Trump e l’impossibilità del protezionismo

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Di Giorgio Barba Navaretti, La Stampa

Difficile pensare ad un esperimento più esteso, intenso e violento di quello minacciato e parzialmente messo in atto dal presidente americano dal 2 aprile. Ma molto rapidamente è emerso che questo esperimento non è realizzabile, se non a costi insostenibili. Non tanto per il danno verso i partner commerciali. Quanto per l’impossibilità per un’economia integrata con il mondo nel commercio e nei mercati finanziari di perseguire una politica isolazionista.

I segnali di confusi cambi di rotta sono moltissimi e cominciati pochi giorni dopo il grande annuncio nel giardino delle rose. Il 7 aprile Scott Basset suggeriva che Trump fosse pronto a negoziare e il 9 aprile ecco la pausa di novanta giorni ai dazi reciproci. E ancora, mentre si rafforzava il confronto di botta e risposta con la Cina con tariffe a livelli impossibili, allo stesso tempo si incominciava a dire che il blocco delle esportazioni di minerali critici era preoccupante e si esentavano dai dazi le importazioni di componenti elettronici. E infine continui annunci di passi avanti in opachi accordi bilaterali: Regno Unito, Giappone, Unione Europea, oltre 75 non specificati paesi fino forse all’apertura di un negoziato con la Cina stessa.

Può darsi che la confusione sia una strategia negoziale, come sostiene Scott Bessent, il segretario del tesoro: gettare tutti nell’incertezza per uscirne con accordi più vantaggiosi. In realtà l’incertezza e gli accordi bilaterali serviranno ad arrivare a concessioni limitate che diano a Trump l’alibi di avere vinto la sua grande partita contro gli sfruttatori del mondo. La partita, invece, la sta perdendo contro i mercati reali e finanziari.

Avere un grande deficit commerciale significa dipendere dalla produzione dagli altri paesi per i consumi, per le materie prime, per i componenti. Le grida di dolore del sistema produttivo americano continuano ad aumentare. Solo ieri il sito del New York Times riportava che alla General Motors i dazi genereranno maggiori costi per 5 miliardi, e che i piccoli venditori online indipendenti che usano le piattaforme Amazon e altre sono nei guai per non riuscire a vendere i prodotti cinesi.

Non a caso il Pil del primo trimestre del 2025 è caduto dello 0,3%. Le imprese e i consumatori hanno accumulato beni ma soprattutto importati, cercando di anticipare il futuro previsto aumento dei dazi. Questi dati segnalano la profonda inquietudine e incertezza a cui sono soggette le aziende, gli esportatori verso gli Usa, ma anche i produttori nazionali. Il mercato azionario è caduto certo perché i dazi spaventano ma soprattutto per il confuso passo dell’amministrazione Usa. E se nell’ultima settimana è risalito è perché inizia ad apparire evidente che l’esito finale delle agitazioni trumpiane sarà soprattutto rumore.

Il tema più serio non è la Borsa, ma la fuga dal dollaro e dai titoli considerati più sicuri al mondo, le obbligazioni del tesoro americano. L’aumento dei tassi sui treasuries congiunto a un calo del dollaro segnalano che gli investitori non si fidano più del governo americano. Gli Stati Uniti sono indebitati. Qualunque Paese con un grande deficit commerciale può solo finanziarlo indebitandosi con l’estero. È come una famiglia che spende più di quel che guadagna. Dunque l’America dipende dagli altri paesi sia perché forniscono beni indispensabili, sia perché ne finanziano l’acquisto. Gli effetti di questa doppia dipendenza e dei vincoli che pone stanno emergendo molto chiaramente in questi giorni.

Tutto questo è parzialmente un sollievo per chi crede al libero scambio, nonostante comunque il protezionismo americano lascerà ferite gravi, dazi in media maggiori di prima e un sistema di governo dell’economia globale a pezzi e confuso. Gli ultimi anni sono stati una scivolata lenta verso il protezionismo visto come soluzione miracolosa per ridurre le disuguaglianze, creare nuovo lavoro e rendere i paesi più sicuri. Una deriva accarezzata da più parti politiche. L’accelerazione drammatica di Trump (e non dimentichiamo Brexit) sta dimostrando che questa è una strategia costosissima e spesso irrealizzabile, sgombrando la tavola dall’idea che il mondo di oggi possa davvero tornare ad essere frammentato.

Nell’immagine: Trump nel giorno dell’annuncio dei dazi


Il fattore Germania

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Di Paolo Gentiloni, La Repubblica

Il nuovo governo tedesco che il 6 maggio avrà la fiducia del Bundestag è destinato a cambiare molte cose. Innanzitutto in Germania, dove con un massiccio piano di investimenti pubblici da 100 miliardi l’anno il governo cercherà di rilanciare le sorti di un modello economico in profonda crisi. Ma ancor più in Europa e in politica estera.

È qui che, in tempi di tumultuosi cambiamenti, la leadership del cancelliere Merz va osservata da vicino perché potrebbe esercitare un ruolo chiave, magari in sintonia con Ursula von der Leyen.

L’accordo di governo tra Cdu-Csu e Spd non può più definirsi una Grosse Koalition: un tempo quei partiti rappresentavano i due terzi del Parlamento, oggi sono riusciti a fare una maggioranza per un soffio. Ma sono partiti a razzo, modificando il freno “costituzionale” al debito, addirittura con i due terzi del Parlamento della precedente legislatura, riunito nella sua ultima seduta.

L’intesa sul programma è stata poi raggiunta piuttosto rapidamente. L’Spd, indebolita dal modesto risultato elettorale, ha accettato una linea dura sull’immigrazione, ottenendo in cambio solide posizioni ministeriali e, in prospettiva, l’incremento del salario minimo fino a 15 euro. Sullo sfondo, dopo una improvvida apertura di Merz in campagna elettorale, c’è l’impegno comune ad arginare l’Afd, una destra estremista secondo la definizione ormai ufficiale dell’intelligence tedesca.

La capacità di mettere un argine all’Afd andrà dimostrata nei fatti, ma la svolta di una Germania che investe su infrastrutture, difesa, innovazione e transizione verde non è comunque trascurabile e avrà un impatto europeo.

Sarebbe tuttavia un errore attendersi risultati immediati. La congiuntura tedesca resta infatti tutt’altro che favorevole, con previsioni di crescita zero per quest’anno. E i problemi maturati nell’ultimo ventennio e diventati evidenti dopo il Covid non spariranno in pochi mesi.

L’economia è resa vulnerabile dalla rinuncia forzata al gas russo a buon mercato, dal rallentamento della globalizzazione che indebolisce un sistema tutto orientato verso l’export. E più in generale da un’industria che, per quanto solida ed eccellente, resta ancorata a un’idea di competitività del secolo scorso, mentre innovazione tecnologica e servizi finanziari non sono certo all’avanguardia, neppure per gli standard europei.

Non mi aspetto dunque nuovi miracoli tedeschi, mi aspetto piuttosto un forte ruolo europeo. Subito dopo la vittoria elettorale Friedrich Merz, atlantista convinto in un Paese che nel corso dei decenni aveva nutrito molte illusioni sulla Russia, si è schierato dalla parte dell’Ucraina e ha detto chiaro e tondo che mira a «rafforzare l’Europa al più presto così da acquisire una reale indipendenza dagli Usa».

Ora il nuovo governo tedesco vede la luce subito dopo la conclusione dei primi 100 giorni dell’amministrazione Trump, 100 giorni che hanno consumato 80 anni di fiducia transatlantica e fatto scendere una nube di incertezza sull’economia mondiale, peggiorando tutte le previsioni, specie quelle relative agli stessi Stati Uniti.

L’Unione europea ha risposto all’ondata di annunci e di decisioni della Casa Bianca muovendosi finora nella direzione giusta, con fermezza, responsabilità e unità. Ma non certo con la velocità necessaria. Ora, con l’insediamento del nuovo governo tedesco, si creano forse le condizioni per accelerare.

Questa accelerazione non può essere solo tedesca. E ci sono tutte le condizioni perché il nuovo governo e il suo leader Merz ne siano consapevoli. Vale per il negoziato sui dazi commerciali con Trump, che deve essere guidato dalla Commissione.

Vale in modo particolare e fortemente simbolico sugli ulteriori fondi comuni per la difesa che sono necessari dopo il primo passo del fondo Safe. Vale in generale per il rafforzamento dell’euro e del suo ruolo di safe asset, di recente evocato anche dal presidente della Bundesbank. Insomma una Germania più forte è nell’interesse di tutti, a condizione che si muova in chiave europea.

Mi aspetto nelle prossime settimane un rilancio del binomio franco-tedesco, dopo un periodo di raffreddamento. A Merz e Macron, che hanno in comune la necessità di fronteggiare la sfida della destra di Afd e Le Pen, non è certo sfuggita la domanda di fermezza nella difesa dei valori delle democrazie liberali e del multilateralismo che ha portato ai successi elettorali di Carney eAlbanese in Canada e in Australia.

In fondo, contro il nazionalismo sovranista, la contrapposizione a Trump si è rivelata più utile dell’inseguimento di linguaggi e obiettivi dell’estrema destra stessa.

Il rilancio della collaborazione tra Parigi e Berlino avrà probabilmente un occhio di riguardo verso la Polonia, anche attraverso il cosiddetto Triangolo di Weimar. A maggior ragione è auspicabile un ruolo attivo dell’Italia.

La natura stessa della coalizione al governo in Germania è una opportunità per spingere, maggioranza e opposizione con i rispettivi interlocutori, su obiettivi condivisi, a partire dal finanziamento dei beni comuni europei.

Nell’immagine: Berlino, 28 aprile, Friedrich Merz


L’Europa che ripudia il cristianesimo rischia di minare la propria esistenza

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Nei commenti e nelle discussioni intorno al Conclave che si apre per la successione a papa Bergoglio sembra mancare una piena coscienza del significato e del peso che le vicende della Chiesa cattolica possono avere sui destini politici dell’Europa e dell’intero Occidente. O forse che non possono più avere – e anche questo segnerebbe radicalmente il nostro tempo.

La cattolicità, e cioè l’universalità dell’Annuncio cristiano, rivolto a tutte le genti, di ogni cultura, tradizione, lingua, oltre ogni confine statuale o istituzionale, si è salvata, pur tra mille contraddizioni, per l’opera della Chiesa di Roma. Il carattere nazionale, l’integrazione a sistemi politici determinati hanno finito col prevalere in tutte le altre confessioni.

Testimonianze di grande valore teologico e filosofico sul significato di quell’Annuncio si esprimono certo anche dal loro interno, ma appunto come testimonianze, spesso in antitesi con lo spirito e l’azione delle loro Chiese. In quella di Roma si tratta invece di grande forma politica: non c’è Cristianità senza di essa; non c’è salvezza senza la Chiesa universale. La stessa forma-Stato del Moderno, che lo spirito europeo «inventa», vorrebbe, alle sue origini, imitare tale grandiosa idea e, anzi, competere con essa: l’individuo perderebbe ogni sostanzialità se non si riconoscesse parte e soggetto del sistema statuale, nella stessa tensione di quest’ultimo a trasformarsi in Impero, e cioè a far valere una propria, secolare cattolicità.

La vita culturale e politica dell’Europa è stata segnata da tali rapporti e contrasti. La Cristianità si è divisa, i conflitti al suo interno hanno fatto tutt’uno con la perenne guerra per l’egemonia tra i suoi Stati, fino al loro suicidio politico con le due Grandi Guerre. Ma che di bellum civile si trattasse, e che questo non potesse avere esito diverso, la Chiesa di Roma ne fu sempre, nella sostanza, cosciente. Ogni forma di nazionalismo o sovranismo statuale contrasta la sua natura di fondo. Il centro, l’Urbs-Roma consiste nel suo stesso irradiarsi. La determinazione territoriale assume qui un valore soltanto simbolico, essa rappresenta l’unità originaria da cui ogni differenza proviene e a cui fa ritorno. Il Globo che questa forma spirituale-politica disegna è formato dal riconoscimento pieno e reciproco delle differenze al suo interno, riconoscimento da cui non potrebbe prodursi alcuna guerra civile.

La cattolicità della Chiesa è stata segno di contraddizione rispetto alle forme che ha assunto il processo economico-politico della globalizzazione. Questo secolare contrasto è riemerso prepotente con papa Bergoglio. Ma esso riguarda ancora l’Europa? Anche dopo il crollo della respublica christiana medievale, la Chiesa cattolica ha continuato a rappresentare la Cristianità come il fattore essenziale dell’unità europea. Se una «famiglia» europea era riconoscibile nel fuoco delle stesse guerre civili che la devastavano, questo si doveva prima di tutto al suo essere cristiana. Ciò fondava la possibilità dell’efficacia anche sociale e politica della predicazione della Chiesa. Il richiamo all’unità cristiana costituiva il fondamento della critica a ogni statolatria, totalitaria e non, così come a ogni liquidazione della responsabilità politica nel governo dei processi economico-finanziari. Per la Chiesa l’Occidente europeo in tanto poteva ascoltare e assumere questa destinazione, in quanto centro della Cristianità.

Vale ancora, vale ancora almeno in parte, questo complesso di idee? Bergoglio lo ha posto drammaticamente in discussione. La cattolicità non può più avere l’Europa al centro, poiché la Cristianità europea non esprime più alcuna energia irradiante. Potrà riceverne «da lontano» e così rivitalizzarsi? Suona speranza contro ogni speranza. Oggi la sola speranza non cieca appare quella che si può riporre nelle forme extra-europee che ha assunto l’esperienza cristiana. È incredibile come le èlites politiche europee, da parte loro, si mostrino ignoranti di questo dramma, come se esso non le riguardasse. Quale mai altro collante può sostituire quello cristiano perché le nostre nazioni si riconoscano una famiglia? L’euro, il mercato, o magari la guerra alla Russia? Il dramma della Chiesa di Roma fa tutt’uno ancora una volta con quello della politica europea.

Forse un Papa che richiamasse tutti al dramma di un’Europa radicalmente scristianizzata potrebbe risvegliare qualche coscienza, mentre un Papa che venisse da ancora più lontano finirebbe forse col rappresentarne l’inesorabile epilogo. Lo Spirito illuminerà il Conclave. Nel frattempo meditiamo su immagini rivelatrici nella loro stessa spettacolare volgarità: una volta c’erano Imperatori che lottavano per affermare la propria Auctoritas contro la Chiesa, che vivevano la nobiltà, se si vuole, di questo conflitto.

Ora l’indifferenza abissale del potere politico rispetto a ogni valore che non siano quelli del mercato si rispecchia perfettamente nell’icona di Trump-Papa. Essa è segno certamente di una crisi radicale della Cristianità, ma ancora più della cecità della cultura politica dell’Occidente, che crede di poter continuare a esistere al di là di ogni religione che non sia quella dello scambio e dell’indefinito sviluppo, e deride demolendole le proprie stesse fondamenta.


Sarah Parenzo – Il richiamo dei riservisti, Israele fra divisioni e incertezze

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Privatizzare la fame di Gaza, Israele verso l’intesa con gli Usa

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Di Eliana Riva, il manifesto

Israele è vicino a un’intesa con gli Stati uniti sulla creazione di un meccanismo di distribuzione degli aiuti a Gaza totalmente controllato da Tel Aviv. Lo rivela l’agenzia Axios, citando due fonti israeliane e una americana. Il progetto coinvolgerebbe una fondazione internazionale e diverse società private. Il Times of Israel fa sapere che anche se il governo non ha ancora approvato, l’apparato della sicurezza e i consiglieri del premier Netanyahu sostengono favorevolmente il piano.

Che sarebbe quello di consentire l’ingresso di «scatole di cibo». Una per ogni famiglia di Gaza. Il rappresentante designato da Israele dovrà recarsi il giorno e l’ora stabiliti a ritirare la razione, che dovrebbe durare per una settimana. Sarà l’esercito a richiamarlo quando riterrà che, secondo i propri calcoli, il cibo sarà terminato. A consegnare i pacchi ci penseranno diverse società private. La composizione delle scatole sarebbe formulata calcolando il numero minimo di calorie indispensabili per la sopravvivenza.

LA COSIDDETTA «fondazione internazionale» dovrebbe comprendere stati ed entità che finanzieranno gli aiuti. Gli Usa hanno dichiarato, secondo Axios, di aspettarsi che tutte le Nazioni unite e le agenzie umanitarie accettino di lavorare all’interno del meccanismo. L’Onu e le organizzazioni internazionali hanno già dichiarato che è impensabile che un dispositivo di distribuzione e assegnazione tanto grande e complicato venga affidato da un giorno all’altro a privati ignari delle condizioni sociali ed economiche dei due milioni di abitanti.

L’OBIETTIVO DICHIARATO di Israele è quello di evitare che gli aiuti giungano nelle mani dei combattenti di Hamas. Ma chi è di Hamas a Gaza? Tel Aviv ha pubblicato in passato decine di liste di proscrizione, contenenti numerosi e spesso imbarazzanti errori. Centinaia di palestinesi arrestati a Gaza con l’accusa di far parte di Hamas sono stati liberati, a volte dopo mesi di detenzione arbitraria, assolti da ogni sospetto. E ancora, dopo averli ammazzati o deportati, Israele ha descritto come membri del gruppo islamico giornalisti, medici, insegnanti, spesso anche bambini, senza fornire alcuna prova a riguardo.

Che fine farebbero queste persone? Sarebbero condannate a morire di fame insieme a tutta la loro famiglia, mentre guardano i vicini di tenda sopravvivere con le briciole concesse dallo stato occupante? In ogni caso, il piano dovrebbe essere pronto entro la fine del mese, quando Israele prevede di «espandere» le manovre militari di terra.

INTANTO A GAZA si continua a morire di fame. Almeno 57 palestinesi sono deceduti per gli stenti dal 7 ottobre 2023 a oggi, riportano le autorità della Striscia. L’agenzia turca Anadolu ha scritto che ieri un bambino è morto per malnutrizione e disidratazione in un letto dell’ospedale pediatrico di Al-Rantisi, a Gaza City.

Un pescatore è stato colpito a morte dalle navi israeliane e almeno due persone sono state uccise nell’ennesimo attacco alle tende di al-Mawasi, che Israele continua a definire «zona sicura» nonostante i raid giornalieri. Due donne sono state ammazzate dal bombardamento che ha colpito la loro casa ad al-Fakhari, vicino Khan Younis. L’area rimane quella maggiormente bersagliata in questi ultimi giorni, il numero delle vittime è molto alto e spesso comprende interi nuclei familiari, spazzati via dai registri civili. Ieri si sono tenuti i funerali delle 11 persone uccise nell’ultimo sanguinoso attacco.

Tra giovedì e sabato i bombardamenti di Tel Aviv hanno ammazzato 70 palestinesi e ne hanno feriti 275.

Nell’immagine: ancora due bambini vittime dei bombardamenti israeliani su Khan Younis, nella Striscia di Gaza


Papa Donald e il limite di tolleranza delle democrazie

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Di Andrea Malaguti, La Stampa

“Feci quod potui, faciant meliora sequentes” (“Ho fatto quello che ho potuto, facciano meglio coloro che verranno dopo”).
motto latino

L’intelligenza artificiale restituisce con la surreale precisione dei meme le fantasie mai nascoste di un presidente americano in pieno e lucido delirio di onnipotenza. Donald Trump in posa benedicente, con l’abito talare bianco, la mitra, il crocifisso al collo, con quel grugno duro, sempre uguale all’arrogante sé stesso, e il dito teso come se fosse un minaccioso zio Sam, sintetizza amaramente il momento buio di un intero pianeta. C’è un bullo al volante.

Un messaggio ridicolo, spaventoso e diretto che fa infuriare anche la curia di New York: “L’unico vero Papa sono io. È Dio che mi ha scelto”. Una fotografia da narcisista patologico, che gli account ufficiali della Casa Bianca rilanciano con gioia. Non è stato lo stesso macchiettistico Tycoon a dire, tra il serio e il faceto, che la sua prima scelta per il Sacro Soglio sarebbe lui stesso? L’ecumenico programma è piuttosto noto.

Fuori gli immigrati, stop alla contaminazione islamica, potere ai maschi bianchi assetati di denaro e fieri oppositori dei parassiti di Bruxelles. Ci si può scherzare sopra, volendo. Oppure rassegnarsi al fatto che siamo in caduta libera. È il meme vestito da Pietro che tratta, in nome dell’Occidente, con Putin e Xi Jinping. L’Uomo a Stelle e Strisce si sente (absit iniuria verbis) Unto del Signore e pretende non tanto che gli venga baciato l’anello, quanto – come ama spiritosamente ripetere – che gli si bacino le terga. Brutta cosa la sindrome di Tourette per un inquilino della Casa Bianca consacrato da 77 milioni di preferenze. Peggio ancora il disprezzo per l’umanità. Non è pazzo il Papa Meme. Semplicemente vede gli altri come moscerini.

Da Washington a Roma, da Berlino a Bucarest, stiamo vivendo una guerra civile dell’anima. Stiamo perdendo quel gesuitico “discernimento” che si spera accompagni le scelte del Conclave da mercoledì prossimo, ma, soprattutto le nostre vite di convinti europeisti, un tempo atlantisti. Non sappiamo più chi siamo. Fa paura. I supposti valori condivisi stanno saltando uno dopo l’altro. È il momento delle democrazie illiberali, degli autocrati e dei carismatici. Leader medievali che si sentono al di sopra delle istituzioni. E chissà se Santa Madre Chiesa farà eccezione.

Esempi alla rinfusa. Oggi si vota in Romania. In testa c’è un candidato che si chiama George Simion. Estrema destra, naturalmente, perché questo richiedono i tempi. Dichiara di stare con Trump e ambisce, putinianamente, ma anche donaldescamente, ad annettere un pezzo di Ucraina e di Moldavia. W la guerra. Allarghiamo i confini. La violenza è virtù. Zang Tumb Tumb. Lo dice, come si potrebbe dire che bisogna alzare le pensioni minime. Secondo i sondaggi, tre elettori su dieci sono d’accordo con lui.

In Gran Bretagna, due giorni fa, Nigel Farage, guru nero di Reform Uk e orgoglioso padre della Brexit, spazza via laburisti e conservatori. Non costringe nessuno. Una marea di inglesi vota e dice: vogliamo te, i tuoi muri, il tuo odio per chi viene da lontano.

Stesso destino per Orban e Fico, guide legittime di Ungheria e Slovacchia. Il palco dello Zar Vladimir li attende per la grande parata del 9 maggio. Stelle incongrue della sgualcita bandiera dell’Unione disunita che cantano e ballano assieme ad un dittatore in carica da un quarto di secolo che, mentre scarica bombe sugli ex fratelli, fa torturare i giornalisti sgraditi e si dichiara paladino delle libertà nel nome dei soldati morti per tutti noi nel secondo conflitto mondiale. Non è un sublime paradosso?

Si potrebbero aggiungere il sostegno di massa a Vox in Spagna e a Le Pen in Francia, ma c’è già pronto, e più fresco, il caso Germania. L’Ufficio Federale per la protezione della Costituzione mette al bando l’Afd. Partito di estremisti che rimpiangono il nazismo e definiscono il popolo secondo criteri etnici. Gente aggressiva e minacciosa. Molto amata da Musk, dal potentissimo Rubio, e, soprattutto, sostenuta da dodici milioni di elettori. E qui torna un quesito, tanto antico quanto apparentemente irrisolvibile. Qual è il limite di tolleranza delle democrazie? A che punto è giusto reagire agli intolleranti? E, reagendo agli intolleranti, non si nega per ciò stesso il principio cardine delle democrazie medesime?

Un rompicapo che nel 1932 ha portato Hitler al potere dopo una consultazione popolare. Com’è successo? Perché può succedere ancora? Come ci si difende?

Per le risposte mi sono affidato alla saggezza di Gustavo Zagrebelsky. Quella che segue è una sintesi, spero non troppo infedele, della chiacchierata.

Considerazione preliminare: in politica, come nella vita, bisogna non trascurare il momento “opportuno”. Nelle democrazie si può determinare l’effetto valanga. Un fiocco prende corpo e rotola diventando sempre più grande fino a trasformarsi in un rullo compressore. Traducendo: le derive antidemocratiche vanno soffocate in culla. Il principio: un tumore devi asportarlo prima di essere invaso dalle metastasi. Il rischio: sembrare antidemocratici, se non addirittura esserlo. Dunque? Le risposte sono molte. Ne scelgo due.

La prima è la cosiddetta soluzione pessimista adottata, ad esempio, dalla Costituzione tedesca che, dagli anni Cinquanta, vieta sia il partito nazista sia il partito comunista. È la strada che prediligono le Democrazie Protette. Siamo tolleranti solo se è tollerante anche chi abbiamo di fronte. Per questo l’Afd finisce all’indice. È un’ipotesi comprensibile ma non facilmente digeribile, ed evidentemente incardinata a una contraddizione. Fuorilegge l’Afd, fuorilegge dodici milioni di tedeschi?

Seconda soluzione, quella ottimista, sostenuta da Norberto Bobbio. Bisogna credere nella natura umana ed essere tolleranti fino in fondo, fino al limite estremo, perché è solo con questo esempio che si spingono tutti dalla parte giusta della Storia. Magnifica e forse poco pratica teoria, che ciascuno di noi può cercare di sostenere soltanto con il proprio comportamento quotidiano. Per stare ai latini: “Feci quod potui, faciant meliora sequentes”. “Ho fatto quello che ho potuto, facciano meglio coloro che verranno dopo”.

L’Occidente attraversa una crisi di rigetto. E a gridare più forte il proprio dolore sono i Paesi più ricchi. Gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania e l’Italia, dove Giorgia Meloni, a differenza di Donald Trump, ha scelto una linea più equilibrata del previsto, rinviando sine die il giorno del giudizio. Non siamo poveri, ma abbiamo paura di diventarlo ogni giorno di più, mentre il Sud del pianeta approfitta della tanto esecrata globalizzazione per rialzare la testa. Nel gioco dei vasi comunicanti, larga parte degli esseri umani è uscita dalla povertà negli ultimi 35 anni, mentre noi ci abbiamo rimesso qualcosa. E dunque guardiamo indietro con nostalgia. Ma ogni passo che ci allontana dalla globalizzazione e dalle sue folli regole da rivedere, ci avvicina alle guerre, come se il Novecento non avesse insegnato nulla.

Da qui due ultime considerazioni. Il Conclave, così pieno di uomini anziani, è capace però di restituirci una speranza ecumenica vera. La mediazione è possibile. La Chiesa delle cento lingue, all’improvviso si rivela – forse involontariamente – portatrice di un disegno geopolitico largo. Un’agenzia della globalizzazione che si contrappone all’unilateralismo del Papa Meme. Un’altra prospettiva esiste, come sembrano dimostrare il Vaticano, il Canada e, da ieri, l’Australia.

Infine, Putin. Il Tiranno con cui siamo obbligati a trattare e i cui uomini minacciano di fare scomparire la riottosa Ucraina il dieci maggio, si suppone con un’atomica. È lui che guida l’esercito spietato che ha fatto a pezzi Viktoriia Roschyna. Aveva 27 anni, era nata nella stessa città di Zelensky ed era entrata nei territori occupati dai russi. Era inflessibile, assetata di verità, guidata dal demone del giornalismo. L’hanno catturata gli agenti segreti del Cremlino. L’hanno torturata con l’elettroshock, affamata, rasata a zero, umiliata fisicamente e psicologicamente.L’hanno imbottita di farmaci, le hanno spezzato le ossa, tagliato le gambe e le braccia. Pretendevano informazioni che non hanno ottenuto. L’hanno trasformata in uno scheletro e quando il suo cuore non ha più retto, dopo averla probabilmente strangolata, le hanno tolto gli occhi, il cervello e una parte della trachea. Poi l’hanno infilata in un sacco e rispedita a casa. Per identificare i suoi resti mutilati è stato necessario l’esame del Dna. Così agisce il governo Putin. Sarà bene saperlo quando ci si siederà di fronte a lui facendo finta che in questi tre anni sarebbe stato sufficiente dargli due pacche sulle spalle, invitarlo a cena, magari assieme a Trump, e dirgli: dai Vladimir, facciamo la pace.


La rivoluzione “terrestre” di Francesco

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Di Guido Viale, il manifesto

Papa Francesco era «reazionario»? In diversi lo hanno sostenuto durante tutto il corso del suo pontificato, ma ora, proprio mentre nel rendergli omaggio esplode la mobilitazione di popolo e di leader, mondiali e no, questa accusa torna a farsi avanti con più insistenza.

Le motivazioni sono sempre le stesse; non aver dato battaglia su questioni cosiddette “sensibili” (ma le altre non lo sono?): aborto, fine vita, “gender”, omosessuali, divorziati, sacerdozio femminile; e poi, quella «frociaggine», che Francesco riferiva allo stile di vita ipocrita di molte gerarchie vaticane, ecc.

Sono i temi dottrinali ricorrenti agitati dalla “destra” tradizionalista cattolica sui quali fin dall’inizio si erano concentrati i suoi avversari per metterlo in difficoltà. Su di essi le posizioni di Francesco non si sono discostate gran che da quelle dei suoi predecessori. Però Francesco non ha mai messo sotto accusa qualcuno («chi sono io per giudicare?») se non l’atroce volta in cui ha chiamato sicari i medici che praticano l’aborto. E i suoi atteggiamenti, soprattutto nei confronti di persone transgender e omosessuali, divorziati e lavoratrici del sesso, sono sempre stati di grande apertura; che gli è stata sistematicamente rinfacciata dai suoi avversari.

È difficile dire se l’attitudine tradizionalista di Francesco su quei temi sia riconducibile a convinzioni maturate fin dal suo accesso al sacerdozio o a mera diplomazia (in fin dei conti era un papa, il “capo di Stato” al governo di un nido di vipere). Ma su quei temi Francesco ha cercato il più possibile di eludere un confronto frontale con i suoi avversari, relegando tutto ai sinodi, per concentrarsi su quelli evangelici, che gli stavano a cuore: la povertà, i migranti (prima e insopprimibile difesa della vita che c’è), i carcerati, lo scarto (umano e non), l’ingiustizia, la pace e le guerre (altro tema che riguarda soprattutto la vita di chi le subisce), l’Islam (la religione di “infedeli” e “terroristi”), la santità del creato e di tutte le vite, anche quelle non umane (temi, questi ultimi, eminentemente francescani). È questo l’universo di senso che ha spinto i suoi critici, ben più dei suoi avversari diretti, ad accusarlo di “populismo”: si tratta di temi che è facile menzionare nei discorsi, ma con cui è molto difficile confrontarsi nei fatti, se non con la testimonianza di uno stile di vita sobrio e con le tante missioni, nei più diversi ambiti, che hanno visto Francesco impegnato senza sosta.

Ma poi, quale populismo? Sembra quasi – e infatti è proprio così – che per non essere populisti di questi temi non ci si debba proprio occupare, i problemi veri sarebbero altri: l’economia, lo sviluppo, la produttività, la crescita, il benessere, la “sicurezza”, ecc. Naturalmente la guerra, soprattutto quella in Ucraina (su quella in Palestina e sulle tante altre nel mondo meglio soprassedere), ha visto i fautori dell’alternativa tra “vittoria” e “resa” inorridire di fronte all’invito pressante di farle innanzitutto cessare. In realtà Francesco non ha fatto che mettere in luce le conseguenze disastrose, sia per gli esseri umani che per il creato, delle politiche che si vantano di non essere populiste.

La contrapposizione tra tematiche evangeliche e tematiche dottrinarie (molte delle quali ben poco interferiscono con lo scorrere dei giorni e della storia) ha finito per porre in ombra il contenuto teorico e pratico più innovativo, dirompente e rivoluzionario del pontificato di Francesco: l’aver spostato l’asse della visione del mondo dall’”uomo” (naturalmente maschio), cui la tradizione giudaico-cristiana assegna il dominio sulla Terra e sulle sue “risorse” (naturalmente economiche), al “creato”, evidenziando e santificando la continuità tra gli esseri umani e tutto il vivente, ivi compresa la Terra, il cui grido di dolore l’umanità non sa ascoltare; e per questo non riesce ad ascoltare nemmeno il grido degli oppressi.

Questo snodo fondamentale – non si può provare né praticare compassione, misericordia e vera solidarietà per chi tra noi è oppresso e sfruttato se non si coltivano queste stesse passioni anche nei confronti della Terra, del “creato” – sembra essere sfuggito a molti di coloro che hanno visto in Francesco “solo” il difensore degli ultimi; o l’autorità che ha ufficializzato e accolto tra i temi rilevanti, sia per la religione che per i non credenti, “anche” l’ecologia: intesa come difesa dell’ambiente e lotta contro la crisi climatica.

Ma è sfuggito, quel nodo, soprattutto ai critici che gli rinfacciano mancanza di dottrina, pressapochismo, faciloneria, incapacità di confrontarsi con le LORO problematiche, quelle che li tengono occupati; e che non si sono accorti che in realtà Francesco ha cercato – ma non si sa quale ne sarà il seguito – di introdurre non solo nella religione cattolica, ma anche e soprattutto nella cultura e nella sensibilità del nostro tempo, un approccio alla realtà fondato sull’ecologia integrale. Cioè un approccio che costringe a trattare i problemi dell’umanità – e soprattutto della parte più povera e diseredata di essa – nell’indissolubile legame con le loro radici “terrestri”, con il rapporto che ciascuno di noi, e tutti insieme, intratteniamo con le basi materiali delle nostre esistenze; con il modo in cui ci relazioniamo con la vita che ci circonda; quella da cui traiamo il nostro nutrimento, il nostro – relativo e molto differenziato – benessere, ma anche il senso della bellezza: componente ineludibile di un’esistenza sana (santa?) e base di ogni relazione positiva con i nostri simili. Come san Francesco aveva intuito e predicato.


Ucraina, la terra in cambio della sicurezza

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

La terra in cambio della sicurezza. La diplomazia sembra risucchiata dal primordiale e il potere, dopo l’accumulo di simboli di cui si è rivestito attraverso i secoli scambiando segni, immagini, emblemi per significare subordinazione o comando, ritorna a negoziare la sostanza primaria del suolo.

È un richiamo all’ordine: la politica sembrava ormai smaterializzata per viaggiare sull’onda istantanea del virtuale, la leggerezza e la velocità sostituivano un messaggio all’altro cancellando ogni ancoraggio con il reale, la frontiera si spostava su Marte scegliendo il cosmo infinito come spazio del futuro.

E invece la terra ritorna merce di scambio e bene prezioso, soprattutto unità di misura che ci riporta alla materialità del luogo, della dimensione e del valore, criteri che sembravano prigionieri del secolo scorso. La geologia corregge l’ideologia: o almeno ci prova.

Già avevamo assistito all’ossessione territoriale di Donald Trump, manifestata subito dopo la rielezione, con il presidente di un Paese esteso per quasi dieci milioni di chilometri quadrati che dichiarava la sua volontà di annettere agli Usa il Canada, di impossessarsi della Groenlandia e di controllare Panama. Senza nessuna base di diritto e senza alcun rispetto per la geografia disegnata dalla storia, ma con una semplice proiezione di potere che di fatto assolveva a posteriori le pretese sull’Ucraina da parte del Paese più grande del mondo, la Russia.

Le potenze potevano prendere tutto ciò che a loro serviva, diceva infatti la nuova dottrina di Washington, senza bisogno di mettere una ragione in campo. Bastava che lo volessero: era la logica degli Imperi, che trasformava gli altri Paesi in sudditi, rompendo il codice comune in cui tutti si riconoscevano e che garantiva la coesistenza pacifica.

Poi, un passo in più con la contesa per il sottosuolo, che vede la Cina in vantaggio con la produzione di quasi il 60 per cento delle “terre rare”, quegli elementi con proprietà magnetiche ed elettrochimiche tali da renderli indispensabili nelle tecnologie più avanzate, dall’elettronica all’aerospaziale, all’automotive, alle energie rinnovabili, alla difesa, alla medicina.

L’America lanciava l’allarme per il dominio cinese del mercato del futuro, e Trump l’autorizzava a impadronirsi delle terre rare là dov’erano più direttamente a portata di mano, cioè in Ucraina, approfittando della debolezza del Paese dopo tre anni di guerra.

Una perfetta applicazione della logica neo-imperialista: l’America ha bisogno di quelle risorse naturali, l’Ucraina le possiede ma la sua sovranità è logorata dal conflitto, dunque l’America si prende ciò che le serve. Anzi, secondo il primo schema dell’intesa, gli Usa imponevano a Kiev la restituzione di 300 miliardi di dollari per ripagare il sostegno militare di Washington (che gli esperti calcolano in 120 miliardi).

Dunque le terre rare non costavano nulla, perché sarebbero finite agli Usa in conto compensazione degli aiuti nella guerra, con un calcolo posticipato di un pedaggio che nessuno aveva mai contrattato e previsto. Trump fissava a posteriori il prezzo e pretendeva il pagamento per le politiche decise dai suoi predecessori: cancellando l’obbligo occidentale di difendere i valori della libertà, del diritto, della democrazia, la solidarietà si trasformava in solvibilità: segue fattura.

Questo prospetto d’intesa era inserito nel piano negoziale concordato tra Usa e Urss per arrivare a una tregua e a un negoziato, con l’Ucraina che doveva semplicemente firmare le clausole altrui, senza aver concorso a scriverle.

Questa condizione in diplomazia si chiama con una parola precisa, che non è pace, ma capitolazione: cioè l’accordo firmato da una parte che si arrende al nemico, riconoscendosi vinta, senza alcuna potestà negoziale, dunque senza alcun diritto. Umiliato alla Casa Bianca, ingiuriato dal presidente Usa, offeso dal suo vice, deriso da molti occidentali che poco per volta hanno rovesciato su di lui la responsabilità del conflitto, Zelensky non ha accettato l’imposizione, e dall’incontro con Trump in San Pietro ha provato a riequilibrare l’accordo.

Due circostanze lo hanno aiutato: la prima è la resistenza di Mosca — che vuole fare un boccone solo delle terre conquistate — ad accettare un vero percorso negoziale, dove gli interessi della Russia si troverebbero inevitabilmente a fare i conti con le ragioni dell’Ucraina.

Putin ha usato ben volentieri la veemenza imperiale di Trump come uno spazzaneve che ha sgomberato il campo liberando il terreno, ma alla prova del nove si è sottratto, ha preso tempo, perché diffida di concludere con un compromesso un’avventura cominciata con l’invasione di un Paese sovrano. Abbattuta fin dall’inizio una regola fondamentale della convivenza civile, perché negoziare alla fine su regole minori invece di affidarsi integralmente alla forza, affinché finisca il suo lavoro?

La mossa del Cremlino ha spiazzato Trump, che è rimasto a metà strada. Deluso da Mosca, bisognoso di risultati, il presidente Usa si è voltato verso Kiev, cercando di massimizzare l’intesa sulle terre rare.

E qui si è aperto un nuovo spazio negoziale per Zelensky che pur con le spalle al muro ha rovesciato lo schema della capitolazione: non ci sono più debiti ucraini per gli aiuti pregressi; l’Ucraina mantiene l’intera proprietà e il totale controllo del suo sottosuolo, cioè la piena sovranità sulle sue risorse naturali; nasce un fondo di investimento paritario per progetti di sfruttamento minerario ed energetico; la quota americana verrà calcolata in base alle forniture militari future; per dieci anni i profitti verranno reinvestiti in Ucraina per la ricostruzione del Paese; per la prima volta dell’era Trump la Russia nell’accordo viene definita “l’aggressore”, mentre si indica come obiettivo congiunto “un’Ucraina pacifica, sovrana e resiliente”; infine l’intesa prende atto del percorso occidentale di Kiev, che porterà l’Ucraina nella Ue.

Ma è il non detto il punto più importante dell’intesa: pur non essendoci le clausole di sicurezza garantite all’Ucraina dagli Usa, come aveva richiesto Zelensky, questa partnership industriale costituisce di fatto un “protettorato economico” americano su Kiev, che responsabilizzerà inevitabilmente il governo di Washington nella difesa dell’Ucraina, come dimostra l’immediata decisione di Trump di autorizzare il primo invio di armi a Kiev della sua presidenza, per un importo di 50 milioni di dollari.

Il capitolo della guerra e della pace dedicato alle terre rare dimostra dunque la necessità che l’Ucraina partecipi a qualsiasi negoziato di tregua, di trattativa, di pace spezzando l’autosufficienza degli Imperi, magari anche con la presenza al tavolo dell’Europa. Per prendere atto, tutti, che la terra impone la sua logica alla politica, costretta a correggere la sua fede postmoderna nell’immateriale onnipotente, dopo aver compreso per la prima volta del secolo nuovo che chi controlla le materie prime controlla il futuro.

Nell’immagine: terre rare in Ucraina


Intellettuali e potere

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Da secoli il rapporto tra intellettuali e potere oscilla tra complicità e rottura, lusinghe e rifiuti, intimidazioni e dissenso. D’oltre Atlantico giungono ora notizie che non possono non inquietare, ossia il tentativo di incavezzare gli atenei tramite la sospensione dei contributi finanziari. Sono metodi di ricatto che pensavamo fossero estranei alla tradizione liberale degli Stati Uniti, e invece…

Il Manifesto di Gentile

La vicenda, fatta la dovuta tara, ci riporta alla mente un episodio che cent’anni or sono, tra l’aprile e il maggio del 1925, scosse il mondo accademico, e non solo. Prese l’iniziativa il filosofo siciliano Giovanni Gentile, che in coda al Congresso per la cultura fascista tenutosi a Bologna alla fine di marzo si assunse il compito di redigere un documento avente per scopo di far conoscere innanzitutto all’estero quali fossero natura e obiettivi di un movimento che esibiva «l’orgoglio di aver salvato la civiltà dell’Europa». Vedeva così la luce il «Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni», in cui l’estensore esaltava da un lato l’impresa di Benito Mussolini e dall’altro il valore morale del regime, incarnazione vivente e combattente dell’«antico spirito italiano». Il testo celebrava inoltre il carattere «religioso» del fascismo, la vita e la grandezza della Patria, «fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse alla vita, alla grandezza della Patria». Di fronte ai guasti provocati dalla vecchia e decrepita politica «demosocialista» si era reso necessario sospendere le libertà costituzionali per fondare un ordine nuovo, argine «alle forze disgregatrici antinazionali» e propulsore di «fatti audaci di alto contenuto morale». Già in precedenza Gentile si era proposto di illustrare le caratteristiche del regime, in una conferenza intitolata «Che cosa è il fascismo» (8 marzo 1925), ove aveva insistito sullo Stato etico e sull’identità tra sfera privata e sfera pubblica: «Signori – esclamò in quell’occasione – il fascismo è un partito, una dottrina politica», ma questa sua vocazione sussiste «in quanto prima di tutto è una concezione totale della vita. Non si può essere fascisti in politica e non fascista, come ricordavo testè alla Sezione del fascio, in scuola, non fascisti nella propria famiglia, non fascisti nella propria officina». Il fascismo – avrebbe poi precisato nel Manifesto – «è concezione austera della vita, è serietà religiosa, che non distingue la teoria dalla pratica, il dire dal fare, e non dipinge ideali magnifici per relegarli fuori di questo mondo».

La reazione di Croce

L’iniziativa gentiliana non poteva rimanere senza risposta, e difatti il suo ex amico e collaboratore Benedetto Croce si fece interprete dei sentimenti degli oppositori, che in quell’anno erano ancora numerosi e pugnaci. Il contro-manifesto apparve qualche settimana dopo, il primo maggio, pagine in cui gli intellettuali antifascisti elencarono le ragioni della loro contrarietà, evidenziando quanto fosse erroneo contaminare politica e letteratura, politica e scienza, «che quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno errore generoso». Si era in presenza di un «imparaticcio scolaresco» in cui la stracitata «religione» serviva unicamente a legittimare un uso spregiudicato dell’azione politica.

Il duello Gentile-Croce fece scalpore. Ambedue godevano di notevole fama, in Italia e fuori confine: filosofi capifila dell’idealismo si erano proposti di raccogliere l’eredità dei patrioti risorgimentali, così da conferire alla nuova Italia unita onore e prestigio internazionale. Tuttavia le traiettorie avevano preso a divaricarsi già durante la Grande Guerra del 14-18. Croce si era mantenuto fermo sui princìpi liberali, mentre Gentile già inclinava verso una concezione autoritaria della politica, per poi avvicinarsi all’ex socialista Mussolini. Durante il ventennio indossò i panni del «filosofo in camicia nera» (titolo della biografia che gli ha dedicato lo storico Mimmo Franzinelli), dirigendo iniziative editoriali come l’Enciclopedia Treccani e presiedendo varie istituzioni culturali, tra cui la Normale di Pisa. Portava il suo nome una riforma della scuola che aveva nel liceo classico il suo perno.

Il fascismo totale

Quel memorabile scontro, che sanciva la definitiva rottura tra i due, si ripercosse anche sui discepoli, a lungo convinti che gli orizzonti ideali di Croce e Gentile coincidessero. Da quel momento bisognava scegliere da che parte stare: o con l’uno o con l’altro, con scarse vie di fuga (che pur ci furono). Ma ormai la battaglia, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti nel 1924, si era fatta impari di mese in mese, fino a sfociare nelle «leggi fascistissime» che annullavano tutte le garanzie costituzionali, come l’esistenza dei partiti e la libertà di stampa. Il fascismo si faceva totalitario, con l’ambizione di condizionare la quotidianità del popolo italiano, attraverso la scuola, i sindacati, il dopolavoro, le politiche procreative, le colonie per l’infanzia e i raduni ginnici, la stampa, la radiofonia, il cinema.

La ferita tra Gentile e Croce rimase aperta fino al 1943, fino all’adesione del primo al regime criminale e filonazista della Repubblica di Salò. Il filosofo dell’atto puro pagò con la vita quel suo ultimo, estremo gesto di fedeltà al duce. Il 15 aprile del 1944 un nucleo di partigiani comunisti appartenenti al GAP (Gruppo di Azione Patriottica) lo uccise mentre rientrava nella sua dimora fiorentina (l’operazione è ricostruita nel dettaglio nel volume La sentenza di Luciano Canfora).

Fascisti e comunisti

Il rapporto tra gli intellettuali e la politica assunse il carattere di urgenza al termine della guerra, ma dentro una costellazione diversa, questa volta democratica e repubblicana. Tutti i partiti che avevano condiviso la lotta di liberazione ritennero vitale ripristinare i contatti con gli esponenti dell’intellighenzia che il fascismo aveva perseguitato e incarcerato, oppure inviato al confino. Il leader che subito comprese l’importanza di reclutare gli intellettuali fu Palmiro Togliatti, sulla base di un convincimento che risaliva all’esperienza con Gramsci a Torino nell’immediato primo dopoguerra. Era essenziale, per il partito che alla Resistenza aveva dato il contributo maggiore, ricreare su basi solide la relazione tra la politica e la cultura. Emblematico, in proposito, l’editoriale che Togliatti scrisse sul primo numero di Rinascita, nel giugno del 1944: «Non separiamo e non possiamo separare le idee dai fatti, il corso del pensiero dallo sviluppo dei rapporti di forze reali, la politica dalla economia, la cultura dalla politica, i singoli dalla società, l’arte dalla vita reale. In questa concezione unitaria e realistica del mondo intiero è la nostra forza della dottrina marxista». Colpisce la consonanza di temi e di lessico con il Gentile del 1925. Segno che in fondo le differenze tra le due «dottrine» – quella fascista e quella comunista di osservanza staliniana – non erano poi così abissali nella pretesa di concepire un disegno organico e totalizzante della società.

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: Mussolini e Gentile nel 1932


L’ombra di Putin (ma non solo) incombe sulla Svizzera

Con sollievo per chi crede nei liberi commerci, Trump in un mese ha dimostrato l’impossibilità del protezionismo. 

Di Henry Habegger, Watson

Il peggioramento della situazione della sicurezza nazionale sarebbe dovuto principalmente al Paese citato ben 32 volte nel rapporto di undici pagine: la Russia. La Cina e gli Stati Uniti, al secondo posto, sono citati 19 volte ciascuno.

Il Consiglio federale scrive:

«La Russia ha intensificato la cooperazione con i suoi principali sostenitori nella guerra contro l’Ucraina»

Russia, Cina, Corea del Nord e Iran vorrebbero «plasmare l’ordine mondiale per allinearlo alla propria visione del mondo» e contrastare l’influenza degli Stati Uniti e degli altri Stati occidentali.

La fonte di (quasi) tutti i pericoli

Quando Putin ha adottato una nuova dottrina nucleare nel novembre 2024, «il rischio di un’escalation nucleare si è ulteriormente aggravato». Certo, gli Stati occidentali non sono gli unici a preoccuparsi: Cina e India hanno messo in guardia la Russia dal «rompere il tabù nucleare per la prima volta dal 1945». Ma il fatto che la maggior parte delle potenze nucleari stia rafforzando il proprio arsenale è preoccupante.

La Russia starebbe anche armando la «potenza nucleare della Corea del Nord» con «tecnologia militare avanzata a beneficio del programma missilistico nordcoreano». Se la Corea del Nord disporrà di missili intercontinentali, diventerà anche una minaccia militare per l’Europa e la Svizzera.

Questo avvicinamento della Corea del Nord allo zar Putin crea un nuovo problema: l’influenza relativamente moderata della Cina su Kim Jong-un si sta erodendo, constata il Consiglio federale. Ciò potrebbe portare a nuovi test nucleari.

Putin rende più pericolosa anche la situazione in Africa:

«Le nuove dittature militari in Africa riducono la loro dipendenza dagli Stati occidentali e cooperano sempre più con la Russia».

Nel 2024 la Russia ha intensificato la sua guerra ibrida nei paesi dell’UE e della NATO: «Accetta consapevolmente danni collaterali e vittime civili».

Aumento delle minacce

Secondo il Consiglio federale, il pericolo di un attacco informatico, in particolare alle infrastrutture critiche, è «in costante aumento». Inoltre, «gli attori informatici statali russi e cinesi attaccano l’infrastruttura informatica svizzera per individuare vulnerabilità e spiare obiettivi nel nostro Paese o all’estero».

In vista della conferenza sull’Ucraina, «la Svizzera si è trovata sempre più nel mirino dei media di propaganda russi ed è stata sempre più colpita dalle attività di influenza russe», prosegue il Consiglio federale. Ad esempio, il canale televisivo di Putin Russia Today (RT) avrebbe strumentalizzato «l’attacco con coltello a sfondo jihadista a Zurigo nel marzo 2024» per «influenzare l’opinione pubblica svizzera e minare la fiducia nella Confederazione attaccando frontalmente i servizi di intelligence federali».

Ricordiamo che l’ex consigliere nazionale dell’UDC Roger Köppel e il suo giornale Weltwoche appaiono volentieri di tanto in tanto su RT, il mezzo di propaganda di Putin.

Nel confronto la Svizzera è ancora relativamente sicura

Il Consiglio federale segnala un aumento delle attività di spionaggio di altri Stati in Svizzera. La Svizzera fungerebbe da «zona operativa». Inoltre, «i servizi di intelligence stranieri utilizzano anche persone fisiche e giuridiche svizzere». Secondo il rapporto, aumenta il rischio che la Svizzera «venga utilizzata per preparare o eseguire rapimenti, sabotaggi e attentati all’estero».

Anche la minaccia nel campo del terrorismo e dell’estremismo violento si è aggravata. Nel complesso, tuttavia, «la Svizzera è ancora relativamente sicura in un periodo caratterizzato da crescenti tensioni a livello mondiale». Secondo il Consiglio federale, è improbabile che si verifichi «un attacco armato diretto o un atto terroristico con mezzi di distruzione di massa». Tuttavia, precisa che è necessario rimanere vigili e adattarsi costantemente alle nuove minacce.

Uno dei grandi punti interrogativi è Trump, come scrive il Consiglio federale:

«Non è ancora chiaro in che misura e in che modo gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, vorranno e potranno impegnarsi per la sicurezza dell’Europa e l’ordine mondiale».

Traduzione a cura della redazione