La scorta è mia e guai a chi me la porta via

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Sentite questa. «La presente, a futura memoria, vale come esplicita esenzione di responsabilità del Ministro dell’Interno e del Capo della Polizia nel caso in cui dal 1° gennaio 2026 dovesse accadere qualcosa alla mia persona. Il Viminale non avrà nessuna responsabilità amministrativa da incidenti che potessero occorrermi, ferma restando la piena responsabilità politica di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano sulla scelta di “vendicarsi” su di me per aver espresso opinioni politiche critiche verso il Governo pro tempore». Auguriamo al leader di “Italia Viva”, senatore Matteo Renzi, lunga vita e che non sia mai vittima di aggressioni o incidenti dopo che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano – al quale si rivolge con una lunga lettera diffusa urbi et orbi – ha annunciato di voler togliere dal primo gennaio 2026 la protezione dei servizi segreti agli ex-premier. La decisione del Governo, scrive Renzi, è un atto di vendetta contro di lui. Roba degna delle peggiori «democrature sudamericane».

Parole che riecheggiano la protesta di “Italia Viva”, nel dicembre 2023, seguita alla decisione del Governo di vietare a ministri, parlamentari, europarlamentari e presidenti di Regione di svolgere incarichi retribuiti in favore di soggetti pubblici o privati non aventi sede legale od operativa nell’Unione Europea. Anche allora Renzi vide un atto persecutorio nei suoi confronti. Quella norma era «pensata per colpire uno dei leader dell’opposizione, che dà il senso di una deriva sudamericana delle istituzioni». Nella fattispecie la “deriva sudamericana” andava a colpire Renzi non certo dal punto di vista politico, bensì nel portafoglio, impedendogli di continuare a percepire i lauti compensi per consulenze e conferenze versati dal regime saudita di Mohammed bin Salman, il principe ereditario considerato, come documentò la CIA, il mandante dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nell’ambasciata dell’Arabia Saudita a Istanbul, il 2 ottobre 2018.

Facciamo chiarezza su un tema assai confuso. Le protezioni oggetto della razionalizzazione annunciata da Mantovano fanno capo all’AISI, Agenzia informazioni e sicurezza interna: si tratta di un livello superiore rispetto alla quasi totalità delle scorte, gestite dal ministero dell’Interno attraverso l’UCIS, Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale. Questa protezione speciale viene concessa a figure con ruoli strategici, e prevede anche la copertura diplomatica in caso di attività di rilevanza internazionale. Particolare curioso: il Governo Meloni revoca questa misura in applicazione a una circolare emanata nel 2022 dal Governo Conte II, quando titolare del Viminale era Matteo Salvini, riportando la competenza esclusivamente al ministero dell’Interno. È pertanto doveroso sottolineare che, con il recente provvedimento, non viene negato in linea di principio agli ex-premier il diritto di avere una scorta, semplicemente gli interessati devono concordare con l’Interno le nuove modalità, in modo da liberare risorse umane altamente specializzate in carico all’AISI. Ma questo non sta bene al senatore Renzi il quale, sprezzante, annuncia nella lettera a Mantovano, delegato per la sicurezza della Repubblica: «Comunico formalmente e inderogabilmente che non intendo accettare nessuna forma di tutela del Viminale».

Non si registrano invece critiche o rinunce da parte di Massimo D’Alema, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Gentiloni, i quali tuttora usufruiscono della protezione AISI, pur avendo cessato da molti anni l’incarico di premier, mentre Mario Draghi e Giuseppe Conte già dispongono esclusivamente del servizio di scorta del ministero dell’Interno. Certo, viene da chiedersi se gli agenti della scorta seguano D’Alema anche quando raggiunge le dolci colline della sua tenuta di 30 ettari in Umbria, dove produce vini di pregio destinati a consumatori raffinati. L’attività agricola è una delle tante alle quali si dedica l’ex-premier da quando ha lasciato Palazzo Chigi e il Parlamento.

Il polverone mediatico suscitato dall’annuncio del Governo induce a fare, per quanto possibile, un po’ di chiarezza su un fenomeno tutto italiano che da anni suscita profonda irritazione nell’opinione pubblica, che si aggiunge a quello – a dir poco scandaloso – delle auto blu: il gran numero di scorte assegnate. A usufruirne non sono soltanto esponenti delle istituzioni e della politica, ma anche della magistratura, del mondo produttivo, dell’informazione e della società civile teoricamente esposti a rischi di aggressioni o attentati per il loro ruolo o per il loro impegno pubblico.

Addentrarsi nella giungla delle varie tipologie di scorta, che impegnano Polizia di Stato, Carabinieri, Finanza e, nel caso di presìdi davanti alle abitazioni, Esercito, è impresa alquanto complessa, come pure è difficile avere un quadro aggiornato della situazione. Abbiamo chiesto qualche dato all’ufficio stampa del ministero dell’Interno. Inutilmente. Dobbiamo pertanto accontentarci, pensate un po’, di quanto pubblicato sul sito dello stesso Viminale sei anni fa, nel 2019, quando l’allora ministro Salvini firmò una nuova direttiva che mirava a razionalizzare le misure di protezione esistenti.

Il ministro si vantava allora di avere raggiunto, nell’arco di un anno, una significativa riduzione. Al primo giugno 2018 infatti le misure per le tutele personali erano 618, con l’impiego di 2. 218 donne e uomini delle forze di polizia, oltre a circa 230 agenti utilizzati per le cosiddette vigilanze fisse ad abitazioni e luoghi di lavoro; 434 le auto blindate fornite, 266 le vetture non specializzate. Esattamente un anno dopo, il primo giugno 2019, le misure di sicurezza erano scese a 569 con un calo di circa il 9 per cento del numero di agenti utilizzati sia per le scorte personali che per le vigilanze fisse. Per l’esattezza 2. 015 le unità delle forze di polizia impiegate (203 in meno rispetto a dodici mesi prima), oltre a 211 per le vigilanze fisse, 404 le vetture blindate e 234 le non specializzate. Per quanto riguarda le regioni al primo posto c’era il Lazio con 209 tutele nel 2018 e 173 nel 2019, seguito dalla Sicilia con 142 nel 2018 e 124 nel 2019. Si può ragionevolmente affermare che la situazione attuale non sia di molto variata.

Le scorte vengono generalmente assegnate o d’ufficio, su iniziativa del ministero dell’Interno e delle sue diramazioni territoriali, attraverso l’UCIS, oppure dopo una denuncia-richiesta circostanziata della persona che subisce minacce o violenze, alla quale segue un’istruttoria in cui si valuta se il rischio è reale. La protezione speciale che prevede anche l’impego di agenti dei servizi segreti è di esclusiva competenza della presidenza del Consiglio. Molte delle protezioni gestite dal Viminale non sono permanenti. L’UCIS effettua una revisione periodica, aggiornando il livello in base a una nuova valutazione del rischio o anche togliendo la protezione per cessato pericolo.

Vediamo, per farci un’idea, le varie tipologie di protezione e i criteri di assegnazione. Le scorte sono suddivise in quattro livelli, in base al grado di rischio, secondo regole non rigide e variabili nel tempo. Il primo livello, di massima sicurezza, prevede un minimo di tre agenti armati e due-tre auto, almeno una delle quali blindata. Ne usufruiscono le alte cariche dello Stato, per esempio i presidenti del Senato e della Camera, i magistrati ad altissimo rischio ma anche personaggi al di fuori del contesto istituzionale come lo scrittore Roberto Saviano, sotto protezione 24 ore su 24 dal 2006 per le reiterate minacce di morte della camorra dopo la pubblicazione di “Gomorra”. Protezione anche per il giornalista Sigfrido Ranucci, a seguito delle minacce ricevute da ambienti mafiosi per le inchieste della trasmissione “Report” da lui condotta su Raitre. Tra i magistrati ce n’è uno che detiene un triste record: il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, sotto scorta dal 1989, quindi da 36 anni, per la sua ininterrotta battaglia contro la ‘ndrangheta.

Sotto scorta sono anche la senatrice a vita Liliana Segre, per le minacce ricevute, via social e non solo, dopo interventi pubblici sulla Shoah e sul razzismo; il prete antimafia don Luigi Ciotti, fondatore di “Libera”, per le sue battaglie contro le organizzazioni criminali; Ilaria Cucchi, oggi senatrice, per le minacce ricevute dopo la condanna dei carabinieri per l’uccisione del fratello Stefano; alcuni pentiti di mafia, camorra e ’ndrangheta che collaborano con i giudici.

Il presidente della Repubblica, prima carica dello Stato, è ovviamente protetto attraverso un sistema articolato a parte, che gli garantisce la massima sicurezza sia negli spostamenti pubblici sia in ambito familiare, mentre il presidente del Consiglio in carica dispone di una protezione differenziata AISI, che prevede pertanto – come abbiamo visto – anche l’impiego di personale dell’intelligence. L’assegnazione della scorta ai ministri non è automatica e viene decisa caso per caso dall’UCIS, basandosi su valutazioni di rischio, minacce specifiche ricevute, esposizione pubblica e mediatica, ruolo istituzionale e responsabilità. Attualmente dispongono del servizio di scorta concessa d’ufficio i ministri dell’Interno, della Difesa, degli Esteri, recentemente anche quelli dell’Università e dell’Istruzione e del Merito, mentre altri capi di dicastero possono disporre di misure di protezione-spot durante particolari eventi pubblici. Il secondo e il terzo livello di protezione si basano su un numero variabile e comunque inferiore di uomini e automezzi, il quarto prevede un’auto non blindata con uno-due agenti.

Una domanda sorge spontanea: sono davvero giustificate tutte le assegnazioni oppure c’è qualcuno che non è esposto ad alcun pericolo e tuttavia usufruisce di questo servizio che costa allo Stato centinaia di milioni di euro all’anno? In altre parole: ci sono figure non a rischio per le quali la scorta diventa una sorta di status-symbol? Certamente non è così per il procuratore Gratteri, il quale in un’intervista lamentò la pesantezza di una vita di clausura: «Ci sono giorni in cui si soffre di più, viene la sindrome da soffocamento a non poter fare una passeggiata da soli, non poter andare in bicicletta, non uscire in moto. Sono protetto da otto-dieci persone fisse, alle quali si aggiungono altri che, quando mi sposto, fanno i controlli, le bonifiche, portano i cani per sentire se c’è l’esplosivo. È abbastanza asfissiante. Mi costa tantissimo sul piano psicologico, bisogna avere nervi d’acciaio».

Di fronte a servitori dello Stato che con sacrificio e abnegazione lavorano rischiando la vita, assieme agli agenti che li proteggono, va accolta con favore l’iniziativa del Governo di ridurre di grado la protezione degli ex-presidenti del consiglio, checché ne dica il senatore Renzi. Ora ci si augura un ulteriore passo, ovvero un maggiore rigore nell’assegnazione delle scorte, sulle quali ironizza il professor Alessandro Orsini con un post pubblicato su X il 5 giugno scorso: «Se il ministero dell’Interno assegna le scorte sulla base delle “minacce e delle contestazioni sui social”, io dovrei avere una scorta di 750 soldati, 14 aerei da guerra, due portaerei, un sottomarino a propulsione nucleare e un paio di bombe atomiche tascabili. Cerchiamo di non essere ridicoli, grazie».

Chissà se un giorno ci sarà risparmiata la deplorevole scena di qualche bullo che sfreccia sulle strade trafficate di Roma su auto blu con lampeggiante acceso e con agenti della scorta al seguito, senza avere reale necessità di protezione, quasi a dire: «La scorta è mia e guai a chi me la porta via».

Nell’immagine: la senatrice Liliana Segre con gli agenti della sua scorta