Il nodo della Crimea fra propaganda e realtà

Anche l’Ucraina ha diritto di reclamare la penisola che le venne “regalata” da Krusciov solo perché improduttiva, dopo la russificazione forzata decisa da Stalin con la deportazione dei Tatari 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Le altalenanti trattative tra le diplomazie degli Stati Uniti e della Federazione Russa per raggiungere una tregua stabile in Ucraina ha riproposto la questione della Crimea. La penisola ucraina, secondo quanto è trapelato dai resoconti giornalistici ma anche da quanto dichiarato qua e là dallo stesso Donald Trump, potrebbe diventare parte della Federazione Russa non solo de facto, ma anche de jure, e il primo Paese a riconoscere questo nuovo status alla regione sarebbero proprio gli Usa. 

Questa impostazione della Casa Bianca non è solo basata su una rozza realpolitik, ma sull’accettazione del mantra putiniano secondo cui “la Crimea è sempre stata Russia”. A questa affermazione del capo del Cremlino spesso segue l’osservazione secondo cui il trasferimento della Crimea dall’amministrazione della repubblica russa a quella ucraina del 1954 sia stato “illegale e incomprensibile”. Ma fu veramente così? La Repubblica russa fu davvero defraudata?

Nikita Krusciov, allora leader del Partito Comunista dell’URSS, volle fare un regalo all’Ucraina perché anche lui ucraino? In questo articolo vedremo di capire cosa realmente successe allora e perché.

Partiamo dalla fine: Krusciov regalò la Crimea per ragioni “campanilistiche”? Questa tesi è balzana ed è stata ripetuta più volte in questi anni purtroppo anche da chi, come Luciana Castellina, un po’ di storia dell’URSS dovrebbe conoscerla. Krusciov era un russo che fu per breve periodo segretario del partito ucraino. Ma ciò non spiega la decisione del “regalo” del 1954 perché allora la direzione del partito sovietico era composta da un triumvirato di cui facevano parte anche Georgy Malenkov (anch’gli russo) e Laurenty Beria (georgiano). Evidentemente, le ragioni furono più serie e più profonde.

Il decreto del 19 febbraio 1954 firmato dal generale Kliment Voroshilov aveva spiegato l’accorpamento sulla base “della comunanza economica, della vicinanza territoriale e degli stretti legami economici e culturali tra la regione della Crimea e la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina…”. 

Nell’aprile del 1954 il Consiglio Supremo legalizzò questo decreto e decise di apportare le modifiche necessarie alla Costituzione dell’URSS: nel mese di giugno tali modifiche furono inserite nelle costituzioni repubblicane. Si concluse così, dal punto di vista giuridico, il processo di trasferimento della Crimea.

In realtà per capire questa scelta della dirigenza sovietica bisogna risalire all’anno precedente, al 1953, al plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dedicato ai problemi dell’agricoltura. In quell’occasione fu esaminata separatamente la questione della situazione catastrofica dell’economia della penisola.

Dopo quasi dieci anni dalla conclusione dell’assalto nazista del 1941, la regione si trovava ancora in uno stato di prostrazione. I dirigenti dei comitati locali si lamentavano apertamente che “a questo ritmo non riusciremo a ricostruire le città nemmeno in un secolo”. I settori principali dell’economia crimeana – orticoltura, zootecnia e viticoltura – erano allo sbando, la produzione quasi inesistente.

Uno dei motivi di tali gravi difficoltà era legato alla deportazione di massa della popolazione autoctona, i tatari di Crimea, organizzata dal regime staliniano. “Il 18 maggio 1944, divisioni meccanizzate dell’NKVD (il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, progenitore del KGB) circondarono i villaggi e i sobborghi dei tatari di Crimea e caricarono l’intero gruppo nazionale su carri bestiame diretti verso le vaste steppe e le repubbliche desertiche dell’Asia centrale sovietica. Durante la notte, le montagne Yaila, la costa Yaliboyu e le parti della steppa crimeana ancora abitate dai tatari furono brutalmente ripulite dalla loro popolazione. In una sola notte, mezzo secolo di costruzione della patria e dell’identità nazionale, iniziato da un giovane idealista che sognava di modernizzare il suo popolo morente con una modesta tipografia a Bahcesaray, fu spazzato via. Con la perdita del loro territorio, prerequisito indispensabile affinché un gruppo potesse essere riconosciuto come nazione secondo la definizione di Stalin, i tatari di Crimea furono semplicemente ‘denazionalizzati’ e cessarono di esistere ufficialmente nella ‘Grande Amicizia dei Popoli’. (…) Utilizzando le vaste risorse orwelliane a sua disposizione, Stalin, forse in un momento di capriccio amministrativo, spazzò via i resti di alcuni dei più antichi abitanti delle rive del Mar Nero e condannò questo popolo alla morte e all’assimilazione”, ha scritto Brian Glyn Williams nel suo recente libro sulla tragica vicenda della deportazione di oltre 300.000 tatari di Crimea (The Crimean Tatars From Soviet Genocide to Putin’s Conquest, Oxford, 2016).

Si cercò quindi di sostituirli con coloni provenienti principalmente dalle zone rurali della Russia, dalle regioni di Kursk e Voronezh, dal Volga e dalle regioni settentrionali dell’Urss. Tuttavia i nuovi colonizzatori si rivelarono di scarsa utilità, poiché non erano abituati al clima della Crimea e non conoscevano le peculiarità dell’agricoltura locale nelle montagne e nella steppa. Molti di loro vedevano per la prima volta l’uva, il tabacco e il mais. Tuttavia, nessuno osò criticare apertamente le decisioni di Stalin, né durante la sua vita, né nei tre anni successivi alla sua morte, avvenuta nel marzo 1953.

Il declino della Crimea fu oggetto di un’attenta analisi da parte della leadership comunista, quando si decise di mandare Krusciov segretamente nella penisola nell’ottobre 1953. Con lui andò anche suo genero, il giornalista e pubblicista sovietico Alexey Adzubey. In seguito quest’ultimo descrisse così le sue impressioni di quel viaggio: “Qui sull’altopiano [nella zona di Bakhchisarai] si respirava ancora l’aria della terribile guerra. Lungo le strade c’erano carri armati distrutti e pezzi di artiglieria. Anche la terra era secca e ricoperta da una dura peluria di erbacce. I villaggi tatari erano deserti. I loro abitanti, mandati con crudele volere di Stalin in terre lontane e fredde, avevano perso ogni speranza di tornare”.

All’inizio del 1954, per la dirigenza del partito fu redatto un rapporto sullo “Stato dell’agricoltura nella regione della Crimea” con la dicitura “segreto”. In esso si affermava che nel 1954 la superficie coltivata in Crimea era diminuita di 70.000 ettari rispetto al 1940. Solo 40.900 ettari di terreno erano irrigati. Dei 30 kolchoz (i collettivi agricoli statali sovietici), solo tre erano riusciti in qualche modo a seminare i campi e a raccogliere il raccolto.

Nessuno ovviamente aveva osato criticare apertamente le decisioni di Stalin che aveva bollato i tatari di “collaborazionsimo con i nazisti”, ma quando il nuovo gruppo dirigente comunista giunse al potere nel 1953 si accorse che era stata compiuta non solo una deportazione forzata dei tatari in Uzbekistan ma anche una deportazione dei contadini meridionali russi in Crimea. 

Il crudele colonialismo stalinista si era concluso con un disastro a cui Krusciov cercò, con l’aggregazione della Crimea all’Ucraina, di mettere una pezza. I tatari non potevano più essere reinsediati e gli agricoltori russi non potevano essere più rimandati a casa ma si poteva, estrema ratio, “dare a Cesare ciò che è di Cesare” sotto le mentite spoglie propagandistiche dell’amicizia plurisecolare tra Russia e Ucraina.

Nel dopoguerra, per la leadership sovietica ridisegnare i confini delle repubbliche dell’Unione era una normale questione amministrativa. Dopotutto, ciò avveniva all’interno di un unico Stato con un governo centralizzato al Cremlino e pochi pensavano che l’URSS sarebbe crollata e che queste decisioni avrebbero dato inizio a controversie politiche e conflitti militari.

Sta di fatto che dagli anni ’60 del secolo scorso, la penisola rifiorì non solo dal punto di vista agricolo ma furono costruiti alloggi, strade, ospedali, porti, teatri, restaurati monumenti architettonici. E soprattutto sanatori, dove i lavoratori di un paese con un clima così inclemente come l’URSS potevano curarsi durante tutto l’anno.

Etnicamente la maggioranza della popolazione crimeana restò russa ma nessuno si sognò mai di cercare di farla tornare sotto l’amministrazione di Mosca. Poi, nel referendum del 1991 sull’indipendenza ucraina, anche in Crimea il “sì” prevalse. 

Una lunga e complessa vicenda insomma era giunta a conclusione al termine della Guerra Fredda. O almeno così sembrava…

Nell’immagine: commemorazione per i settant’anni dalla deportazione dei tatari di Crimea (Kiev. 2014)


Capitalisti viziati dal troppo comandare

Anche l’Ucraina ha diritto di reclamare la penisola che le venne “regalata” da Krusciov solo perché improduttiva, dopo la russificazione forzata decisa da Stalin con la deportazione dei Tatari 

Di Emiliano Brancaccio, il manifesto

Oggi si celebra il lavoro ma negli altri giorni dell’anno la festa è solo dei padroni.

Allo scoccare del primo quarto di secolo, la forma dell’attuale modo di produzione risulta più che mai chiara: un restaurato capitalismo di puro comando.

Dove la proprietà ordina e le lavoratrici e i lavoratori eseguono senza disturbare. Vale ora per tutti i subordinati, di diritto o di fatto, dagli operai agli ingegneri stipendiati, dai commessi alle finte partite Iva. E la medesima logica di comando pervade ormai pezzi rilevantissimi del settore pubblico. Basta chiedere a un precario della scuola a quale sudditanza sia costretto dal dirigente di turno.

Festeggiamo insomma il primo maggio in una ritornante bengodi dei proprietari e dei loro accoliti. Dai manager di vertice agli ultimi caporali, il loro dominio sul lavoro è oggi quasi del tutto libero da lacci e lacciuoli, normativi o sindacali che siano.

La restaurazione del comando capitalista sul lavoro è fenomeno mondiale, senza eccezioni. Ci sono tuttavia dei casi di scuola, più emblematici di altri. Tra questi, guarda caso, spicca l’Italia.

Primatista internazionale nel crollo degli indici di protezione del lavoro calcolati dall’Ocse, il nostro paese è quello in cui il segno di una rinnovata soggezione di classe si avverte ancor più nitidamente che altrove.

Per i manuali americani che i colleghi economisti insegnano nelle nostre università, il liberato comando capitalista sul lavoro dovrebbe esser fonte di beatitudine economica per l’intera nazione.

La teoria economica prevalente, infatti, stabilisce che dove il capitalista domina la produttività e i salari prosperano.

Sul banco di prova dei dati, tuttavia, questa teoria ancora tanto amata dall’accademia trova riscontri avversi. Nello stesso periodo in cui la politica economica nazionale si accaniva contro i diritti del lavoro, gli andamenti della produttività, delle retribuzioni e delle condizioni generali di lavoro facevano registrare un netto deterioramento. Stando alle statistiche ufficiali, dall’inizio del secolo in Italia la produttività per ora lavorata è cresciuta di appena 2,7 punti e il potere d’acquisto delle retribuzioni è caduto di 5,4 punti. Anche dal punto di vista più estremo, quello dei morti sul lavoro, si avverte un relativo peggioramento: mentre negli anni del conflitto sindacale le vittime sul lavoro crollavano del cinquanta percento, dall’inizio di questo secolo assistiamo ad una inquietante tendenza verso la stabilizzazione del numero di morti.

In sintesi, coi lavoratori soggiogati, i proprietari hanno potuto accrescere i profitti semplicemente schiacciando i salari, senza bisogno di impegnarsi troppo ad accrescere l’efficienza produttiva e la sicurezza.

In Italia il fenomeno è particolarmente vistoso, ma a ben vedere si tratta di una regolarità empirica confermata a livello internazionale. Uno studio di Fontanari e Palumbo pubblicato dall’Institute for New Economic Thinking mostra che anche negli Stati uniti la “debolezza” del lavoro favorisce un regime di accumulazione caratterizzato da bassa produttività. Quel capitalismo straccione che dalle nostre parti viene tanto vezzeggiato, sotto condizioni favorevoli mette radici anche nelle realtà economiche più avanzate del mondo.

Ecco così squadernato l’esito della vertigine del comando: più i lavoratori sono atterriti dagli schiocchi di frusta, più i padroni diventano parassiti capaci solo di frustare. Al crescere della libertà di comando del capitalista, diminuisce proporzionalmente l’efficienza del suo capitale.

Un tempo queste “leggi” materiali di funzionamento del sistema facevano parte del patrimonio di conoscenze dell’intera collettività. Il più delle volte, spettava ai comunisti spiegarle ai liberali, ai conservatori, persino ai fascisti. Con l’evaporazione dei primi, non resta che scegliere tra le variegate ideologie degli altri. Tutte, in un modo o nell’altro, a trattare la libertà del capitale come cosa sacra e inviolabile. E a nascondere la sua mefitica eterogenesi dei fini.

Finché saranno liberi di spargere degrado, i padroni continueranno a festeggiare. Togliere dalle loro mani le bottiglie di champagne: un degno proposito per modernizzare le celebrazioni del primo maggio.


Firmato l’accordo sulle terre rare: svolta nei rapporti Usa-Ucraina

Anche l’Ucraina ha diritto di reclamare la penisola che le venne “regalata” da Krusciov solo perché improduttiva, dopo la russificazione forzata decisa da Stalin con la deportazione dei Tatari 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

La strada del dialogo si è aperta a San Pietro ma il diavolo sta nei dettagli. Che hanno messo in discussione fino all’ultimo un passaggio fondamentale nel percorso per la pace: l’accordo con gli Stati Uniti sullo sfruttamento dei minerali rari ucraini. Una delle condizioni poste da Donald Trump per consolidare i rapporti tra i due Paesi e tutelare, quantomeno attraverso comuni interessi economici, l’Ucraina da future minacce russe. La firma è stata annunciata ieri mattina da Kiev e la cerimonia era prevista a Washington poche ore dopo, ma poi sono insorti problemi — come ha dichiarato il segretario al Tesoro Scott Bessent — «perché gli ucraini hanno apportato alcune modifiche all’ultimo minuto. Siamo certi che riconsidereranno la cosa». Così è stato e in nottata è arrivato il comunicato ufficiale, che potrebbe determinare una svolta nel quadro complessivo delle trattative, tale forse da facilitare l’avvio di negoziati diretti con Mosca.

Stando alla bozza circolata in Ucraina — ed esaminata dalla Reuters — il trattato adesso accoglie molte delle richieste di Kiev e può diventare il pilastro delle garanzie di sicurezza invocate dall’Ucraina per raggiungere una “pace giusta”. Il punto chiave è l’utilizzo dei ricavi delle concessioni e dei minerali: inizialmente Washington pretendeva che fossero destinati a rimborsare il valore delle forniture militari concesse dal 2022, stimato dalla Casa Bianca in trecento miliardi di dollari. Ora si prevede che una parte dei proventi — quantificati nella bozza come il cinquanta per cento — vadano in un fondo comune tra Usa e Ucraina, in cui la quota statunitense potrà aumentare come pagamento di ulteriori consegne di aiuti militari: una formulazione che prolunga nel futuro l’impegno al fianco dell’Ucraina. Non si tratta quindi di una garanzia militare alla tutela della sicurezza, ma lega i due Paesi economicamente oltre ad offrire a Kiev risorse per finanziare la ricostruzione e per potenziare la difesa. Al momento della firma, gli ucraini hanno parlato esplicitamente di «una nuova assistenza, ad esempio nei sistemi contraerei».

Tutti gli investimenti del fondo dovrebbero restare in Ucraina. I giacimenti di venti minerali critici — tra cui titanio per l’industria aeronautica; litio, manganese e grafite per batterie e motori elettrici e infine uranio — hanno bisogno di attività costose per concretizzare l’estrazione. Gli Stati Uniti avranno però la prelazione su ogni nuova concessione, ottenendo una scorta vitale per il loro sistema economico. La durata sarà di dieci anni e sarebbero state eliminate le clausole che potevano ostacolare la procedura per l’ingresso nell’Unione europea. Contrariamente alla bozza ucraina, nell’annuncio finale presentato da Bloomberg sono compresi anche gli idrocarburi e il gas: non è escluso che fossero il punto controverso nel finale, su cui poi Zelensky avrebbe ceduto.

«Questa è un’intesa strategica — ha detto il premier Denys Shmyhal — un accordo buono ed equo tra i due Paesi per investimenti congiunti nello sviluppo e nella ricostruzione dell’Ucraina». Sarebbe stato proprio il premier a definire il patto con il segretario del Tesoro Bessent, affidando alla sua vice e ministra dell’Economia, Yulia Svyrydenko, la stesura del testo. Poi sabato scorso durante il faccia a faccia romano Zelensky avrebbe detto a Trump di essere pronto a firmarlo, determinando la corsa conclusiva.

Nelle bozze circolate a Kiev c’era un altro elemento simbolicamente rilevante: il riconoscimento del contributo ucraino alla stabilità internazionale. Si tratta del riferimento alla consegna volontaria alla Russia dell’arsenale nucleare sovietico, avvenuta nel 1994 sotto l’ombrello del Memorandum di Budapest in cui Washington e Mosca si impegnavano a tutelare la sicurezza dell’Ucraina. Quella garanzia che oggi resta lo snodo fondamentale prima di sedersi al tavolo e discutere di pace.

Nell’immagine: Roma, S. Pietro. Trump e Zelensky con Starmer e Macron prima dell’ormai iconico “tête à tête”