Lo spirito di Locarno e le guerre di oggi

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

Un secolo fa, precisamente dal 5 al 16 ottobre 1925, gli occhi del mondo politico erano puntati su Locarno. A sette anni dalla fine della prima guerra mondiale (“l’inutile strage”, come l’aveva definita papa Benedetto XV) la diplomazia europea avverte la necessità di consolidare e chiarire i rapporti tra i principali protagonisti continentali del conflitto, mentre Stati Uniti e Unione Sovietica, le due potenze emergenti, sono impegnate con i loro progetti post-bellici: l’URSS costretta a consolidare il regime comunista nato con la rivoluzione d’Ottobre, mentre gli Stati Uniti sono tornati al loro tradizionale isolazionismo. Sta di fatto che Locarno diventa per una decina di giorni il gremio di un importante summit internazionale, che si propone il progetto di distensione continentale. Missione non impossibile, ma di estrema complessità. Un decennio più tardi, dopo l’ascesa di Hitler al potere in Germania, quell’obbiettivo diventa ancor più difficile. Così, il “Patto di Locarno” si trasformerà in una grande ma breve occasione o speranza di pace. Perché? E quali confronti si possono tracciare con le guerre del nostro tempo (Ucraina e Medio Oriente) e la difficoltà di trovare per esse le possibilità di tregue, dialogo e accordo duraturo? Eppure, le analogie non mancano.

Nell’immagine: i firmatari del Patto di Locarno


India-Pakistan, ombre nucleari

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

Il duello militare India-Pakistan sul Kashmir risveglia il conflitto regionale più pericoloso del Pianeta, evidenzia il rischio geopolitico di scontri armati fra potenze regionali e alza il velo su un focolaio di guerra nello scacchiere sud-asiatico con implicazioni per la sicurezza globale.

Il conflitto fra New Delhi e Islamabad è il più pericoloso perché coinvolge due potenze nucleari acerrime rivali sin da quando i musulmani di Mohammed Ali Jinnah nel 1947 si staccarono dall’India di Jawaharlal Nehru sfruttando l’indipendenza dall’Impero britannico per creare il Pakistan con una gigantesca migrazione umana. Fra i numerosi contenziosi che le dividono il più esplosivo è la disputa sul confine del Kashmir fonte di fibrillazioni costanti e anche di scontri militari.

L’ultima volta che l’India aveva colpito oltre frontiera risaliva al 1971 e se ora il presidente Narendra Modi ha ordinato all’aviazione di lanciare i raid dell’Operazione Sindoor è perché il 22 aprile un gruppo terroristico pakistano ha varcato la frontiera uccidendo a sangue freddo nella valle di Pahalgam 26 turisti — quasi tutti indiani — nel più grave attacco contro i civili dal feroce assalto agli hotel di Mumbai del novembre 2008.

In quell’occasione a insanguinare la città fu un commando di Lashkar-e-Taiba, un gruppo jihadista portatore della stessa ideologia di Al Qaeda, e in quest’ultima occasione a firmare la strage è stato il Fronte della Resistenza considerato da New Delhi proprio un discendente diretto dei kamikaze di Mumbai.

Per Modi si tratta dunque di difendere l’India dal ritorno dei jihadisti, già evidenziato da attacchi avvenuti nel 2016 e 2019, e il suo governo accusa senza mezzi termini il premier di Islamabad, Shehbaz Sharif, di coprirli e proteggerli con una «dichiarazione di guerra» a cui risponde non solo con i blitz aerei, che hanno fatto nelle ultime 48 ore almeno 31 vittime, ma anche con la sospensione del Trattato sulle acque dell’Indo, firmato fra i due Paesi nel 1960 sotto gli auspici della Banca mondiale, che comporta bloccare il corso di almeno tre grandi fiumi “verso Occidente”.

Le immagini della diga sul fiume Chenab che interrompe il flusso delle acque significano per Islamabad un danno economico e umano di dimensioni tali da farlo considerare, a sua volta, una «dichiarazione di guerra». Da qui la minaccia di Sharif sul rischio estremo di un «conflitto nucleare».

Ci troviamo dunque davanti a una sfida militare fra due potenze con armi di distruzione di massa che somma dispute territoriali, rivalità ataviche, ostilità religiose e la contesa su acque strategiche da parte di governi che esaltano entrambi il nazionalismo.

Se a ciò aggiungiamo la sospensione reciproca dei visti, che evoca la separazione delle popolazioni nel 1947 con esodi paralleli in direzioni opposte, non è difficile arrivare alla conclusione che il mondo sta tremando davanti al rischio di un’escalation fra nazioni atomiche.

Ma non è tutto perché se osserviamo le reazioni delle tre maggiori potenze militari ci accorgiamo che, con linguaggi e iniziative differenti, Washington, Mosca e Pechino sono accomunate dal tentativo di frenare l’escalation.

E poiché nessuna di loro è finora riuscita nell’intento ciò evidenzia come nella geopolitica a soqquadro del nostro tempo potenze regionali dotate di armamenti significativi — quali sono India e Pakistan — sentono di avere l’autonomia necessaria per continuare i propri duelli senza curarsi troppo delle relazioni internazionali.

Non c’è dubbio sul fatto che Islamabad deve il proprio arsenale nucleare a Pechino come è vero che New Delhi vuole ammodernare il proprio grazie a intese privilegiate con Washington ma ciò non rende nessuno dei contendenti sensibili in maniera decisiva a pressioni esterne.

La loro scelta di tenere in sospeso l’escalation in Kashmir senza però compiere passi indietro dimostra la volontà e capacità di essere indipendenti da tutto e tutti. In maniera talmente evidente da evocare la Turchia di Recep Tayyip Erdogan protagonista, dall’invasione di Cipro Nord nel 1974 all’insediamento in Tripolitania fino al neo-protettorato su Damasco, di una proiezione neo-ottomana a dispetto di ogni legame con la Nato o accordo con Mosca. Per non parlare del duello militare ed esistenziale fra Iran e Israele in Medio Oriente che tiene banco dal 1979 senza esclusione di colpi ed è arrivato a superare nel 2024 la soglia del maggiore conflitto aereo-missilistico mai combattuto.

Se Usa, Cina e Russia non riescono a prevenire, arginare o gestire in maniera decisiva i conflitti regionali fra medie potenze significa che una nuova tipologia di rischi alla sicurezza si affaccia sullo scenario internazionale. Con la quale anche l’Europa deve fare i conti perché lo spazio strategico dell’Indo-Pacifico è vitale anche per sicurezza e prosperità dei nostri Paesi.

Ad avvalorare questo scenario c’è quanto sta avvenendo attorno al duello militare India-Pakistan perché proprio Ankara si è affrettata a «sostenere Islamabad», inviando anche una nave militare nelle acque dell’alleato, come Gerusalemme ha fatto in favore «dell’autodifesa dell’India» dalla «minaccia del terrorismo islamico». Creando una continuità nell’Asia del Sud della rivalità che tiene banco nella Siria del dopo-Assad fra chi, come la Turchia, professa ovunque la solidarietà pan-islamica e chi, come Israele, ritiene si tratti di una minaccia alla sicurezza collettiva. Ecco perché quanto avviene nelle valli contese del Kashmir riguarda anche noi.


India e Pakistan, storia di un conflitto che dura da più di 70 anni

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Un conflitto tra due potenze dotate di armi nucleari. Una guerra, a volte fredda, a volte calda, che affonda le radici nella partizione del British Raj, l’immensa colonia britannica nel subcontinente indiano, e in una secolare contrapposizione religiosa. La sfida tra India e Pakistan riaccesa in questi giorni nel Kashmir è un incubo che coinvolge due Paesi con quasi due miliardi di abitanti, un quarto dell’umanità. Ecco una breve storia per capire la posta in gioco e cosa può succedere.

La partizione

Nel 1947, davanti alle pressioni dei nazionalisti delle due parti, il Regno Unito divide la propria colonia denominata India in due nazioni separate, concedendo loro l’indipendenza: l’India, a maggioranza induista, e il Pakistan, a maggioranza musulmana. Milioni di persone lasciano l’uno e l’altro Paese in direzioni opposte per ragioni religiose. L’anno seguente Gandhi, il leader pacifista che ha guidato la lotta contro il colonialismo e si è battuto inutilmente per un Paese unito e multiconfessionale, viene assassinato da un nazionalista induista.

Ma lo status del Kashmir, la regione montuosa lungo l’Himalaya occidentale, grande due terzi dell’Italia, confinante con le frontiere settentrionali dei due nuovi stati e contesa da entrambi, viene lasciato irrisolto. Anche la Cina controlla da allora una parte del Kashmir.

La guerra del 1947

Le autorità locali del Kashmir decidono di porsi sotto il controllo indiano, in cambio di protezione militare e autonomia. Militanti pakistani occupano parte della regione. Dopo pochi mesi scoppia la prima guerra fra India e Pakistan. Provoca 27 mila morti e decine di migliaia di feriti soltanto tra i militari. Si conclude due anni più tardi con un fragile cessate il fuoco mediato dall’Onu.

La guerra del 1965

Dopo anni di tensioni e schermaglie, nell’estate 1965 il Pakistan lancia un’offensiva clandestina per espandere le zone del Kashmir sotto il suo controllo. Ne risulta una seconda guerra con l’India di tre settimane, che causa 5 mila morti e 12 mila feriti, al termine della quale le due parti si impegnano a risolvere pacificamente ogni futura disputa. Ma l’accordo non verrà rispettato.

La creazione del Bangladesh

Nel 1971 una guerra regionale porta alla creazione del Bangladesh, un’altra vasta regione che si batte per l’indipendenza. L’anno seguente India e Pakistan decidono di risolvere anche la questione del Kashmir: la linea del cessate il fuoco stabilita nel 1966 diventa una “linea di controllo” riconosciuta da entrambi. Ciascun Paese mantiene la parte del Kashmir che domina da vent’anni. L’aspirazione reciproca è migliorare le relazioni.

Insurrezioni e terrorismo

Ma nel 1987, dopo accuse di brogli nelle elezioni locali, in Kashmir comincia una campagna di violenze, sommosse, rapimenti e attentati. I movimenti insurrezionali delle due parti si moderano un decennio dopo, ma la lunga stagione del terrore erode il tenue rapporto tra India e Pakistan. Nel 1999 il primo ministro pakistano Sharif invita il premier indiano Vajpayee a un summit: la prima visita del leader dell’India in Pakistan in oltre dieci anni.

I due Paesi si sono nel frattempo entrambi dotati di armi nucleari. La consapevolezza del pericolo di un conflitto atomico li spinge a cercare la pace: “Dobbiamo portare prosperità ai nostri popoli”, dice Sharif, “per noi stessi e per le future generazioni”. Ma tre mesi dopo una infiltrazione dal Pakistan in Kashmir provoca una nuova breve guerra, fortunatamente senza escalation nucleare. Finisce quando Sharif ritira le forze che si erano infiltrate. Passa ancora qualche mese e Sharif viene deposto in un colpo di stato militare, orchestrato dal generale che aveva diretto l’infiltrazione in Kashmir.

L’attentato del 2019

Nei due successivi decenni il Kashmir rimane una delle aree più militarizzate del mondo. Le tensioni sono costanti, nuovi conflitti vengono più volte sfiorati. Finché nel 2019 una potente bomba uccide 40 soldati indiani nella regione. L’India risponde con una serie di raid aerei sul Pakistan, ma non diventa una guerra totale.

La fine dell’autonomia

Nell’agosto dello stesso anno il primo ministro indiano Narendra Modi toglie al Kashmir l’autonomia di cui ha goduto praticamente dal 1947. Migliaia di persone, inclusi leader separatisti in precedenza schierati con l’India, vengono imprigionate dalle forze indiane, la cui presenza militare si espande fortemente. Nuova Delhi governa direttamente la parte del Kashmir sotto il suo controllo. In apparenza la mano dura di Modi funziona: il terrorismo cala, il turismo aumenta. Ma è un’illusione: il problema non è risolto.

L’attacco di aprile

Lo dimostra l’attacco terroristico del 22 aprile scorso, in cui muoiono 26 turisti, in maggioranza indiani, e decine rimangono feriti. Il Pakistan nega ogni coinvolgimento. In un primo tempo l’India non lo accusa esplicitamente, ma poi il primo ministro Modi ordina raid aerei contro nove basi di militanti in Pakistan e nelle aree del Kashmir sotto controllo pakistano.

“Una reazione misurata che non mira a una escalation”, la definisce Modi, sostenendo di avere le prove sui responsabili dell’attacco. Ma il Pakistan avverte: “Questo non provocato atto di guerra viola la nostra sovranità e non rimarrà senza una risposta”.


La profezia di Musk: “Il sole esploderà, salverò l’uomo dall’estinzione portandolo su Marte”

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

Di Massimo Basile, La Repubblica

I criminali e i reietti potranno finire ad Alcatraz. Gli illegali nei centri di detenzione. E, in caso di apocalisse, i ricchi e i potenti – cose che in genere coincidono – avranno due opzioni: andare su Marte o nascondersi nelle viscere di Washington. La prima possibilità è stata evocata da Elon Musk. La seconda è legata a una teoria complottista che circola da anni e che è tornata alla luce negli ultimi giorni.

Il miliardario sudafricano proprietario della compagnia spaziale SpaceX ha lasciato l’intervistatore di Fox a bocca aperta, quando gli ha spiegato perché sta investendo così tanto nel progetto di portare l’uomo su Marte. Musk ha prima sostenuto di “voler meglio comprendere la natura dell’universo”, poi ha aggiunto che si tratta di una “assicurazione sulla vita”. “Abbiamo una lunga strada da percorrere – ha detto – non è solo l’atterrare su Marte, piantare bandiere e lasciare l’impronta”.

Alla domanda di chiarimento da parte del conduttore, Jesse Watters, Musk ha confessato di ritenere che l’umanità sia a rischio estinzione. “Alla fine – ha spiegato – la vita sulla Terra verrà distrutta dal sole. Il sole si sta gradualmente espandendo e dunque noi, a un certo punto, avremo bisogno di una civiltà multi-planetaria perché la Terra verrà incenerita”. La Nasa da anni sostiene che un giorno il sole esaurirà la sua energia e quando comincerà a morire si espanderà fino a trasformarsi in una gigantesca stella rossa, che potrebbe diventare così grande da inghiottire Mercurio, Venere e, potenzialmente, la Terra.

Ma prima che prepariate i bagagli, dovete sapere la seconda parte della storia: succederà tra cinque miliardi di anni. Musk, però, ne parla come se dovesse accadere a breve. Il miliardario sostiene la necessità di accelerare gli sforzi per andare il prima possibile su Marte e costruire le fondamenta di una nuova civiltà. Il punto è che il nuovo pianeta, visti i costi di viaggio, sarebbe alla portata solo di pochi eletti.

Trump ha ha dato via libera a finanziamenti per 6 miliardi di dollari nella ricerca e promesso pubblicamente di passare alla storia come il presidente che porterà l’uomo sul Pianeta rosso. Quando non è chiaro. Ma nel caso di un’apocalisse di tono minore rispetto alla scomparsa del sole, tipo catastrofe nucleare, c’è una seconda ipotesi: rifugiarsi nella città sotterranea che da anni sarebbe stata costruita a Washington. Secondo Catherine Austin Fitts, segretario al dipartimento della residenza pubblica con il presidente George W. Bush, in vent’anni è stata costruita negli Stati Uniti una rete sotterranea da 21 mila miliardi di dollari, di cui farebbe parte anche una città-bunker sotterranea ricavata nella capitale, e fatta di appartamenti a prova nucleare e dotati di ogni comfort. E destinata ai super ricchi nel caso di guerra nucleare o apocalisse ambientale.

Fitts, 74 anni, ha raccontato all’ex conduttore di Fox, Tucker Carlson, che il progetto, finanziato con “fondi non autorizzati”, è stato realizzato tra il 1998 e il 2015. La donna ha citato un report pubblicato nel 2017 dall’economista Mark Skidmore, di Michigan State University. Secondo questo studio, soltanto le forze armate avrebbero stanziato in “progetti segreti” 6,5 miliardi di dollari. Una cifra non minuscola in un budget annuale di 122 miliardi. Fitts ha spiegato di aver condotto per anni indagini per capire dove fossero finiti tutti questi soldi, scoprendo che ci sarebbero almeno 170 basi segrete sotterranee realizzate in tutti gli Stati Uniti.

Le basi verrebbero usate in caso di “eventi simili all’estinzione” o per nascondere progetti segreti spaziali. Una di queste basi, ha suggerito il giornalista, sarebbe a Washington, con un enorme bunker da utilizzare in caso di “guerra nucleare”. Fitts ha sostenuto che l’ipotesi è possibile. Un’affermazione che ha scatenato i complottisti e incuriosito miliardari e potenti che frequentano la capitale. Non è chiaro se anche il commander in chief Donald Trump abbia chiesto notizie.


L’importanza dell’uovo

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

“Ab ovo usque ad mala”, dicevano i latini e ripeteva Orazio nelle sue Satire. E tutti a pensare o a tradurre: dall’inizio (dalla fonte di qualcosa) sino alla cose peggiori. Ma non era così. Era semplicemente: “dall’uovo (ab ovo) fino alle mele (mala)” e ci si riferiva al pasto degli antichi romani che iniziavano appunto con le uova e terminavano sempre con la frutta. C’è rimasto l’uovo pasquale, segno augurale di rinascita (ma già gli egizi all’inizio della primavera donavano uova dipinte agli amici) e c’è rimasto il “siamo alla frutta” (non aver altro da offrire, essere alla fine, aver esaurito ogni risorsa).

Il gerarca di tutte le Russie, Vladimir Putin, è apparso negli scorsi giorni alla televisione (RBC-TV) per deplorare l’aumento del prezzo delle uova e per scusarsi, ammettendo, forse a grande fatica e per la prima volta in vita, che era un fallimento per il suo governo. Il nuovo gerarca degli Stati Uniti, Donald Trump, con le sue tariffe protezionistiche che hanno aumentato anche i costi degli alimenti per il pollaio e i prezzi delle uova sono saliti alle stelle (+57.4%), ha invece scatenato il malcontento popolare. In Europa ed anche in Svizzera, per le galline che producono meno o per la maggior richiesta, ci sono stati aumenti di prezzo (+5.3%).

Un indicatore o un barometro di come va il mondo economico e politico

L’uovo è così diventato un “indicatore” per comprendere le dinamiche economiche e politiche attuali. Seguendo l’andamento del prezzo, dalla produzione al commercio, riflette le tensioni geopolitiche, la sicurezza alimentare, l’instabilità economica. Naturalmente, rimane sensibile alle perturbazioni agricole (influenza aviaria, costo degli alimenti per animali), ha una sua variabilità a seconda delle tipologie (convenzionale o bio), ma appare ancora più sensibile alle politiche, quelle commerciali o dell’energia, dei diritti doganali (Stati Uniti) o alle sanzioni(Russia). Essendo tuttavia l’uovo un alimento di base universale, fonte di proteine a buon mercato, rende l’indicatore applicabile su scala mondiale. Riportando inflazione, barriere commerciali, fluttuazioni monetarie; sapendo comunque che tre quarti delle uova sono consumate là dove sono prodotte e un quarto sono esportate. E riportando anche la frammentazione mondiale attuale; ad esempio: il veloce ricorso della Russia alle esportazioni d’uova asiatiche o l’umiliante richiesta di uova europee da parte degli Stati Uniti.

La funzione “culturale” delle uova, simbolo di vita, di rinascita e di identità culturale, fa del loro prezzo un “handicap” politico, che accentua maggiormente le preoccupazioni economiche in un ordine mondiale frammentato. Il simbolismo universale delle uova -simbolo di inizio, di vita, di rinnovamento – contrasta con la vulnerabilità ai contraccolpi sistemici (clima, guerre commerciali, malattie),facendone una sorta di barometro dell’incertezza multipolare del 2025. L’incertezza accresciuta, alimentata dalla frammentazione e dai contrasti geopolitici, dalle politiche populiste, pone le uova persino come indicatore tangibile di tendenze astratte, poiché il loro ruolo culturale ed economico amplifica l’impatto delle perturbazioni.

Un “grande inquisitore” e le sorprese

L’indicatore-uovo, con le sue dimensioni economica, culturale, geopolitica, mostra di essere avviluppato in una rete di dinamiche interconnesse (volatilità dei prezzi, polarizzazione sociale, frammentazione mondiale) che – si è scritto e sostengono anche alcune importanti nazioni – solo un “Chief Geopolitical Officer” (CGO), una sorta di “grande inquisitore” (sembra un richiamo a Dostojewski), informatore e orientatore, il cui scopo sarebbe quello di integrare le sfide geopolitiche direttamente nelle decisioni, potrebbe trattare efficacemente ed anche anticipare i contraccolpi, mantenendo o dando sicurezza alle catene di approvvigionamento, trasformando anche le incertezze in opportunità.

L’indicatore-uovo, come le famosissime uova di Fabergé create alla fine dell’Impero dei Romanov, gli ultimi veri zar russi, sarebbe uno strumento prezioso per comprendere le dinamiche geopolitiche in atto. Come in quelle uova si celavano delle sorprese, l’indicatore-uovo permetterebbe di decriptare informazioni preziose, anche inattese, offrendo prospettive non convenzionali sulle catene di approvvigionamento, i rischi economici, le tensioni geopolitiche; permettendo di esplorare nuovi approcci strategici e reagire rapidamente alle sorprese.

Nell’immagine: un uovo Fabergé di fabbricazione cinese, in vendita a fr. 11.67 con spedizione gratuita


La ticinese Duferco (DITH) in perdita… e in vendita

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

Una perdita di oltre 31 milioni di dollari. Questo è il risultato operativo 2024 della Duferco SA di Lugano, storica società attiva nel commercio mondiale dell’acciaio. Una perdita che emerge dai bilanci contabili depositati di recente in Lussemburgo, dove ha sede la casa madre del gruppo, la Duferco International Trading Holding (DITH). Il bilancio consolidato di quest’ultima è anch’esso negativo – meno 5,8 milioni di dollari –, ma a pesare è soprattutto il pessimo risultato della controllata ticinese che già nel 2023 aveva registrato perdite per 17,5 milioni di dollari.

Una situazione in netto contrasto con quanto avveniva solo fino a qualche anno fa. Nel 2022 la Duferco SA aveva realizzato 56,2 milioni di dollari di utili netti, mentre l’intero gruppo DITH aveva raggiunto i 263 milioni di dollari. Quell’anno, anche a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, i prezzi e la volatilità dell’acciaio erano aumentati notevolmente, consentendo alle aziende attive nel trading di ottenere grandi margini operativi. Oggi non è più così: “Prezzi bassi e una situazione di mercato competitivo erodono i margini” si legge nel bilancio consolidato del 2024 di DITH. A preoccupare meno è invece la tendenza protezionistica, aumentata con l’arrivo alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump: “La redditività in mercati protetti come gli Stati Uniti e l’Australia può essere estremamente remunerativa se si è in grado di gestire i complessi meccanismi di esclusione tariffaria”, scrive il CEO Matthew De Morgan nel rapporto.

Certo è che il risultato negativo di DITH arriva in un contesto particolarmente incerto per il futuro stesso del gruppo che in Ticino impiega oltre 250 persone, ma che nel corso degli ultimi anni ha allontanato vari impiegati con grande esperienza. Dal 2025 la DITH è quasi interamente nelle mani del gruppo pubblico cinese HBIS, uno dei principali produttori mondiali d’acciaio, che nel 2014 aveva acquisito una quota di maggioranza dal fondatore Bruno Bolfo. Oltre a Duferco SA, tramite DITH i cinesi controllano anche altre società ticinesi, come quella che possiede un’acciaieria in Macedonia o un’altra che gestisce degli asset in America Latina. Negli scorsi mesi tra gli addetti ai lavori della piazza di Lugano ci si interrogava su cosa avrebbe fatto la proprietà cinese una volta preso il controllo assoluto: avrebbe mantenuto la sede operativa in Ticino oppure avrebbe delocalizzato le attività di trading verso altre mete più vicine al proprio centro d’interesse e economicamente più attrattive (Dubai, Singapore, Hong Kong)?

Una situazione che dovrebbe preoccupare non solo gli impiegati, ma anche la città di Lugano (e il Cantone) di cui l’azienda, fondata nel 1982, è stata per anni uno dei più importanti contribuenti fiscali. Se l’addio, nel 2022, delle società di trading controllate dagli oligarchi russi era stato compensato dagli ottimi risultati ottenuti dalle altre aziende del settore, che avevano macinato utili grazie alla volatilità generata dal contesto di crisi internazionale, oggi la situazione potrebbe essere cambiata. In questo contesto le prospettive sul futuro di Duferco non sembrano delle migliori.

La voce che gira con sempre più insistenza tra gli addetti ai lavori è quella che vede la HBIS desiderosa di sbarazzarsi della DITH, azienda divenuta troppo burocratica e con un modello di business considerato non più attuale. Dopo alcuni tentativi falliti di venderla ad altre società statali cinesi, si sarebbero fatti avanti alcuni fondi d’investimento, il cui obiettivo è notoriamente quello di operare tagli per rendere più redditizio l’investimento. In pole position sembrerebbe esserci l’International Holding Company (IHC), grosso fondo basato ad Abu Dhabi e controllato dallo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan. Quest’ultimo, membro della famiglia regnante e consigliere alla sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti, è stato in passato al centro di alcune controversie finanziarie e di spionaggio.

L’IHC avrebbe inviato in questi giorni in riva al Ceresio alcuni esperti di una società britannica specializzata per effettuare un esame dettagliato degli aspetti economici e aziendali (“due diligence”) di Duferco. Le prossime settimane dovrebbero essere decisive per vedere se la storica azienda ticinese passerà dalle mani della Repubblica popolare cinese a quelle dello “Sceicco spia” dell’Emirato di Abu Dhabi.

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Perché il Conclave ci tocca nel profondo in una società in cui siamo solo spettatori

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Cosa pensare della grande attenzione mediatica al Conclave? È attenzione per la cosa in sé o per la dimensione spettacolare che essa contiene? Tutto il mondo lo guarda, ma cosa guarda? Questa attenzione dei media e delle persone verso un fatto eminentemente religioso quale l’elezione del nuovo Paparibadisce anzitutto il fatto che tale elezione non è solo un fatto religioso ma anche politico.

Nulla di nuovo, è sempre stato così nella nostra storia, per lo meno a partire dal IV secolo, per la precisione dal 380, l’anno in cui l’imperatore Teodosio fece del cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero romano vietandone ogni altra. Sempre, quando si eleggeva il nuovo Papa, il potere si faceva attento, e Imperatori e Re «scendevano in campo» (per riprendere questa celebre espressione della storia recente della politica italiana) e talora lo facevano così pesantemente da dare origine a una serie di scontri con il potere ecclesiastico ricordati dalla storiografia come “lotta per le investiture”.

La differenza rispetto al passato è che allora i Papi scendevano in campo a loro volta nelle faccende politiche e dicevano la loro non senza incidere e talora decidere, mentre oggi non mi risulta che il Romano Pontefice abbia un peso significativo neppure per l’elezione del sindaco di Roma, figuriamoci sul resto. Rimane comunque il fatto che ancora adesso ai potenti della politica del mondo intero interessa chi sarà la guida della Chiesa, e questo perché avvertono che un certo tipo di potere la Chiesa ancora l’esercita, quindi l’elezione del nuovo Papa, nonostante il declino del cristianesimo, oltre a essere un evento religioso è anche, com’è sempre stata, un evento politico di livello mondiale.

Ciò che invece è peculiare dei nostri giorni è, per la comunicazione mai così pervasiva, la spettacolarità. Il che mi porta a rinnovare la domanda: l’attenzione mediatica al Conclave è attenzione per la cosa in sé o per la sua dimensione spettacolare? Noi esseri umani siamo strutturalmente definibili come spettatori, siamo “homo spectator”: solo così si spiegano i riti, religiosi e laici, quali celebrazioni, processioni, teatro, giochi olimpici, giochi delfici, eccetera, fino al prossimo Conclave. Siamo nati per vedere; anzi, per guardare; e quando, guardando, rimaniamo così coinvolti da poter dimenticare o superare l’affanno dell’esistenza anche solo per un momento, ne veniamo catturati in modo irresistibile. Questo vale dovunque e sempre per tutta l’umanità. Feuerbach disse: «L’uomo è ciò che mangia», ma siccome la nostra psiche si nutre perlopiù di immagini (oggi film, sport, serie tv, social) si può ben dire che l’uomo è ciò che guarda. La qualità di ciò che guardiamo costituisce la qualità del nostro essere.

Nessuna società è stata così dominata dalla spettacolarità come la nostra, mai l’essere umano è stato così integralmente “homo spectator” come siamo diventati noi che passiamo ore e ore a guardare gli schermi su cui scorrono immagini di ogni tipo, diventate per molti più reali della vita reale. Le cupe previsioni del filosofo francese Guy Debord che scrisse La società dello spettacolo nel 1967 si stanno avverando: «L’intera vita della società si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli». Continuava: «Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione». Mario Vargas Llosa nel 2012 riprese a suo modo queste analisi nel saggio La civiltà dello spettacolo.

Ma cosa significa essere homo spectator? Noi non possiamo non essere spettatori, visto che il guardare nutrendoci delle immagini fa parte della nostra natura: ma cosa significa essere “prevalentemente”, o addirittura “solamente”, spettatori? Perché oggi sempre più spesso in una situazione di pericolo, invece di intervenire e soccorrere, si pensa prima di tutto a fare un video e a “postarlo”? Tralascio la risposta e torno all’interesse verso il conclave ribadendo l’interrogativo se l’interesse è per la cosa in sé o per lo storico spettacolo che rappresenta.

Questa grande attenzione mediatica al prossimo Conclave e a tutti i riti a esso collegati, dallo Extra omnes allo Habemus papam, mi ha fatto venire in mente il seguente brano evangelico. Gesù ha appena ricevuto alcuni discepoli di Giovanni il Battista che, imprigionato nella fortezza di Macheronte dal re Erode Antipa, gli aveva chiesto tramite i suoi se era lui l’atteso oppure no. Gesù prima risponde rimandando alle sue opere straordinarie, poi si rivolge alla gente lì attorno con queste dure parole verso chi, attratto dalla fama del Battista, era andato a vederlo: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Allora, che cosa siete andati a vedere?».

Tre volte Gesù incalza gli uditori sull’identità delle immagini di cui si sono nutriti, come a dire: sì avete visto, ma cosa “realmente” avete visto? Forse oggi rivolgerebbe questa domanda anche alle folle di spettatori che domani guarderanno le fumate della Sistina. Ma immaginiamo che la rivolga ai cardinali: «Voi che abitate nei palazzi del potere, che cosa state per andare a vedere entrando nella Sistina?». Anche i cardinali sono uomini di questo tempo, anch’essi fanno parte della civiltà dello spettacolo (anche papa Francesco ne faceva parte, altrimenti non sarebbe andato a Che tempo che fa e al Festival di Sanremo). E cosa risponderebbero i cardinali? Cosa in particolare quel cardinale che forse oggi stesso, più probabile tra qualche giorno, sarà il prossimo Papa?

Non lo so naturalmente, ma credo di sapere che la grande attenzione al Conclave e a quanto gli gira intorno non è generata solo dalla sua spettacolarità. Che per molti sia solo spettacolo e curiosità mondana non vi sono dubbi, ma per altri no, per altri è davvero una questione di fede, in particolare di fede “cattolica”, in questa Chiesa cioè che è sì peccatrice ma rimane pur sempre madre, “Mater Ecclesia”, anzi “Mater et magistra”; che è sì umana troppo umana, ma anche “Civitas Dei, Domus Dei”, addirittura “Misticum Corpus Christi”: insomma un incredibile paradosso, espresso nel modo più efficace dall’espressione patristica dei primi secoli “casta meretrix”, prostituta, però anche casta, ossimoro impossibile che meglio di ogni altra immagine sa rendere conto della pedofilia del clero e al contempo della sua santità (quanti preti davvero santi ho conosciuto, quanti ancora ne conosco con le loro mirabili e luminose esistenze-per-gli-altri!).

E poi, se dovessi scommettere, punterei anche sul fatto che anche per alcuni non-cattolici o non-più-cattolici, ma agnostici, atei o di altre religioni, la fumata bianca del giorno dell’elezione non sarà solo spettacolo ma toccherà qualcosa di più profondo: un’emozione, un sentimento, un desiderio, un’aspirazione. Per cosa? Credo per quell’orizzonte di senso ultimo che il filosofo Max Horkheimer, uno dei fondatori della Scuola di Francoforte, denominò «nostalgia del totalmente altro» (fu nella memorabile intervista al settimanale tedesco Der Spiegel del 1970 poi pubblicata come libro a sé, con l’espressione “totalmente altro” che proviene dal capolavoro di Rudolf Otto, Il sacro, del 1917, tradotto in italiano nel 1930 da Ernesto Buonaiuti, sacerdote romano, teologo e storico della Chiesa, scomunicato da Pio XI nel 1925 perché modernista, uno dei pochissimi professori universitari in Italia, 12 su 1225, a non prestare giuramento al regime fascista nel 1931 e quindi privato della cattedra).

Concludo ricordando che Guy Debord, non potendo più reggere il senso di prigionia che gli proveniva dalla società dello spettacolo, morì sparandosi un colpo di pistola al cuore. Aveva scritto: «Lo spettacolo è la ricostruzione materiale dell’illusione religiosa». Il compito della Chiesa oggi, in fondo, non consiste che in questo: mostrare con la vita e con le parole che la religione non è un’illusione. E che c’è un modo di stare sul palcoscenico del mondo che non è riducibile allo spettacolo perché aspira al totalmente altro.

Nell’immagine: Cardinali nella Cappella Sistina al conclave del 2013 che elesse Papa Francesco


Israele, cresce la protesta dei riservisti: “Una follia l’idea di occupare Gaza”

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

«Einstein diceva che ripetere la stessa azione aspettandosi conseguenze diverse è stupidità». Probabilmente la citazione è apocrifa o un po’ aggiustata, ma rende bene l’idea di come il colonnello Eran Duvdevani, ex paracadutista in pensione, già ufficiale dell’Antiterrorismo, pilota d’aereo e animatore della protesta dei riservisti israeliani contro lo Stato maggiore, consideri l’operazione “Carri di Gedeone”, con cui Netanyahu conta di occupare, non si sa bene come e per quanto, la Striscia di Gaza. «Metterà ulteriormente a rischio la vita degli ostaggi, dei civili palestinesi e dei nostri soldati. Non si capisce il motivo. Perciò molti stanno evitando di tornare in servizio».

Si chiama grey refusal, rifiuto grigio. È quando, di fronte alla chiamata del comandante, il riservista non dice né sì né no, né bianco, né nero: la risposta è una sfumatura di grigio. «Antepongono ragioni familiari, riferiscono che non hanno più soldi, che verranno licenziati, che le mogli li stanno per lasciare…», spiega il colonnello sessantenne. «Non dichiarano esplicitamente di non voler più combattere perché incorrerebbero in guai legali. Ci sono due brigate di paracadutisti con cui sono in contatto, 3 mila uomini ciascuna, beh, so che solo il 40 per cento di loro ha accettato di partecipare alla nuova offensiva a Gaza. Dopo il 7 Ottobre si presentavano più di quelli che erano stati chiamati».

Parlare con Duvdevani e con alcuni giovani appena entrati nella riserva è utile per capire che lo Stato ebraico stavolta dovrà faticare per reperire un numero sufficiente di militari disposti a mettere in pratica il piano di Netanyahu. Che Smotrich, ministro della destra estrema e messianica, sintetizza così: «Distruggere completamente Gaza e Hamas, concentrare i palestinesi nel sud da dove potranno emigrare in paesi terzi, liberare gli ostaggi». Incurante della palese violazione del diritto internazionale e dell’accusa di stare attuando un piano di pulizia etnica.

Israele ha circa 300 mila riservisti a disposizione: fanno altri lavori, sono professori, ingegneri, baristi, informatici, ma possono essere richiamati per esigenze nazionali. «Di questi 300 mila, solo 100 mila sono combattenti», spiega Duvdevani. «Il resto sono amministrativi. Per “Carri di Gedeone” serviranno almeno tre divisioni in più, circa 20-25 mila soldati». Lo Stato maggiore intende spostare a Gaza i soldati di professione dispiegati al confine col Libano e in Cisgiordania, e di sostituirli con i riservisti. Che, appunto, al 19 esimo mese di guerra inconcludente, sono riluttanti.

«Se mi richiamano forse andrò, ma solo perché non voglio abbandonare i miei commilitoni», fa Menachem, 24 anni, ex commando d’assalto. «Occupare Gaza è un’idea folle, priva di senso strategico. Siamo in mano a un governo di estremisti sulle cui scelte incide il timore di Netanyahu di finire travolto dalle inchieste penali». Menachem racconta che il “rifiuto grigio” non sempre funziona: «Dipende dal comandante, qualcuno è comprensivo e posticipa la chiamata, qualcun’altro fa rapporto e rischi la galera».

Un’inchiesta del quotidiano Haaretz sostiene che a questo giro fino al 50 per cento dei riservisti non tornerà in servizio, tra cui molti comandanti. «Il governo è preoccupato», osserva Michael Milshtein, uno dei più preparati analisti politici israeliani e anch’egli riservista. «Per questo girano numeri del reclutamento gonfiati e c’è tensione nella società». Un mese fa l’ex colonnello Duvdevani ha dato il via, insieme ad altri piloti civili, a un fiocco di neve diventato valanga: una lettera firmata da 970 aviatori, tra cui una 70 di riservisti, chiedeva al comandante dell’Air Force di riportare a casa gli ostaggi «anche a costo di terminare immediatamente la guerra». Gli alti vertici hanno reagito male, minacciando congedi irrevocabili e facendo pressioni sui firmatari perché ritirassero l’adesione. «Quindi la lettera è stata appoggiata da 2.534 paracadutisti e ora l’appello è arrivato a 120 mila firme, di cui 100 mila civili e il resto ex militari e riservisti». Duvdevni sostiene che i reparti dell’aviazione siano arrabbiati col Comando sud perché ricevono le coordinate degli obiettivi da bombardare senza essere informati della presenza di civili.

L’esercito non può permettersi defezioni, anche perché, tra feriti e traumatizzati, ha 16 mila unità che non può usare per eseguire l’ordine di Netanyahu. Che sarà dato solo dopo la visita di Trump in Medio Oriente la prossima settimana. «Dico a Hamas: vi faremo a pezzi, rilasciate i nostri ostaggi», avverte il premier in un video postato su X che sa di ultimatum. Ma il movimento islamista palestinese, a queste condizioni e con queste premesse, non sembra più disposto a negoziare.


L’ora più dura per noi ebrei in diaspora

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

È complicato essere ebrei in Diaspora, in questi giorni. Per carità, nulla a che vedere con quel che i figli d’Israele hanno attraversato nei due millenni appena trascorsi. Però è complicato oggi come non lo era da molto tempo. E la memoria corre a quel “Davide, discolpati!” che Rosellina Balbi scrisse il 6 luglio del 1982 – sul disagio e il dolore nel vedere “la stella di Davide presentata come una nuova croce uncinata”. La Guerra in Libano, iniziata da poco, aveva destato in politici, intellettuali e opinione pubblica un’onda unanime di indignazione e richiesta di condanna dell’operato del governo Begin da parte degli ebrei italiani. E anche una serie di minacce e insulti che troveranno indegno compimento nell’attentato alla sinagoga di Roma del 9 ottobre successivo, con la morte di un bimbo di due anni, Stefano Gaj Taché. Bisogna “guarire le parole”, scriveva allora Balbi. E quanto bisogno c’è ancora oggi, di guarire le parole.

Perché l’impressione è che dal “Davide, discolpati!” si sia passati a un “Davide, accusa!”, “Su, scandisci bene la parola genocidio!”, “dichiara senza mezzi termini che Netanyahu è un criminale!”. Questa pretesa, più o meno tacita e non di rado soddisfatta a priori per richiamo di coscienza, in realtà non mette ordine né nello stato delle cose né nella nostra coscienza di ebrei della Diaspora. Anzi, confonde. Sbarra la strada alla consapevolezza di una complessità davvero ardua da capire e da accettare. Solo che guai a dire che la situazione in Israele e a Gaza è molto complessa, e che lo è anche dentro la tua testa e il tuo cuore: perché subito ti accusano di stare dalla parte dei forti, dei carnefici, degli oppressori.

Eppure è davvero così: la situazione è un intrigo di passato, presente e di un futuro di serenità se non di pace cui non rinuncio a credere come non rinuncerebbe oggi, se fossi qui con noi, il mio caro Amos Oz. La situazione è complessa, ad esempio nella faccenda urgente e necessaria degli aiuti umanitari. A parte un cretino del governo, in Israele si sente questa necessità ma anche quella che gli aiuti non passino per le casse di Hamas che, nonostante i diciotto mesi di guerra e le decine di migliaia di morti palestinesi, pare ancora in buona forma, capace di riarmarsi, organizzarsi nei chilometri di tunnel rimasti attivi, non esitare a usare i civili come scudi umani. È complessa, ad esempio, in tante dinamiche in corso: Abu Mazen che insulta Hamas. Siria e Libano che procedono verso un cambio di passo nel governo, nel posto che vogliono occupare in quell’area.

E poi c’è la questione della responsabilità – categoria poco chiamata in causa in un mondo in cui è più comodo etichettare tutto in bianco e nero, perché la responsabilità è una faccenda più complicata, non è né colpa né innocenza. E in questa storia ci sono colpe, innocenze e tante responsabilità da assegnare con ponderazione. Ma se provi a introdurre nel dibattito cose come complessità e responsabilità diventi immediatamente l’ebreo che difende Israele alla cieca. La vittima che è si fa carnefice. Ma come, con tutto quello che avete passato voi ebrei, guarda che cosa siete diventati! Dei nazisti, pari pari. Israele Stato canaglia!

Noi ebrei. Noi ebrei ognuno la pensa a modo suo – ed è per questo che non avremo mai un Papa, noi, perché anche se ci fosse ognuno continuerebbe a pensarla a modo suo o a modo del suo rabbino. Però di certo siamo tutti più o meno faticosamente in bilico fra quella “compassione universale” di cui parla Natalia Ginzburg e il “collante” emotivo che per secoli e millenni ci ha permesso di sopravvivere in mezzo alle avversità e che Primo Levi provò a spiegare proprio a lei, Natalia. In ebraico si dice che “kol Israel arevim”, cioè che ogni individuo d’Israele è “responsabile e connesso all’altro”. È questo miscuglio di cose che ci abita e che non è affatto contraddittorio anche se in questo periodo sta in equilibrio fra la doverosa, istintiva e angosciante compassione per la gente di Gaza e quel senso di famiglia ancestrale che significa essere ebrei – in Diaspora così come nello stato d’Israele. Fra il dolore per gli uomini, le donne e i bambini palestinesi vittime di questa guerra e le ragioni di Israele, precipitata senza volerla in una guerra tormentosa e complicata.


Merz cancelliere con il brivido: eletto solo al secondo scrutinio

Ne parlano oggi alle ore 18.00 al Palacongressi di Muralto Aldo Sofia e Willy Baggi, giornalisti esperti di relazioni internazionali 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Quando Johann Wadephul poco dopo le sette di sera fa l’occhiolino alla presidente del Parlamento Julia Kloeckner, mentre sta giurando da ministro degli Esteri, non si capisce se è un tic nervoso o un’esplosione di gioia. O tutt’e due. Il fatto è che la storica giornata si sarebbe dovuta concludere molte, moltissime ore prima. E la notizia dell’elezione di Friedrich Merza cancelliere avrebbe dovuto fare il giro del mondo alle dieci e mezza di mattina, non alle quattro di pomeriggio. E invece. Ieri mattina, al primo voto a scrutinio segreto, 18 franchi tiratori hanno affossato il cancelliere in pectore, e il primo tentativo di farsi eleggere è finito per il leader della Cdu con 310 sì e 307 no. La maggioranza assoluta, quella definita “del cancelliere”, è fissata a quota 316. E quella su cui Merz avrebbe potuto contare sulla carta, composta dai parlamentari di Cdu, Csu e Spd, vanta 328 seggi. È la prima volta nella storia che un cancelliere viene bocciato alla prima elezione.

Appena un’impietrita Julia Kloeckner legge il risultato, i parlamentari schizzano fuori dall’aula, senza bussola. E adesso? Un giovane parlamentare della Spd compulsa il telefono per capire cosa prevede la Costituzione. I gruppi parlamentari si riuniscono tutti in pochi minuti. Bisogna decidere quando rivotare. E quando si conclude la riunione della Cdu intercettiamo a pochi metri dalla plenaria Karin Prien, ministra in pectore dell’Istruzione e già destinata ai libri di storia: è la prima ministra ebrea dalla fine del nazismo. Non nasconde il suo shock, «non è stato bello: ci aspettavamo un esito diverso». Ma Prien rivela a Repubblica che «quando Merz è entrato nella riunione del gruppo, è scattata una standing ovation. Non ho dubbi: la Cdu è con lui». E allora? Chi è stato? «Non voglio speculare. Ma forse nella maggioranza qualcuno nutre uno scetticismo profondo per Merz. O è insoddisfatto con la scelta dei suoi ministri. O col contratto di coalizione».

Diciotto franchi tiratori sono tanti, e più di uno scherza sull’«italianizzazione» del parlamento tedesco. Qualcun’altro ironizza sulla «piccola coalizione». Molti sospetti si concentrano sulla sinistra della Spd, che non ha mancato nei giorni scorsi di diffondere i suoi malumori urbi et orbi. Ma il più autorevole rappresentante di quella corrente, il politico di lungo corso Ralf Stegner, allontana ogni sospetto da sé. E ci spiega a margine della prima fumata nera che «abbiamo una maggioranza risicata, è vero, ma l’alternativa non è democratica», ossia un’alleanza della Cdu con l’Afd. «Io sono sicuro che nella Spd ci sia piena consapevolezza di questa responsabilità».

Resta il mistero dei “traditori”, e il copione si ripete tutto il giorno: la Cdu accusa la Spd e viceversa. Ma i malpancisti esistono in entrambi gli schieramenti: Merz e Klingbeil hanno varato un piano da mille miliardi di euro che ha fatto storcere il naso ai rigoristi della Cdu, scandalizzati per le eccezioni al freno al debito. «Abbiamo fatto un regalo all’Afd», ci confida un nostalgico di Schaeuble a microfoni spenti. E la decisione del cancelliere e del vice di scegliere una squadra di governo di fedelissimi nascondendosi dietro il paravento del «rinnovamento» ha lasciato molto amaro in bocca. Ieri un quotidiano titolava «è caduta la Klingbeil» con la foto di un pugno di ministri Spd non riconfermati, ironizzando su «beil»: mannaia. E non è escluso che qualche parlamentare socialdemocratico rimasto senza poltrona si sia vendicato del capo nel segreto dell’urna.

Prima del voto nel pomeriggio che ha messo al sicuro l’elezione di Merz – 325 sì – il capogruppo della Cdu Jens Spahn ha avvertito che «il mondo ci guarda». Ma nella ridda di veleni è finito persino lui: qualcuno sospettava una polpetta avvelenata dell’ambizioso ex ministro. Illazioni, sembra. Ma nel tardo pomeriggio l’augurio del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier a Merz è suonato come un monito: «È nell’interesse del nostro Paese che lei abbia successo».

Nell’immagine: Johann Wadephul mentre sta giurando