, messa al bando dal parlamento israeliano lo scorso ottobre. Ieri la polizia ha eseguito l’ordine del ministero dell’educazione israeliano (illegale tanto quanto l’occupazione militare: Gerusalemme est, dice il diritto internazionale, non ricade sotto la giurisdizione israeliana, è città occupata): quelle scuole non riapriranno, centinaia di bambini tra sei e 15 anni restano senza educazione.

Di piani non ne esistono, alle famiglie le autorità hanno solo ordinato di iscrivere i figli altrove: dovrebbero essere redistribuiti nelle altre scuole di Gerusalemme est (pubbliche o private) ma di posti non ce ne sono. La cronica mancanza di aule è storia nota nella Città santa, molti istituti sono costretti a fare i turni per far sedere tutti in aula. Non è nemmeno detto che si venga «selezionati» per istituti vicini al proprio quartiere. «Un’esperienza traumatizzante per questi bambini», ha scritto Unrwa in un comunicato. Come traumatizzanti sono state, in questi mesi, le continue incursioni della polizia nelle aule, alla ricerca di libri «proibiti»: agenti armati che frugavano negli zainetti di bambini terrorizzati.

QUALCHE CENTINAIO di chilometri più a sud, il terrore dei più piccoli assumeva altre forme: nuove stragi di civili hanno segnato la giornata di Gaza, in una spirale senza fine di violenza. Dopo i cento palestinesi uccisi mercoledì dai raid israeliani, ieri di bombe ne è caduta qualcuna di meno, ma di nuovo si contavano almeno 20 vittime dall’alba al tardo pomeriggio. Nelle agenzie stampa palestinesi, alle immagini dei bombardamenti si alternano ormai con una frequenza allarmante quelle di minori pelle e ossa. Il blocco degli aiuti imposto da Israele ha fatto precipitare la Striscia in un incubo ancora peggiore, la fame.

Gli appelli non si contano più: la Croce rossa è tornata a definire «inaccettabile» il blocco israeliano e l’inazione complice della comunità internazionale, mentre la statunitense World Central Kitchen ha annunciato la sospensione delle attività per mancanza di materie prime nelle due grandi cucine da campo con cui preparava 133mila piatti caldi e 80mila pagnotte al giorno. A poca distanza, in territorio egiziano, migliaia di camion pieni di beni salvavita sono fermi in pieno deserto, irraggiungibili per una decisione politica, uccidere quel che resta di Gaza lentamente, gole secche, stomaci vuoti, ferite infette.

È IN TALE CONTESTO che ieri Middle East Eye ha pubblicato un documento di 14 pagine che sta circolando tra le organizzazioni umanitarie attive a Gaza: si tratterebbe di un piano di distribuzione di aiuti alla popolazione civile attraverso contractor privati operativi in quattro siti. Dietro il Gaza Humanitarian Foundation strategy for Gaza ci sarebbe una società no profit, fondata in Svizzera lo scorso febbraio e che vede il coinvolgimento di personalità statunitensi legate al settore umanitario-governativo, scrive Mee, a fare da ombrello alle attività di gestione e distribuzione del cibo, secondo gli standard previsti dalle autorità israeliane e il piano di rioccupazione di Gaza votato pochi giorni fa dal governo di Tel Aviv: ogni palestinese riceverà un pasto da 1.750 calorie al giorno (molto più basso degli standard internazionali, 2.100 calorie previste dall’Onu) per un costo di un 1,3 dollari l’uno.

LA SEZIONE SVIZZERA di Amnesty ha già sollevato preoccupazioni, accusando la società di complicità in crimini di guerra. Secondo il documento si partirà con la distribuzione di aiuti a 300mila persone, per espandersi poi a due milioni di palestinesi, in centri controllati dall’esercito israeliano «per impedire dirottamenti».

Nell’immagine: un gruppo di ragazzine lascia la scuola Unrwa del campo profughi palestinese di Shuafat, dopo l’arrivo della polizia israeliana 


Gates attacca Musk: “I tagli a Usaid uccidono i bambini poveri”

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Di Massimo Basile, La Repubblica

La fame nel mondo ha messo uno contro l’altro il tredicesimo uomo più ricco del pianeta, Bill Gates, e il primo, Elon Musk. Il fondatore di Microsoft ha accusato l’alleato di Donald Trump di «uccidere i bambini più poveri al mondo» a causa dei tagli a Usaid, l’agenzia americana per lo sviluppo internazionale. E per rimarcare la distanza da Musk e dalla Casa Bianca, Gates ha annunciato che donerà per opere benefiche 200 miliardi di dollari entro il 2045, chiudendo in anticipo la fondazione creata nel 2000 con l’ex moglie Melinda.

«Quella dell’uomo più ricco al mondo che uccide i bambini più poveri – ha commentato al Financial Times – non è una bella immagine». Musk, alla guida del nuovo dipartimento dell’Efficienza governativa, in meno di tre mesi ha chiesto la cancellazione dell’80% dei fondi destinati a progetti umanitari, per un valore di oltre trenta miliardi. Gates ha ricordato i tagli a un ospedale di Gaza e quelli a un centro ospedaliero in Mozambico dove si cercava di prevenire la trasmissione dell’Hiv dalle madri ai figli. «Mi piacerebbe – ha aggiunto – che Musk andasse lì di persona a incontrare i bambini ora infettati dall’Hiv a causa di quei tagli». «Il numero dei morti – ha confessato poi alla Reuters – per la prima volta tornerà a crescere, e saranno milioni in più».

I due miliardari si sono già scontrati in passato sul concetto di filantropia: Gates è convinto che i più ricchi dovrebbero dare gran parte del proprio patrimonio per aiutare i poveri, mentre Musk ritiene più utile produrre prodotti tecnologici, come le auto elettriche, per combattere il cambiamento climatico. Quando il fondatore di Microsoft aveva criticato Musk per i tagli alla cooperazione, il proprietario di Tesla aveva risposto su X con un messaggio velenoso: «Gates dovrebbe andare in prigione». Il post era poi stato cancellato. Gates, 69 anni, a cui Forbes attribuisce un patrimonio di 113,5 miliardi, ne ha già donati più di 50. Musk, con una ricchezza di 389,4 miliardi, ha regalato azioni Tesla per 5,7 miliardi di dollari a organizzazioni no-profit.

Il 99 per cento del patrimonio della fondazione intitolata a Bill e Melinda Gates, che concluderà la propria missione il 31 dicembre 2045, andrà a progetti destinati al miglioramento della salute pubblica e dell’istruzione nei Paesi in via di sviluppo. La scadenza anticipata significa che la fondazione, che ha già speso cento miliardi dalla sua nascita, avvenuta 25 anni fa, potrà spenderne altri duecento nei prossimi vent’anni. La donazione rappresenta uno dei più grandi atti filantropici della storia. Calcolata con l’inflazione, supererà i contributi di John D. Rockefeller e Andrew Carnegie.

Odiato dalla base trumpiana Maga per le sue idee inclusive, e accusato di aver infilato microchip nei vaccini per il Covid, Gates punta a sradicare la poliomelite nel mondo, contrastare malattie letali come la malaria e debellare la fame, in particolare tra i bambini, i più vulnerabili.


Markus Krienke – Tenemos papam

La gestione dell’eredità di Francesco, la diplomazia e i poveri al centro del magistero. Ma adesso Leone XIV dovrà far digerire l’approccio sinodale anche ai conservatori 


Dopo ottant’anni senza certezze

La gestione dell’eredità di Francesco, la diplomazia e i poveri al centro del magistero. Ma adesso Leone XIV dovrà far digerire l’approccio sinodale anche ai conservatori 

Raccomandava Rahm Emanuel, guru di Barak Obama: “non lasciate che nessuna crisi seria vada sprecata”. Ma è arduo nell’ottantesimo anniversario dalla fine della seconda guerra mondiale, la somma delle crisi in atto essendo epocale. Un numero eccessivo. Su percorsi dagli sbocchi ancora incerti. Risultato di cambiamenti paradigmatici. Tranne uno, così definito in “Capitalist realism” da Mark Fischer: “è più facile pensare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Dargli torto. Siamo infatti al tecno-capitalismo della squadra raccolta attorno a sua maestà Trump II.

Tentativo di dominio imperiale, con le sopraffazioni, la protervia, la crudezza che pesantemente svilisce la democrazia americana. E, di conseguenza, non solo quella. Apice di una svolta a destra che con Reagan, Thatcher e Trump I aveva già attraversato gli oceani. Grazie anche al dem Clinton, che con una riforma bancaria aveva consegnato alla finanza più rapace la conduzione anche politica di democrazie sempre più fiaccate, incapaci o impossibilitate a governare la mondializzazione che avrebbe favorito Cina e soci asiatici, e lasciato sul posto la classe medio-bassa dei paesi occidentali, sempre meno tutelata dalla produzione industriale finita in lontane e vantaggiose “fabbriche del mondo”. Risultato: desertificazione industriale in cui avrebbe pescato voti il “tycoon”. Tornato alla Casa Bianca ancora più spavaldo, dopo la parentesi Biden. Convinto, il redivivo, di poter realizzare la sua rivoluzione MAGA, un mix di conservatorismo, libertarismo, ribellione anti-centralista, contestazione del “deep State”, e assoluzione di tutti i partecipanti all’attacco al Campidoglio.

In Europa, debole resistenza socialdemocratica. Mentre già nel 2011 Warren Buffet, il meno peggio dei miliardari USA, ammoniva: “Di fatto negli ultimi vent’anni è stata combattuta una guerra di classe, e la mia classe l’ha vinta”. In sostanza, interiorizzando il capitalismo finanziario globale come unico futuro pensabile per il pianeta. Ed ecco infatti “Elon Musk and Company”. Compatti (o quasi) dietro il secondo Trump. Guerra commerciale attraverso il conflitto dei dazi, nel tentativo di tenere a galla il dollaro come moneta di riferimento mondiale mentre l’America è super-indebitata (“Ora i conti pubblici USA fanno davvero paura”, titola il Sole24 ore). In una rara confusione di dichiarazioni e propositi (tranne sull’“appropriazione” imperiale di Groenlandia, Canada, Panama); un’inedita modestia professionale dei suoi inviati all’estero (con prevalenza di colleghi palazzinari); inchini alla “genialità” di Putin (come lo definì dopo l’attacco all’Ucraina), ma poi “l’impressione che ci stia prendendo in giro”, quindi l’accordo con il detestato Zelensky sullo sfruttamento comune delle terre rare, con cui gli ucraini pensano di essersi garantiti la sicurezza. Addirittura peggio in Medio Oriente, mano libera ai crimini di Netanyahu. E ancora: insulti agli europei “incapaci e ladroni”, declassamento della Nato, tifo per neo-nazisti ed estrema-destra radicale. 

Ribaltamento storico. O mutamento antropologico. Comunque scombussolamento generale, e futuro incerto. Di cui si compiace la Cina: coi suoi problemi, ma astuta, trasformatasi in produttrice di beni tecnologici, che insegue il primato sull’intelligenza artificiale. Insomma, 80 anni dopo i nobili propositi di fine guerra, ecco il mondo che ci spetta. ONU finita, leggi internazionali lasche, tribunali per i diritti umani dileggiati. Sempre inascoltato papa Francesco, infine coralmente e cinicamente “beatificato” dalla politica.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: le speranze erano altre


8 maggio, 80 anni andati in fumo

La gestione dell’eredità di Francesco, la diplomazia e i poveri al centro del magistero. Ma adesso Leone XIV dovrà far digerire l’approccio sinodale anche ai conservatori 


I sovranisti ticinesi che danno le chiavi di Palazzo federale agli anglo-americani

La gestione dell’eredità di Francesco, la diplomazia e i poveri al centro del magistero. Ma adesso Leone XIV dovrà far digerire l’approccio sinodale anche ai conservatori 

Piero Marchesi e Lorenzo Quadri hanno molte cose da condividere. Entrambi sono consiglieri nazionali, membri di un esecutivo comunale, nazionalisti e sovranisti, nonché nemici giurati del servizio pubblico radiotelevisivo. Hanno anche un amico in comune: Jürg Aschwanden. Si tratta del lobbista capo, in Svizzera, della multinazionale delle telecomunicazioni Liberty Global, domiciliata alle Bermuda. È a lui che, prima il leghista e poi l’udicista, hanno concesso uno dei due pass che ogni deputato eletto a Berna ha diritto di concedere a persone di propria scelta.

Questi lasciapassare permettono di accedere agli spazi non pubblici di Palazzo federale e di avvicinarsi così a tutti i 246 parlamentari. Perciò sono molto gettonati, soprattutto dai lobbisti: è infatti nella cosiddetta sala dei passi perduti che, tra una seduta e l’altra, si affinano gli interventi e si mettono a punto le strategie. C’è chi, anche per evitare di essere associato ad un interesse particolare, concede questo sesamo a un famigliare o a un collaboratore. Altri lo accordano a rappresentanti di sindacati, ONG o associazioni professionali. Altri ancora lo offrono ad un lobbista professionista. Come Jürg Aschwanden, membro della SPAG-SSPA (l’associazione mantello dei lobbisti svizzeri), che sul proprio profilo Linkedin vanta une “rete consolidata” e una “vasta esperienza nell’interazione con parlamentari, autorità federali e associazioni”. 

Almeno dal 2017 e fino al 2022, il lobbista di Liberty Global ha potuto accedere ai corridoi di Palazzo federale grazie a Lorenzo Quadri. Dal 2022, il lasciapassare gli è invece garantito da Piero Marchesi. La questione del pass per Palazzo federale è uno dei punti critici sottolineati da chi analizza il lobbismo in Svizzera (proprio questo caso era stato evidenziato da Lobbywatch nel 2023). Non vi sono limiti e controlli; il rischio è che si possa vendere l’accesso al miglior offerente. In passato era già emersa la coincidenza tra il badge rilasciato da Lorenzo Quadri a Jürg Aschwanden e le pagine di pubblicità pubblicate sul Mattino della Domenica da UPC, società controllata da Liberty Global. Cosa abbia ricevuto in cambio Piero Marchesi non è invece dato sapere. 

Certo è che con l’aiuto dei due deputati ticinesi il lobbista di Liberty Global ha potuto marcare presenza a margine dei vari dibattiti parlamentari che hanno interessato il settore delle telecomunicazioni in questi anni. Come ad esempio le due iniziative popolari lanciate dalla destra e volte allo smantellamento del servizio pubblico radiotelevisivo: “No Billag”, bocciata alle urne nel 2018, e “200 franchi bastano”, su cui si dovrà ancora votare, ma a causa della quale la SRG SSR è già dovuta intervenire con un piano di ridimensionamento. 

In Ticino l’attacco al servizio pubblico vede in prima linea proprio Lorenzo Quadri e Piero Marchesi, sempre pronti ad aggrapparsi ad ogni (ridicolo) pretesto per mitragliare sulla RSI. Un’azienda che, in un Cantone economicamente fragile, oltre a garantire un servizio d’informazione e di promozione culturale, offre un migliaio di posti di lavoro. Ma, si sa, il (buon) giornalismo non è amato dai potentati politico-economici che rimpinguano le casse di partiti come l’UDC. Non sorprende quindi che i valletti politici di questi interessi siano i fautori dell’indebolimento del servizio pubblico. Così facendo, però, le punte di diamante del sovranismo nostrano non fanno che favorire i grandi gruppi privati dell’intrattenimento, gran parte dei quali in mano straniera. 

Potevano darlo a chiunque il loro pass, Lorenzo Quadri e Piero Marchesi. Hanno scelto di offrirlo a Jürg Aschwanden, lobbista di una multinazionale anglo-americana-olandese con domicilio fiscale alle Bermuda. Presieduta dal miliardario americano John Malone, Liberty Global è un colosso presente in Svizzera da quando, nel 2005, ha acquisito Cablecom, poi divenuta UPC. Quest’ultima è oggi uno dei leader del mercato delle piattaforme televisive a pagamento. Ponendosi in concorrenza col servizio pubblico, UPC offre abbonamenti e varie offerte come, ad esempio, quella di seguire le partite di disco su ghiaccio. 

Nel 2020, tramite UPC, Liberty Global ha comprato anche l’operatore di telefonia mobile Sunrise. Poi, nel 2024, UPC-Sunrise – i cui interessi a Berna sono curati sempre da Jürg Aschwanden – è stata esternalizzata: oggi è una società “indipendente” controllata dagli azionisti di Liberty Global, i principali dei quali sono una serie di fondi d’investimento americani come BlackRock, Oaktree o Vanguard.

Alla faccia del “prima i nostri”!

Nell’immagine: un’ingombrante presenza nella sala dei passi perduti