Riarmo über alles

Berna taglia ai Cantoni, il Ticino ci rimette ma taglia a sua volta. Miliardi di franchi rimpinguano l’esercito e il Partito socialista sposa Ursula Von der Leyen 

Scaricabarile e piagnistei. Ecco due termini che spiegano come funziona la politica in Svizzera e in Ticino

Le misure di risparmio della Confederazione, attualmente in fase di consultazione, prevedono tagli per circa 40 milioni di franchi a carico del Ticino a partire dal 2027. Le proposte di Berna riguardano diversi campi: meno soldi per i trasporti regionali, riduzione dei sussidi di cassa malati, tagli all’assistenza per l’infanzia e anche per l’innovazione, riduzioni per la politica d’asilo e per la protezione del paesaggio. Insomma, misure che, secondo il Consiglio di Stato, sarebbero “insostenibili per le nostre finanze”. Inoltre sono previste riduzioni di introiti per l’USI e la Supsi. Il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha parlato di “federalismo predatorio”.

Il Ticino è un Cantone oggettivamente in difficoltà, confrontato con la pressione di una regione confinante, l’Italia, che può offrire mano d’opera a buon mercato. Inoltre, da anni, il Cantone rivendica migliori benefici nella perequazione finanziaria intercantonale e, recentemente, un maggior sostegno a seguito dei danni dell’alluvione nel locarnese.

La smania risparmista cala sui Cantoni, non solo in Ticino, come una mannaia. È quindi comprensibile la reazione negativa di Bellinzona alle proposte di Berna. Fa però specie vedere che ci si lamenta con l’autorità federale per principi di politica finanziaria che vengono applicati anche nel Cantone. Il Consiglio di Stato sottolinea che “pur consapevoli che il risanamento delle finanze federali sia anche nell’interesse dei Cantoni, non reputiamo che lo stesso debba avvenire trasferendo direttamente e indirettamente oneri agli stessi, ma piuttosto privilegiando un intervento sulle spese proprie della Confederazione”.

Berna e Bellinzona tagli a gogo

Piagnucolare con Berna quando si praticano gli stessi criteri in casa propria non è in contraddizione? Criticare la Confederazione ma poi applicare misure analoghe nel Cantone, tagliando spese, sussidi, aiuti, spostamendo verso i Comuni di oneri in nome del “risanamento delle finanze” non è un gioco disonesto? Non sarebbe il caso di andare alla radice del problema? Ovvero riconoscere che le finanze della Svizzera e del Ticino non sono sull’orlo del baratro, non c’è nessun pericolo di bancarotta per le generazioni future e il rapporto tra spese e PIL è sano se solo lo confrontiamo con il resto del mondo. Ricordiamo brevemente il rapporto debito pubblico PIL: USA 122, 5%, Cina 96, 3, Giappone 234, 9, Italia 137, 3, Svizzera 36, 9” (nel 2019 era al 39, 6%).

L’austerità non si giustifica, anche perché lo scorso anno la Confederazione ha chiuso il consuntivo con un’eccedenza di 11, 3 miliardi di franchi. Un risultato che dimostra, se ancora fosse necessario, l’ottima salute delle finanze federali. Naturalmente Berna minimizza e sottolinea che il dato importante sono gli 80 milioni di deficit. Sta di fatto che il giochino si ripete: preventivi allarmistici, che invitano a tagliare, e consuntivi che rivelano tesoretti nascosti. “Il Consiglio federale – afferma Mattea Meyer, copresidente del Partito socialista svizzero – deve ritirare immediatamente questo progetto di austerità. Non è necessario e tantomeno accettabile. Con un’eccedenza tanto chiara, dobbiamo investire nel potere d’acquisto, nella giustizia sociale e nella transizione ecologica, non nello smantellamento del nostro modello sociale”.

La Svizzera è (di fatto) nella NATO

Mentre l’austera scure bernese, manovrata dal gruppo diretto dall’ex socialista ed ex sindacalista Serge Gaillard, furbescamente ingaggiato dalla ministra mani di forbici Keller Sutter, si scaglia sui Cantoni (oltre che sulle spese federali), la Commissione della sicurezza del Consiglio nazionale propone di investire un ulteriore miliardo di franchi per l’acquisto di munizioni dell’esercito. La politica di riarmo lanciata in Europa dalla Von der Leyen, in barba al Parlamento europeo, con una previsione di spesa di 800 miliardi di euro, contagia anche la Svizzera. Nei prossimi tre anni l’esercito avrà a disposizione 29, 8 miliardi di franchi, invece dei 25, 8 proposti dal Consiglio federale. Un regalino plurimiliardario della maggioranza borghese del Parlamento, cui la sinistra si è opposta senza successo.

Sinistra che ha cercato di frenare l’aumento delle risorse destinate al Dipartimento della difesa (DDPS), ma non si oppone all’avvicinamento della Svizzera all’Unione europea e alla NATO.

Negli ultimi anni, ormai, l’esercito elvetico sembra schierato con le armate del resto d’Europa. Quest’anno si prevede che i soldati svizzeri partecipino a 32 esercitazioni internazionali. Nove di queste saranno effettuate nell’ambito del Partenariato per la pace della NATO. La Svizzera partecipa anche a due progetti della “Permanent Structured Cooperation” (PESCO) dell’UE. Dallo scorso autunno fa parte della “European Sky Shield Initiative” che si occupa della difesa terra aria. Non fa parte della NATO, non ancora, ma poco ci manca. Nel 2022 il DDPS affermava che “non è praticabile un approccio solitario in materia di politica di sicurezza con la rinuncia alla cooperazione internazionale e il perseguimento della piena autonomia nella difesa”. L’ambasciatore svizzero in Belgio, Jacques Pitteloud, vicino di casa di NATO e UE, invita a svolgere più esercitazioni con la NATO, perché “una difesa autonoma è politicamente senza speranza”. La neutralità svizzera è un mito ormai messo in soffitta.

Il pensiero unico dominante in Europa sul fatto che Putin vuole espandersi fino a Lisbona continua a tener banco. È la narrazione di un’Europa che come “soggetto geopolitico non esiste” e dei volenterosi, Francia, Regno Unito, Germania e Polonia, che sono “i vorrei ma non posso” (Lucio Caracciolo) che ballano a vuoto. Tre anni di guerra in Ucraina, dopo l’invasione russa, non sono serviti a far capire che Mosca non ha la capacità di aggredire l’Europa. Citiamo un paio di dati, suggeriti dal ricercatore tedesco Ingar Solty della Fondazione Rosa Luxenburg: nel 1939 la Germania nazista invase la Polonia con un milione e mezzo di soldati. Quando la Germania attaccò l’Unione sovietica schierò tre milioni di soldati. Mosca ha schierato 190 mila soldati per invadere l’Ucraina. Studiare la storia, ogni tanto, aiuta a capire il presente.

Più armi meno solidarietà

Solleva timori lo storico Alessandro Barbero, una delle poche voci lucide in Italia – che ci ricorda gli anni che hanno preceduto la prima guerra mondiale, “il suicidio dell’Europa”. Anche allora si parlava di guerra imminente e nei cinque anni prima del 1914 le potenze europee avevano aumentato le spese militari del 50% in media nell’illusione di essere più sicuri. Anche oggi le prospettive per la popolazione europea (e svizzera) non sono rosee. “Mentre il bilancio della difesa viene aumentato per far fronte alla ‘minaccia russa’ – scrive Le Monde – l’idea di finanziare questo sforzo tagliando sulle spese per la solidarietà emerge sempre più chiaramente”. La spesa militare mondiale è cresciuta del 9, 4% l’anno scorso. Tra il 2014 e il 2022 l’aumento di spesa per le armi dei paesi della NATO ha superato il 32%. Oltretutto, piccolo dettaglio non secondario, le spese europee in armi vanno a beneficio dei produttori statunitensi.

Il partito socialista svizzero è ormai sul carro del riarmo europeo. Da una parte si criticano le spese eccessive del Dipartimento militare, ma dall’altra si sprona il Paese ad avvicinarsi all’Unione europea e, di fatto, alla NATO. In una lunga intervista concessa dal copresidente Cédric Wermuth al quotidiano romando Le Temps, ci sono dichiarazioni significative e classificabili nel repertorio bellicista. “La difesa della Svizzera – dice Wermuth – comincia ai confini dell’Ucraina e le sanzioni contro la Russia sono troppo lente e troppo deboli. Non bastano le relazioni bilaterali con l’UE, bisogna integrare una struttura europea di sicurezza”. Wermuth sembra anche piuttosto confuso: afferma che “le collaborazioni militari non devono essere previste solo con la NATO, qui noi ci opponiamo, ma soprattutto con l’UE”. Forse abbiamo perso qualche puntata della storia recente, ma che differenza c’è tra NATO e Unione europea dal punto di vista militare? È data solo dal timore che Trump abbandoni l’organizzazione militare dell’impero americano in Europa? Stia sereno Wermuth, le decine di basi e istallazioni militari USA in Europa non scappano! E a 100 chilometri da Chiasso ci sono decine di bombe atomiche statunitensi pronte all’uso, nella base di Ghedi Torre vicino a Brescia.

Cédric nelle braccia di Ursula

Poi, sempre il copresidente PS afferma categoricamente che bisogna bloccare l’acquisto dei caccia F-35. Bene! Però: “La Svizzera – dice Wermuth – deve riconoscere la sua appartenenza europea, in termini di sicurezza e d’economia. Resta da sapere cosa ciò significhi istituzionalmente”. Significa che la Svizzera si integra, di fatto, nella NATO. Come scrive Maurizio Binaghi, nel suo “La Svizzera è un paese neutrale (e felice)”: “Il 10 febbraio 1956, il Consiglio federale conclude un memorandum segreto con la NATO, che stabilisce che la Svizzera manterrà la sua neutralità fino a un’eventuale invasione del suo territorio. In tale scenario, l’adesione alla NATO diventerebbe inevitabile. Questo accordo allinea gli interessi della Confederazione con quelli dell’Alleanza atlantica, suggerendo che l’esercito svizzero sia ormai parte, di fatto, del sistema di difesa occidentale”. Dunque: se l’Ucraina è Svizzera, come sostiene Wermuth, la Svizzera è nella NATO! Se si rifiuta questa forzatura, la Svizzera poteva esercitare un ruolo di mediazione e di interlocutrice neutrale fra gli Stati in guerra.

I buoni uffici della Svizzera nella trattativa tra Cina e USA a Ginevra, a metà maggio, generano ricadute positive per il nostro Paese. Schierandosi apertamente con UE e NATO non si è persa un’occasione?

Finalmente, il partito socialista svizzero si sta accorgendo del genocidio in corso a Gaza. All’inizio di maggio tre consiglieri nazionali PS hanno chiesto al Governo di adoperarsi per porre immediatamente (sic!) fine all’orrore che si sta consumando a Gaza. “Il Consiglio federale deve prendere posizione su queste violazioni del diritto internazionale, tra cui l’uso della fame come arma, l’uccisione mirata del personale di soccorso e la minaccia di pulizia etnica attraverso il piano di Trump”.

Grande è la confusione socialista sotto il cielo europeo. La paura nei confronti di Putin e Trump spingono i compagni nelle braccia di Von der Leyen, “questa nullità tenuta assieme dalla lacca” (Marco Travaglio), che promuove la politica miliardaria di riarmo europeo.

Non sembra una grande strategia politica e, men che meno, socialista. Siamo tutti europeisti, idealmente. Ma oggi bisogna fare i conti con la realtà e valutare lo stato di questa Unione europea: liberista, in mano alla destra, guerrafondaia e bellicista.

Non ci resta che Papa Leone che invoca una “pace disarmata e disarmante”. E l’economista Thomas Piketty: “I popoli d’Europa, e del mondo, non hanno bisogno di più armi, ma di una cura d’investimenti che privilegino l’essere umano e lo sviluppo durevole, concentrandosi sulle infrastrutture collettive: formazione, sanità, trasporti, energia e clima”.

Pubblicato da Quaderni Alternativi


L’UBS si lamenta, ma i bonus sono sovvenzionati dallo Stato

Berna taglia ai Cantoni, il Ticino ci rimette ma taglia a sua volta. Miliardi di franchi rimpinguano l’esercito e il Partito socialista sposa Ursula Von der Leyen 

Di Christof Leisinger, Infosperber

I guadagni fino al 7% registrati dalle azioni UBS in borsa dicono quasi tutto quello che c’è da sapere sulle decisioni strategiche presentate il 6 giugno dal Consiglio federale in merito alla futura regolamentazione dell’UBS. Vale a dire: l’aggressivo lobbying della grande banca nelle ultime settimane ha dato i suoi frutti. Le misure presentate dalla ministra delle finanze Karin Keller-Sutter sono meno severe di quanto sarebbe effettivamente necessario.

In sostanza, la questione principale è se, quando e in che misura la grande banca dovrà rafforzare la propria dotazione di capitale proprio. Gli esperti e diversi studi ritengono da tempo che la copertura patrimoniale dell’UBS sia insufficiente e chiedono che venga rafforzata il più rapidamente possibile e in modo significativo.

I manager dell’UBS guidati dal CEO Sergio Ermotti vogliono invece mantenere il capitale proprio il più basso possibile. Contrariamente alle conclusioni scientifiche, essi sostengono che un aumento del capitale proprio comporterebbe un aumento dei costi dei crediti per i clienti e svantaggerebbe l’UBS nella concorrenza internazionale.

Il sogno dei banchieri: poco capitale proprio, poca responsabilità, profitti enormi e bonus

I banchieri dell’UBS continuano a sognare il modello di business diffuso nel settore bancario moderno, che consiste nel realizzare profitti il più elevati possibile con il minor capitale proprio possibile e una responsabilità personale minima, accettando rischi speculativi considerevoli e distribuendo bonus enormi. Il problema: il sogno funziona solo con una garanzia implicita dello Stato. Ciò è dimostrato dal fatto che negli ultimi anni in Svizzera ben due grandi banche sono finite in difficoltà proprio sulla base di questo modello.

Una di queste, l’UBS, ha dovuto essere salvata dai contribuenti nel contesto della grande crisi finanziaria a causa di gravi speculazioni errate con titoli ipotecari americani. L’altra, il Credit Suisse, è stata recentemente spinta nelle braccia dell’UBS, risanata grazie a enormi garanzie statali, dopo anni di grave cattiva gestione.

In entrambi i casi, senza il sostegno delle autorità pubbliche, gli istituti finanziari sarebbero crollati perché, a causa di errori negligenti o addirittura intenzionali commessi da manager altamente retribuiti in fasi critiche, non disponevano di capitale proprio e liquidità sufficienti per far fronte a shock esterni negativi o scandali.

La direzione del Credit Suisse aveva addirittura minato deliberatamente le fondamenta dell’istituto: lo dimostra, ad esempio, il fatto che dal 2015 i mutui ipotecari svizzeri sono stati utilizzati come garanzia per i prestiti. Questi ultimi erano necessari per pagare al management bonus elevati e dividendi agli azionisti nonostante i noti risultati negativi. Dopo il fallimento, i dirigenti dell’epoca sono riusciti addirittura a sparire senza conseguenze con i loro stipendi milionari e i bonus «guadagnati con fatica».

Secondo la volontà del Consiglio federale, tutto dovrebbe migliorare

Ora, però, secondo la volontà del Consiglio federale, tutto dovrebbe migliorare. A tal fine ha approvato «un pacchetto completo di misure» (vedi dettagli sotto) che dovrebbe garantire che in futuro gli istituti finanziari svizzeri non siano più così rapidamente indeboliti da cattiva gestione intenzionale, crisi o scandali. E se ciò dovesse comunque accadere, in casi estremi dovrebbe essere più facile intervenire in loro soccorso.

Ciò vale in particolare per l’UBS. Il leader indiscusso della piazza bancaria svizzera è diventato un rischio concentrato almeno dall’acquisizione del Credit Suisse: il suo totale di bilancio è superiore di circa due terzi al prodotto interno lordo della Svizzera. Se la grande banca dovesse trovarsi nuovamente in difficoltà a causa delle enormi posizioni in derivati nel suo bilancio o di altre incognite, un nuovo salvataggio potrebbe diventare un esercizio di equilibrismo.

È quindi ancora più sorprendente che il Consiglio federale, secondo la sua proposta, non intenda chiedere all’UBS di aumentare in generale il coefficiente di capitale proprio. Vuole invece solo obbligare la casa madre dell’UBS in Svizzera a dotare in futuro le sue filiali estere al 100% di capitale proprio. Finora era richiesto solo il 60% di fondi propri. Ciò che sembra tecnico ha conseguenze concrete per UBS: avrà bisogno di miliardi di capitale proprio aggiuntivo.

In una prima reazione alle intenzioni del governo presentate venerdì sera, la banca stessa ha stimato il fabbisogno di capitale aggiuntivo a circa 20 miliardi di franchi, tenendo conto di una riduzione del capitale già decisa dall’estero. A prima vista può sembrare molto. Tuttavia, si tratta solo della metà di quanto sarebbe necessario per portare il rapporto non ponderato tra capitale proprio e totale di bilancio al livello del concorrente americano JP Morgan, che in realtà ne ha troppo poco.

Le misure arrivano forse troppo tardi

Il Consiglio federale avrebbe potuto introdurre immediatamente i nuovi requisiti per UBS con un’ordinanza e stabilire un periodo transitorio. Ma il Consiglio federale ha seguito Keller-Sutter e vuole lasciare la decisione al Parlamento. Ciò richiede un messaggio del Consiglio federale, un periodo di consultazione, un progetto di legge concreto e l’intero processo parlamentare. E alla fine, forse, anche un referendum popolare.

In questo modo l’UBS guadagna molti anni. L’entrata in vigore è quindi possibile al più presto a partire dal 2028. Fino ad allora, i lobbisti della grande banca avranno tempo per annacquare la versione finale a loro favore e anche dopo è previsto un ulteriore periodo transitorio di almeno sei-otto anni. La ministra delle finanze Karin Keller-Sutter mette attualmente in guardia dai rischi geopolitici ed economici, ma secondo i critici lascia comunque che il management dell’UBS giochi tranquillamente sul tempo.

Tuttavia, la banca reagisce con ostinazione. “Le misure di capitale presentate sono «estreme, sproporzionate e non coordinate a livello internazionale“, si legge in un memo interno inviato ai dipendenti dal presidente del consiglio di amministrazione Colm Kelleher e dal CEO Sergio Ermotti. Se attuate integralmente, minerebbero la competitività globale di UBS e danneggerebbero il settore finanziario svizzero e, in ultima analisi, l’intera economia svizzera. “Continueremo a difendere i valori che la nostra azienda rappresenta e i vantaggi che offriamo a molte persone”.

Alcuni, soprattutto i commentatori liberali dei giornali, ritengono addirittura che gli svizzeri siano dei codardi, e che ora UBS, l’unica grande banca rimasta nel Paese, debba «pagare il prezzo» trovandosi in una posizione di svantaggio rispetto ai concorrenti di New York o Londra. L’UBS diventerebbe un candidato all’acquisizione e non sarebbero sorpresi se la banca trasferisse la sua sede all’estero. Così dicendo ripetono ingenuamente ciò che l’UBS e la lobby bancaria continuano a propinare loro.

20 miliardi sono una sciocchezza per UBS

Eppure 20 miliardi di franchi distribuiti su dieci anni sono quasi una sciocchezza per una banca i cui programmi di riacquisto di azioni per il 2025 hanno un volume complessivo fino a 3,5 miliardi di dollari e che nell’ultimo esercizio ha distribuito ben tre miliardi di dollari di dividendi e un bonus pool di 4,7 miliardi di dollari.

Senza contare che tali pagamenti sono possibili soprattutto perché finora UBS non ha praticamente pagato nulla per la garanzia statale implicita, che secondo un’analisi degli economisti Cyril Monnet, Dirk Niepelt e Remo Taudien ha un valore annuo di circa tre miliardi di dollari. Altre stime sono addirittura molto più elevate.

Che ne direste se le banche rinunciassero alla garanzia statale e si assumessero i rischi da sole?

In sostanza, lo Stato sovvenziona i bonus e i guadagni degli azionisti dell’UBS. Chi si stupisce quindi che, dopo i fallimenti, la sfortuna e gli incidenti degli ultimi anni nel settore finanziario, lo Stato stia lentamente e, si spera, non troppo tardi, diventando più restrittivo? A questo proposito, secondo il professore emerito di economia di Basilea Urs Müller, almeno in teoria e per quanto riguarda le lamentele, esisterebbe una soluzione elegante: i banchieri rinuncino di propria iniziativa e con dignità alla garanzia statale, invece di lamentarsi della crescente regolamentazione.

In questo modo Ermotti & Co. potrebbero finalmente liberarsi dell’onere normativo e assumersi pienamente tutti i rischi che desiderano correre. Presto si vedrebbe se sarebbero davvero in grado di competere con i giganti bancari americani, anche se la stessa UBS ha solo una piccolissima base. Il mercato deciderebbe rapidamente in modo del tutto liberale se i manager bancari meritino davvero i bonus che sognano, visti gli eccessi retributivi nel paese delle opportunità illimitate. E se il capitale proprio è davvero troppo costoso, anche se diversi studi confutano questa tesi.

Ma al giorno d’oggi il capitalismo liberale fallisce sempre più spesso nella pratica perché i suoi rappresentanti non sanno più cosa sia realmente. O, come ha affermato la ministra delle finanze Karin Keller-Suter durante la presentazione delle ultime decisioni del Consiglio federale: «La decenza non si può imporre con le regole».

La decisione del Consiglio federale sulle banche: le misure più importanti in sintesi
  1. Requisiti patrimoniali più severi per UBS
    In futuro l’UBS dovrà dotare le sue filiali estere al 100% di capitale di base. Finora questo valore era pari a circa il 60%. Ciò significa che la banca dovrà costituire fino a 26 miliardi di dollari USA di capitale proprio aggiuntivo. Per l’attuazione, l’UBS beneficerà di un periodo transitorio di sei-otto anni; la piena attuazione è prevista al più presto nel 2028.
  2. Requisiti di liquidità più elevati
    In futuro le banche di importanza sistemica dovranno soddisfare requisiti minimi di liquidità più severi. Dovranno prepararsi a poter ottenere rapidamente liquidità dalla Banca nazionale svizzera (BNS) o da altre banche centrali in caso di crisi. A tal fine, ad esempio, dovranno essere prese misure contrattuali con i clienti affinché i crediti concessi possano fungere da garanzia in caso di emergenza.
  3. Maggiori competenze per l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (FINMA)
    La FINMA riceve più strumenti e competenze per poter intervenire in modo più tempestivo ed efficace. In futuro potrà anche infliggere ammende alle banche che violano le disposizioni.
  4. Responsabilità più chiare nella gestione
    In futuro le banche dovranno stabilire per iscritto quali manager sono responsabili di quali decisioni (Senior Manager Regime). In caso di comportamento scorretto, i bonus potranno essere ridotti o richiesti indietro e, in casi estremi, potrà essere vietato l’esercizio della professione. Non è tuttavia previsto un divieto generale dei bonus per i top manager.
  5. Miglioramento dei piani di crisi e di liquidazione
    I piani di stabilizzazione e risoluzione delle banche saranno rafforzati. La FINMA potrà ordinare che le lacune riscontrate in tali piani siano colmate. L’autorità di vigilanza rileva ancora notevoli carenze in termini di attuabilità e capacità di risoluzione senza perdite in caso di crisi.
  6. Ampliamento dell’approvvigionamento di liquidità
    L’introduzione di un cosiddetto «Public Liquidity Backstop» per le banche di importanza sistemica dovrebbe garantire l’approvvigionamento di liquidità in caso di crisi e colmare le lacune esistenti nel dispositivo di sicurezza. In casi estremi, la Banca nazionale concede un prestito speciale garantito dalla Confederazione. A differenza della classica garanzia statale, sono previste condizioni più severe e un privilegio di fallimento a favore della Banca nazionale.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: i vertici dell’UBS negano che la banca abbia bisogno di una garanzia statale o di più capitale


Negoziato flambé

Berna taglia ai Cantoni, il Ticino ci rimette ma taglia a sua volta. Miliardi di franchi rimpinguano l’esercito e il Partito socialista sposa Ursula Von der Leyen 


L’ultima carta di Israele, un Paese al bivio

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Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Israele ha deciso di abbattere il regime iraniano. E di proclamare con ciò vittoria nella guerra che dal 7 ottobre lo impegna contro i soci arabi di Teheran — Hezbollah e Hamas su tutti. Nei sogni più spericolati di Netanyahu e associati, reintegrando quel che resta dell’impero persiano in una nuova “alleanza della periferia” quale fu, in piena guerra fredda, l’intesa con lo scià e con i militari turchi contro i panarabisti di Egitto e Siria.

Non domani, forse nemmeno dopodomani, ma il crollo dello Stato dei pasdaran, di cui gli ayatollah sono componente non più egemone, è possibilità concreta. Soprattutto, Gerusalemme non ha altra scelta. La sua sarebbe infatti una vittoria della disperazione, colta combattendo sull’orlo del burrone in cui rischia di precipitare. Solo scenario strategico plausibile per dare senso alla campagna di autodistruzione su sette fronti ingaggiata trasformando il massacro del 7 ottobre in minaccia esistenziale per Israele.

Venti mesi di stragi che non hanno prodotto né possono produrre una soluzione che renda lo Stato ebraico più sicuro. Ne stanno anzi minando le fondamenta, accentuando le distanze fra le tribù israeliane e mettendo in pericolo le diaspore ebraiche nel mondo, identificate con i sionisti. Come autoridursi a Stato paria.

I massicci attacchi continuano a colpire con apparente successo i principali siti atomici iraniani e altre infrastrutture strategiche, mentre decapitano i vertici militari del nemico e liquidano scienziati e tecnologi di punta. Impressiona il grado di infiltrazione nelle élite persiane. Nessun capo iraniano può essere oggi sicuro che il suo compagno di stanza non sia al soldo del Mossad. Tutto questo si ripercuote sul morale della popolazione, già stressata e impoverita. In attesa di capire se i contrattacchi iraniani saranno efficaci.

Quanto (im)probabile è il successo di questo ambizioso progetto? In altri termini, Israele potrebbe finire di suicidarsi prima di sradicare l’Amalek — Male assoluto secondo la strumentale esegesi biblica cara a Netanyahu — incarnato dall’Iran? Lo scontro fra israeliti e amaleciti non prevede pareggio. Questo duello mortale, con lo Stato di Israele in mano ad apocalittici per fede o opportunità mentre sull’altro fronte correnti sciite messianiche sfogliano il loro calendario dei tempi ultimi, non può essere inteso su basi razionali. Non sembrano averlo colto i decisori americani, che pensano di poter ricondurre il parente israeliano a logiche utilitarie. Provvisorie.

Oggi Trump cerca di cavalcare il successo militare israeliano dopo aver tentato di non finire dentro l’ennesima guerra in Medio Oriente. Ma Netanyahu ce lo sta trascinando per i capelli. Maledizione di ogni presidente che proclami di volerne restar fuori. Gerusalemme ha bisogno di Washington, certo. Ma preferisce usare gli Usa piuttosto che esserne usata. La storia universale è ricca di casi analoghi, con l’impero che pensa di servirsi dei clienti salvo venirne manipolato. Il grande impero non si gioca la vita, i molto meno potenti soci sì. In articolo di morte per loro tutto è lecito.

Se questo è l’inizio di una guerra totale fra Israele e Iran, gli Stati Uniti non possono restarne fuori. Lo Stato ebraico resta l’unica nazione al mondo per cui gli Usa sono sempre disposti a fare la guerra. Se si sottraessero, sfregerebbero la propria identità e perderebbero ogni residua credibilità. Per la gioia di Xi Jinping e non solo.

In fondo all’animo, gran parte degli ebrei israeliani sa di abitare un provisorium. Lo Stato ebraico è miracolo che sfida ogni analisi geopolitica. Dal 1973 (Kippur) al 7 ottobre 2023 la sua strategia era di non impegnarsi mai in guerre strategiche, solo in brevi campagne di manutenzione (“falciare l’erba”). Da combattere dividendo i nemici, a cominciare dai palestinesi — di qui l’appoggio a Hamas contro i seguaci di Abu Mazen o l’attuale sostegno a una cellula gaziana dello Stato Islamico contro Hamas. Questione di demografia: un pugno di ebrei in un mare di arabi islamici. “Villa nella giungla”.

Netanyahu ha rovesciato questo principio nel suo opposto. Guerra lunga, senza obiettivi strategici definiti, impegnando tutte le risorse disponibili anche a costo di lacerare società e Forze armate israeliane. Contro un nemico bollato terrorista cui per vincere basta esistere. E riprodursi (su questo la vendetta israeliana è garanzia).

Netanyahu è al bivio: o continua a rilanciare per allargare il suo spazio vitale massacrando quanti più arabi possibile in quanto animali pericolosi — donne e bambini inclusi — fino a cacciarli dal Grande Israele. Oppure liquida il Grande Amalek e dichiara vittoria, per tornare alle periodiche campagne di manutenzione contro i palestinesi. Tutto il resto non è sconfitta, ma inizio della fine.


Dalai Lama, l’erede Made in China

Berna taglia ai Cantoni, il Ticino ci rimette ma taglia a sua volta. Miliardi di franchi rimpinguano l’esercito e il Partito socialista sposa Ursula Von der Leyen 

Di Lorenzo Lamperti, il manifesto

Nel cuore delle montagne dell’Himalaya, dove il vento porta con sé le preghiere scritte sui drappi colorati e i monasteri si specchiano nel cielo più alto del mondo, si gioca una partita spirituale che potrebbe avere ripercussioni geopolitiche di portata mondiale. È una storia di fede, potere e identità: la vicenda della successione del Dalai Lama.

NEL 1995, un bambino di sei anni, Gedhun Choekyi Nyima, fu identificato dal Dalai Lama come la reincarnazione del Panchen Lama, la seconda figura più importante del buddhismo tibetano. Tre giorni dopo scomparve. La Cina lo fece sparire nel nulla, dichiarando anni dopo che godeva di una vita normale, lontano dai riflettori. Ma nessuno lo ha più visto. Al suo posto Pechino installò un altro bambino, Gyaltsen Norbu, come undicesimo Panchen Lama. Ma per molti tibetani è un impostore, un simbolo vivente del tentativo cinese di colonizzare anche lo spirito di un popolo. Oggi, Gyaltsen Norbu ha raggiunto la maturità ed è diventato un perfetto funzionario-religioso: elogia le politiche del Partito comunista e promette di rendere il buddhismo «più cinese».

NEI GIORNI SCORSI è stato protagonista di una rara visita a Zhongnanhai, varcando la soglia del cuore del potere politico di Pechino. Qui, ha incontrato il presidente Xi Jinping, di cui ha garantito di «tenere ben presenti gli insegnamenti». Il Panchen Lama ha promesso di dare il proprio contributo al rafforzamento di «un forte senso di comunità per la nazione cinese» e al progresso sistematico della «sinizzazione della religione». Il messaggio inviato da Pechino è chiaro: la Cina controllerà il futuro spirituale del Tibet. Ma se il Panchen Lama è il preludio, la sinfonia è ancora tutta da scrivere. Il Dalai Lama, Tenzin Gyatso, ha 89 anni.

E ha annunciato che renderà noto il futuro della sua reincarnazione intorno al suo novantesimo compleanno, in calendario il prossimo luglio. Ci siamo, insomma. Ecco perché il tempismo dell’incontro tra Xi e il Panchen Lama non è certo casuale. Pechino si prepara a una nuova battaglia sul Tibet. D’altronde, Tenzin Gyatso lo ha già scritto nel suo ultimo libro, Voice for the voiceless: «Il nuovo Dalai Lama nascerà nel mondo libero». Traduzione: fuori dalla Cina. Non c’erano grandi dubbi, viste le irrisolte divergenze tra il governo tibetano in esilio e la Cina.

SI TRATTA DI UNA VICENDA che affonda le radici nel secondo dopoguerra. Subito dopo la fine della guerra civile tra comunisti e nazionalisti, nel 1950, Mao Zedong invade il Tibet autonomo. Il Dalai Lama, allora giovanissimo e in carica già da una decina d’anni, fugge in India dopo la sanguinosa repressione delle rivolte del 1959. Da allora, è sempre rimasto a Dharamsala, non lontano dalla frontiera contesa tra Cina e India. Da qui ha guidato a lungo il governo tibetano in esilio, diventando il simbolo mondiale del Tibet e incontrando a varie riprese tutti i più importanti leader internazionali. Per questo la Cina, che si oppone all’internazionalizzazione della questione tibetana, definisce il Dalai Lama un «separatista» e un «lupo travestito da monaco».

I RAPPORTI sono ulteriormente peggiorati dopo la grande rivolta tibetana del 2008, avvenuta nei mesi precedenti ai Giochi olimpionici di Pechino attraendo l’interesse temporaneo di una lunga schiera di divi di Hollywood e politici occidentali. Anche Giorgia Meloni, ancora lontana dall’entrare a Palazzo Chigi, scese in piazza chiedendo di disertare la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Dal 2010 ogni forma di dialogo è venuta meno e, l’anno successivo, la decisione di separare il potere spirituale da quello politico con la creazione di un nuovo governo civile in esilio ha aumentato l’irritazione cinese. Negli ultimi anni la questione è tornata al centro dell’attenzione. Nel 2020 il leader tibetano è stato invitato per la prima volta a Washington dall’amministrazione Trump, un segnale di riconoscimento politico oltre che spirituale che ha scatenato l’ira di Pechino, facendo presagire nuove complicazioni nel dossier tibetano. A giugno 2024 si è registrato un ulteriore salto di livello con la visita a Dharamsala di una delegazione di alto profilo del Congresso degli Stati uniti, guidata dall’allora presidente della commissione Esteri, Michael McCaul, e dall’ex presidente della Camera, Nancy Pelosi.


 

 

 

 

 

 

Dharamshala (India), la protesta contro Pechino

SIA IL GOVERNO TIBETANO in esilio sia Pechino rivendicano il diritto di scelta del nuovo Dalai Lama. La nomina del successore di Tenzin Gyatso sarà la prima da quando esiste la Repubblica Popolare cinese, che sostiene di avere ereditato il diritto di scelta (o, quantomeno, di conferma) che aveva in passato la dinastia imperiale Qing. Esiste dunque la concreta possibilità che in un futuro non troppo lontano ci siano due Dalai Lama: uno nominato e riconosciuto dalla Cina, l’altro nominato dal governo tibetano in esilio e riconosciuto da India, Stati uniti e Occidente. Nei giorni scorsi c’è stato un anticipo, con il governo cinese che ha protestato contro il Giappone per aver ospitato una convention sul futuro del Tibet.

OLTRE ALLA SCONTATA LOTTA internazionale, Pechino teme che tutto questo possa portare a nuove turbolenze interne tra i fedeli tibetani. Anche per questo accelera da anni la sinizzazione della regione che chiama Xizang, spesso tradotto in «tesoro dell’ovest». Per farlo ha seguito una strategia duplice: imponenti investimenti economici e infrastrutturali da una parte, assimilazione culturale dall’altra. Non è solo una questione religiosa. Quello che separa lo Xizang dal «Tibet meridionale» (come Pechino chiama i territori che rivendica ma sotto controllo dell’India) è un confine vivo e conteso. Ed è un serbatoio d’acqua, un tesoro idrico che potrebbe diventare fonte di nuove tensioni. Basti pensare alla mega diga di Motuo che la Cina vuole costruire sul fiume Yarlung Tsangpo e che potrebbe dare a Pechino il controllo su un’arteria vitale che scende fino al Brahmaputra in India. Sotto il cielo più alto del mondo non è escluso possa presto aumentare la confusione.

Nell’immagine: il Dalai Lama


Così Netanyahu realizza il lungo sogno della guerra preventiva contro gli ayatollah

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Si chiude il cerchio, almeno per ora. Sette ottobre 2023-13 giugno 2025. Dalla carneficina compiuta da Hamas nel Negev israeliano (seguito dalla strage degli innocenti a Gaza, sotto i colpi di una vendetta di inaudita crudeltà) fino alla notte scorsa, con il pesante attacco di Tsahal ai siti nucleari dell’Iran e la decapitazione dei vertici dei Pasdaran e dell’esercito. Operazione congiunta: militare e dei servizi segreti dello Stato ebraico, che confermano di avere nel paese degli ayatollah una eccezionale forza di penetrazione. “Attacco preventivo”, lo definisce il ministro della difesa Katz: prevenire che il nemico numero uno si doti di un arsenale atomico, che del resto Israele già detiene, unica potenza atomica della regione.

“Bibi” Netanyahu realizza così il sogno coltivato nel suo ventennio di potere. Fino a ieri sempre frenato dall’alleato USA, timoroso di scatenare una crisi regionale. America che sostiene di non avere responsabilità, anche se gli osservatori hanno finora sempre pensato e sostenuto che in Medio Oriente “se Israele ha il dito sul grilletto, la pistola è pur sempre sempre nelle mani degli Stati Uniti”: che riforniscono l’alleato delle armi e delle informazioni necessarie ad operazioni militari così complesse.  Stavolta, sembrerebbe davvero che il governo messianico di destra estrema di “Bibi” abbia “sfidato” anche i consigli alla prudenza di Donald Trump, un presidente dalla postura imperiale ma che finora ha lasciato fare agli interlocutori che presumeva di poter convincere, da Putin al premier di Israele.

Dirà la Storia se davvero la Casa Bianca pensava di poter fermare Tsahal, le sue bombe, i suoi missili d’alta precisione, i raid sul terreno persiano. È dalla strage del 7 ottobre che tutto questo doveva avvenire: regolare i conti con il paese ritenuto regista del primo pogrom dopo la nascita dello Stato ebraico, assestare un colpo micidiale a chi proclama la necessità di cancellare ‘l’entità sionista’, indebolire al massimo la Repubblica clericale d’Iran per poter sperare che sia poi una popolazione in maggioranza ostile ai successori di Khomeini a finire il lavoro. Netanyahu lo aveva del resto preannunciato l’ottobre scorso, nel messaggio televisivo diretto espressamente al popolo iraniano, che in realtà aveva provocato un’ulteriore stretta sulla coraggiosa rivolta civile interna.

Israele colpisce del resto un Iran estremamente indebolito. Teheran è stato privato del ‘cerchio di fuoco’ pazientemente costruito negli anni  per difendere la Rivoluzione sciita: quasi distrutti o fortemente indeboliti con la forza tutti i “proxie” di Teheran, da Hamas a Gaza agli Hezbollah in Libano, dagli Sciiti iracheni a quelli della Siria, paese che (con la complicità della Turchia) pretende ora di essersi trasformato, dopo la cacciata del dittatore Assad, in nazione “normale”, democratica, tollerante, inclusiva e alleato indiretto dell’Occidente.

Israele ha così fatto l’auspicato vuoto attorno a sé. Rimaneva “solo” il bersaglio più lontano e più importante. L’Iran che nemmeno aveva reagito alla massiccia offensiva israeliana dell’autunno scorso. Segnale inequivocabile delle sue difficoltà. Premessa alla guerra preventiva della scorsa notte. In Occidente, c’è anche imbarazzo. Colpire e indebolire al massimo la teocratica di Teheran può essere svolta apprezzata dalle democrazie che ritengono intollerabile la dittatura sciita che si accanisce in particolare contro il movimento femminile, battutosi con enorme coraggio, pagando con tante e tanti giovani finiti nelle sue carceri, spesso consegnati alle mani del boia. Ma quanto può prevalere questo sentimento di fronte all’ennesima violazione israeliana del diritto internazionale? E pur nella consapevolezza che il diktat militare israeliano non è destinato ad accendere una pericolosa miccia in tutta la regione già al centro di innumerevoli nodi e conflitti. Che l’Iran ferito difficilmente potrà complicare con un’efficace ritorsione. Quantomeno nell’immediato. Ma cosa ci sarà “dopo l’immediato”? Quanto odio hanno seminato le guerre? Anche quelle in corso ma non vinte, come nella disperata Gaza? Interrogativi e problemi che rimangono. La Storia non ha fretta. E spesso, si sa, nemmeno la vendetta.

Nell’immagine: il bombardamento nella notte del principale impianto di arricchimento dell’uranio iraniano


Lorenzo Cremonesi – Nella notte più lunga l’attacco all’Iran

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Attacco all’Iran.Doppio assalto, disinnescate le difese: l’operazione di Israele concepita come una guerra

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Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

Un’operazione concepita come una guerra, con l’obiettivo di decapitare i vertici e le infrastrutture strategiche iraniane. L’attacco scagliato da Israele non ha nulla a che vedere con le incursioni, mirate e limitate, di aprile e ottobre: questa volta il governo Netanyahu ha iniziato una campagna per azzerare non solo i laboratori nucleari della teocrazia sciita ma anche i leader del suo apparato militare e dei Guardiani della Rivoluzione, cercando di distruggere le basi più importanti delle forze armate.

La prima ondata di missili si è abbattuta contro le abitazioni di generali e scienziati, quasi tutte nel centro di Teheran. In alcuni casi gli ordigni hanno fatto esplodere un singolo appartamento ma almeno un grattacielo residenziale è crollato, accartocciando decine di piani nel cuore della notte. Sono stati presi di mira il capo di stato maggiore, il generale Mohammad Bagheri; il comandante in capo dei Guardia della Rivoluzione, Hossein Salami; il comandante dei reparti missilistici dei pasdaran, Amir Ali Hajizadeh. Nel mirino anche scienziati e dirigenti delle ricerche nucleari. Quattro “figure apicali” sarebbero state uccise: tra loro viene indicato Hossein Salami. Sempre nella fase iniziale dell’offensiva sono stati bombardati i laboratori atomici sotterranei di Natanz e di Fordow: nel primo è stato filmato un incendio colossale. Il first strike si è diretto contro nove comandi, depositi di droni e aeroporti, sei dei quali nei dintorni della capitale. Il quartiere generale dei Guardiani della Rivoluzione è stato raso al suolo.

Non risultano reazioni della contraerea: è probabile che gli israeliani abbiano colpito con caccia rimasti sui cieli iracheni, fuori dai confini iraniani, e forse con cruise lanciati dai sottomarini Dolphin penetrati nel Golfo Persico. Due ore dopo, è partito il secondo assalto. Sono stati distrutti radar di guida e postazioni della difesa aerea, in modo da bloccare le capacità di contrasto iraniane contro le squadriglie. È anche probabile che gli israeliani siano riusciti a prendere di mira missili e droni, portati fuori dai loro bunker dopo il primo attacco per preparare la ritorsione degli ayatollah: li avrebbero colpiti nell’unico momento in cui si trovavano allo scoperto. Ci sono stati attacchi contro altri centri del programma di arricchimento dell’uranio, sulle caserme di Tabriz, nel nord, e in alcuni aeroporti. Senza più ostacoli dalla contraerea gli F35 si sono avvicinati ai bersagli, colpendo altre due volte le strutture nucleari di Natanz. Questa pioggia di ordigni potrebbe proseguire nei prossimi giorni tentando di prevenire una rappresaglia o quantomeno ridurne il volume di fuoco.


L’attacco di Israele all’Iran: cosa sappiamo finora

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

L’operazione denominata “la forza del leone” e il rischio di una guerra aperta. Presi di mira siti nucleari ma ci sono state esplosioni anche nel centro di Teheran

Israele ha lanciato nella notte un massiccio attacco contro l’Iran. Lo ha fatto senza sostegno militare americano, decidendo di colpire la Repubblica Islamica prima che possa proseguire il programma nucleare. Teheran avrebbe già ordinato una risposta con missili balistici. Siamo davanti alla più grave escalation in Medio Oriente degli ultimi venti anni: non un raid come negli scorsi mesi, ma una campagna su larga scala che può innescare una guerra aperta.

Le prime informazioni sono frammentarie. Ci sono state numerose esplosioni a Teheran, anche in pieno centro. All’inizio si è ipotizzato che fossero stati presi di mira centri di comando militari e installazioni della contraerea ma le immagini della capitale iraniana mostrano appartamenti bersagliati in condomini di lusso: è verosimile che si tratti di abitazioni dei vertici governativi, dei leader dei Guardiani della Rivoluzione o di scienziati coinvolti nelle ricerche atomiche. Uno degli edifici è crollato: non è chiaro quante siano le vittime civili. Anche la residenza del capo di stato maggiore, il generale Bagheri, sarebbe stata bombardata.

Fonti ufficiali delle Israeli Defence Forces hanno dichiarato che le incursioni sono state dirette pure contro i laboratori nucleari. Sono state sentite “colossali esplosioni” provenienti dai siti di Natanz e Fordow, due dei principali centri sotterranei del programma atomico. Ieri l’Aiea ha comunicato che l’Iran per la prima volta dal 2005 ha violato gli accordi sul monitoraggio delle attività di trattamento dell’uranio. Anche dalle città di Isfahan, Arak e Kermanshah – dove si trovano basi dell’aviazione e dei pasdaran – arrivano notizie di bombardamenti.

L’operazione israeliana è stata chiamata “La forza del leone” e sarebbero previsti “giorni di battaglia”, indicando una manovra di ampia portata: “Andremo avanti per tutto il tempo necessario”, ha detto il premier Netanyahu. La “prima fase” ha portato “l’attacco preventivo” contro dozzine di obiettivi iraniani”: “Armi di distruggerne di massa nelle mani di un regime che proclama la necessità di distruggere Israele sono una minaccia esistenziale per noi e per il mondo intero”.

In Iraq è stato segnalato il sorvolo di jet e sono state filmate scie di missili: è possibile che i cacciabombardieri dello Stato ebraico abbiano lanciato i loro missili a lungo raggio restando fuori dai confini iraniani e dal raggio d’azione delle difese terra-aria, come già accaduto durante i raid di aprile e di ottobre.

Le autorità israeliane hanno ordinato alla popolazione di restare in prossimità dei rifugi antiaerei: gli iraniani avrebbero iniziato una ritorsione lanciando missili balistici. Il ministro della Difesa Israel Katz ha definito “imminente” un’ondata di attacchi con droni e altri ordigni.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha emesso un comunicato in cui parla di “azione unilaterale di Israele”. Resta da capire se gli Usa contribuiranno alla protezione dello Stato ebraico dalla rappresaglia: il contributo delle batterie Thaad statunitensi è stato determinante durante i precedenti assalti missilistici.


Il ruolo Usa e la linea rossa dell’atomica: Trump sapeva dell’attacco all’Iran di Netanyahu

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Di Alberto Simoni, La Stampa

LOS ANGELES. Donald Trump era a conoscenza degli attacchi israeliani. È stato direttamente Benjamin Netanyahu, premier israeliano, a comunicargli l’intenzione di colpire. Washington quindi non è stata colta di sorpresa, ma la prima reazione uscita dalla Casa Bianca e affidata dal segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale, Marco Rubio, è stata all’insegna del prendere le distanze. In una stringata nota il capo della diplomazia Usa sottolinea che l’operazione è stata condotta in modo «unilaterale» e che non c’è un coinvolgimento statunitense. «La nostra priorità è proteggere le forze americane nella regione».

La frase più interessante è però questa: “Israele ci ha avvertito di ritenere che questa azione fosse necessaria per la propria difesa”. Prima che i raid partissero, funzionari dell’Amministrazione hanno avvertito gli alleati in Medio Oriente per sottolineare sia l’estraneità statunitensi ai raid sia l’obiettivo: ovvero riportare Teheran al tavolo dei negoziati. Il sesto round è previsto per domenica in Oman e Trump – parlando con la Fox News ieri sera – ha fatto capire di ritenere ancora possibile un incontro. Questa mattina alle 11 si riunirà il Consiglio per la Sicurezza nella Situation Room. Sono molti gli indizi disseminati nelle scorse settimane che lasciavano presagire un attacco. Non è il segreto di Pulcinella che Netanyahu voleva agire e più volte ha manifestato agli americani la sua sfiducia nel processo negoziale. In settimana poi suoi inviati hanno mostrato ai leader statunitensi le «prove» dell’avanzamento sul piano nucleare da parte del regime degli ayatollah. Trump ha sempre posto come linea rossa la possibilità di Teheran di dotarsi di sufficiente uranio arricchito per produrre poi la bomba nucleare. Nel report dell’Aiea si parla di una quantità utile per fare almeno 10 ordigni.

Washington da qualche settimana ha iniziato una sorta di ripiegamento in vista di un attacco israeliano. Una batteria di sistemi anti droni è stata spostata dall’Ucraina alla volta del Medio Oriente. In maggio poi funzionari americani erano stati allertati dei piani di Israele. L’Amministrazione si era divisa fra chi riteneva plausibile e concreta la minaccia di Bibi Netanyahu e chi invece era scettico. Mercoledì poi la mossa più eclatante coordinata fra Dipartimento di Stato e Pentagono con il ritiro del personale Usa non essenziale nella regione. Da sempre è questo il segnale più concreto che l’escalation è avviata.

Ieri, ore prima dello strike, Mike Huckabee, ambasciatore Usa a Gerusalemme, aveva parlato di una notte lunga da trascorrere in ambasciata. E ancora la diplomazia Usa aveva avvertito gli alleati (non si sa quali) dell’imminenza di un raid.

Che Israele possa condurre un raid così complesso – gli obiettivi sono diversificati, da impianti nucleari a quelli missilistici sino ad operazioni volte a colpire il cuore del sistema difensivo e dei leader della Repubblica islamica come il capo dei Pasdaran – senza una luce verde di Trump era improbabile.

A quanto risulta a La Stampa, mercoledì lo stesso Trump avrebbe dato a Netanyahu luce verde per l’operazione. Si è parlato di “azioni limitate” con l’obiettivo di condurre l’Iran al tavolo negoziale, ma la portata dei raid non rientra certo nella definizione di «limitata».

Due su tutti gli interrogativi che si aprono ora. Anzitutto come gli Stati Uniti entreranno nella partita, ovvero fino a che punto e con quali capacità di schiereranno per la difesa di Israele. Trump ha già avvertito che il Centcom è pronto a difendere Israele. Il secondo è se dando via libera a un piano di attacco così sofisticato l’obiettivo non vada oltre il ricondurre Teheran al tavolo negoziale e non invece abbia una finalità più alta: ovvero il cambio di regime. Sarebbe opzione gradita all’ala più oltranzista nell’Amministrazione che ha in Marco Rubio – almeno nelle sue posizioni da senatore – uno degli esponenti di maggior peso. Al Senato nell’audizione del 16 gennaio per la ratifica a segretario di Stato, Rubio aveva delineato una netta frattura fra «le aspirazioni del popolo iraniano» e il «regime», sostenendo che la politica Usa doveva essere quella di ridurre l’influenza destabilizzante dei leader e nel frattempo sostenere le legittime speranze di un cambio di governance della popolazione. Forse non è casuale che il «silenzio-assenso» americano al blitz israeliano sia arrivato quando Rubio ha assunto un potere nell’establishment di politica estera e di sicurezza che nessuno ha mai avuto dai tempi di Henry Kissinger.


Il piromane-pompiere e la “civil war” americana

Berna taglia ai Cantoni, il Ticino ci rimette ma taglia a sua volta. Miliardi di franchi rimpinguano l’esercito e il Partito socialista sposa Ursula Von der Leyen 

Brucia la California. Stavolta non per effetto dei grandi incendi che regolarmente avviluppano e polverizzano le ville (grandi e cafone) dei Vip di Beverly Hills; stavolta brucia per la protesta di cui Donald Trump è al tempo stesso il piromane calcolatore e il pompiere improbabile. Tappa più recente, ma plausibilmente non l’ultima, della fine dell’“America Felix”. Una potenza economica fondata anche su un iperbolico debito pagato dalla comunità internazionale e internamente sempre più lacerata, in cui l’inquilino della Casa Bianca, per puro calcolo politico, ci mette consapevolmente e abbondantemente del suo.

Los Angeles e San Francisco, città che portano nomi evangelici, per il presidente più a destra della recente storia americana e per il suo “cerchio magico” di tecno-oligarchi privi di scrupoli, sono invece metropoli “demoniache” da sottoporre a una sorta di esorcismo purificatorio: troppo dem, troppo stataliste, troppo progressiste, troppo inclusive, troppo lontane dalla narrazione neo-conservatrice e reazionaria.

Tanto da chiedere al tycoon di non intervenire con la forza (esercito e Guardia nazionale) per domare proteste e rivolte contro la caccia agli immigrati irregolari (“almeno 9mila”) da destinare a Guantanamo, l’isola-prigione di massima sicurezza nelle acque cubane, che già “ospitò” terroristi jihadisti veri o presunti, e ora scelta per rinchiudervi il “nuovo pericolo”, gli immigrati irregolari: irregolari ma utilissimi all’economia nera, ora trasformati in “carne da macello” su cui si deve concentrare l’odio di un elettorato (come altrove) facilmente manipolabile. Un presidente che pensa molto al suo tornaconto personale anche economico (fra bitcoin, giochetti in Borsa, regalie dei principi del petrolio medio-orientali, il tycoon si sarebbe già arricchito, pare, di 3 miliardi di dollari da quando è tornato al potere), sa anche come criminalizzare e quindi utilizzare politicamente la sorte di quei disperati. Ne ha pure bisogno: la questione dei dazi è assai meno profittevole e facile di quanto gli avevano assicurato i suoi improvvisati consiglieri commerciali; le guerre (Ucraina e Gaza) che in campagna elettorale aveva promesso, da gran spaccone qual è, di risolvere in sole 48 ore sono molto più tenaci del suo pasticciato e presuntuoso “pacifismo”; al Cremlino c’è un Putin che se la ride dei suoi diktat, e in Israele un Netanyahu responsabile di un “massacro di innocenti” ma per nulla malleabile; l’economia americana subisce contraccolpi importanti, dalla discesa del dollaro agli impoveriti titoli di Stato.

Così, la più facile delle ‘soluzioni’ per una riabilitazione di tipo elettoralistico è appunto quella della caccia all’immigrato. Law and Order. Problema: negli Stati liberal il pugno di ferro mobilita e raccoglie anche un grumo di generale protesta anti-trumpiana, che nasce dal basso, surrogato del partito dem ancora stordito dalla storica sconfitta alle presidenziali. Ma nella mano pesante del presidente vi è di più. Vi è la prefigurazione di una deriva illiberale, anti-democratica, persino “golpista”. Scientemente pianificata. Già ampiamente manifestatasi nelle iniziative contro le università covo di ribelli da “normalizzare”, contro la libera stampa a cui tappare la bocca, contro una parte della magistratura indipendente. E ora contro chi reagisce anche con violenza alla ‘Civil War’ che lo stesso Donald Trump alimenta artatamente. Appunto, piromane e pompiere. “No king”, nessun monarca, è lo slogan dei manifestanti. È del resto l’uomo che ha graziato i criminali dell’assalto a Capitol Hill. Il cinismo al potere.

Scritto per  laRegione
Nell’immagine: le proteste di Los Angeles