Taco Trump, il nomignolo che fa infuriare The Donald

L’acronimo impazza a Wall Street, rimanda al cibo messicano ma vuol dire che «se la fa sotto». È la cosa che più di tutte fa infuriare il presidente e svela le sue debolezze quando si tratta di negoziare 

Di Simona Siri, La Stampa

Gli americani adorano gli acronimi. Un esempio: per sapere a che ora sarai in un certo posto, non ti chiedono «a che ora arrivi?» ma «quale è la tua Eta?» dove Eta sta per «estimated time of arrival». Lo sa bene Donald Trump, che ha fatto la sua fortuna comunicativa anche grazie a Maga e tutti gli altri acronimi che girano in quel mondo, da Maha -Make America Healthy Again – a Tds – la famosa Trump Derangement Syndrome ovvero la sindrome da disturbo di Trump, la paranoia e l’isteria contro di lui e le sue politiche di cui soffrirebbero i suoi nemici – passando per il famigerato Doge, il dipartimento per l’efficienza governativa.

L’ultimo che lo riguarda lo ha però infastidito parecchio. Si chiama Taco e sta per “Trump Always Chickens Out” che tradotto in modo politicamente corretto significa «Trump si tira sempre indietro» ma tradotto come lo intendono gli americani e in modo non politicamente corretto per il pollo significa «Trump se la fa sempre sotto». A coniarlo è stato l’editorialista del Financial Times Robert Armstrong che l’ha usato per la prima volta nella sua newsletter a inizio maggio per descrivere la strategia del Presidente: annunciare importanti misure politiche dirompenti come l’imposizione di tariffe spropositate a praticamente tutti i paesi del mondo, per poi cambiare rotta dopo aver visto la reazione di panico da parte dei mercati finanziari. Secondo un’analisi del Washington Post, dall’insediamento del 20 gennaio l’amministrazione Trump ha annunciato nuove o riviste politiche tariffarie più di 50 volte: un metti-togli-metti-togli così prevedibile da essere diventato appunto degno di acronimo, usato dagli operatori finanziari per descrivere la convinzione che non importa l’annuncio, quello che è certo è che Trump tornerà su i suoi passi appena i mercati reagiscono in maniera negativa.

«Avevo bisogno di un modo abbreviato per descrivere questo andamento nella mia newsletter, perché è un andamento importante per i mercati», ha raccontato Armstrong a Axios. Aggiungendo: «Forse in quel momento ero affamato, quindi mi sono inventato Taco». All’inizio non ha avuto molto successo, ma a forza di usarlo il termine ha iniziato a comparire nelle note dei broker di Wall Street fino ad arrivare in un titolo del New York Times e da lì alle orecchie di Trump stesso. Mercoledì, a un incontro con la stampa nello Studio Ovale durante la cerimonia di giuramento di Jeannine Pirro, conduttrice di Fox News, come procuratore degli Stati Uniti ad interim a Washington, la giornalista Megan Casella della Cnbc gli ha chiesto: «Signor Presidente, gli analisti di Wall Street hanno coniato un nuovo termine chiamato “Taco trade”. Dicono che lei si tira sempre indietro dopo aver minacciato le tariffe ed è per questo che i mercati sono in rialzo questa settimana. Qual è la sua risposta?».

La risposta di Trump è stata di stizza, fastidio, scocciatura. Prima ha detto di non conoscere il termine, poi si è lanciato in una tirata sulla cronologia dei dazi imposti alla Cina al 145 per cento e o ridotti e poi di quelli all’Europa, poi ha concluso dicendo che questa cosa qui che fa lui non si chiama farsela sotto ma si chiama negoziare e che è tutta una tattica: spara «numeri assurdi» per le tariffe e poi li riduce quando convince le altre nazioni ad arrendersi alle sue richieste. «Non ripetere mai più quello che hai detto», ha detto alla fine alla giornalista dopo aver aggiunto che la sua era una «domanda davvero sgradevole, la più sgradevole». Che tradotto significa: niente è più irritante per Trump che ricevere domande che lo mettono in cattiva luce, soprattutto se a farle sono donne.

Stephanie Ruhle, volto di Msnbc, ha scritto che secondo le sue fonti, a Trump Taco piace eccome, nel senso che godrebbe nel vedere il potere che le sue parole esercitano sui mercati. «Chi è vicino al team di Trump mi ha detto che al presidente non importa affatto la reazione del mercato, anzi a quanto pare, gode dell’influenza che ha sui mercati globali. Una singola frase o un post sui social media cancella o crea miliardi, ed è per questo che molti si chiedono se e chi venga avvisato in anticipo di questi eventi. La risposta, per ora, è che non lo sappiamo». Ed Yardeni, presidente di Yardeni Research, alla Cnbc ha proposto un’alternativa alla teoria del pollo: quella del lupo. «Lo stile di Trump nel negoziare gli accordi è quello di sbuffare e sbuffare, ma di non fare mai saltare tutto in aria», ha dichiarato, prendendo come analogia la favola dei tre porcellini e del lupo che sbuffa e sbuffa. Armstrong, che ha iniziato il tutto, intanto si gode la fama, seppur con riserve: «Bene essere diventato famoso per la mia battuta stupida, ma preferirei che il presidente non rovinasse l’economia statunitense».


Dazi, tribunale blocca Trump: “Solo il Congresso può imporli”. Gli Usa annunciano ricorso

L’acronimo impazza a Wall Street, rimanda al cibo messicano ma vuol dire che «se la fa sotto». È la cosa che più di tutte fa infuriare il presidente e svela le sue debolezze quando si tratta di negoziare 

Nuova battuta d’arresto per i dazi di Donald Trump. La Court of International Trade, tribunale federale con sede a New York e competente in materia di commercio estero e dogane, ha annullato i cosiddetti dazi “reciproci” voluti dall’amministrazione, giudicandoli illegittimi.

Nel provvedimento pubblicato mercoledì, i giudici hanno stabilito che Trump ha abusato dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), la legge del 1977 invocata per giustificare l’imposizione di tariffe su gran parte dei prodotti importati. “La legge non autorizza il presidente a imporre una sovrattassa illimitata su merci provenienti da quasi tutti i Paesi del mondo”, si legge nella sentenza.

I dazi, almeno del 10%, erano stati introdotti da Trump nel cosiddetto “Liberation Day” con l’obiettivo dichiarato di riequilibrare la bilancia commerciale statunitense. Ma secondo la corte, il ricorso all’IEEPA non può sostituirsi al potere legislativo del Congresso, l’unico organo autorizzato a decidere in materia tariffaria.

La decisione nasce da una serie di cause intentate da piccole imprese, come il distributore di vini V.O.S. Selections, e da dodici stati americani guidati dall’Oregon. “La sentenza riafferma che le nostre leggi contano e che la politica commerciale non può dipendere dall’umore del presidente”, ha dichiarato il procuratore generale dell’Oregon Dan Rayfield.

Furente la reazione della Casa Bianca, che ha annunciato ricorso contro la sentenza: “Non spetta a giudici non eletti decidere come affrontare adeguatamente un’emergenza nazionale”, ha dichiarato un portavoce dell’amministrazione. “Il Presidente Trump si è impegnato a mettere l’America al primo posto e a utilizzare ogni leva del potere esecutivo per affrontare questa crisi e ripristinare la grandezza dell’America”. Il consigliere presidenziale Stephen Miller ha parlato di “colpo di stato giudiziario”.

L’altolà della Cina: “Gli Usa cancellino dazi impropri”

La Cina sollecita gli Stati Uniti “a cancellare tutti i dazi unilaterali impropri” dopo il provvedimento della corte federale Usa. È quanto ha detto la portavoce del ministero del Commercio,He Yongqian, secondo cui dai colloqui di Ginevra di inizio mese, Pechino e Washington “hanno utilizzato varie occasioni multilaterali e bilaterali per mantenere le comunicazioni aperte a vari livelli”. Recentemente, ha aggiunto He nel briefing settimanale, la Cina “si è concentrata sugli abusi dei controlli americani sulle esportazioni di semiconduttori”.


Quella mossa tedesca che rafforza l’Europa

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Di Nathalie Tocci, La Stampa

Friedrich Merz ha segnato un deciso cambio di passo e di tono nella politica estera della Germania. Per la prima volta, un cancelliere tedesco ha usato parole dure nei confronti del governo israeliano, e questo benché la sicurezza di Israele sia considerata questione di ragion di Stato (Staatsräson) in Germania, e nonostante lo stesso Merz sia un accanito sostenitore dello Stato ebraico.

Un analogo cambio di rotta lo abbiamo visto sulla guerra in Ucraina: in questo caso Merz ha abbandonato gli sterili equilibrismi del predecessore Olaf Scholz, e ha ad esempio autorizzato l’utilizzo di missili a lungo raggio da parte di Kyiv per colpire bersagli militari in territorio russo, così come hanno già fatto Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Incontrando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ieri a Berlino, il cancelliere tedesco ha poi annunciato un incremento dell’assistenza militare – il che apre all’invio di missili Taurus, e ha garantito che il gasdotto Nord Stream 2 non diventerà operativo. È presto per poter giudicare i risultati di questa Germania più chiara e decisa. Ma il fatto che essa stia emergendo non può che essere una buona notizia per l’Europa.

Premetto che sarebbe ingiusto concludere che fino ad ora la Germania sia rimasta con le mani in mano. In fin dei conti, è stato il cancelliere Scholz, tre anni fa, a prendere atto della Zeitenwende, cioè dello spartiacque storico dettato dall’invasione russa dell’Ucraina. Sempre Scholz ha assicurato che fosse il suo Paese il primo sostenitore economico e militare dell’Ucraina in Europa, seconda sola agli Stati Uniti tra gli occidentali. Ciò premesso, il governo Scholz è stato caratterizzato dal crescente immobilismo, dettato, a dir dei suoi sostenitori, dalla cautela, o, secondo i suoi detrattori, dalla paura. Tant’è che tra gli addetti ai lavori è stato scherzosamente coniato il verbo: “Scholzing”, a significare ritardare, procrastinare, tentennare.

Con Merz questi ondeggiamenti sembrano cessati. Il cancelliere tedesco si assume pienamente le responsabilità della Germania, quale più grande Paese europeo, nel far fronte alla minaccia russa, a partire dall’Ucraina, e a garantire la sicurezza del continente sullo sfondo dell’abbandono – se non del tradimento – statunitense. È un fardello pesante da cui Berlino sa di non poter evadere. Siamo davanti a una Germania che cresce rimanendo consapevole della sua storia nera. Anzi è proprio quella consapevolezza del passato che la rende più coraggiosa sia nel criticare Israele, il cui governo tutto fa tranne che assicurare la sicurezza del Paese, sia nel guidare il supporto in difesa dell’Ucraina, e più ampiamente dell’Europa.

La Germania non è, né tantomeno vuole essere, sola. Anche qui la Storia ha, e – mi auguro – continuerà ad avere un peso. Non esiste un asse Berlino-Kyiv che si sostituirà a quello che in passato si ipotizzava ci fosse tra Washington e Kyiv, soprattutto da coloro che propagavano narrazioni russe sulla guerra per procura in Ucraina, che evidentemente non c’è. L’asse, se così possiamo definirlo, è tra l’Europa che conta e l’Ucraina.

E l’Europa che conta è quella che sa, così come sa il cancelliere Merz, che la sicurezza dell’intero continente passa da Kyiv. È un’Europa che vede una guida franco-tedesco-polacco-britannica, assieme al nucleo sempre più integrato di Paesi nordici e baltici. Ma è un’Europa desiderosa di allargarsi a tutti i Paesi che ne condividono il coraggio e l’orientamento strategico. Più siamo e meglio è.

C’è chi penserà che questa Germania più sicura di sé, che investe massicciamente sulla difesa – tanto che al Bundestag Merz ha detto di volere l’esercito convenzionale più forte del continente –, è una Germania che fa paura. Nessuno ha la sfera di cristallo per vedere il futuro, e, certamente, qualora il partito estremista dell’AfD arrivasse al potere a Berlino, una Germania politicamente meno avversa al rischio e militarmente capace farebbe paura anche a me. Ma questo è un futuro ipotetico e, a mio avviso, molto improbabile. Quel che invece è certo è il presente, e nel presente una minaccia vera esiste ed è rappresentata dalla Russia di Vladimir Putin. Quindi è un bene e solo un bene ascoltare e vedere una Germania ed un’Europa disposte a cambiare passo.

Nell’immagine: Friedrich Merz


Chi è l’uomo che si è costituito per le torture a Carturan. Chi lo conosce: “Tipo strano ma ricco”

L’acronimo impazza a Wall Street, rimanda al cibo messicano ma vuol dire che «se la fa sotto». È la cosa che più di tutte fa infuriare il presidente e svela le sue debolezze quando si tratta di negoziare 

Di Arcangelo Rociola, La Repubblica

Se nessuno nel mondo di Bitcoin conosce Micheal Valentino Teofrasto Carturan, molti conoscono invece William Duplessie, l’uomo che ieri si è costituto a New York e che secondo gli inquirenti è coinvolto nel sequestro e nelle torture del 29enne di Rivoli. Duplessie, 33 anni, è un nome noto nell’ecosistema delle criptovalute svizzero. A Lugano, città che negli ultimi anni si è guadagnata il titolo di capitale europea delle cripto, era un volto noto, spesso presente a eventi, conferenze e incontri di settore.

Chi è Duplessie e che affari ha col mondo cripto

Ex fondatore di Pangea Fund, uno dei più importanti fondi di investimento in criptovalute, Duplessie aveva iniziato la sua carriera nel mondo cripto circa dieci anni fa con Coinconnect.com. Da allora aveva partecipato alla nascita di numerose aziende, associazioni e altri fondi, consolidando una reputazione da veterano del settore. Chi lo conosce su di lui concorda su due aspetti almeno: è un tipo strano ed è molto ricco. Il suo nome risulta tra i fondatori della Ticino Blockchain Technologies Association, associazione nata per promuovere la crescita dell’ecosistema blockchain in Ticino, registrato come cittadino americano.

“Un tipo eccentrico, strano, come molti da queste parti. Ma nulla lasciava presagire un suo possibile coinvolgimento in un fatto così grave”, racconta Michele Ficara Manganelli, direttore esecutivo dello Swiss Blockchain Consortium, figura di riferimento nell’ecosistema svizzero delle cripto. “A Lugano lo conoscono tutti. Lo si vedeva spesso in giro, agli eventi. Mi è capitato di incontrarlo alcune volte, anche in occasioni informali. Mai un comportamento fuori posto, nessun eccesso, nessuna ombra sul suo passato recente”. Secondo Ficara Manganelli, Duplessie faceva parte di quella cerchia di investitori in criptovalute che, negli anni, ha accumulato patrimoni ingenti: “Aveva soldi, questo è certo. Come tanti qui, dove non mancano persone con centinaia di milioni, persino miliardi”.

L’élite un po’ in ombra dei nuovi ricchi in Bitcoin

Un mondo che ai più può sembrare distante, ma che ha prodotto una nuova classe di ricchi in Italia, in Svizzera e in tutto il mondo. Un’élite in parte invisibile, riservata, spesso restia alla visibilità. “C’è chi a Lugano gira mascherato agli eventi per non farsi riconoscere e proteggere la propria privacy”, racconta ancora l’imprenditore. Questa nuova ricchezza nasce da due grandi categorie: da un lato quelli che hanno acquistato Bitcoin quando valeva poche decine di dollari e oggi possiedono decine o centinaia di milioni; dall’altro, trader e speculatori che si sono arricchiti — in alcuni casi rovinati — attraverso operazioni ad alto rischio.

Solo in Italia si stimano tra i 300 e i 500 portafogli cripto con valori milionari. Un patrimonio sommerso, spesso anonimo, che ha premiato chi ha saputo attendere e operare con lungimiranza. Ma la ricchezza, soprattutto quella improvvisa, può portare con sé tensioni, rivalità, e in alcuni casi veri e propri reati. Il caso Carturan ne è un esempio. E non è isolato: dall’inizio dell’anno si moltiplicano le segnalazioni di sequestri e intimidazioni a danno di operatori del settore cripto. Un fenomeno nuovo, che nasce da un’economia altrettanto nuova, ma che talvolta finisce per ricalcare schemi antichi, fatti di violenza, avidità e oscuri interessi.

Nell’immagine: l’arresto di William Duplessie


L’ora dell’addio, Musk molla Trump dopo la legge di spesa. Il tycoon: “Mina il mio lavoro sui tagli”

L’acronimo impazza a Wall Street, rimanda al cibo messicano ma vuol dire che «se la fa sotto». È la cosa che più di tutte fa infuriare il presidente e svela le sue debolezze quando si tratta di negoziare 

Di Jacopo Iacoboni, La Stampa

La musica è (già) finita, gli amici se ne vanno. Elon Musk se ne va. Lascia il suo ruolo governativo di consigliere del Presidente Donald Trump dopo aver guidato gli sforzi per ridurre e revisionare la burocrazia federale, e lo fa – benché definisca «pianificata» l’uscita – anche per palesi dissidi, che trapelano abbastanza facilmente dall’amministrazione americana. La scadenza prevista era il 30 maggio, ma i dissensi sono emersi abbastanza chiaramente nelle settimane precedenti.

«Mentre il mio tempo programmato come impiegato speciale del governo giunge al termine, – scrive Musk sul suo X – vorrei ringraziare il presidente Donald Trump per l’opportunità di ridurre gli sprechi». Tuttavia un funzionario della Casa Bianca, che ha chiesto l’anonimato per parlare del cambiamento, ha confermato che Musk se ne va in mezzo a dissapori. Il suo addio avviene casualmente proprio un un giorno dopo che il capo di Tdesla, X. Space X, ha criticato il fulcro della legge di bilancio di Trump, quando si è detto «deluso» da ciò che il presidente definisce «la sua grande e bella legge».

Trump è convinto che questa norma, un mix di tagli alle tasse e una maggiore applicazione alla repressione dell’immigrazione clandestina, sia appunto un passo epocale della sua amministrazione. Musk pensa al contrario che sia «una legge di spesa massiccia», che aumenta il deficit federale, «mina tutto il lavoro del Dipartimento per l’efficienza del governo» (il DOGE guidato da Musk) , e in sostanza – parole di Musk ala Cbs martedì sera – «penso che una legge possa essere grande o bella. Ma non so se possa essere entrambe le cose». Poi Musk aveva smorzato leggermente il dissenso, che però condivide con diversi repubblicani. «Non sono contento di alcuni aspetti, ma sono entusiasta di altri. Vedremo cosa succederà», ha spiegato, Trump «ha una strada da percorrere», anche perché i repubblicani hanno fatto passare la misura alla Camera e ma la stanno ancora discutendo al Senato.

Il Congressional Budget Office, in una stima preliminare, ritiene che, stante così la legge, le disposizioni fiscali aumenterebbero il deficit federale di 3.800 miliardi di dollari in un decennio, mentre le modifiche a Medicaid e altri servizi sociali farebbero risparmiare nello steso decennio solo circa mila miliardi.

Anche per questo la Casa Bianca ha al momento sul tavolo alcune proposte di stralcio provenienti dall’amministrazione, tra cui alcuni tagli cari a Musk, il pacchetto includerà 1,1 miliardi di dollari dalla Corporation of Public Broadcasting, che finanzia la NPR e la PBS, e 8,3 miliardi di dollari in assistenza estera. «Il Big Beautiful Bill non è una legge di bilancio annuale», aveva spiegato il vice capo di gabinetto di Trump, Stephen Miller. «Tutti i tagli al DOGE dovrebbero essere effettuati attraverso una legge separata». Ma Musk aveva più fretta, evidentemente. E gli amori come il suo con Trump si consumano rapidamente, spesso. Ha rispettato la scadenza del suo termine alla lettera (anzi, l’ha lievemente anticipata), e se l’è filata.

Fatto è che il DOGE doveva generare tagli alla spesa per mille miliardi di dollari, ma ha mancato di molto l’obiettivo e ne rimasto lontanissimo. Anche se Trump e il DOGE erano riusciti a tagliare quasi il 12%, o 260mila, dei 2,3 milioni di dipendenti federali, tra minacce di licenziamenti e offerte di prepensionamento.

Nelle ultime settimane Musk si è scontrato in privato con alcuni funzionari di gabinetto. Ha definito il consigliere per il commercio della Casa Bianca Peter Navarro definendolo un “idiota” per aver respinto la spinta di Musk per “zero tariffe” tra Stati Uniti ed Europa. Secondo stime di Reuters, Musk aveva speso quasi 300 milioni di dollari per sostenere la campagna presidenziale di Trump e altri repubblicani. Poi, a inizio aprile, aveva detto che avrebbe tagliato le sue spese politiche. Era in Qatar a un forum tra emiri e sceicchi: «Penso di aver fatto abbastanza», disse. Game over.


L’umanitarismo armato. Gaza sempre affamata e il calcolo di Netanyahu

L’acronimo impazza a Wall Street, rimanda al cibo messicano ma vuol dire che «se la fa sotto». È la cosa che più di tutte fa infuriare il presidente e svela le sue debolezze quando si tratta di negoziare 

È vero. I disperati attacchi ai “camion della salvezza” c’erano già stati, con morti e feriti, anche quando la distribuzione della farina era ancora affidata alle organizzazioni umanitarie, ONU in testa. La loro esperienza e competenza non poteva certo bastare a contenere paura, rabbia, disperazione di un popolo prigioniero della fame.

Così ridotto anche scientemente, per calcolo, ennesima violazione del diritto internazionale, che inoltre imporrebbe agli occupanti in armi di prendersi cura dei bisogni più elementari degli occupati, in questo caso di oltre due milioni di civili in fuga continua da bombardamenti incessanti, almeno sessanta mila civili ammazzati, e chissà quante altre migliaia ancora sotto le macerie del paesaggio lanare che è ormai gran parte dell’enclave gazawi.

Che c’è allora di diverso nelle scene di ieri, la massa di “profughi in casa propria”, che sfonda i due punti di raccolta e distribuzione di cibo, si appropria degli scatoloni che sembrano quelli lanciati dagli americani durante il secondo conflitto mondiale, con i “contractor” statunitensi sicuri di poter “garantire l’ordine” e che invece se la danno subito a gambe, lasciando ai supporto dei soldati israeliani il compito di sparare, facendo una quarantina di feriti. Sul piano formale, nulla cambia. Su quello sostanziale, invece, non mancano le differenze.

Per cominciare, l’opacità che circonda questa “privatizzazione” dell’aiuto umanitario a Gaza: una società pochissimo trasparente, con sede negli Stati Uniti e in Svizzera, sicuramente sostenuta economicamente ma non ufficialmente da America e Israele, che non vogliono apparire. Un ridicolo segreto di Pulcinella. Poi: le precipitose dimissioni dei due principali dirigenti di questa “Gaza Humanitarian Foundation”, clamorosamente ritiratisi ancor prima che cominciasse il loro lavoro sul terreno, perché consapevoli, hanno fatto sapere, dell’impossibilità di svolgere un efficace, onesto e indipendente soccorso umanitario. Terzo: la prova provata, immediatamente denunciata dalle agenzie onlus, dell’impossibilità di una corretta distribuzione degli aiuti con soli 4 punti di distribuzione, tutte al Sud (al massimo, infatti, raddoppieranno), quando in tempi “normali” ne occorrevano 400 in tutta la Striscia. Infine, il contemporaneo annuncio di Netanyahu di voler estendere il controllo militare israeliano al 75% dell’enclave.

Ed è l’aspetto politico-militare al tempo stesso più inquietante ed enigmatico. Perché occupare “soltanto” i tre quarti di Gaza, e non anche l’altro 25% della parte meridionale? È in quell’ultima parte della Striscia a ridosso dell’Egitto che verosimilmente si sposteranno o si intende spingere la popolazione civile. Per controllarla meglio, per ridurre le possibilità di rifugio di Hamas, oppure per predisporre la fuga o la deportazione verso altri paesi arabi del maggior numero possibile dei palestinesi spossati e traumatizzati dopo 19 mesi di “guerra”?

Interrogativi più che legittima. La componente “biblica” del governo Netanyahu non ha affatto ridotto la sua campagna politica per l’occupazione e l’annessione territoriale di tutta la Striscia, possibilmente svuotata dei suoi abitanti, ha già individuato dove sistemare i primi re-insediamenti e formato i primi gruppi di nuove colonie ebraiche 20 anni dopo il ritiro di Sharon. E non si tratta affatto di fantasie se nel frattempo, con una decisione del governo già votata segretamente un mese fa, Netanyahu ha deciso l’inaugurazione di nuovi quaranta insediamenti in Cisgiordania. Nulla che indichi dunque la volontà di aprire la strada alla ragionevolezza. Né a Ovest del fiume Giordano. Né a Sud del Negev.

Non basta certo ricordare, per l’ennesima volta, che la causa immediata di questa tragedia senza precedenti nella storia del conflitto israelo-palestinese fu l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. Israele avvertì allora la sua fragilità. Introitando un timore profondo e legittimo.

Che ha pensato di superare o risolvere con una guerra classificabile a guerra contro l’umanità e feroce “repulisti” etnico.

Nell’immagine: palestinesi in un punto di distribuzione di cibo della Gaza Humanitarian Foundation nel campo profughi di Nuseirat, il 21 maggio 2025


Tutto scorre e niente cambia

L’acronimo impazza a Wall Street, rimanda al cibo messicano ma vuol dire che «se la fa sotto». È la cosa che più di tutte fa infuriare il presidente e svela le sue debolezze quando si tratta di negoziare 

In tanto “naufragare” geopolitico, sempre più sommersi da ondate di ignoranza, viene istintivo cercare e poi attaccarsi, quasi ultima gomena di salvezza,  a qualche saggio e a qualche suo testo antichi: o per vedere com’era un tempo il mondo e come è cambiato, se è cambiato oppure per dirci sconsolati che comunque tutto scorre, niente si ferma. Prendi allora in mano i “sacri testi” della gloriosa e coraggiosa Universale Laterza (1973!) ed ecco l’inevitabile Aristotele (384 a.C.) con la sua “Grande etica” o anche la “Politica” o il “Trattato sull’economia” o l’oscuro e misantropo Eraclito (475 a.C.) con le sue filosofie tramandateci.

Nulla sembra cambiato…

  Nulla sembra cambiato da quando Aristotele, all’inizio della “Politica”, scriveva che in democrazia i poveri sono re se la volontà del più gran numero ha forza di legge e  che mai è capitato che i ricchi siano più numerosi dei poveri, ma i ricchi hanno sempre governato il mondo e manovrato le fila di coloro che governano. Oggi infatti più che mai i sistemi democratici si confondono con il governo dei ricchi e il governo dei ricchi ha adottato uno strumento di rovinoso capovolgimento dei valori: il denaro.

Nulla sembra cambiato da quando Eraclito divideva l’umanità in due. Da una parte  i dormienti, coloro che non facendo buon uso della ragione, non comprendono l’essenza della realtà, in quanto si fermano alla “doxa”, all’opinione. Dall’altra parte i desti, coloro che con l’arte del ragionamento colgono pienamente il reale, raggiungendo l’”aletheia”, la verità. I primi (i dormienti) sono la maggioranza: per pigrizia e abitudine si accontentano delle apparenze e pensano che tutto sia ormai inamovibile, immutabile. I secondi(i desti) sono invece rari: una minoranza che con fatica si affida alla ragione per andare al di là dell’opinione dominante.

 Il sonno diventa così l’emblema o il metodo per rendere l’uomo isolato, intellettualmente pigro e indolente, non disposto alla ricerca. La veglia assurge invece a simbolo della ricerca libera, in grado di condurre alla conoscenza e alla saggezza.

L’antiveggente professore di Harward

È interessante e per certi aspetti stupefacente (o sconcertante, considerata la realtà e il tempo che scorre) ritrovare riscontro di tutto questo in un testo di una decina di anni fa di un professore di diritto della ora bandita e ostracizzata (dal solito Trump) università di Harward, Lawrence Lessig (che è anche direttore del Safra Foundation Center for Ethics, un Centro per l’Etica). In quel testo (Republic, Lost: How Money Corrupts Congress, 2015) si indicano tre tipi di corruzione. Quello mediante denaro dato in cambio di favori politici. Quello mediante la cosiddetta “gift economy”, l’economia del dono per cui non si dà denaro contro favori, ma semplicemente si donano beni (ora si è arrivati persino a donare a un presidente americano anche uno strepitoso aereo su misura), posizioni sociali ed economiche, viaggi, stili di vita, contro nulla di preciso, ma che tuttavia legano donatore e beneficiario in una ovvia comunità di intenti. Quello che, in fine, potremmo definire di “corruzione culturale, che contraddistingue al massimo grado l’élite globale emergente nel capitalismo globale finanziario, in cui pochi si nascondono dietro i dogmi nebbiosi dei mercati globali. Che hanno tuttavia una loro precisa identità nelle grandi banche e nelle multinazionali della finanza e della speculazione (come commentava uno che aveva studiato a fondo il problema, lo storico ed economista Guido Rossi, di cui ricordiamo qui  in particolar modo “Capitalismo opaco”, a cura di Federico Rampini, ed. Laterza,2005).

…e la lotta di classe dimenticata

O forse si potrebbe riprendere, per la sua analisi che oggi risulta profetica, uno straordinario saggio, pure di una decina di anni fa, di Luciano Gallino (La lotta di classe, Laterza 2012) dove già si identificava il disastro sociale e politico delle democrazie mediante un paradigma, quello della lotta di classe, finito ormai nel dimenticatoio anche nella sinistra. Dove la classe vincente dei super ricchi è riuscita a imporre, con clownesca comunicazione(Trump) di regole, slogan, promesse, “vinceremo”, insicurezze, paure e soprattutto ricatti o metodi arroganti cui cedono anche gli Stati, compresa la Svizzera. Dove la classe perdente non è più solo quella impoverita, ma è anche quella media o perché rassegnata e addormentata, incantata e soggiogata dagli oligarchi o perché sognante (il sogno americano) il tempo promesso e che verrà anche per la “sua” ricchezza. 

The big beautiful bill o c.d.d.

A titolo di c.d.d. (come dovevasi dimostrare). Nell’ultimo decennio (dati di uno studio di UBS) la ricchezza totale dei miliardari nel mondo è aumentata del 121 per cento, più che raddoppiata: da 6.300 miliardi di dollari a 14.000 miliardi. Solo lo scorso anno quella ricchezza è aumentata del 17 per cento: aumento dovuto in buona parte ai miliardari americani la cui ricchezza è cresciuta del 27.6 per cento, ammontando a 5.800 miliardi. Una somma che fa degli Stati Uniti il Pese con il maggior numero di miliardari (835, e cinque li troviamo ora nel governo Trump; rappresentano il  40 per cento del patrimonio mondiale dei “super ricchi”).

Ogni bilancio statale (anche quello  della piccola repubblica cantonticinese) è una dichiarazione politica. Quello presentato  in questi giorni da Donald Trump con  consueta prosopopea come “the big beautiful bill” (il “grande e magnifico progetto di legge”; un testo di oltre mille pagine), è pure una sorta di “come dovevasi dimostrare” paradigmatico, da imporre ad esempio a tutto il mondo e che infatti nella sostanza sta ispirando anche i nostri bilanci statali.

Da un lato i miliardari, i ricchi, d’altro lato il resto del mondo, che è quasi tutto; da un lato gli addormentati o i dormienti che hanno eletto quel governo, d’altro lato i desti, che si svegliano sempre tardi e che non solo non sanno più come liberarsene (anche se il “beautiful bill” americano è stato accettato alla Camera dei rappresentanti per un solo voto di scarto). Il nuovo bilancio prevede di aggravare ancora il disavanzo di tremila miliardi di dollari sino al 2034. Optando però (questa è la dichiarazione politica) per la difesa dei più ricchi, contro il resto della popolazione. Secondo un rapporto dell’ufficio di bilancio del Congresso, dalle misure del “beautiful bill” trarrà  infatti maggior beneficio il 10 per cento dei più ricchi o gli 835 miliardari americani, mentre il 10 per cento dei più poveri pagheranno di fatto un tributo maggiore. In parole e calcoli concreti: 2180 miliardi di dollari  ancora regalati ai ricchi con  alleggerimenti fiscali,1810 miliardi di dollari sottratti alle misure sociali ridistributive che toccano le categorie più deboli e povere.

 E l’oligarchia al comando è salva contro la democrazia. Come già diceva appunto Aristotele più di millecinquecento anni fa. Ed è invece vero, contro Eraclito, che tutto scorre e niente cambia, e non solo in Politica, e i dormienti sono la maggioranza.

Nell’immagine: la Fox TV presenta il “grande e magnifico progetto di legge” di Trump


La disastrosa politica di Ignazio Cassis

L’acronimo impazza a Wall Street, rimanda al cibo messicano ma vuol dire che «se la fa sotto». È la cosa che più di tutte fa infuriare il presidente e svela le sue debolezze quando si tratta di negoziare 

Di Jacques Pilet, Bon pour la Tête

Il dossier sull’aggiornamento delle relazioni bilaterali con l’UE è condotto in modo talmente maldestro che gli oppositori dell’accordo hanno buone speranze di affondare la nave. Mai la diplomazia elvetica è stata guidata da un ministro così dannoso.

Di solito pronto a condannare le violazioni del diritto umanitario e della giustizia internazionale, il nostro Paese si sta screditando agli occhi del mondo. Non una parola da parte del DFAE per condannare con fermezza il massacro deliberato di una popolazione bombardata, affamata, cacciata dal proprio territorio. Nessun discorso chiaro per condannare l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, i bombardamenti e le incursioni armate in Libano e Siria, gli appelli alla guerra contro l’Iran. Ogni paese ha il diritto di difendersi. Ma oggi non si è andati ben oltre. Il governo «messianico» di Netanyahu rivendica apertamente l’espansione territoriale di Israele. Tacere, in questo caso, significa di fatto schierarsi dalla parte dell’aggressore. Significa chiudere gli occhi davanti al terrorismo di Stato.

La parzialità personale di Cassis a favore di Israele

I fondamentalisti della neutralità diranno che non dobbiamo immischiarci. Ma allora perché accumulare, anche se a ragione, sanzioni contro la Russia che ha violato il confine dell’Ucraina? Arriva un momento in cui il «due pesi e due misure» diventa insostenibile. Diversi paesi europei non solo hanno condannato l’attuale politica di Israele, ma l’hanno anche sanzionata. Spagna, Irlanda, Norvegia, Paesi Bassi. E in seno al Parlamento europeo si levano voci che chiedono di rimettere in discussione l’accordo estremamente favorevole tra lo Stato ebraico e l’UE. Un passo approvato persino da Emmanuel Macron. Nella sua lunga intervista televisiva di martedì, ha dichiarato che la politica di Netanyahu è «una vergogna». Una parte, certamente molto minoritaria, dell’opinione pubblica israeliana, così come una parte della comunità ebraica, si indigna con altrettanta forza.

Se la Svizzera ha un atteggiamento completamente diverso, ciò è dovuto innanzitutto alla posizione personale di Ignazio Cassis. Prima di entrare in governo era membro attivo del gruppo parlamentare di amicizia Svizzera-Israele, la cui missione è, testualmente, «rappresentare le posizioni israeliane nei settori della politica, dell’economia, della società e della cultura». Diventato consigliere federale, non ha deviato di un millimetro. Quanto ai diplomatici che lo circondano, o lo seguono o vengono messi da parte. Eppure molti di loro sono molto competenti e hanno uno spirito più acuto del loro capo. Lo si è visto con la brillante prestazione dell’ambasciatore svizzero presso le Nazioni Unite, che ha ricevuto a casa sua, a Cologny, i rappresentanti cinesi e americani che hanno finalmente riallacciato i contatti.

Confusione generale sull’accordo bilaterale con l’UE

Sulla guerra in Ucraina, l’approccio del nostro ministro è altrettanto semplicistico e parziale. Con iniziative vane e discorsi balbettanti. Come se si spaventasse subito per il poco che dice e fa. Stesso risultato che in Medio Oriente: da questo punto di vista, la tradizione elvetica dei buoni uffici è sepolta. Sono altri, potenti o meno, a darsi da fare.

Altro pasticcio di Ignazio Cassis, infinitamente meno tragico ma su un tema che riguarda tutti gli svizzeri: le relazioni con l’Unione europea. Il consigliere federale ha chiaramente orrore di affrontarlo. Si dice favorevole alla conclusione di un nuovo accordo bilaterale, ma non lo sostiene con convinzione e chiarezza. I contrari a qualsiasi avvicinamento ai nostri vicini hanno iniziato la loro campagna. Oltre alla solita litania ideologica e «sovranista», spesso avanzano argomenti forti, da prendere sul serio. Che bisognerebbe controbattere con i fatti. Ma non solo il ticinese non lo fa, ma tutto il Consiglio federale brancola nel buio. Mostrare il progetto ancora segreto a due rappresentanti di ciascun partito è un’idea rocambolesca… e poco democratica. Altrettanto bizzarra è la proposta di sottoporre l’accordo al voto per capitoli separati, in più volte. Mentre è l’insieme che conta, che verrà accettato o no. L’UE non entrerà nei dettagli.

Il segreto su ciò che si sta preparando non fa che rafforzare gli oppositori. Anche la polemica sulle modalità di voto richiede una spiegazione più chiara. I cittadini e le cittadine sono tutti uguali. Esigere la maggioranza dei cantoni significa calpestare quella del popolo. Significa dare più peso al voto di un cittadino di Uri o di Svitto che a quello di un cittadino di Ginevra, di Vaud o di Basilea. La necessità del doppio sì è giustificata per quanto riguarda la ripartizione dei poteri interni alla Confederazione, ma non ha nulla a che vedere con un referendum come quello che ci aspetta, paragonabile a tutti quelli che scandiscono la nostra vita democratica. Nessuno, ai vertici, ha chiaramente esposto questa argomentazione.

E la situazione rischia di protrarsi fino al 2028!

Insomma, la situazione è compromessa. Gli ambienti economici e universitari, tra gli altri, hanno motivo di preoccuparsi. Credere che in caso di fallimento tutto continuerà come oggi è un’illusione. Sul piano pratico, prima o poi tutti subirebbero le conseguenze di un fallimento degli accordi bilaterali. Opportunità limitate, aumento della disoccupazione, mancanza di manodopera qualificata, in particolare nel settore medico. È così difficile distinguere le cose? Da un lato ci si può scandalizzare per questo o quel passo falso della politica di Bruxelles, che per lo più non ci riguarda, e dall’altro riconoscere la necessità di mantenere ponti concreti con un vicinato così prossimo.

In mancanza di persone in grado di sostenerla in modo convincente, la politica del Consiglio federale rischia una batosta alle urne. Ne uscirebbe ancora più indebolito sul fronte delle relazioni internazionali. E questo mentre già oggi fa una figura così misera in questo campo. Le figure di spicco del passato, che erano così numerose, non hanno lasciato alcun erede di rilievo? Abbiamo tempo per riflettere sulla questione: Ignazio Cassis vuole rimanere in carica fino al 2028.

Nell’immagine: La popolazione di Gaza viene affamata dallo Stato di Israele, e il DFAE rimane muto


Ragazze e «madri supplenti». L’adolescenza perduta di Gaza

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Di Michele Giorgio, il manifesto

Sono oltre 39.000 i bambini di Gaza che hanno perso uno o entrambi i genitori. Di questi, ben 17.000 – secondo i dati diffusi dall’Ufficio centrale di statistica palestinese – hanno visto morire sia il padre che la madre sotto i bombardamenti israeliani. Sono sopravvissuti alla morte, ma ora sono soli. Spesso feriti gravemente, mutilati, affetti da disabilità permanenti. Hanno – e avranno – bisogno di cure mediche che il sistema sanitario di Gaza, devastato da missili e bombe, non è più in grado di garantire. E necessitano di un sostegno psicologico profondo per affrontare i traumi subiti, se mai sarà possibile farlo. «Presto il numero degli orfani potrebbe triplicare rispetto alle stime iniziali. Saranno fragili e ad alto rischio anche dopo la fine della guerra», avverte l’International Rescue Committee. Per le bambine e ragazze rimaste senza genitori il cammino sarà ancora più difficile.

Molte adolescenti – e persino ragazzine di 13-14 anni – hanno assunto il ruolo delle madri scomparse, prendendosi cura non solo dei fratelli più piccoli, ma anche di cugini, nipoti, talvolta di bambini estranei rimasti senza famiglia. Aya Dabbash, 16 anni, non avrebbe mai immaginato di diventare una «madre supplente» – come le chiamano a Gaza – e che sarebbe toccato solo alle sue braccia accogliere e dare calore a sua nipote Celine, di pochi mesi, unica sopravvissuta al raid aereo israeliano che ha annientato l’intera famiglia. Aya ha affidato a un giornale online palestinese il ricordo di quel momento: «Il bombardamento era stato così violento – ha raccontato – ci ha colpito da così vicino… Sono corsa da mia sorella e ho trovato Celine: era sola, sdraiata sul letto. Aveva il corpo coperto di ferite. L’ho presa tra le mie braccia e da quel giorno l’ho sentita parte di me».

Quella di Aya è una delle tante maternità nate sotto le macerie della Striscia. Giovani donne e ragazze sono state costrette ad assorbire rapidamente la perdita della famiglia e si sono ritrovate al centro di un’esperienza che va ben oltre la loro età. Aya, nel suo racconto, non ha nascosto lo shock provato nel momento in cui la maternità le è stata imposta dai massacri quotidiani di Gaza. «All’inizio avevo paura – ha detto – Mi chiedevo: posso gestire tutto questo? Sono troppo piccola per essere responsabile di una bambina. Poi mi sono ritrovata a fare tutto ciò di cui mia nipote aveva bisogno. Celine è stata il balsamo che ha curato le mie ferite, prima che io fossi il suo balsamo». Aya sognava di diplomarsi, andare all’università, costruirsi una famiglia. Il bagno di sangue a Gaza l’ha privata di tutto, anche del futuro.

Anche Alaa Al Hasanat, 15 anni, ha iniziato il suo percorso di maternità dopo aver perso gran parte dei familiari. È sopravvissuta ferita tra le macerie della propria abitazione. «Mi hanno portata in ospedale e non sapevo chi della mia famiglia fosse vivo o morto. Tra lo shock e il dolore, ho sentito mia nipote Sarah piangere senza sosta. Poi l’hanno messa tra le mie braccia e si è calmata». Col passare dei giorni, Alaa ha compreso l’enormità della responsabilità che la attendeva: crescere una bambina in mezzo alle macerie, ai raid aerei continui, alla fame. Il latte e i medicinali sono diventati introvabili.

Un’altra giovane, Hanaa Qarnawi, si prende cura del piccolo Osama, figlio della sorella. «Mio nipote – racconta – è nato dopo 16 anni di matrimonio. Mia sorella aveva lottato tanto per averlo, sottoponendosi a cure e trattamenti. Era così felice di averlo finalmente con sé. Poi, in un attimo, tutto è finito. Non ha nemmeno avuto il tempo di godersi quel figlio tanto desiderato». Racconti come questi si moltiplicano. Altre ragazze, anch’esse orfane, sono diventate madri surrogate.

«I 39.000 bambini di Gaza rimasti orfani rappresentano un trauma profondo per un’intera generazione», osserva al manifesto Pippo Costella, direttore di Defence for Children Italia. «È una ferita che avrà ripercussioni per decenni – aggiunge –. Molti dei minori sopravvissuti, privati di ogni figura adulta di riferimento, vengono oggi accuditi da altri bambini, costretti a sostituirsi ai familiari uccisi. Esperienze personali segnate dal lutto, dalla sofferenza, e dall’assunzione precoce di ruoli totalmente inadeguati all’infanzia».

Il pericolo più immediato per i bambini di Gaza – che costituiscono il 47% della popolazione – restano le bombe e di recente anche la fame. In molti rovistano tra i rifiuti in cerca di qualcosa da mangiare. I bambini morti per malnutrizione, riferiscono fonti locali, sono già decine. Decessi causati dal blocco degli aiuti umanitari imposto da Israele lo scorso 2 marzo, allentato solo in minima parte – e senza effetti concreti – dopo le proteste internazionali.

Dalla ripresa dell’offensiva israeliana, lo scorso 18 marzo, sono oltre mille le donne e i bambini uccisi. Il numero complessivo dei minori deceduti si avvicina a quota 20.000, secondo il ministero della Sanità di Gaza. E con il passare dei giorni cresce anche il numero degli orfani – di uno o di entrambi i genitori – assieme a quello delle giovanissime «madri supplenti». Gaza, ricorda Save the Children, è «il luogo più mortale al mondo per un bambino».


Dal Sudan al Ciad stupri come arma di guerra

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Di Francesca Mannocchi, La Stampa

«Mi sentivo come se avessi perso la testa. Non riuscivo a parlare. Era come se fossi in un altro mondo, un mondo da cui non riuscivo a uscire», così una giovane donna di ventidue anni inizia a descrivere le settimane trascorse nelle mani dei suoi stupratori. Ha un corpo esile, e gli occhi vigili. Decide che il nome che prenderà per la sua intervista sarà Amina. Il suo lo nasconde, come nasconde il peso del danno che ha subito. Troppa l’onta che graverebbe sulla sua famiglia, troppo il peso della vergogna. È seduta in una clinica di Adré (Ciad), fino a due anni fa un piccolo centro di passaggio tra il Ciad e il Sudan, e oggi rifugio per 250 mila sudanesi. Di fronte a lei la psicologa di Medici Senza Frontiere che la segue, che si è presa cura di lei da quando, al cancello, Amina ha chiesto aiuto. Lo ha fatto come centinaia di donne hanno imparato a fare negli ultimi anni. Stringendo un sasso tra le mani. Il codice per far capire a chi staziona al cancello che si è vittima di abusi.

Quando è iniziata la guerra, Amina viveva a Khartoum. È stata prelevata da un gruppo di combattenti delle Forze di Supporto Rapido a fine 2023, sei mesi dopo l’inizio dei combattimenti. L’hanno portata in una casa abbandonata dove è rimasta per due mesi. Otto settimane in cui è stata ripetutamente stuprata in branco. Con lei c’erano altre sessanta donne. Stuprate come lei e come lei picchiate ogni volta che provavamo a scappare.

Amina ci ha provato invano tre volte prima di riuscire. In quei due mesi ha visto i combattenti delle Rsf stuprare di fronte a tutte delle ragazzine di 14 e 15 anni. «Molte di loro morirono e alcune non riuscirono più a stare in piedi», ha visto uccidere quelle che si ribellavano, quelle che urlavano troppo mentre cercavano di scappare dai torturatori. Del giorno in cui è riuscita a fuggire ricorda solo la corsa senza forze. La paura di essere ripresa. Il terrore di essere stuprata di nuovo. Oggi vive nel campo di Adré. Non riesce a dimenticare. Non riesce più a dormire.

Lo stupro come arma di guerra

Entrato nel suo terzo anno, il conflitto in Sudan continua a infliggere danni devastanti ai civili. La guerra civile tra le Forze di Supporto Rapido e le Forze Armate Sudanesi è scoppiata nell’aprile 2023 e ha causato finora decine di migliaia di morti e 11 milioni di sfollati. Entrambe le forze hanno guidato la destituzione del presidente Omar al-Bashir nel 2019. Due anni dopo, nel 2021, si sono unite nuovamente per rimuovere un governo di transizione e si sono divise nell’aprile 2023, innescando l’attuale guerra civile. Mentre l’esercito ha riconquistato la capitale, Khartoum, a marzo, il Paese rimane sostanzialmente diviso in due, entrambe le parti in conflitto hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario tra cui la violenza sessuale sistematica contro donne e ragazze. Lo scorso aprile un rapporto di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha denunciato gli attacchi sistematici contro le donne, violenze sessuali usate come arma di guerra, rapimenti a danni di donne e bambini anche nei campi profughi, esecuzioni, violenze – molte delle quali attribuite alle Forze di Supporto Rapido – che riflettono una campagna brutale ai danni dei più vulnerabili.

Poco prima anche Amnesty International aveva diffuso un report sulle violenze sessuali nella guerra in Sudan, intitolato «Ci hanno violentate tutte». Il rapporto descriveva l’uso ripetuto della violenza sessuale da parte delle Forze di Supporto Rapido per umiliare la popolazione e affermare il controllo sul territorio: «Gli attacchi delle Forze di Supporto Rapido contro donne e ragazze sono ripugnanti, vergognosi e mirano a infliggere la massima umiliazione – ha dichiarato Deprose Muchena, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale –. Le Forze di Supporto Rapido hanno preso di mira i civili, in particolare donne e ragazze, infliggendo crudeltà inimmaginabili durante questa guerra». A Nyala, nel Darfur meridionale, i soldati delle Rsf hanno legato una donna a un albero, poi uno di loro l’ha violentata sotto gli occhi di tutti gli sfollati. A Wad Madani, nello Stato di Al Jazirah, tre combattenti hanno stuprato una donna davanti alla figlia dodicenne e alla cognata. Molte vittime hanno dichiarato che i soldati delle Rsf le hanno violentate perché sospettavano che avessero legami con le Forze Armate Sudanesi. Gli operatori sanitari hanno dichiarato che le truppe delle Rsf le violentavano se non riuscivano a salvare i soldati feriti, tra loro una donna rapita a Khartoum Nord, costretta a curare uomini gravemente feriti e poi stuprata in gruppo da 13 miliziani. Le stesse tragiche testimonianze arrivano dal rapporto di Medici Senza Frontiere pubblicato proprio questa mattina.

La violenza sessuale – si legge nel rapporto – è diventata così diffusa nel Darfur che molte persone ne parlano come di qualcosa di inevitabile: «Venivano di notte per violentare le donne e portare via tutto, compresi gli animali. Gli uomini si nascondevano nei bagni o in alcune stanze che potevano chiudere, come mio marito e i miei fratelli, altrimenti sarebbero stati uccisi. Le donne non si nascondevano perché per noi erano solo percosse e stupri, ma gli uomini venivano uccisi», ha raccontato una donna di 27 anni al team di Msf nel Darfur occidentale.

I numeri che il rapporto presenta sono spaventosi: lo staff di Medici Senza Frontiere tra gennaio 2024 e marzo 2025 ha fornito assistenza a 659 sopravvissuti a violenze sessuali nel Darfur, l’86% ha riferito di aver subito uno stupro, il 31% aveva meno di 18 anni, il 29% era adolescente (di età compresa tra i 10 e i 19 anni), il 7% aveva meno di 10 anni e il 2,6% aveva meno di 5 anni. Queste statistiche inquietanti sono probabilmente una sottostima della reale portata della violenza sessuale nel Darfur meridionale. Un uomo ha raccontato al team di Msf a Murnei, nel Darfur occidentale: «Tre mesi fa c’era una bambina di 13 anni che è stata violentata da tre uomini. L’hanno catturata e violentata, poi l’hanno abbandonata nella valle. Hanno chiamato alcune persone per portarla all’ospedale. Io ero uno di loro. E lei era solo una bambina».