Jeff Bezos show, povera Venezia offesa e vilipesa

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Il commento più sarcastico è di Leonardo Bison sul Fatto Quotidiano di sabato 28 giugno: «La manifestazione contro l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, si è potuta fare. Una foto con due sposi che tenevano al guinzaglio media, governi, economia e giustizia, non era il caso: 47 denunce».

La manifestazione, pacifica e ironica, alla quale si riferisce il cronista, si era tenuta il giorno prima davanti alla basilica di San Marco a Venezia. Alcuni attivisti di “Exctintion Rebellion” hanno organizzato un finto matrimonio con due finti sposi, allegoricamente rappresentati mentre tenevano in pugno, ovvero al guinzaglio, l’intero pianeta, i poteri costituiti e l’informazione. Alle loro spalle compariva uno striscione con scritto: «L’1% rovina il mondo», mentre sui cartelli si leggeva: «Con i soldi di questo matrimonio si può ricostruire Gaza».

Alle denunce si aggiungono 3.600 euro di multa, 200 a testa, inflitti a 18 persone che si erano sedute per evitare di essere trascinate via a forza dalla polizia, come era accaduto poco prima per i 47. Giusto così, perbacco: un regolamento comunale stabilisce infatti che in piazza San Marco non ci si possa sedere per terra. Si eviti di dare visibilità a questi sediziosi, sarà stato il ragionamento di chi ha coordinato la retata. Perché no, si invochi il decreto sicurezza fresco di approvazione, che punisce con qualche mese di galera persino le forme organizzate di protesta non violenta, anche se, proprio in questi giorni, la Corte di cassazione ha bocciato senza appello il provvedimento, rilevando aspetti di incostituzionalità.

Gli sposi veri, il miliardario americano Jeff Bezos, padrone di Amazon, e Lauren Sánchez, giornalista, elicotterista e tante altre cose, se la sono intanto goduta occupando con tutta tranquillità, per tre interi giorni, alcuni luoghi-simbolo di Venezia: l’isola di San Giorgio, l’Arsenale, campo della Madonna dell’Orto, storici palazzi. Spazi interdetti a giornalisti, paparazzi, turisti e curiosi, con dispiegamento senza precedenti di forze di polizia, agenti antisommossa, unità cinofile, dispositivi anti-drone per proteggere le oltre duecento celebrità invitate, tra le quali la figlia di Donald Trump, Ivanka, la regina Rania di Giordania, Mick Jagger, Lady Gaga, Barbra Streisand e tantissimi altri nomi famosi del mondo di Hollywood, dello sport, della moda, dell’economia. E della filantropia. Perché, si sa, i miliardari talvolta hanno un cuore più o meno generoso e aprono il portafoglio per destinare una parte delle loro ricchezze a scopi umanitari, o sociali, o culturali. Lo ha fatto, senza esagerare però, come vedremo, anche Bezos in occasione di questo matrimonio da favola.

L’informazione, di fronte a tanto evento, ha perso la testa, abbandonandosi a cronache in gran parte ammiccanti e compiaciute. Lo storico inviato RAI Massimo Mignanelli, eccezionalmente in giacca e cravatta per la sfilata di vip, ha deliziato i telespettatori commentando con dovizia di particolari i momenti salienti di questo interminabile matrimonio in pieno stile cafonal. Cose mai viste, surreali, sulle quali il principale quotidiano italiano ha dato il meglio di sé. Il Corriere della Sera del 28 giugno dedica una grande foto degli sposi in taglio centrale di prima pagina, accompagnata dal titolo: «Che favola. La festa veneziana di Jeff e Lauren”. Seguono tre pagine interne. I lettori vengono edotti sullo scambio degli anelli alla Fondazione Cini, sul menù dei maestri campani, sulla visita di Bill Gates alle Gallerie dell’Accademia, il quale perlomeno ha avuto il buon gusto di mettersi in fila come i comuni mortali per acquistare il biglietto d’ingresso.

Elvira Serra intervista il sindaco Luigi Brugnaro: pur non invitato alle nozze, ha fatto recapitare agli sposi una “magnum” personalizzata di Amarone della Valpolicella e un mazzo di rose bianche alla signora. Se avesse potuto incontrare Bezos, che cosa gli avrebbe detto?, chiede la giornalista: «Che i veneziani sono fieri di averlo avuto ospite, quando vuole tornare, noi lo aspettiamo», risponde il sindaco esultante. Evidentemente il pluri-indagato primo cittadino ignora le maledizioni che i veneziani gli hanno tirato dietro per avere consentito lo scempio di una città ridotta in stato d’assedio. Lo stesso Corriere, bontà sua, il 29 giugno dà spazio a una voce decisamente contro, quella dello psichiatra Paolo Crepet: «Questo matrimonio è il peggiore esempio che possiamo dare ai giovani, peggio di così non c’è niente». Il corteo di protesta “No space for Bezos”, che fortunatamente si è svolto senza incidenti, si perde invece tra le righe nella cronaca della giornata dominata da “un pigiama party di lusso”.

L’attivista Tommaso Cacciari spiega a VeneziaToday le ragioni della multicolore manifestazione, alla quale hanno partecipato associazioni pacifiste, comitati, centri sociali: «Non siamo contro il matrimonio di Bezos, ma contro l’uso di Venezia come un parco a tema che puoi affittare a seconda di quanti milioni hai nel conto in banca. Questa visione distrugge il tessuto socioeconomico della città, e tutto senza un reale studio su costi e benefici». E pazienza se lo zio Massimo Cacciari non è pienamente d’accordo col nipote, come spiega lo stesso filosofo in una intervista a la Repubblica.

Povera Venezia, sfregiata e umiliata. Suonano come una beffa i tre milioni di euro versati da Bezos, un milione a ognuno dei tre enti veneziani beneficiati: il Consorzio per il coordinamento delle ricerche inerenti al sistema lagunare, la Venice International University e la sede locale UNESCO. Un obolo da miserabili per un uomo che, stando ai dati diffusi in rete, vedrebbe i suoi stratosferici guadagni crescere al ritmo di oltre 220mila dollari al minuto. «Un gesto di straordinaria generosità», lo definisce invece il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, secondo il quale la donazione di Bezos «va oltre la cronaca mondana e si traduce in un aiuto concreto per la laguna, il suo fragile sistema e le istituzioni che la custodiscono». Punti di vista. Poco conta che i tre milioni siano frutto del guadagno di un quarto d’ora, oppure che il costo del vestito principale della sposa firmato Dolce & Gabbana, uno dei 27 indossati nell’arco dell’osceno triduo, sia costato quasi un milione.

Chissà quanto avrebbe incassato il senatore Matteo Renzi, se oggi fosse – Dio ce ne scampi – sindaco di Venezia. Nel 2013 l’allora primo cittadino di Firenze affittò Ponte Vecchio, uno dei simboli della città noto in tutto il mondo, per una cena di gala della Ferrari. I cittadini e i turisti non ne sapevano nulla e si videro improvvisamente sbarrati gli accessi al ponte da fioriere e da addetti alla sicurezza privati. La Ferrari sborsò 100mila euro per l’uso di suolo pubblico e altri 20mila euro per il restauro di un monumento, ma il gesto non bastò a placare le furibonde polemiche.

Il problema riproposto ancora una volta dal matrimonio di Bezos è proprio questo: l’uso privato dei beni culturali pubblici, che costituiscono l’identità, l’anima del paese con il patrimonio artistico e storico più ricco al mondo. Fino a che punto le città d’arte, i monumenti, le chiese, i parchi archeologici, possono essere concessi come location di eventi esclusivi destinati a élites miliardarie? Venezia per guarire i suoi mali non ha certo bisogno di promozioni d’immagine né di mancette sia pure milionarie, bensì di un piano serio di “rammendo”, capace di frenare la fuga degli abitanti dal centro storico e al tempo stesso l’assalto di un turismo mordi-e-fuggi sempre più aggressivo e devastante. Di fronte all’inerzia della politica, è cresciuto in misura esponenziale, negli ultimi vent’anni, un turismo predatorio che se ne infischia della sostenibilità ambientale, del rispetto reciproco tra abitanti e turisti e dell’equità sociale. In barba a quel vecchio Codice mondiale di etica del turismo, sottoscritto nel 1999 a Santiago del Cile da 156 paesi e riconosciuto nel 2001 dall’ONU, documento attualissimo, che sicuramente i governanti di turno non hanno mai letto.

Ma c’è chi non si pone questi problemi. Dopo il “matrimonio da favola” esulta infatti – c’era da aspettarselo – la ministra del Turismo Daniela Santanché, pluri-indagata anche lei, secondo la quale l’impatto economico generato dall’evento veneziano si può stimare attorno a 957,3 milioni di euro (chissà come diavolo avrà fatto l’ufficio statistica del ministero a elaborare un calcolo così campato in aria): «Il matrimonio di Bezos è un segnale forte della crescente centralità dell’Italia nel panorama turistico internazionale. Eventi come questo rafforzano la nostra immagine globale, generano occupazione, promuovono il territorio e attraggono nuovi flussi turistici qualificati. La visibilità mediatica mondiale rafforza anche il posizionamento della nostra nazione nel segmento dei matrimoni, in forte espansione, che per il 2025 prevede oltre 600 eventi già programmati. Ringrazio Jeff Bezos e tutti coloro che scelgono l’Italia come cornice per celebrare i momenti più importanti della loro vita».

Morale della favola? Di fronte a queste incommentabili affermazioni vale la pena ricordare, con la tristezza nel profondo del cuore, l’invettiva di Dante nel VI canto del Purgatorio:

«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello».

Aveva visto davvero lontano il Sommo Poeta! L’Italia serva, l’Italia senza guida, anche attraverso la progressiva mercificazione e mortificazione del patrimonio culturale, vive giorno dopo giorno un inarrestabile declino. Così, mentre l’Europa si arma fino ai denti per evitare l’invasione da parte dei russi, Donald Trump, Mark Rutte (memorabili le sue adulazioni del presidente USA al vertice NATO dell’Aja), i miliardari di varia specie, le multinazionali senza etica, le lobby delle armi, hanno gioco facile nel Belpaese.


Un Pride contro la russificazione dell’Europa e della democrazia liberale

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 

Di Christian Rocca, Linkiesta

Sono bellissime e commoventi le immagini del Pride a Budapest, con la resistenza ungherese al semi despota Viktor Orbán in grande spolvero e, certamente, rinfrancata dall’abbraccio solidale della comunità politica internazionale, testimoniato dalla presenza lungo le affollate strade della capitale perfino dell’opposizione italiana con delegazioni autorevoli e per una volta non litigiose. 

Come ha sottolineato Carmelo Palma su X, se c’è un significato politico della manifestazione di Budapest, e certamente c’è, non può essere limitato alle importanti questioni poste dal Pride, ma va esteso alla resistenza contro la russificazione dell’Europa e contro la chiusura della società aperta.

Avrebbe poco senso, infatti, protestare soltanto contro la limitazione dei diritti civili sorvolando sulla causa che determina quell’effetto, ovvero sulla grande strategia putiniana di sostituire il modello di democrazia liberale con l’autocrazia illiberale cara ai suoi ammiratori Orbán e Trump. Le due cose sono legate: il restringimento dei diritti civili e umani desiderato da una certa parte politica è figlio naturale dell’attacco imperialista di Putin alla società aperta, in Ucraina e non solo. 

Difendere le ragioni del Pride di Budapest e contemporaneamente chiudere entrambi gli occhi o addirittura sostenere il progetto culturale e militare di Mosca minimizzandolo, o facilitando le operazioni russe in Ucraina o impegnandosi per evitare che l’Europa reagisca all’attacco, non aiuta a migliorare le condizioni di chi ha sfilato al Pride, ma al contrario contribuisce a reprimere ancora di più i diritti civili e umani delle minoranze più deboli. 

Diritti Lgbtq, armi all’Ucraina, difesa europea e lotta alla disinformazione fanno parte dello stesso programma di resistenza all’autoritarismo della destra populista, e anche di resistenza al populismo di una parte della sedicente sinistra che non appare particolarmente interessata al Pride, non si oppone a Orbán, abbraccia Trump, emana i decreti sicurezza, non partecipa al voto sul referendum per la cittadinanza, e ripete in italiano la propaganda russa sull’Ucraina. 

Abbiamo scritto spesso su Linkiesta delle leggi liberticide di Orbán e recentemente del suo divieto di manifestare al Pride, perché il dissenso politico e la disobbedienza civile contro chi calpesta lo stato di diritto nazionale ed europeo sono azioni coraggiose e ammirevoli di una resistenza democratica da salvaguardare in Ungheria e altrove.

«Il Pride batte Orbán», ha titolato con entusiasmo Repubblica. Ma, nonostante il benemerito successo del Pride anti Orbán di sabato, non può essere soltanto la piattaforma dell’orgoglio Lgbtq la ricetta politica per fermare le destre autoritarie e la demagogia populista che ogni giorno indeboliscono la democrazia, socchiudono la società aperta e oscurano la palette dei diritti civili e politici. 

Giustissimo battersi per i diritti delle minoranze di genere, e di tutte le altre minoranze, guai a smettere di farlo, ma l’idea che i despoti o gli aspiranti tali si possano sconfiggere soltanto con i balli sui carri colorati o coalizzando tutte le minoranze minacciate dagli autocrati è perlomeno ingenua, e non tiene conto da dove nasce questa offensiva contro i diritti civili. Servono anche i carri armati da affidare agli ucraini, che combattono al fronte. 

Rispondere a chi vuole smantellare lo stato di diritto con l’orgoglio gay o di qualsiasi altra minoranza peraltro è esattamente quello che si è fatto in tutti questi anni in cui le destre anziché retrocedere sono diventate sempre più estreme e sono entrate sempre di più nelle stanze del potere (basterebbe chiedere lumi agli strateghi della campagna di Hillary Clinton che nel 2016 provarono proprio a costruire una coalizione elettorale di tutte le minoranze americane, col risultato che poi vinse Trump).

Questo, ripeto, non significa che non bisogna lottare per il rispetto dei diritti di tutti, e in particolare delle minoranze la cui vita sociale è messa a rischio dalle politiche autoritarie e liberticide, ma non può essere questo l’unico o il principale terreno di sfida alle destre autoritarie, estreme e populiste.

Dieci anni fa c’era chi rideva quando qualcuno spiegava che una delle ragioni per cui Donald Trump aveva vinto le elezioni del 2016 era la prevalenza nel dibattito pubblico americano della (falsa) narrazione secondo cui Barack Obama e i democratici si occupavano soltanto di istituire i bagni per i transessuali nelle scuole, e non delle difficoltà sociali dei “forgotten men” dell’America profonda. 

La stessa cosa è successa alle elezioni del novembre scorso, con i trumpiani che dipingevano Joe Biden e i democratici come quelli che assecondano e facilitano il cambiamento di sesso dei minorenni e che vogliono far gareggiare gli uomini che si sentono donne negli sport femminili.

L’ossessione di Trump per questi temi, recentemente reiterata alla Casa Bianca davanti ai calciatori della Juventus e la settimana scorsa confermata da una sentenza a suo favore della Corte Suprema, non è dettata da un suo genuino interesse sulle questioni di genere, anche perché Trump come è noto non ha alcun genuino interesse se non sé stesso, semmai è motivata dalla consapevolezza confermata dai sondaggi di opinione e dal voto alle elezioni che mettere in primo piano questi temi crea consenso a favore di chi vuole comprimere i diritti, e non a favore di chi vuole difenderli. 

È un argomento scivoloso, questo, perché concede alla destra autoritaria e populista di inquadrare a suo piacimento i contorni del dibattito politico. Ma è una riflessione che va fatta e che andrebbe estesa anche gli entusiasti sostenitori del socialista Zorhan Mamdani, fresco trionfatore delle primarie democratiche per diventare sindaco di New York.

In un posto come New York la ricetta socialista può anche funzionare per ottenere consensi, anche se poi andrà valutata alla prova del governo, ma resta da capire come mai le zone più povere dei cinque borough di New York, comprese quelle dove Trump a novembre dell’anno scorso ha conquistato molti voti, abbiano preferito il candidato centrista Andrew Cuomo a quello socialista che, in teoria, avrebbe dovuto intercettare il malcontento popolare attratto da Trump. Così come il successo di Mamdani non spiega perché nei quartieri più affluenti della città abbia invece prevalso il messaggio socialista, anziché quello liberale.

Insomma, attenzione a confrontarsi con le destre autoritarie e razziste sventolando soltanto la carta delle minoranze o contrapponendo un populismo di un altro tipo.

È vero che i tempi impazziti di oggi richiedono idee nuove, un altro paradigma politico e, ahimè, impongono anche di abbandonare le ricette degli anni Novanta (la terza via clintoniana e blairiana tra socialismo e liberismo), ma la soluzione non può essere quella di ripristinare la formula socialista fallita negli Anni Ottanta né affidarsi alla mano invisibile del mercato, anche perché i populisti e gli autoritari se ne infischiano del mercato e sono molto visibili nel tentativo di manipolarlo. 

Ma prima ancora di farsi venire nuove idee per affrontare l’era populista, è decisivo non perdere l’orientamento nel contesto in cui viviamo: contro l’autoritarismo imperiale della Russia, della Cina e dei loro vassalli presenti tra di noi, difendere soltanto i diritti delle minoranze senza contemporaneamente impegnarsi a sradicare le cause scatenanti, anzi magari offrendo anche i propri servigi per alimentarle, in realtà contribuisce a restringere quei diritti, oltre che a smontare lo stato di diritto e a perdere la libertà. 

Nell’immagine: l’enorme folla al pride di Budapest


Cisgiordania, la nuova guerra dei coloni

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

KAFR MALIK (CISGIORDANIA OCCUPATA). Una settimana fa Mutaz Hamayel, 45 anni, è uscito di casa salutando la moglie Fidaa e i tre figli ed è andato a lavorare in una ditta di costruzioni a Kafr Malik, dove vivono, vicino Ramallah. Qualche ora dopo Fidaa lo ha chiamato perché non riusciva a trovare Ammar, il figlio di mezzo, di 13 anni. Era uscito in bicicletta con un amico due ore prima, non era tornato e non rispondeva al telefono. Mutaz si è agitato, ha cominciato a chiamare anche lui il figlio, una volta, due, tre finché dall’altra parte ha risposto una voce adulta che in ebraico ha detto: suo figlio è stato ferito vicino alla strada principale. La voce era quella di un soldato. Erano le quattro del pomeriggio. I soldati israeliani hanno trattenuto Ammar per circa due ore, impedendo a chiunque di raggiungerlo. Solo due ore dopo, alle 18, hanno consegnato Ammar a un’ambulanza palestinese che lo ha trasportato al Palestine Medical Complex di Ramallah, dove è stato dichiarato morto. Un bambino di 13 anni, il 29esimobambino palestinese ucciso dalle forze israeliane nella Cisgiordania occupata quest’anno, colpito mentre passeggiava in bicicletta con un amico da un proiettile entrato dalla schiena e uscito dal collo.

Ammar non c’è più ma la sua assenza è scritta sui volti del padre e su quello della madre, segnato da uno sguardo il cui ha lasciato il posto alla severità rivolta a chi fa domande su come vadano oggi, e da sempre, le cose in Cisgiordania. La sua voce dice: «È sempre stato così, siamo sempre stati privati delle libertà, ma oggi siamo animali in gabbia, e lo sono i bambini a cui diciamo di non uscire a giocare perché non sappiamo se torneranno a casa vivi». I suoi occhi dicono: dove sono quelli che dovrebbero difenderci, e dovrebbero difendere i nostri figli?

Il giorno dopo che Ammar è stato ucciso le forze armate israeliane hanno diffuso un comunicato in cui affermavano che lui e il suo amico avevano lanciato pietre verso una pattuglia, definendoli “terroristi” e presentando questo come giustificazione per averli uccisi.

«Mio figlio era un bambino sereno, un bambino che voleva vivere in pace, andare ai suoi allenamenti, uscire a giocare a pallone e in bicicletta, diceva sempre che più che diventare un campione voleva diventare un istruttore, insegnare. Il mio ragazzo era tanto disciplinato. Raccontate Ammar, raccontate i bambini della Palestina, non distogliete lo sguardo da noi».

L’espansione delle colonie

Due giorni dopo che Ammar è stato ucciso Kafr Malik è stata di nuovo attaccata. Un gruppo di coloni, cento secondo i testimoni presenti, molti di loro appartenenti agli estremisti riconducibili alla Hilltop Youth, hanno assaltato le case alla periferia della cittadina, gettato una molotov in una casa e dato fuoco alle auto all’esterno. Gli uomini della città sono corsi immediatamente verso le case assaltate cercando di fare scudo contro i coloni e salvare donne e bambini, uno di loro neonati, rimasti intrappolati nella casa data alle fiamme. Un’ora dopo sono arrivate le forze armate israeliane che hanno aperto il fuoco contro gli uomini che, disarmati, cercavano di difendersi dai coloni. Alla fine dell’attacco i palestinesi uccisi erano tre, i coloni arrestati cinque. Rilasciati dopo poche ore.

Afi Hamayel è il proprietario della casa data alle fiamme. Sua moglie stava allattando il loro ultimo figlio nella stanza in cui i coloni hanno lanciato una molotov.

Prima di scappare via i coloni hanno scritto sul muro di casa sua “Revenge, Nahman and Masoud, two years”. Cioè vendetta per Nahman e Masoud, due israeliani uccisi due anni prima da un palestinese in un attacco vicino la stazione di servizio di Eli, un insediamento distante circa 15 chilometri.

Kafr Malik è poco di stanza da Ramallah e appartiene all’Area B, quella in cui spetterebbe all’Anp, l’Autorità nazionale palestinese, garantire la gestione civile e dove le forze armate israeliane hanno la responsabilità della sicurezza. Significa che la polizia palestinese, in questa zona, non ha giurisdizione.

Gli attacchi di Kafr Malik, e quelli nella vicina città cristiana di Tabyeh, e ancora quelli a Susya, vicino Massafer Yatta, sono diventati ormai quotidiani e rispondono al piano di espansione di insediamenti illegali israeliani che stanno rendendo invivibile la Cisgiordania per i palestinesi e aumentando esponenzialmente il numero delle vittime prodotte dagli attacchi impuniti dei coloni. Dall’inizio del conflitto a Gaza, secondo le Nazioni Unite, 943 palestinesi sono stati uccisi da coloni o forze di sicurezza. Israele, negli ultimi mesi, ha intensificato le operazioni militari in Cisgiordania costringendo migliaia di palestinesi a sfollare e radendo al suolo intere comunità, e un mese fa ha approvato un ulteriore, imponente piano di espansione degli insediamenti.

Da quando l’attuale governo Netanyahu, è entrato in carica, alla fine del 2022, ha istituito 49 nuovi insediamenti e di avviare il processo di legalizzazione per sette avamposti di coloni costruiti senza l’autorizzazione del governo.

Nell’ultima decisione di maggio ne sono stati approvati altri 22 – in quella che è di fatto un’annessione di vaste aree del territorio. Secondo Peace Now, un’organizzazione non governativa israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, è la più grande espansione di insediamenti dalla firma degli Accordi di Oslo, più di 30 anni fa.

Secondo le Nazioni Unite, nei primi quattro mesi di quest’anno si sono verificati 487 attacchi da parte dei coloni, con conseguenti vittime o danni alla proprietà, di cui 122 solo ad aprile, anche i dati militari israeliani interni mostrano che i crimini commessi da soldati e coloni contro i palestinesi in Cisgiordania durante i primi due mesi del 2025 siano in continuo, preoccupante aumento.

Secondo quanto riportato a marzo dal quotidiano Yedioth Ahronoth, citando funzionari della sicurezza israeliani, gli attacchi sono aumentati del 30 per cento rispetto all’anno scorso.

Nessuna fine in vista

Da un lato i coloni, dall’altro le forze armate. Spesso complici gli uni con gli altri.

Alla fine di gennaio, un rapporto stilato da gruppo di esperti delle Nazioni Unite, denunciava l’intensificarsi degli attacchi militari nella Cisgiordania occupata.

«Siamo costernati dall’escalation di violenza mortale che sta travolgendo Jenin e il resto della Cisgiordania occupata», scrivevano, «la repressione israeliana sembra non avere fine in vista». Erano settimane che le forze israeliane assediavano i campi profughi nel nord della Cisgiordania, soprattutto quelli di Tulkarem e Jenin, distruggendo infrastrutture vitali e servizi essenziali come acqua ed elettricità, facendo irruzione in centinaia di abitazioni, impedendo ai medici della Mezzaluna Rossa Palestinese di raggiungere i palestinesi feriti e costringendo migliaia di persone a sfollare dai campi. «I nuovi attacchi giungono sulla scia della decisione degli Stati Uniti di revocare le sanzioni limitate contro i coloni israeliani e delle autorità israeliane di rimuovere la detenzione amministrativa e altre sanzioni per la violenza dei coloni israeliani, offrendo di fatto il via libera a una maggiore violenza incontrollata contro il popolo palestinese», hanno scritto gli esperti della Nazioni Unite, sottolineando che l’espansione delle colonie, la violenza dei coloni, sfollamenti, la confisca delle terre da parte di Israele, continuano nonostante la Corte Internazionale di Giustizia abbia concluso che l’occupazione è illegale e che Israele deve smantellarla insieme alle colonie e al regime ad essa associato.

Il giorno dei funerali, le fotografie dei tre giovani uomini uccisi dalle forze armate israeliane – Murshid Nawwaf Hamayel, Mohammed Qaher al-Naji e Lutfi Sabri Bearat – hanno riempito le vie di Kafr Malik.

Il corteo ha attraversato le strade della città, e – come in ogni cerimonia funebre – le salme sono state trasportate a spalla a salutare le donne delle famiglie, prima di essere portate in moschea e poi al cimitero.

L’intera città, come quelle adiacenti, ha dichiarato un giorno di sciopero. Chiuse tutte le attività, tutto fermo. Alla fine della preghiera, mentre i giovani riprendevano in spalla le salme, prima di camminare verso la lunga discesa che conduce al cimitero, un uomo ha iniziato a piangere.

«Ormai arrivano a dare fuoco alle nostre case tutte le notti. Per quanto potremo andare avanti così se nessuno ci protegge? È solo questione di tempo – ha detto – ci stanno cacciando tutti e nessuno fa niente».

Nell’immagine: i funerali di uno dei tre giovani uccisi dalle forze armate israeliani a Kafr Malik in Cisgiordania. Dall’inizio della guerra del 7 ottobre sono 943 i palestinesi morti 


L’ultimo capriccio di Trump: vuole il suo volto sul Monte Rushmore

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Prima o poi doveva accadere: Donald Trump vuole la sua faccia scolpita sul Monte Rushmore, insieme a quelle di Washington, Lincoln, Jefferson e Roosevelt. Aveva già espresso questo desiderio durante il primo mandato, ma ora la sua ambizione si sta riproponendo con forza, e avrebbe il potere di ordinare alla propria amministrazione di procedere.

I freni, ammesso che alcun freno possa rallentarlo, sono principalmente due. Il primo è artistico, ossia l’idea che il Monte Rushmore sia un’opera completata, e aggiungerci una testa sarebbe come infilare il tredicesimo apostolo al Cenacolo di Leonardo. È improbabile però che Trump venga convinto da questi argomenti filosofici. Il secondo è pratico, ossia la mancanza di spazio per un’altra scultura, anche a causa della fragilità della roccia rimasta libera, che potrebbe far crollare o danneggiare l’intero monumento. Non mancano tuttavia gli accorgimenti tecnologici che potrebbero offrire soluzioni alternative, considerando anche l’opportunità e l’urgenza create dal 250esimo anniversario della fondazione degli Stati Uniti, che cade il prossimo anno sotto la guida di Donald.

La questione è finita sul New York Times, che le ha dedicato un ampio speciale digitale sul sito, con tanto di riproduzioni grafiche in grado di portarci direttamente sui monti del South Dakota. Lo scultore Gutzon Borglum era stato assunto per avviare il progetto nel 1927. L’idea di scolpire le facce dei quattro presidenti sulle rocce delle Black Hills era venuta allo storico Doane Robinson, principalmente come attrazione turistica. Se ciò non fosse già abbastanza americano, in aggiunta c’era la nobile idea di celebrare non tanto i quattro personaggi ritratti, ma soprattutto i principi fondanti del paese che incarnavano.

Soprassediamo sul peso che questo argomenti potrebbero avere su un presidente come Trump, che sta cercando di smantellare la democrazia liberale degli Stati Uniti come l’abbiamo conosciuta negli ultimi due secoli, e passiamo alla realizzabilità pratica del suo desiderio. Durante il primo mandato l’allora governatrice del South Dakota Kristi Noem, ora assurta al ruolo di segretario per la Homeland Security e quindi principale esecutrice della deportazione degli immigrati illegali, aveva assicurato Donald che si poteva fare, arrivando a regalargli una miniatura del Monte Rushmore con l’aggiunta della sua faccia. Il 28 gennaio scorso la deputata repubblicana della Florida Anna Paulina Luna ha presentato un progetto di legge per sommare Trump al monumento. La gestione del sito appartiene al National Park Service, che dipende dal segretario all’Interno Doug Burgum, il quale durante un’intervista con la nuora del presidente Lara ha dato parere positivo. Sul piano legislativo e amministrativo, dunque, le pedine sono tutte piazzate nel punto giusto. Manca solo la decisione operativa del capo della Casa Bianca, che sarebbe quasi impossibile da arrestare.

Le obiezioni sollevate dal National Park Service sono le due che abbiamo già descritto. Quella filosofica può interessare agli americani che vorrebbero conservare il monumento nella forma attuale, anche per lasciarlo come un’icona bipartisan condivisibile da tutti i cittadini. Questo argomento in passato ha frenato chi voleva aggiungere Franklin Delano Roosevelt, vincitore della Seconda Guerra Mondiale e della Grande Depressione; John Kennedy, assassinato a Dallas dopo aver alimentato la speranza di una Camelot americana; e Ronald Reagan, che aveva piegato l’Urss alla fine della Guerra Fredda. E’ difficile però che la modestia abbia lo stesso successo con Trump, che ha già detto in passato di considerare solo Washington alla sua stessa altezza, e men che meno con i suoi sostenitori ed esecutori.

La seconda obiezione è più seria, perché lo stesso Borglum aveva dovuto fare i conti con i limiti imposti dalla natura, che lo avevano costretto a cambiare il progetto una dozzina di volte. Secondo il National Park Service non c’è abbastanza spazio nel granito per aggiungere una quinta testa; alcune zone limitrofe sono di altri materiali troppo duri per essere scolpiti; e le molte fratture presenti nella roccia metterebbero a rischio la tenuta dell’intero monumento, in caso di ritocchi. Non è detto però che ciò basti a frenare Trump, perché ad esempio si potrebbero adottare soluzioni tecnologiche alternative, tipo quella di una faccia prefabbricata da appiccicare vicino a quelle già esistenti. Si vedrà dove porterà il dibattito, ma comunque vada la decisione finale dovrebbe arrivare entro il prossimo anno.

Nell’immagine: il monte Rushmore senza Trump. Ancora per poco?


Manca solo LUI

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 


Viola Amherd sul podio degli scandali militari elvetici

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 

Ormai l’hanno capito anche i politici e i commentatori di Palazzo, sempre ligi e benevoli. Viola Amherd sale sul podio dei ministri responsabili di scandali avvenuti (e in corso) al Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS) 

Al primo posto, da metà degli anni sessanta, Paul Chaudet, responsabile – assieme al capo di stato maggiore generale e al capo delle forze aeree – dello scandalo Mirage. Il caccia francese che doveva costare 871 milioni di franchi, per 100 giocattolini, e causò uno sforamento di 576 milioni. Morale: invece di 100 se ne acquistaronoi 57, non tutti utilizzati come caccia. Chaudet e capo dell’aeronatica dimissionati, l’altro licenziato.

Sul secondo gradino Rudolf Gnägi, vittima del Panzer 68, 654 milioni di franchi per 170 trabiccoli. Un carro armato svizzero che ne faceva di tutti i colori: se si accendeva la radio girava la torretta,  gli autisti dovevano indossare la maschera antigas, per inserire la retromarcia bisognava fermarsi, se si azionava il riscaldamento il cannone sparava. Insomma, i nostri gallonati si sono arresi e lo hanno definito “inadatto al combattimento”. 

Viola Amherd merita la medaglia di bronzo. Anche per la faccia che ha esibito in questi anni (“persona sfrontata, che resta impassibile anche se sbugiardata”): ha firmato un contratto poco chiaro quando il Controllo federale delle finanze aveva messo in guardia sul prezzo ballerino e ha evitato la votazione popolare, prima dell’acquisto, negando un diritto democratico.  I difetti dell’ F-35 non si limitano al prezzo. Musk ha definito “idioti” chi lo costruisce, quando i droni possono fare meglio. Sul caccia sono state rilevate una montagna di carenze tecniche, fa troppo rumore per cui volerà poco, i costi d’esercizio sono esorbitanti, dipende dagli USA per gli strumenti digitali, come giustificava Amherd: “Quando si acquista un aereo è del tutto normale che si creino delle dipendenze”. 

Il DDPS è allo sbando anche per una serie di inconguenze, incapacità, errori: la lista è lunga! Perciò Amherd ha dimissionato, partita senza che nessuno la rimproverasse, e con lei il quasi generale Süssli, il capo delle forze aeree e quello dei servizi. Un fuggi fuggi di tutta la compagnia grigioverde impelagata negli scandali.

Noi ripetiamo da anni che Viola Amherd era sul seggiolino eiettabile. Ora cominciano a capirlo anche a Berna. Il Corriere del Ticino, a tre anni dalle rivelazioni sul prezzo ballerino da parte del Controllo federale delle finanze, afferma: “Dalle indiscrezioni si è passati a una certezza”. Buonanotte! Poi chiarisce: “Il malcontento e lo sconcerto si possono capire, specie nell’ottica del contribuente, ma bisogna tenere  i nervi saldi e non farsi guidare da considerazioni ideologiche che non portano da nessuna parte”. Sforare di un miliardo, almeno, il costo per un caccia che ha un mucchio di difetti e aver negato al popolo la possibilità di decidere, è “ideologia”: caro contribuente, tieni i nervi saldi, taci e paga!

Il Tages Anzeiger riconosce, almeno, la “debakel” di Viola Amherd. E ricorda che in un primo momento i caccia dovevano costare 5 milioni di franchi, che Amherd non è stata trasparente e che ha avvertito il Consiglio federale in ritardo. Ora, secondo il TA, ci sono due prospettive: comperare meno aerei per restare nei 6 miliardi (vedi Mirage), oppure far decidere al popolo  se concedere l’aumento di spesa. Quest’ultima proposta è contenuta in una mozione inoltrata a Berna il 19 giugno dai socialisti (“Garantire il controllo democratico in caso di eventuali costi supplementari legati all’acquisto degli aerei da combattimento”).

In verità, un Consiglio federale avveduto e intraprendente dovrebbe annullare l’acquisto dei caccia!

A proposito di votazioni. La spesa dei 6 miliardi è stata approvata dal 50,1 % dei votanti nel 2020. Poi c’è stato il successo della seconda raccolta firme che intendeva bloccare l’acquisto dell’apparecchio americano. Ma il Consiglio federale, in barba ai diritti democratici, ha firmato il contratto d’acquisto evitando di dare l’ultima parola al popolo, senza accertarsi che tale contratto garantisse il prezzo fisso. ( “È stato un malinteso” dicono a Washington, come se si trattasse di acquistare un aspirapolvere).

Possiamo sperare che gli F-35 verranno rottamati, andando al voto. Un sondaggio Tamedia di aprile (prima delle recenti ammissioni dello scandalo da parte del Dipartimento) rivela che i due terzi degli intervistati si oppone all’acquisto del caccia americano.

La storia dell’esercito svizzero dovrebbe far riflettere a mente lucida. È un catalogo di errori, lacune, corruzione, incompetenze e conferma l’inutilità dell’esercito: come diceva il quasi generale Thomas Süssli, in caso di guerra dopo quindici giorni si consegnerà alla NATO. Che ce ne facciamo di questo buco grigioverde che si mangia miliardi di franchi sottratti alla cura della popolazione, alla formazione e alla ricerca, alla protezione dell’ambiente?
Che ce ne facciamo?!

Nell’immagine: incidente a un F-35 presso la Naval Air Station Joint Reserve Base di Fort Worth, Texas, il 15 dicembre 2022


Tipologia guerrafondaia

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 

Non è bastato l’orrore del secolo scorso, i due conflitti mondiali, l’olocausto, l’atomica, milioni di morti. 

Personaggi nefasti e mortiferi come Hitler, Mussolini e Stalin trovano continuità in Netanyahu, Putin, Trump, con i loro accoliti e simpatizzanti. La lista è lunga. A tutte le latitudini troviamo personalità paranoiche a capo di governi. 

Attualmente tuttavia le sorti di buona parte del globo sono in mano a un manipolo di  psicopatici perversi e fuorilegge, crudeli criminali che  stanno dettando le agende politiche  del mondo intero, cambiando continuamente il loro gioco, come il più furbo dei bari. 

Sembra inverosimile, ma si ripete. Questi personaggi mettono in atto strategie simili. 

La narrazione manipolata è un elemento che li accomuna. Sono bravi a fare leva sulla paura, sull’insicurezza. E’ il modo in cui mantengono la loro presa sull’elettorato, potendo ripresentarsi alle elezioni e, malgrado l’indecenza e la spregiudicatezza, venire rieletti. In alcuni casi le elezioni sono solo di facciata.

Generando paura e insicurezza, promettono protezione, prosperità e pace, si propongono  come  “uomini forti” sui quali veicolare il senso di appartenenza e l’identità culturale nazionale. Grandi padri che pretendono di proteggere i loro figli, mandandoli a crepare al fronte o riservando loro una vita difficile, ridotta e misera. 

Sono scaltri con l’uso delle parole che fanno la differenza: non si fa la guerra, ma un’operazione speciale, non si uccidono civili inermi in cerca di cibo, ma elementi sospetti. 

Riescono a invertire le responsabilità e attribuire le colpe, costellando costantemente il nemico: se fanno saltare  in aria gli ospedali uccidendo i civili, è perché nei sotterranei si nascondono i terroristi. Quando saltano i loro ospedali, invocano il crimine di guerra.  L’esercito spara in modo “morale”, dice il ministro della difesa israeliano Katz. Intanto Gaza non esiste più, è rasa al suolo, quel che resta è una popolazione residua terrorizzata, annientata, disperata e affamata. Gaza ha il maggior numero di bambini amputati al mondo, senza prospettiva di futuro.

Questi personaggi creano false narrazioni non fondate sui fatti :  l’attacco atomico iraniano è imminente, anche  se l’AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica) ha smentito che l’Iran possegga l’atomica,  ma Netanyahu invoca il diritto a difendersi dalla minaccia esistenziale e attacca l’Iran. Anche se l’atomica non c’è, come non c’erano le armi di distruzione di massa in Iraq ai tempi di G.W. Busch. Malgrado la direttrice dell’Intelligence nazionale degli USA Tulsi Gabbard lo abbia escluso, Trump è convinto dell’atomica iraniana. Lui è quello degli “alternative facts” a scopo strumentale.

Questi personaggi creano instabilità e caos, indeboliscono la capacità di resistenza di interi popoli, soggiogano governi che balbettano invece di far sentire la loro voce, favoriscono colonialismi della peggior specie,  appropriandosi e cannibalizzando le risorse di un paese.

Oggi il potere è in mano a queste poche persone da cui sembra dipendere il destino del mondo. Oggi non c’è posto per la pace, malgrado la diplomazia, perché il potere e l’influenza geopolitica si mantengono attraverso i conflitti che generano profitti e un terrificante numero di morti.  La guerra è redditizia per le élite politiche, per gli azionisti dell’industria bellica, per le big techs con i loro sofisticati droni. Ma naturalmente ci raccontano che sono necessarie per riportare la pace e anche perché generano posti di lavoro. L’orrore spacciato per buono. Ci sarà posto per la pace solo quando si rinuncerà per sempre alle armi e questa tipologia nefasta di “leader” sparirà.

Angela Andolfo Filippini, direzione PS Lugano


Trump e la democrazia senza arbitro

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

C’è uno spazio sottile, una specie di terra di nessuno — o di tutti — tra il potere e la regola, tra il governo e la Costituzione, tra i diritti e i doveri stabiliti dalla legge. È la zona sacra dell’arbitrato, dove si muovono le istituzioni di garanzia di cui si è dotata la democrazia per esercitare un controllo di legittimità sugli atti del governo: assicurando alla maggioranza che ha vinto le elezioni la piena potestà di svolgere il suo programma, ma nello stesso tempo vigilando sull’esecutivo perché i suoi provvedimenti siano conformi alle norme fondamentali e non le trasgrediscano trasformando il potere in abuso.

Questo spazio concettualmente non appartiene né alla maggioranza né all’opposizione perché riguarda il sistema stesso, di cui rappresenta un punto di equilibrio costante, una tutela discreta ma permanente della regolarità del libero gioco istituzionale. Naturalmente è possibile — e frequente — che il potere politico di destra o di sinistra scelga per questi incarichi profili che considera vicini o affini. Ma una volta che il prescelto diventa arbitro sta alla sua coscienza di ruolo abbandonare logiche di parte per servire la nuova funzione con autonomia e indipendenza. Così sognano le Costituzioni.

Nella realtà questa zona franca di cui si è circondata la democrazia si sta erodendo sotto i nostri occhi, per la pressione di una cultura del tempo che viviamo, sempre più insofferente a interposizioni e intermediazioni di qualsiasi tipo, in una fase in cui la velocità, la contemporaneità e l’ubiquità degli imput hanno cambiato i tempi del meccanismo decisionale, imponendogli di semplificarsi.

La dimensione orizzontale del processo politico — tra discussione, informazione diffusa nella pubblica opinione, controlli e decisione — è superata e travolta dalla nuova verticalità del potere: che mette a diretto contatto l’eletto e l’elettore come gli unici due protagonisti autorizzati, spazzando via ogni altro soggetto concorrente come un pretendente abusivo, un carico improprio, un rallentamento del nitido esercizio della scelta.

Per questa via il governo diventa comando. E qui si inserisce l’azione potente dell’estrema destra trumpiana con il suo disegno neo-autoritario di superamento della democrazia liberale, denunciata come una sopravvivenza tardiva del secolo scorso, incapace di decifrare e interpretare le esigenze dell’epoca.

L’investitura popolare del leader, il voto inteso come un trasferimento di sovranità, la simbiosi carismatica permanente con l’elettore sono tutti elementi convergenti nella creazione di una figura sovraordinata al sistema, garante di se stessa perché contiene in sé l’assoluto dell’autorità e lo esercita proprio nel rifiuto del limite, la vera cifra di questo potere dilatato, sproporzionato, ego-alimentato dal culto di sé.

È il profilo classico dell’autocrazia, con il sovrano che è il vero fondamento del suo potere, perché lo riceve da sé stesso mentre lo perpetua. La conseguenza logica di questo passaggio di regime in corso d’opera — dalla democrazia liberale all’autocrazia — è la cancellazione di ogni controllo sull’operato del governo, il superamento di ogni regola, l’abolizione di ogni vincolo. E naturalmente, il disconoscimento di qualsiasi soggetto terzo di garanzia. Nella post-democrazia non c’è spazio per l’arbitro, sostituito dall’arbitrio che sta riconfigurando lo spazio pubblico come un monopolio del potere.

Si capisce dunque l’esultanza di Donald Trump per la sentenza con cui la Corte suprema dà torto ai 22 giudici federali che avevano bloccato l’ordine esecutivo del presidente per limitare l’esercizio dello ius soli, imponendo di negare la cittadinanza ai nati negli Stati Uniti che non abbiano come genitore un cittadino americano o un residente legalizzato.

«Vittoria monumentale alla Corte suprema — ha commentato Trump — , congratulazioni ai procuratori generali e all’intero ministero della Giustizia. Dobbiamo essere orgogliosi della Corte: l’abolizione dello ius soli è una questione di sicurezza, perché i peggiori criminali vengono a fare figli qui».

Ma il vero successo per la Casa Bianca è un altro: la decisione della Corte suprema che limita il potere delle corti federali di sospendere i provvedimenti del governo, negando il diritto dei giudici di emettere sentenze valide in tutto il territorio nazionale. È una decisione che restringe pesantemente il controllo di legalità sugli atti dell’esecutivo da parte della magistratura ordinaria, intervenuta in questi mesi con 199 sentenze di sospensione di decreti governativi, giudicati contrari alla legge.

Ora quella funzione di controllo e di garanzia si indebolisce, mentre la suprema magistratura americana prende ormai le sue decisioni secondo uno schema ideologico, con i sei giudici conservatori schierati compatti contro i tre progressisti: come se nella radicalizzazione della vicenda pubblica non ci fosse più spazio per le opinioni indipendenti.

E infatti Trump dopo i raid di guerra sull’Iran può andare all’attacco della Cnn e del New York Times perché hanno dato un’interpretazione diversa dal suo trionfalismo sugli effetti dei bombardamenti ai siti nucleari del regime di Teheran: che secondo un primo rapporto preliminare dell’intelligence della Difesa americana sarebbero stati danneggiati e non «obliterati» come ha detto il presidente, con il piano atomico iraniano non distrutto, ma ritardato di qualche mese.

«La Cnn è feccia, il New York Times è feccia» ha dichiarato Trump, chiedendo il licenziamento dei giornalisti che hanno curato i servizi incriminati giudicati «falsi, diffamatori e antipatriottici» e pretendendo in una lettera del suo avvocato personale,Alejandro Brito, la ritrattazione e le scuse dei due organi d’informazione. «Nulla da ritrattare e nulla di cui scusarci — ha risposto il Times — , noi abbiamo detto la verità al meglio delle nostre capacità, e continueremo a farlo».

Il punto è che il presidente non nega l’esistenza del rapporto in questione, ma il dovere dei media di renderlo noto e il diritto dei cittadini di conoscerlo, insieme con le valutazioni diverse del governo. Dunque bisognava nascondere la notizia, perché pubblicarla è antipatriottico, e ormai c’è spazio per una sola realtà raccontata dal potere, che la trasforma automaticamente in verità.

Ora, i giornali non sono istituzioni statali e devono legittimarsi ogni giorno da soli sul mercato dell’affidabilità e della fiducia dei lettori: ma sono un’infrastruttura della democrazia, che restringe il suo spazio quando il potere nega la loro funzione.


Un viaggio negli abissi dello sterminio in atto a Gaza

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 

Di Eliana Riva, il manifesto

«Gaza è un campo di sterminio. E sparare è la nostra forma di comunicazione». Il male è ancora una volta banale, l’orrore quotidiano si spiega come fosse una prassi da seguire, senza domande da porsi. L’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz ci guida negli abissi della disumanizzazione, calandoci tra le atrocità che subisce un popolo la cui esistenza, per i suoi aguzzini, non ha alcun tipo di valore.

I GIORNALISTI HANNO RACCOLTO le testimonianze di riservisti e generali israeliani che hanno partecipato alle stragi di civili palestinesi in fila per il cibo. È la conferma di ciò che ripetono da almeno un mese Onu, organizzazioni umanitarie, medici e testimoni: l’esercito spara sulla folla nei pressi dei centri di distribuzione della fondazione israelo-americana (Ghf). E lo fa anche se non esiste nessuna minaccia.

Non si tratta solo di guerra ma di qualcosa che è radicato in profondità. «La mia più grande paura – ha spiegato un alto ufficiale – è che le sparatorie e i danni ai civili a Gaza non siano il risultato di una necessità operativa o di uno scarso giudizio, piuttosto il prodotto dell’ideologia che guida i comandanti sul campo, e che viene trasmessa alle truppe come piano operativo».

UN SOLDATO HA RACCONTATO che la sua missione nei pressi di un centro di distribuzione della Ghf si chiama «Operazione pesce salato». È il nome ebraico del gioco «Un, due, tre, stella!» Si spara a chi si muove, a chi esce dalla fila, a chi arriva troppo presto, a chi si attarda cercando qualcosa tra le scatole già svuotate. «La perdita della vita umana non significa nulla» ha detto un riservista. Un altro ufficiale d’altro grado ha dichiarato: «Questa cosa di uccidere persone innocenti è stata normalizzata. Ci è stato costantemente detto che non ci sono civili a Gaza, e a quanto pare quel messaggio è stato interiorizzato dalle truppe». Una volta a un riservista è stato ordinato di sparare un colpo di avvertimento. Le persone hanno cominciato ad allontanarsi ma dall’altro lato sparavano su chi fuggiva. Sono accerchiati e non possono disperdersi. «Sai che non è giusto. Senti che non è giusto. La verità è che la maggior parte delle persone non si ferma nemmeno a pensarci», ha detto un altro soldato ad Haaretz.

ESISTE PERÒ UN ASPETTO della vicenda che per i militari rappresenta un problema. È l’immagine di Israele: «Ciò che preoccupa tutti è che le operazioni a Gaza potrebbero danneggiare la nostra legittimità. L’aspetto morale è praticamente inesistente». E come se non bastasse, ci sono altri attori sul campo. Fonti militari dichiarano che alcune delle vittime nei pressi dei centri di distribuzione degli aiuti sono provocate dagli spari delle milizie di Abu Shabab. È il gruppo di mercenari ed ex contrabbandieri che Israele sostiene in contrapposizione ad Hamas.

Ma le stragi avvengono spesso anche a causa della presenza degli appaltatori privati che hanno il compito di demolire abitazioni e strutture. Ricevono 5.000 shekel (1.500 euro) per ogni casa distrutta. Qualsiasi luogo di Gaza diventa una potenziale miniera d’oro. I mezzi si muovono dappertutto e arrivano anche vicino ai punti di distribuzione o lungo i percorsi utilizzati dai camion umanitari.

«GLI APPALTATORI, che si comportano come sceriffi, demoliscono dove vogliono lungo l’intero fronte – ha raccontato un veterano – Stanno facendo una fortuna». Quando arrivano nelle aree dove ci sono i civili in attesa del cibo, le compagnie di sicurezza che li accompagnano si comportano come i soldati e sparano sulla folla. «Sono aree in cui ai civili è concessa la presenza – ha aggiunto l’ex soldato – siamo noi quelli che si sono avvicinati, e abbiamo deciso che ci hanno messo in pericolo. Quindi, affinché un appaltatore guadagni altri 5.000 shekel distruggendo una casa, è ritenuto accettabile uccidere le persone che cercano solo cibo».

549 palestinesi sono stati uccisi nelle ultime quattro settimane mentre cercavano di accedere agli aiuti umanitari. 4.066 sono stati feriti. Dall’alba al tramonto di ieri, 72 persone sono state uccise nella Striscia. Almeno otto sono morte nel bombardamento alla scuola Osama bin Zayed, nel nord di Gaza, che ospitava decine di famiglie sfollate. Le persone sono state avvolte dalle fiamme, bambini e adulti sono stati portati fuori come corpi carbonizzati. Bombe sono state sganciate sui campi e sulle tende dei profughi.

IERI TEL AVIV HA UCCISO il 50esimo medico della Mezzaluna rossa palestinese dal 7 ottobre 2023. Haitham Bassam Abu Issa era un infermiere ed è stato ammazzato mentre si trovava a lavoro. Così come Mohammed Hussein e Obada Abu Issa di 20 e 30 anni, operatori umanitari di Azione contro la fame. Uccisi da un bombardamento israeliano su una zona densamente popolata e non sotto ordine di evacuazione.

Nell’immagine: salvataggio a Gaza City dopo un bombardamento israeliano


In un mondo che calpesta i diritti il tempo di essere neutrali è scaduto

La città in parte sequestrata per garantire la sicurezza degli sposi e dei vip loro ospiti, in cambio di tre milioni di dollari: briciole per chi vede accrescere il suo patrimonio di oltre 220 mila dollari al minuto 

Di Anna Foa, La Stampa

In un mondo in cui i diritti che da anni avevamo dato per acquisiti sono quotidianamente calpestati, la vicenda del Pride a Budapestesprime l’emergere di un nuovo fronte importante, quello della libertà sessuale e di genere.

La lista dei diritti che in questi ultimi anni sono stati messi in pericolo è lunga e si estende sempre più: quello di non morire sotto le bombe, di non vedere gli ospedali distrutti e i bambini morire di fame o di sete, come a Gaza, e la tua casa assalita dai coloni come in Cisgiordania. Quello di avere istituzioni internazionali rispettate e riconosciute, l’Onu ma anche i tribunali internazionali in grado di processare i crimini di guerra e contro l’umanità, come nel mondo migliore che si era immaginato dopo gli orrori della Seconda Guerra mondiale. Quello di non vedersi aggrediti dal vicino e costretti a una guerra di difesa terribile e sanguinosa, come in Ucraina. Quello di essere soccorsi in mare, per i profughi in fuga dai loro Paesi, evitando di rendere i mari immensi cimiteri. Quello di godere della piena cittadinanza, se si nasce in un Paese e vi si lavora. E adesso, quello di avere diritto a decidere della propria identità sessuale, di avere o non avere figli, di lasciare senza essere uccise un marito indesiderato, di aver diritto ad una morte dignitosa. Tanti diritti, e altri se ne potrebbero aggiungere, messi in pericolo o addirittura negati.

Ovunque, in tutto il mondo, sui diritti è possibile, lo vediamo continuamente, tornare indietro. Pensiamo all’Afghanistan: ancora avevamo negli occhi lo sguardo lucido di commozione delle bambine afgane che andavano per la prima volta a scuola dopo la sconfitta dei Taleban, nel 2001, che abbiamo assistito alla rimessa in discussione di tutti i loro diritti, che alle donne è stato vietato perfino di leggere e scrivere. Ma qui in Europa i diritti che il Pride esprime e difende pensavamo ormai, tranne che per fasce molto retrive della popolazione, di averli dati per acquisiti.

In questa nostra Europa dell’Unione Europea, invece, assistiamo nell’Ungheria di Orban, membro effettivo dell’Ue, a un divieto che unisce alla libertà di manifestare quella di manifestare sulla propria identità. La campagna contro i gay di Orban accomuna un Paese europeo all’Iran dove i gay impiccati sventolano sulle forche. E quella contro lo ius soli negli Stati Uniti, sancita da una recente sentenza della Suprema Corte a sostegno di Trump, ci ricorda molto il nostro Paese, anch’esso un paese dell’Unione Europea, dove il referendum sulla cittadinanza ha messo in evidenza un numero imprevisto di “no” fra i votanti, quindi presumibilmente a sinistra.

Perché i diritti sono sotto accusa, perché c’è in questa nostra epoca ancora chi si arroga il potere di decidere della sessualità degli altri, della loro esistenza? Chi nega loro il diritto a morire senza dolore, ad essere cittadini del Paese in cui sono nati? Cosa spinge le persone a voler imporre agli altri, con la forza e il dolore, i loro principi, che solo le loro vite dovrebbero riguardare? Quando è successo che i principi etici di alcuni sono di nuovo diventati imposizioni su tutti?

Quanto succede a Budapest, con il divieto di manifestare nel Pride, aggirato dalla coraggiosa presa di posizione del sindaco della Capitale, porta i diritti che riguardano la persona di ognuno di noi a diventare, come già quelli che riguardano le guerre e i loro crimini, un terreno privilegiato dello scontro fra due mondi, quello dei sopraffattori e quello di chi combatte per la libertà di tutti. Per questo ciò che succede oggi a Budapest ci tocca tutti, perché riguarda la nostra libertà. Per questo tanti si sono riversati dagli altri Paesi nelle vie di Budapest, dove i seguaci di Orban manifestano nelle strade il loro odio contro la libertà.

Non so se questa estensione ai diritti individuali della battaglia per i diritti, quella che tocca la grande politica, le guerre, i crimini contro l’umanità, gioverà a chi si batte per la libertà o contribuirà a restringere ancor più i diritti dei più deboli, nel caso finisse con la vittoria degli Orban, dei Putin, dei Netanyahu e dei Trump. Ma non c’è più tempo, il tempo di essere neutrali è scaduto.

Nell’immagine: una delle enormi bandiere arcobaleno che ieri hanno riempito di colore il corteo del 30° Pride di Budapest, Ungheria