Nessuna tolleranza, nessuna pietà, neppure per i morti

i votanti di un comune del Canton Turgovia negano ai residenti islamici un pezzo di terra dove seppellire i loro morti 

In quale momento della nostra storia evolutiva abbiamo abbandonato il nostro stato animale per diventare esseri umani? Gli antropologi non sono in grado di dare una risposta definitiva: molti sono infatti i fattori che hanno concorso, qualche milione di anni fa, a far sì che i nostri antenati perdessero gradualmente la loro “animalità” per trasformarsi in esseri dotati di intelletto e di coscienza. Tra i fattori che ci distinguono dagli animali e che segnano l’inizio di quella che comunemente chiamiamo civiltà vi è tuttavia il culto dei morti, che si manifesta nei riti funebri diffusi non a caso in tutte le epoche e in tutte le società umane. Alcuni studiosi ritengono addirittura che l’arte o alcune sue forme, come la pittura e la scultura e per alcuni anche i canti e la musica, siano nate proprio grazie ai riti funebri, alle simbologie che da sempre li hanno accompagnati.

Al netto delle differenze di religione e di tradizioni, il culto dei morti è quindi una delle rare cose che accomuna l’umanità tutta, senza eccezione alcuna: il dolore che si prova per la perdita di una persona cara e la volontà di mantenerne il ricordo, spesso legati alla speranza di una vita oltre la morte, è una caratteristica umana nel senso più completo del termine. Riguarda gli individui e il gruppo cui il defunto apparteneva, che si stringe attorno alle persone colpite da un lutto in particolare durante i riti funebri e la deposizione della salma nella tomba, collocata in ogni società in un luogo particolare: il cimitero. Negare il permesso a qualcuno di onorare i suoi defunti è di conseguenza sintomo di grande inciviltà e disumanità, un segno di profondo disprezzo. Negargli il cimitero, pure.

Vero che l’uomo contemporaneo, soprattutto in Occidente, sta svolgendo un progressivo lavoro di rimozione della morte, sia nel gesto della cura e della sepoltura del defunto, ormai delegato a persone e ditte specializzate, che a livello culturale e lessicale, ma resta il fatto che il culto, l’onore e la “venerazione” che gli uomini attribuiscono al morto e al suo corpo è ancora importante, è una delle cose che ci rende umani nel senso più profondo del termine.

Nella nostra civiltà e cultura ce lo ricorda o ce lo dovrebbe ricordare sia la pietas greco-romana– espressione dei doveri che l’uomo ha sia verso gli uomini in genere e i genitori in specie, sia verso gli dei, dunque la religione – sia la pietas cristiana, uno dei sette doni dello Spirito santo per il quale si sviluppa e perfeziona la virtù della giustizia, in particolare in rapporto al culto di Dio e al rispetto degli uomini, dolore per la perdita dei loro cari non escluso, anzi.

Giustizia e rispetto che purtroppo non ha dimostrato la maggioranza degli elettori del comune turgoviese di Weinfelden, che in dispregio di ogni precetto cristiano e umano ha negato ai musulmani un pezzo di terra dove seppellire i loro morti secondo la loro tradizione. Ovviamente nel rispetto totale delle leggi comunali, cantonali e federali, come rimarcato a più riprese dal Municipio e com’è ovvio che sia.

Ad opporsi, paradossalmente, è stato un partito che dichiaratamente si rifà ai valori cristiani, l’Unione Democratica Federale (UDF), cui prontamente si accodato quello che sbandiera quelli della civiltà occidentale e del federalismo svizzero, che se non andiamo errati comprende il rispetto delle minoranze. Valori a Weinfelden non solo disattesi, ma scientemente calpestati. Neppure la pietà per i morti e la compassione verso il dolore di chi ha perso una persona cara ha potuto indurli ad abbandonare odio e pregiudizio.

Nell’immagine: una statua edificante in una piazza di Weinfelden


Russia-Cina, un matrimonio che s’ha da fare (e si sta facendo)

i votanti di un comune del Canton Turgovia negano ai residenti islamici un pezzo di terra dove seppellire i loro morti 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Non ha sorpreso che sulla Piazza Rossa, durante la parata del 9 maggio scorso per l’anniversario della “Grande Guerra Patriottica”, un posto d’onore tra gli invitati – proprio accanto a Vladimir Putin – sia stato assegnato a Xi Jinping.

Non poteva essere altrimenti. La Cina è ormai da qualche anno il Paese con cui la Russia ha il maggiore interscambio commerciale. Nel 2024 ha raggiunto i 245 miliardi di dollari, “solo” l’1,9% in più rispetto all’anno precedente ma ben il 29% in più rispetto al 2022 quando iniziò l’invasione dell’Ucraina. Attraverso il massiccio acquisto (a prezzi spesso superscontati) di materie prime, e le “importazioni parallele”, il “Dragone” cinese ha consentito al regime russo di sostenere non solo l’impatto delle sanzioni occidentali ma anche gli enormi costi di una campagna militare che dura ormai da quasi tre anni e mezzo. 

Durante le giornate moscovite i leader dei due Paesi hanno firmato numerosi protocolli che contemplano un’ancora più vasta collaborazione nel settore delle infrastrutture e in quello energetico. È vero che alcuni contratti erano già stati ratificati in precedenza (per esempio l’apertura del gasdotto dell’Estremo Oriente o la costruzione di unità energetiche di progettazione russa presso la centrale nucleare di Tianwan e la centrale nucleare di Xudapu, che sta per essere realizzata dall’agenzia russa del nucleare civile “Rosatom”); tuttavia altri nuovi progetti sono stati messi in cantiere. Nella città di Dubna, nei pressi di Mosca, per esempio  verrà avviato il funzionamento del complesso “Nika”, una joint-venture russo-cinese che consentirà di condurre esperimenti fisici legati allo studio della natura e delle proprietà delle particelle elementari.

Tra i due Paesi è stata anche sancita da tempo una “partnership strategico militare” che include la condivisione di informazioni e l’addestramento congiunto in chiave apertamente anti-Nato. 

In questa occasione però la collaborazione militare non è stata sbandierata e lo stesso Putin ha voluto sottolineare che l’amicizia russo-cinese “non è rivolta contro nessuno”, a dimostrazione che i legami tra i due Paesi non ancora assunto un carattere “strategico”.

L’ americano “Institute Strategic Study” (ISS) afferma però che “dal 1990, la Russia ha venduto alla Cina armi per un valore superiore a 38,5 miliardi di dollari, pari al 77% delle importazioni totali di armi della Cina fino ad oggi”. Si tratta di un’epoca che segue la svolta di Tienanmen in Cina e del crollo dell’ URSS, cioè quando i due Paesi iniziano a trovare una lingua comune sulla base del pragmatismo economico, dopo un lungo periodo di confronto per il controllo del movimento comunista internazionale.    

Ancora l’ISS sottolinea come “queste vendite di armi sono state particolarmente importanti per rafforzare le capacità aeree, navali, antiaeree e antinavali della Cina. Negli ultimi anni, il sistema di difesa aerea S-400 e i caccia Su-35 sono stati i prodotti più importanti venduti dalla Russia alla Cina. Entrambi questi sistemi hanno rafforzato la capacità della Cina di contendere lo spazio aereo nell’Indo-Pacifico, aumentando la difficoltà che gli Stati Uniti dovrebbero incontrare nella difesa di Taiwan. La Russia sta aiutando la Cina a costruire un sistema di allerta per attacchi missilistici e i due paesi sono impegnati nello sviluppo congiunto di elicotteri da trasporto pesante, sottomarini d’attacco convenzionali e missili”. Si tratta di un’interazione profonda, strategica e commerciale, a cui entrambi i contraenti non potranno facilmente rinunciare.  

Questa situazione fa sì che la stessa possibile trattativa diretta e il cessate il fuoco tra Russia e Ucraina, che si potrebbe profilare nei prossimi mesi, sono stati sicuramente benedetti da Pechino anche in vista della creazione in Russia di fabbriche cinesi per la produzione di componentistica automobilistica al riparo da qualsiasi minaccia di bombardamenti o attacchi. 

A lanciare questa proposta è stato proprio Putin. “La Russia – ha dichiarato il Presidente russo – è diventata il principale importatore mondiale di automobili cinesi. Così accoglieremmo con favore la creazione e il trasferimento di competenze industriali cinesi nel nostro Paese”. 

L’arrivo in Russia di parte della produzione cinese di componentistica segnerebbe una svolta profonda per l’industria dell’auto cinese che entro il 2030 intende diventare il venditore di un terzo delle auto circolanti nel mondo. L’inevitabile afflusso di forza lavoro cinese potrebbe essere inoltre una parziale soluzione del gravoso inverno demografico. 

Un “matrimonio che si farà”, quindi? Non proprio. Nel puzzle che tentano di mettere insieme i due player mondiali mancano ancora molti dettagli. Manca ancora, per esempio, un immaginario sovranazionale comune, simile a “noi europei” o “noi latino-americani”. 

Gli abitanti della Siberia orientale avvertono particolarmente la presenza cinese. Per  esempio, uno degli avamposti dell’espansione del Paese asiatico è spesso considerato il centro amministrativo della regione di Irkutsk. Qui l’agricoltura, il disboscamento e il turismo sono i principali settori di attività, in cui operano prevalentemente i cinesi.

Varrà la pena ricordare che ben sei regioni russe confinano con la Cina. Si tratta della Repubblica dell’Altaj, della regione di Zabaikalsky, della regione dell’Amur, della regione ebraica autonoma, della regione di Khabarovsk e della regione di Primorsky. E già qualche anno fa, i cinesi utilizzavano il 20% della superficie totale coltivata nelle cinque regioni di confine.  Diversi funzionari russi hanno espresso preoccupazione – seppur sottovoce – per i rischi per la sicurezza informatica del Paese a causa del dominio di alcune aziende cinesi, come Huawei e China Mobile Ltd., sul mercato delle telecomunicazioni in Russia. Qui la  dipendenza della Russia dalla Cina in questi segmenti dell’industria potrebbe diventare senza alternative.

Nel suo recente libro “China and Russia: Four Centuries of Conflict and Concord” lo studioso americano Philip Snow ha sottolineato che i rapporti tra questi due Stati sono stati spesso “sonnolenti”. Malgrado ciò, a periodi di “amicizia condizionata” sono sempre seguiti periodi di scontro e di relazioni difficili. Basterà ricordare come nell’ultimo periodo della reggenza a Pechino di Mao Tse-Tung, negli anni ’70 del secolo scorso, i rapporti della Cina con l’Unione Sovietica furono assai burrascosi. Breznev, allora a capo del Partito comunista dell’URSS, accusava i vecchi compagni di essere “avventuristi” e di giocare con “il vento del ’68” che spirava in Europa, mentre il “Grande Timoniere” giunse persino durante la guerra del Vietnam, ad aprire all’amministrazione americana di Richard Nixon, con la celebre “diplomazia del ping-pong”.

Come si sta già vedendo, difficilmente Donald Trump riuscirà ad allentare i rapporti tra i due Paesi, come ha sostenuto il suo segretario di Stato Marco Rubio, ma le cose nel mondo oggi si muovono in modo terribilmente rapido e un domani la Cina potrebbe abbandonare il soft-power anche nei confronti della Russia e realizzare – anche se oggi difficilmente immaginabili – repentine svolte.  

Nell’immagine: Xi e Putin alla parata


La tregua resta lontana, Trump non ha ottenuto nulla

i votanti di un comune del Canton Turgovia negano ai residenti islamici un pezzo di terra dove seppellire i loro morti 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Ad ascoltare il prudente riassunto fatto da Vladimir Putin, e a leggere il post entusiasta e pieno di maiuscole di Donald Trump, l’impressione è che abbiano sbagliato entrambi numero, raccontando due telefonate completamente diverse. Il cauto scetticismo del primo è suonato in stridente contrasto con l’ottimismo del secondo, e mentre il presidente americano ha promesso un negoziato da far partire «immediatamente» tra Mosca e Kyiv, il consigliere diplomatico della presidenza russa Yuri Ushakov specifica che «non sono state fissate scadenze di alcun tipo» per negoziare una tregua sul fronte ucraino. Il capo della Casa Bianca esclama «il processo abbia inizio», il padrone del Cremlino dissemina il suo discorso di definizioni come «possibile», «eventuale» e «potenziale», dicendosi «disponibile a lavorare su un memorandum riguardante il possibile futuro accordo di pace», con «principi e tempi» tutti da definire. Putin ha fatto capire che si è trattato di una telefonata «sincera e quindi costruttiva», che tradotto dal cremlinese significa che ci sono stati momenti di tensione, Trump parla di un clima «eccellente», e rassicura gli scettici che «se non fosse stato così l’avrei detto subito».

Cosa sia accaduto in realtà tra i due leader dei quali «nessuno voleva riattaccare», come raccontano le fonti russe, ovviamente non è possibile sapere, ma qualcosa si può dedurre ricordando quali erano state le speranze che Trump aveva riposto in questa telefonata, che proprio lui aveva deciso e fissato, sostenendo dopo il fallimento dell’incontro tra russi e ucraini a Istanbul di essere l’unico a poter districare la matassa della guerra, affrontando Putin in persona. L’obiettivo dichiarato del presidente americano, dopo più di una settimana di serrato ping pong diplomatico tra gli occidentali, gli ucraini e Putin, era stato quello di organizzare un vertice faccia a faccia con il suo collega moscovita, per convincerlo ad accettare una tregua «immediata e incondizionata di 30 giorni».

Dal comunicato finale di Trump la tregua – che lui stesso aveva inventato come condizione, maltrattando Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale perché aveva osato dubitare di questa idea – sembra essere sparita. Al suo posto arriva un «negoziato immediato», ma non viene specificato se si tratta della ripresa dei colloqui di Istanbul – nel corso dei quali si era sostanzialmente constatata una totale assenza di compatibilità delle pretese russe non solo con la disponibilità al compromesso degli ucraini, ma anche con il piano di tregua proposto dall’emissario americano Steve Witkoff a Putin – o l’avvio di una trattativa nuova, e su quale base. Nessun risultato anche sul vertice russo-americano, che Trump sembrava ritenere necessario e urgente: «Non è stato concordato nulla riguardo ai tempi e al luogo», ha dichiarato Ushakov, limitandosi a concedere che l’incontro tra i due presidenti «non è escluso».

Dal comunicato finale di Trump la tregua – che lui stesso aveva inventato come condizione, maltrattando Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale perché aveva osato dubitare di questa idea – sembra essere sparita. Al suo posto arriva un «negoziato immediato», ma non viene specificato se si tratta della ripresa dei colloqui di Istanbul – nel corso dei quali si era sostanzialmente constatata una totale assenza di compatibilità delle pretese russe non solo con la disponibilità al compromesso degli ucraini, ma anche con il piano di tregua proposto dall’emissario americano Steve Witkoff a Putin – o l’avvio di una trattativa nuova, e su quale base. Nessun risultato anche sul vertice russo-americano, che Trump sembrava ritenere necessario e urgente: «Non è stato concordato nulla riguardo ai tempi e al luogo», ha dichiarato Ushakov, limitandosi a concedere che l’incontro tra i due presidenti «non è escluso».

L’impressione è che in due ore di colloquio Putin sia riuscito a convincere Trump a ribaltare completamente le sue stesse proposte.Invece della tregua per iniziare le trattative, ora sembra trionfare la linea di Mosca sul negoziato per un «possibile cessate-il-fuoco per un periodo determinato a condizione del raggiungimento degli accordi necessari», e la prospettiva «immediata» viene sostituita da «assenze di scadenze precise», mentre la Russia continua l’offensiva in territorio ucraino. Non si parla più di sanzioni che Trump aveva minacciato di infliggere alla Russia in caso di rifiuto della tregua: anzi, nel suo post il presidente americano evidenzia in maiuscolo le parole COMMERCIO e ILLIMITATE, riferendosi in entrambi alla cooperazione economica con Mosca.Nessuna sanzione quindi, nessun risarcimento per l’Ucraina, nessuna responsabilità per il regime di Putin: in realtà, anche in tempi di pace l’interscambio tra Russia e Usa era abbastanza esiguo, ma probabilmente le trattative sui possibili business in comune tra Witkoff e l’emissario putiniano Kirill Dmitriev hanno acceso delle aspettative a Washington.

Ma soprattutto a inquietare è la promessa di Trump di un «negoziato tra le due parti, come è giusto che sia». Resta da capire se questo sia l’annuncio della «uscita dal negoziato» promessa/minacciata più volte dalla Casa Bianca, l’ultima volta soltanto ieri da JD Vance che dice «questa non è una guerra americana». A giudicare dalla fretta con la quale Zelensky ha richiesto subito un nuovo incontro tra europei e americani, la paura di Kyiv è che Putin sia riuscito finalmente a convincere Trump a volgere lo sguardo verso dossier più promettenti e proficui, abbandonando la resistenza ucraina nelle mani dell’Europa.

In attesa di capire cosa ha promesso il presidente repubblicano al dittatore russo, l’Ue oggi lancerà contro Mosca le nuove sanzioni per non aver accettato la tregua. Una dimostrazione delle scarse aspettative che si avevano nella persuasione telefonica di Trump, e della speranza dei leader europei di riuscire eventualmente a riportarlo in un solco diplomatico condiviso dagli alleati occidentali dell’Ucraina.

Nell’immagine: Il corpo senza vita di un uomo pietosamente coperto: un’altra vittima degli attacchi russi su Kiev 


Un genocidio è un genocidio e l’Europa inizia ad ammetterlo

i votanti di un comune del Canton Turgovia negano ai residenti islamici un pezzo di terra dove seppellire i loro morti 

Di Marina Calculli e Gjovalin Macaj, il manifesto

Dopo un anno e mezzo di silenzio assordante e zelo frenetico per mettere a tacere ogni voce critica del genocidio che Israele sta commettendo in Palestina, le voci dell’establishment in Europa hanno cambiato spartito.

Le forze liberal-conservatrici hanno iniziato a balbettare timide condanne della politica genocida israeliana. Tra costoro anche il presidente francese Macron. Il Guardian e il quotidiano olandese NRC, due riferimenti dell’informazione dell’establishment, hanno addirittura iniziato a riportare ciò che i palestinesi e gli esperti di genocidio denunciano da diciannove mesi: che un genocidio è un genocidio.

Una flebile ammissione del genocidio è sempre meglio del silenzio complice con il genocidio. Dobbiamo accogliere queste condanne, fino a quando non ci sarà un incondizionato ripudio del genocidio in Palestina e altrove. Ma è legittimo anche interrogarsi sulle intenzioni e gli effetti di queste prese di posizione. Si tratta di una tardiva riscoperta di umanità o di un tentativo di neutralizzare la crescente indignazione di fronte al collasso della coscienza collettiva?

IL TEMPISMO E IL REGISTRO uniforme di queste condanne tradiscono un certo grado di coordinamento tra governi europei e media. Ciò non esclude un genuino risveglio di coscienza o un effetto domino virtuoso, dopo la volgarità del male cui siamo stati esposti per un anno e mezzo. In fondo, chi ha il coraggio di denunciare incoraggia gli altri a fare lo stesso.

Ma una svolta improvvisa dopo quasi venti mesi di mutismo solleva legittimi interrogativi.

Alcuni hanno sostenuto che lo sdoganamento della critica al genocidio sionista sia un tentativo tardivo di ripulire l’eredità della complicità europea con i genocidari. Gaza è decimata da oltre 100mila tonnellate di esplosivi che Israele ha sganciato su una popolazione indifesa di due milioni di persone. Come ha detto Omar Al Akkar, «un giorno, tutti saranno sempre stati contro tutto questo», ricordandoci che le persone trovano il coraggio di schierarsi contro il male solo quando non corrono più rischi. Potrebbe essere che quel giorno sia arrivato. Peccato che il genocidio a Gaza sia ancora in corso e in espansione verso la Cisgiordania, e i tardivi critici di Israele – in particolare i governi europei – non stiano facendo nulla per fermarlo. Anzi, continuano a sostenerlo economicamente e militarmente.

Siamo quindi di fronte a un cambio di linguaggio senza cambio di politica, nel momento in cui l’opinione pubblica europea non digerisce più la hasbara – «autodifesa», «smilitarizzazione di Hamas» – con cui Israele e i suoi alleati hanno giustificato l’annientamento di oltre 61mila persone.

PIÙ SIGNIFICATIVAMENTE, il sospetto è che l’establishment liberale stia cercando di appropriarsi e controllare la critica a Israele per neutralizzare quella portata avanti dal movimento globale di solidarietà con la Palestina: la denuncia del colonialismo d’insediamento e del sistema di apartheid israeliano, delle sue radici nel colonialismo occidentale e del suo ruolo centrale nel preservare e rafforzare un sistema economico globale sempre più centrato sull’espansione delle capacità militari e delle tecnologie di sorveglianza e sempre meno centrato sulle persone.

È questa critica ideologica che temono e vogliono colpire, rilassando apparentemente il controllo su come possiamo criticare Israele.

I governi europei che hanno preso le distanze da Israele – o, come dicono, «dal governo Netanyahu», nel tentativo di personalizzare la responsabilità per il genocidio che ancora non riescono a nominare al fine di salvare l’infrastruttura coloniale che lo ha reso possibile – si stanno limitando a chiedere una revisione dell’accordo di associazione Ue-Israele. Come se questa fosse l’unica misura – o la più significativa – per fare pressione su Israele.

LE CANCELLERIE EUROPEE ci stanno essenzialmente invitando a concentrarci su una misura altamente improbabile, dato che la sospensione dell’accordo richiederebbe l’unanimità dei 27 Stati membri dell’Ue, inclusi i fedelissimi alleati di Israele, Germania e Ungheria. Non stanno nemmeno considerando misure unilaterali, simili a quelle adottate per fare pressione e isolare la Russia dopo l’occupazione dell’Ucraina: embargo sulle armi, congelamento degli scambi commerciali, incoraggiamento (anziché intimidazione) delle università nel rompere i legami con istituzioni partner che alimentano il genocidio.

Esiste, però, un criterio semplice per capire se queste improvvise conversioni siano un estremo tentativo di controllare come il pubblico debba pensare al genocidio in Palestina, dal momento che non è più possibile sopprimerne il riconoscimento, o un primo passo per porre fine alla loro complicità e agire per fermarlo. Se chiedono misure urgenti e concrete per dare piena attuazione agli obblighi degli stati di prevenire, fermare e non rendersi complici con il genocidio, allora dobbiamo accogliere il loro sostegno e usarlo come base per una più ampia mobilitazione che ponga fine alle cause strutturali del genocidio.

MA SE QUESTE CONDANNE improvvise si limitano ad ammettere ciò che non è più negabile, senza sostenere alcuna misura per contrastare l’impunità del genocidio, allora dobbiamo considerarle per quello che sono: una mossa infida da parte dei complici dei genocidari per premunirsi contro la riprovazione sociale con cui dovranno fare i conti dopodomani. Dobbiamo denunciare il loro tentativo di neutralizzare l’effetto dell’indignazione per il genocidio, per tornare alla normalità come se nulla fosse accaduto, così da poter godere in tutta sicurezza del potere del proprio privilegio e continuare a pontificare su come dovremmo vivere le nostre vite e come dovremmo distinguere il bene dal male.

Nell’immagine: palestinesi piangono i loro familiari uccisi in un attacco aereo israeliano a Jabalia


Boas Erez – Un dibattito può essere un “torrente” di stimoli da rivolgere a chi decide

i votanti di un comune del Canton Turgovia negano ai residenti islamici un pezzo di terra dove seppellire i loro morti 

La seconda serata di “Torrenti” dal titolo “Città Ticino: un cantone spantegato?” avrà luogo
mercoledì 21 maggio alle 20.30
presso la Sala arsenale di Castel Grande a Bellinzona

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Asilo: una risposta dovuta

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Ringrazio la redazione di Naufraghi.ch, che ha deciso di ospitare questo mio intervento, scritto in risposta ad un articolo di Piero Marchesi sul Corriere del Ticino [che purtroppo non siamo in grado di linkare, ndr], il quale contestava alcune cifre da me proposte in tema di asilo in un articolo precedente; purtroppo la direzione del Corriere non ha voluto dar seguito al mio diritto di risposta, se non in forma irrispettosa di tale diritto, per cui ho dovuto cercare un altro luogo, più aperto e democratico, dove scrivere. Credo sia la prima volta che mi capiti qualcosa del genere ed è peccato che accada per decisione di una testata generalmente abbastanza attenta alla pluralità e al rispetto dei meccanismi riconosciuti anche dalla legge in questo ambito come il Corriere.

Ma veniamo ai contenuti.

In sostanza, Piero Marchesi il 15 maggio ha ribattuto ad un mio articolo precedente contestando questa frase: “Nel 2023 la spesa federale per la politica della migrazione è stata di 3.4 miliardi, ma l’incidenza sui contribuenti tramite l’imposta federale diretta è stata mediamente di 68 franchi a testa, molto meno per i contribuenti di classe non benestante”. Secondo Marchesi il costo per gli svizzeri di questa politica sarebbe invece molto più elevato, pari a 382 franchi.

Perché questa differenza tra i miei calcoli e quelli di Marchesi? La cifra da me proposta, come detto espressamente nella frase virgolettata, riguarda l’incidenza per testa di questa spesa sull’imposta federale diretta delle persone fisiche, quell’imposta che dobbiamo pagare tutti in base alla nostra capacità finanziaria e che nel 2023 ha rappresentato solo il 17% degli introiti federali. La paletta delle entrate della Confederazione è infatti molto ampia, per il genere di ricavi e per la natura di chi deve pagare ogni singola tassa, per cui è sbagliato dividere i costi per il numero di abitanti senza tener conto del fatto che una parte consistente di essi, quindi anche dei costi della politica d’asilo, viene giustamente coperta da introiti per nulla obbligatori o non legati direttamente ai cittadini contribuenti come li si intende normalmente. Nei conti della Confederazione vi sono ricavi per tasse che dipendono da comportamenti individuali totalmente liberi (per esempio le tasse di bollo o di emissione, che toccano solo chi conduce operazioni finanziarie o commerciali che le prevedono), vi è l’imposizione di certi consumi del tutto liberi (per esempio le tasse sul tabacco, sugli alcoolici o sulle case da gioco, che ovviamente non toccano chi non fa questi acquisti di beni o servizi), vi sono introiti pagati da soggetti esteri (la tassa sul traffico pesante o i dazi), vi sono risorse provenienti dalle imprese (imposta federale sulle persone giuridiche) e vi sono entrate dirette diverse che non colpiscono direttamente i contribuenti. Per questo il risultato medio pro capite da me proposto considera questa particolarità ed è sostanzialmente un sesto di quello sbagliato proposto da Marchesi.

Avrei potuto o dovuto prendere in conto anche l’IVA (nel 2023 essa ha rappresentato il 32% degli introiti federali), ma siccome anch’essa dipende dal volume dei consumi, quindi anche da quelli del tutto inutili inerenti a scelte personali, bisognerebbe probabilmente considerarne solo una parte. Con parte dell’IVA il costo medio obbligatorio della politica d’asilo per persona potrebbe crescere a 130-150 franchi all’anno, una cifra più alta dei 68 franchi iniziali, ma comunque contenuta per una politica fondamentale come quella dedicata alla protezione delle persone in fuga da guerra e violenza.

Il presidente UDC sostiene poi una tesi smentita dai numeri, ovvero che il calcolo dell’incidenza per testa dovrebbe considerare non i circa 9 milioni di abitanti, ma i 5.3 milioni di contribuenti effettivi. Purtroppo la cifra di 5.3 milioni di contribuenti somma indebitamente il numero dei contribuenti single e quello dei contribuenti coniugati, non tenendo conto che per i coniugati c’è una sola notifica fiscale per due persone, cosa che poi falsa completamente i risultati pro capite.

Infine la ciliegina più politica. Secondo Marchesi si dovrebbero togliere dal calcolo i minorenni, e su questo io sono d’accordo, ma anche i pensionati e le persone a basso reddito (sono parole di Marchesi) solo perché risultano esenti dall’imposta federale diretta. Ma pensionati e non benestanti compilano ogni anno la dichiarazione delle imposte come tutti gli altri, e se alla fine risultano esenti dal pagamento è solo perché devono contare il denaro per campare. Trattarli come cittadini di serie B, nemmeno meritori di essere considerati nelle statistiche, è un insulto a chi è costretto a vivere con poco. Un atteggiamento che però non sorprende, perché nella realtà di Marchesi hanno valore solo quelli che hanno i soldi: gli altri, siano pure richiedenti asilo o residenti con pochi mezzi finanziari, sono solo fastidi o un peso per la società.

Tralascio per brevità di commentare altre cifre proposte dal presidente UDC nel suo articolo, che secondo Marchesi sarebbero ufficiali ma che a me non risultano, e termino ribadendo il concetto principale del mio primo intervento sul Corriere del Ticino: una politica d’asilo degna di questo nome prevede che ogni domanda di protezione venga valutata singolarmente, senza scorciatoie grossolane e inique. Limitarsi, come fa il deputato UDC, a dire che è necessario ridurre i costi e rafforzare i controlli (che tra l’altro non sono gratis) significa passare sopra tutta la dimensione umana del diritto d’asilo, quindi calpestarne il nocciolo. Ma anche qui, niente di nuovo.


Sarah Parenzo – I calcoli di Netanyahu e quelli (più misteriosi) del presidente americano

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Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

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Veronica Noseda – Un anno fa l’inizio del disordine politico francese

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Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

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Attali: “Sia Trump sia Putin vogliono distruggere l’Ue. Ora difesa comune, Meloni deve partecipare”

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Di Giulia Ricci, La Stampa

«Russia e Stati Uniti vogliono distruggere l’Unione: siamo soli, dobbiamo esserne consapevoli. Ecco perché serve una difesa unica europea, e l’Italia può fare la propria parte con la sua industria». Jacques Attali è un economista, storico e saggista francese. Non solo è stato uno dei consiglieri più fidati di François Mitterrand all’Eliseo, ma anche il “maestro” e scopritore di Emmanuel Macron. Ieri era al Salone del Libro di Torino per presentare la sua ultima fatica, Conoscenza o barbarie. Storia e futuro dell’educazione, quasi 500 pagine in cui presenta 20 riforme scolastiche «che qualunque Paese potrebbe attuare in un solo anno per andare verso il miglior sistema educativo possibile».

Ma lo sguardo lungo di chi ha conosciuto la politica e le istituzioni da vicino, pur non essendo un politico in senso stretto, arriva inevitabilmente alla situazione dell’Europa e del mondo: «Oggi abbiamo sia un oscurantismo potenziale molto diffuso, sia una straordinaria possibilità di sapere condiviso dell’umanità. Entrambe le cose coesistono. Penso che alla fine la luce trionfi sempre sull’oscurità. Ma la notte può durare più a lungo del previsto».

Professore, a cosa si riferisce quando parla di quella lunga notte?

«Parlo delle elezioni in Romania e in altri Paesi: movimenti totalitari estremi potrebbero arrivare al potere ovunque, nel mondo. Lo vediamo d’altronde in Africa, in America latina…ma la questione è ancora aperta».

Vede anche luce?

«Sì, non credo ancora che questo sia vero ovunque. Abbiamo infatti visto il contrario in Polonia, dove il populismo è stato sostituito da partiti democratici. E lo vediamo anche in Canada, in Australia e in molti altri Paesi dove la democrazia è ancora viva. Il pericolo esiste, ma non è inevitabile».

Cosa succederebbe se il voto in Romania portasse a un governo anti-Bruxelles?

«Se fosse solo la Romania, non sarebbe un grosso problema. Ma la Russia vuole distruggere l’Unione Europea, così come gli Stati Uniti… E se la Romania diventasse un cavallo di Troia dell’influenza russa in Europa, con l’aiuto dell’Ungheria e di altri Paesi, con l’obiettivo di bloccare i progressi dell’Unione, allora potrebbe essere molto pericoloso. Dobbiamo esserne consapevoli».

L’Europa è in pericolo?

«Abbiamo ancora una Francia forte, una Germania forte. L’Italia, qualunque sia il suo governo, è ancora una democrazia. Non siamo sull’orlo del totalitarismo in Europa, no. Ma dobbiamo restare vigili. Abbiamo bisogno di una difesa europea. Dobbiamo renderci conto di una semplice verità: siamo soli».

Soli?

«Sì. Gli americani non ci sono, anche se dicono di esserci, non ci sono. Quindi abbiamo bisogno di una difesa europea. E questo non significa comprare armi americane. Significa sviluppare un’industria della difesa».

A tal proposito, cosa pensa della lite Meloni-Macron?

«Penso che l’Italia abbia un’industria forte, sarebbe quindi utile che il vostro Paese sviluppasse un’industria della difesa con Germania e Francia, ma anche con il Regno Unito e l’Ucraina, che tra l’altro è una delle migliori industrie della difesa in Europa oggi. Io penso che gli italiani capiranno di averne bisogno».

Quindi ha ragione Macron?

«Non mi piace personalizzare la questione. Io penso che gli europei che vogliono una difesa europea abbiano ragione. E che questo sarà il prossimo passo verso l’integrazione europea».

Ha parlato di oscurantismo…

«C’è quello legato all’assenza della scuola, come in India, e quello legato a un uso distorto delle tecnologie, dove si finisce per considerare che verità e menzogna abbiano lo stesso valore. Quando non si ha spirito critico, quando si crede che chi parla più forte abbia ragione, si fa l’apologia dell’ignoranza. E questo oggi è reale, perché le nuove tecnologie permettono di far dire qualsiasi cosa a chiunque, e quindi la verità scompare».

Ma le tecnologie sono anche un’opportunità?

«Certo, potremmo creare un cervello collettivo incredibilmente competente, che in realtà già esiste. Prendiamo l’esempio straordinario di Wikipedia. Il signor Trump sta cercando di distruggerla. Dal suo punto di vista, ha ragione. Potremmo immaginare qualcosa di simile in molti altri ambiti, ma bisogna sapere come farlo. Per farlo, servirebbe una comunità scientifica molto potente, che in realtà esiste già».

Ma?

«Ma anche questa, in particolare nel campo del clima, Trump la sta consapevolmente distruggendo».

Nell’immagine: Jacques Attali


Quando i libri salvano il nostro futuro

i votanti di un comune del Canton Turgovia negano ai residenti islamici un pezzo di terra dove seppellire i loro morti 

Di Concita De Gregorio, La Repubblica

Voltando le spalle al palco, lo spettacolo è il pubblico. Migliaia e migliaia di persone. Ragazzi seduti a terra a leggere un libro ma non lo stesso libro, come succede nei gruppi di lettura: ciascuno il suo. Seduti in cerchio, telefoni spenti. Siete un’associazione? No, no. Non ci conosciamo. Quindi come funziona? Niente. Uno si siede, arrivano gli altri e si siedono accanto. Così. È semplice.

È semplice in effetti. Cosa c’è poi di così strano nel vedere un auditorium da milletrecento persone stracolmo di ventenni, almeno quattrocento sono rimasti fuori, perché c’è Francesco Costa che dialoga con Cecilia Sala e parlano di guerre, di equilibri di potere, parlano di Gaza e dell’abominio sotto i nostri occhi — applausi interminabili.

Anche il Papa, mentre si intronizza, parla dei bambini e delle famiglie di Gaza ridotte alla fame. Qui non ci sono troni. Qui ci sono persone che fanno due ore di fila per sentire qualcuno di cui hanno fiducia, qualcuno a cui credono.

Ci sono famiglie con i bambini piccoli e i pannolini nello zaino, adolescenti che aspettano mezzo pomeriggio per arrivare a farsi firmare il loro fumetto, persone venute in treno da lontano perché «a me leggere quello che lei scrive mi ha salvato la vita», o per dire «è successo anche a me quel che racconta, volevo dirle che quando la leggo e la ascolto mi sento meno sola».

C’è una ragazza disabile su una di quelle sedie robot che chiede scusa, scusate se salto la coda ma sono ingombrante, vedete, scusate, ci sono madri e figlie, moltissime, nonne e nipoti, padri e figli. Maestre, scolaresche, un fiume di studenti, bambini. Tantissimi i bambini.

Sono stati giorni di sole, i primi quattro del Salone del Libro di Torino. Altre volte, altri anni era sempre affollato anche con la pioggia ma con il sole diventa una specie di gita all’aperto, si passa lì tutto il giorno, ci si porta da casa qualcosa da mangiare, ci si siede sulle scale del Lingotto a guardare la spirale della vecchia pista delle auto, si riposa sui prati del giardino. È un mondo che non trova posto nel racconto pubblico, abitato in prevalenza da sciagure, delitti e prepotenze. Un mondo grande, di gente piena di speranza e di gratitudine.

Ecco, se dovessi dire: il sentimento che definisce tutta questa gente è la gratitudine. Di avere un posto, di trovare un posto condiviso e bello. Sì, bello. Come direbbe un bambino. Proprio bello. Di sentirsi a casa.

E certo è vero: questa moltitudine che cerca libri da leggere, autori da ascoltare, che cerca indicazioni di rotta nelle parole non corrisponde alla maggioranza del Paese. Però esiste, ed è una folla incessante. Non c’è mai posto abbastanza per tutti, nelle sale pur molto grandi e in un programma sconfinato che prevede fino a trenta occasioni di incontro nello stesso momento, che peccato non poter essere ubiqui, non fare in tempo per tutto.

Dunque perché non mostrarla in tv, non parlarne con fiducia e con gioia di questa Italia che c’è e che spende i suoi soldi per prendere un mezzo, comprare un biglietto per stare, pensate, una giornata intera fra stand di libri a sentire una poeta, stringere la mano a Mariangela Gualtieri, sentire Ilide Carmignani che parla di come sia stato bello tradurre Bolaño, ascoltare Renata Colorni o Francesca Mannocchi, Vasco Brondi con Andrea Bajani a parlare di segreti di famiglia o Ligabue discorrere con il presidente della Cei, Matteo Zuppi, Carlo Ratti il direttore della Biennale architettura partito da Torino e venuto dal Mit dire di ecologia e futuro sostenibile, fermarsi dai piccoli editori a farsi raccontare storie sconosciute e dai grandi editori a godere della presenza delle celebrità.

Perché poi sì, naturalmente, chi è sul palco a parlare è importante e in questa edizione c’era qualsiasi cosa tu potessi desiderare. Il cinema, la leggerezza, la medicina, la fede, la politica, la letteratura, i comici e le superstar, gli esordienti.

Ma lo ripeto, il grande spettacolo — il vero spettacolo — era la folla. Le singole persone che diventano folla, i loro sorrisi, i loro desideri e spesso, tanto spesso, le loro lacrime di commozione. Fa rabbia sentir parlare di questa Italia come di una enclave di sinistra, di un popolo minoritario di radical chic sconfitti dalla storia.

Non ho visto sconfitti, a Torino, ho visto solo vincitori. La ragazza con venti euro che dice ho solo venti euro ma questi due libri fanno ventiquattro, non so quale lasciare, e il libraio allo stand che risponde puoi tenerli tutti e due, fammi sapere se ti sono piaciuti. I fidanzati che si baciano e lei che dice hai visto che avevo ragione, lui che dice sì hai ragione è stato bellissimo. Gli amanti che si incontrano, i vecchi nemici che si perdonano, le storie vecchie e nuove che si intrecciano. Le generazioni diverse. I sorrisi, voglio dirlo di nuovo, e le lacrime.

Ho visto questo, a Torino, e sì certo potrei dirvi che tutti quegli abbracci, tutti quegli sguardi, tutte quelle parole e gentilezze fra sconosciuti non sono una comunità rilevante perché vedete, guardatevi attorno: la protervia e il dileggio sono ovunque, sono al governo delle cose e allora cosa vuoi che conti, questa minoranza di resistenti destinati a estinguersi.

Ma invece no. Invece a proposito di egemonie culturali, di polemiche astratte e accademiche, di pretese senza fondamento. Invece resto con le immagini di questa onda di ventenni, e trentenni, e cinquantenni, e qualche ottantenne persino e penso ecco. Da qui tutto ricomincerà, ripartirà.

Perché i libri, le parole scritte, le parole dette. Le parole, insomma, ci salveranno. E i gesti, e l’ostinazione, e le nuove generazioni che quando c’è qualcosa di interessante da ascoltare eccome se ascoltano. Certo che ci sono, e guarda quanti sono.

Il futuro ha sempre ragione, e il futuro è anche questo. È questo.

Nell’immagine: Torino, 18 maggio: il Salone internazionale del libro