L’America è lontana, il mondo adesso lo sa

 

Di Bill Emmott, La Stampa

Questa settimana il canadese Mark Carney e l’ucraino Volodymyr Zelensky hanno insegnato al mondo intero alcune cose su come trattare Donald Trump. Nonostante ciò, il successo dell’Ucraina ha dimostrato anche che trovare un’intesa con Trump apporta solo benefici limitati, talora perfino inaffidabili. La lezione più importante di tutte, comunque, è che, a prescindere da quali intese si raggiungono, il mondo farà bene da adesso in poi a imparare a fare a meno dell’America. Non possiamo agire come se l’America non esistesse, ma dovremo adattarci a far sì che la sua influenza sia quanto più possibile irrilevante.

Quando hai in comune con gli Stati Uniti un confine di 8.900 chilometri e gli Stati Uniti comprano il 75 per cento delle merci che esporti, è davvero difficile rendere l’America irrilevante. Questa è la realtà con la quale dovrà fare i conti il Primo ministro canadese Mark Carney dopo la sua recente vittoria elettorale. Carney ha dimostrato che tener testa al bullo americano aiuta a ottenere voti a casa tua. Ha dimostrato anche che un leader determinato può costringere Trump a trattare lui e il suo Paese con rispetto. Tutto questo, però, non riduce il danno che i dazi di Trump stanno infliggendo su entrambi i versanti di quel confine.

Anche l’accordo firmato dall’Ucraina questa settimana con gli Stati Uniti, riguardo lo sviluppo in futuro di ampie distese ucraine di importanti terre rare, dimostra quanto sia fondamentale tener testa al bullo, e quanto quest’ultimo sia tentato dal denaro. L’idea di un fondo comune destinato allo sviluppo di miniere e impianti di lavorazione, una volta conclusa la guerra con la Russia, era stata presentata da Zelensky al presidente Joe Biden già nel settembre scorso, ma è stata in seguito riformulata con la speranza di renderla accattivante per Trump.

Anche i negoziati spesso rancorosi che si sono tenuti dall’inaugurazione del mandato di Trump a gennaio in poi, mentre la sua Amministrazione rilanciava i colloqui con la Russia per porre fine alla guerra e dare nuovo avvio a rapporti diplomatici e d’affari, ci ha insegnato sicuramente molto. In ogni caso, è dubbio che questo iter possa fare un’effettiva differenza ai fini del conflitto, anche se di per sé è già un grande insegnamento di cui fare tesoro.

La prima lezione appresa è che, non appena ne intravede l’opportunità, Trump tende a fare ricatti e richieste vergognose semplicemente per vedere la reazione della sua controparte e cercare di metterla sulla difensiva.

L’esplicita pretesa americana iniziale di accaparrarsi diritti minerari in Ucraina per 500 miliardi di dollari, per un valore pari agli aiuti militari forniti, è stata in vero stile gangster. La seconda lezione da apprendere, tuttavia, è che questo gangster americano è svelto a indietreggiare se gli si risponde con durezza e si dimostra di avere alternative.

Nell’intesa per lo sfruttamento delle terre rare firmata la settimana scorsa, l’America ha accettato quasi tutte le istanze economiche e commerciali presentate dall’Ucraina.

A differenza delle richieste americane iniziali, il fondo comune che gestirà gli investimenti sarà sotto un adeguato controllo da parte del governo e del parlamento ucraini, e non sarà obbligato a pagare all’America alcun profitto per dieci anni. In effetti, è difficile comprendere quali vantaggi possa apportare l’intesa a Trump, al di là della semplice notizia che è stato firmato un accordo, perché ogni eventuale beneficio commerciale per le aziende statunitensi arriverà ben dopo che il presidente sarà uscito di scena.

Il terzo insegnamento di cui fare tesoro, e forse il più serio, è questo: oltre a qualche titolo sui giornali, un’intesa con Trump può avere poco valore. L’Ucraina non è riuscita a ottenere l’unica cosa che più desiderava fin dall’inizio: un impegno continuativo da parte dell’America a fornire armi e contribuire a garantire la sicurezza dopo il raggiungimento di un accordo di pace o di un cessate-il-fuoco con la Russia.

L’unica magra consolazione è che questo accordo sulle terre rare dà all’America l’interesse di far sì che l’Ucraina resti uno Stato indipendente e sovrano, interesse che potrebbe fare da contrappeso a qualsiasi vantaggio Trump pensi di poter ottenere dalla Russia. In realtà, non si può fare affidamento su questa magra consolazione, perché in futuro Trump potrebbe anche strappare l’accordo appena raggiunto con Zelensky.

La dura verità è che, in questa situazione, l’accordo sulle terre rare non farà la differenza ai fini della guerra e potrebbe anche non andare mai a buon fine. Dal punto di vista dell’Ucraina, è meglio averlo firmato, certo, perché prospetta teorici benefici. La lotta quotidiana per la sopravvivenza, però, continuerà, così come il compito di cercare di trovare come garantire la sicurezza dell’Ucraina, e quindi dell’Europa intera, sul lungo periodo.

Per quanto riguarda l’altro insegnamento della settimana scorsa, abbiamo capito che, se può essere devastante per le vecchie alleanze e le istituzioni globali, la politica estera di Trump finora è completamente priva di obiettivi costruttivi o di strategie di alcun genere. Lo ha dimostrato con chiarezza, e perfino cattiveria, la rimozione da parte sua – annunciata come sempre sui social media – del suo Consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Walz, nominato poi ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite.

I commentatori hanno cercato di trovare una motivazione politica per questo suo rimpasto: forse Waltz ha proposto di far assumere all’America una posizione nei confronti di Cina e India più aggressiva di quanto Trump fosse intenzionato ad assumere? O forse è stato troppo ostile verso la Russia? Non conosceremo mai la risposta con certezza, ma in definitiva è probabile che la decisione sia stata personale e da mettere in relazione con lo scandalo “chat-gate”, più che legata a questioni politiche, perché Trump sembra agire in questo modo.

Ora che il presidente americano ha ingaggiato una guerra commerciale con la Cina che equivale a un embargo totale delle esportazioni di ciascun Paese, è difficile capire in che modo essere troppo aggressivi potesse essere rilevante contro Waltz, anche se da alcuni indizi sembrerebbe che Cina e America si apprestino ad aprire negoziati. Subito dopo la firma dell’accordo sulle terre rare, il vicepresidente J. D. Vance ha detto a Fox News di non aspettarsi che la guerra in Ucraina “finisca tanto presto”, dando l’impressione che l’America stia per rinunciare ai suoi tentativi poco entusiasti di spingere le due controparti verso un cessate-il-fuoco.

Se non altro, questo ormai è chiaro. Ucraina, Russia e il resto d’Europa da adesso in poi devono desumere che l’America non sarà più coinvolta seriamente. Il 6 maggio, quando Friedrich Merz sarà nominato ufficialmente nuovo Cancelliere tedesco, dovrà dichiarare – e agire di conseguenza – che l’Europa, guidata dalla Germania insieme a Francia, Gran Bretagna e Polonia da adesso in poi dovrà diventare la principale fornitrice di armi e di sistemi missili difensivi dell’Ucraina, dovrà fare tutto il possibile per subentrare all’America qualora questa cessi di offrire sostegno d’intelligence o nelle comunicazioni all’Ucraina, e dovrà assumere un ruolo da leader in qualsiasi negoziato. Le intese vanno e vengono, ma la realtà è che il futuro dell’Europa ormai dipende soltanto da noi europei.

Nell’immagine: cappellino “trumpiano” con una diversa lettura dell’acronimo MAGA. Opera di un designer danese


Nuovo maccartismo ma università Usa assai più deboli

 

Di Massimo Mazzotti, il manifesto

Quello che sta accadendo nelle università di ricerca americane ha un che di surreale. Bisogna assistere gli studenti a cui sono stati annullati i visti, fornire contatti di avvocati ai professori nel caso fossero arrestati, mentre gli uffici amministrativi sconsigliano a tutti gli stranieri di tornare a casa per le vacanze. Ai docenti di Barnard College, il governo ha chiesto via email di dichiarare se fossero ebrei o meno.

Intanto, migliaia di ricercatori si sono visti annullare fondi di ricerca federali già assegnati. La sola National Science Foundation ha cancellato più di quattrocento progetti in discipline Stem, inclusi quelli su temi sensibili come disinformazione e deepfakes. Molti di più i progetti cancellati in ambito medico, mentre le materie umanistiche sono state letteralmente spazzate via: cancellati circa mille progetti federali, l’85% di quelli esistenti.

È su questo sfondo che il governo ha iniziato ad agire direttamente contro singole università, minacciando di bloccarne le attività. La richiesta è chiara: le università devono cambiare i criteri di assunzione e immatricolazione, l’offerta dei corsi, e devono promuovere una «diversità di punti di vista», che in pratica significa inserire ideologi Maga nel corpo docente.

Columbia University ha ceduto per poi ricevere una serie di richieste ancora più inaudite delle precedenti. Il che ha convinto Harvard a usare una strategia diversa, e ingaggiare una battaglia legale che si preannuncia lunga e costosa. Intanto, sono entrate nel mirino le università pubbliche (che non dipendono dal governo federale ma dagli stati): a Madison e Berkeley sono in corso indagini su presunti e non meglio definiti abusi amministrativi.

Come in altri settori, le mosse scomposte del governo americano in materia di educazione e ricerca minano alla base lo stato di diritto, provocando caos e paura. Non che le università americane non siano mai state obiettivo di attacchi politici, basti pensare all’epoca del maccartismo.

Durante gli anni Cinquanta, le università vennero setacciate alla ricerca di spie o simpatizzanti comunisti, e almeno un centinaio di professori vennero licenziati in tronco per motivi politici, in violazione della loro libertà accademica. Quella paranoia anticomunista è stata paragonata, con qualche ragione, all’accusa di antisemitismo lanciata recentemente contro molte università e dipartimenti. Ma la situazione attuale, in realtà, è molto più preoccupante.

Durante il maccartismo le università erano colpite indirettamente, l’obiettivo era eliminare i «rossi», lì come in ogni altro ambito della vita pubblica. Oggi, l’antisemitismo, le politiche di equità e inclusione, e qualunque altro argomento verrà usato a breve, sono solo pretesti: l’obiettivo è l’università stessa. Un’università che il governo percepisce come irrimediabilmente liberal e cosmopolita, e quindi come un ostacolo per la creazione dell’etnostato e il pieno dispiegamento dell’ideologia Maga.

Gli anni Cinquanta, a ben vedere, sono stati un periodo d’oro per l’università americana. I finanziamenti federali alla ricerca sembravano non avere limiti, e lo shock che seguì al lancio dello Sputnik, nel 1957, consolidò l’integrazione tra industria della difesa, Pentagono, e ricerca universitaria. Le grandi università di ricerca ne uscirono rafforzate ed autorevoli. Il prezzo da pagare fu il silenzio sui temi politici: il mantra era quello della scienza neutrale.

L’ordine della guerra fredda inizia a scricchiolare nel 1964, con le proteste studentesche di Berkeley che, sullo sfondo della lotta per i diritti civili, denunciano il sistema militare-industriale di cui l’università è parte. Ronald Reagan diventa governatore della California, nel 1966, proprio con la promessa di restaurare l’ordine a Berkeley: le università cominciano a perdere autorità epistemica e ad essere descritte come bastioni di radicalismo politico. A partire dagli anni Settanta, alla reazione conservatrice si aggiungono le nuove politiche di austerità e il progressivo declino dei finanziamenti pubblici.

Oggi vediamo gli effetti di questo lungo processo di disgregamento. Il governo attacca un sistema universitario molto più debole di quello degli anni Cinquanta. È una debolezza strutturale: l’alleanza sancita dal progetto Manhattan è in crisi. Se l’atomica fu costruita da professori di università come Berkeley e Chicago, oggi ci sono nuovi attori in campo, a partire dai giganti di Silicon Valley. Sono loro a presidiare le frontiere delle nuove tecnologie strategiche – prima tra tutte l’Ia. L’università gioca ancora un ruolo in questo settore, ma non è più centrale. La ricerca è quasi sempre ibrida, accademia e industria si sono integrate al punto è che difficile riconoscerne i confini.

Le università di ricerca sono state uno dei pilastri della potenza americana nel ventesimo secolo, e il loro apogeo coincide con l’era atomica. Caduto l’ordine della guerra fredda, le università non devono solo difendersi dagli attacchi politici delle forze reazionarie, ma immaginare di nuovo il loro ruolo nella società americana. Un ruolo che tenga conto del riequilibrio dei rapporti di forza globali e della trasformazione del capitalismo tecnologico. Per le università pubbliche, in particolare, la domanda sempre più urgente è: che cosa significa essere al servizio dei cittadini?

Nell’immagine: manifestanti nel cortile dell’università di Harvard, Stati Uniti


Conclave, il 7 maggio ci sarà il nuovo Papa? Ecco i 10 favoriti

 

Di Simone Matteis, La Stampa

In poco meno di cinque mesi, il Giubileo della Speranza è già storia: l’immagine di Papa Francesco in sedia a rotelle durante l’apertura della Porta Santa, i trentotto giorni di ricovero al Gemelli, con un misto di apprensione per la salute del pontefice e voci sempre più insistenti su una sua prematura dipartita. E ancora ilmessaggio vocale, la foto di spalle nella cappella del policlinico romano e infine l’affaccio davanti a una manciata di fedeli esultanti.

Poche altre uscite pubbliche per il “Papa degli ultimi”, culminate il giorno di Pasqua in una piazza San Pietro gremita e festante attorno al suo Francesco: la stessa che, appena un giorno dopo, si è stretta in preghiera alla notizia della morte del pontefice, donandogli un ultimo, memorabile saluto dal sagrato riempito dai potenti del mondo e poi lungo le vie del centro di Roma fino alla basilica di Santa Maria Maggiore, doveoggi riposa in pace nella sua tomba diventata già meta di migliaia di fedeli.

Mentre ci si interroga su quale sarà l’eredità del pontificato di Francesco nel futuro della Chiesa, in Vaticano fervono i preparativi in vista del conclave che inizierà il prossimo 7 maggio e in tutto il mondo impazza il toto-Papa.

Dovunque, tranne che in Italia, i bookmakers hanno elaborato quote e scommesse su chi sarà il successore di Bergoglio e c’è persino chi ha inventato il fantapapa, ispirato al ben più noto fantacalcio. Intanto, una lista di nomi “papabili” tra i 133 porporati che parteciperanno al conclave è cominciata già a circolare con insistenza: attenzione però, mai come in questi casi vale il detto “chi entra papa, esce cardinale”.

Pietro Parolin: affine alle visioni di Bergoglio

Secondo diversi osservatori, la nuova elezione potrebbe essere l’occasione per tornare ad avere un papa italiano dopo tre pontificati. Tra i più in vista c’è Pietro Parolin, 70 anni, originario di Schiavon, un piccolo centro del Vicentino: già segretario di Stato durante il pontificato di Francesco (una carica equivalente a quella di primo ministro), Parolin è considerato affine alle visioni di Bergoglio pur avendo un temperamento più moderato, frutto della sua esperienza decennale negli ambienti diplomatici vaticani. «La Chiesa è aperta e attenta ai segni dei tempi, ma deve essere fedele al Vangelo», aveva detto a proposito della possibilità di benedire le coppie omosessuali.

Luis Antonio Tagle: il progressista

I video di “Imagine” e gli oltre 600mila follower sui social fanno di Luis Antonio Tagle uno dei nomi più caldi nella lista dei papabili: 67 anni, l’arcivescovo di Manila è stato chiamato da Francesco a dirigere l’Ufficio per l’evangelizzazione missionaria del Vaticano. Gesuita di visioni progressiste, Tagle ha più volte sostenuto la possibilità di avvicinare alla fede i divorziati e i membri della comunità Lgbtqia+, pur restando fermamente contrario all’aborto e alla contraccezione.

Una sua elezione lo renderebbe il primo pontefice asiatico della storia, un fatto inedito che aprirebbe così le porte della Chiesa ad una parte della Cristianità mai rappresentata sul soglio pontificio.

Pierbattista Pizzaballa: patriarca di Gerusalemme dei Latini

Le quotazioni degli ultimi giorni danno in forte risalita un altro italiano, Pierbattista Pizzaballa, 60 anni compiuti lo scorso 21 aprile. Nato in provincia di Bergamo, nel 2004 è stato eletto Custode di Terra Santa, un ruolo ricoperto per tredici anni che gli ha permesso di accreditarsi come una delle voci più autorevoli della Chiesa nel contesto mediorientale, fino ad organizzare nel 2014 l’incontro tra Papa Francesco, l’allora presidente israeliano, Shimon Peres e il presidente dell’Autorità Palestinese, Abu Mazen. Durante il pontificato di Bergoglio, Pizzaballa è stato nominato patriarca di Gerusalemme dei Latini: sotto la sua giurisdizione, che comprende i fedeli di Israele, Palestina, Giordania e Cipro, ricadono due luoghi simbolo della Cristianità come la basilica cattedrale del Santo Sepolcro e la procattedrale del Santissimo Nome di Gesù.

Matteo Zuppi: vicino alle istanze della comunità migrante

Altro profilo gradito ai bookmakers è quello di Matteo Zuppi, 67 anni, romano d’origine e oggi arcivescovo di Bologna. Presidente della Conferenza episcopale italiana dal 2022, a partire dallo scoppio del conflitto in Ucraina è stato incaricato da Papa Francesco di rappresentare la Santa Sede nei dialoghi con Kiev e Mosca, incontrando sia Zelensky che il consigliere per la politica estera russa, Ushakov.

Anche Zuppi è portatore di una visione progressista: dichiaratosi più volte vicino alle istanze della comunità migrante e di quella musulmana, in merito alla questione Lgbtqia+ il porporato romano ha affermato che è «compito della Chiesa interessarsi di tutti» poiché «tutti i battezzati godono della piena dignità dei figli di Dio».

Fridolin Ambongo Besungu: opposto alle indicazioni di Bergoglio

Diametralmente opposta è la dottrina di Fridolin Ambongo Besungu, frate 65enne dell’ordine dei cappuccini e cardinale della diocesi di Kinshasa, capitale del Congo, che conta il maggior numero di fedeli in tutto il continente. Profondamente impegnato nell’ortodossia cattolica, Ambongo è ritenuto da più parti il principale leader della Chiesa africana, strenuo difensore dei precetti tradizionali come dimostra la decisa opposizione alle indicazioni date dallo stesso Bergoglio in merito alla benedizione delle coppie omosessuali.

Tra le altre questioni affrontate dal cardinale congolese, vicino alla sinodalità professata da papa Francesco, figurano la critica alla società occidentale e allo sfruttamento delle risorse naturali dell’Africa, nonché la difesa delle fonti di energia rinnovabili per contrastare la crisi climatica.

Timothy Dolan: il favorito di Trump

Dalla mappa dei papabili non poteva mancare l’America. A rappresentare il Nuovo Continente ci sarà Timothy Dolan, 75 anni, arcivescovo di New York e già presidente dei vescovi statunitensi. Tra le voci più autorevoli del cattolicesimo americano, Dolan ha guidato per tre anni la Conferenza episcopale d’oltreoceano e ha preso parte anche al conclave che nel 2013 portò all’elezione di Bergoglio al soglio pontificio. In una recente intervista ai media statunitensi, il cardinale ha auspicato per la nuova guida della Chiesa una vicinanza pastorale di Francesco ma, al contempo, anche una maggiore «precisione dottrinale».

Sul porporato americano si è espresso persino Donald Trump: «Non mi dispiacerebbe essere Papa», ha detto il tycoon con la solita pungente ironia, indicando poi proprio Dolan come il suo favorito («Se proprio devo scegliere, direi che c’è un cardinale a New York molto bravo»).

Albert Malcolm Ranjith: a favore dei bisogni del Sud del Mondo

Un altro profilo a metà tra la visione progressista nel campo dei diritti e una dottrina di stampo conservatrice è quello di Albert Malcolm Ranjith, 77 anni, arcivescovo metropolita di Colombo originario dello Sri Lanka. Nominato cardinale durante il pontificato di Benedetto XVI, Ranjith si è mostrato molto vicino alle istanze del Sud del Mondo e in tal senso il suo ruolo all’interno del conclave potrebbe avere un peso strategico determinante, anche in virtù della sua capacità di intavolare dialoghi interreligiosi: era il 2019 quando, a seguito di un attacco terroristico che causò oltre 270 vittime, il cardinale singalese si fece promotore di un messaggio di pace che coinvolse fedeli e capi spirituali islamici e buddisti.

Peter Erdo: esperto di teologia e diritto canonico

Tra i veterani della Pro Eligendo Romano Pontifice, la messa che dà inizio al conclave, figura il 72enne ungherese Péter Erdő. Porporato dal 2002, al tempo di Giovanni Paolo II, l’attuale arcivescovo di Budapest ha preso parte alle elezioni di Ratzinger e Bergoglio e si distingue come uno dei più influenti esperti di teologia e diritto canonico.

Difensore della dottrina tradizionale, Erdő sostiene posizioni antiabortiste e contrarie al matrimonio omosessuale, opponendosi anche alla possibilità di dare accesso all’eucarestia ai risposati e sostenendo la necessità di un’astinenza sessuale dopo il divorzio, anche in caso di un nuovo matrimonio.

In quanto alla politica nazionale, l’arcivescovo della capitale ungherese non si è esposto sulle recenti polemiche che hanno travolto il governo di Orban in merito alla stretta sui diritti per la comunità Lgbtqia+ e sul divieto di manifestazioni come il Pride.

Jean-Marc-Aveline: fedelissimo alla dottrina di Francesco

Tra i nomi emergenti nella lista dei “papabili” figura anche quello del francese Jean-Marc Aveline, 66 anni, arcivescovo di Marsiglia nato a Sidi Bel Abbes, in Algeria. Dottore in teologia, per sette anni ha ricoperto il ruolo di vicario generale diocesano, facendo contemporaneamente parte anche del Consiglio per il dialogo interreligioso, mentre dal prossimo 1° luglio entrerà in carica come presidente della Conferenza episcopale francese.

Aveline è considerato un fedelissimo della dottrina di papa Francesco su temi come l’immigrazione, l’interculturalità e l’impegno nei confronti degli ultimi, ma nonostante un ampio apprezzamento sia tra le frange progressiste sia in quelle conservatrici della Chiesa c’è un dettaglio che potrebbe sfavorirlo per la successione al soglio di Pietro.

Dal tempo di Avignone, ossia il trasferimento della sede papale da Roma in Francia dal 1309 al 1377, non c’è mai stato infatti un altro pontefice d’oltralpe: basteranno le ampie visioni di Aveline e la sua moderazione a sfatare questo ennesimo mito del conclave?

Robert-Francis- Prevost: basso profilo per la comunicazione

Last but not least – è proprio il caso di dirlo – Robert Francis Prevost. Negli ultimi giorni sono salite le quotazioni del cardinale americano nativo di Chicago, 69 anni, dal 2023 all’interno del dicastero responsabile delle nomine episcopali in giro per il mondo.

Di origini europee (scorre anche un po’ di sangue italiano nelle sue vene), l’agostiniano Prevost è caratterizzato da un basso profilo, soprattutto in termini di comunicazione esterna: ad oggi sono in pochi a conoscerlo, ma il suo ruolo di mediatore interno alla Curia e l’attenzione alle vicende per il Sud del Mondo potrebbero rivelarsi fattori decisivi per gli equilibri del conclave da cui emergerà, presto o tardi, il successore di papa Francesco.

Nell’immagine: Matteo Zuppi, Pierbattista Pizzaballa, Pietro Parolin: i tre italiani “papabili”


L’accordo USA-Ucraina: e pensare che Zelensky “non aveva carte”

 

“Si non potes inimicuum tuum vincere…”. L’imperatore Cesare ha ragione nei secoli. “Se non puoi vincere il tuo nemico, fattelo amico”. Zelensky non è Cesare, e cammina sull’orlo del baratro, militare e politico interno. Ma la sua mossa trasforma una “pace cartaginese” in un (provvisorio?) vantaggio nei confronti di Mosca.

Assai irritata. Come testimonia la rabbiosa reazione di Medvedev, il vice-presidente del Consiglio di sicurezza russo che “non le manda a dire”, e che, interpretando la delusione del suo capo al Cremlino, anche stavolta ha reagito pesantemente, attaccando il capo della Casa Bianca.

Si parla dell’accordo Usa-Ucraina – sfruttamento congiunto di gas, minerali e terre rare – che Washington ha annunciato definendolo “intesa storica”. In effetti lo è. Più sul piano strategico che, a quanto sembra, economico. Il presidente ucraino ha puntato sulla bramosia del “tycoon”, bisognoso mentre i sondaggi vedono in picchiata la sua popolarità, di raggiungere un risultato di prestigio e di cui finalmente potersi vantare di fronte alla sua opinione pubblica: il recupero di almeno 120 miliardi di dollari, equivalenti ai prestiti americani (concessi da Biden) con cui gli ucraini si sono difesi da Mosca.

Terre rare di cui non si è ancora ben accertata la quantità e la qualità, e che, altra bizzarria, attualmente sono in parte sotto il controllo degli invasori russi.

Inizialmente i miliardi pretesi dalla Casa Bianca da Kiev erano oltre trecento. Calcoli sbagliati, contestati anche dall’Europa, e pubblicamente dal francese Macron durante una conferenza stampa con lo stesso Trump. Insomma, si prospettava una pace “punitiva” per l’aggredito, dura, molto dura. Ma che ora Zelensky sembra aver trasformato in un relativo vantaggio.

Infatti: l’accordo dovrebbe servire a sbloccare velocemente la consegna di nuove armi americane all’Ucraina; mette sabbia grossa in quello che sembrava un perfetto meccanismo spartitorio fra Washington e Mosca; non impedirebbe, secondo protocolli e precisazioni, un’adesione di Kiev all’Unione europea.

Ma, soprattutto, l’intesa potrebbe inibire futuri e ulteriori propositi di attacco militare russi contro l’Ucraina, che la Russia considera un ‘non Stato’ il cui sicuro destino è il ritorno forzato alla Federazione russa. Difficile infatti che Putin possa spezzare una tregua o addirittura invalidare una pace mentre sul territorio ucraino è all’opera una fruttuosa joint-venture Washington-Kiev.

Inevitabile sarebbe una fiammata di tensione fra russi e americani. Addirittura la fine del sogno putiniano di poter contare sulla ‘neutralità’ statunitense per i suoi sogni del ‘maga’ russo, e cioè far di nuovo grande (e imperiale) l’eredità in macerie che è l’ex URSS. Quindi, indirettamente, l’accordo Trump-Zelensky (forse maturato nell’incontro sotto la cupola di San Pietro) sembra un assegno per quella sicurezza che finora il presidente ucraino aveva invano implorato.

Con tutte le riserve del caso, naturalmente. La cangiante e capricciosa strategia del Donald suggerisce grande cautela. Il Trump di oggi spesso non è quello di domani. Così come si era finalmente accorto di essere preso per i fondelli dall’ammirato Putin, potrebbe pentirsi presto di aver troppo concesso al detestato Zelensky. Che dal mazzo delle sue opzioni politiche è stato abile e pronto a servirsi di una buona carta. Lui che, secondo la sfuriata di Trump nello studio ovale della Casa Bianca, di carte… non ne aveva proprio.


Stop al riarmo

 

I produttori di armi, soprattutto statunitensi, festeggiano alla grande. La spesa militare mondiale è infatti cresciuta del 9,4% lo scorso anno. Si tratta del maggior incremento dalla fine della Guerra Fredda. Lo rivela un rapporto dell’International Peace Research Institute di Stoccolma (SIPRI). La spesa complessiva mondiale ha raggiunto 2’718 miliardi di dollari l’anno scorso. La crescita più vistosa riguarda l’Europa e il Medio Oriente. I cinque paesi che spendono di più – Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India – rappresentano il 60% del totale globale. Il fenomeno della crescita delle spese in armamenti non riguarda gli ultimi anni: il 2024 rappresenta infatti il decimo anno consecutivo di aumento dei costi militari nel mondo. 

Xiao Liang, ricercatore del Programma di spesa militare e produzione di armi del SIPRI, ha spiegato: “Oltre 100 Paesi in tutto il mondo hanno aumentato le loro spese militari nel 2024. Poiché i Governi danno sempre più priorità alla sicurezza militare, spesso a scapito di altre aree di bilancio, queste scelte economiche e sociali potrebbero avere effetti significativi sulle società negli anni a venire”. 

Tutti i Paesi europei hanno aumentato la spesa militare lo scorso anno, a parte Malta. La Germania è il Paese che spende di più, 88,5 miliardi di dollari, il 28% in più dell’anno precedente. La Polonia ha speso l’anno scorso 38 miliardi di dollari, il 31% più dell’anno prima, pari al 4,2% del Pil. La Russia ha sborsato 149 miliardi di dollari l’anno scorso, il 38% in più del 2023. L’Ucraina ha investito 64,7 miliardi di dollari, il 34% del Pil.

Gli Stati Uniti confermano il loro primato: nel 2024 hanno speso 997 miliardi di dollari in armamenti, il 66% della spesa della NATO. La Cina, al secondo posto, ha raggiunto i 314 miliardi di dollari. Israele ha fatto registrare un aumento vertiginoso, più 65%, raggiungendo i 46,5 miliardi di dollari.

La Svizzera cerca di adeguarsi a questa tendenza. Si prevedono 30 miliardi di franchi di uscite per l’esercito fino al 2028. La Commissione parlamentare della sicurezza propone di elargire un ulteriore miliardo per acquistare munizioni. Aumentano inoltre i fautori, socialisti in prima fila, dell’avvicinamento all’Unione europea in materia di difesa e di armamenti. 

Tutta questa follia bellicista e guerrafondaia avviene quando si comincia a intravvedere uno spiraglio di tregua nella guerra in Ucraina. Il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius, socialista, invita la popolazione a diventare “kriegstüchtig”, pronta alla guerra. Il giornalista romando Jacques Pilet afferma: “Puntare al riarmo non significa proteggersi, ma prepararsi alla guerra, presto o tardi. O, come diceva papa Francesco alla vigilia della sua morte: ‘Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo’”.

È quanto sosteneva 220 anni fa il filosofo Immanuel Kant: “Gli eserciti e gli armamenti permanenti devono essere soppressi, perché sono già, con la loro sola esistenza, minaccia agli altri popoli, perciò violazione della pace, causa di insicurezza e quindi corsa agli armamenti”.

Oggi, nove potenze atomiche possiedono più di 13 mila testate nucleari. Fra poco, il 6 e l’8 di agosto, si celebreranno gli ottant’anni delle bombe atomiche di Hiroshima e di Nagasaki, sganciate dagli americani a guerra praticamente finita: bilancio mostruoso, tra le 150 mila e le 220 mila vittime, per lo più civili. Proseguendo e insistendo con il riarmo il pianeta potrebbe rischiare la catastrofe nucleare. Mentre soffia il vento del riarmo, la Svizzera non ha ancora firmato il Trattato contro la proibizione delle armi nucleari dell’ONU (TPNW). Una vergogna, una decisione codarda per compiacere gli Stati Uniti e la NATO.

Tempi duri per il pacifismo. La tradizionale manifestazione del lunedì di Pasqua ha visto circa mille partecipanti a Berna. La marcia ha chiesto un rafforzamento delle Nazioni Unite, ormai cloroformizzate negli ultimi anni, e ha criticato la politica di riarmo della Confederazione: “L’esercito riceve attualmente un assegno in bianco dopo l’altro, mentre tutte le altre aree devono risparmiare. Chiunque pensi che la politica di sicurezza significhi mettere soldi in un esercito disfunzionale si sbaglia di grosso”, ha detto la presidente dei verdi Lisa Mazzone. E qui, aggiungiamo, andrebbe bloccato l’acquisto dei caccia americani F-35!

La campagna “Frena il riarmo”, “Stop reArm Europe”, chiede “sforzi reali per il disarmo globale e la riduzione del commercio di armi. L’Assemblea generale dell’ONU deve convocare una quarta sessione speciale sul disarmo, l’ultima è stata tenuta oltre 35 anni fa”. “Welfare, not warfare”. 

“Capisco – disse due anni fa Papa Francesco riferendosi al ‘disarmo integrale’ invocato da Papa Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris) – che a qualche orecchio queste parole possano sembrare utopistiche, specialmente in questo momento. Ma non è utopia, è sano realismo: solo fermando la corsa agli armamenti, che sottrae risorse da impiegare per combattere la fame e la sete e per garantire cure mediche a chi non ne ha, potremo scongiurare l’auto-distruzione della nostra umanità”.

Nell’immagine: manifestazione contro il riarmo europeo a Roma


La scienza in salsa Udc

 

Su laRegione del 26 aprile il granconsigliere Udc Alain Bühler, con un contributo dal titolo reboante (‘L’ideologia di sinistra travestita da scienza’) che sembra fare il verso all’attuale attacco trumpiano alle università statunitensi, se la prende, senza nominarli, con Spartaco Greppi e Christian Marazzi per il loro articolo ‘Realtà e retorica del debito pubblico’, apparso in questo giornale e su Naufraghi/e il 23 aprile. Nel loro ben documentato contributo i due economisti sottolineano che il debito pubblico ticinese “resta in proporzione decisamente contenuto sia rispetto al Pil cantonale sia nel confronto internazionale”. In proposito citano addirittura le valutazioni dell’agenzia di rating Moody’s. Bühler comincia a inalberarsi perché bollano come insensata la storiella che lo Stato dovrebbe comportarsi come “il buon padre di famiglia, che non spende ciò che non ha”. A parte il fatto che anche il buon padre talora si indebita (per esempio per comprare una casa), il paragone è dal punto di vista della scienza economica effettivamente insensato.

Difatti, ciò che la famiglia spende non fa aumentare il suo reddito, al contrario di quanto capita con investimenti pubblici orientati alla crescita, che incrementano il reddito complessivo e quindi il gettito fiscale. E la lista degli esempi a sostegno di questo dato di fatto è infinita.

Chi si immagina poi che nel suo contributo Bühler porti dei ragionamenti per dimostrare che i due economisti hanno torto, si sbaglia di grosso. Egli semplicemente affastella una serie di frasi del repertorio propagandistico Udc, che con la realtà hanno ben poco a che fare. Il culmine lo raggiunge quando indica, come fonte di tutti i mali, compreso il debito pubblico, non magari i bassi salari (voluti dall’Udc!), che obbligano lo Stato a compensazioni sociali onerose, ma bensì la loro bestia nera, cioè la libera circolazione delle persone. A questo proposito gli ricordo che senza la libera circolazione, tanto per fare un esempio, non saremmo mai arrivati a creare in vent’anni quel polo delle scienze della vita rappresentato dagli istituti di Bios+ a Bellinzona, oggi uno dei pochissimi progetti di sviluppo anche a sfondo economico di questo cantone. In una lunga intervista sul tema, pubblicata nei Quaderni Alternativi (n. 53, febbraio 2025: Isteria risparmista), Sergio Rossi ricorda come sia regola d’oro, riconosciuta anche dai padri del neoliberismo, che “gli investimenti pubblici devono essere finanziati tramite l’indebitamento dello Stato”. Egli sottolinea come ci sia, così facendo, “l’evidenza empirica incontrovertibile che il settore pubblico opera a vantaggio anche dell’economia privata”. Invece di argomentare, Bühler si limita a ricordare i piani di risparmio di diversi cantoni, tra i quali cita Basilea Campagna e il Vallese. Nella succitata intervista il prof. Rossi sostiene che non ha alcun senso esigere che la finanza pubblica ticinese si allinei ai parametri di altri cantoni, perché “esistono numerosi fattori che creano maggiore spesa pubblica pro capite in questo cantone: alcuni dei quali hanno delle origini storiche, mentre numerosi altri sono di carattere strutturale sul piano macroeconomico”. Senza dimenticare, aggiungo io, i bassi salari pagati da tanti padroni, molto sovente sostenitori dell’Udc.

Ma quali sono le ragioni che stanno alla base dell’ideologia Udc? Una è la volontà di ridurre lo Stato nella condizione di funzionare il peggio possibile, onde poi giustificare tutta una serie di privatizzazioni. Per far ciò, l’Udc punta su un’altra delle sue ragioni d’essere e cioè ridurre al minimo le imposte pagate dai ricchi, miliardari compresi. Per l’Udc poi deve essere il mercato, cioè i padroni del vapore, a indirizzare la scienza e non il contrario, come dovrebbe invece evidentemente essere. Quando proposi in parlamento che fosse soprattutto lo Stato, per garantirne l’oggettività, a finanziare gli studi clinici con nuove terapie, Blocher fece fucilare la mia proposta perché “tutto deve essere lasciato nelle mani dei monopoli farmaceutici”. E qui torno al rapporto con la scienza che aleggia nel contributo di Bühler. La storia dimostra che lo spirito antiscientifico cresce tanto più ci si muove verso l’estrema destra. Basti ricordare, per restare a casa nostra, il carnevalesco sostegno dell’ex consigliere federale Udc Maurer, durante l’epidemia di Covid, alle peggiori posizioni no-Vax e complottiste.

Tornando a Trump, sempre più mentore dei nostri democentristi, egli sta imponendo, come è stato fatto in passato da altri Stati totalitari, non solo una censura preventiva sui progetti di ricerca delle università, ma addirittura un controllo censorio su ciò che viene pubblicato e presentato da parte dei ricercatori finanziati dallo Stato. Compreso quanto questi presenteranno al prossimo congresso linfomi di Lugano, in giugno.

Franco Cavalli, Scritto per La Regione
Nell’immagine: l’ex consigliere federale Udc Ueli Maurer in versione no-Vax e complottista 


I bambini in un contesto di violenza domestica

 

Per l’anno 2025 l’Associazione Consultorio e Casa delle Donne, nel rispetto della Convenzione di Istanbul,  ha deciso di dare avvio a un progetto che si occupi della violenza che un numero significativo di minori subisce all’interno della famiglia. Una realtà che non viene presa abbastanza in considerazione e che appare poco visibile.

Quando si parla di violenza domestica, spesso l’attenzione si concentra esclusivamente sulle donne vittime di maltrattamenti, dimenticando i minori che la vivono in prima persona. Bambine e bambini che assistono direttamente o indirettamente alla violenza subita da una figura di riferimento sono vittime a tutti gli effetti. Anche senza subire in prima persona la violenza, riportano ferite profonde che, se non adeguatamente curate, possono accompagnarle/i per tutta la vita.

“I bambini colpiti sono esposti alla violenza domestica in molte forme diverse. La violenza fisica può manifestarsi sotto forma di percosse, scosse, violenza psicologica attraverso minacce, offese, umiliazioni o incuria e infine attraverso la violenza sessuale sotto forma di atti sessuali, con o senza contatto fisico, compiuti sul minore o in sua presenza. Inoltre, bambini e adolescenti subiscono una forma di violenza psicologica quando assistono all’uso della violenza tra i genitori o i rappresentanti legali. Sono quindi anche vittime della violenza tra i genitori. In Svizzera la polizia ha a che fare almeno 20 volte al giorno con bambini costretti ad assistere ad atti di violenza tra madre e padre.” (da Protezione dell’infanzia Svizzera)

I vissuti di queste bambine e bambini provocano conseguenze gravi: ansia, depressione, difficoltà scolastiche, problemi relazionali. Diversi studi dimostrano che, il rischio di riprodurre in età adulta gli stessi modelli disfunzionali, è elevato. Nonostante questo, i minori vittime restano spesso invisibili agli occhi della società e meritano pertanto un accompagnamento mirato e tutelante. 

L’impegno nel rispetto della Convenzione di Istanbul

L’Associazione Consultorio e Casa delle Donne porta avanti il proprio intervento nel pieno rispetto della Convenzione di Istanbul, ratificata dalla Svizzera il 14 dicembre 2017 ed entrata in vigore il 1° aprile 2018. La Convenzione riconosce la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e sottolinea l’importanza di proteggere i minori esposti alla violenza domestica. L’articolo 26 prevede infatti misure di protezione e supporto specifiche per i bambini/e vittime di violenza  garantendo loro assistenza specializzata per superare il trauma vissuto.

Articolo 26 – Protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza
1. Le Parti adottano le misure legislative e di ogni altro tipo necessarie per garantire che siano debitamente presi in considerazione, nell’ambito dei servizi di protezione e di supporto alle vittime, i diritti e i bisogni dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione.
2. Le misure adottate conformemente al presente articolo comprendono le consulenze psicosociali adattate all’età dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione e tengono debitamente conto dell’interesse superiore del minore.
L’articolo 26 obbliga gli Stati membri ad apprestare specifiche misure per la protezione ed il supporto dei bambini testimoni di violenza
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Attualmente, il progetto dell’Associazione è rivolto principalmente ai minori in protezione, ovvero quelle/quei bambine/i e ragazze/i che, a seguito di episodi di violenza domestica, sono ospiti della Casa protetta insieme alle loro madri. Tuttavia l’Associazione auspica di poter estendere il proprio intervento anche in seguito, al momento dell’uscita dalla Casa protetta delle madri e delle loro bambine e bambini, garantendo  un supporto continuativo. Per raggiungere questo obiettivo sarà fondamentale ottenere finanziamenti adeguati.

Il Cantone ha attualmente finanziato il progetto per il 50% dei costi per la durata di un anno. Siamo coscienti delle difficoltà finanziarie del Cantone, ma il finanziamento che ci è stato concesso rende il progetto precario dovuto alla sua durata. 

L’Associazione Consultorio e Casa delle Donne ritiene sia un dovere della società riconoscere questi minori come vittime a tutti gli effetti e garantire loro il supporto necessario per ricostruire il proprio futuro, in linea con gli impegni assunti dalla Svizzera con la ratifica della Convenzione di Istanbul. E vogliamo ricordare che la violenza domestica e la violenza sulle donne in generale,  non è un fatto privato. È un tema che deve essere al centro dell’attenzione di tutta la società.  

Nelle immagini: come i bambini ricordano episodi di violenza domestica


Effetto dazi, crolla il Pil Usa Per Trump è colpa di Biden

 

Di Marina Catucci, il manifesto

Dopo aver sconvolto i mercati finanziari e gli schemi commerciali globali, la politica dei dazi voluta da Donald Trump sta sconvolgendo anche gli indicatori di crescita economica. Il Dipartimento del Commercio ha pubblicato il rapporto sui primi tre mesi del 2025, mostrando che il prodotto interno lordo statunitense, corretto per l’inflazione, è diminuito a un tasso annuo dello 0,3%, segnando la peggiore performance degli ultimi tre anni. Un’inversione di tendenza rispetto alla forte crescita registrata alla fine dello scorso anno, quando l’economia si era espansa a un tasso del 2,4%.

IL RALLENTAMENTO economico è dovuto principalmente a un drastico aumento delle importazioni, dovuto all’urgenza delle imprese che si sono affrettate ad acquistare beni esteri in vista dei dazi promessi da Trump. A pesare sulla crescita c’è anche il calo della spesa pubblica e della spesa dei consumatori che hanno frenato gli acquisti più consistenti. «La crescita è semplicemente svanita – ha scritto dopo la pubblicazione del rapporto, in una nota ai clienti, Chris Rupkey, capo economista di Fwdbonds, società di ricerca finanziaria – Forse parte di questa negatività è dovuta alla fretta di importare prima che i dazi aumentino, ma i consulenti politici non hanno proprio modo di indorare la pillola».

Su Politico il giornalista Sam Sutton ha sintetizzato così: «Trump ha promesso che il suo secondo mandato avrebbe segnato l’inizio di una nuova età dell’oro. I primi risultati economici sembrano più simili al peltro», Nella narrazione di Trump, però, non ci sono tracce di consapevolezza: ha aperto la sua seconda riunione pubblica del gabinetto deviando le accuse sul suo predecessore.

AFFIANCATO dai suoi principali luogotenenti, Trump ha scaricato i pessimi dati del primo trimestre sull’ex presidente Joe Biden: «Tutto questo è Biden, questo non è Trump – ha detto il tycoon – Siamo arrivati a gennaio, questi sono numeri trimestrali. Ero molto contrario per tutto ciò che Biden stava facendo in termini di economia, distruggendo il nostro Paese in così tanti modi». Anche il calo della Borsa è colpa di Biden. «Il nostro paese prospererà, ma dobbiamo liberarci del ‘sovrapprezzo’ di Biden – ha aggiunto su Truth Social – Ci vorrà un po’ di tempo, non ha nulla a che vedere con i dazi, solo che ci ha lasciato con numeri negativi, ma quando inizierà il boom, sarà come nessun altro. SIATE PAZIENTI!!!».

HA ANCHE anticipato che, come i risultati del primo trimestre dipendono ancora da Biden, altrettanto «si può anche dire del prossimo trimestre, in un certo senso, dato che (il cambiamento) non si verifica solo su base giornaliera o oraria, ma stiamo cambiando rotta. È una grande nave da cambiare rotta». I dati, però contraddicono la valutazione di Trump riguardo il mercato azionario. Dopo la sua vittoria l’indice S&P 500 era salito vertiginosamente, a indicare l’ottimismo di Wall Street sulla direzione che avrebbe preso l’economia Usa messa nelle mani del tycoon. E questo Trump l’aveva anche rivendicato nel comizio a Washington, D.C., alla vigilia del suo insediamento: «Dalle elezioni, il mercato azionario è salito vertiginosamente e l’ottimismo delle piccole imprese è aumentato altrettanto vertiginosamente, raggiungendo un record di 41 punti, il massimo degli ultimi 39 anni».

IL VERTIGINOSO ottimismo, però, è crollato, e le azioni sono precipitate il 2 aprile, dopo il “Giorno della Liberazione”, quando Trump ha svelato dazi ben superiori a quanto previsto dagli investitori. Anche dopo aver annunciato la loro sospensione per 90 giorni, i mercati hanno continuato a tremare: era ormai diventato chiaro che i tentativi di Trump di raggiungere accordi commerciali individuali stavano naufragando. L’incertezza si è sentita in tutti i settori, specialmente in quello automobilistico. Dopo aver registrato ricavi in calo, Stellantis ha sospeso le previsioni per l’intero 2025, così come General Motors e Mercedes. Volkswagen è in calo del 40,6% rispetto allo stesso periodo del 2024 e anche per Mercedes il primo trimestre 2025 si chiude con un calo del 43%, nonostante l’ordine esecutivo firmato da Trump per ridurre l’impatto dei dazi sul settore. I dazi del 25% sull’import di auto negli Usa rimangono, ma si evita che i dazi si sommino a quelli sull’acciaio e l’alluminio.

Di tutto ciò nel comizio in Michigan per celebrare i primi 100 giorni al potere, Trump non ne ha parlato. Ma prima di salire sul palco ha detto ai giornalisti di sentirsi in grado di ricoprire il ruolo di papa: «Vorrei diventare papa – ha detto – Sarebbe la mia scelta numero uno».

POCO DOPO, più realista del re, il super repubblicano Lindsey Graham su X ha chiesto al conclave di «mantenere una mentalità aperta» riguardo alla possibilità di nominare Trump prossimo papa: «Sarebbe davvero un outsider».

Nell’immagine: la scelta di Donald


Primo Maggio

 


Molte lavoratrici e lavoratori in Svizzera sono insoddisfatti

 

Da tvsvizzera.it

L’umore delle lavoratrici e dei lavoratori in Svizzera è peggiorato: solo il 45% si dice soddisfatto. Il dato rappresenta un peggioramento non indifferente rispetto all’anno precedente, quando questa percentuale si attestava al 54%. Prima della pandemia, in Svizzera, erano quasi addirittura il 70% le impiegate e gli impiegati ad aver dichiarato di essere felici sul proprio posto di lavoro.

All’indagine – effettuata tra aprile e dicembre 2024 – hanno preso parte 227’000 persone in 149 Paesi, compresa la Svizzera. L’elevato tasso di insoddisfazione tra le e i dipendenti colloca la Confederazione al 22esimo posto in Europa (l’anno precedente si era classificata 11esima). Nel Vecchio Continente si è assistito a un calo dell’umore in 15 Paesi. Mentre in 17 nazioni i dipendenti appaino ora più soddisfatti e fiduciosi rispetto allo scorso anno, scrive Gallup.

Volgendo lo sguardo oltre i confini elvetici, appare chiaro che i vicini non se la passano però proprio meglio. Tra i paesi limitrofi, i dati di Germania e Austria sono praticamente identici a quelli riscontrati in Svizzera. A dominare la graduatoria dei Paesi con i lavoratori più soddisfatti, come nel sondaggio effettuato lo scorso anno, sono Finlandia (81%), Islanda e Danimarca (entrambi 77%), Svezia e Paesi Bassi (69% entrambi).

Un crescente risentimento

“Il calo della soddisfazione in Svizzera è da attribuire a vari fattori”, afferma Marco Nink, dirigente di Gallup, citato in un comunicato. “I dati della Confederazione mostrano un chiaro aumento del costo della vita, una diminuzione della fiducia nelle istituzioni nonché preoccupazione per lo sviluppo economico. Questi elementi si ripercuotono sullo stato d’animo”, spiega Nink.

Oltre agli elementi appena citati, si registra un risentimento sempre maggiore verso la politica e l’economia elvetiche. “D’altro canto, il tenore di vita in Svizzera resta elevato e i sentimenti di rabbia, solitudine e tristezza appaino piuttosto tenui”, aggiunge Nink.

Un ulteriore dato in calo rispetto alla precedente indagine è il legame emotivo con il proprio datore di lavoro. Solo l’8% (9% l’anno prima) dei dipendenti ha affermato di sentirsi legato al suo diretto superiore o reputa quest’ultimo in gamba. Questo poca stima verso il proprio capo colloca la Svizzera al penultimo posto in Europa. Una situazione peraltro simile anche nel diretto confronto con i Paesi limitrofi.

La maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori nella Confederazione (83%) si impegna solo marginalmente e non fa più dello stretto necessario. Inoltre “il 9% degli intervistati ha addirittura dentro di sé già rassegnato le proprie dimissioni”. Questa “rassegnazione interna” non ha solo un impatto sulla performance e sulla competitività delle singole aziende, ma anche sull’economia nel suo complesso. “Infatti, uno scarso impegno emotivo o addirittura nullo, genera in Svizzera costi in termini di perdite di produttività pari a circa 89,9 miliardi di franchi all’anno”, stima Gallup. “Ciò corrisponde a circa il 12% della prestazione economica”.

Allo stesso tempo, la disponibilità di chi lavora nella Confederazione a cercarsi un’altra occupazione resta piuttosto bassa: solo il 22% (+1 punto percentuale) delle e dei dipendenti elvetici è alla ricerca di un nuovo impiego. Ma per quanto riguarda il livello di pressione sul posto di lavoro, la Svizzera risulta tutto sommato messa bene: il 30% dei dipendenti si dichiara stressato, una quota inferiore a quella dell’Europa nel suo insieme (38%), sostiene lo studio.