Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo.
Di Andrea Malaguti, La Stampa
“Feci quod potui, faciant meliora sequentes” (“Ho fatto quello che ho potuto, facciano meglio coloro che verranno dopo”).
motto latino
L’intelligenza artificiale restituisce con la surreale precisione dei meme le fantasie mai nascoste di un presidente americano in pieno e lucido delirio di onnipotenza. Donald Trump in posa benedicente, con l’abito talare bianco, la mitra, il crocifisso al collo, con quel grugno duro, sempre uguale all’arrogante sé stesso, e il dito teso come se fosse un minaccioso zio Sam, sintetizza amaramente il momento buio di un intero pianeta. C’è un bullo al volante.
Un messaggio ridicolo, spaventoso e diretto che fa infuriare anche la curia di New York: “L’unico vero Papa sono io. È Dio che mi ha scelto”. Una fotografia da narcisista patologico, che gli account ufficiali della Casa Bianca rilanciano con gioia. Non è stato lo stesso macchiettistico Tycoon a dire, tra il serio e il faceto, che la sua prima scelta per il Sacro Soglio sarebbe lui stesso? L’ecumenico programma è piuttosto noto.
Fuori gli immigrati, stop alla contaminazione islamica, potere ai maschi bianchi assetati di denaro e fieri oppositori dei parassiti di Bruxelles. Ci si può scherzare sopra, volendo. Oppure rassegnarsi al fatto che siamo in caduta libera. È il meme vestito da Pietro che tratta, in nome dell’Occidente, con Putin e Xi Jinping. L’Uomo a Stelle e Strisce si sente (absit iniuria verbis) Unto del Signore e pretende non tanto che gli venga baciato l’anello, quanto – come ama spiritosamente ripetere – che gli si bacino le terga. Brutta cosa la sindrome di Tourette per un inquilino della Casa Bianca consacrato da 77 milioni di preferenze. Peggio ancora il disprezzo per l’umanità. Non è pazzo il Papa Meme. Semplicemente vede gli altri come moscerini.
Da Washington a Roma, da Berlino a Bucarest, stiamo vivendo una guerra civile dell’anima. Stiamo perdendo quel gesuitico “discernimento” che si spera accompagni le scelte del Conclave da mercoledì prossimo, ma, soprattutto le nostre vite di convinti europeisti, un tempo atlantisti. Non sappiamo più chi siamo. Fa paura. I supposti valori condivisi stanno saltando uno dopo l’altro. È il momento delle democrazie illiberali, degli autocrati e dei carismatici. Leader medievali che si sentono al di sopra delle istituzioni. E chissà se Santa Madre Chiesa farà eccezione.
Esempi alla rinfusa. Oggi si vota in Romania. In testa c’è un candidato che si chiama George Simion. Estrema destra, naturalmente, perché questo richiedono i tempi. Dichiara di stare con Trump e ambisce, putinianamente, ma anche donaldescamente, ad annettere un pezzo di Ucraina e di Moldavia. W la guerra. Allarghiamo i confini. La violenza è virtù. Zang Tumb Tumb. Lo dice, come si potrebbe dire che bisogna alzare le pensioni minime. Secondo i sondaggi, tre elettori su dieci sono d’accordo con lui.
In Gran Bretagna, due giorni fa, Nigel Farage, guru nero di Reform Uk e orgoglioso padre della Brexit, spazza via laburisti e conservatori. Non costringe nessuno. Una marea di inglesi vota e dice: vogliamo te, i tuoi muri, il tuo odio per chi viene da lontano.
Stesso destino per Orban e Fico, guide legittime di Ungheria e Slovacchia. Il palco dello Zar Vladimir li attende per la grande parata del 9 maggio. Stelle incongrue della sgualcita bandiera dell’Unione disunita che cantano e ballano assieme ad un dittatore in carica da un quarto di secolo che, mentre scarica bombe sugli ex fratelli, fa torturare i giornalisti sgraditi e si dichiara paladino delle libertà nel nome dei soldati morti per tutti noi nel secondo conflitto mondiale. Non è un sublime paradosso?
Si potrebbero aggiungere il sostegno di massa a Vox in Spagna e a Le Pen in Francia, ma c’è già pronto, e più fresco, il caso Germania. L’Ufficio Federale per la protezione della Costituzione mette al bando l’Afd. Partito di estremisti che rimpiangono il nazismo e definiscono il popolo secondo criteri etnici. Gente aggressiva e minacciosa. Molto amata da Musk, dal potentissimo Rubio, e, soprattutto, sostenuta da dodici milioni di elettori. E qui torna un quesito, tanto antico quanto apparentemente irrisolvibile. Qual è il limite di tolleranza delle democrazie? A che punto è giusto reagire agli intolleranti? E, reagendo agli intolleranti, non si nega per ciò stesso il principio cardine delle democrazie medesime?
Un rompicapo che nel 1932 ha portato Hitler al potere dopo una consultazione popolare. Com’è successo? Perché può succedere ancora? Come ci si difende?
Per le risposte mi sono affidato alla saggezza di Gustavo Zagrebelsky. Quella che segue è una sintesi, spero non troppo infedele, della chiacchierata.
Considerazione preliminare: in politica, come nella vita, bisogna non trascurare il momento “opportuno”. Nelle democrazie si può determinare l’effetto valanga. Un fiocco prende corpo e rotola diventando sempre più grande fino a trasformarsi in un rullo compressore. Traducendo: le derive antidemocratiche vanno soffocate in culla. Il principio: un tumore devi asportarlo prima di essere invaso dalle metastasi. Il rischio: sembrare antidemocratici, se non addirittura esserlo. Dunque? Le risposte sono molte. Ne scelgo due.
La prima è la cosiddetta soluzione pessimista adottata, ad esempio, dalla Costituzione tedesca che, dagli anni Cinquanta, vieta sia il partito nazista sia il partito comunista. È la strada che prediligono le Democrazie Protette. Siamo tolleranti solo se è tollerante anche chi abbiamo di fronte. Per questo l’Afd finisce all’indice. È un’ipotesi comprensibile ma non facilmente digeribile, ed evidentemente incardinata a una contraddizione. Fuorilegge l’Afd, fuorilegge dodici milioni di tedeschi?
Seconda soluzione, quella ottimista, sostenuta da Norberto Bobbio. Bisogna credere nella natura umana ed essere tolleranti fino in fondo, fino al limite estremo, perché è solo con questo esempio che si spingono tutti dalla parte giusta della Storia. Magnifica e forse poco pratica teoria, che ciascuno di noi può cercare di sostenere soltanto con il proprio comportamento quotidiano. Per stare ai latini: “Feci quod potui, faciant meliora sequentes”. “Ho fatto quello che ho potuto, facciano meglio coloro che verranno dopo”.
L’Occidente attraversa una crisi di rigetto. E a gridare più forte il proprio dolore sono i Paesi più ricchi. Gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania e l’Italia, dove Giorgia Meloni, a differenza di Donald Trump, ha scelto una linea più equilibrata del previsto, rinviando sine die il giorno del giudizio. Non siamo poveri, ma abbiamo paura di diventarlo ogni giorno di più, mentre il Sud del pianeta approfitta della tanto esecrata globalizzazione per rialzare la testa. Nel gioco dei vasi comunicanti, larga parte degli esseri umani è uscita dalla povertà negli ultimi 35 anni, mentre noi ci abbiamo rimesso qualcosa. E dunque guardiamo indietro con nostalgia. Ma ogni passo che ci allontana dalla globalizzazione e dalle sue folli regole da rivedere, ci avvicina alle guerre, come se il Novecento non avesse insegnato nulla.
Da qui due ultime considerazioni. Il Conclave, così pieno di uomini anziani, è capace però di restituirci una speranza ecumenica vera. La mediazione è possibile. La Chiesa delle cento lingue, all’improvviso si rivela – forse involontariamente – portatrice di un disegno geopolitico largo. Un’agenzia della globalizzazione che si contrappone all’unilateralismo del Papa Meme. Un’altra prospettiva esiste, come sembrano dimostrare il Vaticano, il Canada e, da ieri, l’Australia.
Infine, Putin. Il Tiranno con cui siamo obbligati a trattare e i cui uomini minacciano di fare scomparire la riottosa Ucraina il dieci maggio, si suppone con un’atomica. È lui che guida l’esercito spietato che ha fatto a pezzi Viktoriia Roschyna. Aveva 27 anni, era nata nella stessa città di Zelensky ed era entrata nei territori occupati dai russi. Era inflessibile, assetata di verità, guidata dal demone del giornalismo. L’hanno catturata gli agenti segreti del Cremlino. L’hanno torturata con l’elettroshock, affamata, rasata a zero, umiliata fisicamente e psicologicamente.L’hanno imbottita di farmaci, le hanno spezzato le ossa, tagliato le gambe e le braccia. Pretendevano informazioni che non hanno ottenuto. L’hanno trasformata in uno scheletro e quando il suo cuore non ha più retto, dopo averla probabilmente strangolata, le hanno tolto gli occhi, il cervello e una parte della trachea. Poi l’hanno infilata in un sacco e rispedita a casa. Per identificare i suoi resti mutilati è stato necessario l’esame del Dna. Così agisce il governo Putin. Sarà bene saperlo quando ci si siederà di fronte a lui facendo finta che in questi tre anni sarebbe stato sufficiente dargli due pacche sulle spalle, invitarlo a cena, magari assieme a Trump, e dirgli: dai Vladimir, facciamo la pace.