Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo.
Di Giorgio Barba Navaretti, La Stampa
Difficile pensare ad un esperimento più esteso, intenso e violento di quello minacciato e parzialmente messo in atto dal presidente americano dal 2 aprile. Ma molto rapidamente è emerso che questo esperimento non è realizzabile, se non a costi insostenibili. Non tanto per il danno verso i partner commerciali. Quanto per l’impossibilità per un’economia integrata con il mondo nel commercio e nei mercati finanziari di perseguire una politica isolazionista.
I segnali di confusi cambi di rotta sono moltissimi e cominciati pochi giorni dopo il grande annuncio nel giardino delle rose. Il 7 aprile Scott Basset suggeriva che Trump fosse pronto a negoziare e il 9 aprile ecco la pausa di novanta giorni ai dazi reciproci. E ancora, mentre si rafforzava il confronto di botta e risposta con la Cina con tariffe a livelli impossibili, allo stesso tempo si incominciava a dire che il blocco delle esportazioni di minerali critici era preoccupante e si esentavano dai dazi le importazioni di componenti elettronici. E infine continui annunci di passi avanti in opachi accordi bilaterali: Regno Unito, Giappone, Unione Europea, oltre 75 non specificati paesi fino forse all’apertura di un negoziato con la Cina stessa.
Può darsi che la confusione sia una strategia negoziale, come sostiene Scott Bessent, il segretario del tesoro: gettare tutti nell’incertezza per uscirne con accordi più vantaggiosi. In realtà l’incertezza e gli accordi bilaterali serviranno ad arrivare a concessioni limitate che diano a Trump l’alibi di avere vinto la sua grande partita contro gli sfruttatori del mondo. La partita, invece, la sta perdendo contro i mercati reali e finanziari.
Avere un grande deficit commerciale significa dipendere dalla produzione dagli altri paesi per i consumi, per le materie prime, per i componenti. Le grida di dolore del sistema produttivo americano continuano ad aumentare. Solo ieri il sito del New York Times riportava che alla General Motors i dazi genereranno maggiori costi per 5 miliardi, e che i piccoli venditori online indipendenti che usano le piattaforme Amazon e altre sono nei guai per non riuscire a vendere i prodotti cinesi.
Non a caso il Pil del primo trimestre del 2025 è caduto dello 0,3%. Le imprese e i consumatori hanno accumulato beni ma soprattutto importati, cercando di anticipare il futuro previsto aumento dei dazi. Questi dati segnalano la profonda inquietudine e incertezza a cui sono soggette le aziende, gli esportatori verso gli Usa, ma anche i produttori nazionali. Il mercato azionario è caduto certo perché i dazi spaventano ma soprattutto per il confuso passo dell’amministrazione Usa. E se nell’ultima settimana è risalito è perché inizia ad apparire evidente che l’esito finale delle agitazioni trumpiane sarà soprattutto rumore.
Il tema più serio non è la Borsa, ma la fuga dal dollaro e dai titoli considerati più sicuri al mondo, le obbligazioni del tesoro americano. L’aumento dei tassi sui treasuries congiunto a un calo del dollaro segnalano che gli investitori non si fidano più del governo americano. Gli Stati Uniti sono indebitati. Qualunque Paese con un grande deficit commerciale può solo finanziarlo indebitandosi con l’estero. È come una famiglia che spende più di quel che guadagna. Dunque l’America dipende dagli altri paesi sia perché forniscono beni indispensabili, sia perché ne finanziano l’acquisto. Gli effetti di questa doppia dipendenza e dei vincoli che pone stanno emergendo molto chiaramente in questi giorni.
Tutto questo è parzialmente un sollievo per chi crede al libero scambio, nonostante comunque il protezionismo americano lascerà ferite gravi, dazi in media maggiori di prima e un sistema di governo dell’economia globale a pezzi e confuso. Gli ultimi anni sono stati una scivolata lenta verso il protezionismo visto come soluzione miracolosa per ridurre le disuguaglianze, creare nuovo lavoro e rendere i paesi più sicuri. Una deriva accarezzata da più parti politiche. L’accelerazione drammatica di Trump (e non dimentichiamo Brexit) sta dimostrando che questa è una strategia costosissima e spesso irrealizzabile, sgombrando la tavola dall’idea che il mondo di oggi possa davvero tornare ad essere frammentato.
Nell’immagine: Trump nel giorno dell’annuncio dei dazi