Trump apre il fronte interno dei marines

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 

Di Guido Moltedo, il manifesto

Quattromila soldati della guardia nazionale e settecento marines a Los Angeles, prova generale e inizio di un’operazione militare su vasta scala, una guerra non più solo metaforica, ma reale, che Trump intende condurre con fredda consapevolezza.

Nel corso della sua presidenza per annientare – «obliterare», per usare un suo termine -, anche con la forza militare, ogni forma di opposizione, politica e sociale. Ora appare ancora più chiaro il perché della rimozione dei massimi vertici militari, una delle prime decisioni prese dopo l’insediamento, irrituale per velocità e disprezzo delle forme.

VIA IL GENERALE Charles Brown, il primo nero a ricoprire la carica di capo degli stati maggiori riuniti. Via la scorta al generale Mark Milley, il predecessore di Brown, distintosi per essersi opposto alle manovre golpiste di Trump nel suo primo mandato e per aver ammonito sul rischio di una torsione autoritaria di un suo secondo mandato. Ed ecco il nuovo capo del Pentagono, Pete Hegseth, alcolista e molestatore, che in quattro mesi ha fatto piazza pulita in tutti i posti apicali della Difesa. E con lui Dan Cain, il nuovo capo delle forze armate, il primo a ricoprire il massimo incarico militare senza neppure essere un generale a quattro stelle. Non ci vorrà molto per capire fino a che punto è arrivato il repulisti nel Pentagono e se è tale da annientare ogni possibile forma di resistenza interna alla folle avventura di soldati e marines che dovrebbero sparare contro inermi concittadini.

UNO SCENARIO di guerra alimentato dalla costruzione di un nemico immaginario, con la diffusione massiccia da parte del mondo trumpista di immagini fotografiche e video create ad arte o manipolate di immigrati invasori, immigrati terroristi – ormai nel lessico di Trump la parola migrant è associata a un’attività criminale. È il film di una vera e propria insurrezione orchestrata e messa in atto da “stranieri”, operazione mostruosa e infame trattandosi di proteste legittime e pacifiche, che peraltro interessano solo alcuni quadranti della metropoli californiana.

Il primo campo di battaglia è dunque la California, e la sua città più importante, Los Angeles. Lo stato numero uno degli Stati Uniti. Non ne facesse parte, sarebbe nella lista delle prime più ricche e importanti nazioni del mondo. Lo stato di Gavin Newsom.

La figura più forte in campo democratico e candidato presidenziale in pectore. Che Trump ha spodestato, togliendo al governatore il comando della guardia nazionale californiana e arrivando a minacciarne l’arresto. Con il sostegno attivo, sui social e non solo, dell’ineffabile Elon Musk, che, sull’onda dello scontro con la California democratica, sta cercando di tornare a bordo della barca di Trump.

In neppure cinque mesi la radicalizzazione della Casa Bianca supera ogni argine. Il disinvestimento militare in tradizionali aree di presenza americana è funzionale allo spostamento e allo spiegamento di truppe ai confini, ma anche al loro impiego in chiave di controllo, intervento e repressione domestica, specie negli stati e nelle città governate dai democratici.

SE QUESTI SONO i primi quattro mesi e mezzo della presidenza Trump, i prossimi saranno nel segno di un ulteriore, progressivo e inesorabile scivolamento verso un potere autoritario – già lo è in buona misura. Dice Newsom: «Non si può lavorare con Donald Trump.. Puoi solo lavorare PER Donald Trump». Da autoritario diventerà fatalmente dittatoriale, se non sarà fermato.

LE PROTESTE di Los Angeles – e, per solidarietà, di Santa Ana, Dallas, Austin, New York – al di là del merito specifico della salvaguardia dei diritti fondamentali di chi vive e lavora negli Usa, fosse anche “irregolare”, mettono bene in chiaro, nella reazione delle Casa bianca, il disegno golpista che ha in mente Trump fin dal suo ingresso nella politica e che ora si squaderna in tutta la sua evidenza.

Si vedrà presto se il pugno di ferro può zittire l’opposizione di piazza alle retate e ai raid contro lavoratori immigrati, anche residenti da decenni negli Usa. Fino a che punto si radicalizzerà – se dichiarata di fatto fuori legge – quella che è a tutti gli effetti un’ondata di contestazione e di solidarietà pacifica?

In America circolano più armi da fuoco che abitanti. Con una presidenza solidamente sostenuta dalla lobby delle armi, la loro diffusione ed esibizione sono incontenibili. È di questi giorni la decisione dell’amministrazione repubblicana di consentire l’applicazione di grilletti a ripetizione a comuni fucili e pistole, rendendole di fatto mitragliatrici.

IL PROSSIMO capitolo della guerra di Trump sarà segnato da sparatorie di cittadini giustizieri contro altri cittadini e immigrati per dar man forte ai soldati? E non ci sarà una reazione simmetrica? Il far west è dietro l’angolo ed è questo che vuole Trump. E tra tre giorni la grande parata militare da lui voluta per celebrare il suo compleanno.

Nell’immagine: manifestanti fronteggiano la guarda nazionale a L.A.


Trump e la strategia degli eccessi

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

Con l’invio a Los Angeles di 4.000 soldati della Guardia nazionale e 700 marines il presidente Donald Trump trasforma la seconda più grande città d’America nella frontiera avanzata della lotta contro l’immigrazione illegale, mettendo in difficoltà il partito democratico e forzando i limiti della sua autorità nei confronti della California, lo Stato più ricco dell’Unione.

Los Angeles diventa la Ground Zero della sfida ai clandestini quando, a fine maggio, Trump riunisce i più stretti collaboratori guidati da Stephen Miller — l’architetto delle politiche migratorie — per lamentare il fatto che, nonostante la raffica di arresti, il numero è ancora troppo lontano dall’obiettivo di «undici milioni di espulsi» promesso agli elettori.

Quell’impegno è stato decisivo per battere Kamala Harris, raccogliendo voti anche fra democratici e minoranze: da qui il timore di un boomerang politico ancora più pericoloso di quello sui dazi in vista delle elezioni di Midterm per il rinnovo del Congresso nel novembre del 2026.

È la genesi della decisione di accelerare la caccia agli illegali nel Golden State dove il governatore Gavin Newsom ha consentito, durante l’amministrazione Biden, a città come San Francisco e Los Angeles di diventare “santuari” di accoglienza per chi varca illegalmente il confine con il Messico.

Gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) puntano sui quartieri Sud della metropoli, roccaforte ispanica, e arrestano almeno 120 illegali — provenienti da Messico, Filippine, Ecuador, Vietnam e Perù — ed è in questo momento che scattano i disordini. La polizia, guidata dalla sindaca Karen Bass, è bersagliata da molotov e bombe carta lanciate da manifestanti che sventolano bandiere latinoamericane, si coprono il volto con la kefiah palestinese e definiscono gli agenti “occupanti”, espressione di un potere illegittimo.

La risposta di Trump è inviare la Guardia nazionale, senza l’autorizzazione del governatore democratico, e poiché gli scontri aumentano il passo seguente è far uscire i marines dalla base di Camp Pendleton. Newsom accusa la Casa Bianca di «scelta autoritaria» perché la Posse Comitatus Act del 1878 vieta di adoperare i militari a fini di polizia sul territorio nazionale ma Trump risponde invocando l’Insurrection Act del 1807 che legittima le eccezioni per sconfiggere «ribellioni contro l’autorità».

Per Hina Shamsi, direttore del Progetto sicurezza dell’Unione americana delle libertà civili, siamo a un passo dall’illegalità: «Chiunque porta armi da fuoco sul territorio deve rispettare la Costituzione» perché le città non sono un campo di battaglia.

Lo scontro è frontale e sovrappone tre livelli di crisi: l’uso dei militari dentro le città contro gli illegali; il conflitto di poteri fra governo federale e Stati; la battaglia sulle libertà civili fra Casa Bianca e democratici come avvenne nel 2020 dopo la morte dell’afroamericano George Floyd a Minneapolis.

L’ultima volta che un presidente ha usato i militari contro le proteste di piazza avvenne proprio a Los Angeles, nel 1992, quando George H. W. Bush si trovò a fronteggiare i disordini seguiti all’assoluzione degli agenti bianchi accusati dell’aggressione all’afroamericano Rodney King. Ma all’epoca il governatore e il sindaco della città erano d’accordo con la Casa Bianca mentre ora è l’opposto.

Da qui l’interrogativo sulle conseguenze dell’arrivo dei militari a Los Angeles. Anche perché Trump si dice pronto a «inviarli ovunque» dovessero esserci disordini simili e aggiunge che novemila illegali verranno incarcerati a Guantanamo, sull’isola di Cuba.

A spingere il presidente verso la prova di forza sono i sondaggi che descrivono il ventre dell’America. Per Cbs News/YouGov il 54 per cento è a favore delle espulsioni di illegali e il 46 contrario, con un significativo 78 per cento che imputa ai democratici di essere stati “inefficaci” durante l’amministrazione Biden. Questo spiega perché Trump ha un indice di approvazione sull’immigrazione del 50 per cento rispetto al 45 generale e a un 42 per cento sull’economia, dovuto all’impatto negativo dei dazi.

Sono numeri che suggeriscono la convinzione di Trump di poter recuperare con la lotta ai clandestini il consenso perduto sull’economia, riuscendo a mettere alle strette gli avversari liberal al Congresso e anche ad aprire la partita per il governatore della California, dove si voterà in coincidenza con Midterm.

E ancora: poiché sono gli Stati e le città d’America che — assieme al sistema della giustizia — sono il più efficace contro-potere rispetto all’esecutivo, su temi dal clima all’immigrazione, la prova di forza a Los Angeles può consentire alla Casa Bianca di ridurre di fatto l’autonomia dei poteri locali nell’Unione federale.

Tanto più che la battaglia su sicurezza e migranti mette in difficoltà i democratici. Scott Peters, eletto a San Diego, accusa gli agenti dell’Ice di «crudeltà» ma si affretta ad aggiungere: «Sulla gestione dei confini abbiamo sbagliato noi». Lo stesso Newsom imputa a Trump «misure infiammatorie e pericolose» per la California ma evita di difendere l’idea del «santuario per migranti» di cui parlava con Biden.

Da qui lo scenario di un’accelerazione della campagna di Trump, per trasformare l’America nella nazione simbolo della lotta senza tregua all’immigrazione illegale che tiene banco in tutte le democrazie industriali, a cominciare dalla nostra Europa.

Nell’immagine: Los Angeles (California), 9 giugno: la protesta contro il pugno duro di Trump 


Nuova strage tra gli affamati. Onu: a Gaza è «sterminio»

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Benyamin Netanyahu ha annunciato ieri «progressi significativi» nei negoziati per il rilascio degli ostaggi israeliani. Poi però ha gettato acqua sul fuoco aggiungendo che «è troppo presto per alimentare speranze». Nello stesso momento l’organizzazione statunitense Gaza Humanitarian Foundation (GHF) diffondeva l’abituale comunicato sul numero dei pacchi alimentari distribuiti in tre dei suoi siti, dando, come sempre, l’idea che tutto stia procedendo per il meglio e senza alcun problema. Netanyahu e la GHF non dicono la verità. Il premier non cerca un compromesso; la tregua a Gaza, ripete o lascia intendere, si farà soltanto alle sue condizioni. Hamas le considera inaccettabili. La fondazione americana, invece, finge di non vedere e sapere dei massacri di palestinesi che avvengono a pochi metri dai suoi centri. E, in ogni caso, se ne lava le mani.

È di ieri mattina l’ennesima strage. Venti persone sono state uccise e almeno 124 ferite dal fuoco dei soldati israeliani mentre attendevano di ricevere cibo e generi di prima necessità al sito della GHF nel cosiddetto Corridoio di Netzarim, costruito dall’esercito israeliano a sud di Gaza City. Gli affamati colpiti a morte da quando la GHF ha avviato le sue operazioni sono oltre 150, secondo i numeri riferiti dai palestinesi. Un dato che fa rabbrividire se si pensa che si tratta di civili che chiedevano solo cibo e medicine. Nel malandato ospedale Al Quds, operativo solo in parte, si sono viste le scene abituali di persone vive e morte, insanguinate, che vengono portate con ogni mezzo al pronto soccorso. «I luoghi per la distribuzione degli aiuti si sono trasformati in trappole mortali», diceva ieri ad Al Jazeera Ali Dabour, della Medical Relief Society. «I colpi sparati vicino ai centri di aiuto sono diretti e fatali. Il cibo distribuito è insufficiente e la gente muore di fame nelle strade», ha aggiunto, sottolineando che le forze israeliane prendono di mira anche medici e paramedici. Tra i 52 uccisi di ieri ci sono anche tre infermieri, colpiti a Tuffah (Gaza City). Ieri si è riparlato di Ward, la bimba di sei anni diventata un simbolo dell’orrore che vivono i palestinesi di Gaza, soprattutto i più piccoli. Due settimane fa Ward camminava in cerca di salvezza tra le fiamme di una scuola bombardata da Israele, nella quale avevano trovato la morte 36 persone. Il paramedico Hussein Muhaisen, che la salvò, e il fotoreporter Moamen Abu Al Lauf, che immortalò quell’attimo finito sui media di tutto il mondo, sono stati uccisi lunedì sera in un attacco israeliano.

Sempre ieri, a Jabaliya, nel nord, sono stati recuperati i corpi senza vita di nove persone rimaste sotto le macerie delle case bombardate. A Rafah altri otto civili uccisi, secondo fonti locali colpiti mentre si recavano a prendere pacchi alimentari. Tre membri di una famiglia sono rimasti uccisi quando le forze israeliane hanno bombardato una tenda per sfollati nella zona di Mawasi (Khan Yunis). Otto palestinesi sono morti sotto le macerie di una casa presa di mira da un F-16. Combattenti palestinesi invece hanno lanciato un razzo (intercettato) dal nord di Gaza facendo suonare le sirene antiaeree sulla spiaggia israeliana di Zikim. Le Brigate Al-Quds (Jihad islami) affermano di aver distrutto due veicoli militari facendo esplodere un ordigno in una strada nel sud di Gaza. L’esercito israeliano non conferma.

Come non conferma la strage a Netzarim. Sostiene che i soldati avrebbero sparato solo «colpi di avvertimento» in direzione di palestinesi che «si avvicinavano rappresentando una minaccia». E ridimensiona il numero delle vittime, affermando che è «incoerente con le informazioni a sua disposizione». Non crede a queste e ad altre spiegazioni dei comandi militari israeliani il gruppo di esperti delle Nazioni unite che ha accusato Israele di aver commesso atti di «sterminio» a Gaza. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati sostiene inoltre che Israele ha deliberatamente preso di mira strutture educative, siti culturali e religiosi in tutta l’enclave, commettendo atti che costituiscono crimini di guerra.

Si aggrava la situazione a Nablus, la seconda città più importante in Cisgiordania, messa sotto coprifuoco da Israele. Ieri i soldati hanno circondato la città vecchia e, durante i rastrellamenti, hanno ucciso due palestinesi, i fratelli Nidal e Khaled Omaira, in quella che alcuni ritengono una nuova fase dell’offensiva israeliana «Muro di Ferro», scattata lo scorso gennaio nei campi profughi di Jenin, Tulkarem e Faraa.

Nell’immagine: soldati israeliani durante i rastrellamenti nella città di Nablus, in Cisgiordania


L’inganno sul finanziamento del PSE e le sue conseguenze per Lugano

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 

Premetto che ho sostenuto il Polo sportivo e degli eventi sia in Consiglio comunale, sia nella votazione popolare del 28.11.21 (non per l’Arena sportiva, ma per i contenuti “sociali” del Palazzetto dello sport), per cui non posso essere accusato di essere contro lo sport. 

Oggi sono scandalizzato dall’inganno sul finanziamento del PSE e dai suoi effetti sulla Città: infatti probabilmente, salvo miracoli politici, Lugano finirà per vendere 200 milioni di franchi di beni e per effettuare un pericoloso stop negli investimenti necessari alla popolazione.

Il messaggio municipale 10774 sul PSE del 23.12.2020 al capitolo 9 indica falsamente che le conseguenze finanziarie per la Città saranno tranquille: 10,2 milioni di fr di incremento del fabbisogno, assorbibili con un semplice aumento del 3% del moltiplicatore (il dato del 3% bisogna cercarlo nei due rapporti della commissione della gestione).

Nel messaggio 10774 il Municipio scrive che il modello finanziario del leasing (Arena sportiva), rispettivamente della locazione (Palazzetto dello sport), permette di tenere sotto controllo l’aumento del debito pubblico e di non peggiorare il rating della Città (pag. 67): “La limitazione degli investimenti sostenibili in prima persona dalla Città è dettata dalla volontà dell’esecutivo di mantenere l’indebitamento verso terzi coerente con la visione di stabilità di bilancio e di economicità dei finanziamenti di terzi. La capacità in questi ultimi anni della Città di pianificare e di realizzare investimenti che hanno beneficiato di un importante grado di autofinanziamento ha portato al controllo dei debiti e al mantenimento di una capacità d’indebitamento che ha ottenuto un positivo riconoscimento da parte di Moody’s, nostra agenzia di valutazione del rating, che ha permesso di ottenere dapprima ed in seguito di mantenere un rating ufficiale “AA3 stabile”.”

Peccato che sia una bugia: per le banche e per l’agenzia di rating la formula finanziaria del messaggio 10774 (leasing e locazione) conta come debito. Personalmente l’ho potuto apprendere solamente una volta eletto in Municipio da due documenti: UBS, Public sector focus: Initiating coverage of six large(r) Swiss cities, 25.6.24, pag. 12 e Moody’s Rating, Credit opinion, City of Lugano, 12.9.2024. Cosa poi confermata a tutti dal nuovo responsabile delle finanze cittadine, Giacomo Orlandi. Realtà che poi ha portato il Municipio a proporre il finanziamento dell’Arena sportiva tramite prestito ipotecario (messaggio 12194 del 16.1.25). 

È significativo che l’indicatore del tasso di indebitamento sia stato introdotto solamente con il messaggio 11857 sul Consuntivo 2023 del 28 marzo 2024 (pag. 21). Ed è proprio da un anno che il tasso di indebitamento eccessivo di Lugano viene agitato come un drappo rosso davanti ad un toro (Consiglio comunale, cittadinanza), per giustificare il taglio indecente degli investimenti nel prossimo decennio e per vendere 200 milioni di beni. Questa è la pietanza indigesta che verrà servita a fine giugno. Una politica finanziaria scriteriata che lascerà irrisolte problematiche centrali per la cittadinanza: prima fra tutte la problematica dell’alloggio a prezzi accessibili, per la quale la Città dovrebbe investire decine di milioni contro la gentrificazione in vari quartieri. Mezzi tuttavia assorbiti dai 240 milioni di investimenti per le infrastrutture sportive.

Sindaco e vicesindaco, che hanno cucinato questa indigesta pietanza come responsabili delle finanze e dello sport nel 2020, in un paese democratico dovrebbero renderne conto alla cittadinanza e quantomeno impegnarsi a rimediare. Potrebbero perlomeno cercare di convincere il miliardario di Chicago ad acquistare l’Arena sportiva o quantomeno a pagare un canone annuo per l’Arena sportiva superiore ai modesti 400’000 franchi, stabiliti in una dichiarazione d’intenti con l’allora FCL di Renzetti. O a pagare devono essere sempre e solamente i cittadini?

Raoul Ghisletta è municipale a Lugano (La Sinistra)
Nell’immagine: fotomontaggio da una campagna contro gli escrementi dei cani sui marciapiedi


Lugano e lo stadio, una logica da palazzinari

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 

Abbiamo appreso con sorpresa l’ipotesi che la Città di Lugano possa cedere lo stadio attualmente in costruzione al Football Club Lugano (FCL), secondo le esternazioni avanzate dal municipale Raoul Ghisletta. Lo stadio rappresenta senza dubbio uno degli elementi fondamentali del progetto PSE. Le esigenze sportive della città sono state uno degli aspetti determinanti che hanno permesso al Municipio e ai partiti favorevoli di vincere il referendum promosso dall’MPS nel 2021.

Appare dunque singolare che oggi qualcuno – il municipale della sinistra Raoul Ghisletta – possa considerare, come ipotesi strategica, la vendita dello stadio al FCL. Già la proposta in sé, dopo aver affermato – meno di quattro anni fa – che la città dovesse costruire lo stadio in proprio, mostra una scarsissima considerazione per il punto di vista espresso dalle cittadine e dai cittadini di Lugano.
Parliamo al passato perché il FCL ha già comunicato – come era prevedibile – di non essere assolutamente interessato all’acquisto dello stadio. Solo uno sprovveduto può pensare che qualcuno sia disposto a mettere sul tavolo 120 milioni per un investimento difficilmente redditizio, quando può già disporre dello stesso impianto limitandosi a pagare un canone d’utilizzo.

È vero che Mansueto ha deciso di investire centinaia di milioni per uno stadio di proprietà a Chicago; ma ha chiarito che si tratta di uno stadio con una capienza pari alla media delle presenze alle partite (22’000 spettatori), che avrà quindi un impatto diretto sul rendimento della squadra, giocando ogni volta davanti a un pubblico numeroso. E si tratta di una città di 2,7 milioni di abitanti. Basterebbe confrontare la proporzione tra la capienza prevista e la popolazione di riferimento dei due stadi per comprendere la logica che anima i rispettivi progetti.

La misera prospettiva dello stadio di Lugano è, nella migliore delle ipotesi, quella di essere riempito a metà, con scarsissime possibilità di miglioramento. Con il nostro referendum avevamo contestato sia questo evidente sovradimensionamento, sia i costi eccessivi: pur essendo stata ridotta la capienza – anche qui con poco rispetto del voto popolare – dai 10’000 posti iniziali a 8’500, lo stadio rimane comunque ampiamente sovradimensionato.

Questa ennesima sceneggiata luganese mostra chiaramente quale sia il livello del dibattito politico nella città. Il PSE e le sue realizzazioni ne sono un esempio emblematico. Su tutte le questioni legate alle modifiche dei progetti, alle procedure di appalto, e così via, abbiamo in questi mesi presentato regolarmente critiche che nessuno è stato in grado di smentire. Basti pensare, ad esempio, alla decisione di riscattare lo stadio da parte della città, dopo che per tutta la campagna referendaria era stato sostenuto che le condizioni finanziarie comunali non permettevano una costruzione pubblica diretta. O, ancora, alla proposta lanciata dal municipale Ghisletta di vendere lo stadio (e il terreno sul quale poggia!) ancor prima che esso sia stato definitivamente acquisito dalla città, e prima ancora che la sua costruzione sia stata completata. Un modo di procedere da palazzinari speculatori, non da ente pubblico.

Che dire infine delle esternazioni del municipale Ghisletta, che fu uno dei più fieri oppositori del nostro referendum, accusandoci – a nome suo e di tutto lo schieramento di sinistra che sostenne il PSE – di speculare contro gli interessi della città e dello sport a Lugano? Basterebbe citare, per mostrare la volubilità di certi atteggiamenti, quanto scriveva in un suo contributo pochi giorni prima del voto: “Sì quindi il 28 novembre al PSE, che non solamente è necessario per lo sport e per i giovani di Lugano e del Canton Ticino, ma che contiene pure importanti elementi progressisti ed è anche finanziariamente equilibrato. Il finanziamento equilibrato del PSE è importantissimo, perché non metterà in pericolo la socialità a Lugano e gli altri investimenti edili che dovranno essere fatti dalla Città nei prossimi anni per il benessere della popolazione e per la qualità di vita dei quartieri”.

A questo punto, qualsiasi nostro ulteriore commento appare superfluo.

Matteo Poretti è responsabile MPS del Luganese
Nell’immagine: fotomontaggio da una campagna contro gli escrementi dei cani sui marciapiedi


PSE, PSF

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 


Referendum, lo schiaffo di Rosa e Nella a La Russa, Meloni & Co.

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 

Dopo il decreto liberticida sulla sicurezza, diventato legge dello Stato con l’approvazione definitiva da parte del Senato della Repubblica, i risultati dei referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno segnano un’altra pagina nera per la democrazia italiana. Il quorum previsto dalla Costituzione, articolo 75, del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto non è stato raggiunto per nessuno dei cinque quesiti posti. Sono andati alle urne oltre 14 milioni di elettori ed elettrici, il 30 per cento, ma la loro voce non conta nulla. Peccato, perché i provvedimenti ai quali bisognava rispondere con un sì o con un no riguardavano provvedimenti, ritenuti dai promotori profondamente ingiusti e quindi da abrogare, su temi di grande impatto sociale: i licenziamenti illegittimi, le indennità per licenziamento nelle piccole imprese, l’utilizzo dei contratti a termine, le responsabilità riguardanti i subappalti e gli infortuni sul lavoro, la riduzione da dieci a cinque anni del periodo minimo di residenza legale continuativa per ottenere la cittadinanza italiana da parte degli stranieri.

Se valessero le regole che ispirano i referendum in Svizzera, dove non esiste quorum e dove la cultura partecipativa pone come centrale questo strumento nelle scelte riguardanti la collettività, avrebbero vinto i sì: tra l’87 e l’89 per cento nei quattro referendum sui temi del lavoro, purtroppo soltanto il 65 per cento in quello sulla cittadinanza.

Inutile nasconderlo: hanno vinto loro. Ha vinto questa destra gaglioffa che si esprime con toni volgari e sprezzanti nell’indecente sarabanda dei talk show televisivi, sui social media, nelle interviste rilasciate a una stampa serva che, tranne poche eccezioni, ancora una volta ha rinunciato alla sua stessa ragion d’essere, quella di “cane da guardia” di un potere che sta smantellando, giorno dopo giorno, i valori fondanti della Costituzione.

E ha vinto, direttamente e colpevolmente complice, quella maggioranza silenziosa di italiani delusi, frustrati, senza speranza, oppure semplicemente e desolatamente ignavi (Dante nella “Commedia” li collocherebbe nell’Antinferno, tra gli angeli senza infamia e senza lode che non seppero scegliere tra Dio e Lucifero) che se ne sono stati a casa o sono andati al mare rinunciando allo straordinario potere di cambiare le cose che è – era – nelle loro mani con quelle cinque schede.

Góngolano ora lorsignori. Pienamente soddisfatto il presidente del Senato Ignazio Benito La Russa (attenzione: Benito non è uno sfottò, è il suo secondo nome all’anagrafe), seconda carica dello Stato e quindi presidente della Repubblica in pectore, diventando, come tale, presidente effettivo in caso di assenza o impedimento del titolare in carica, Sergio Mattarella. «Farò propaganda affinché la gente se ne stia a casa, poi io magari vado a votare», aveva detto La Russa, il quale, dopo essere andato effettivamente al seggio ritirando una sola scheda, quella sugli infortuni sul lavoro, e votando no, commenta ora: «È troppo facile infierire su chi ha fatto una campagna puntando non sui quesiti, spiegandoli, ma contro Meloni o La Russa. Tantissimi sono rimasti schifati da una campagna divisiva e di odio». Quasi che la campagna d’odio fosse stata orchestrata dal segretario della CGIL, Maurizio Landini, promotore dei referendum sul lavoro, e dai partiti della coalizione di sinistra che li hanno appoggiati.

Tace, ma in cuor suo è contenta, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Proprio il 2 giugno, festa della Repubblica, aveva annunciato la sua incomprensibile scelta, pur consentita dalla legge: «Andrò a votare, ma non ritirerò le schede». Dove la collocherebbe Dante? Mentre gli opinionisti analizzano la geografia del voto, disquisendo sul fatto che votare per i referendum è un diritto, ma non rappresenta un dovere dal punto giuridico per i cittadini, ai quali è garantito anche il diritto all’astensione, emergono dalle cronache locali due confortanti episodi con due donne protagoniste. Due donne eccezionali.

A Verona, Rosa Donini, 104 anni compiuti il 15 maggio scorso, domenica mattina 8 giugno, accompagnata dal figlio Luciano, ha raggiunto il seggio nel quartiere San Bernardino. Rosa non ha mai saltato un’elezione, fedele al principio che votare, si tratti di elezioni politiche o amministrative o di referendum, sia un dovere civico fondamentale. Anche stavolta ha voluto esserci. Fiera e orgogliosa ha ritirato tutte e cinque le schede e ha espresso le sue scelte.

Ha fatto altrettanto Nella Milanesi, più giovane di lei in quanto… i 104 anni li compirà a ottobre prossimo. Vive in una residenza per anziani a Vinci, la cittadina toscana che ha dato i natali a Leonardo. Si era accorta che nel certificato elettorale erano esauriti gli spazi per la timbratura e ha chiamato il figlio perché chiedesse al Comune il rinnovo. «È dal referendum del 2 giugno 1946, dalla prima volta che hanno fatto votare noi donne, che non mi sono persa una votazione e non volevo rinunciare proprio adesso», ha detto.

A portarle la tessera è stato il sindaco Daniele Vanni, che ha commentato con un post su Facebook: «Sono andato a trovarla per ringraziarla per il suo senso civico. Grazie, Nella, per averci ricordato che, come dice l’articolo 48 della nostra Costituzione, l’esercizio del voto è un dovere civico e soprattutto è un diritto che è stato conquistato e che non possiamo mai dare per scontato».

Cari La Russa, Meloni & C., niente da dire?

Nell’immagine; Rosa Donini e Nella Milanesi, un secolo di vita, mai persa una votazione


California, lo Stato ribelle. Il leader liberal Newsom: “Faccio causa alla Casa Bianca. Trump sta inviando altri 2000 uomini”

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

Donald Trump alla conquista del West: deciso a trasformare in incubo il “California dreaming” di colui che un domani non troppo remoto potrebbe diventare il principale avversario del prossimo candidato repubblicano alla Casa Bianca. Sì, il governatore della California Gavin Newsom, il politico democratico bello e brizzolato come un attore di Hollywood, che non fa mistero delle sue aspirazioni presidenziali.

Durante il weekend Trump gli ha lanciato un guanto di sfida fatto di retate di clandestini e lacrimogeni contro i manifestanti che protestavano per i raid, quasi fosse mezzogiorno di fuoco sulle strade polverose dell’O.K. Corral. Deciso a far marciare legioni di agenti dell’Ice – la polizia anti migranti – armate fino ai denti al fianco della Guardia Nazionale in tenuta antisommossa, da Rodeo Drive e Sunset Boulevard. Le mitiche strade di Los Angeles, la città degli angeli fondata dai coloni spagnoli che fu patria di cercatori d’oro e artisti in cerca della loro “La La Land”. «Newsom è un incapace, troppo debole per difendere la città da una rivolta che gli sta sfuggendo di mano. Fosse per me lo farei arrestare», ha dunque tuonato ieri The Donald. «Venite a prendermi», ha rilanciato il governatore dem: «Farò causa contro le misure illegali, immorali e incostituzionali del presidente bugiardo, che soffia sul fuoco federalizzando la guardia nazionale». Nella notte arriva l’allarme del governatore della California su X: «Trump sta inviando altri duemila uomini. Non si tratta di sicurezza pubblica. Si tratta di accarezzare l’ego di un presidente pericoloso».

In realtà la faida fra i due era già in atto ben prima dell’assalto ai vulnerabili della seconda città più popolosa d’America, dove l’80 per cento degli abitanti ha radici lontane ed è chiamata casa da persone provenienti da 140 Paesi che parlano 224 lingue diverse. «Donald Trump stava già cercando di impedire alla California di ricevere un importante numero di finanziamenti federali», spiega Anita Chabria, editorialista del Los Angeles Times. «L’amministrazione aveva infatti chiesto ai dipendenti federali di elaborare motivazioni per tagliare i fondi, magari basandosi sulla diffusione delle politiche “Dei” su diversità e inclusione, cui Trump ha dichiarato guerra». Newsom aveva risposto evidenziando che la California contribuisce al Paese con più tasse federali di quanto riceve in servizi: «Ma il punto non sono i soldi. Trump vuol mettere in riga lo stato che, grazie alle aziende che ospita, rappresenta la quarta economia mondiale, proprio come ha fatto con le università: depauperandolo, perché lo considera ostile alla sua presidenza».

Newsom, 57 anni, d’altronde, «rappresenta tutto ciò che la cultura Maga detesta», dice Jessica Levinson, giurista della Loyola University. Laurea in scienze politiche, una dislessia importante curata focalizzandosi su doti mnemoniche che ne hanno fatto un magnifico oratore, il governatore ha quattro figli con la documentarista femminista Jennifer Siebel (e prima era stato sposato con Kimberly Guilfoyle, poi fidanzata di Don Jr. che evidentemente non ha fornito ai Trump argomenti per metterlo al tappeto). Di origini modeste, ha fatto fortuna con un’azienda vinicola finanziata dai Getty, ceduta quando è entrato in politica. Sindaco di San Francisco fra 2004 e 2011, fu tra gli entusiasti promotori del matrimonio gay. Diventato governatore nel 2019 dopo essere stato per 8 anni il luogotenente del predecessore Jerry Brown, ha subito sospeso la pena di morte e portato avanti un’agenda ambientalista focalizzata su energia pulita e rinnovabili. Di recente ha firmato una legge che proibisce di bandire i libri dalle biblioteche, ha rafforzato il diritto all’aborto, ha depenalizzato reati minori e cercato di trovare forme d’assistenza agli oltre 170mila senzatetto e a un milione di clandestini. «Progressista su temi sociali, moderato su quelli economici, negli ultimi mesi, già adocchiando le corsa per la Casa Bianca 2028, s’è spostato lievemente a destra sostenendo il bando delle atlete transgender, le critiche alla “Cancel Culture” e ai movimenti per definanziare la polizia», dice ancora Levinson. «Posizionandosi, insomma, come potenziale rivale di un futuro candidato repubblicano. Chiunque esso sia».

Poi, certo: lo Stato progressista campione di giustizia penale e controllo delle emissioni, la culla di Silicon Valley che in termini di potenza economica resta il più incisivo d’America, ha fragilità intrinseche come la faglia di Sant’Andrea che lo percorre per 1.200 chilometri, capace di provocare terremoti devastanti quanto i capricciosi venti di Sant’Ana che propagano incendi come quello che a gennaio ha devastato Los Angeles. Prima dell’emergenza inscenata da Trump, il governatore Newsom stava infatti già affrontava sfide intrecciate: la lotta alla disoccupazione, difficoltà fiscali e il deflusso della popolazione mai del tutto arrestato dai tempi del Covid. Ma finora l’araba fenice californiana è sempre risorta dalle sue ceneri «anche grazie a un modello di crescita guidato dall’innovazione estremamente resiliente. Che gli ha permesso di lasciarsi alle spalle crisi come la grave recessione degli anni Novanta o la pessima gestione del mercato elettrico che portò a un clamoroso blackout nel 2001», come ricorda Ron Gochez, storico e presidente della sede di Los Angeles di Unión del Barrio, organizzazione di base che si occupa proprio di migranti: «La California sopravviverà pure all’offensiva di Donald Trump».

Nell’immagine: la Guardia Nazionale a Los Angeles


Gavin Newsom, il governatore dem che vuole spodestare Trump

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 

Di Simona Siri, La Stampa

Gavin Newsom vuole diventare presidente. Le ambizioni dell’attuale governatore della California sono note da tempo, nonostante la scarsa prestazione alle primarie del 2020. Lo sanno gli elettori democratici e lo sanno i californiani che lo scorso marzo, in un sondaggio del Los Angeles Times, avevano espresso fastidio per il fatto che fosse più concentrato ad aumentare le sue possibilità per la Casa Bianca che a risolvere i problemi dello stato. La domanda oggi è se questo nuovo scontro con Donald Trump possa favorire o danneggiare il sogno presidenziale. Lunedì, Newsom ha annunciato di voler fare causa all’amministrazione per aver inviato duemila soldati della Guardia Nazionale allo scopo di sedare le proteste contro i raid anti immigrazione che sono scoppiate in città durante il fine settimana e che non si sono ancora placate.

In una lettera aperta, ha definito la mobilitazione «una grave violazione della sovranità statale» e ha chiesto di revocare immediatamente l’ordine definendo l’atto «illegale, immorale, incostituzionale» dal momento che la Guardia Nazionale può essere inviata sì, ma su richiesta del governatore: nel 1992 George H. W. Bush la inviò su richiesta di Pete Wilson per sedare le rivolte che seguirono l’assoluzione di quattro agenti di polizia bianchi per il pestaggio del nero Rodney King. Una situazione diversa da quella attuale, con Newsom che non solo non l’ha richiesta, ma attribuisce al presidente la responsabilità del peggioramento della situazione. «Le condizioni che vedete stasera in tv le ha create lui», ha detto domenica a Msnbc riferendosi alla violenza e al caos. «Ha aggravato la situazione. Ha acceso il proverbiale fiammifero. Sta gettando benzina sul fuoco».

Non solo, in un confronto a distanza con lo “zar di frontiera” Tom Homan, di fronte alle minacce di arresto di quest’ultimo verso «chiunque ostacoli le attività di controllo dell’immigrazione, anche se si tratta di funzionari», ha risposto da duro: «Che mi arresti pure. Che mi venga a prendere. Sa dove trovarmi». Toni ben diversi da quelli fino a poco tempo fa conciliatori che avevano caratterizzato i sui rapporti con la Casa Bianca e che per alcuni avevano rappresentato uno strategico spostamento al centro in vista di una possibile candidatura alle presidenziali del 2028. Con un occhio all’elettorato nazionale, Newsom aveva rinunciato a presentarsi come parte della resistenza a Trump, parlando invece della necessità di comprendere le preoccupazioni di molti elettori che a novembre avevano votato repubblicano. A gennaio, quando Trump era arrivato a Los Angeles per verificare i devastanti danni degli incendi, lui era sulla pista dell’aeroporto ad accogliere il presidente e la First Lady. Nel suo podcast aveva ospitato addirittura Steve Bannon, con grande dispiacere di molti a sinistra, un disappunto sorpassato solo da altre sue affermazioni come quando, rompendo con una certa ortodossia democratica, aveva dichiarato che fosse ingiusto per le atlete transgender competere negli sport femminili. Una strategia evidentemente volta a placare Trump che non ha mai nascosto il suo disprezzo per la California, per i suoi valori ultra progressisti e per il modo in cui è governata. Sforzi che però non sono serviti a molto, visto che il presidente solo la scorsa settimana ha minacciato tagli ai finanziamenti per le scuole californiane perché una ragazza transgender ha vinto due gare al campionato statale di atletica leggera, dopo che ha già eliminato quattro miliardi di dollari di fondi federali per l’alta velocità ferroviaria. Andare allo scontro duro con Trump potrebbe pagare in termini di consenso nazionale, ma anche no. La sua eventuale corsa è sempre stata in salita: se l’idea di un presidente proveniente dalla iper progressista ed elitaria California era un azzardo prima, figurarsi oggi dopo la sconfitta di Kamala Harris. Dovesse candidarsi, le mosse, i toni e le decisioni prese in questi giorni potrebbero rappresentare il bagaglio da spendersi più avanti, soprattutto se saprà dimostrare doti da leader pragmatico, ragionevole, meno ideologia e più soluzione di problemi. Non a caso tra gli altri nomi per le possibili primarie democratiche del 2028 che già circolano ci sono quelli di altri governatori, gente specializzata nella gestione che per forza di cose deve avere a che fare con Trump: il governatore del Minnesota Tim Walz, quello dell’Illinois JB Pritzker, quella del Michigan Gretchen Whitmer e quelli del Colorado e del Maryland, Jared Polis e Wes Moore, oltre all’ex segretario ai trasporti Pete Buttigieg, al senatore Chris Murphy e al sogno dei socialisti Alexandria Ocasio-Cortez. Sembra tutto prematuro, ma Newsom lo sa: la corsa comincia oggi.

Nell’immagine: il governatore della California Gavin Newsom


Il banco di prova dell’aspirante dittatore

Il disinvestimento militare da tradizionali aree di presenza Usa è funzionale a spostare le truppe ai confini e nella repressione domestica in stati e città governate dai democratici 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

Una campagna lanciata fin dal 20 gennaio scorso. A Los Angeles, nel weekend ci sono stati scontri tra ispanici e polizia per impedire la deportazione di un gruppo di chicanos, a cui è seguita immediatamente l’incendiaria decisione del presidente fellone di mandare la Guardia Nazionale per «ristabilire l’ordine».

Ieri mattina la città era tranquilla ma Trump ha molto bisogno di una crisi da sfruttare per far dimenticare i sistematici fallimenti nei primi mesi di regno: i suoi Executive Orders sono stati quasi tutti bloccati o cancellati dalla magistratura federale nonostante una Corte suprema amica. L’inflazione è in crescita, i dazi hanno creato caos sui mercati senza alcun beneficio (e con danni significativi per le decine di milioni di americani i cui risparmi sono investiti a Wall Street). Il bilancio federale è passato alla Camera ma probabilmente affonderà in Senato. In politica estera, la promessa di ottenere la pace in Ucraina «in 24 ore» è più lontana che mai mentre il genocidio a Gaza continua senza che si veda una qualche iniziativa di Washington.

Capiremo nei prossimi giorni se la crisi si acutizzerà ulteriormente: l’anima nera dell’amministrazione Trump, il suo braccio destro Stephen Miller ha più volte avanzato l’idea di bollare il problema dei migranti irregolari come una «invasione» e quindi di sospendere l’Habeas Corpus, l’antichissimo diritto di qualsiasi imputato a comparire davanti a un giudice al più presto, mutuato dalla Common Law inglese. Nella storia americana c’è un solo precedente: quello di Abraham Lincoln durante la guerra di Secessione, ma si trattava appunto di una guerra e, tardivamente, la Corte suprema comunque sentenziò che il presidente non aveva il potere di sospendere queste garanzie costituzionali.

Non è un caso che siano la California e gli ispanici a far esplodere il bubbone delle politiche persecutorie e illegali di Donald Trump: a Los Angeles gli agenti dell’Ice, la Gestapo per l’immigrazione, hanno organizzato un raid non in un covo di presunti spacciatori, ma in un grande magazzino Home Depot, dove si vendono materiali da costruzione e prodotti per la manutenzione della casa. E dove la maggioranza dei dipendenti sono ovviamente ispanici, come tutti coloro che fanno lavori faticosi e malpagati in California.

Los Angeles, quattro milioni di abitanti, è anche la città dove nel 1992 scoppiarono cinque giorni di guerriglia urbana dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano massacrato un afroamericano, Rodney King, nonostante esistesse un video che mostrava l’agonia della vittima, incredibilmente sopravvissuta al pestaggio.

La California non può funzionare senza gli ispanici, immigrati regolari o irregolari che siano: il 25% della verdura fresca consumata negli Stati Uniti, dall’Alaska alla Florida, viene da lì e non sono gli ingegneri della Silicon Valley a raccoglierla. Le serre, i giardini, le pulizie delle case e delle strade funzionano grazie agli ispanici e anche la stessa Guardia Nazionale: il quotidiano di Città del Messico La Jornada ha pubblicato una gustosa vignetta in cui i soldati in assetto di guerra hanno tutti nomi messicani: Garcia, Gonzalez, Martinez.

I regimi autoritari non sempre hanno successo in breve tempo: Hitler e Mussolini furono abili e fortunati nel creare le rispettive dittature ma agivano in due paesi stremati da una guerra mondiale finita pochi anni prima. Erdogan e Orban, i loro moderni imitatori, sono arrivati al potere per via elettorale e solo dopo anni di sforzi sono riusciti a stroncare le opposizioni.

Trump ha cercato di percorrere la strada di questi due leader nel giro di appena 100 giorni, dimenticando che le strutture costituzionali degli Stati uniti sono, bene o male, più antiche e solide di quelle della Turchia o dell’Ungheria. Il detestato Deep State è appunto profondo, cioè frutto non solo di regole ma anche di prassi radicate e per questo più resistente: i giudici federali hanno fermato, fin qui, il 96% dei decreti della Casa Bianca.

Probabilmente contava sullo strapotere finanziario e mediatico del compagno di strada Elon Musk ma l’amore tra i due è durato poco, esattamente com’era successo tra Putin e i vari oligarchi che lo avevano catapultato al potere a Mosca. Ora Musk è diventato un mezzo oppositore e Trump può contare soltanto sulla gang di leccapiedi che ha portato al governo: un po’ poco per governare come il Re Sole. Quello di cui ha bisogno, quindi, è un salto di qualità, un momento in cui la maggioranza degli americani si convinca che non esistono altre strade, che l’uomo solo al comando è necessario e quindi legittimo. Sarà Los Angeles a fornire l’occasione?