La destra e l’ossessione del complotto

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Di Marco Mondini, la Repubblica

«È tutta colpa degli ebrei». Nella Germania del 1923, la sconfitta e umiliata Germania di Weimar, due conoscenti discutono sulla malvagità del presente. Quante ingiustizie patiscono i tedeschi. Deve essere per forza un complotto. «È tutta colpa degli ebrei» sbotta uno dei due. L’altro ribatte «degli ebrei e dei ciclisti!». Momento di perplessità. «Perché dei ciclisti?». «Perché degli ebrei?». A raccontarlo è Erich Maria Remarque nel romanzo “L’obelisco nero”. Un modo ironico, ma amaro, di ricordare quanto già all’epoca fossero popolari le teorie cospirazioniste, non importa quanto bislacche. Il paese è nel caos, la rivoluzione dietro l’angolo, l’iperinflazione divora i risparmi. A qualcuno bisogna dare la colpa. Sono stati i socialisti, traditori della patria, sono stati gli ebrei, odiatori del sangue germanico, a pugnalare alle spalle il Reich glorioso. Non importa se migliaia di ebrei tedeschi sono morti per la discutibile gloria del Kaiser.

Il fatto è che la Grande Guerra ha insegnato agli europei non solo a diffidare di qualsiasi diversità all’interno della comunità nazionale, ma a eliminarla, indipendentemente dalle colpe reali degli individui. Società mobilitate per la guerra totale, angosciate dal nemico esterno ma ancor più dal sabotaggio del nemico interno, hanno deciso di rimuovere ogni minaccia. Anche solo immaginaria. All’inizio si colpiscono gli stranieri. Poi i propri cittadini, se originari di un altro stato, o magari se la loro famiglia è immigrata di recente. Tutti spie, tutti infidi. Tutti indesiderabili. Come racconta Gia Caglioti nel suo Stranieri nemici, dal 1914 in Francia, in Gran Bretagna, in Germania decine di migliaia di uomini, donne e bambini vengono rinchiusi in campi di internamento, colpevoli fondamentalmente di appartenere alla categoria sbagliata di esseri umani.

Nati altrove, con un cognome bizzarro, con altre radici. In Italia, dopo il maggio 1915, chi appartiene a una nazionalità nemica (o sospettata di esserlo) viene spogliato di tutto, dalla libertà personale alla proprietà. D’altra parte, il generale Luigi Cadorna, il vero padrone del paese, ha un’idea precisa su come costruire un’Italia più sicura, e nel nord della penisola imprigiona e deporta a piacimento. Lo fa anche con i “fratelli” trentini da liberare (quelli che non sono stati internati già dal loro imperatore, perché troppo italiani): parlano strano, non si sa mai. Questi colossali esperimenti di ingegneria sociale affascinano i nazionalisti di tutta Europa. E, negli anni successivi, l’idea di ridefinire la cittadinanza diventa la bandiera dei regimi che della guerra si proclamano eredi. «Cittadino può essere soltanto chi è di sangue tedesco», recita il programma del Partito Nazionalsocialista nel 1920.

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che porterà ai totalitarismi. Il problema è che, a un secolo di distanza, pare che gli esponenti delle destre del Vecchio Mondo, o almeno una parte significativa di loro, siano ancora fermi lì. Assillati dalla purezza della nazione e ossessionati dal nemico interno, ha scritto il politologo Eirikur Bergmann analizzando le teorie cospirazioniste, come la dottrina della “Grande Sostituzione”, a cui si ispirano i movimenti identitari riunitisi nel “Remigration summit” del 17 maggio. Quando il leader xenofobo austriaco Martin Sellner esorta a «salvare la nazione» deportando (“re-immigrando”) gli immigrati «non europei», coltiva una mentalità da stato d’assedio non meno radicale di quella dei conflitti totali. Quando il belga Dries Van Langenhove (un negazionista condannato dai tribunali) agita lo spauracchio della sostituzione etnica, sostenendo che i bianchi e cristiani sono minacciati da un complotto di cui gli immigrati sono l’arma, fa leva su rancori e ansie non meno irreali della Dochstoßlegende, la leggenda della pugnalata alla schiena di cui Adolf Hitler si servì per raggiungere il potere, promettendo che avrebbe fatto la Germania di nuovo grande.

E quando il vicesegretario della Lega, Roberto Vannacci, incita a ripristinare ordine, sicurezza e sovranità “re-immigrando” chi «rifiuta i nostri valori» lo fa riferendosi a un’umanità in cui non è più l’individuo a contare, con le sue responsabilità e i suoi meriti, ma la categoria astratta (e il più delle volte falsa) di cui fa parte. «Noi», «loro», «nazione», «radici», «tradizione». Mancano «sangue» e «suolo» ma, per il resto, il linguaggio di questa destra rievoca anche troppo fedelmente i bellicosi progetti dei più violenti sciovinisti del secolo scorso. Non è una buona notizia.

Nell’immagine: “remigrazione”, il nuovo meme delle destre