La destra e l’ossessione del complotto

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Di Marco Mondini, la Repubblica

«È tutta colpa degli ebrei». Nella Germania del 1923, la sconfitta e umiliata Germania di Weimar, due conoscenti discutono sulla malvagità del presente. Quante ingiustizie patiscono i tedeschi. Deve essere per forza un complotto. «È tutta colpa degli ebrei» sbotta uno dei due. L’altro ribatte «degli ebrei e dei ciclisti!». Momento di perplessità. «Perché dei ciclisti?». «Perché degli ebrei?». A raccontarlo è Erich Maria Remarque nel romanzo “L’obelisco nero”. Un modo ironico, ma amaro, di ricordare quanto già all’epoca fossero popolari le teorie cospirazioniste, non importa quanto bislacche. Il paese è nel caos, la rivoluzione dietro l’angolo, l’iperinflazione divora i risparmi. A qualcuno bisogna dare la colpa. Sono stati i socialisti, traditori della patria, sono stati gli ebrei, odiatori del sangue germanico, a pugnalare alle spalle il Reich glorioso. Non importa se migliaia di ebrei tedeschi sono morti per la discutibile gloria del Kaiser.

Il fatto è che la Grande Guerra ha insegnato agli europei non solo a diffidare di qualsiasi diversità all’interno della comunità nazionale, ma a eliminarla, indipendentemente dalle colpe reali degli individui. Società mobilitate per la guerra totale, angosciate dal nemico esterno ma ancor più dal sabotaggio del nemico interno, hanno deciso di rimuovere ogni minaccia. Anche solo immaginaria. All’inizio si colpiscono gli stranieri. Poi i propri cittadini, se originari di un altro stato, o magari se la loro famiglia è immigrata di recente. Tutti spie, tutti infidi. Tutti indesiderabili. Come racconta Gia Caglioti nel suo Stranieri nemici, dal 1914 in Francia, in Gran Bretagna, in Germania decine di migliaia di uomini, donne e bambini vengono rinchiusi in campi di internamento, colpevoli fondamentalmente di appartenere alla categoria sbagliata di esseri umani.

Nati altrove, con un cognome bizzarro, con altre radici. In Italia, dopo il maggio 1915, chi appartiene a una nazionalità nemica (o sospettata di esserlo) viene spogliato di tutto, dalla libertà personale alla proprietà. D’altra parte, il generale Luigi Cadorna, il vero padrone del paese, ha un’idea precisa su come costruire un’Italia più sicura, e nel nord della penisola imprigiona e deporta a piacimento. Lo fa anche con i “fratelli” trentini da liberare (quelli che non sono stati internati già dal loro imperatore, perché troppo italiani): parlano strano, non si sa mai. Questi colossali esperimenti di ingegneria sociale affascinano i nazionalisti di tutta Europa. E, negli anni successivi, l’idea di ridefinire la cittadinanza diventa la bandiera dei regimi che della guerra si proclamano eredi. «Cittadino può essere soltanto chi è di sangue tedesco», recita il programma del Partito Nazionalsocialista nel 1920.

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che porterà ai totalitarismi. Il problema è che, a un secolo di distanza, pare che gli esponenti delle destre del Vecchio Mondo, o almeno una parte significativa di loro, siano ancora fermi lì. Assillati dalla purezza della nazione e ossessionati dal nemico interno, ha scritto il politologo Eirikur Bergmann analizzando le teorie cospirazioniste, come la dottrina della “Grande Sostituzione”, a cui si ispirano i movimenti identitari riunitisi nel “Remigration summit” del 17 maggio. Quando il leader xenofobo austriaco Martin Sellner esorta a «salvare la nazione» deportando (“re-immigrando”) gli immigrati «non europei», coltiva una mentalità da stato d’assedio non meno radicale di quella dei conflitti totali. Quando il belga Dries Van Langenhove (un negazionista condannato dai tribunali) agita lo spauracchio della sostituzione etnica, sostenendo che i bianchi e cristiani sono minacciati da un complotto di cui gli immigrati sono l’arma, fa leva su rancori e ansie non meno irreali della Dochstoßlegende, la leggenda della pugnalata alla schiena di cui Adolf Hitler si servì per raggiungere il potere, promettendo che avrebbe fatto la Germania di nuovo grande.

E quando il vicesegretario della Lega, Roberto Vannacci, incita a ripristinare ordine, sicurezza e sovranità “re-immigrando” chi «rifiuta i nostri valori» lo fa riferendosi a un’umanità in cui non è più l’individuo a contare, con le sue responsabilità e i suoi meriti, ma la categoria astratta (e il più delle volte falsa) di cui fa parte. «Noi», «loro», «nazione», «radici», «tradizione». Mancano «sangue» e «suolo» ma, per il resto, il linguaggio di questa destra rievoca anche troppo fedelmente i bellicosi progetti dei più violenti sciovinisti del secolo scorso. Non è una buona notizia.

Nell’immagine: “remigrazione”, il nuovo meme delle destre


Jafar Panahi: “La rivolta del velo ha cambiato l’Iran. Io coraggioso? Meno di quelle donne”

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Di Fulvia Caprara, La Stampa

I primi segnali, dopo che il regista dissidente Jafar Panahi ha guadagnato, in un tripudio di applausi, la Palma d’oro al Festival di Cannes con il film Un simple accident, non sono positivi. Il governo iraniano protesta per le «dichiarazioni offensive e le accuse infondate» formulate dal capo della diplomazia francese Jean Noel Barrot in un messaggio riguardante la vittoria dell’autore e, adesso, con il fiato sospeso, si attendono sviluppi. Anche perché Panahi non ha nessuna intenzione di seguire le orme dei suoi colleghi che hanno scelto di lasciare il Paese: «Tutto quello che so e che io non potrei mai vivere in un luogo diverso dall’Iran per un lungo periodo».

In che modo pensa che il quadro politico internazionale, e in particolare mediorientale, abbia influenzato, in quest’ultimo periodo, le scelte di chi guida il suo Paese?

«Di sicuro è successo che nella Repubblica islamica ci sia ormai una divisione precisa tra due periodi, quello precedente il movimento “Donna vita libertà” e quello seguente. Dopo quella mobilitazione molte cose sono cambiate, c’è stata la sensazione che il governo sia crollato, che si siano fatte avanti molte più istanze, molti più punti di vista, e questo in tutti i campi, politico, economico, culturale. È chiaro che ormai è rimasta in piedi solo una struttura superficiale e vuota che pensa di poter continuare a governare il Paese attraverso il denaro, la violenza, le armi».

Che cosa è cambiato col movimento “Donna vita libertà”?

«Ci sono stati mutamenti radicali, me ne sono reso conto la prima volta che sono uscito di prigione e, andando in giro per strada, ho visto donne che portavano il velo e altre che non lo facevano. È successo che le lotte e le rivendicazioni hanno dato alla fine i loro frutti, che le donne si sono prese i loro diritti e che questo ha influenzato una gran parte della società».

Nella storia del suo film si intravede la possibilità di una redenzione e di una conciliazione. Pensa davvero che oggi in Iran possa esserci una prospettiva del genere?

«Credo che anche se le violenze continuano a ripetersi, sia sempre possibile provare a fare qualcosa che le blocchi. E poi, sì, penso che un giorno, come mostra il film, potrà iniziare una stagione del perdono e della convivenza pacifica. Non si tratta tanto di guerra e pace. Si tratta del ciclo della violenza. Parlo da regista che si occupa del sociale, in quanto tale, dico che non esiste un personaggio buono o cattivo in assoluto. Nessuno è completamente buono o cattivo. Tutti fanno parte del sistema e tutti sono il risultato di una struttura di un sistema che impone le proprie regole e i propri valori a delle persone. La questione, quindi, va oltre la riconciliazione. Si tratta di capire come, quando questo sistema crolla, persone che sono state bombardate con una propaganda medievale per quasi mezzo secolo, possano convivere pacificamente ed esprimere i propri desideri in modo autentico».

Ha vissuto in prima persona l’esperienza del carcere, che cosa le ha lasciato?

«Prima di andare in prigione e prima di conoscere le persone che ho incontrato lì, di ascoltare le loro storie e il loro background, i temi che affrontavo nei miei film erano completamente diversi. Trascorrere del tempo con queste persone, dietro le sbarre, ha davvero cambiato qualcosa nella mia visione, come regista. Ricordo il giorno in cui sono stato rilasciato, c’è anche un filmato su YouTube. Sono uscito di prigione e i miei amici e la mia famiglia erano lì ad aspettarmi, ma io provavo sentimenti contrastanti. Non sapevo se dovevo essere felice. Come potevo lasciarmi alle spalle tutta quella gente che era ancora lì, come potevo tagliare i ponti con loro? C’era qualcosa di ambivalente che sentivo in quel momento e che ho continuato a sentire dopo. Una parte di me è rimasta in quella prigione, con quelle persone. Con loro si era aperta una comunicazione nuova, non potevo lasciarmela alle spalle e tornare al tipo di vita che avevo prima. È proprio in questo contesto che è nata l’idea di Un simple accident. E infatti, l’altra sera, appena ho saputo di aver vinto la Palma d’oro, ho avuto un momento in cui non riuscivo a fare altro che rivedere le immagini dei miei compagni di prigione, mi sono passate sotto gli occhi tutte le loro facce».

In Un simple accident c’è un momento molto drammatico in cui vengono descritte con precisione le torture praticate in carcere, ma ci sono anche delle sequenze ironiche.

«Una delle caratteristiche del popolo iraniano è il suo umorismo. Il regime ha cercato per oltre quattro decenni di imporre agli iraniani tragedie, lacrime e sofferenze, ma gli iraniani sono sempre in grado di produrre battute e umorismo, è un segno classico della nostra mentalità».

Ha detto che sta per tornare in Iran. Lo considera un gesto coraggioso?

«Non più di tutti quelli compiuti dalle donne iraniane in questi anni. Voglio dire che mi ispiro sempre a quello che accade nella società che mi circonda e che sono stato profondamente colpito da quello che hanno fatto queste donne straordinarie, finite in prigione, minacciate, molestate, eppure pronte a portare avanti le loro battaglie, senza preoccuparsi di nulla, nel più totale anonimato, a differenza di me che sono comunque più in vista di loro».

La prima reazione alla Palma d’oro da parte dei vertici del suo Paese non promette bene. È preoccupato?

«Sono abituato a comportarmi esattamente come gli altri iraniani, non sono un caso a parte e non importa se quello che ho fatto provocherà delle conseguenze. Appena tornato a casa, inizierò a pensare al mio prossimo film».


J’accuse

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Alcune poesie da “Il loro grido è la mia voce” lette al termine della manifestazione




Le fotografie sono di Patrizio Broggi


Una solidarietà doverosa

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Con una lettera alla presidenza del Corso di giornalismo della Svizzera Italiana, il dott. Adrian Weiss, presidente dell’Associazione Svizzera-Israele, scaglia accuse di parzialità e di antisemitismo al direttore del Corso, il collega Roberto Antonini; chiede un’inchiesta interna in riferimento a tali accuse (relative al conflitto Israele-Hamas), e in sostanza ne pretende la rimozione dall’incarico.

Da quanto ci risulta la Presidente del Corso, Natascha Fioretti, ha respinto categoricamente le accuse del dott. Weiss, difendendo la professionalità e la correttezza di Antonini anche nella gestione e nell’impostazione del Corso di Giornalismo, così escludendo qualsiasi ipotesi di inchiesta interna.

È tuttavia necessario esprimere la nostra solidarietà a Roberto, di cui conosciamo la serietà, del resto nota e apprezzata da tutti coloro che ne hanno seguito per anni i lavori radiofonici e televisivi in RIS, nonché i suoi interventi di commentatore in dibattiti pubblici e anche sul quotidiano “la Regione”.

La nostra non è una semplice difesa d’ufficio, bensì la contro-denuncia di accuse e di un metodo di critica assolutamente inaccettabile la nota del presidente dell’Associazione Svizzera-Israele è infatti una somma di rimproveri generici, mai documentati con fatti concreti sulla conduzione del Corso, in merito al tragico conflitto medio-orientale, e in particolare della tragedia di Gaza seguita all’attacco terroristico anti-israeliano del 7 ottobre 2023.

Al di fuori dell’attività per la Scuola di giornalismo, Roberto Antonini è un privato cittadino, ancora impegnato con merito nell’attività giornalistica, e in quanto tale libero di poter esprimere le proprie opinioni, basate non solo su letture di giornali e pubblicazioni, ma anche da preziose esperienze fatte negli anni in diverse regioni del Medio Oriente, fra cui Israele e Palestina. Da quanto abbiamo potuto leggere in merito ai fatti degli ultimi due anni, tra l’altro egli ha subito e puntualmente stigmatizzato con parole chiare e inequivocabili le caratteristiche dell’attentato del 7 ottobre, e non solo le critiche, ormai diffusissime anche a livello governativo in tutto il mondo (anche statunitense con Biden, e negli ultimi giorni fatte trapelare anche dall’amministrazione Trump) sulla spropositata e violentissima “vendetta” israeliana a Gaza, dove anche la fame dei civili viene usata dal governo di coalizione di Gerusalemme contro la popolazione civile gazawi, uccidendo in particolare donne e bambini.

Per venire all’accusa di antisemitismo formulata del dott. Weiss, essendo stato a mia volta indicato come anti-semita per i miei commenti, è sempre più intollerabile che essa venga scagliata con disinvoltura e insistenza. senza prova e ragione alcuna, anche quando vengono messe in discussione, riferendosi a fatti tragicamente concreti, gli effetti (decine di migliaia di morti palestinesi tra cui molte donne e bambini, innumerevoli corpi ancora sotto le macerie, un numero impressionante di feriti e mutilati) e le finalità dell’attuale governo di Israele (che, secondo le dichiarazioni della sua componente più estremista) dovrebbe portare all’espulsione dei due milioni di abitanti dalla Striscia (vedi l’ esplicita richiesta di Netanyahu per la realizzazione del piano Trump a Gaza).

Il dott. Weiss, non proprio uno specialista in materia, indica quali dovrebbero essere i comportamenti deontologici e di correttezza del “giornalista svizzero”, dimenticando che tali obblighi non escludono affatto la libertà di opinione degli operatori dell’informazione se espressa con cognizione di causa, non all’interno di una struttura come il Corso di giornalismo – bisogna dimostrare che sia avvenuto il contrario – ma in pubblici interventi. Immagini poi, il presidente dell’Associazione Svizzera-Israele, se le “regole” da lui indicate fossero applicate a tutta la categoria, quindi anche ai colleghi che in piena libertà hanno espresso e scritto opinioni in favore praticamente di tutta la politica Israeliana. Chi la spunterebbe in un match del genere?

Nel nostro paese la libertà di stampa e di opinione, se espressa correttamente come ha sempre fatto Roberto Antonini, è ancora possibile. Ce lo conferma l’alta partecipazione alla manifestazione di sabato a Bellinzona, di cui Naufraghi riferisce oggi. Migliaia di persone preoccupate, sconcertate, per quanto sta avvenendo a Gaza da troppi mesi. Tutti antisemiti, o indotti all’antisemitismo dalla stampa “ideologica”?

Nell’immagine: il dott. Adrian Weiss


Gaza, Alaa aveva dieci figli e Israele gliene uccide nove

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Quando ha visto i corpi carbonizzati dei suoi sette figli, ha perso i sensi. La dottoressa Alaa al-Najjar, pediatra all’ospedale Nasser di Khan Younis, aveva passato la giornata a curare bambini. Era uscita la mattina con suo marito Hamdi al-Najjar, anche lui medico, rincasato prima di lei. Un bombardamento israeliano ha colpito l’abitazione, trasformandola in un mucchio di macerie e scatenando un violento incendio. I video girati sulla scena mostrano i soccorritori tirare fuori i corpi dei bambini, uno dopo l’altro.

LA DOTTORESSA AL-NAJJAR aveva dieci figli. Le bombe israeliane gliene hanno uccisi nove. Yahya, Rakan, Ruslan, Jubran, Eve, Revan, Sayden, Luqman e Sidra. Sette sono stati portati al Nasser mentre due, compreso l’ultimo di sei mesi, sono rimasti sotto le macerie. Solo un bambino è sopravvissuto, Adam di 11 anni, trasportato in sala operatoria come suo padre, pure in gravi condizioni. Tutti hanno riportato, oltre ai traumi, terribili ustioni.

Quando Alaa ha visto i corpi deturpati, è svenuta. Un orrore troppo grande da poter concepire. Ha dato alla luce il suo ultimo figlio solo sei mesi fa e poco dopo ha insistito per tornare al lavoro, in una situazione terribile soprattutto per i bambini, con gli ospedali che soffrono di una grave carenza di personale.

La casa di Alaa e Hamdi al-Najjar è uno dei «cento obiettivi» che l’esercito israeliano ha comunicato di aver colpito. Come sempre, i resoconti militari blaterano di tunnel, piattaforme per il lancio di razzi, postazioni militari, camuffando le stragi di civili con racconti di successi e vittorie.

I colleghi della coppia hanno raccontato che la famiglia non aveva legami con Hamas. Consapevoli che il sospetto basterebbe a Israele per giustificare l’assassinio di nove bambini tra i 12 anni e i 6 mesi. E che non è nemmeno necessario, perché da tempo ormai l’esercito stermina intere famiglie con l’aspirazione dichiarata di cacciare tutti da Gaza. Evidentemente non importa che siano vivi o morti.

Yaqeen Hammad era conosciuta come la più giovane volontaria umanitaria e attivista social. Pubblicava video-racconti della vita da Gaza, immagini di resistenza, ricostruzione, coraggio. Passava molto tempo con i bambini, preparando per loro giochi e regali. Partecipava a raccolte fondi e al lavoro di diverse associazioni. Un missile ha colpito ieri la sua casa a Deir al-Balah, uccidendola. Altre cinque persone sono state ammazzate e 50 ferite mentre si trovavano vicino ai pochi camion che trasportavano farina ad al-Mawasi, zona «umanitaria» in cui un nuovo attacco ha ucciso 7 persone.

SONO ALMENO 48 LE VITTIME di sabato. L’ospedale al-Awda, nel nord della Striscia, è ancora sotto assedio. La direzione sanitaria ha fatto sapere che i militari stanno pesantemente bombardando l’area e attaccando le ambulanze che tentano di trasportare pazienti e feriti.

Secondo un’inchiesta pubblicata ieri dall a Associated Press (Ap) l’utilizzo dei civili palestinesi come scudi umani è diventata una pratica sistematica per l’esercito israeliano. Non si tratta di iniziative occasionali di singoli soldati o ufficiali ma di ordini dall’alto. Un militare, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha raccontato all’agenzia che quasi ogni plotone ha utilizzato residenti per accedere a edifici e tunnel in cui si sospettava potessero trovarsi trappole esplosive. Nadav Weiman, direttore esecutivo di Breaking the Silence, l’organizzazione che raccoglie le testimonianze dei soldati israeliani, ha dichiarato: «Non sono resoconti isolati, ma indicano un fallimento sistemico e un orribile collasso morale».

INTANTO, NAZIONI UNITE e organizzazioni umanitarie continuano a chiedere di far entrare aiuti a Gaza. I camion a cui Israele ha permesso l’accesso sono nulla rispetto alle necessità della popolazione. E tra due giorni, lunedì o martedì al massimo, tutta la gestione del cibo dovrebbe passare nelle mani della fumosa fondazione statunitense (Ghf) realizzata per l’occasione. Proprio ieri è arrivata notizia che una Ong svizzera ha formalmente chiesto alle autorità del Paese (dove la fondazione è stata registrata) di investigarne le attività. Da più parti, infatti, stanno giungendo dubbi sulle capacità e sugli obiettivi reali della struttura guidata da funzionari della difesa e da ricchi dirigenti d’azienda statunitensi. Il Washington Post ha pubblicato ieri alcuni documenti riservati che rivelano come gli stessi responsabili nutrano seri dubbi sulla buona riuscita del progetto.

ANCHE I VERTICI delle forze armate israeliane avrebbero espresso parere negativo. Ma Tel Aviv sarebbe disposta solo, secondo un documento riservato ottenuto dall’Ap, a lasciare che le organizzazioni internazionali si occupino dell’assistenza non alimentare. Per il cibo il governo, con il sostegno degli Stati uniti, punta tutto sul suo nuovo «meccanismo», escludendo Onu e associazioni umanitarie, in quella che potrebbe trasformarsi in una tragedia ancora più grande per il popolo palestinese.

Nell’immagine: Operai raccolgono resti umani dopo un attacco israeliano su un’abitazione a Khan Younis


Jafar Panahi: “Il mio film accende la speranza di un futuro senza oppressione”

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Di la Repubblica

CANNES – Jafar Panahi stringe la Palma d’oro mentre gli artisti di tutto il mondo raccolti nel Palais lo applaudono in piedi. Un momento che entra nella storia, non solo del cinema. Dopo quindici anni senza poter lasciare il Paese e un periodo trascorso in carcere, il cineasta iraniano ha consegnato da uomo libero il film più potente del festival. Solo un incidente (in Italia con Lucky Red) è storia di un uomo qualunque che per caso incontra e rapisce colui che è stato il suo aguzzino di regime. Sul palco Panahi ringrazia, in farsi, «la mia famiglia per il tempo in cui sono stato in prigione, e il cast: questo film non sarebbe stato possibile senza attori impegnati. Credo sia il momento di chiedere agli iraniani, comunque la pensino, di mettere da parte le differenze: ciò che conta è il nostro paese e la sua libertà. Il cinema è una società, nessuno ha il diritto di dirci cosa fare e cosa no».

Cosa significa essere qui, ora?

«Per la prima volta, dopo quindici anni, ho visto un mio film il pubblico in sala, è come essere trasportato in un’altra dimensione. L’esperienza più importante di ogni altra cosa qui a Cannes».

Il suo divieto di espatrio doveva durare fino al 2030. Qualcosa è cambiato dopo il movimento “Donna, vita, libertà”?

«Sì, le carceri erano così sovraffollate di nuovi prigionieri che il governo ha concesso l’amnistia a chi aveva scontato un terzo della pena più un giorno. Io avevo già scontato i tre quarti».

Ha detto che tornerà in Iran. Cosa si aspetta?

«So solo che torno indietro, vedrò cosa accade. Lì capisci quanto i tuoi problemi siano piccoli rispetto a quelli degli altri. Tante donne vanno in strada senza il velo, sono arrestate, se va male portate via. Quelle donne sono molto più in pericolo di me. Ma siccome non sono famose, nessuno presta loro attenzione».

Nel film le donne non si preoccupano del velo. C’è una nuova libertà?

«No, è che il governo non è più in grado di controllare tutto come prima. La gente resiste».

Le torture, le bende sugli occhi. Quanto c’è di autobiografico?

«Il film racconta poco di me, molto di altri prigionieri. Ho raccolto le loro esperienze, ciò a cui avevano assistito. Mezzo secolo di prigionia in Iran è confluito nel film».

C’è anche molta ironia.

«Fa parte della nostra cultura. Basta passare un’ora in un mercato iraniano per vedere con quanta ironia la gente interagisca. Anche di fronte a un disastro si fanno battute».

Quindici anni di intimidazioni, condanne, l’hanno cambiata?

«Del tutto. Avrei voluto passare prima per la prigione per scoprire cosa significhi, mi ha avvicinato a persone che non avrei conosciuto, ha cambiato anche la mia vita privata. Quando decidi di aiutare un altro prigioniero, lo fai per un atto di umanità».

Il cinema l’ha salvata?

«Gli studenti mi dicevano “è troppo difficile fare film”, ma con Taxi Teheran o Gli orsi non esistono ho dimostrato che bisogna continuare a creare».

Nel film c’è anche un’idea di perdono. È possibile in Iran?

«Non parliamo di perdono ma di speranza: che nessuno imponga più le proprie idee agli altri. Che ogni uomo di governo diventi una versione migliore di sé stesso. Che si costruisca un futuro senza violenza né oppressione».

Nell’immagine: Una scena del film di Panahi “Solo un incidente” 


Sciopero delle banane, Chiquita licenzia migliaia di lavoratori

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

 

E dire che alla fine dell’800 le nazioni dell’istmo centroamericano venivano chiamate banana republics… Ebbene, nella provincia di Bocas del Toro di Panama la Chiquita Brands International ha disposto il licenziamento di ben 4.800 lavoratori giornalieri su 7mila dipendenti, che dal 28 di aprile scorso erano in sciopero permanente contro un decreto del parlamento (controllato dalle destre) che aveva varato un drastico taglio delle pensioni e della previdenza sociale.

AGITAZIONE NAZIONALE alla quale si sono sommati fra gli altri insegnanti, medici e il settore delle costruzioni con tanto di affollate manifestazioni e blocchi stradali, cui sono seguiti scontri con la polizia panamense.

Il problema è che la produzione bananiera, dopo le entrate derivanti dai transiti sul canale interoceanico, costituisce la principale fonte economica di Panama per un ammontare di 273 milioni di dollari annuali (13mo esportatore al mondo).

Lo sciopero è stato dichiarato «illegale» dal Tribunale del Lavoro che ha pure autorizzato la cacciata dei raccoglitori dalle piantagioni per «giusta causa». Con la Chiquita che ha denunciato danni presunti per 75 milioni di dollari, dei quali una parte viene giudicata «irreversibile»; invitando i suoi raccoglitori di banane ad affrettarsi a ritirare l’«indennità di buona uscita» e a togliersi dai piedi.

Come se non bastasse anche il presidente Josè Raúl Mulino si è schierato con la multinazionale statunitense definendo la protesta «intransigente» oltre che «ingiustificata», minacciando pure di decretare lo stato di emergenza nella provincia di Bocas nel caso non si ponga fine alle dimostrazioni.

FRANCISCO SMITH, segretario del sindacato bananiero Sitraibana, ha rivendicato la piena legalità dello sciopero e rovesciato sul presidente Mulino e sui deputati che lo sostengono nell’assemblea legislativa la responsabilità delle massicce contestazioni che, ha dichiarato, «proseguiranno fino a che non verrà cancellato il taglio alle pensioni».

Mulino (di origine italiana) non ha ancora compiuto un anno ai vertici del governo ed è stato il primo presidente “visitato” dal Segretario di stato Usa Marco Rubio, nel febbraio scorso, davanti al quale si è prostrato garantendo l’interruzione del passaggio degli immigrati verso nord nello stretto del Darién, oltre che la messa in discussione della gestione dei porti di entrata/uscita del Canale di Panama da anni affidata alla cinese Ck Hutchison Holdings di Hong Kong.

Il tutto per rispondere a una delle prime intenzioni manifestate da Donald Trump di “riprendersi” il canale. Che fu fatto costruire dagli Usa oltre un secolo fa, insediandovi pure il Comando Sud delle Forze armate statunitensi, per poi cederlo alla sovranità panamense il 31 dicembre 1999.

Quello di questi giorni della Chiquita non è altro che un rigurgito di passato/presente imperialista.

Dove la Chiquita è l’erede della storica United Fruit Company, prima multinazionale del pianeta (insieme alla Standars Fruit co) alla quale venne attribuito (in collaborazione con la Cia) il golpe del 1954 che pose fine ai dieci anni della «Rivoluzione d’Ottobre» del Guatemala di cui furono protagonisti i giovani ufficiali dell’esercito; che si erano avventurati ad espropriare le terre incolte della United per il varo di una riforma agraria (il giovane Ernesto Che Guevara ne fu testimone sul posto).

Come se non bastasse non è neppure molto che la United è stata formalmente condannata in Colombia per aver finanziato i gruppi paramilitari che si sono macchiati di gravi crimini nei confronti delle comunità rurali.

Pubblicato da il manifesto
Nell’immagine: Un lavoratore impila una scatola di banane Chiquita appena raccolte, pronte per l’esportazione, in una fattoria a Ciudad Hidalgo, in Messico


Lettera al municipio di Lugano

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Stimato Sindaco, Stimati Municipali,

nei giorni scorsi, le autorità municipali delle città di Ginevra e Losanna si sono pubblicamente espresse chiedendo un intervento chiaro e deciso del Consiglio federale di fronte alla drammatica situazione nella Striscia di Gaza, dove è in atto un blocco umanitario totale che ostacola l’accesso agli aiuti per la popolazione civile.

Dal 2 marzo, il governo israeliano ha vietato l’ingresso di qualsiasi tipo di aiuto umanitario nell’enclave, lasciando 2,2 milioni di persone in condizioni critiche. Nonostante alcuni camion siano riusciti a entrare, le principali organizzazioni internazionali denunciano che tali aiuti rappresentano una goccia nel mare rispetto ai bisogni reali.

Le città di Ginevra e Losanna, riconoscendo la gravità dell’emergenza umanitaria in corso, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta per sensibilizzare l’opinione pubblica e sollecitare interventi concreti da parte della comunità internazionale. In essa riaffermano l’importanza del rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, ed esortano tutte le parti coinvolte a garantire l’accesso agli aiuti e la protezione dei civili.

Dopo mesi di silenzi e posizioni ambigue riguardo all’offensiva militare in corso, riteniamo sia giunto il momento che anche il Consiglio federale esprima una posizione chiara e coraggiosa, in linea con la storia e la tradizione umanitaria della Svizzera. Ginevra e Losanna non devono restare sole in questa presa di posizione: ogni comune, anche il più piccolo, può e deve far sentire la propria voce.

Le due città hanno espressamente invitato gli altri comuni ad aderire all’iniziativa, come indicato nel loro comunicato ufficiale. L’adesione può essere trasmessa all’indirizzo declaration@lausanne.ch

In qualità di cittadine e cittadini del Comune di Lugano, chiediamo con convinzione che anche le nostre autorità comunali aderiscano a questa importante iniziativa, affinché anche da qui si levi una voce ferma e solidale contro una tragedia umanitaria inaccettabile.

Con stima,
Aurelio Sargenti, già direttore del Liceo di Lugano 2
Federica Colombo ; Claudio Ferrata; Morena Ferrari Gamba; Alberto Leggeri ; Consuelo Marcoli ; Pietro Montorfani;  Tessa Prati ; Fabio Pusterla;  Nina Pusterla ; Fabio e Gabriella Soldini ; Stefano Tibiletti; Filippo Zanetti ; Marco Vitali.


Grossman: “Ai bambini di Gaza serve speranza nel futuro. Ridargliela è nostro dovere”

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Lo sguardo di David Grossman è cambiato: non è più teso, cupo, perso nel buio del pessimismo. Da mesi lo scrittore più famoso di Israele vive in un esilio autoimposto: il rifugio dove lo incontriamo è circondato dal verde e da poche tracce umane. In questi mesi, per giorni – ci racconta – non ha visto anima viva e per la prima volta nella sua vita ha vissuto secondo un unico ritmo: quello della scrittura. Il risultato è lo sguardo diverso a cui ci troviamo di fronte. Non sereno, di certo: ma lungo, proiettato verso un futuro che milioni di persone oggi, a Gaza, nei Territori palestinesi ma anche in Israele, faticano a immaginare. In questo sguardo, accanto alla rabbia e al dolore per quello che sta accadendo nella Striscia – «continuo a dire ai militari con cui parlo che stiamo lasciando cicatrici così profonde che i palestinesi non vorranno più sedersi a parlare con noi: e che è una cosa stupida, oltre che orribile» – si è insinuata la speranza. Un sentimento che Grossman oggi vive come «una forma di resistenza» contro un governo che detesta e che ha preso la forma di “Le avventure di Itamar”, libro di racconti per bambini che lunedì prenderà vita sul palco del Teatro alla Scala di Milano sotto forma di due operine che il compositore Andrea Basevi ha scritto partendo dal testo.

Signor Grossman, un libro per i bambini è quasi necessariamente un libro di speranza. Oggi però si fatica a vederla…

«Eppure c’è. La Storia non si ferma mai: ai periodi di buio come quello che viviamo oggi, seguono momenti migliori. Ci vogliono anni, non parliamo del futuro prossimo, ma la speranza nel lungo periodo non muore. Nei periodi bui, come questo, bisogna tenere un’attenzione particolare ai bambini, essere consapevoli di quello a cui li esponiamo. Perché se ascoltiamo un telegiornale o stiamo con la radio accesa, noi siamo abituati a ciò che dice. Loro no e creano storie partendo da quello che hanno ascoltato, dando spazio alle loro paure: paure che possono essere più grandi della realtà che li circonda».

Non credo che i bambini di Gaza possano immaginare una realtà più spaventosa di quella che li circonda…

«Ogni volta che parlo di bambini penso ai bambini di Gaza, a quello che stanno vivendo, al fatto che non hanno una casa, alle bombe che cadono su di loro senza nessuna protezione. Senza un rifugio, senza un tetto. È nostro dovere metterci nei loro panni, perché quello che accade loro in questo momento è nostra responsabilità. Il fatto che questa crisi sia iniziata a causa di ciò che Hamas ha fatto il 7 ottobre, oggi è irrilevante davanti alla sofferenza di questi bambini e dei civili innocenti».

In Israele a pensarla come lei è una minoranza. La maggior parte del Paese non vede l’altro se non come “il nemico”…

«La guerra crea più persone belligeranti che pacifiche: è un circolo vizioso. Quelli che avevano bisogno di trovare una prova della brutalità dei palestinesi, di dare la colpa a tutti i palestinesi, purtroppo l’hanno trovata nel 7 di ottobre. All’inizio io stesso ho perso lucidità. Credo che nei primi due-tre giorni sia stato legittimo desiderare vendetta di fronte a tanta brutalità: ma non è legittimo che dopo tanto tempo un primo ministro sia guidato ancora dalla sete di vendetta. Che cosa stiamo facendo? Come usciamo da questa situazione? Vogliamo altri cento anni di guerra? Dopo decenni di occupazione, terrore, violenza: non ci basta? Cosa vogliamo lasciare ai nostri figli: ancora odio?».

Lei ha due nipotine di 10 e 13 anni: cosa risponde loro quando le chiedono di aiutarle a capire che succede?

«Ormai non chiedono più, sono grandi. Ma nel tempo ho fatto attenzione a non esporle a realtà troppo grandi per loro. Quello che ci tengo a ricordare loro è che la realtà non è un gioco di computer, che ci sono esseri umani dietro a ciò che vedono alla tv: che anche se leggono le cose con i loro occhi da ragazzine israeliane, esiste anche un altro punto di vista, quello dei ragazzini della loro età che sono dall’altra parte».

Nel primo racconto del libro un bambino, Itamar, aspetta la nascita di un fratellino o di una sorellina: lei cosa augurerebbe a un bimbo che si affaccia oggi al mondo?

«Di essere felice. Di vivere una vita senza paura. Di avere un futuro e un futuro diverso dal presente che stiamo vivendo noi: dove ci sia gioia. So che posso suonare ingenuo, ma sarà la realtà a insegnare ai bambini le cose brutte: a noi – nonni e genitori – spetta essere messaggeri di speranza. Anche contro la realtà che ci circonda, anche contro l’odio che la guerra crea nei cuori. È nostro dovere ricordare ai bambini che guerra e odio non sono l’unica opzione, che popoli che si sono combattuti per anni ora vivono in pace e si scontrano solo sui campi di calcio».

Come Itamar e il suo nemico: un folletto azzurro di cui ha una terribile paura ma con cui poi impara a convivere…

«È necessario coltivare l’immaginazione dei bambini. Dobbiamo fare in modo che non venga schiacciata dalla tristezza e dalla tensione di noi adulti: posso solo immaginare quanto possa essere difficile applicare questa idea ai bambini di Gaza oggi, ma non possiamo assolutamente arrenderci».

Lei suona più ottimista di quanto non fosse qualche settimana fa…

«Forse è la distanza che ho preso da Israele. Non è sempre stato facile, a volte mi sono sentito responsabile perché non ero lì: ma mi serviva. Ci tengo a dire una cosa: non pensate che io sia un illuso, che viva in un’allucinazione. La speranza potrà non essere popolare adesso, ma non è impossibile nel futuro. Abbiamo il dovere di dare ai bambini strumenti per superare la paralisi che noi stiamo vivendo. L’odio ha tanti agenti: più la guerra va avanti più crescono. In una situazione così brutta, sperare è un atto di protesta. Non possiamo lasciare la realtà nelle mani dei codardi, di chi odia o di chi assiste passivamente a quello che succede».

Sta parlando di pace?

«La pace è una prospettiva lontana. Sto parlando di dialogo, di tolleranza reciproca: israeliani e palestinesi non potranno camminare mano nella mano verso il tramonto, ma verrà il tempo in cui dovranno ricominciare a parlarsi. Ho sentito che a Gaza c’è gente che protesta contro Hamas, vedo la gente in Israele protestare contro il governo: sperare non è impossibile».

Alla Scala di Milano due operine tratte dall’ultimo libro
“Piccoli, grandi e Grossman” è lo spettacolo per bambini che andrà in scena lunedì 26 alle ore 16 al Teatro alla Scala di Milano nell’ambito del progetto “Invito alla Scala”. Si tratta di due operine che il compositore Andrea Basevi ha scritto da testi di Grossman. I testi sono tratti da “Le avventure di Itamar”pubblicato da Mondadori nella collana Oscar Junior (Illustrazioni di Barbara Nascimbeni, traduzione di Elena Loewenthal e Giorgio Voghera). Le due operine saranno eseguite dal Quintetto di ottoni e da ragazzi del coro delle Voci bianche, oltre che da un cantante dell’Accademia per la parte del padre

Nell’immagine: David Grossman


Uso e abuso dell’antisemitismo

La caccia al diverso come capro espiatorio di tutti i mali è la strada che ha portato ai totalitarismi. A un secolo di distanza siamo ancora lì 

Di Roberto Della Seta, il manifesto

Antisemitismo, odio verso Israele, contestazione radicale dei crimini israeliani a Gaza e in Cisgiordania e in generale delle politiche “neocolonialiste” dello Stato ebraico, antisionismo… L’assassinio a Washington di una ebrea americana e di un ebreo israeliano, entrambi impiegati all’ambasciata d’Israele, per mano di un trentenne americano al grido di “Palestina libera”, ripropone drammaticamente il tema di quale rapporto di senso vi sia tra queste diverse fattispecie politico-culturali. Come ha dichiarato dopo l’attentato di Washington il leader laburista israeliano Yair Golan («Un Paese sano non uccide i bambini per hobby»), come ammonisce da tempo lo scrittore David Grossman, è innegabile che la condotta criminale di Israele a Gaza che dura ormai da 20 mesi alimenti nel mondo non solo l’odio verso il governo e lo Stato israeliani ma anche l’odio antiebraico. Israele si vuole “Stato ebraico”, buona parte delle istituzioni della diaspora guardano a Israele come a una fonte decisiva dell’identità ebraica: che nell’opinione pubblica globale si rafforzi il sillogismo “Israele uguale ebrei” è nel tragico contesto attuale un processo fisiologico.

Detto ciò, sarebbe utile che chi analizza il degenerare, indiscutibile e inevitabile, della reputazione di Israele nel mondo e le sue eventuali connessioni con il rischio che torni a mordere l’antisemitismo – almeno chi li analizza in buona fede – eviti semplificazioni abusive. Una è di chi nega che specie in Europa nei sempre più diffusi sentimenti anti-israeliani trovino spazio anche suggestioni che appartengono alla categoria classica dell’antisemitismo. L’altra, lo ricordava Marco Bascetta su queste pagine, è di chi bolla come antisemita ogni manifestazione di dissenso radicale verso i comportamenti di Israele. Tentazione ricorrente anche da parte di protagonisti autorevoli delI’impegno pubblico di denuncia dell’antisemitismo. Scrive sul punto lo storico italiano Simon Levis Sulla, che ha dedicato studi importanti al pregiudizio antiebraico, commentando la definizione di antisemitismo proposta in un documento di pochi anni fa dall’International Holocaust Remembrance Alliance, network politico-diplomatico cui aderiscono 35 Paesi tra cui Israele, i principali Paesi europei e gli Stati Uniti: «La maggior parte di casi di antisemitismo citati nel documento Ihra, sette su undici, (…), sono in sostanza delle critiche alla politica dello Stato di Israele».

Un altro esempio, meno considerato, di semplificazione inappropriata nel trattare il tema del rapporto tra professioni anti-israeliane e antiebraiche, è nell’omologare gli uni agli altri gli episodi di antisemitismo ricorrenti in Europa e quelli di odio antiebraico di matrice arabo-islamica. In Europa, non c’è dubbio, la sacrosanta reazione ai crimini di Gaza è stata ed è talvolta occasione di affioramento del fiume carsico dell’antisemitismo che percorre da secoli la storia europea (peraltro è stata la ragione principale da cui è nato il sionismo). L’antisemitismo del resto è un “prodotto tipico” europeo: così l’antisemitismo religioso, che per secoli ha perseguitato gli ebrei come deicidi, così quello sociale, che li ha visti come personificazione del capitalismo più rapace, così quello nazionalista e razzista, che li ha combattuti e infine ha cercato di sterminarli quali “germi” estranei che infettavano la purezza nazionale dei popoli europei.

Meno scontato è applicare questo stesso criterio di giudizio all’odio antiebraico di matrice arabo-islamica, in cui semmai l’antisemitismo è aspetto collaterale e secondario, sorta di appendice, di una motivazione primaria assai più recente che è l’odio verso Israele. Prima che cominciasse l’emigrazione di ebrei europei verso la Palestina, il mondo arabo-islamico aveva convissuto con rilevanti presenze ebraiche in modi decisamente meno conflittuali e più tolleranti – con eccezioni che però restano eccezioni – che in Europa, nell’Europa dei ghetti, dei pogrom, della Shoah. In quell’Europa, peraltro, che ha prodotto in reazione il sionismo. Ciò naturalmente non rende meno esecrabili gli atti criminali della seconda specie rispetto agli altri, ma li fa appartenenti a una tipologia storico-culturale originale: quasi che converrebbe, per definirli, coniare una parola nuova, diversa da antisemitismo.

Nell’immagine: il Capital Jewish Museum di Washington, luogo dell’attentato ai due impiegati dell’ambasciata di Israele