Markus Krienke – Un papa geopolitico e missionario conferma la continuità nella discontinuità

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 


Robert Francis Prevost in Perù, il missionario al fianco dei campesinos

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 

Di Iacopo Scaramuzzi, La Repubblica

Anche ora che è vescovo di Roma un po’ del suo cuore è rimasto in Perù. Più precisamente a Chiclayo, diocesi nella periferia nord del Paese, dove è stato vescovo dal 2015 (quell’anno prese la cittadinanza peruviana) al 2023. La sua «querida diócesis», l’ha definita dal loggione di San Pietro la sera dell’elezione, la «cara diocesi», «dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto, tanto, per continuare ad essere Chiesa fedele di Gesù Cristo». Non ha parlato in inglese ma in spagnolo, oltre che in italiano, il primo papa statunitense della storia alla sua prima benedizione urbi et orbi, perché è lì, in Perù, che si trovano le radici di Leone XIV.

L’amico Gutierrez

La prima volta che Prevost andò nel paese sudamericano erano gli anni Ottanta. Il giovane agostiniano di Chicago trascorse i suoi primi dieci anni prima a Chulcanas e poi a Trujillo, sempre nel nord del paese. Conobbe allora padre Gustavo Gutierrez, il fondatore della Teologia della liberazione, «un uomo molto amabile, molto vicino, con un certo senso dell’umorismo, e la capacità di essere umano, vicino alle persone», lo ha ricordato Prevost il giorno della sua morte, a ottobre scorso, interpellato dal cronista sotto lo sguardo vigile della vice-direttrice della sala stampa vaticana Cristiane Murray: Gutierrez metteva l’accento sulla «creazione di piccole comunità per vivere la fede», ha sottolineato Prevost, e testimoniò l’importanza di «cominciare con i poveri, essere sempre più vicino a loro: è stato grande cercando Dio proprio nella sofferenza dei poveri».

Danzare a Chiclayo

Venti anni dopo la sua prima esperienza peruviana, Prevost tornò nel paese, questa volta a Chiclayo (da lì viene il suo attuale segretario, don Edgard Rimaycuna). La regione è piuttosto modesta, colpita non di rado da fenomeni atmosferici estremi, la gente è piena di vita: si balla e si canta molto a Chiclayo (e Prevost, nonostante la riservatezza caratteriale, cantava e ballava), e si mangia benissimo (e dicono che Prevost apprezzi il buon cibo ciclaiano: riso e anatra, ceviche con tutte le spezie, cioccolatini). In Perù il futuro Papa si è sentito a casa, tanto che quando anni dopo, nel 2023, papa Francesco lo ha chiamato a Roma, a presiedere il potente Dicastero dei vescovi, raccontano che Prevost abbia tentato di resistere. Poi, si sa, al Papa si obbedisce.

Il nodo Opus Dei

Ma quella in Perù è stata un’esperienza non priva di difficoltà per il futuro Papa. La diocesi nella quale Francesco lo ha inviato nel 2015, inizialmente come amministratore apostolico, era in mano all’Opus Dei. In Perù, del resto, era molto influente la figura del cardinale Juan Luis Cipriani Thorne, il primo porporato dell’Obra, ora caduto in disgrazia per un’accusa di abuso sessuale. A Chiclayo Prevost trovò tra i preti e i seminaristi della diocesi una sensibilità piuttosto clericale e conservatrice. Che ha cambiato con gentilezza. Dialogando, includendo, ascoltando, conquistando la fiducia di tutti. E nel frattempo coinvolgendo laici e donne nella gestione della diocesi, e impegnandosi in prima persona in una pastorale dal forte sapore sociale.

Il vescovo con gli stivali

Ha sostenuto le iniziative in favore degli immigrati venezuelani, si è impegnato per portare aiuti materiali alle zone più povere della diocesi, si è rimboccato le maniche all’arrivo della pandemia, e quando a marzo del 2023 una tempesta tropicale ha allagato il villaggio di Illimo, a un’ora da Chiclayo, il vescovo agostiniano si è presentato con una macchina piena di viveri e si è messo a dare una mano guadando nell’acqua con gli stivali di gomma: «Il fatto», ha raccontato il sindaco Juan Pablo Santamaria a Lucia Capuzzi di Avvenire, «è che nei momenti difficili le persone dimostrano di che pasta sono fatte».

Lotta agli abusi

Di che pasta è fatto Prevost lo ha mostrato anche dinanzi allo scandalo del Sodalizio di vita cristiana, un movimento cattolico di destra che in Perù ha dettato legge per anni. Quando due giornalisti, Pedro Salinas e Paola Ugaz, hanno iniziato a raccontarne abusi e malversazioni, e sono stati bersagliati di minacce e fake news, è stato Prevost, insieme a un drappello di altri vescovi peruviani, a prendere le difese dei giornalisti e organizzare un incontro con papa Francesco, che una settimana prima di morire ha dato disposizione di sciogliere il Sodalizio a suor Simona Brambilla, la prefetta del dicastero vaticano dei religiosi. Una delle prime collaboratrici che Prevost ha ricevuto da Papa. Perché sono in Perù le radici di papa Leone XIV.


“Carri di Gedeone”, Netanyahu lancia la conquista di Gaza

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 

Di Eliana Riva, il manifesto

«Giuro che li ho vestiti per portarli via di qui. Giuro che ho appena parlato con lui. Voglio solo che uno dei miei figli sia vivo. Almeno uno». Hussein Odeh è un campione palestinese di sollevamento pesi. Vive a Jabalia, nel nord di Gaza, insieme a sua moglie e ai suoi figli di tre, cinque e nove anni. Nei primi mesi della guerra, un attacco israeliano ha ucciso sua figlia, sua madre e le sue sorelle. L’esercito ha dato ordine di evacuare, così Hussein ha preparato i suoi bambini ed è uscito per cercare un passaggio, qualcuno che potesse accompagnarli a Gaza City. Quando è tornato, la casa non esisteva più. Un bombardamento israeliano ha distrutto tre abitazioni in pochi secondi. È iniziata, anche formalmente, l’operazione «Carri di Gedeone». L’occupazione di Gaza.

«LO GIURO, li stavo portando via, la macchina stava arrivando» continua a ripetere Hussein in piedi sopra le macerie. Sentiva la voce di uno dei suoi bambini, ha provato a parlare con lui in attesa che qualcuno arrivasse ad aiutarli ma suo figlio non gli ha più risposto. La protezione civile non ha strumenti per spostare i detriti pesanti, Israele non permette l’ingresso di mezzi e materiali di soccorso. Usano palette di plastica per scavare e spranghe per fare leva. Nonostante ciò, sono riusciti a recuperare diverse persone ancora vive sotto le macerie. A ogni flebile segno di vita tra i macigni, la speranza dei familiari si risolve in urla di gioia e pianto. I soccorritori si infilano sotto i solai, allungano le braccia più che possono, martellano le pietre per raggiungere i sopravvissuti. Un lavoro eroico e instancabile, pericoloso e senza fine.

LE AMBULANZE sono state riempite di decine di corpi ieri a Gaza City, nel centro della Striscia, quando un attacco nei pressi della Torre Al-Zahra ha ucciso diversi civili che si trovavano in strada. Tra le vittime, donne e ragazzini. A Shujaiya i corpi straziati di due giovani sono stati ritrovati accanto ai sacchi di farina che erano riusciti a rimediare. Sempre nel centro, un neonato di 15 mesi è morto nel raid che ha colpito la sua casa, mentre a Deir el-Balah gli israeliani hanno ucciso una famiglia di nove persone. Tra loro Siwar di quattro anni, Muhammad di tre anni, Husaid di una settimana. 150 palestinesi ammazzati in 24 ore.

Centinaia di vittime in pochi giorni, sofferenze immani, bombe e fame su una popolazione indifesa e disarmata. Ma a parte qualche dichiarazione, i «potenti» della terra non fanno nulla. «Non vorremmo più vedere soffrire le popolazione palestinese», ha confessato tra gli applausi il vicepresidente del Consiglio italiano Antonio Tajani, «liberiamo gli ostaggi ma lasciamo in pace un popolo che è stato vittima di Hamas, che ha dato vita a questa guerra. Dobbiamo dire al governo israeliano basta, la reazione c’è stata, garantite la vostra indipendenza, la vostra sicurezza ma arriviamo alla pace». Sono parole che giustificano la vendetta e non annunciano azioni concrete, né mettono in discussione i rapporti diplomatici ed economici con Israele. Sarà anche per questo che Tel Aviv si sente libera di poter continuare ad ammazzare e affamare, sicura della completa impunità. Lo ha detto con chiarezza ieri in un’intervista televisiva Zvi Sukkot, deputato israeliano del partito Sionismo religioso: «Tutti si sono abituati al fatto che cento gazawi possano essere uccisi in una notte, a nessuno al mondo interessa».

DAL VERTICE della Lega araba a Baghdad, il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres è tornato a chiedere di porre immediatamente fine al blocco di aiuti umanitari. «La situazione dei palestinesi a Gaza è indescrivibile – ha dichiarato –, oltremodo atroce e oltremodo disumana. Una politica di assedio e fame è una parodia del diritto internazionale. Questo è il momento di fare chiarezza morale e agire». L’Unicef ha dichiarato che 45 bambini sono stati uccisi a Gaza negli ultimi due giorni, tutti vittime di «attacchi indiscriminati». Più di 950 bambini sono stati ammazzati dal 19 marzo.

SECONDO PIÙ FONTI, Israele e Hamas avrebbero cominciato nuovi colloqui indiretti in Qatar. Per Reuters si tratterebbe, questa volta, di una discussione «senza precondizioni» per un cessate il fuoco immediato di due mesi, con trattative per la tregua permanente. Gli Stati uniti garantirebbero il rispetto del cessate il fuoco nel caso si giungesse a un accordo. È difficile immaginare che proprio dopo aver lanciato la sua nuova operazione militare su Gaza, il governo Netanyahu sia disposto a bloccare gli aerei e l’avanzata dei carri armati. E a rinunciare ai suoi piani di controllo totale degli aiuti umanitari, giudicati dall’Unrwa (l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) «una distrazione dalle atrocità compiute e uno spreco di risorse».

Nell’immagine: Khan Yunis, superstiti piangono i loro cari al Nasser Hospital


Accordo Cina-Russia: i due paesi costruiranno una centrale nucleare sulla Luna

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 

Di Lorenzo Lamperti, La Stampa

L’amicizia strategica tra Cina e Russia arriva nello spazio. Per esattezza sulla Luna, dove Pechino e Mosca hanno intenzione di compiere un’impresa rivoluzionaria: costruire una centrale nucleare.

L’accordo in materia è stato siglato nei giorni scorsi, durante la visita del presidente cinese Xi Jinping e Mosca. Il memorandum di cooperazione è stato firmato tra la China National Space Administration (CNSA) e l’agenzia spaziale russa Roscosmos e prevede la costruzione di un reattore nucleare sulla superficie lunare.

Questo impianto sarà fondamentale per fornire energia continua alla futura Stazione Internazionale di Ricerca Lunare (ILRS), soprattutto durante le lunghe notti lunari di 14 giorni, quando i pannelli solari non possono generare elettricità. Secondo il direttore generale di Roscosmos, Yury Borisov, la missione per installare il reattore sarà altamente automatizzata, con tecnologie quasi pronte per essere implementate. La costruzione autonoma è necessaria a causa delle condizioni estreme sulla Luna e della complessità dell’operazione.

La stazione sarà dotata di un centro di comando, hub di comunicazione, laboratori scientifici e infrastrutture energetiche. Si mira a stabilire una presenza umana permanente sulla Luna entro il 2036.

Cina e Russia hanno dichiarato che l’ILRS sarà aperta alla partecipazione internazionale. Finora, 17 Paesi, tra cui Egitto, Venezuela, Sudafrica e Pakistan, hanno aderito al progetto. La Cina mira ad espandere ulteriormente la cooperazione attraverso il “Progetto 555”, che mira a coinvolgere 50 paesi, 500 istituzioni di ricerca e 5.000 scienziati.

Ma l’alleanza tra Cina e Russia nel progetto ILRS rappresenta una sfida diretta alla leadership spaziale degli Stati Uniti. Mentre la NASA punta a riportare astronauti sulla Luna entro il 2026 con il programma Artemis, il progetto sino-russo offre un’alternativa per i Paesi che cercano di diversificare le loro collaborazioni spaziali.

La costruzione della centrale nucleare lunare è considerata un passo cruciale per garantire la presenza stabile di esseri umani sul satellite, obiettivo che Pechino si è messa in testa di raggiungere nei prossimi anni, prima di Washington.

Le ambizioni spaziali della Cina sono diventate una delle più dinamiche e strategicamente pianificate al mondo e la presenza sulla Luna non è considerata la destinazione finale, ma il trampolino di lancio verso mete ancora più ambiziose.

È il caso di Marte. Pechino guarda al Pianeta Rosso con un programma di esplorazione spaziale che si sviluppa in più fasi, con l’obiettivo finale dichiarato di portare esseri umani su Marte entro la metà del XXI secolo e instaurare una presenza a lungo termine. La missione Tianwen-1, lanciata il 23 luglio 2020 e arrivata su Marte nel febbraio 2021, è stata la prima missione interplanetaria cinese. Il rover Zhurong ha esplorato la regione di Utopia Planitia per oltre un anno, raccogliendo dati sul suolo, sul clima e sul campo magnetico locale.

Il prossimo grande passo della Cina è la missione Tianwen-3, prevista per il 2028-2030, con un obiettivo estremamente ambizioso: riportare campioni marziani sulla Terra. Questa missione, se completata con successo, precederebbe di qualche anno il programma simile NASA-ESA, che ha subito ritardi significativi.


Rivalità e candidati contrapposti, così è sfumato il Papa italiano

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 

Di Marcello Sorgi, La Stampa

La solenne cerimonia di stamane in San Pietro, che vedrà di nuovo riuniti in Vaticano capi di Stato e di governo di tutto il mondo, non segnerà solo l’inizio formale del pontificato, il momento in cui Leone XIV passerà da “papa eletto” a “papa regnante”. Sarà anche l’occasione per ricordare che per la quarta volta in quasi mezzo secolo la Curia italiana assiste all’insediamento di uno straniero. Dopo Wojtyla (1978), Ratzinger (2005) e Bergoglio (2013), tocca adesso a Prevost voltare pagina, anche se ha già cominciato a farlo nei primi giorni trascorsi dalla fine del Conclave. Tra le Gerarchie c’è chi dice che un fatto del genere ormai dispiace solo ai cardinali italiani, avendo la Chiesa romana perduto da tempo la sua centralità e l’occasione di mettere, o rimettere un proprio rappresentante al posto di Pietro. Ed è vero. Stavolta il dispiacere è più grande perché dopo 47 anni e tre Conclavi, gli italiani potevano di nuovo aspirare ad eleggere un connazionale. E se non ci sono riusciti, è dipeso solo da loro.

Alla vigilia dell’apertura della Cappella Sistina per le votazioni, c’erano tre candidati italiani papabili, uno dei quali, in presenza di certe condizioni e in accordo con la maggioranza degli elettori composta in larghissima parte da cardinali nominati da Papa Francesco (108 su 133), poteva farcela. Erano infatti cadute le pregiudiziali che negli ultimi vent’anni, dalla scelta del pontefice polacco in poi, si erano addensate come nubi sull’orizzonte della Chiesa italiana: quella contro il “partito romano” che aveva spinto Ratzinger, dopo meno di otto anni, alle clamorose dimissioni del 2013; e quella più genericamente anticuriale, che, talvolta ingiustamente, addebitava agli italiani tutti i peggiori vizi dei Sacri Palazzi. Questa sorta di avvenuta “riabilitazione” era legata anche alla crisi evidente in cui Bergoglio lasciava la Chiesa, dopo un papato ricco di contraddizioni. Ma tant’era: esisteva una chanche.

Dei tre candidati, il più forte era considerato il Segretario di Stato, il veneto Parolin; gli altri due correvano in seconda fila, il Presidente della Conferenza dei vescovi, il romano Zuppi, con alle spalle l’influente Comunità di Sant’Egidio, e il bergamasco Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme sostenuto anche da Comunione e Liberazione. Sulla carta, si trattava di tre “bergogliani”, per la vicinanza avuta con Francesco, ma di inclinazioni diverse. C’era poi, sommersa, una quarta candidatura, quella dell’ex-cardinale di Firenze nonché, con Ruini presidente, ex segretario della Conferenza dei vescovi Betori, che esprimeva posizioni più conservatrici e aveva alle spalle un diverbio pubblico con Francesco in materia di immigrazione.

Ma poiché al momento del voto, si sa, le collocazioni valgono fino a un certo punto, essendo l’aspetto più importante la percezione che il collegio mondiale dei cardinali ha di ogni candidato (carisma, vocazione pastorale, capacità di governo), dietro Parolin ciascuno degli altri sapeva di poter sperare nel soffio dello Spirito Santo. Ciò che restava indispensabile, oltre che ovvio, era che al momento opportuno i 19 elettori, la delegazione nazionale più numerosa del Conclave, fossero in grado di dimostrare la loro unità dietro al candidato che dimostrasse più possibilità di farcela. Invece, è accaduto esattamente l’opposto. Alla prima votazione, cominciata tardissimo, nella serata di mercoledì 7 maggio, dopo la lunga “monizione” del novantenne cardinale Cantalamessa, Parolin infatti otteneva 45 voti. Una buona base di partenza, ma che aveva bisogno di crescere, di raddoppiare negli scrutini successivi, per trasformare in bianca le due prime fumate nere. Nelle votazioni seguenti, però, il Segretario di Stato, o fu stabile, o cominciò a calare. Brutto segno. C’erano inoltre altri voti, “sparsi”, come li definirono alcuni elettori, per Pizzaballa, Zuppi e Betori. Tal che, nell’intervallo tra la terza e la quarta votazione, accaddero due fatti che determinarono l’esito del Conclave.

Il primo fu che l’8 maggio all’ora di pranzo a Santa Marta, dov’era naturale che i membri del Conclave si scambiassero le loro impressioni, il cardinale ungherese Erdo – conservatore considerato papabile e votabile anche da chi non condivideva del tutto la sua impostazione dottrinaria (si vociferava che tra i suoi sostenitori ci fosse anche il cardinal Ruini, il teorico dei “valori non negoziabili”che, seppure novantaquattrenne, aveva indirizzato un “memorandum” a tutti i suoi colleghi) – si avvicinò con la necessaria circospezione a Parolin: «Eminenza – gli si rivolse – io e non solo io avremmo votato per lei. Ma se non la votano neppure i suoi confratelli italiani…». A Parolin, che già meditava il ritiro in forza dell’umiliazione del calo dei suoi consensi, quella frase lasciata in sospeso, da un porporato di grande esperienza e maggiore anzianità in fatto di Conclavi, fece l’effetto di una spinta decisiva. Poco dopo, appena prima della ripresa dei lavori, il Segretario di Stato fu visto avvicinarsi a Prevost.

Il cardinale americano aveva avuto nelle votazioni un trend opposto a quello di Parolin: partito da una ventina di schede favorevoli, le aveva viste crescere fino a una trentina, così che appariva come il competitor più accreditato di Parolin. Il colloquio tra i due, svolto coram populo, diede a tutti gli altri il segnale trasparente che Parolin rinunciava, offrendo i propri voti al futuro Papa. E che Prevost era in condizione di raggiungere e superare la soglia degli 89 voti richiesta per l’elezione. Fu a quel punto che, senza neppure bisogno di un passaparola, ma con rapidi scambi di occhiate, si sviluppò il cosiddetto “effetto valanga”: non volendo nessuno apparire come contrario al pontefice che stava per essere eletto, oltre un centinaio di schede con il nome di Prevost entrarono nell’urna, e poco dopo vennero scrutinate.

Al di là del segreto del Conclave, mai così tante volte violato a dispetto della minaccia di scomunica, questa ricostruzione basata su una serie di testimonianze coincidenti, dimostra due cose: la prima, che gli italiani e soltanto gli italiani, con le evidenti divisioni, sono stati responsabili della mancata elezione al papato di uno di loro; che poteva essere Parolin o un altro, ma non sarebbe più potuto essere nessun italiano, dopo quel che era avvenuto nelle prime tre votazioni. E la seconda, che gli americani, non fidandosi più di far confluire i propri consensi su un altro, com’era stato nel precedente Conclave per Bergoglio, stavolta hanno giocato per se stessi. Superando ogni differenza dottrinale, come quelle evidenti tra i cardinali Dolan, conservatore (e grande elettore di Bergoglio, la volta scorsa) e Prevost, bergogliano, che del resto non ha atteso molto per dimostrare di essere capace di conciliare la propria storia personale con il ritorno, in parte, alla tradizione.

Adesso, tra gli italiani, c’è chi dice che è andata sempre così, ricordando le quattro volte in cui il conservatore Siri fu sconfitto a favore dei Papi Roncalli (Giovanni XXIII) nel 1958, Montini (Paolo VI) nel 1963, Luciani (Giovanni Paolo I) e Wojtyla (Giovanni Paolo II) nel 1978. Può darsi, sono dispute buone per i prossimi storici dei Conclavi. L’unica osservazione che si può fare, in conclusione, è che in tre volte su quattro, malgrado le divisioni, gli italiani avevano eletto egualmente un Papa italiano. Mentre dopo hanno sempre dovuto contribuire, volenti o no, a portare sul trono uno straniero. Un cardinale che ha assistito all’ultima disputa tra i suoi colleghi, in conclusione, sospira sconfortato: «Rassegniamoci. Da adesso in poi, le probabilità che sia scelto un Papa italiano sono pari a quelle di eleggere, sia detto con tutto il rispetto, un Papa belga o sudcoreano».

Nell’immagine: il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, dato fra i favoriti alla vigilia


Il consigliere federale Cassis tace ancora

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 

La crudeltà del governo israeliano e dell’esercito a Gaza nei confronti della popolazione palestinese è difficile da descrivere a parole. L’esecrabile attacco terroristico di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, con oltre mille persone massacrate e più di 200 ostaggi rapiti e portati a Gaza, ha provocato una reazione spropositata dell’esercito israeliano. Non è chiaro perché l’esercito non sia riuscito a respingere l’attacco, nonostante le soldatesse israeliane avessero avvertito del pericolo di un’azione terroristica. Il primo ministro Netanyahu ha impedito le indagini, perché il risultato potrebbe essere pericoloso per lui.

Nonostante la miseria, Israele blocca i rifornimenti di aiuti umanitari

Da quel giorno non solo Gaza è stata in gran parte distrutta, ma i palestinesi vivono in grave pericolo e molti, soprattutto bambini, muoiono di fame. Israele non solo ha vietato l’accesso al suo territorio all’agenzia umanitaria palestinese Unrwa, ma non permette più l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza. Sono morte oltre 40’000 persone, tra cui anche bambini uccisi a colpi di arma da fuoco a distanza ravvicinata. Gli ospedali sono quasi tutti distrutti. I feriti e i malati non possono quasi più essere curati. La miseria è senza limiti. Gli abitanti di Gaza hanno manifestato contro Hamas, chiedendo che rinunci alla lotta, ma come il governo israeliano anche Hamas vuole continuare la guerra. L’obiettivo di Israele: annientare Hamas. Come sottolineano molti osservatori di diversa provenienza si tratta di un intento irrealistico. Sebbene si calcoli che siano stati uccisi circa 20’000 dei suoi combattenti, la crudele guerra israeliana a Gaza ha spinto molte persone, soprattutto giovani, ad aderire a Hamas e a continuare a combattere al suo fianco.

Molti crimini di guerra

Ciò che fa quasi fermare il cuore è che il mondo sta a guardare. Anche la Svizzera. Non vi è più alcun dubbio che il governo Netanyahu e il suo esercito abbiano commesso e continuino a commettere innumerevoli crimini di guerra. Inoltre vorrebbero deportare i palestinesi. Storici ebrei in Israele e all’estero parlano di genocidio. Il diritto internazionale umanitario protegge i civili, i malati, i prigionieri di guerra e il personale medico. Israele non lo rispetta in alcun modo.

50 organizzazioni umanitarie internazionali si sono appena rivolte all’opinione pubblica chiedendo ai governi di impedire al governo israeliano di approvare una legge che vieterebbe a quelle ONG che avessero espresso critiche nei confronti delle azioni israeliane a Gaza di aiutare la popolazione palestinese in difficoltà.

Nonostante l’amicizia con Israele le critiche sono necessarie

Il ministro degli esteri Ignazio Cassis e il Consiglio federale hanno giustamente condannato con fermezza l’attacco terroristico di Hamas. Da allora, entrambe le parti sono state esortate a rispettare il diritto internazionale – un monito inutile e senza conseguenze. Tuttavia, l’ambasciatrice israeliana non è mai stata convocata al Dipartimento federale degli affari esteri a Berna. Il governo israeliano non è mai stato accusato di ripetute violazioni del diritto internazionale, nonostante che la Costituzione federale incarichi esplicitamente la politica estera di far rispettare i diritti umani. La Svizzera è legata da rapporti di amicizia con Israele, ma anche il governo di uno Stato amico, se viola tutte le regole, deve essere richiamato con parole chiare. Per quanto tempo ancora il ministro degli esteri Cassis e il Consiglio federale manterranno il loro intollerabile silenzio?


Uno spazio d’ascolto può aiutare il paziente a decidere

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 

Un problema di salute e un recente servizio diffuso nel Quotidiano RSI mi hanno fatto scoprire una realtà meritevole di segnalazione. Si chiama Café Med e mette a disposizione gratuitamente, tanto a Lugano (dove è aperto dal 2023, ogni terzo martedì del mese dalle ore 14.30 alle ore 16.30) che, da poche settimane, a Bellinzona (ogni quarto martedì del mese, stesso orario), un gruppo di una dozzina di medici generici e specialisti, oggi in pensione, ai quali rivolgersi per un parere. Il servizio è offerto dall’Accademia di Medicina Umana.

L’incontro, di cui non resta traccia scritta, avviene all’interno di due esercizi pubblici (il ristorante Pestalozzi sul Ceresio; la Casa del popolo nella capitale), dove chiunque, senza prenotazione, può dialogare con questi medici di grande esperienza, che hanno deciso di mettersi volontariamente a disposizione di chi è alle prese con qualche fastidio e forse non ha capito fino in fondo diagnosi, spiegazioni e terapie proposte dal proprio medico curante.

Non si tratta – va detto con chiarezza – di una seconda opinione, né di una consultazione vera e propria, né tantomeno vengono effettuate diagnosi: qui i medici non sono armati di stetoscopio e altri strumenti di lavoro, ma solo della loro lunghissima esperienza sul campo. Non ti visitano, non effettuano trattamenti sul posto, non prescrivono medicinali. Sono lì ad ascoltarti: tu gli dici qual è il problema che ti tormenta e quali cure ti sono state prospettate; loro, senza avere sott’occhio la tua cartella clinica (analisi, radiografie, esami), ti fanno qualche domanda e ti danno un’indicazione: né più, né meno. Farsi operare o attendere? Mettere l’apparecchio acustico o no? Mantenere la cura farmacologica in corso, mutare il dosaggio o cambiare? 

Domande classiche, insomma. Il medico che ti ha in cura o il chirurgo ti fanno una proposta, ma a decidere, alla fine, sei tu. È sul paziente che grava la responsabilità ultima della scelta. Da qui l’esigenza di affrontare il proprio medico con le domande giuste. Un’esigenza individuale, non di tutti, che ha anche componenti psicologiche: qualcuno preferisce rinunciare per non trovarsi eventualmente di fronte a indicazioni divergenti, che potrebbero aumentare confusione e incertezza. 

Café Med può comunque essere d’aiuto: la consultazione del dottor Google e dei social è spesso un esercizio autolesionistico e paralizzante, che incute più timori che certezze.

Al Café Med i problemi e i dubbi vengono affrontati nel corso di una conversazione discreta e distesa, a tu per tu con lo specialista, che non si presenta in camice bianco, ma in  pullover e jeans. 

La prima differenza rispetto a una visita medica classica è il tempo che ti viene messo a disposizione (tocca al singolo non abusarne nel rispetto degli altri richiedenti). 

Ma ce n’è un’altra, decisiva: i toni e il linguaggio che questi medici in pensione utilizzano, fatto di parole semplici. Una comunicazione, insomma, comprensibile anche al paziente meno preparato e che riesce a spiegarti la malattia, i rischi, la prognosi, senza indorare la pillola, ma senza ricorrere a tecnicismi scientifici e valori numerici che pochi sarebbero in grado di capire. 

Infine – penso a chi è afflitto dalla cosiddetta sindrome del camice bianco, che a molti fa salire di botto pressione e battito cardiaco – giova assai alla discussione il clima informale di un esercizio pubblico rispetto a quello, più attrezzato, ma anche più algido, di uno studio medico. Questo senza rinunciare a una certa discrezione, poiché del locale viene occupata un’ampia zona riservata proprio per accogliere gli utenti.

C’è poi un altro aspetto, che forse non è elegante sottolineare, ma che certamente contribuisce al successo dei Café Med, attivi da anni nelle principali città della Svizzera tedesca (il primo nacque a Zurigo nell’estate del 2017; nel frattempo il modello è stato adottato anche a Bolzano e Merano): la loro gratuità, garantita dal servizio volontario encomiabile prestato da questi professionisti della salute. Oltre che dall’Ordine dei medici del Cantone Ticino (OMCT), Café Med è sostenuto in Ticino anche dall’ACSI.

Nel Canton Ginevra – scriveva recentemente Simonetta Caratti (laRegione, 10 febbraio 2025) – 1 cittadino su 7 rinuncia alle cure mediche. Più in generale, aumentano in Svizzera le persone che scelgono la franchigia più alta per abbassare il premio di cassa malati, sperando di non ammalarsi. Quando il momento arriva, spesso non hanno i soldi per assumere a proprio carico i primi 2’500 Fr. dei costi. 

Tornando dal mio colloquio luganese, ho parlato di questa esperienza ad alcuni amici, secondo i quali l’utilità psicologica di Café Med (soprattutto per i più timorosi) è probabilmente superiore a quella medica in senso stretto. Secondo me si tratta di un’iniziativa importante a condizione di conoscere le regole del gioco, che Café Med spiega con chiarezza: il suo non è da intendersi né come secondo parere, né tantomeno come controcanto al parere – essenziale, poiché basato sulla conoscenza approfondita del paziente, della sua storia clinica e delle sue indagini diagnostiche – del medico curante, né come una forma di concorrenza gratuita ai colleghi in attività. 

È invece, soprattutto, il braccio teso da una decina di riconosciuti professionisti che mettono a disposizione, insieme alla loro competenza ed esperienza acquiste sul campo, capacità comunicative e un’empatia – preziosissime – che i tempi forzatamente limitati degli studi medici non sempre consentono.

Nell’immagine: medici e pazienti a colloquio


«A Gaza distruggiamo le loro case per non farli tornare mai più»

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Ieri mattina, scrive il giornale Maariv, l’aviazione israeliana ha colpito la Striscia di Gaza con una bomba ogni quattro minuti. A un ritmo addirittura superiore a quello dell’ottobre 2023, che aprì la strada alla prima offensiva di terra israeliana. Sotto le bombe sono morti altre decine di palestinesi. Nel pomeriggio, i jet israeliani si sono spinti fino ai confini dello Yemen e hanno preso di mira nuovamente i porti di Hodeidah, Ras Isa e Al Salif. «Se i (combattenti) Houthi continueranno ad attaccarci, faremo (al loro leader) Abdel Malik Al Houthi ciò che abbiamo già fatto ai capi di Hamas, Sinwar e Haniyeh, e di Hezbollah, Nasrallah», ha minacciato il ministro della Difesa, Israel Katz. Nel frattempo, vanno avanti anche i raid aerei nel sud del Libano. Il governo Netanyahu prosegue la sua guerra su più fronti, risparmiando – almeno in questi ultimi giorni – la Siria, con cui è in trattative, come ha confermato il presidente autoproclamato siriano Ahmad Sharaa.

L’obiettivo principale di Israele resta Gaza. Con la conclusione del viaggio di Donald Trump nel Golfo, appare sul punto di scattare – forse è già cominciata, si attende una conferma – la rioccupazione della Striscia attraverso l’operazione «Carri di Gedeone», approvata dal gabinetto di sicurezza di Benyamin Netanyahu. Nessuno si aspetta ripensamenti da parte del premier, nonostante abbia inviato una delegazione a Doha al tavolo del negoziato per una nuova tregua – ma solo temporanea – e per lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi.

Si intensificano in queste ore le manovre delle forze corazzate. Truppe regolari e riservisti sono ammassati lungo le linee di Gaza, assieme a centinaia di mezzi pesanti. Giovedì notte, nel nord, carri armati e blindati hanno circondato il villaggio e il campo profughi di Jabaliya, preceduti da un intenso fuoco di artiglieria e dai colpi sparati dalla Marina militare sulla costa di Gaza. Un fuoco intenso e violento su 150 obiettivi ha anticipato l’avanzata della Divisione 252. A sud, si sono spinti in avanti i corazzati delle Divisioni 143 e 36. Droni e aerei continuano a fornire copertura alle forze di terra, soprattutto nell’area in cui un tempo sorgeva Rafah. La città sul confine con l’Egitto, di fatto, non esiste più: viene rasa al suolo giorno dopo giorno.

Lo conferma anche un’inchiesta svolta dai giornalisti Meron Rapaport e Oren Ziv sul giornale Mekomit (+972), che contiene le testimonianze sul campo di soldati e ufficiali israeliani. «Distruggiamo per non farli tornare mai più»: è questo l’obiettivo della politica di devastazione su vasta scala perseguita da Israele, volta a impedire ai palestinesi di tornare nelle loro case. Andò così durante la Nakba, nel 1948, quando furono intenzionalmente distrutti centinaia di villaggi e centri abitati evacuati da centinaia di migliaia di palestinesi, fuggiti o cacciati via dall’esercito israeliano.

Un comandante di compagnia, scrivono Rapaport e Ziv, ha ammesso apertamente che lo scopo della distruzione è impedire il ritorno dei due milioni di palestinesi che, a questo punto, non potranno che essere obbligati all’esilio con la forza delle armi, se – come nei desideri e disegni di Benyamin Netanyahu – si troveranno Paesi disposti ad accoglierli. Un soldato israeliano che ha prestato servizio a Rafah ha rivelato ai due reporter l’entità della distruzione quotidiana a cui ha partecipato. «Avevamo quattro o cinque bulldozer. Ognuno di essi demoliva circa 60 case al giorno. Una casa a uno o due piani veniva rasa al suolo in un’ora, ma gli edifici a tre o quattro piani richiedevano più tempo. La missione ufficiale era quella di aprire una via di manovra logistica, ma in realtà il nostro compito era distruggere direttamente le case. La parte sud-orientale di Rafah, alla fine, era completamente distrutta. L’orizzonte era appiattito. Non c’era più traccia della città», ha raccontato.

Altri militari hanno confermato che questa politica è stata la regola. «L’obiettivo – ha spiegato un ufficiale – era garantire che i residenti non tornassero mai più in queste zone. A volte i comandanti ne parlavano esplicitamente, altre volte potevamo dedurre questo fine dall’atmosfera generale e dalle dichiarazioni politiche».

Le analisi satellitari delle Nazioni Unite e le ricerche dei due giornalisti di Mekomit documentano la portata senza precedenti della distruzione. Il numero di edifici completamente distrutti ha raggiunto quota 60.368; quelli gravemente danneggiati sono 20.050, mentre quelli parzialmente danneggiati 90.394. Significa che il 69% delle 245.000 unità abitative di Gaza ha subito danni di varia entità.

Nell’immagine: mezzi corazzati israeliani pronti ad entrare nella Striscia di Gaza


Barbero-Foa: occidente, identità, nazione, ecco le parole che fanno la guerra

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 

Di Simonetta Sciandivasci, La Stampa

Negli anni Venti del nostro secolo, parlare di guerra delle parole ha significato dibattere di cancel culture, politicamente corretto, dei nuovi codici che abbiamo adottato per riconoscere le minoranze, abbattere le diseguaglianze (e, prima ancora, vederle) che hanno reclamato ascolto, spazio, diritti. Ha significato, in sostanza, parlare di come adeguare il linguaggio alle nuove realtà, ai nuovi diritti, alle nuova identità.

Dopo che la Russia ha invaso l’Ucraina, e ancora di più dopo il 7 ottobre, quella guerra non si è esaurita o risolta, anzi: è ulteriormente esplosa. A Gaza e in Ucraina i significati di identità, autonomia, democrazia, appartenenza, Occidente, genocidio, che si era cominciato a ridiscutere, sono entrati in crisi, e quella crisi è arrivata in tutto il mondo, ha ribaltato il pensiero, inaugurato sguardi, consapevolezze, rivendicazioni, dimostrando anche che le guerre culturali non erano astratte divagazioni accademiche per progressisti, ma materia viva, storia contemporanea. Questo è l’assunto dal quale due dei più importanti storici italiani, Anna Foa e Alessandro Barbero, ieri, sono partiti per il loro incontro al Salone del Libro, intitolato appunto “La guerra delle parole”.

Una delle parole più animose, e in nome della quale si è risvegliato il nazionalismo e imbarbarito il sovranismo è identità. Alla quale Anna Foa suggerisce di sostituire storia, perché è sempre di una storia che siamo tutti figli. E Barbero è d’accordo, ma in parte, perché non si può parlare di storia senza parlare della propria identità, o almeno di appartenenza. Dice: «L’ appartenenza ha a che fare con i concetti di patria e cittadinanza, che sono diversi ma non del tutto indipendenti dal concetto di nazione e popolo. In Ucraina vive un popolo che ha una sua lingua, e che nei secoli si è sentito dire due cose diverse: siete russi, anche se un po’ diversi dagli altri; non siete russi, siete un popolo a parte (lo dicevano soprattutto agli ucraini dell’ovest). Poi, è nato lo Stato ucraino indipendente contro l’Unione Sovietica. E in tutto questo ci sono le basi dell’attuale guerra civile, deflagrata dopo l’aggressione putiniana del 2022. Nell’esercito ucraino si parla russo e si parla ucraino e tuttavia si combatte perché essere cittadini di un posto è un poderoso fattore di appartenenza». Per Foa, però, a segnare l’identità ucraina c’è anche un altro tratto: la carestia sofferta nel Paese durante il regime staliniano, che ha cementato «la consapevolezza di sé come ucraini e non come russi». Esattamente come per i russi è stata identitaria la lotta al nazismo, che nel discorso pubblico è molto più forte di quanto non sia in quello ucraino, ed è una insistenza che, per Foa, corrobora oggi una manipolazione propagandistica. Qualcosa di molto simile, sottolinea Barbero, all’enfasi con cui a scuola, da noi, ci è stato insegnato a lungo a venerare la data del 24 maggio del 1915, quando l’Italia entrò in guerra per «liberare i nostri connazionali che vivevano sotto il gioco austriaco, senza sapere davvero se quel gioco fosse opprimente. E gli storici se lo chiedono, da un po’ di tempo a questa parte: i trentini e i triestini, sotto gli austro-ungarici, gemevano o stavano benissimo?». È la domanda che l’Occidente non si è posto dopo l’11 settembre: i Paesi dove vogliamo esportare la democrazia, vogliono la democrazia, ne hanno bisogno, soffrono? Qual è il terreno comune di popoli diversi?

Quando Foa parla, a proposito di Gaza, della soluzione due popoli sue Stati, dice: «Vedo possibile un assetto in cui ci sia un unico territorio con due popoli che convivono: la Palestina, fino agli anni Trenta, era così. Oggi, dovremmo usare il termine patria più di nazione, che ostacola il conflitto. C’è un piccolo nucleo in Israele vicinissimo a Gerusalemme dove dal 1969 palestinesi ed ebrei vivono insieme, ed è un esperimento pilota che andrebbe esportato». È ancora vero che Israele è l’unica democrazia occidentale? «Non più – dice ancora Foa – per la semplice ragione che ha smesso da almeno vent’anni di garantire che la legge sia uguale per tutti: per i palestinesi che vivono in Israele c’è una giustizia diversa, quindi un’ingiustizia. I post sionisti hanno ragione: Israele deve rinunciare a essere uno Stato per gli ebrei e deve diventare uno Stato democratico che garantisce gli stessi diritti a tutti i suoi cittadini, che siano arabi o ebrei».

Si torna, allora, all’identità. Barbero cita Bloch, che nel suo La strana disfatta, scrisse: «Sono ebreo, se non per la religione che non pratico come non ne pratico nessuna, almeno per nascita. Non ne traggo orgoglio o vergogna perché sono uno storico e so bene che le predisposizioni razziali sono un mito. Non rivendico mai la mia origine, tranne quando mi trovo davanti a un antisemita». Ha una citazione consonante Anna Foa ed è di Freud, che in Totem e Tabù, scrisse: «Non so cosa sia essere ebreo, so che lo sono e non ho attaccamento religioso o alla terra, magari qualcuno un giorno lo spiegherà scientificamente che cosa vuol dire. Io, per ora, so solo che è così: sono ebreo».

Dell’Occidente che ne facciamo? Continuiamo a studiarlo, prima di ogni cosa per dire che non è la parte più importante del mondo: è, semplicemente, una parte, e non la migliore.

Nell’immagine: Anna Foa e Alessandro Barbero


Affari, diplomazia e conflitti di interesse: l’ombra della Trump Organization sulla politica USA in Medio Oriente

Nell'omelia in San Pietro per l'inaugurazione del suo pontificato, Leone XIV si profila ulteriormente in un mix di valori e idee che lo associano ma distinguendolo dai suoi predecessori 

Di Massimo Chierici, Valigia blu

A  ridosso dell’inizio del secondo mandato presidenziale di Donald Trump, avevamo evidenziato come, durante la sua prima presidenza, i rapporti con Netanyahu e più in generale tra Stati Uniti e Israele fossero stati più di forma che di sostanza e con una conclusione non brillante.

A dispetto dei precedenti, durante la campagna per le presidenziali USA del 2024, Trump e Netanyahu sembravano aver inaugurato una nuova stagione nei loro rapporti: stavolta all’insegna di un’intesa più stabile e collaborativa.

L’incontro a Mar-a-Lago del luglio 2024 è apparso come un deciso riavvicinamento. In assenza di endorsement pubblici durante le Presidenziali USA 2024 da parte del premier israeliano, per una sua storica politica di equidistanza verso le candidature alla Casa Bianca, sono arrivati quelli dei suoi alleati di governo di estrema destra, il sionista religioso Bezael Smotrich e Itamar Ben Gvir. Il sigillo a questa nuova fase politica è sembrato arrivare con le congratulazioni immediate ed entusiaste di Benjamin Netanyahu, nelle ore successive all’elezione di Trump.

Nei giorni immediatamente successivi, questo ipotizzato allineamento sembrava aver trovato una concretizzazione nella definizione di uno staff presidenziale che, come probabilmente mai nella storia degli Stati Uniti, incarna nelle sue posizioni chiave tutte le sfumature politiche della vicinanza a Israele, fino alle più estreme.

“Fai quello che devi fare”

Il “Do what you have to do” (“fai quello che devi fare”) rivolto poco prima delle elezioni presidenziali da Trump a Netanyahu non lascia adito al minimo dubbio: vuole una risoluzione dei conflitti in corso – Gaza e Libano – prima del suo insediamento.

In campagna elettorale si è proposto con grande chiarezza come un pacificatore, con una particolare enfasi su Medio Oriente e Ucraina.

Netanyahu raccoglie l’invito. A metà gennaio, pochi giorni prima dell’insediamento di Trump, finalmente dà seguito al Piano Biden portandone a compimento parte della Fase 1 a fine febbraio 2025.

Per arrivare a questo primo risultato, Netanyahu passa attraverso un durissimo braccio di ferro con gli alleati di destra con tanto di sceneggiata di Itamar Ben Gvir, che si dimette dalle sue cariche di governo, ritira i suoi ministri e con i suoi deputati di Otzma Yehudit si limita all’appoggio esterno. Rientrerà due mesi dopo, quando Netanyahu di fatto si limita allo scambio tra detenuti palestinesi e ostaggi israeliani e al ritiro dai centri abitati dell’esercito.

L’ingresso di aiuti umanitari per la popolazione civile palestinese continua a essere bloccato, così come continua a essere impedito il ritorno della popolazione palestinese. Questi due passaggi mancanti costituiscono un chiaro e disumano strumento di pressione verso Hamas, sfruttando lo scontento dei gazawi nella gestione delle trattative con Israele per la liberazione degli ostaggi.

Le rotture tra Trump e Netanyahu

La reticenza da parte del premier israeliano nel portare a compimento già la prima fase del piano di pace viene interpretato da Donald Trump come un mancato ascolto del suo invito ad andare speditamente verso la risoluzione del conflitto a Gaza Di conseguenza, mentre Netanyahu è sempre di più alle prese con vecchi e nuovi problemi, Trump opera la prima, grave cesura con le istituzioni israeliane. A Doha, infatti, l’inviato presidenziale speciale per gli affari degli ostaggi Adam Bohler apre un canale alternativo di trattativa segreta con Hamas. Adam Bohler, va ricordato, non è uno sconosciuto a Doha: insieme a Jared Kushner, genero di Donald Trump, ha partecipato attivamente a tutti gli incontri diplomatici in Medio Oriente e nei paesi del Golfo per arrivare agli “Accordi di Abramo”.

Rispetto alla trattativa in corso, consapevole dell’atteggiamento del governo israeliano, indeciso e balbettante per le sue contraddizioni interne, ha un atteggiamento deciso. Così deciso da arrivare a trattare con i mediatori di Hamas il numero dei detenuti palestinesi da liberare in cambio degli ostaggi, tenendo all’oscuro i mediatori israeliani. Di fronte alla reazione diplomatica di Israele, dichiara che “gli Stati Uniti non sono agenti di Israele”.

Anche se poi Adam Bohler fa un passo indietro, più formale che sostanziale, Hamas capisce di poter stabilire trattative dirette con quell’amministrazione americana che, nonostante dal 1997 l’abbia inserita nella lista delle “Foreign Terrorist Organizations” (FTO), ora l’ha elevata al rango di interlocutrice politica. Uno smacco politico assoluto per Israele che si limita ad una sorta di silenzio stampa.

Dai primi di marzo, e nelle settimane successive, il governo israeliano è alle prese con l’esplosione del Qatargate a cui si affianca il faticoso percorso di approvazione della Legge di Bilancio, al cui superamento è legata la sopravvivenza del parlamento e dell’esecutivo per la legislazione vigente nel paese. Il percorso di approvazione si complica per la minaccia delle fazioni degli Haredim di non approvare la legge. Alla base di questa intimidazione c’è la richiesta di ottenere maggiori stanziamenti per le loro scuole religiose e una legge che esenti i loro giovani dagli obblighi di leva.

Sempre in marzo esplode la polemica per il controverso licenziamento del capo dello Shin Bet Ronen Bar, che aveva avviato l’indagine sul Qatargate, a cui segue la sospensione a fronte del suo ricorso da parte dell’Alta Corte. Il tutto finisce con le dimissioni di Bar, che però lascia al vertice del sistema giudiziario israeliano la decisione ultima se ai governi sia consentito interferire sui ruoli di chi conduce delle indagini sui politici in un evidente conflitto di interessi.

I primi di aprile arriva l’ulteriore strappo da parte dell’amministrazione Trump. Stavolta in ambito economico, all’interno del Liberty Act. A Israele sono infatti imposti dazi del 17% nonostante qualche tempo prima, unilateralmente, l’esecutivo di Gerusalemme avesse deciso di azzerare completamente i dazi sui prodotti USA.

Di fronte a Netanyahu, volato a Washington per incontrarlo, Trump, sottolineando che Israele riceve quattro miliardi di dollari all’anno in aiuti militari, avrebbe detto con lo stile che gli è proprio: “È tanto. Congratulazioni, A proposito, è  un bel risultato“. Pur essendo uno stanziamento molto alto, Israele deve spenderne il 73,7% per sistemi d’arma prodotti da industrie militari USA. Il Memorandum of understanding, stipulato sotto l’amministrazione Obama, consente di spendere solo il 26,3% in sistemi d’arma di produzione nazionale andando a costituire un consistente finanziamento alle industrie belliche statunitensi.

Sempre nello stesso incontro, dopo avere respinto ogni ipotesi di revoca dei dazi ad Israele, Trump esprime frustrazione per la posizione intransigente del premier israeliano sulla guerra a Gaza e la creazione di uno Stato palestinese lanciando un chiaro messaggio di come Israele dovrebbe allinearsi maggiormente alla sua agenda politica per la regione. Consumando un’ulteriore strappo rispetto ai taciti patti iniziali, annuncia anche che erano già in corso trattative dirette sul nucleare iraniano, senza Israele.

Ormai questo progressivo riposizionamento e ridimensionamento dei rapporti con il suo storico alleato regionale è scandito dalla cronaca di queste ultime settimane.

In questo ultimo mese Israele ha assistito a decisioni statunitensi repentine e inaspettate: dalla tregua stabilita con i terroristi di Ansar Al Allah in Yemen, mentre un missile balistico di fabbricazione iraniana da loro lanciato sfiorava di un soffio l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, al piano umanitario lanciato da Trump per gli abitanti di Gaza che relega Israele a un ruolo marginale di sicurezza.

La liberazione – sempre attraverso una trattativa separata tra gli USA e Hamas – dell’ostaggio israelo-americano Edan Alexander ha costituito  l’ennesimo smacco per l’esecutivo israeliano. All’esclusione dei mediatori israeliani si è aggiunta la notizia che sono state utilizzate in questa azione di “diplomazia non convenzionale” due figure decisamente invise a Israele.

La prima è di Bishara Bahbah. Giornalista e docente universitario, ha promosso il comitato elettorale “Arab Americans for Trump“. Nonostante fosse inizialmente registrato come elettore democratico, con la sua azione politica ha contribuito ad orientare il voto degli elettori arabo-americani in uno stato chiave, il Michigan, che ospita la comunità musulmana più numerosa degli Stati Uniti e dove Trump ha battuto di misura la Harris.

A rendere Bishara Bahbah inviso sia alla comunità ebraica americana che al governo israeliano sono stati diversi messaggi sui social e le sue analisi ritenute unilateralmente critiche verso Israele pubblicate dal quotidiano Haaretz.

La seconda figura è Suha Arafat, la vedova di Yasser Arafat. Ha agito da intermediaria tra gli Stati Uniti e Hamas e ha facilitato il primo contatto di Bahbah con l’alto funzionario di Hamas, Ghazi Hamad. Personalità estremamente controversa anche nel mondo palestinese, in Israele Suha Arafat è percepita come un’arrampicatrice sociale, nonché fruitrice ultima della presunta sottrazione da parte del marito dei fondi, anche israeliani, previsti dagli Accordi di Oslo e destinati ai civili palestinesi.

Pur ininfluente dal punto di vista meramente politico, resta comunque una risorsa per la sua rete di contatti estremamente trasversali, come ha dimostrato in questa trattativa, con i vertici delle principali fazioni palestinesi.

Le ambizioni di Trump

Le ambizioni regionali del Presidente degli Stati Uniti sono note. La più velleitaria è sostenere la narrazione da lui molto amata di “Trump il pacificatore”. Far aderire l’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo, oltre ad assecondare questo desiderio, getterebbe le basi per dare sostanza alla mai celata aspirazione di vedersi conferire il Nobel per la pace. Ma è l’ambizione più residuale, a dispetto delle menzioni pubbliche.

Molto più concreta è l’ambizione di voler controbilanciare la crescente influenza della Cina che sta adottando una strategia di espansione nell’area in comparti economici dove c’è una competizione molto forte con gli USA, come la sicurezza e high tech.

Soprattutto nel settore dell’alta tecnologia- che spesso vede delle joint venture con gli Stati Uniti – il ruolo di Israele all’interno degli Accordi di Abramo ha un peso non indifferente dato il vasto patrimonio di conoscenze e pratiche sviluppato nel tempo dal comparto industriale.

Poi ci sono gli interessi strettamente economici per gli Stati Uniti. Quello che le cronache ci stanno riportando in questi giorni attesta il successo del recente tour negli Stati arabi del Golfo Persico: dai 600 miliardi di dollari di investimenti sauditi ai 1.200 miliardi di dollari in Qatar.

Ma ciò che, ancora una volta, sembra essere stato poco chiaro, in primo luogo a Netanyahu, è che il nuovo corso delle relazioni diplomatiche statunitensi è guidato da due sottintesi invalicabili, anche a livello di metodo.

Il primo è “America first“, ovvero la variabilità del sostegno americano in base agli interessi nazionali. Il secondo è “…and also Donald Trump“, ovvero la variabilità del suo impegno pro o contro gli attori regionali in base agli interessi della Trump Organization nell’area.

Le attività della multinazionale del Presidente degli Stati Uniti d’America nei Paesi del Golfo Persico rappresentano infatti un potenziale conflitto di interessi. Negli Stati Uniti, però, non esiste una legge federale che impone al Presidente di creare un blind trust per evitare conflitti di interesse, ma dal 1970 questa pratica era stata adottata da tutti gli inquilini della Casa Bianca per trasparenza verso i cittadini.

Trump, in occasione del suo primo mandato, ha nominato i due figli, Donald Jr ed Eric, amministratori fiduciari della Trump Organization interrompendo questa prassi per la prima volta. Condotta reiterata anche per questo secondo mandato, sollevando così tutti i dubbi del caso. Ma per comprendere meglio quanto questo conflitto di interessi sia incisivo nei processi decisionali politici di  Donald J.Trump, va valutato l’aspetto qualitativo.

I dati quantitativi, del resto, parlano chiaro. Solo di progetti immobiliari che vedono coinvolta la Trump Organization in Arabia Saudita tra realizzati, pianificati e realizzati abbiamo tre progetti: La Trump Tower di Jeddah, un grattacielo residenziale-alberghiero di 47 piani dal valore di 530 milioni di dollari; il Golf Community Riyadh, progetto di resort golf di lusso di cui si stima un valore di 2,6 miliardi di dollari; la pianificata Trump Tower Riyadh il cui valore non è stato dichiarato.

Se guardiamo al Qatar, troviamo il Trump International Golf Club & Villas, parte del mega-resort Simaisma. Comprende campo da golf e ville di lusso per un valore complessivo di 5.5 miliardi di dollari. In Oman vediamo l’AIDA Resort (Trump International Oman)  complesso turistico con hotel, villini Trump-branded e campo golf per un valore di quattro miliardi di dollari.

Infine, negli Emirati Arabi Uniti abbiamo il Trump International Golf Club Dubai, un campo da golf e complesso residenziale, la Trump Tower Dubai, un grattacielo da 80 piani con hotel e residenze di lusso, e la Trump Tower Abu Dhabi. Di questi progetti si conosce solo il valore della Trump Tower Dubai, pari a 600 milioni di dollari. In tutti questi progetti le quote della Trump Organization nel progetto non sono dichiarate.

Ma queste cifre, seppur esorbitanti, non sono sufficienti a spiegare quanto questo conflitto di interessi sia incisivo.

Tranne che negli Emirati Arabi Uniti, non c’è progetto regionale della Trump Organization che non sia in partnership con la Dar Al Arkan, o con la sua filiale internazionale Dar Global, che ha dei fortissimi legami con i progetti della famiglia reale saudita. Inoltre a livello locale, si uniscono realtà pubbliche come l’OMRAN (Oman Tourism Development Company) o la Qatari Diar una società immobiliare statale.

Ci troviamo quindi di fronte a una storia molto articolata, oramai quasi ventennale, di un rapporto consolidato tra un imprenditore e le istituzioni dei paesi del Golfo Persico che non può essere ignorata nella valutazione delle scelte diplomatiche di Trump.

Netanyahu è diventato il principale ostacolo per i piani e gli interessi di Trump in Medio Oriente

Considerando questo nuovo scenario, rimanere ancorati a visioni etiche e politiche del passato per comprendere il presente e ipotizzare il futuro delle relazioni tra l’amministrazione USA e Israele significa porsi su un piano di lettura decisamente falsato.

Tutto passa attraverso l’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo. La precondizione posta dai sauditi per la normalizzazione dei rapporti con Israele è entrare concretamente nel merito della questione palestinese partendo da una loro proposta formalizzata nel 2002: l’Iniziativa di pace araba.

Ufficialmente proposta dalla Lega Araba, è di fatto un’iniziativa saudita che si può sintetizzare in alcuni passaggi chiave: il ritorno pragmatico di Israele entro i confini del 1967 e la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Una proposta perfettibile ma molto vicina ad altri piani di pace discussi anche in maniera molto approfondita in passato.

Un tema che non è più posponibile o eludibile, anche per il futuro di Israele. L’ostinazione del governo Netanyahu nel rigettare una qualsiasi soluzione alla questione palestinese, sia contingente che in prospettiva, appare sempre di più fuori dalla realtà. Anche rispetto al volere degli israeliani.

Secondo un sondaggio diffuso lo scorso marzo, quasi il 70% dei cittadini vuole il cessate il fuoco e il ritiro da Gaza. Qualche giorno fa un altro sondaggio ha evidenziato una netta preferenza (67%) per la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita e l’adesione agli Accordi di Abramo con tutto ciò che comporta.

Restano molte incognite. Dopo il 7 ottobre, il paese oscilla tra rabbia e paura nei confronti della controparte palestinese. A ciò si aggiunge l’inquietudine per l’ulteriore mossa di Trump, che ha rimosso le sanzioni alla Siria: fino a meno di un anno fa era un proxy iraniano, mentre oggi presenta un governo dai contorni poco chiari.

Inoltre, la trattativa in corso tra l’amministrazione Trump e l’Iran sul nucleare, vista la facilità con cui vengono fatte concessioni per arrivare al risultato desiderato come in Siria, è vista con diffidenza.

Ma c’è da registrare comunque una netta controtendenza dell’opinione pubblica israeliana rispetto all’atteggiamento del suo esecutivo, che si regge soltanto su un’ostinata maggioranza parlamentare. Il paese è esausto e vuole altro. Mentre Netanyahu si prepara per l’ennesima invasione di terra a Gaza, sempre meno riservisti si stanno presentando ai loro reparti di appartenenza, rendendo incerta la fattibilità delle operazioni.

Di certo però c’è un elemento: l’amministrazione Trump, non tollererà intoppi lungo il percorso che ha intrapreso, e questo comprende Netanyahu e i suoi alleati. Gli strumenti per forzare la mano non mancano, a partire dalla programmata rinegoziazione del Memorandum of Understanding con Israele nel 2026, per finire a quanto più temuto in questi giorni: il riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese.