Accordo quadro con l’UE. Chi davvero attacca federalismo e diritti popolari?

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 

Ancor prima di essere letto (non essendo ancora stato parafato pochi sono infatti quelli che l’hanno potuto fare), l’accordo quadro con l’Unione europea, i cosiddetti Bilaterali III, è fonte di polemiche. Non appunto per il pacchetto in sé (quattro decreti: uno per la stabilizzazione delle relazioni bilaterali e tre per lo sviluppo nei settori della sicurezza alimentare, dell’energia elettrica e della sanità), ma per la decisione del Consiglio federale di sottoporlo a referendum facoltativo, obbligatorio, che per essere respinto o approvato necessita della sola maggioranza del popolo, non a quello obbligatorio, che necessita della maggioranza di popolo e Cantoni.

Apriti cielo! La destra è subito salita sulle barricate, parlando chi di “scorciatoia pericolosa” che addirittura “tocca il cuore stesso della nostra democrazia diretta” (Diego Baratti, UDC), chi di “un inaudito attacco al federalismo”, ossia “all’essenza stessa del nostro Paese” (Lorenzo Quadri, Lega). Potremmo continuare, ma il tono delle reazioni alla decisione dell’Esecutivo federale è questo.

Interessante notare come nelle argomentazioni della destra nostrana e nazionale compaia sempre il richiamo ai principi fondanti della Confederazione, in particolare federalismo e diritti popolari. Sanciti, come si sa, nella Costituzione federale. Di conseguenza ci pare operazione non priva di una qualche utilità ricordare quello che la nostra carta fondamentale, approvata da popolo e Cantoni, afferma in proposito, e in sovrappiù un compendio minimo di storia dei diritti popolari, che non sono scritti nella pietra come le tavole di Mosè ma da sempre in continua evoluzione.

In effetti nel 1848, data di nascita dell’attuale Confederazione elvetica, erano quasi inesistenti (non esistevano ancora neppure il franco svizzero e l’esercito, figuratevi un po’). Sul piano federale era previsto solo il referendum costituzionale obbligatorio. Niente referendum legislativo quindi, che verrà introdotto nel 1874, niente iniziativa costituzionale, introdotta nel 1891, soprattutto niente referendum sui trattati internazionali, per il quale bisognerà attendere quasi 80 anni, dato che risale al 1921 (questa possibilità è stata rivista nel 1977 e nel 2003).

Da notare inoltre che nel 2012 ben il 75,2% dei votanti e tutti i Cantoni, nessuno escluso, hanno affossato l’iniziativa “Accordi internazionali: decida il popolo!“, che chiedeva di sottoporre a referendum obbligatorio gli accordi con l’estero che comprendono norme di legge, ponendo così limiti alla loro ingerenza in politica estera, che è di competenza esclusiva della Confederazione (art. 54 cpv.1 della Costituzione: “Gli affari esteri competono alla Confederazione”). Gli accordi internazionali come quello in oggetto, anche se i Cantoni vengono spesso associati e consultati durante le trattative (art. 55 e seguenti), sono dunque trattati con la controparte estera e poi firmati dal Consiglio federale e in seguito discussi e se del caso approvati dall’Assemblea federale. A questo punto è data la possibilità del referendum.

Se obbligatorio o facoltativo lo stabilisce, una volta ancora, la Costituzione svizzera, non la parte politica di turno a dipendenza dei suoi interessi. L’articolo 140 recita che vanno sottoposti al voto di popolo e Cantoni: le modifiche della Costituzione (non è il caso dell’accordo quadro), l’adesione a organizzazione di sicurezza collettiva o a comunità sovranazionali (non è il caso dell’accordo quadro); le leggi federali dichiarate urgenti, prive di base costituzionale e con durata di validità superiore a un anno (non è il caso dell’accordo quadro). Il resto, tutto il resto, è sottoposto a referendum facoltativo (è il caso dell’accordo quadro).

Da notare che comunque l’Assemblea federale ha ancora la possibilità di modificare la decisione del Consiglio federale. Le è infatti data la possibilità di ricorrere al cosiddetto diritto costituzionale non scritto, che prevede la possibilità del referendum obbligatorio sui trattati internazionali a carattere costituzionale. Non sembra tuttavia essere qui il caso, dato che i Bilaterali III non intaccano in alcun modo la Costituzione federale. A riprova di ciò giova ricordare che sia i Bilaterali I che i Bilaterali II furono sottoposti a referendum facoltativo; difficile dunque comprendere il motivo per cui l’accordo quadro dovrebbe ricevere un trattamento diverso. 

In diritto, perché da un punto di vista politico la questione è di facile interpretazione: ad eccezione di quella dello Spazio economico europeo (SEE) nel 1992, ottenuta per di più grazie al decisivo appoggio della sinistra e del mondo sindacale, mai la destra nazionalista è riuscita ad opporsi a un accordo con l’UE: non ai Bilaterali I nel 2000, approvati con il 67,2% dei voti favorevoli, non nel 2005 ai Bilaterali II (56% di sì) e all’estensione della libera circolazione delle persone (56%), non alla successiva estensione della libera circolazione delle persone (59,6%) nel 2009, non al recepimento della direttiva UE sulle armi (63,7%) nel 2019 e nel 2022 alla partecipazione a Frontex (71,5%).

Il voto popolare insomma non la premia, mentre i Cantoni sono più possibilisti. Ad esempio, fosse stato usato il referendum obbligatorio, oggi sia pure per un misero mezzo cantone non parteciperemmo allo Spazio Schengen né all’accordo di Dublino. Da chiedersi quindi chi davvero perverte il federalismo e i diritti popolari per i propri interessi: coloro che usano con coerenza la nostra Costituzione oppure gli altri?

Nell’immagine: i “valori nazionali” non appartengono solo alla destra (da una campagna PS)


Il genocidio e l’archivio coloniale che si riapre

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 

Di Iain Chambers, il manifesto

Nessuno possiede una lingua. Insistere su questa banale constatazione, quando gli altri mezzi della sfera pubblica sono sempre più soggetti a censura, non significa semplicemente mantenere un distacco critico.

Se, come ha insistito Hannah Arendt, ciò che rimane è il linguaggio, allora questa affermazione propone anche l’inizio di un processo per ribaltare il suo controllo da parte della retorica mortale che attualmente cerca di esercitarlo. Il paradosso del controllo del linguaggio a sostegno dell’oscenità omicida che si sta verificando a Gaza, ovvero il diritto di Israele a difendersi da chi sta opprimendo e massacrando, ha portato a sganciare il concetto di genocidio da una definizione esclusivamente etnica e religiosa legata all’esperienza ebraica moderna.

Inizialmente, nei giorni e nelle settimane successive al 7 ottobre 2023, persino i commentatori di sinistra hanno mostrato cautela nell’applicare il termine “genocidio” ai crescenti massacri e alle uccisioni indiscriminate di civili nella Striscia di Gaza. Tuttavia, con il passare del tempo, le prove sono aumentate e sono state trasmesse in diretta streaming, oltre a essere confermate dalle dichiarazioni del governo israeliano che non lasciavano dubbi: tutti i palestinesi dovevano essere considerati animali, terroristi e combattenti da eliminare. Che il massacro abbia inizio. E continua.

Alcune testate internazionali come The Economist e The Financial Times hanno incominciato a criticare la brutalità della politica israeliana, e l’ex Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha sostenuto che si tratta effettivamente di genocidio. Ultimamente il termine è comparso di sfuggita persino sul Corriere della Sera. Forse si inizia ad alzarsi un altro vento.

Se le accuse di antisemitismo sono diventate sempre più insensate nella loro applicazione indiscriminata a qualsiasi critica, perfino quando proviene da ebrei dissidenti, a Israele, al sionismo e alla sua arroganza coloniale di fondo, anche la controversia sull’applicazione del termine “genocidio” ha riaperto brutalmente un archivio coloniale e la sua centralità nella costruzione della modernità occidentale.

Nel 1905, Sir Roger Casement, successivamente giustiziato da Londra per le sue attività di repubblicano irlandese, scrisse un rapporto ufficiale per il governo britannico sugli abusi dei diritti umani della popolazione indigena del Congo belga. Documentò la schiavitù, le mutilazioni, le torture, gli omicidi e il regno del terrore organizzato per l’estrazione di caucciù e avorio nel feudo privato del re Leopoldo. Lì incontrò Joseph Conrad, il futuro autore di Cuore di tenebra. In seguito, condusse spedizioni di ricerca su abusi simili contro i Putumayo da parte degli imperi del caucciù in Amazzonia. In Inghilterra, i suoi resoconti provocarono l’indignazione dell’opinione pubblica e l’avvio di procedimenti giudiziari. Se in Amazzonia i morti e i massacri furono migliaia, in Congo le vittime furono molte di più, forse fino a dieci milioni. Nel 1915, lo storico britannico Arnold Toynbee preparò rapporti dettagliati per il Ministero degli Esteri britannico su quello che descrisse come lo sterminio degli armeni sotto gli Ottomani in Anatolia e nelle marce della morte nel deserto della Siria.

Il termine “genocidio” fu coniato all’inizio degli anni Quaranta dell’ultimo secolo dall’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin, che riconobbe l’eliminazione degli armeni come un caso di genocidio. Egli utilizzò il concetto per descrivere la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico attraverso l’eliminazione della sua vita politica, sociale, culturale e religiosa. Il termine fu adottato come base della Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite nel 1948. Il documento finale fu modificato e diluito dai vincitori della Seconda guerra mondiale per proteggere le proprie storie e i propri interessi. In effetti, lo stesso Lemkin considerava il documento approvato un fallimento.

Elaborato come risposta immediata alla persecuzione degli ebrei europei e alla Shoah, Lemkin non escluse esplicitamente altre atrocità storiche né esitò ad applicare il concetto retrospettivamente. Egli considerava il genocidio una costante della storia umana e, nel periodo moderno, profondamente legato al colonialismo e all’imperialismo. Se per gran parte del mondo la modernità occidentale ha significato semplicemente colonialismo, nel corso della sua storia ha anche rappresentato un incontro persistente con intenti genocidi. Il salto temporale tra lo slogan «L’unico indiano buono è quello morto», pronunciato dai cowboy in un saloon, e «L’unico arabo buono è quello morto», scritto oggi lungo la strada in Israele, tradisce una coerenza mortale.

Ci troviamo quindi a convivere con il termine “genocidio”. Non, proprio come il colonialismo, semplicemente una cosa del passato, specifica di un tempo e di un luogo, o ristretto alla storia di un popolo. Indica strutture più profonde di potere, oppressione e brutalità che continuano a modellare le nostre vite. In questo caso, la semantica viene sottratta alla purezza teocratica e ideologica e ai guardiani di ogni singolo racconto del tempo. La lingua tradisce sempre un eccesso ineluttabile che rifiuta di essere intrappolato nei confini di un ordine imposto. Se alla fine è il linguaggio a rimanere, esso sostiene sempre un ritorno che interroga il presente proprio con ciò che cerca di negare.


A Gaza non c’è più tempo

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 

Di Martina Marchiò*, La Stampa

La guerra cambia i lineamenti delle persone. Forse perché ne modifica lo sguardo, lo rende perso, forse un po’ più spento, rendendo gli occhi più piccoli e cerchiati. Le persone che hanno visto la guerra le riconosci dallo sguardo che qualche volta si perde e dalla capacità di tendere l’orecchio per ascoltare cosa accade lontano.

Qui a Gaza le persone iniziano ad avere gli occhi cerchiati, molte si trascinano per la strada, alcune mi guardano facendo con la mano il gesto di portare qualcosa alla bocca per indicare che hanno bisogno di cibo. Spesso abbasso lo sguardo sentendomi colpevole, poi rivolgo un sorriso: «Sorry! Scusa non ho niente da darti» dico con la voce bassa. Quasi sempre la persona comprende e mi sorride. Come si fa a restare occhi negli occhi con chi ha fame e vorrebbe solo mangiare.

Nel mondo normale, quello fuori dal muro, c’è un’infinita quantità di cibo. È strano pensare che un semplice muro possa essere decisivo rispetto a chi vive e a chi muore, a chi ha la pancia piena e a chi viene affamato. La maggior parte delle cucine comunitarie ha chiuso, così come i forni. Nelle ultime due settimane nelle cliniche di Medici Senza Frontiere (MSF) a Gaza City abbiamo registrato un aumento del 32% di pazienti che soffre di malnutrizione.

Che cos’è la dignità di un essere umano quando neanche i bisogni primari dell’uomo vengono rispettati? Mi sembra impossibile che questo stia accadendo nel 2025 nell’impunità più assoluta.

Sono giorni di limbo questi, che mi ricordano ciò che accadde un anno fa mentre ero nel sud della Striscia, durante la mia prima missione a Gaza con MSF, in attesa di scoprire che Rafah sarebbe stata invasa. Nell’aria c’è la stessa sensazione di ineluttabilità e false promesse, con un barlume di speranza che ci spinge ad andare avanti. Nessuno, però, ha più la forza di un anno fa, né le persone né gli ospedali, e tutti vanno avanti stanchi trascinandosi verso un futuro che si spera possa essere migliore.

Qualcuno oggi mi ha detto: «Non importa quello che accadrà, qui siamo abituati a rialzarci sempre. Lo abbiamo fatto per decenni e lo faremo ancora». Parole di resilienza e di forza che per un istante mi hanno dato speranza. Nessuno può sapere ciò che accadrà, ci si prepara a vari scenari possibili sperando che finalmente si possa scrivere la parola fine a questo orrore che va avanti da troppo tempo.

Nella notte, dopo gli attacchi, c’è un silenzio surreale, neanche una luce negli edifici e nelle tende intorno a noi. Il silenzio fa paura, soprattutto quando viene spezzato dal boato di un’esplosione un po’ più vicina. Allora quel barlume di speranza sembra lasciarci e ci si ritrova persi. Non c’è più tempo, Gaza non ha più tempo e il mondo deve rendersene conto.

*Responsabile medica di Medici Senza Frontiere (MSF) a Gaza


Il negoziato che svela il bluff di Putin

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Tanto tuonò che non piovve. Anzi piovvero solo insulti tra Mosca e Kiev in una non tanto nobile gara a chi dava con più forza del “pagliaccio” all’altro. In effetti gli ingredienti di una “pochade” diplomatica ci sono stati tutti nella giornata di ieri, quella che doveva essere delle «buone notizie» (Trump dixit). Con una rincorsa di delegazioni tra Istanbul, Ankara, Antalya e il presidente americano che alla fine sentenziava che «non accadrà nulla finché non ci incontriamo io e Putin», dopo che aveva detto che forse avrebbe potuto fare anche lui «un salto in Turchia venerdì».

Eppure il degradato incontro di Istanbul ha la sua importanza. Perché mette definitivamente a nudo lo zar, svelando il suo bluff di qualche giorno fa (pronto a negoziati «senza precondizioni») che pure qualcuno, più da parte americana che europea, era pronto ad accettare. Ma ancora di più perché questa ennesima presa in giro può far pendere l’ago della bilancia americana dalla parte ucraina, dopo che sembrava definitivamente schiacciato da quella russa.

Qualche segnale c’è già stato. Alla fine della settimana scorsa, durante un forum di politica internazionale tenutosi a Washington, il vice presidente J.D. Vance, lo spietato accusatore di Zelensky nell’oramai famoso incontro di fine febbraio alla Casa Bianca, a una domanda sulla posizione russa aveva risposto tra la sorpresa generale: «Noi pensiamo che i russi stanno chiedendo troppo». E il senatore Lindsey Graham, grande alleato di Trump, aveva dichiarato di avere pronto un disegno di legge con «sanzioni scorticanti» se Putin non si impegnerà seriamente in un negoziato di pace: con 72 senatori pronti a votarlo, a riprova che nel Senato il sostegno all’Ucraina è ancora solido.

La lezione di Istanbul è molto chiara. Putin, che viene dalla navigata scuola del Kgb, non fa mai nulla per caso (a differenza del grande improvvisatore Trump) e già dalla composizione della delegazione russa ha lanciato un messaggio: un copia-incolla della formazione del negoziato del 2022, che naufragò proprio a Istanbul. Stessa “location”, stessa delegazione (anche se i ruoli di alcuni suoi membri sono nel frattempo cambiati) e stessa agenda. Alla vigilia lo aveva precisato il vice ministro degli Esteri Sergej Ryabkov: al tavolo di Istanbul si dovrà «parlare della denazificazione dell’Ucraina» e delle questioni territoriali, a cominciare dalla Crimea. Da lì Putin vuole ripartire prima di accettare una tregua. Come se, intanto, non ci fossero stati tre anni di morti a decine di migliaia e di immani devastazioni.

La tattica di Putin — che da Pasqua in poi continua ad alternare proposte di tregua e di disponibilità al negoziato e bombardamenti sulle maggiori città ucraine — è di continuare la guerra fingendo di cercare la pace. Michael McFaul, ex ambasciatore americano a Mosca, ha detto al Financial Times: «Putin gioca sui tempi lunghi contando sul fatto che Trump perda la pazienza e l’interesse per l’Ucraina, e finisca per ridurre l’assistenza militare a Kiev indebolendone le difese».

Zelensky lo ha capito e sta usando contromosse per smascherare Putin e mostrare a tutti chi vuole davvero la pace. È andato comunque in Turchia e, pur sottolineando il diverso peso delle due delegazioni, non ha voluto svalutare l’incontro delle seconde linee dicendo che «almeno» potrebbe servire «a un primo passo verso la de-escalation, un primo passo verso la fine della guerra, in altre parole: un cessate il fuoco».

Ma, affinché si arrivi a risultati concreti, anche Trump deve capire a quale gioco gioca Putin. Invece, nonostante i segnali che sono arrivati dal suo vice Vance e dagli stessi senatori repubblicani, il presidente sembra ancora prigioniero del suo smisurato ego e anche della sua ammirazione per Putin (e per tutti gli uomini di forte comando). Le sue parole mentre stava per atterrare negli Emirati — «nulla accadrà finché non ci incontriamo io e Putin» — ne sono la conferma. Anche se poi ha aggiunto che «con tutti quei morti dobbiamo arrivarci». Lo diceva anche prima dell’elezione, promettendo tempi brevissimi. E invece non è stato ancora capace di trovare una data. Magari la commedia di Istanbul riesce a sbloccare l’agenda.


C’era una volta l’Amazzonia, il WWF: “In 15 anni rischiamo di perderla”

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 

Di Giacomo Talignani, La Stampa

C’era una volta l’Amazzonia. Con alte probabilità, a meno di una inversione di rotta netta, questo in appena quindici anni potrebbe essere il titolo non di una favola, ma di un libro di storia. L’Amazzonia, grande polmone verde del mondo, continua a stare male: soffre per gli effetti della deforestazione, degli incendi e della perdita di biodiversità ed arranca davanti alla crisi climatica mentre si sta pian piano trasformando da foresta pluviale a savana.

L’ennesimo grido d’allarme lo ha lanciato nelle ultime ore il WWF con una campagna chiamata SOS Amazzonia e la diffusione di un report che svela come fra appena 15 anni le condizioni della gigantesca area forestale sudamericana potrebbero essere irreversibili. “I dati indicano come purtroppo dal 1970 le pressioni causate dall’uomo su questo importante ecosistema siano aumentate esponenzialmente. Ad oggi ben il 17% della foresta amazzonica è stato perso. Nonostante i tassi di deforestazione si siano stabilizzati, si sta approcciando un pericolosotipping point (ovvero a un punto di non ritorno) che ne comprometterebbe definitivamente la resilienza” fanno sapere dal WWF specificando che “se un ulteriore 5% di foresta amazzonica venisse distrutta, la foresta amazzonica perderebbe definitivamente la sua resistenza e resilienza venendo sostituita da un’arida savana”.

Lo scenario indicato dal WWF è talmente plausibile che quest’anno, anche nel tentativo di portare gli occhi del mondo proprio sulla salute della grande foresta, la Conferenza mondiale delle parti sul Clima, la COP30, si terrà proprio in Brasile a Belém, nel cuore dell’Amazzonia. L’idea del governo Lula, che secondo i dati attuali ha in parte fermato i tassi di deforestazione, è anche quella di mostrare ai leader del Pianeta cosa rischiamo di perdere senza una efficace protezione dell’Amazzonia. Eppure, nonostante annunci e proclami sulla sua difesa, l’Amazzonia oggi continua ad essere sotto forte pressione: la deforestazione per favorire il mercato della soia e dell’agricoltura intensiva, gli incendi, l’impatto del comparto minerario così come gli effetti del riscaldamento globale innescato dalle emissioni umane, continuano a mantenere la “febbre” alta.

In più, ora le politiche dei dazi imposti dal presidente Usa Donald Trumprischiano – come avvenuto durante il suo primo mandato e il braccio di ferro commerciale con la Cina – di trasformare nuovamente l’Amazzonia in territorio da predare per le sue risorse naturali. Non solo: ad aprile, fanno sapere dall’Istituto nazionale di ricerca spaziale del Brasile (Inpe), c’è stato un aumento del 55% delle segnalazioni di disboscamento della foresta pluviale amazzonica rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Ciononostante, il Brasile per esempio ha annunciato una politica di “zero deforestazione” entro il 2030 che però senza sforzi unitari e globali indica una tabella di marcia impossibile da rispettare. Nel frattempo, denuncia il WWF, altre zone – come la Bolivia – stanno vedendo continue perdite di foresta pluviale amazzonica. “La Bolivia è il Paese in cui la foresta amazzonica presenta i trend più preoccupanti. A differenza degli altri Paesi sudamericani, in questa nazione la deforestazione è raddoppiata rispetto a inizio XXI secolo. La foresta amazzonica boliviana si estende per 55 milioni di ettari, terza dopo Brasile e Perù. Seppur rappresenti solo l’8% dell’estensione totale, l’Amazzonia andina (ovvero peruviana e boliviana) è considerata tra le più affascinanti e ricche in termini ecologici e culturali.

Tuttavia, dal 1990 il 34,7% della foresta amazzonica boliviana è stato perso a causa di deforestazione (19.4%, circa 8 milioni di ettari, due volte la Svizzera, di cui 5 milioni dopo il 2000) e degrado forestale (15.3%)” ricordano dall’associazione ambientalista. In Bolivia, come in altre aree amazzoniche, il fenomeno degli incendi boschivi è in crescita e si parla di “circa 3,8 milioni di ettari che vengono percorsi annualmente dalle fiamme in media, colpendo anche aree protette o territori indigeni.

Nel 2024 la siccità è stata prolungata con precipitazioni ben sotto la media e venti più forti: condizioni perfette per incendi intensi e di rapida espansione. Sono stati oltre 6 milioni di ettari percorsi dalle fiamme per circa 250.000 roghi. Oltre a danni economici e biodiversità, ci sono state conseguenze anche per la salute umana”. Per questo, nel ricordare che per l’Amazzonia “l’attraversamento di un punto di non ritorno provocherebbe effetti a cascata potenzialmente irreversibili”, il WWF oggi chiede a tutti coloro che vogliono sostenere il futuro della grande foresta pluviale di aderire alla campagna “SOS Amazzonia”: dal 5 al 25 maggio sarà possibile inviare un SMS solidale al n. 45584, oppure si può contribuire andando direttamente sul sito dell’associazione.


Nuvole grigie (e nere) sopra Lugano

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 

Più che nubi foriere di temporali estivi, cui di solito fa seguito una nuova luce che illumina il mondo, quelle che in queste settimane si stanno addensando nel cielo politico cittadino sono nuvole dense, sempre più compatte, sempre più nere. Niente pioggia liberatoria, solo un desolante grigiume.

La prima nuvola arriva da lontano, sospinta negli ultimi mesi da venti costanti: è la nuvola color antracite delle misure di risparmio finanziario, le prime, che permetteranno alla Città un risparmio di 10 milioni di franchi. Nonostante l’evidente necessità di una riflessione e di un’azione di ristabilimento delle finanze cittadine, quanto deciso dal Municipio appare inquietante, vagamente arbitrario, molto tecnico e poco strategico: si tratta qui di misure di risparmio puntuali, che non emergono però da una strategia politica chiara e completa sul lungo periodo, capace di riflettere sulle necessità della popolazione e su tutti i fronti: spese, investimenti, ricavi, moltiplicatore d’imposta. Lugano non può bloccarsi per sistemare i conti, ma deve trovare un altro modo di svilupparsi garantendo una buona qualità di vita per tutti.

Spiccano nel nerume della nube i tagli nella socialità e dell’istruzione, che indignano: tra questi si contano la riduzione delle settimane didattiche fuori sede per le scuole elementari, il dimezzamento del contributo comunale per gli allievi luganesi della Scuola Media (il contributo alla cosiddetta cassa allievi), la riduzione del contributo destinato alla Fondazione per le facoltà dell’USI, la diminuzione di quello pensato per il Regolamento Sociale. In una situazione finanziaria ben più che fragile, non è né pensabile né accettabile che a risanare i conti di questa Città-vetrina dalle ambizioni faraoniche siano proprio i servizi che sono invece a disposizione dei cittadini e delle cittadine giovani, come pure dei cittadini e delle cittadine meno forti, che più che mai hanno bisogno del sostegno dell’ente pubblico. I tagli nel settore culturale poi lasciano sconcertati e sbigottiti di fronte a un evidente immobilismo nell’ideazione e nella gestione dell’offerta culturale. Le misure di risparmio non solo riducono drasticamente il contributo pubblico all’offerta culturale istituzionale, ma per la loro vastità generano altri nubi grigie su ciò che ancora manca, e tanto, nell’offerta culturale luganese, ovvero il sostegno alla cultura indipendente per la realizzazione e la promozione culturali, un sostegno sempre promesso e propagandato ma mai realizzato.

La seconda nuvola è quella dell’incoerenza e della mancanza di trasparenza: l’Esecutivo della Città non ritiene di dover comunicare in maniera tempestiva e chiara le sue decisioni, né quelle difficili dettate dal rigore finanziario né quelle strampalate determinate da un agire discontinuo ed improvvisato. Ecco allora che negli stessi giorni in cui dilaga il segreto di Pulcinella delle misure di risparmio (mai comunicate, ma ormai note a tutti) si scopre che il Municipio ha stanziato 100’000 franchi per la strategia di comunicazione relativa all’acquisto dell’Arena Sportiva. 100’000 franchi, ed è solo la prima tranche di una fumosa quanto prevedibile ulteriore spesa negli anni a venire, destinati alla pubblicizzazione di un progetto di cui ormai anche i sassi sanno tutto. 100’000 franchi di spesa non preventivata, negli stessi giorni in cui si propone, per esempio, il taglio di 70’000 franchi quale contributo per le attività scolastiche extra-didattiche degli allievi luganesi delle Scuole Medie. La sensazione è che si voglia in tutti i casi evitare un confronto chiaro e trasparente con la cittadinanza, e soprattutto che non si tolleri un eventuale quanto probabile dissenso.

La terza nuvola, nera come la pece, è quella della tracotanza e della prepotenza, che il confronto ed il dissenso proprio non li considerano. L’UDC ed il suo eletto in Municipio Marco Chiesa si sono resi registi e protagonisti di una spregevole sit-com, che, approfittando delle zone grigie lasciate da una legislazione decisamente carente in materia di governance, ha permesso al municipale democentrista, nonostante i pochissimi voti ottenuti, di entrare nel CdA di AIL come rappresentante del Legislativo, in chiaro sprezzo di ogni senso etico nell’agire politico e della divisione di ruoli e poteri. Quanto compiuto è un atto di forza, un attacco istituzionale ai valori democratici che deve preoccupare per la noncuranza e la convinzione con cui è stato perpetrato. Come devono preoccupare le reali intenzioni di Chiesa: non può infatti essere solo un capriccio infantile l’ambizione sfrenata ad entrare nel CdA di AIL, né la brama di ottenere un ulteriore gettone di presenza.

Sopra Lugano si addensano nuvole. A Lugano non brilla il sole della chiarezza e della trasparenza. A Lugano quando piove l’acqua non pulisce lo sporco ed il marcio che si accumulano. Sopra Lugano si addensano nuvole, portate dai venti che soffiano da destra.

Nina Pusterla è capogruppo della Sinistra in Consiglio comunale a Lugano


Al banchetto delle commesse pubbliche su incarico diretto

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 

Lo scorso 14 aprile, la Lega dei Ticinesi ha depositato un’interrogazione in merito ai mandati pubblici assegnati senza concorso da parte del Cantone Ticino, i quali hanno raggiunto i 182 milioni di franchi. A parte la spennellata pesante dell’ormai tipica xenofobia leghista – Il Consiglio di Stato fa molto per gli asilanti e poco per trattare con parsimonia i soldi dei contribuenti –, il partito di via Monte Boglia chiede ragguagli in merito alle commesse dell’anno 2024 aggiudicate su invito o incarico diretto da parte del Cantone con importi superiori a franchi 5’000. 

Secondo la Lega dei Ticinesi «la quantità e la natura di alcuni mandati sollevano legittimi interrogativi sull’opportunità di certe spese e sulla definizione di efficacia, economicità e parsimonia». In particolare il partitone del “prima i nostri” è urtato da «alcune spese rilevanti legate all’accoglienza di richiedenti d’asilo e profughi». 

L’interrogazione leghista permette di formulare alcune considerazioni politiche di ampio respiro sulla questione delle commesse pubbliche su invito o incarico diretto. 

I problemi di fondo legati alle commesse pubbliche

La Lega dei Ticinesi scrive che «in un momento in cui si parla di razionalizzazione della spesa pubblica, è lecito chiedersi se questi mandati siano sempre realmente prioritari, proporzionati nei costi e selezionati con criteri trasparenti». Effettivamente le commesse pubbliche su invito o incarico diretto sollevano parecchi dubbi; ma anche e soprattutto perché costituiscono un vettore privilegiato attorno al quale vengono costruiti i rapporti d’interesse fra politica e mondo imprenditoriale, una leva potente con la quale stimolare gli scambi di favori fra i partiti politici che controllano gli esecutivi e le loro amministrazioni e certi settori d’imprenditori che dalla “mammella pubblica” traggono importanti profitti. 

Detto in altre parole, queste commesse concorrono a formare una commistione fra interessi pubblici e privati che è uno dei canali privilegiati alla base del clientelismo storico che affligge il Ticino. Il clientelismo, ricordiamolo, è una pratica sociale particolarmente pregnante nelle realtà contraddistinte da una struttura economica relativamente debole, nella quale i finanziamenti pubblici giocano un ruolo più importante rispetto ad altri contesti. Perciò il personale politico e amministrativo che gestisce le finanze pubbliche instaura un sistema di favoritismi e scambi, fondato soprattutto sull’assegnazione arbitraria o  opaca di risorse o su varie forme di sovvenzionamento (diretto e indiretto) nei confronti di privati quale contropartita del sostegno dato al momento di scadenze elettorali , ma anche alla gestione generale degli orientamenti politici dominanti. 

Le commesse pubbliche su incarico diretto: un fenomeno dilagante a tutti i livelli

La Lega dei Ticinesi, ricorrendo alla sua ormai classica doppia morale di fustigatrice del malcostume ticinese e di partito dominante in quasi tutti i livelli politici (Comuni e Cantone), solleva dei dubbi solo nei confronti della gestione delle commesse pubbliche su invito o incarico diretto emesse dall’amministrazione cantonale. Naturalmente, questo partito dimentica di avere due consiglieri di Stato su cinque, quindi un controllo sul 40% dei servizi cantonali. Cosa che dovrebbe spingerla ad interrogarsi sul suo ruolo in questa “spartizione” delle risorse pubbliche. In questo giochetto del partito “barricadero nazional popolare” la Lega dei Ticinesi tace su un altro fattore determinante: il sistema delle commesse pubbliche riguarda tutti i livelli del potere politico-amministrativo, coinvolgendo ampiamente anche i comuni, i bastioni del potere dei partiti politici dominanti, quindi anche della Lega quale componente ormai strutturale del potere istituzionale borghese. 

Il Cantone ha speso nel 2024, sotto forma di commesse pubbliche su invito o incarico diretto, la cifra di 182,1 milioni di franchi. Per dare un ordine di grandezza, ciò rappresenta il 4,1% di tutte le spese cantonali (4’422 milioni di franchi) ma ben il 40,6% delle uscite per investimenti (448,7 milioni) realizzati nel 2024 a livello cantonale. A queste cifre vanno aggiunte le commesse pubbliche su invito o incarico diretto pagate dai comuni ticinesi nel 2024. Queste hanno raggiunto il numero di 9’928 emissioni per la cospicua cifra di 274,1 milioni di franchi (cfr. tabella allegata). Dunque, nel 2024 tra cantone e comuni sono state somministrate commesse pubbliche su invito o incarico per 451,6 milioni di franchi; quasi mezzo miliardo di franchi di risorse allocate sulla base di criteri la cui oggettività e il cui rispetto della legge sono di difficile controllo, ancora di più se non vi è alcuna volontà di farlo. E si tratta di un sistema ramificato che parte dal cantone e si estende a tutti i comuni del Ticino, ovviamente con intensità diverse. 

La Legge sulle commesse pubbliche (LCPubb) sistematicamente ignorata…

La Legge sulle commesse pubbliche (LCPubb), fissa il principio secondo il quale «le procedure di pubblico concorso o selettiva sono la regola» (art. 7, cpv. 1). I valori che abbiamo raccolto sconfessano questo principio, nella misura in cui le commesse su invito e su incarico diretto si sono ampiamente diffuse, ben oltre quanto fissato dalla legge e dalla volontà del legislatore.
Il giudice Matteo Cassina, presidente della sezione di diritto pubblico del Tribunale di appello, colloca le commesse su invito e su incarico fra le «procedure a concorrenza limitata». La prima tipologia si «caratterizza per il fatto che il committente decide lui stesso direttamente e senza pubblicazione del bando, quali offerenti possono presentare un’offerta entro un determinato termine. Nell’ambito delle procedure rette dal diritto cantonale, tale modo d’agire può essere adottato alternativamente se la commessa supera determinati valori soglia, se nell’ambito di una procedura libera o selettiva non vengono presentate offerte accettabili o se nessun offerente adempi i criteri di idoneità richiesti oppure ancora se la commessa richiede qualità e abilità professionali particolari, l’applicazione di provvedimenti o attrezzature speciali»[1]. Da questa citazione si desume facilmente come la procedura su invito sia una forma di commessa particolare, definita sulla base di precisi parametri e il cui uso per sua stessa natura non può che essere circoscritto.

Per la seconda casistica, le procedure su incarico diretto, il giudice Cassina traccia una definizione ancora più restrittiva: «si tratta del caso in cui il committente aggiudica direttamente la commessa ad un privato senza procedere alla pubblicazione del bando di concorso. In pratica è un “non-concorso” e per questo motivo tale procedura è applicabile soltanto nei casi particolari esaustivamente previsti dalle varie leggi applicabili. In una sua decisione del 3 novembre 2000 la Commissione federale di ricorso in materia di acquisti pubblici ha specificato che proprio per tenere conto dell’eccezionalità di questa procedura, le condizioni previste dalla legge per la sua applicazione devono essere interpretate in modo restrittivo. Tali condizioni sono ad esempio: l’esiguità del valore della commessa (…); se per le peculiarità tecniche od artistiche dell’offerta o se per motivi derivanti dalla protezione della proprietà intellettuale un solo concorrente entra in linea di conto; in caso di imprevedibile urgenza; se sono acquistati beni ad una borsa di merci; nel caso di commesse aggiudicate al vincitore di un concorso di progettazione; se il committente acquista dei prototipi o prestazioni nuove fabbricate a titolo sperimentale, di ricerca o di studio»[2]. Citazione estesa ma che ha il merito della chiarezza: la commessa su incarico diretto è un’eccezione chiaramente definita.

Per il giudice Cassina «il problema della procedura per incarico diretto è dato dalla mancanza di pubblicità verso l’esterno che rende difficoltosa l’opposizione da parte di altri potenziali offerenti»[3]. Più in generale, questa procedura rende estremamente difficoltoso qualsiasi controllo diretto e immediato della politica sulla gestione di queste ingenti risorse pubbliche. Nel migliore dei casi, la situazione può essere valutata a posteriori, un anno dopo, quando ormai le commesse sono già state assegnate. Alla stessa stregua, questa procedura impedisce la verifica oggettiva relativa ai prezzi praticati, i quali potrebbero essere più elevati di quelli comunemente praticati, provocando una maggior spesa pubblica. Infine, vi è il problema legato al fatto che le commesse su incarico diretto, a causa della loro totale discrezionalità e opacità, possono essere lo strumento perfetto con il quale consolidare le logiche clientelari, ossia lo scambio binario fra interessi politico-elettorali ed economici dei ceti sociali dominanti all’interno di una determinata realtà. Sulla base dall’analisi quantitativa proposta più sopra, è possibile concludere che in molti comuni e a livello cantonale, il principio legale alla base delle commesse pubbliche è stato ribaltato, trasformando l’eccezione nella regola. Di fatto si è instaurata un’infrazione sistematica della legge. E questo senza suscitare reazioni particolari.

Lugano capitale del sistema delle commesse pubbliche dirette…

Gli strali della Lega colpiscono il cantone ma tacciono, per esempio, sulla città di Lugano, ormai un feudo politico-amministrativo che controlla in maniera ferrea. Come principale città del Cantone, è scontato che Lugano si trovi in testa ai comuni con il maggior ricorso alle commesse pubbliche su invito o incarico con importi superiori a 5’000 franchi. Colpisce, però, l’importo versato a questo scopo nel 2024: ben 63,7 milioni di franchi, suddivisi in 2’190 commesse, pari a una media di 29’000 franchi per commessa. Sorprendente è anche l’evoluzione che ha conosciuto questa particolare forma di gestione delle risorse pubbliche sulle rive del Ceresio. A partire dal 2016 questo tipo di commesse ha raddoppiato il proprio valore, quasi triplicandolo nel 2024. Una vera e propria continua ascensione. Sempre nel 2024, Lugano ha erogato 2’190 commesse, contro le 4’013 del Cantone.

La città sul Ceresio ha concesso il 22,3% di tutte le commesse emesse dai comuni ticinesi. La dimensione numerica traduce l’importanza che ha assunto questa forma di finanziamento alle imprese private, con le potenziali derive che possono accompagnarla.

Non solo il principio generale è sistematicamente infranto ma addirittura si intravedono chiaramente i meccanismi di aggiramento dei “paletti” previsti dalla LCPubb per controllare l’ambigua procedura della commessa su incarico diretto. E ciò emerge oggettivamente dall’analisi qualitativa di queste commesse emesse dal comune di Lugano. Se ci si prende la briga di analizzare le 169 pagine di dati che concernono questa tipologia di commesse, dopo un primo momento di familiarizzazione, si intravedono chiaramente le infrazioni e le “tecniche” per aggirare la legge.

Per esempio, se prendiamo il criterio dell’urgenza, ritroviamo una pletora di commesse concesse per la pulizia di stabilimenti, dalle scuole alle palestre e piscine, passando per degli interi immobili di proprietà comunale. Si tratta, in sostanza, di attività di manutenzione, assolutamente pianificabili, ripetitive nel tempo e concesse anche su base annuale. Impossibile anche solo pensare che queste commesse siano concesse nell’urgenza. Un esempio concreto. La società di pulizie S & S Service & Service SA ha ricevuto dal 2013 al 2024 ben 190 commesse su incarico diretto per un valore complessivi di 2,647 milioni di franchi. Nel 2023, le commesse si sono elevate a 28 per un importo di 389’322 franchi, nel 2024 il loro numero è salito a 30 per 464’909 franchi. Importi considerevoli che avrebbero potuto interessare altre imprese di pulizia ma che invece sono state sottratte al confronto. Diverse commesse ricevute dalla S & S Service & Service SA hanno la dicitura “Pulizie PuntoCittà Balestra (per l’anno 2024)”, “Pulizie Ex Municipio Pambio-Noranco (per l’anno 2024)”, a dimostrazione del loro carattere pianificabile e non urgente. Come anche “Scuola elementare Besso – Opere di pulizia”, “Pulizia uffici Dicastero Sport, spogliatori e WC + skate park”, “Camere mortuarie – Opere di pulizia”, ossia infrastrutture esistenti e per le quali è scontato prevedere il bisogno di pulizie regolari. Anche nel settore dell’edilizia si delineano situazioni simili. Citiamo per esempio il caso della ditta Spalu SA, attiva in modo specifica nella pavimentazione stradale. Tra il 2020 e il 2024, questa società ha ricevuto 132 incarichi diretti per una somma complessiva di 6,908 milioni di franchi. Pure in questo frangente, molte delle commesse su incarico diretto appaiono in contraddizione con i principi della LCPubb. Nella maggioranza delle commesse elargite, solo il rispetto del parametro del valore rientra nei termini di legge: le opere di pulizia in questione sono infatti inferiori ai 150’000 franchi previsti per le prestazioni di servizio, così come le attività di pavimentazione stradale sottostanno al limite dei 300’000 franchi. Ma è anche vero che il comune di Lugano ha applicato un’estesa opera “affettamento” delle attività in questione, le quali, se ricomposte, superano ampiamente il tetto dei 150’000 franchi e, rispettivamente, dei 300’000 franchi. La legge in questo frangente è stata rispettata? Difficile dirlo. Le commesse cadauna sono inferiori ai limiti della legge, però il ricorso sistematico alla procedura su incarico diretto spesse volte, come nel caso della S & S Service & Service SA e della Spalu SA, infrange l’articolo 7 della LCPubb che determina l’eccezionalità di questa forma di commissione pubblica mentre la politica del comune di Lugano ne ha dato una dimensione di assoluta normalità.

Sicuramente, però, non è stata rispettata la volontà del legislatore, né gli orientamenti della giurisprudenza. È infatti evidente che l’intento politico e legale era quello di limitare in maniera precisa il ricorso alla procedura su invito e su incarico diretto, per evitare una distorsione della concorrenza (intesa come possibilità garantita a tutti gli interessati di partecipare a delle gare d’appalto) e una perdita di controllo sulla gestione di consistenti mezzi finanziari pubblici. E noi aggiungiamo pure che si trattava di evitare la formazione rendite clientelari, il cui effetto è anche quello di un aumento e di uno sperpero delle risorse finanziarie pubbliche. Detto altrimenti, le opere di pulizie e di pavimentazione stradale invece di essere “spacchettate” e poi direttamente consegnate alle ditte citate, potevano e dovevano essere riunite in diversi lotti e fare l’oggetto di una gara d’appalto pubblica. Ciò avrebbe permesso di operare un maggiore controllo pubblico, di offrire eventuali possibilità di ricorso, ecc.

E il sistema va avanti nel silenzio accondiscendente generale…

La fotografia che abbiamo scattato, sia a livello generale che del comune di Lugano, fissa indelebilmente l’esistenza di un sistema di gestione delle risorse pubbliche problematico, tanto dal punto di vista legale che politico. Un sistema che andrebbe attentamente e criticamente scandagliato, nell’ottica di stabilire in che maniera le commesse pubbliche su invito e su incarico diretto rispondano a dei reali bisogni e in che misura, invece, concorrano ad alimentare dinamiche nocive, in termini di gestione degli interessi pubblici, fino al rischio che favoriscano la conformazione d’interessi clientelari fra politica e imprenditoria privata. La realtà ci dice che nessun organo pubblico, politico o giudiziario si interessa a questa problematica. Un immobilismo che fa comodo a tutti. Se questa è la situazione in un ambito comunque sottoposto a norme legali, dobbiamo chiederci cosa succeda laddove è lasciato un margine di manovra totale, laddove non esiste neppure l’obbligo di recensire queste commesse. Facciamo riferimento a quelle con un valore inferiore ai 5’000 franchi. A questo livello domina la totale opacità. Impossibile conoscere il loro montante totale, impossibile sapere con che frequenza siano destinate a certe imprese, impossibile valutare in che misura sia giustificate e se le cifre corrisposte rispettino i prezzi correnti. Nulla, tutto si perde nei meandri delle amministrazioni. I difensori del sistema diranno che qualsiasi forma di controllo è tecnicamente difficile e generatrice di burocrazia. Scusa di difficile difesa. Queste spese sono comunque conteggiate nella contabilità, si tratta semplicemente di costituire la stessa tabella che per le commesse superiori ai 5’000 franchi. È puramente una questione di volontà politica. Piuttosto di affrontare queste problematiche, si preferisce denunciare le commesse dirette elargite nell’ambito dell’assistenza ai richiedenti d’asilo, secondo il principio di focalizzare l’attenzione sui fatti marginali, nascondendo invece la dimensione sistemica di una gestione opaca delle risorse finanziarie pubbliche…

Matteo Poretti è coordinatore dell’Mps del Luganese


Ucraina, a Istanbul un colloquio tra fantasmi

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 

Di Sabato Angieri, il manifesto

All’ultimo momento: Vladimir Putin non parteciperà al vertice di Istanbul che lui stesso ha convocato. Non sono servite neanche le preghiere dell’amico Lula, volato a Mosca per provare il colpo di scena all’ulti. Alla fine non ci saranno neanche il ministro degli Esteri Lavrov (indicato inizialmente come possibile capo-delegazione) né Leonid Slutsky, il presidente della commissione Affari internazionali della Duma (la camera bassa russa) che aveva preso parte ai colloqui con gli ucraini nel 2022. Tuttavia quest’ultimo ha dichiarato alla stampa locale che tra i vari punti all’ordine del giorno potrebbe esserci uno scambio totale di prigionieri di guerra. Ma chi discuterà questi temi se il Cremlino ha deciso che nessuna delle figure apicali del governo sarà in Turchia? Secondo l’agenzia russa Tass, la squadra russa sarà guidata dall’assistente presidenziale Vladimir Medinsky. Con lui ci saranno il viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin, il capo della direzione principale dello Stato maggiore delle Forze armate russe Igor Kostyukov e il viceministro della Difesa Alexander Fomin e altri tre esperti.

«L’EPICENTRO della diplomazia mondiale è ora in Turchia» aveva scritto sul suo profilo Twitter il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga, membro della delegazione di Zelensky atterrata ieri ad Ankara. «Ho ribadito l’impegno dell’Ucraina per la pace, la nostra disponibilità immediata e incondizionata a un cessate il fuoco completo e duraturo. Putin deve smettere di rifiutare il cessate il fuoco e di evitare l’incontro con il presidente Zelensky». Le parole di Sybiga dicono molto dell’importanza che ha assunto la riunione di Istanbul per i vertici ucraini. Malgrado l’adesione incondizionata imposta via social network da Donald Trump, e non a patto che il Cremlino accettasse la tregua di 30 giorni come volevano gli europei, Kiev ha presto deciso di fare sua questa opportunità mediatica e diplomatica.

LA POSTA in gioco è chiara: dimostrare al mondo che Putin non vuole la pace laddove Zelensky fa di tutto per averla. Ma proprio per il fatto che i rischi sono così evidenti, non si può non chiedersi perché Putin abbia lanciato l’invito. Una valutazione l’avevamo fatta nei giorni scorsi, evidenziando come il Cremlino fosse uscito egregiamente dall’angolo in cui «volenterosi» e un Donald Trump frustrato dai troppi rimandi l’avevano messo. Ma già dal giorno dopo il presidente russo e i suoi fedelissimi si sono rinchiusi in un silenzio tombale, arrivando alla vigilia senza rivelare nulla. Difficile credere che un giocatore come Putin avesse puntato tutto sul rifiuto di Zelensky, se non altro perché tutti conoscono il peso di Washington sulle decisioni ucraine. Altrettanto inverosimile che un politico che chiamano «zar» si neghi per viltà.

Cosa resta allora: umiliare Zelensky? Plausibile, ma una dimostrazione di forza così stucchevole appare poco efficace in questa fase, soprattutto se si considera il rischio che gli Usa potrebbero interrompere la distensione dei rapporti con Mosca, iniziata proprio per giungere a un accordo in Ucraina ma con lo scopo di stringere nuovi e ingenti trattati commerciali. Di sicuro il fatto che la data scelta da Putin per l’incontro coincida con la visita di Trump nei Paesi della penisola araba non può essere casuale.

«So che [a Putin, ndr] piacerebbe che fossi lì e questa è una possibilità» ha dichiarato il tycoon mentre l’Air force one lasciava l’Arabia saudita per il Qatar e prima di sapere del forfait. In sua vece parteciperanno il segretario di Stato Rubio e l’inviato speciale di Trump Witkoff, forse anche l’inviato per la guerra in Ucraina, Keith Kellogg. Tuttavia Trump non potrà non vedere l’assenza del presidente russo come uno smacco personale, perché in parte lo è.

L’EUROPA, intanto, vara nuove sanzioni per cercare di ostacolare le triangolazioni che fin qui hanno permesso comunque alla Russia di approvvigionarsi. E attende, tagliata nuovamente fuori dai tavoli che contano, come ha ricordato anche Mario Draghi da Coimbra: «anche se abbiamo fornito circa la metà degli aiuti militari all’Ucraina, probabilmente saremo spettatori passivi in un negoziato di pace che riguarda il nostro futuro e i nostri valori». Il neo-cancelliere tedesco Merz continua a rilasciare dichiarazioni quotidiane per non restare in disparte in un momento in cui i politici fanno a gara per mostrarsi onnipresenti. Come Emmanuel Macron, a cui il pallino della Francia alla guida di un’unione militare europea non è mai passato.

Nel suo discorso di martedì era tornato addirittura a ipotizzare forniture di armamenti nucleari a Germania e Polonia, se queste le richiedessero, come scudo anti-russo. Non la mossa migliore in un momento in cui qualsiasi negoziato è appeso un filo. Ma, evidentemente, le ambizioni di Macron non mirano alla pace ma al compimento del suo progetto di Difesa continentale. A questo il Cremlino ha risposto, definendo «deplorevole» lo stato del sistema di stabilità strategica e di sicurezza in questo momento storico. «La proliferazione delle armi nucleari in Europa non contribuirà alla sicurezza e alla stabilità del continente europeo» ha chiarito il portavoce del presidente Peskov.

Nell’immagine: Mosca, un cartonato di Vladimir Putin durante l’ultima campagna elettorale russa


Negoziati si, negoziati no

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 


Un nuovo Vietnam: Gaza e il fallimento dell’ordine liberale

Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi 

Di Luca Baccelli, il manifesto

Cosa è più terribile? La vicenda di Hind Rajab uccisa in un’automobile dopo una straziante telefonata alla Mezzaluna rossa, insieme con i suoi parenti e con gli operatori inviati per salvarla? Le frontiere sigillate agli aiuti umanitari? Le centinaia di uccisi civili per ogni presunto militante di Hamas? Sono peggio i bambini morti di freddo o quelli morti di fame? L’attacco agli ospedali e alle ambulanze o quella a una nave di aiuti umanitari? L’uccisione di un bambino di 12 anni perché non testimoni o il massacro dei giornalisti? Il piano di occupazione e pulizia etnica di Gaza evocato da Trump e messo ormai in atto da Israele, mentre l’Unione europea «esorta»?

Gaza è il precipitato più terribile – anche perché è letteralmente sotto i nostri occhi – della «guerra mondiale a pezzi» contrastata da papa Francesco fino all’ultimo respiro e oltre, nella benedizione pasquale Urbi et Orbi che non ha potuto leggere. È il sintomo più sconvolgente del fallimento dell’ordine internazionale liberale. Quel New World Order annunciato da Bush alla fine della Guerra fredda, che prevedeva la globalizzazione neoliberale glorificata dai Clinton, dai Blair e dagli altri leader del progressismo di fine millennio, integrata dalla finanziarizzazione delle economie occidentali e dalla divisione ineguale del lavoro su scala planetaria.

Di fronte a questo fallimento un’impossibile difesa di retroguardia si articola con un protezionismo neomercantilista associato al rilancio delle politiche ultraliberiste, mentre la libertà, l’idea stessa di controlli e contrappesi sono sotto attacco. Negli Usa si legifera con gli executive orders presidenziali, si deportano migranti, si arrestano studenti, giudici (che secondo il vicepresidente Vance «non sono autorizzati a controllare i legittimi poteri dell’esecutivo»), sindaci. Da noi l’attacco all’indipendenza della magistratura e la criminalizzazione del dissenso e dei movimenti sociali si perfeziona con il Decreto sicurezza, mentre il progetto di un’ulteriore concentrazione dei poteri nell’esecutivo va avanti. Le destre «sovraniste» giustificano tutto questo sostenendo che hanno ricevuto il potere dal popolo, ma anche i liberali moderati e progressisti non brillano: si pensi ai governi imposti da Macron, da anni, privi di una maggioranza. Tutto questo sullo sfondo di quel colossale trasferimento di potere dalla democrazia all’economia, anzi al capitalismo oligarchico dei «padroni del mondo», così evidente di nuovo nell’amministrazione Trump.

In questo contesto la guerra è vista come l’unico metodo di risoluzione delle controversie internazionali, la diplomazia abbandonata, il diritto internazionale ignorato. Su questa linea, come è noto, eccellono le classi dirigenti europee e i/le eminenti leader dell’Ue. Il problema è che queste narrazioni a volte si autoavverano, e questo significherebbe la guerra mondiale, non più a pezzi; cioè nucleare.

Parte integrale di questa difesa di retroguardia è la narrazione del bipolarismo immaginario, così diffusa sui media mainstream, secondo la quale le democrazie dell’«Occidente» subirebbero l’attacco della autocrazie e si sarebbe saldata un’alleanza fra la potenza economica della Cina e quella militare della Russia, con la compartecipazione del «resto» (che in questo «resto» India e Pakistan si scambino missili poco importa). L’antisemitismo (identificato con la critica al governo di Israele) sarebbe un’evidente dimostrazione di tutto questo e d’altra parte Netanyahu va sostenuto perché «difende i valori del capitalismo», nelle parole del presidente argentino Milei.

Eppure il mondo è qualcos’altro: è insofferente alla «nostra» narrazione e ai nostri doppi standard e d’altra parte ha sempre meno bisogno che l’uomo bianco sopporti il suo presunto fardello. Si vede anche nelle Nazioni unite e nei tribunali internazionali, che sono diventanti un campo di lotta per l’affermazione del principio che tutti – anche noi – sono uguali davanti alla legge.

Almeno quattro quinti del mondo sono con la Palestina e si ha la sensazione che anche da noi la mobilitazione contro il genocidio si sia rilanciata, abbia superato una soglia. Negli anni Sessanta il Vietnam ha innescato un movimento capace di coinvolgere popoli e cittadini, lavoratori e studenti. Gaza può essere il nuovo Vietnam.