Trump, attacco all’Ue: “Dazi al 50% da giugno, parlare con loro non porta a nulla”. Piazza Affari crolla

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

Di Fabrizio Goria, La Stampa

Si infiamma lo scontro tra Washington e Bruxelles. Con un annuncio diretto e senza filtri pubblicato sui suoi canali social, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha comunicato l’introduzione di dazi generalizzati del 50% su tutti i beni importati dall’Unione europea, a partire dal 1° giugno 2025. Il provvedimento esclude solo i prodotti fabbricati sul suolo americano.

Secondo Trump le problematiche dell’Ue sono numerose. «L’Unione Europea, che è stata creata principalmente per approfittare degli Stati Uniti sul commercio, è stata molto difficile da gestire», ha scritto Trump su Truth. «Le loro potenti barriere commerciali, le tasse IVA, le ridicole penalità per le aziende, le barriere non tariffarie, le manipolazioni monetarie e le cause ingiuste contro le aziende americane hanno portato a un deficit commerciale con gli Stati Uniti superiore a 250 miliardi di dollari all’anno – un numero del tutto inaccettabile. Le nostre discussioni con loro non stanno portando da nessuna parte! Perciò, raccomando un dazio del 50% sull’Unione Europea a partire dal 1° giugno 2025. Nessun dazio se il prodotto è costruito o fabbricato negli Stati Uniti».

L’annuncio segna una brusca escalation dopo settimane di stallo. La tensione tra Washington e Bruxelles era salita progressivamente dal 2 aprile, quando la Casa Bianca aveva introdotto dazi del 60% su centinaia di prodotti cinesi, definendo quella data “Liberation Day” rispetto al «dominio industriale asiatico». Da allora, l’attenzione si era spostata sull’Europa, che secondo fonti americane continuava a mantenere pratiche commerciali “discriminatorie” nei confronti di beni e aziende statunitensi. La Casa Bianca aveva chiesto modifiche sostanziali a regolamenti, standard tecnici, tassazione indiretta e disciplina giudiziaria, ma senza ottenere progressi. Il post di Trump chiude ufficialmente qualsiasi canale di negoziazione ancora aperto.

Nel messaggio, Trump accusa in modo esplicito l’Unione europea di essere nata per “sfruttare” gli Stati Uniti. È un attacco diretto all’impianto storico dell’integrazione europea e alla sua relazione con Washington. Il presidente non risparmia nessuno degli strumenti di politica economica europea: dalle “barriere commerciali” alla “tassa IVA”, dalle “multe contro aziende americane” fino alla “manipolazione monetaria” e ai “processi ingiusti”.

In passato, la sua amministrazione aveva contestato i procedimenti antitrust della Commissione europea contro Google, Apple e Meta, così come le sanzioni fiscali e le normative ambientali ritenute ostili alle esportazioni USA. Ma mai prima d’ora la critica si era estesa all’intero assetto economico e normativo dell’Unione.

Trump giustifica l’introduzione dei dazi con il disavanzo commerciale che separa le due sponde dell’Atlantico. Il presidente parla di oltre 250 miliardi di dollari l’anno, una cifra che “non può essere tollerata”. Secondo i dati del Census Bureau, nel 2024 gli Stati Uniti hanno importato beni dall’UE per circa 517 miliardi di dollari, esportandone 305: un disavanzo effettivo vicino ai 212 miliardi, comunque elevato e in crescita rispetto agli anni precedenti. Nella visione dell’amministrazione, ogni disavanzo è indice di una relazione commerciale “non equa” e dev’essere riequilibrato attraverso strumenti coercitivi.

Il presidente specifica che i dazi non si applicheranno ai beni costruiti o fabbricati negli Stati Uniti. È un messaggio esplicito rivolto alle multinazionali europee: investire negli USA significa evitare la nuova barriera tariffaria. Settori come automotive, farmaceutico, chimica, alimentare e lusso, che hanno già stabilimenti negli Stati Uniti, potrebbero trovare in questa clausola un salvagente temporaneo. Si tratta anche di un chiaro incentivo al reshoring, in linea con le misure varate negli ultimi due anni – come il Manufacturing Incentive Act – che prevede crediti d’imposta fino al 30% per la costruzione di nuovi impianti produttivi in America.

La decisione rientra nella più ampia strategia economica dell’amministrazione Trump, improntata al principio del primato nazionale sulle regole multilaterali. Dopo la rottura formale con l’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2023 – mai rientrata del tutto – la Casa Bianca ha progressivamente sostituito il dialogo istituzionale con azioni bilaterali fondate sullo squilibrio economico percepito. Il caso europeo ricalca quello cinese: in entrambi, il presidente ha invocato la necessità di “liberare” il commercio americano da vincoli considerati “artificiali” o “manipolatori”.

Piazza Affari affonda, ed è maglia nera in Europa, dopo le parole del presidente Usa. L’indice Ftse Mib perde il 3,30%. Crolla il settore bancario. Male anche il lusso con Brunello Cucinelli che cede il 5,29%. Gli operatori temono una reazione a catena, che potrebbe colpire in particolare i settori ad alta esportazione verso gli Stati Uniti: veicoli, vini e liquori, macchinari industriali, cosmetici, prodotti alimentari trasformati. Secondo le stime preliminari dell’Atlantic Trade Monitor, i dazi al 50% potrebbero ridurre del 30% le esportazioni europee verso gli USA entro la fine del 2025, con impatti sui prezzi, sull’occupazione e sulla fiducia industriale.

Con l’annuncio odierno, il presidente Trump segna un nuovo punto di non ritorno nella politica commerciale americana. L’Unione europea, storicamente considerata un alleato e un partner strategico, viene ora trattata al pari di una potenza rivale sul piano industriale e regolatorio. Non ci sono distinzioni tra beni agricoli o tecnologici, né esenzioni per Paesi membri: la misura colpisce l’intero blocco.

In attesa delle reazioni ufficiali da Bruxelles, resta il fatto che dal 1° giugno le relazioni economiche tra Stati Uniti e Unione europea entreranno in una fase senza precedenti. A separare le due sponde dell’Atlantico, da ora, non sarà più solo un oceano, ma una tariffa del 50%.


Dazi, Bruxelles non arretra: basta minacce inutili. Risposta uguale e contraria

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

Di Claudio Tito, La Repubblica

“Noi continuiamo a dialogare e a negoziare ma se Trump insiste porremo dazi nella stessa misura. Uguali e contrari”. Questa volta l’Unione europea non se lo aspettava. La convinzione generale era che si potesse trovare un’intesa entro giugno. L’annuncio del presidente americano ha invece messo il tavolo a soqquadro e il messaggio della Commissione è quello delle settimane scorse: risponderemo con le stesse misure. E sul tavolo c’è già la lista di controdazi preparata a inizio di maggio per un valore di 100 miliardi di euro. E per di più si potrà ricorrere a tutti i possibili provvedimenti contro le Big Tech.

Il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, ieri ha parlato con i due negoziatori americani, Jamieson Greer e Howard Lutinick, ribadendo che «l’Ue è pienamente coinvolta, decisa a garntire un accordo che vada bene a entrambi, La Commissione è pronta a lavorare in buona fede. Le relazioni commerciali Ue-Usa sono ineguagliabili e devono essere guidate dal rispetto reciproco, non dalle minacce. Siamo pronti a difendere i nostri interessi».

Secondo Palazzo Berlaymont, inoltre, i dati diffusi dalla Casa Bianca non sono veri. I 250 miliardi di dollari di deficit commerciale denunati dal tycoon non sono reali. Nel 2023 ammontava a 48 miliardi e nel 2024 è intorno ai 90. Considerando tra l’altro che nel settore dei servizi, ossia quelli ad alto contenuto tecnologico forniti proprio dalle Big Tech, il surplus americano è superiore ai 100 miliardi.

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha chiamato diversi leader dell’Unione, compresa la premier italiana Giorgia Meloni. La quale ha invitato l’inquilina di Palazzo Berlaymont a gestire il dossier in prima persona. Anche per condividere le difficoltà provocate dalla mossa di Washington che ha depotenziato il vertice a Palazzo Chigi con il vicepresidente americano Vance e la stessa von der Leyen.

Il ruolo italiano di “mediazione” non sembra infatti aver sortito effetti.«Sapevamo – ha detto il polacco Michal Baranowski, della presidenza di turno dell’Ue – che si sarebbe trattato di una situazione dinamica. Dinanzi alle montagne russe rimaniamo uniti. Non credo che ci sia nulla di definitivo». Per il commissario alla difesa, Kubilius, si tratta solo di «tattiche negoziali diverse».

Anche la Francia chiede di abbassare i toni. «In un periodo di negoziati tra Ue e Usa le nuove minacce di aumento dei dazi di Donald Trump non portano alcun aiuto», scrive il ministro per il Commercio estero, Laurent Saint-Martin. Ma avverte: «Siamo pronti a rispondere». Una posizione comune con la Germania. «I dazi di Trump non aiutano nessuno – ha sottolineato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul – non fanno altro che danneggiare lo sviluppo economico di entrambi i mercati. Continuiamo a portare avanti i negoziati e a sostenere la Commissione Europea. Vogliamo difendere l’Europa e il mercato europeo, esercitando allo stesso tempo il nostro potere di persuasione in America».

La Commissione e i governi europei puntano allora in primo luogo a mantenere l’unità. Le parole del segretario statunitense al Tesoro, Scott Bessent, hanno generato un po di nervosismo. «L’Ue – sono state le sue parole – ha un problema di azione collettiva. Ha 27 Paesi, ma sono rappresentati da questo unico gruppo a Bruxelles. Quindi, alcuni dei feedback che ho ricevuto sono che i Paesi sottostanti non sanno nemmeno cosa l’Ue stia negoziando per loro conto».

Il sospetto di Bruxelles, dunque, è che sia in corso nuovamente il tentativo di dividere i membri dell’Unione. Anche perché sia il commissario Sefcovic, sia diversi funzionari dell’esecutivo europeo si sono trovati più volte a discutere con interlocutori senza un mandato chiaro. L’altro aspetto riguarda i motivi per i quali il capo Usa ha deciso di infrangere la tregua che sarebbe terminata a luglio. Molti “negoziatori” europei temono che la guerra in Ucraina e il prossimo vertice Nato in Olanda siano alla base delle intemperanze trumpiane. Un modo per alzare la tensione e far capire agli alleati europei che non possono insistere nella linea intransigente in difesa di Kiev e che devono offrire rapidamente garanzie sull’aumento dei contributi a favore dell’Alleanza Atlantica. La soglia del 2 per cento del Pil appartiene ormai al passato.

Nell’immagine: Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue a Bruxelles 


Salgado, fotografo degli ultimi. Ha scosso le nostre coscienze

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

Di Giulia Zonca, La Stampa

A un certo punto, Sebastian Salgado ha realizzato che non avrebbe più scattato fotografie e si è messo a guardarle. Ha puntato gli occhi sul suo immenso archivio e ha scoperto che lì dentro c’erano centinaia di immagini mai viste ed è questo il lascito, l’eredità: la possibilità di uno sguardo diverso.

Il maestro del bianco e nero è morto a 81 anni. Ha fissato la terra e l’ha vista cambiare, ha inseguito gli uomini per capirne il posto nel mondo, ne ha inquadrato i gesti per riconoscerli tutti uguali, eppure ognuno segnato dalla propria storia. Ha scavato nelle impronte della fatica e catturato il mutamento nell’abitudine. Ha spesso lasciato che fosse l’obiettivo a trovare il soggetto, ha usato il digitale quando gli è servito muoversi leggero, senza chili di attrezzatura difficile da far passare in confini complicati, come il Ruanda alle prese con l’orrore. La causa lo muoveva più dell’arte, ma non ha mai stampato così: ha riportato ogni singola inquadratura indietro, all’analogico talento, con un passaggio ulteriore, da sviluppare in camera oscura. E non è meta fotografia, è solo tecnica di chi ha le idee chiare sul proprio lavoro.

Salgado ha consacrato anni ai viaggi e a intercettare la luce, il momento, la vita. Ha passato ore ad aspettare, una pazienza imparata da bambino, in Brasile, nella finca, la piccola azienda agricola, in cui è nato nel 1944. Aimorés, nello stato di Minas Gerais, miniere e futebol, entrambe realtà che gli sono rimaste addosso, nella ricerca e nella passione.

Lascia il Brasile per sfuggire alla dittatura e se ne va sulla rotta del caffè dopo gli studi di economia, con la compagna con cui ha vissuto per tutta l’esistenza, Lelia Wanick. Lei gli regala la prima Leica, per distrarsi durante le trasferte, per illuminarsi nelle ore libere dalla burocrazia e lui intuisce che così ha un’altra prospettiva. E la segue. Per cinquant’anni si sposta da un Paese all’altro: documenta l’umanità, l’ambiente che ne è continuamente contaminato e tenta sempre di risalire all’origine del problema che trova a valle, nel quotidiano di una contemporaneità che lui cerca di svegliare con l’ovvio. Gli è tutto così chiaro che non riesce più a stare fermo.

All’inizio pensa che i suoi paesaggi giganti, i ritratti evidenti siano una prova. Le tracce della schiavitù, le tradizioni, la foresta dell’Amazzonia mutilata, i ghiacciai grondanti sofferenza. Sempre intento a svelare il primo piano della dignità in una persona o nella natura, con lo stesso approccio. Non motivato dalla curiosità e nemmeno dall’estro, gli importa trovare traccia dell’essenza di un popolo o di un luogo, come se esporre il cuore di un pianeta che cede alla crisi climatica o l’anima di una persona che non si lascia definire dal sopruso fosse la chiave per mostrare una via di salvezza. La potenza di un corpo per suggerire la resistenza di un’idea. Ma si accorge presto che la gente guarda quel che vuole, nel modo in cui crede e che il successo globale, i milioni di spettatori passati davanti alle sue foto nel tempo, non si lasciano cambiare o scioccare così. Le foto incantano, piacciono, stanno lì a dimostrare che la realtà è fragile, però come Salgado ci ha spiegato nell’ultima intervista che ha fatto, proprio con La Stampa, per la sua collaborazione con il Film Festival di Trento e le mostre al Muse e al Mart di Rovereto (tutt’ora in corso): «Davanti al disastro si preferisce ficcare la testa in un telefono. Pensare ad altro». Non era un’accusa anche se ovviamente si sarebbe aspettato di più, era, come al solito, un’attesa. Come da ragazzino con le bestie della finca e la semina, come da fotografo, al Kluane Park in Canada, ad ascoltare il rumore di un ghiacciaio che si dispera o nella rispettosa attenzione dedicata agli indigeni seguiti per testimoniare la facilità con cui ci si appropria del passato altrui. Per poi trasformarlo. Era sicuro che prima o poi la scintilla accesa dall’immagine avrebbe creato una reazione. È successo, anche se non in una presa di coscienza di collettiva.

Avrebbe aspettato ancora, convinto che la sua opera potesse allenare l’empatia e quando è stato troppo stanco per muoversi, dopo cinque decadi di spostamenti in 130 diversi stati, ha affrontato l’archivio, le oltre 500 mila immagini: «Non credo che esista un altro fotografo con questa mole di ricerca».

Sentiva il tempo finire e non aveva alcuna intenzione di fermarsi ad aspettare. Progettava una serie di mostre e raccolte e libri.Un’esposizione legata al mare, mossa dalla musica di Debussy, una rievocazione del Tour de France seguito per Libération, un’opera a tappe, con partenza a Los Angeles, per ripercorre l’evoluzione dell’Unione Sovietica perché «per un brasiliano la Russia non sarà mai il nemico. La Russia sbaglia con la guerra in Ucraina, l’Europa sbaglia nei suoi rapporti con i russi». Riprendere le centinaia di fotografie scattate negli Ottanta era un modo per capire di più e meglio. Per invitare gli altri a farlo insieme con lui. Come capita con i ghiacciai esposti ora in Trentino, come continuerà a succedere. Lui non c’è più, il suo lavoro resta e ha appena iniziato a parlare.

Nelle immagini: Sebastian Salgado e alcune delle sue innumerevoli opere


La sarabanda delle nomine nel CdA di AIL

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

Leggere sui media quanto è successo a Lugano nella riunione del CC del 12 maggio scorso per le nomine nel CdA di AIL, mi ha sconcertato. Anche per la rissa verbale messa in campo a fine dibattito in CC da parte di consiglieri che hanno confuso l’emiciclo per un’arena da corride. Ma ancor più, mi prende tristezza nel constatare che per occupare certi posti ben retribuiti, non si sia esitato a declassare amici di partito (povero Galeazzi, sparring partner, grande incassatore di uppercut), millantando improbabili autocertificate competenze, quando anche i paracarri sanno che, nella gestione delle partecipate comunali, contano molto di più le capacità e le conoscenze professionali dei quadri tecnici e amministrativi, di chi presenzia sporadicamente, qualche volta all’anno, a riunioni specialmente convocate per decidere (e in questo AIL è campione) quali amici degli amici sponsorizzare con gli utili conseguiti dalla Società Anonima.

Detto in chiare lettere, desumendo i dati dal Rapporto annuale, nel 2023 a fronte di ricavi di oltre mezzo miliardo (535 milioni) e spese operative di 454 milioni, a bilancio figurano 93,3 milioni di valore economico distribuito di cui ben 15,6 di utile operativo netto. I dati complessivi, non disaggregati nel dettaglio si possono leggere sul Rapporto Annuale Integrato di AIL S.A.

Il documento è pubblico, ma l’opacità regna sovrana: infatti nell’ambito delle decine di milioni di franchi distribuiti (non si capisce a chi vanno e neppure quanto “vale” un posto in CdA), mi domando perché a nessuno degli amministratori finora sia mai passato per la mente che forse sarebbe il caso di favorire chi “alimenta” la Società coi consumi dei suoi prodotti, abbassando le tariffe.

L’impressione è che tutta la sarabanda di questi giorni sia andata in scena, a livello politico, più per una meschina attribuzione personale dei succosi emolumenti e gettoni di presenza, che per visioni o prospettive d’interesse generale utili a migliorare i servizi AIL.

Non si dimentichi che AIL è una società di servizio pubblico, dunque è di tutti: tutti i cittadini di Lugano e tutti quelli che nel comprensorio comprano da AIL i servizi e i prodotti per i quali essa è stata fatta. Per questo, come cittadino e consumatore di acqua, elettricità e gas insisto a chiedere che gli utili conseguiti vengano riservati in primo luogo alla riduzione delle tariffe che oggi concorrono a mettere ancora più in difficoltà lavoratori e pensionati con redditi bassi.

Qui si sta esagerando e la gente potrebbe anche stufarsi di essere presa per scema: gli utili sono stratosferici, ne godono gli azionisti e i manager, mentre chi alimenta questi utili, il consumatore, viene preso in giro con appunto manovre finanziarie molto ma molto opache, e con beghe di politichetta da retrobottega che non fanno assolutamente onore alla città.

Sull’acume dei dirigenti di AIL va poi ricordato l’acquisto di 24’408 azioni Motor Columbus/ATEL (nel frattempo diventata Alpiq), costate nel 2006 ben 112’276’800 franchi (ogni azione valeva CHF 4’600). Acquisto controverso perché a fronte di una spesa così importante, la partecipazione di AIL al capitale azionario (4,8%) sarebbe stata irrilevante a livello decisionale nella società Motor Columbus (nel 2009 in Alpiq la partecipazione di AIL valeva il 2,1%). Ci si domandava insomma l’utilità di un simile investimento comunque fortemente voluto (imposto) dagli allora municipali della Lega. Ora purtroppo leggo sul Rapporto 2023 che i milioni spesi nel 2006 per le azioni sono evaporati: a pag. 38 si legge, in una frase molto contorta e sibillina, che il valore di ogni azione è di CHF 0,01 e a bilancio figura un valore complessivo di CHF 1. Roba da trasecolare. In 20 anni si sono volatilizzati 112’276’799 franchi.

C’è da costatare, con grande delusione e preoccupazione, che siamo in balia di politici accaniti difensori d’interessi personali e incapaci di promuovere quelli pubblici.


E nello studio ovale va in scena l’attacco al Sudafrica post-Mandela

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

Una volta di più, Il presidente americano non ha perso l’occasione per accusare il Sudafrica di crimini contro la sua popolazione bianca, in particolare gli agricoltori di stirpe boera. C’è da scommettere che quest’accusa sia stata fomentata dall’amico del capo della Casa Bianca, quell’Elon Musk, di origine sudafricana, che sembra averne fatto una vera ossessione.

Come sempre le accuse di Trump sono superficiali, a dimostrazione della rudimentale conoscenza della realtà del paese. Ne abbiamo avuto ancora prova mercoledì, nello Studio ovale di nuovo trasformato in palco televisivo, con una serie di affermazioni del tutto inesatte.

Trump, di fronte al presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, ha per esempio dichiarato che gli Stati Uniti sono letteralmente invasi da agricoltori bianchi sudafricani in fuga per il timore di vedere la loro terra confiscata in base alla legge sulla nuova riforma agraria, che esige una più equa distribuzione delle terre. In realtà, i bianchi sudafricani che hanno chiesto asilo agli Stati Uniti sono stati in tutto 59 (per un paese che conta una popolazione di 322 milioni). Da notare che la facoltà di espropriare terreni, contestata da Trump, è prevista anche da leggi analoghe in vigore negli Stati Uniti.

Ogni anno, in Sud Africa, afflitto da un tasso di criminalità elevato, si registrano circa 27 mila omicidi, dei quali sono state vittime 51 agricoltori bianchi: 51 agricoltori che hanno tuttavia indotto Trump a parlare di “genocidio”. Il presidente Ramaphosa, che durante il colloquio con Trump ha mantenuto il sangue freddo, ha negato che sia in atto un genocidio in Sud Africa, ed ha invece –dimostrando di aver capito le sensibilità del suo interlocutore – puntato su diverse opportunità di affari, tra le quali la fornitura di terre rare dal Sud Africa agli Stati Uniti. Ramaphosa ha così dimostrato di aver imparato bene la lezione, guardando il vergognoso show fra Trump e Zelensky.

Nei colloqui privati, che hanno poi fatto seguito all’incontro ufficiale, si è prevalentemente parlato di affari, tra i quali l’acquisto di gas naturale liquido dagli Stati Uniti, proposta accolta positivamente dagli americani. Ramaphosa ha definito l’incontro un successo, sottolineando che si è raggiunta una intesa con il fermo intento di continuare gli incontri, particolarmente sul commercio e gli investimenti. E ha abilmente aggiunto che si aspetta che Trump visiti il Sud Africa e che gli Stati Unti partecipino al prossimo vertice dei G20, vertice che avrà luogo in novembre proprio a Johannesburg.

Nell’immagine: naturalmente c’era anche lui


Sudafrica, è un fake il video con le fosse di Afrikaner uccisi mostrato da Trump a Ramaphosa

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Stavolta l’agguato nell’Ufficio Ovale era preparato meglio di quello teso in febbraio al presidente ucraino, con tanto di video pronto per mettere in difficoltà l’ospite di turno. Il filmato esibito mercoledì da Donald Trump a Cyril Ramaphosa, presidente del Sud Africa, affermava di mostrare i “burial sights”, ossia “le fosse in cui sono sepolti più di mille agricoltori bianchi”, la prova che nel suo Paese sarebbe in corso un “genocidio” contro gli Afrikaner, i discendenti della minoranza di origine europea che lo dominavano al tempo dell’apartheid e che adesso, secondo il capo della Casa Bianca, vengono oppressi e massacrati dalla maggioranza nera. Il motivo per cui la sua amministrazione ha accolto recentemente a braccia aperte un gruppo di sudafricani bianchi atterrati a Washington, offrendo loro lo status di “rifugiati politici”.Solo che il video mostrato a Ramaphosa non mostra alcuna fossa.

Una verifica del New York Times rivela che le immagini in questione sono quelle di una processione religiosa avvenuta a Newcastle, in Sud Africa, il 5 settembre 2020. Le croci mostrate dal video non sono quelle di fosse o tombe di “migliaia di agricoltori”: furono piantate nel terreno qualche giorno prima della processione e poi tolte. Secondo un sito locale, citato dal quotidiano newyorchese, l’evento era stato indetto come marcia di protesta per l’assassinio di una coppia di bianchi, uccisi a Newcastle il mese precedente.

Ancora una volta, afferma l’autorevole giornale americano, Trump ha distorto fatti, spacciando una cosa per l’altra e manipolando l’opinione pubblica. Non si sa chi abbia dato alla Casa Bianca il video.

Una possibilità è che provenga da Elon Musk, il miliardario di origine sudafricana, che era presente all’incontro con Ramaphosa nella sua qualità di ministro dell’Efficienza Governativa (oltre che di consigliere estemporaneo del presidente su qualsiasi argomento) ed è uno dei più tenaci assertori della teoria secondo cui in Sudafrica sarebbe in corso un genocidio contro i bianchi: l’uomo più ricco del mondo ha fatto uso anche in passato di video che travisano o stravolgono la realtà, pubblicandoli sul suo social X (l’ex-Twitter).

Quando il presidente Ramaphosa, evidentemente poco convinto della veridicità del video, ha chiesto davanti ai giornalisti dove fosse stato girato, Trump ha risposto in modo evasivo: “Beh, in Sud Africa”.

Nell’articolo in cui sbugiarda il video della Casa Bianca, il New York Times ristabilisce i fatti. Non è vero che i bianchi del Sud Africa stanno subendo un genocidio. È vero che alcuni di loro sono rimasti vittime di crimini, nell’ondata di violenza che infesta tutta la popolazione, la maggioranza nera e la minoranza bianca, come lo stesso Ramaphosa ha detto a Trump nella sua risposta al video: le statistiche della polizia smentiscono che i bianchi vengano uccisi a un tasso più alto dei neri. È vero che in gennaio il Sud Africa ha approvato una legge che consente, in circostanze eccezionali, la confisca di terre di proprietà dei bianchi senza compensazione: ma finora questo provvedimento non è mai stato usato. E tra le ragioni di tale misura c’è il fatto che, tre decenni dopo la fine dell’apartheid e l’avvento della democrazia in Sud Africa grazia alla pacifica rivoluzione di Nelson Mandela, la stragrande maggioranza della terra in mani private appartiene ai bianchi, che costituiscono appena il 7 per cento della popolazione.

Infine, è vero che il grido “kill the Boer” (uccidete i Boeri) è uno slogan contro i bianchi, reso popolare dal leader di un partito sudafricano, ma da anni l’African National Congress, il partito di Mandela e di Ramaphosa, che governa il Sud Africa dalla fine dell’apartheid, ha preso le distanze da quelle parole.

Il presidente sudafricano è stato lodato in patria per come ha reagito all’agguato di Trump senza perdere la calma. Il New York Times commenta che probabilmente ha imparato la lezione da quanto accaduto a Volodymyr Zelensky tre mesi fa, quando il presidente ucraino fu assalito verbalmente dal vicepresidente Vance e da Trump in un analogo incontro davanti a telecamere e giornalisti alla Casa Bianca: un conflitto in diretta senza precedenti, che ha messo in pericolo per alcune settimane le relazioni fra Kiev e Washington.

Presidente del Sud Africa dal 2018, Ramaphosa è stato a lungo un attivista in prima fila nella lotta contro l’apartheid, coordinando il rilascio dal carcere di Mandela, durante la cui presidenza è diventato segretario generale dell’African National Congress, il partito nel quale militavano entrambi.

Nell’immagine: Trump mostra i falsi documenti fotografici


Diplomatici israeliani uccisi a Washington, Netanyahu accusa l’Europa

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

Di Alberto Simoni, La Stampa

WASHINGTON. Sono le 9:05 di mercoledì sera quando Yaron Lischinsky, 30enne diplomatico israeliano, e Sarah Lynn Milgrin, 26 anni, impiegata anch’ella presso l’ambasciata di Gerusalemme a Washington, lasciano il Capitol Jewish Museum. Sono in compagnia di altre due persone. Si avvicina un tizio, estrae una pistola e fa fuoco. I due giovani – che dovevano sposarsi a breve, lui aveva acquistato l’anello – si accasciano. Senza vita.

Il killer entra nel museo, sembra disorientato, finge di essere un testimone della sparatoria. Gli altri ospiti nell’atrio gli si avvicinano, gli chiedono se tutto va bene e se vuole un bicchiere d’acqua. Improvvisamente, il ragazzo estrae una kefiah rossa e urla: «L’ho fatto io, l’ho fatto per Gaza». La polizia lo arresto, lui porta gli agenti sul luogo dove si è liberato dell’arma. Mentre lo portano via urla «Libera, libera Palestina».

Lui è Elias Rodriguez, ha 30 anni ed è venuto da Chicago armato per colpire nel cuore di Washington, fra palazzi federali, locali trendy e a meno di 2 chilometri dalla Casa Bianca. Yaron e Lynn partecipavano a un evento organizzato dall’American Jewish Committee per i giovani diplomatici. Il titolo del convegno: «Portare gli aiuti umanitari a Gaza con la collaborazione regionale fra Israele e Palestina». Rodriguez era ossessionato dal conflitto nella Striscia, gli investigatori che lo torchiano da subito fanno presto a risalire alla sua biografia mentre una squadra dell’Fbi e della polizia locale con gli artificieri al seguito perquisisce il suo appartamento ad Albany Park a Chicago. Ci sono cartelli e documenti pro-Pal.

Yaron e Sarah non erano i bersagli, ma gli inquirenti sono certi, così come hanno detto anche Pam Bondi, Attorney General Usa e il capo dell’Fbi, Kash Patel, che «l’azione sia stata mirata» e «antisemita». In serata, Rodriguez era atteso davanti alla Corte distrettuale di Washington DC. Verrà incriminato per una serie di reati con l’aggravante dell’odio razziale. Ai cronisti che le domandavano se la Procura chiederà la pena di morte per l’uomo, Pam Bondi non ha risposto.

Pochi giorni fa il Museo aveva ottenuto uno stanziamento supplementare di 30mila dollari per rafforzare le misure di sicurezze. Una mostra sui temi Lgbt e le attività legate alla storia e cultura ebraica aveva alzato la soglia di attenzione. L’onda di Washington si è propagata ovunque, la sicurezza delle ambasciata israeliane è stata rafforzata; a New York è potenziato il dispositivo attorno ai centri istituzionali e culturali ebraici.

«Questi orribili omicidi, basati ovviamente sull’antisemitismo, devono finire, ora!». «Odio e radicalismo» non hanno posto negli Usa», è stato il commento di Trump che nel corso della giornata ha avuto un colloquio telefonico con il premier israeliano Netanyahu. Quest’ultimo ha ringraziato il presidente Usa «per il suo impegno e quello della sua Amministrazione contro le manifestazioni di antisemitismo negli Stati Uniti».

Da Israele il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar accusa l’Europa: è il risultato dell’incitamento tossico contro Israele e gli ebrei in tutto il mondo: istigazione praticata anche da leader di molti Paesi, soprattutto europei. Un concetto ribadito da Netanyahu: “State incoraggiando Hamas a continuare a combattere”. “Parole oltraggiose e ingiustificate”, la replica da Parigi.

L’episodio di mercoledì sera ha riacceso i riflettori sull’antisemitismo e sull’aumento delle violenze razziali. Un report dell’American Jewish Committee ha rivelato che nel 2024 il 77% degli ebrei americani si sentiva meno sicuro in quanto ebreo a causa degli attacchi del 7 marzo di Hamas. L’Anti-Defamation League ha riscontrato per il quarto anno consecutivo un aumento delle aggressioni: nel 2024 sono state 9354, 5% in più rispetto al 2023 quando si registrò addirittura +344% rispetto a cinque anni prima.

L’omicidio di Washington avviene in un momento in cui l’Amministrazione Trump ha imposto un giro di vite – fra cancellazione di visti studenteschi e permessi di residenza ed espulsioni – per molti studenti e ricercatori sospettati di far parte di gruppi pro-Pal. Sono 1100 i visti revocati dal segretario di Stato Rubio. Per una sospetta coincidenza inoltre ieri l’Amministrazione Trump ha imposto all’università di Harvard di bloccare le iscrizioni degli stranieri e di ordinare a quelli già presenti di trasferirsi. La decisione è stata comunicata da Kristi Noem ieri anche se già a fine aprile erano state avviate le procedure. È l’ennesimo colpo contro Harvard dopo il braccio di ferro sullo stop ai finanziamenti per 9 miliardi di dollari. L’ateneo di Cambridge ha definito la decisione «illegale».

Nell’immagine: uomo con la bandiera israeliana sul luogo dell’omicidio a Washington, davanti al Capital Jewish Museum


“Volevano costruire ponti”. Sarah e Yaron, uccisi a Washington poco prima delle nozze

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

Di Massimo Basile, La Repubblica

I genitori di Sarah Milgrim non sapevano che la figlia stava per ricevere la proposta di matrimonio dal fidanzato, Yaron Lischinsky, fino a quando i due ragazzi non sono stati uccisi.

Robert Milgrim stava andando a letto quando sul cellulare è apparso l’alert relativo a una sparatoria avvenuta a Washington fuori dalla sede dell’American Jewish Committee, dove la figlia era iscritta. Milgrim ha chiamato subito l’Fbi e la polizia locale, ma nessuno era stato in grado di fornire informazioni. La moglie, Nancy, utilizzando una app, aveva localizzato il cellulare di Sarah: era nella zona del Jewish Museum, dove era avvenuta la sparatoria. «A quel punto – ha raccontato al New York Times – sapevo già, anche se speravo di sbagliarmi». Poco dopo le è squillato il cellulare: era l’ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Yechiel Leiter. Le ha detto che la figlia e il fidanzato erano stati uccisi. Il diplomatico ha raccontato che Yaron aveva comprato l’anello di fidanzamento, poi le ha fatto le condoglianze. I Milgrim sono rimasti così da soli, nella notte, con la notizia della tragedia e di un sogno d’amore infranto sul nascere.

In realtà neanche la figlia sapeva dell’anello: Yaron aveva pianificato tutto in segreto, scegliendo tempo e luogo. Domenica sarebbero volati a Gerusalemme. Lui avrebbe portato Sarah a conoscere i genitori, poi si sarebbe messo in ginocchio e le avrebbe fatto la proposta. Tutto interrotto dai colpi di pistola sparati da uno sconosciuto arrivato da Chicago ed entrato in azione nel cuore della città considerata la più blindata d’America.

Sarah, 26 anni, era di Prairie Village, periferia di Kansas City. Yaron, 30, era cresciuto in Germania per poi andare a Gerusalemme all’età di 16 anni. A Beit Zayit, piccolo villaggio sulle colline a ovest della città santa, vive ancora la famiglia. I due fidanzati, funzionari all’ambasciata di Israele a Washington, si erano conosciuti un anno e mezzo fa durante la preparazione della visita di una delegazione. Entrambi avevano fior di lauree e master in relazioni internazionali e studi governativi. Lui, nato in una famiglia mista, padre ebreo e madre cristiana, si era specializzato in giapponese ed era considerato un idealista: «Voleva costruire ponti tra Israele e gli altri Paesi – dice uno dei suoi ex professori – in particolare in Asia». Secondo l’ambasciatore israeliano in Germania Ron Prosor, Lischinsky era un «convinto ebreo e sionista». Secondo gli ex compagni di università, invece, era un fervente cristiano evangelico. A suo modo, dunque, era già un ponte.

Su Linkedin, Yaron aveva scritto: «Credo fermamente nella visione delineata negli Accordi di Abramo e ritengo che ampliare il cerchio della pace con i nostri vicini arabi e promuovere la cooperazione regionale sia nell’interesse dello Stato di Israele che dell’intero Medio Oriente. Per questo, sostengo il dialogo interreligioso e la comprensione interculturale». Sull’account appariva il nastro giallo di solidarietà con gli ostaggi israeliani rapiti durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Una settimana fa aveva scritto: «Siamo profondamente grati per l’alleanza storica con gli Stati Uniti e il grande popolo americano». Nel suo ultimo post sui social, poche ore prima di venire ucciso, Lischinsky aveva condiviso un messaggio dell’ambasciatore israeliano Amir Weissbrod, che accusava i funzionari Onu di diffondere «calunnie di sangue» con le loro denunce secondo cui 14 mila bambini rischiavano la fame a Gaza.

Anche Sarah, racconta chi la conosceva, voleva costruire ponti, ma tra Israele e i Paesi arabi. Nei suoi viaggi di studio aveva lavorato in un’organizzazione che metteva insieme giovani israeliani e palestinesi. Ma aveva conosciuto da vicino l’odio antisemita: otto anni fa sui muri del suo liceo qualcuno aveva lasciato svastiche e scritte contro gli ebrei. E tre anni prima un uomo aveva sparato fuori da un centro ebraico alla periferia di Kansas City, uccidendo tre persone.

La famiglia Milgrim aveva paura ad andare in sinagoga, e dal 7 ottobre 2023 sentiva che tutto era cambiato. L’arrivo di Lischinsky nella vita della figlia aveva portato un po’ di speranza. Pochi mesi fa Sarah aveva annunciato ai genitori il viaggio a Gerusalemme per conoscere la famiglia di lui. Yaron, invece, era stato molte volte a casa dei Milgrim. «Era straordinario – ha raccontato il padre di Sarah – era proprio come mia figlia: appassionato, molto intelligente, credeva nel suo lavoro, era impegnato in ciò che riteneva giusto».

«La tragica ironia della storia – ha confessato Nancy Milgrim – è che quando ci avevano detto del viaggio, io e mio marito temevamo che a loro potesse succedere qualcosa in Israele, non qui».

Nell’immagine: Sarah Milgrim e Yaron Lischinsky


Antisemitismo, perché cadono gli alibi del governo israeliano

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Può essere che l’attentato di Washington sia di natura antisemita, avendo semplicemente preso di mira due ebrei davanti a una istituzione ebraica. Può anche darsi che sia di natura politica, trattandosi di due funzionari dell’ambasciata israeliana e dunque del governo di Tel Aviv, impegnato nel massacro dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.
Ingiustificabile in entrambi i casi pone però, nella sua ambiguità, quel tema dell’«antisemitismo riferito a Israele» che è il cavallo di battaglia di Netanyahu e dei suoi più stretti alleati. E tramite il quale ogni critica, opposizione o condanna delle politiche e delle azioni dei governi israeliani vengono interdette e infamate con l’etichetta dell’antisemitismo.

Come già è toccato a organizzazioni sovranazionali quali le Nazioni unite e la Corte penale internazionale e a stati, come ad esempio il Sudafrica, che hanno condannato aspramente l’azione militare israeliana a Gaza. In buona sostanza questa insidiosa formula sostiene che Israele non viene attaccato per quello che fa, per le sue azioni e le sue politiche di sopraffazione, ma per il fatto di essere uno stato “ebraico”. Dunque per ragioni squisitamente antisemite. Intorno alla definizione dell’antisemitismo si è sviluppata un’aspra controversia tra i sostenitori di quella elaborata dall’IHRA (la maggior parte dei governi occidentali) facilmente manipolabile a protezione di Israele da qualunque critica e quelli della “Dichiarazione di Gerusalemme”, elaborata nel 2021 da un gruppo di studiosi in gran parte ebrei, proprio per ovviare a questo genere di strumentalizzazioni.

L’ADOZIONE di quest’ultima definizione da parte della Linke nel congresso di questi giorni a Cheminitz ha provocato una valanga di accuse di antisemitismo contro il partito della sinistra tedesca. In realtà le due definizioni coincidono in larga parte, ma la Dichiarazione di Gerusalemme si distingue nel sostenere che non siano di per sé antisemite azioni di protesta, come i boicottaggi, e prese di posizione contro le politiche dei governi israeliani. Non esclude cioè che sentimenti antisemiti possano attraversarle, ma non ritiene che questo debba accadere necessariamente. Ciò che oggi sta cambiando è che questo scudo strumentale dell’antisemitismo, impiegato con grande efficacia nel tacitare ogni protesta e manifestazione contro uno sterminio sistematico passato per “effetto collaterale”, comincia a scricchiolare.

PER UN TEMPO lunghissimo il timore di essere annoverati tra gli antisemiti ha impedito che si sviluppasse un vasto movimento di opinione pubblica contro gli orrori perpetrati dall’esercito israeliano a Gaza e dai coloni armati in Cisgiordania. Una simile etichetta ha funzionato assai bene come forte deterrente nei confronti dell’opinione pubblica democratica e di sinistra, la più sensibile su questo punto, e come censura negli ambienti accademici. Anche se non ha fermato massicce mobilitazioni in tutto il mondo, disposte ad affrontare la repressione e difendere il diritto di denunciare quanto stava accadendo.

NETANYAHU e i suoi alleati, confidando nell’appoggio poco condizionato dei governi occidentali amici, nella patetica debolezza dei reiterati inviti alla moderazione, nell’appoggio concreto alla loro guerra a oltranza e nella trappola dell’antisemitismo si sono spinti oltre ogni limite tollerabile. Di azioni “mirate” non si parla da tempo, le esecuzioni sommarie di sanitari e soccorritori non sollevano più scandalo, le mire di deportazione sono ormai esplicite e attive nelle loro premesse distruttrici, il numero spaventoso di morti civili è dato per scontato, la carestia da assedio praticata e rivendicata come legittima in linea di principio. Solo la disapprovazione degli alleati e altre minori ragioni di opportunità, sostiene Netanyahu, gli impedirebbero di lasciar morire di fame e di sete buona parte dei palestinesi di Gaza. D’altra parte il suo ministro Smotrich lo aveva già chiarito mesi fa: imporre la carestia a Gaza sarebbe cosa legittima «e perfino etica». Come fosse possibile, non dico sostenere e rifornire uno stato governato da simili figuri, ma anche solo intrattenere con esso relazioni diplomatiche è incomprensibile.

SOLO OGGI, dopo che l’Idf ha fatto fuoco sui suoi diplomatici “per proteggerli”, il parlamento europeo insorge e si divide, le sinistre accantonano il timore dell’accusa di antisemitismo e si pongono il problema di come fermare Netanyahu e ricucire i brandelli del diritto internazionale in Medio oriente. Molto tardi, forse troppo. Deve farlo comunque perché il governo di Israele, non nasconde più nulla, rivendica ogni azione, rinuncia a ogni eufemismo o argomentazione di comodo. E del resto i fatti parlano chiaro. Solo una ipocrisia senza fine può aver finto fino ad oggi di non vedere che la “sicurezza di Israele” coincideva nei disegni dei suoi governanti con il ripristino dei confini biblici, che la guerra a oltranza era la loro forma di esistenza e di riproduzione, che le azioni dei coloni violenti e gli interessi dello stato coincidevano pienamente.

CERTO, il 7 ottobre, l’orribile massacro compiuto da Hamas, ha prodotto e motivato fino a un certo punto la reazione di Israele e la solidarietà dei più. Fino al punto in cui si è prodotta una dismisura tale da offuscare le forti ragioni originarie degli israeliani. Questo offuscamento si è già prodotto nella storia. Un solo esempio: l’esercito giapponese, oltre all’attacco di Pearl Harbour, si è reso responsabile di innumerevoli atrocità. Ma nella memoria e nell’immaginario mondiale quel che resta e resterà sono Hiroshima e Nagasaki. Nonostante fossero stati i giapponesi a cominciare.

Nell’immagine: una protesta contro il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu a Tel Aviv


Gaza: perché marciare in silenzio?

Il presidente Usa rompe i negoziati e impone tariffe generalizzate contro l’Unione europea. «Deficit commerciale di 250 miliardi di dollari inaccettabile». Nessun dazio per chi produce in America 

È la domanda che si sono posti in molti leggendo l’appello di un piccolo gruppo apartitico e aconfessionale di cittadine e cittadini che, come tanti altri, non sopportano più di assistere passivamente al terrificante e quotidiano spettacolo della massiccia, brutale e disumana violenza sulla popolazione civile palestinese. Per questo invitano a una manifestazione pacifica e silenziosa il 24 maggio alle 14 a Bellinzona (dalla stazione). Un’iniziativa che nasce dal basso, senza l’appoggio di partiti o gruppi politici, per lanciare un appello al Consiglio Federale a nome della società civile: affinché adotti subito misure visibili e concrete per cercare di fermare i gravissimi crimini contro l’umanità che Israele sta compiendo a Gaza e in Cisgiordania.

Ma perché marciare in silenzio?

Perché non gridare tutta l’indignazione per l’indifferenza – inevitabilmente complice – delle autorità europee e in particolare della nostra democratica Svizzera, custode delle Convenzioni di Ginevra, davanti alle sempre più gravi violazioni del diritto umanitario internazionale? Ciò a cui assistiamo ogni giorno è umanamente ed eticamente inaccettabile. Verrebbe da urlare. Invece, marciare in silenzio significa proprio “disarmare le parole per disarmare la guerra”, come ricordava Papa Francesco e ora anche il suo successore.

In questo momento storico, gridare “Palestina libera dal Giordano al mare” o rivendicare, come fa la destra israeliana al potere, “la grande Israele dal Giordano al mare”, significa da entrambe le parti perpetuare la guerra e i massacri per raggiungere l’obiettivo. Una tragedia che affonda le radici nel “colonialismo insediativo” praticato dal sionismo prima ancora del 1948 e che sfocia inevitabilmente nella “pulizia etnica”, come spiega lo storico israeliano Ilan Pappé. Tragedia che oggi può essere fermata solo con una pace equa e duratura, fondata sul rispetto delle leggi e delle risoluzioni internazionali.

Manifestare in silenzio significa dunque protestare contro i gravi crimini subiti dal popolo palestinese (senza però ignorare quelli inflitti ai civili israeliani il 7 ottobre e il dramma degli ostaggi). Ma significa anche esprimere solidarietà con i tanti ebrei che, dentro e fuori Israele, si oppongono alla storica persecuzione del popolo palestinese. Quegli stessi ebrei che, dopo la Shoah, si erano ripromessi che “mai più” potesse accadere nel mondo ciò che allora l’uomo ha fatto all’uomo. Perché sanno che il trauma subito non giustifica lo sterminio o la deportazione di un altro popolo, anch’esso ormai traumatizzato a vita.

Non è difficile capire che il pacifismo attivo e il disarmo siano l’unica forma di realismo politico capace di prevenire e fermare le guerre. Ma è difficile sedersi a un tavolo e discutere dei compromessi necessari per la pace, perché significa riconoscere che i nemici sono esseri umani (e non animali). E questo passo richiede molto più coraggio di quello che serve a premere il pulsante che sgancia le bombe su scuole e ospedali, a guidare i droni che uccidono donne e bambini, a privare un intero popolo di acqua, cibo e medicine.