La scorta è mia e guai a chi me la porta via

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Sentite questa. «La presente, a futura memoria, vale come esplicita esenzione di responsabilità del Ministro dell’Interno e del Capo della Polizia nel caso in cui dal 1° gennaio 2026 dovesse accadere qualcosa alla mia persona. Il Viminale non avrà nessuna responsabilità amministrativa da incidenti che potessero occorrermi, ferma restando la piena responsabilità politica di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano sulla scelta di “vendicarsi” su di me per aver espresso opinioni politiche critiche verso il Governo pro tempore». Auguriamo al leader di “Italia Viva”, senatore Matteo Renzi, lunga vita e che non sia mai vittima di aggressioni o incidenti dopo che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano – al quale si rivolge con una lunga lettera diffusa urbi et orbi – ha annunciato di voler togliere dal primo gennaio 2026 la protezione dei servizi segreti agli ex-premier. La decisione del Governo, scrive Renzi, è un atto di vendetta contro di lui. Roba degna delle peggiori «democrature sudamericane».

Parole che riecheggiano la protesta di “Italia Viva”, nel dicembre 2023, seguita alla decisione del Governo di vietare a ministri, parlamentari, europarlamentari e presidenti di Regione di svolgere incarichi retribuiti in favore di soggetti pubblici o privati non aventi sede legale od operativa nell’Unione Europea. Anche allora Renzi vide un atto persecutorio nei suoi confronti. Quella norma era «pensata per colpire uno dei leader dell’opposizione, che dà il senso di una deriva sudamericana delle istituzioni». Nella fattispecie la “deriva sudamericana” andava a colpire Renzi non certo dal punto di vista politico, bensì nel portafoglio, impedendogli di continuare a percepire i lauti compensi per consulenze e conferenze versati dal regime saudita di Mohammed bin Salman, il principe ereditario considerato, come documentò la CIA, il mandante dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nell’ambasciata dell’Arabia Saudita a Istanbul, il 2 ottobre 2018.

Facciamo chiarezza su un tema assai confuso. Le protezioni oggetto della razionalizzazione annunciata da Mantovano fanno capo all’AISI, Agenzia informazioni e sicurezza interna: si tratta di un livello superiore rispetto alla quasi totalità delle scorte, gestite dal ministero dell’Interno attraverso l’UCIS, Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale. Questa protezione speciale viene concessa a figure con ruoli strategici, e prevede anche la copertura diplomatica in caso di attività di rilevanza internazionale. Particolare curioso: il Governo Meloni revoca questa misura in applicazione a una circolare emanata nel 2022 dal Governo Conte II, quando titolare del Viminale era Matteo Salvini, riportando la competenza esclusivamente al ministero dell’Interno. È pertanto doveroso sottolineare che, con il recente provvedimento, non viene negato in linea di principio agli ex-premier il diritto di avere una scorta, semplicemente gli interessati devono concordare con l’Interno le nuove modalità, in modo da liberare risorse umane altamente specializzate in carico all’AISI. Ma questo non sta bene al senatore Renzi il quale, sprezzante, annuncia nella lettera a Mantovano, delegato per la sicurezza della Repubblica: «Comunico formalmente e inderogabilmente che non intendo accettare nessuna forma di tutela del Viminale».

Non si registrano invece critiche o rinunce da parte di Massimo D’Alema, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Gentiloni, i quali tuttora usufruiscono della protezione AISI, pur avendo cessato da molti anni l’incarico di premier, mentre Mario Draghi e Giuseppe Conte già dispongono esclusivamente del servizio di scorta del ministero dell’Interno. Certo, viene da chiedersi se gli agenti della scorta seguano D’Alema anche quando raggiunge le dolci colline della sua tenuta di 30 ettari in Umbria, dove produce vini di pregio destinati a consumatori raffinati. L’attività agricola è una delle tante alle quali si dedica l’ex-premier da quando ha lasciato Palazzo Chigi e il Parlamento.

Il polverone mediatico suscitato dall’annuncio del Governo induce a fare, per quanto possibile, un po’ di chiarezza su un fenomeno tutto italiano che da anni suscita profonda irritazione nell’opinione pubblica, che si aggiunge a quello – a dir poco scandaloso – delle auto blu: il gran numero di scorte assegnate. A usufruirne non sono soltanto esponenti delle istituzioni e della politica, ma anche della magistratura, del mondo produttivo, dell’informazione e della società civile teoricamente esposti a rischi di aggressioni o attentati per il loro ruolo o per il loro impegno pubblico.

Addentrarsi nella giungla delle varie tipologie di scorta, che impegnano Polizia di Stato, Carabinieri, Finanza e, nel caso di presìdi davanti alle abitazioni, Esercito, è impresa alquanto complessa, come pure è difficile avere un quadro aggiornato della situazione. Abbiamo chiesto qualche dato all’ufficio stampa del ministero dell’Interno. Inutilmente. Dobbiamo pertanto accontentarci, pensate un po’, di quanto pubblicato sul sito dello stesso Viminale sei anni fa, nel 2019, quando l’allora ministro Salvini firmò una nuova direttiva che mirava a razionalizzare le misure di protezione esistenti.

Il ministro si vantava allora di avere raggiunto, nell’arco di un anno, una significativa riduzione. Al primo giugno 2018 infatti le misure per le tutele personali erano 618, con l’impiego di 2. 218 donne e uomini delle forze di polizia, oltre a circa 230 agenti utilizzati per le cosiddette vigilanze fisse ad abitazioni e luoghi di lavoro; 434 le auto blindate fornite, 266 le vetture non specializzate. Esattamente un anno dopo, il primo giugno 2019, le misure di sicurezza erano scese a 569 con un calo di circa il 9 per cento del numero di agenti utilizzati sia per le scorte personali che per le vigilanze fisse. Per l’esattezza 2. 015 le unità delle forze di polizia impiegate (203 in meno rispetto a dodici mesi prima), oltre a 211 per le vigilanze fisse, 404 le vetture blindate e 234 le non specializzate. Per quanto riguarda le regioni al primo posto c’era il Lazio con 209 tutele nel 2018 e 173 nel 2019, seguito dalla Sicilia con 142 nel 2018 e 124 nel 2019. Si può ragionevolmente affermare che la situazione attuale non sia di molto variata.

Le scorte vengono generalmente assegnate o d’ufficio, su iniziativa del ministero dell’Interno e delle sue diramazioni territoriali, attraverso l’UCIS, oppure dopo una denuncia-richiesta circostanziata della persona che subisce minacce o violenze, alla quale segue un’istruttoria in cui si valuta se il rischio è reale. La protezione speciale che prevede anche l’impego di agenti dei servizi segreti è di esclusiva competenza della presidenza del Consiglio. Molte delle protezioni gestite dal Viminale non sono permanenti. L’UCIS effettua una revisione periodica, aggiornando il livello in base a una nuova valutazione del rischio o anche togliendo la protezione per cessato pericolo.

Vediamo, per farci un’idea, le varie tipologie di protezione e i criteri di assegnazione. Le scorte sono suddivise in quattro livelli, in base al grado di rischio, secondo regole non rigide e variabili nel tempo. Il primo livello, di massima sicurezza, prevede un minimo di tre agenti armati e due-tre auto, almeno una delle quali blindata. Ne usufruiscono le alte cariche dello Stato, per esempio i presidenti del Senato e della Camera, i magistrati ad altissimo rischio ma anche personaggi al di fuori del contesto istituzionale come lo scrittore Roberto Saviano, sotto protezione 24 ore su 24 dal 2006 per le reiterate minacce di morte della camorra dopo la pubblicazione di “Gomorra”. Protezione anche per il giornalista Sigfrido Ranucci, a seguito delle minacce ricevute da ambienti mafiosi per le inchieste della trasmissione “Report” da lui condotta su Raitre. Tra i magistrati ce n’è uno che detiene un triste record: il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, sotto scorta dal 1989, quindi da 36 anni, per la sua ininterrotta battaglia contro la ‘ndrangheta.

Sotto scorta sono anche la senatrice a vita Liliana Segre, per le minacce ricevute, via social e non solo, dopo interventi pubblici sulla Shoah e sul razzismo; il prete antimafia don Luigi Ciotti, fondatore di “Libera”, per le sue battaglie contro le organizzazioni criminali; Ilaria Cucchi, oggi senatrice, per le minacce ricevute dopo la condanna dei carabinieri per l’uccisione del fratello Stefano; alcuni pentiti di mafia, camorra e ’ndrangheta che collaborano con i giudici.

Il presidente della Repubblica, prima carica dello Stato, è ovviamente protetto attraverso un sistema articolato a parte, che gli garantisce la massima sicurezza sia negli spostamenti pubblici sia in ambito familiare, mentre il presidente del Consiglio in carica dispone di una protezione differenziata AISI, che prevede pertanto – come abbiamo visto – anche l’impiego di personale dell’intelligence. L’assegnazione della scorta ai ministri non è automatica e viene decisa caso per caso dall’UCIS, basandosi su valutazioni di rischio, minacce specifiche ricevute, esposizione pubblica e mediatica, ruolo istituzionale e responsabilità. Attualmente dispongono del servizio di scorta concessa d’ufficio i ministri dell’Interno, della Difesa, degli Esteri, recentemente anche quelli dell’Università e dell’Istruzione e del Merito, mentre altri capi di dicastero possono disporre di misure di protezione-spot durante particolari eventi pubblici. Il secondo e il terzo livello di protezione si basano su un numero variabile e comunque inferiore di uomini e automezzi, il quarto prevede un’auto non blindata con uno-due agenti.

Una domanda sorge spontanea: sono davvero giustificate tutte le assegnazioni oppure c’è qualcuno che non è esposto ad alcun pericolo e tuttavia usufruisce di questo servizio che costa allo Stato centinaia di milioni di euro all’anno? In altre parole: ci sono figure non a rischio per le quali la scorta diventa una sorta di status-symbol? Certamente non è così per il procuratore Gratteri, il quale in un’intervista lamentò la pesantezza di una vita di clausura: «Ci sono giorni in cui si soffre di più, viene la sindrome da soffocamento a non poter fare una passeggiata da soli, non poter andare in bicicletta, non uscire in moto. Sono protetto da otto-dieci persone fisse, alle quali si aggiungono altri che, quando mi sposto, fanno i controlli, le bonifiche, portano i cani per sentire se c’è l’esplosivo. È abbastanza asfissiante. Mi costa tantissimo sul piano psicologico, bisogna avere nervi d’acciaio».

Di fronte a servitori dello Stato che con sacrificio e abnegazione lavorano rischiando la vita, assieme agli agenti che li proteggono, va accolta con favore l’iniziativa del Governo di ridurre di grado la protezione degli ex-presidenti del consiglio, checché ne dica il senatore Renzi. Ora ci si augura un ulteriore passo, ovvero un maggiore rigore nell’assegnazione delle scorte, sulle quali ironizza il professor Alessandro Orsini con un post pubblicato su X il 5 giugno scorso: «Se il ministero dell’Interno assegna le scorte sulla base delle “minacce e delle contestazioni sui social”, io dovrei avere una scorta di 750 soldati, 14 aerei da guerra, due portaerei, un sottomarino a propulsione nucleare e un paio di bombe atomiche tascabili. Cerchiamo di non essere ridicoli, grazie».

Chissà se un giorno ci sarà risparmiata la deplorevole scena di qualche bullo che sfreccia sulle strade trafficate di Roma su auto blu con lampeggiante acceso e con agenti della scorta al seguito, senza avere reale necessità di protezione, quasi a dire: «La scorta è mia e guai a chi me la porta via».

Nell’immagine: la senatrice Liliana Segre con gli agenti della sua scorta


Togliere ai poveri per dare ai ricchi

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Nei giorni scorsi, la Camera degli Stati Uniti ha approvato l’One Big Beautiful Bill Act (OBBBA). È il pacchetto contenente le proposte economiche del Presidente Donald Trump, tra cui quelle su cui aveva puntato maggiormente durante la campagna elettorale. Lungo oltre mille pagine, il testo è frutto di una lunga mediazione tra le diverse anime del Partito Repubblicano, che detiene una maggioranza risicata alla Camera, e l’opposizione unita dei democratici. Con il lavoro di mediazione coordinato da Mike Johnson, speaker della Camera, il provvedimento è passato con 215 voti favorevoli, 214 contrari e un astenuto: oltre ai democratici, anche alcuni repubblicani hanno votato contro nonostante le pressioni esercitate dallo stesso Trump. Ora il pacchetto dovrà essere approvato dal Senato, dove però rischia di subire ulteriori modifiche a causa dell’ancora più risicata maggioranza dei repubblicani.

Dal punto di vista generale, l’OBBBA mira a ridurre l’intervento dello Stato nella vita economica dei cittadini, con tagli delle tasse e restrizioni al welfare e ai sussidi per la transizione ecologica. Allo stesso tempo, sono rafforzate le funzioni dello Stato in settori come la difesa.

Che cosa contiene l’OBBBA?

Il provvedimento cardine riguarda la conferma e l’ampliamento dei tagli previsti dalla prima amministrazione Trump, che sarebbero scaduti a fine anno. Si tratta appunto di un taglio dell’imposta sul reddito che interessa prevalentemente i contribuenti più abbienti della popolazione.

All’interno del provvedimento vi sono poi politiche fortemente volute da Trump durante la campagna elettorale come la cancellazione delle tasse sulle mance, o provvedimenti vicini alle famiglie come un aumento del credito d’imposta per i figli da 2mila a 2 mila e 500 dollari. Ma tra i provvedimenti più discussi su questo fronte c’è l’aumento del tetto alla deduzione per le Tasse Statali e Locali (SALT). Il sistema americano permetteva una deduzione delle tasse pagate a livello locale e statale nel momento in cui si pagano quelle federali fino a una certa soglia. Questa soglia, fissata a 10 mila dollari di possibili deduzioni, era stata proprio introdotta da Trump con il Tax Cuts and Jobs Act (TCJA). Il provvedimento interessava le persone il cui reddito superava i 200 mila dollari. Oggi proprio Trump e i repubblicani sono favorevoli ad aumentare il tetto alle deduzioni, andando ancora una volta ad avvantagiare le fasce più ricche della popolazione. Nel provvedimento voluto da Trump, infatti, si assiste a un aumento a 40 mila dollari della soglia per coppie sposate con un reddito fino a 500 mila dollari.

Per finanziare queste politiche, l’amministrazione Trump ha attaccato il welfare, a partire dal Medicaid. Si tratta di una delle iniziative promosse all’interno del progetto della Great Society di Lyndon Johnson che mirava a fornire un aiuto per l’assistenza sanitaria agli individui a basso reddito. Tra gli inasprimenti voluti dall’amministrazione Trump c’è l’obbligo di lavoro per i beneficiari senza disabilità e senza figli di almeno 80 ore al mese, a partire dal 2026. Un altro intervento su questo fronte prevede la reiscrizione ogni sei mesi, rispetto all’attuale requisito annuale, portando quindi a maggiori controlli sui requisiti necessari.

Secondo le stime, questo porterà a un calo dei costi di Medicaid di 700 milioni di dollari, così come a 8 milioni e mezzo di persone che perderanno la copertura. Le modifiche apportate sono state giustificate dai legislatori come un tentativo di punire i furbetti, una retorica che ricorda le welfare queen di Reagan o gli attacchi al Reddito di Cittadinanza in Italia.

Sono poi state introdotte modifiche simili per un altro programma di fondamentale importanza come il Supplemental nutrition assistance program (SNAP). Questo programma, finanziato perlopiù a livello federale ma gestito a livello locale, è finalizzato al sostegno alle famiglie a basso reddito all’acquisto di beni alimentari. Nel provvedimento voluto da Trump, i fondi federali vengono ridotti e vengono anche qui inseriti vari requisiti.

Non solo: per ridurre i costi, l’amministrazione Trump è intervenuta su vari incentivi voluti dall’amministrazione Biden per la transizione ecologica. All’interno del testo, come è stato fatto notare in una lettera sottoscritta da oltre 100 organizzazione ed esperti inviata a vari membri del congresso, c’è anche una moratoria sulla regolamentazione, da parte degli Stati, dell’Intelligenza Artificiale e dei Sistemi Automatizzati. Già durante i primi giorni della sua presidenza, Trump aveva revocato uno dei provvedimenti dell’amministrazione Biden riguardo la salvaguardia dei cittadini da potenziali rischi dovuti all’AI. Con questa proposta Trump si spinge ancora più in là. Come riporta la CNN, i firmatari della lettera affermano:

Questa moratoria porterebbe a una situazione in cui se l’azienda progetta un algoritmo che causa un danno prevedibile, l’azienda che produce o utilizza quella tecnologia non è responsabile di fronte ai legislatori e al pubblico.

Ci sono poi ulteriori fondi per il programma di contrasto all’immigrazione, con maggiori finanziamenti all’ICE e ai controlli alle frontiere. A questi bisogna aggiungere finanziamenti per 150 miliardi per il settore della difesa, in particolare 25 miliardi per la costruzione di uno scudo di difesa antimissile fortemente voluto da Trump.

Il testo passa ora al Senato dove ai repubblicani, anche grazie a una procedura reconciliation, basterà la maggioranza più uno per far passare il provvedimento.

I ricchi ancora più ricchi non porteranno crescita

Gli effetti dal punto di vista redistributivo, anche considerando soltanto il taglio delle tasse, saranno fortemente regressivi: come hanno evidenziato anche i democratici, si tratta di un’operazione Robin Hood al contrario, dove l’amministrazione Trump toglie ai più poveri per dare ai ricchi. Già il TCJA aveva portato a benefici perlopiù per le fasce di reddito più elevate. E il provvedimento adottato dalla camera non fa eccezione. Un’analisi del Tax Policy Center ha rilevato che per il 20 per cento più povero degli americani gli effetti del provvedimento si tradurranno in media in un taglio delle tasse minore dell’uno per cento. Considerati però i tagli al welfare, questi benefici si ridurranno ancora di più. Stando alle stime citate, coloro che guadagnano fino a 35 mila dollari andranno incontro a un calo su base annua di 160 dollari, mentre quelli che guadagnano meno di 20 mila dollari l’anno vedranno addirittura un aumento dei costi a causa delle restrizioni al welfare State, in particolare per quel che riguarda le modifiche all’Obamacare. A beneficiarne saranno invece i più ricchi: il maggior guadagno, in percentuale, è nella fascia di contribuenti il cui reddito è stimato tra i 460 mila e il milione di dollari l’anno. In questa fascia l’aumento sarà del 4,3 per cento, contro lo 0,8 per cento del 20 per cento più povero e l’1,6 della classe medio bassa.

Il Congressional Budget Office (CBO), cioè l’agenzia federale il cui compito è fornire dati e stime dal punto di vista economico sulle politiche proposte, restituisce un quadro più completo del provvedimento voluto da Trump. Secondo un’analisi preliminare, nella sua forma attuale il OBBBA andrà a vantaggio del 10 per cento più ricco della popolazione, mentre peggiorerà la situazione del 10 per cento più povero. L’analisi ha individuato principalmente tre canali attraverso cui il provvedimento andrà a peggiorare la situazione delle fasce meno abbienti. Attraverso il taglio delle tasse e nella riduzione dei sussidi per le assicurazioni sanitarie garantite proprio dall’Obamacare. Il secondo canale, strettamente collegato, sono le restrizioni sul welfare State. In particolare le modifiche attuate a Medicaid e al programma SNAP, che prevede aiuti alimentari per le famiglie più povere. Un terzo aspetto, più tecnico, riguarda i margini di manovra che avranno i singoli stati americani per quel che riguarda l’allocazione del loro budget per contributi alle famiglie a fronte dei cambiamenti del finanziamento federale.

Per quel che riguarda le stime che tengono conto di questi aspetti, il CBO stima un calo del 2 per cento del reddito disponibile del 10 per cento delle famiglie più povere nel 2027, che arriverà al 4 per cento gli anni successivi. Questo calo è dovuto principalmente ai tagli al welfare, in particolare al programma SNAP e a Medicaid. Al contrario, il saldo risulta positivo per il 10 per cento delle famiglie, con incrementi stimati tra l’1 per cento e il 4 per cento.

Questa combinazione di riduzione delle tasse e restrizioni sul welfare ci riporta nel territorio della Teoria dello Sgocciolamento: ovvero l’idea che tagliando le tasse ai ricchi poi la ricchezza fluirà anche alle fasce meno abbienti della popolazione. La ricerca scientifica in merito ha però evidenziato i limiti di questa visione. Due ricercatori della London School of Economics (LSE) hanno analizzato proprio questa strategia di tagli delle tasse finalizzata alla crescita. Per anni infatti questa visione non ha caratterizzato soltanto i paesi anglosassoni, ma buona parte dei paesi occidentali. Tuttavia, i risultati dello studio restituiscono una panoramica diversa: i tagli delle tasse per le fasce più ricche non hanno portato a una maggior crescita economica e quindi a una distribuzione più equa delle risorse. Non si assiste nemmeno a effetti per quel che riguarda il tasso di disoccupazione, rafforzando l’idea che un taglio delle tasse non comporti un aumento dell’attività economica e vantaggi generalizzati. Al contrario, queste politiche hanno un effetto significativo sulle disuguaglianze economiche.

Anche le analisi svolte da organizzazione più vicine alle istanze di centrodestra sottolineano come le proposte contenute nell’OBBBA non abbiano effetti particolarmente rilevanti sulla crescita. Secondo le stime della Tax Foundation, sul lungo periodo queste politiche avranno un effetto modesto sulla crescita, dello 0,8 per cento. Anche i salari pre tasse, quindi quelli che riflettono maggiormente i guadagni in produttività, vedrebbero un aumento soltanto dello 0,05 per cento.

Gli effetti politici e di sostenibilità del debito 

La situazione descritta fa emergere ulteriori problematiche, a partire dalla componente politica. I contenuti del provvedimento, infatti, porteranno a un peggioramento delle condizioni delle fasce più vulnerabili della popolazione. Si tratta di quelle fasce, come evidenziano i dati, che hanno garantito un importante sostegno elettorale a Donald Trump e al movimento MAGA. La destra reazionaria ha fatto leva in questi anni sulla “winning formula” basata su politiche civili di tipo conservatore assieme a un linguaggio più vicino alle esigenze sociali e della classe lavoratrice. Questo potrebbe alienare vari elettori cruciali per le elezioni di metà mandato. Non a caso molti rappresentanti repubblicani eletti in circoscrizioni solitamente democratiche hanno sollevato le loro preoccupazioni dal punto di vista elettorale: gli elettori potrebbero infatti rimanere insoddisfatti e allineati da politiche di questo tipo. Mentre alcuni richiedono tagli delle tasse più consistenti per le fasce più deboli, vari repubblicani hanno espresso la loro contrarietà a un inasprimento e un ridimensionamento del programma di assistenza Medicaid come quello proposto da Trump.

Bisogna poi considerare la dinamica del debito pubblico americano, cui queste politiche contribuiranno sul lungo periodo. Si tratta di un tema estremamente delicato in questi mesi, vista la minor fiducia riposta dagli investitori nei titoli di Stato Americano dovuta all’instabilità economica portata dall’amministrazione. Questo è stato recentemente confermato dal declassamento dei titoli americani da parte dell’agenzia di rating Moody’s, l’ultima delle tre agenzie principali ad aver mantenuto la valutazione . Per oltre cent’anni, i titoli di stato hanno goduto dello status di tripla A, cioè titoli estremamente sicuri per gli investitori. Nei giorni scorsi l’agenzia ha invece abbassato il suo giudizio a Aa1. L’agenzia ha giustificato questa decisione affermando che nel passato recente le amministrazioni americane hanno portato a un aumento del debito con aumenti degli interessi e calo delle entrate. L’amministrazione Trump ha reagito duramente a questa decisione. D’altronde, è proprio l’amministrazione Trump che sta acuendo la situazione con tagli delle tasse a debito e una minor credibilità, sperando che le maggiori entrate derivino invece dai dazi annunciati da Trump. Secondo le stime il debito americano potrebbe arrivare a superare quello del dopoguerra già nel 2034, con conseguenze che a oggi non sono quantificabili che rischiano di mettere a rischio sicuramente la stabilità del paese ma anche quella dell’architettura economica dell’occidente.

Lo Stato per i più ricchi, davanti al rischio del debito

Il piano di Trump, qualora non lo fosse già, è chiaro: un’America sempre di più per i ricchi, con tagli delle tasse che già oggi mettono in seria difficoltà la situazione dal punto di vista finanziario. Per finanziare, almeno in parte, queste misure si ricorre a una guerra tra poveri, giustificando i tagli del welfare state con la retorica dei furbetti che spesso è andata di moda anche in Italia. Nel mentre si cerca di intervenire per salvaguardare proprio quelle fasce toccate dalle politiche di tagli con maggiori risorse contro l’immigrazione, una strategia che ha avvantaggiato i partiti di destra radicale.

Davanti a questa situazione però, il rischio di maggiori problematiche sul fronte finanziario, con l’impatto delle misure sulla crescita del debito, rischia di ripercuotersi ancora una volta sia sulle fasce più deboli sia sui mercati finanziari, come fa notare sul Financial Times il Presidente di JP Morgan Chase Jamie Dimon. L’amministrazione Trump rischia quindi di mettere a dura prova l’economia americana con conseguenze persistenti.  L’eccessivo ricorso alla spesa a debito è stata criticata anche da Elon Musk. In un tweet, l’ex capo del dipartimento DOGE ha definito “abominevole” il One Big Beautiful Bill Act, scagliandosi contro i repubblicani che lo hanno votato. Secondo le fonti del sito Axios, gli attriti tra Musk e Trump dipendono da vari fattori. Tra questi, c’è da citare la riduzione degli incentivi per le macchine elettriche che va a colpire duramente il business di Tesla.

In conclusione, il One Big Beautiful Bill Act si presenta come una manovra ideologicamente coerente con la visione di Trump: meno Stato per i poveri, più benefici fiscali per i ricchi, più potere per il governo in materia di difesa e sicurezza. Ma a ben vedere, le sue implicazioni economiche, sociali e politiche potrebbero rivelarsi tutt’altro che “beautiful” per ampie fasce della popolazione americana, e persino controproducenti per la stabilità economica del paese nel medio-lungo periodo. Sarà ora il Senato a dover decidere se confermare questa visione o tentare di mitigare gli effetti più divisivi.


La sindaca di Los Angeles che sfida Trump: “Orgogliosi di essere una città di immigrati”

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Di Natasha Caragnano, La Repubblica

Una “criminale” e “incompetente” che “fomenta” le proteste contro i raid che gli agenti federali hanno condotto contro i migranti a Los Angeles. Karen Bass, la prima donna e la seconda afroamericana a ricoprire la carica di sindaco della città californiana, non è nuova alle critiche e agli attacchi dei repubblicani e del presidente Trump. Ma la sua risposta è chiara: “Los Angeles sarà sempre un’orgogliosa città di immigrati e noi difenderemo la sua comunità”.

Il giorno stesso che gli agenti in tenuta militare hanno fatto irruzione in un negozio di abbigliamento all’ingrosso nel Fashion District di Los Angeles – uno dei tanti luoghi presi di mira dai raid, ma tra i più violenti – Bass ha visitato la sede centrale dell’azienda e ha definito le incursioni “scandalose e inaccettabili”. “Il vostro posto è qui, non siete soli. Los Angeles è la vostra casa e noi ci battiamo per voi”: con questo messaggio alla comunità di immigrati – e un chiaro segnale all’amministrazione Trump – la sindaca Karen Bass ha ribadito l’impegno che ha segnato tutta la sua carriera, costruita sulla lotta alle disuguaglianze.

L’impegno per i diritti civili

Per Bass, nata a Los Angeles nel 1953, fu assistere da bambina al movimento per i diritti civili in televisione insieme a suo padre ad accendere il suo interesse per l’attivismo comunitario. Da studentessa si offrì volontaria per la campagna presidenziale di Robert Kennedy nel 1968 e a metà degli anni ‘70 aderì alle Brigate Venceremos, un gruppo solidale con la rivoluzione cubana. Dopo la laurea, ha lavorato come assistente medico di medicina d’urgenza e ha fondato la Community Coalition, un’associazione impegnata a contrastare il degrado sociale nel South Los Angeles colpito dal crack e dalla violenza delle gang.

Nel 2008 è diventata la prima donna afroamericana a presiedere un’assemblea legislativa statale negli Stati Uniti. I colleghi la ricordano come una figura discreta, dotata di “un talento unico nel riunire le persone in modo quasi timido e silenzioso”. Non cercava l’attenzione, ma attraverso il suo impegno costante era una presenza forte e influente, capace di attrarre naturalmente chi le stava intorno. Lo stesso anno ha perso la sua unica figlia, Emilia, e suo genero in un incidente stradale. “È una ferita profonda che non guarisce mai. Col tempo impari a gestire il dolore, ma non se ne va”, aveva raccontato in una intervista.

Bass ha assunto la presidenza dell’Assemblea della California in un momento di profonda crisi economica. Le trattative per affrontare un deficit di bilancio miliardario iniziarono proprio il giorno in cui prestò giuramento. Nel giugno 2009, finì nel mirino di alcuni commentatori conservatori per un’intervista rilasciata al Los Angeles Times, in cui commentava il ruolo della radio repubblicana nel dibattito sul bilancio statale.

Dal 2011 al 2022 ha servito alla Camera dei Rappresentanti, dove ha promosso riforme in ambito giudiziario e penale. Dopo l’omicidio di George Floyd e le proteste che hanno scosso gli Stati Uniti, Karen Bass ha co-firmato insieme al deputato Jerry Nadler il disegno di legge per riforme della polizia. Approvato dalla Camera dei Rappresentanti a maggioranza democratica, il provvedimento è stato però bloccato al Senato. Il suo lavoro ha attirato l’attenzione dell’ex presidente Joe Biden, che l’ha presa in considerazione come sua vice prima di scegliere Kamala Harris.

La prima sindaca di Los Angeles

Nel 2022 è diventata la prima donna eletta sindaco di Los Angeles, sconfiggendo il miliardario costruttore Rick Caruso, che ha condotto la campagna elettorale più costosa nella storia della città. Sin dal primo giorno ha dichiarato lo stato d’emergenza per affrontare l’epidemia di senzatetto e ha lanciato un piano ambizioso per trasferire decine di migliaia di persone in rifugi temporanei.

“Ho sempre creduto che la persona più adatta a diventare sindaco debba essere qualcuno impegnato a colmare il divario razziale, a tenere unite le comunità e a costruire coalizioni”, aveva detto in un’intervista. E oggi è proprio per proteggere la sua comunità che torna a scontrarsi con i repubblicani. Bass non è nuova alle emergenze. Ma questa è forse la prova più dura della sua carriera politica. Dopo essere stata accusata di negligenza per la gestione degli incendi scoppiati a gennaio, quando si trovava in missione ufficiale all’estero, ora si trova nel mirino dell’amministrazione Trump, che l’ha definita “complice del caos”. “Se solo Karen Bass si fosse battuta contro gli incendi di Los Angeles come lotta per gli immigrati clandestini”, ha scritto il deputato repubblicano Darrell Issa su X.

“Il governatore della California, Gavin Newscum, e il sindaco di Los Angeles, Karen Bass, non riescono a fare il loro lavoro, cosa che tutti sanno, allora il governo federale interverrà e risolverà il problema delle rivolte e dei saccheggiatori nel modo giusto!!!”, ha scritto invece Trump.

Con i raid in corso e le tensioni in aumento, Bass si trova ad affrontare una delle fasi più delicate del suo mandato. Da sindaca, ha ribadito il rifiuto della collaborazione tra la polizia di Los Angeles e le autorità federali per le deportazioni. Le critiche dell’amministrazione Trump e dei repubblicani si sono fatte più dure, ma Bass ha confermato la sua posizione: “Los Angeles sarà sempre un’orgogliosa città di immigrati e noi difenderemo la comunità”.

Nell’immagine: Karen Bass


Perché la mia Israele è diventata un vicolo cieco della speranza

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Di Anna Momigliano, La Stampa

Per capire cosa è diventato Israele dopo il 7 ottobre, bisogna capire cosa stava diventando già prima. Perché è già da un po’ che lo Stato ebraico, un Paese che amo e che un tempo ho chiamato casa, stava prendendo una brutta piega. Ho deciso di raccontarla in un libro — Fondato sulla sabbia. Un viaggio nel futuro di Israele, appena uscito per Garzanti – non perché mossa dall’esigenza di criticare Israele e cospargermi il capo di cenere, ma perché avvertivo la necessità di capire e dunque spiegare (agli altri e a me stessa) come siamo potuti arrivare a questo punto, con più di cinquantamila morti a Gaza, la Striscia rasa al suolo e nessuno spiraglio in vista. Sono quel genere di persona che vuole prima di tutto trovare spiegazioni, ed erano mesi che continuavo a domandarmi come fosse possibile che Israele si fosse spinto fino a questo punto.

La distruzione che stiamo vedendo a Gaza è anche il frutto di tre cambiamenti socio-politici che hanno attraversato Israele negli ultimi vent’anni: la rimozione della questione palestinese dalla politica, l’assuefazione alla violenza (proprio su Gaza!), e uno sconvolgimento demografico all’interno di Israele. Certo, c’è anche lo shock del 7 ottobre, quando Hamas e altri terroristi palestinesi hanno ammazzato 1200 israeliani: non voglio sminuire tutto questo, e anzi non sono affatto certa che altre nazioni si sarebbero comportate meglio, dopo un colpo del genere. Però la paura e la rabbia scaturite da quel giorno si sommano a qualcosa che era in atto già da prima.

Partiamo dalla rimozione della questione palestinese dalla politica israeliana. È un processo che si è cristallizzato alla fine della Seconda Intifada, circa nel 2005. Gli accordi di Oslo, che nel 1993 avevano portato alla nascita dell’Autorità nazionale palestinese e che avrebbero dovuto portare alla nascita di un futuro Stato palestinese, si erano arenati da tempo e da questa frustrazione – insomma dall’idea che l’occupazione si stesse consolidando – era nata nei primi anni Duemila un’ondata di terrorismo palestinese, che aveva colpito duramente i civili israeliani. Poi, con gli accordi di Sharm el-Sheik e con la costruzione del muro che separa Israele dalla Cisgiordania, quest’ondata di terrorismo è finita, ma il processo di pace è rimasto arenato. Nel frattempo, l’economia cresceva (il reddito medio degli israeliani ha superato quello degli italiani nel 2008) e così gli israeliani si sono convinti che lo status quo non fosse così male. Così la questione palestinese è, gradualmente, evaporata dall’orizzonte politico e l’Occupazione è diventata un problema da gestire, non da risolvere.

Poi, si diceva, l’assuefazione alla violenza. È un processo che forse è iniziato prima, ma che ha assunto connotazioni senza precedenti, a partire dall’operazione Piombo Fuso (2008-2009), quando Israele ha lanciato il primo bombardamento massiccio su Gaza. Lo stato ebraico aveva smantellato le sue colonie nella Striscia nel 2005 e due anni dopo Hamas ha preso il potere con la forza, separando Gaza dal resto dei Territori palestinesi. Da allora i lanci dei razzi contro Israele erano aumentati, e così Israele ha preso l’abitudine di rispondere bombardando, ciclicamente, il territorio controllato da Hamas. Ci sono stati cicli di bombardamenti nel 2012, nel 2014, e nel 2021, al punto che qualcuno ha soprannominato questa strategia “tagliare l’erba”: distruggere le infrastrutture di Hamas, sapendo che sarebbero “ricresciute”, come l’erba, per poi colpirle ancora. Il numero di morti a Gaza assume proporzioni nuove, se paragonato alle fasi precedenti del conflitto israelo-palestinese. Così l’uccisione di migliaia di persone a Gaza è diventata un fatto ciclico, qualcosa a cui gli israeliani si abituano.

Infine, lo sconvolgimento demografico. Israele è un Paese giovane, con una crescita che non ha paragoni in altre economie avanzate, e dove ci sono quattro gruppi principali: gli ebrei laici, i palestinesi con cittadinanza israeliana, gli ebrei ultra-ortodossi e gli ebrei nazional-religiosi. Il primo gruppo, che un tempo rappresentava la solida maggioranza, ora non lo è più; il secondo è rimasto costante, in termini percentuali (circa il 20%); ma gli altri due, che prima erano marginali, sono cresciuti. Uno dei risultati è che è emerso un nuovo ordine sociale, dove certe idee, che prima erano ai margini, sono dominanti.

Questi tre elementi aiutano a capire la deriva di Israele. Ma in tutto questo, ho scelto di non raccontare soltanto questa deriva. Negli ultimi mesi ho visto crescere quella che, tra il serio e il faceto, chiamo la “fregola esistenziale” su (o, meglio, contro) Israele, insomma l’ansia di rappresentare lo Stato ebraico come qualcosa di intrinsecamente sbagliato, brutto, come a dire che sarebbe stato meglio che non fosse mai nato. E per questo ho avvertito anche l’esigenza di descrivere e spiegare il Paese più in generale, con la sua storia, la sua cultura, la sua lingua e il suo rapporto privilegiato con la religione ebraica, raccontando anche i suoi lati più belli, senza tacere sulle sue miopie, nel tentativo di contrastare gli stereotipi più beceri.


Da Miami a Giacarta, le città costiere stanno affondando a una velocità preoccupante

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Di Massimo Basile, La Repubblica

Quarantotto città nel mondo stanno affondando. Giacarta, New York, Miami, Manila, Houston, Los Angeles sprofondano sotto il peso degli edifici e i cambiamenti climatici. Uno studio condotto dall’Università tecnologica di Singapore indica 48 aree urbane, in cui vivono circa 76 milioni di persone, dove il fenomeno della cosiddetta subsidenza del suolo, il lento abbassamento del suolo causato da fattori geologici e aggravato dall’azione dell’uomo, sta avvenendo a una velocità preoccupante.

Una delle cause principali è il pompaggio dal sottosuolo di acqua potabile, per l’agricoltura e l’industria, un processo che rimuove il supporto naturale del terreno. A incidere sono anche il peso di grandi strutture, come grattacieli, e l’innalzamento del livello dei mari. Lo studio si riferisce al periodo 2014-2020.

I ricercatori non hanno analizzato le città italiane. A Houston alcune zone stanno sprofondando a un ritmo anche di cinque, otto e undici centimetri all’anno. La capitale dell’Indonesia, Giacarta, è una di quelle che stanno affondando in modo più veloce. Secondo la Bbc, più di due milioni di persone a Giacarta vivono in aree che affondano a una media di più di un centimetro, mentre alcune zone arrivano a 11,6 centimetri. La città cinese di Tianjin ha più dell’89 per cento del territorio che affonda di tre millimetri all’anno, ma alcune aree scendono anche di 18,7 centimetri. Tremila persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni. A New York il peso dei grattacieli sta spingendo verso l’acqua la città a un ritmo di 4 millimetri all’anno. Circa 103 mila persone vivono in aree che affondando in media di un centimetro. Washington e Miami si abbassano tra un millimetro e 2,2 centimetri all’anno. Nello stesso periodo, tra il 2014 e il 2020, Londra si è abbassata di meno di un centimetro all’anno, e di 4 centimetri in alcune zone, come South Upminster. Barcellona risulta stabile, eppure in alcune aree, tra cui il porto, costruito su un terreno bonificato, il livello è sprofondato di 7 centimetri all’anno.

I vari fenomeni portano a effetti collaterali che rischiano di diventare, nel lungo periodo, devastanti: danni alle infrastrutture e inondazioni, ma anche a livello visivo il cambiamento appare spaventoso. La Bbc ha raccolto la testimonianza di Erna, 37 anni, che vive a Giacarta. La sua casa si trova in una delle aree più colpite, a nord della città, ed ora è molto più bassa rispetto a quando era bambina. “Ventidue anni fa – racconta – le finestre erano all’altezza del mio petto”. Ora le arrivano alle ginocchia, e non perché sia cresciuta molto. Si è abbassata la casa. Molte volte lei e la famiglia hanno dovuto affrontare allagamenti.

“Abbiamo usato le canoe – ricorda – l’acqua continuava a entrare e a sommergere il piano terra”. Erna ricorda quando giocava per strada e pregava nella moschea, che ora non esiste più, sommersa per sempre. I muri dell’abitazione sono crepati. A occhio nudo si vedono strati di cemento aggiunti al pavimento per tenerlo sopra il livello dell’acqua.

A Lagos, in Nigeria, le inondazioni l’anno scorso hanno colpito 275 mila persone. Alessandria, in Egitto, e Ho Chi Minh, in Vietnam, hanno costruito dighe e barriere di sabbia lungo la costa per prevenire inondazioni. Tokyo ha risolto il problema alla sua maniera, imponendo limitazioni al pompaggio d’acqua e costruendo un nuovo sistema idrico, che gli scienziati considerano tra i più efficienti al mondo. Secondo l’università di Singapore la situazione è molto più stabile, anche se alcune aree sono affondate, tra il 2014 e il 2020, da un millimetro a 2,4 centimetri. Ma i parametri indicano, almeno lì, un costante rallentamento.


Guerre, guerre, adorabili guerre!

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Iniziamo dalla Palestina: sabato, a Roma, 300mila persone sono scese in piazza per chiedere il cessate il fuoco immediato e condannare il governo Netanyahu. Sul palco c’erano molti testimoni e i leader del centrosinistra che hanno promosso l’iniziativa. 300mila persone – ben di più dei 50mila previsti alla vigilia dal Ministro degli interni italiano Piantedosi. Segno che lo sdegno della gente era diventato potente e insopportabile.

Eppure, sono occorsi venti mesi perché finalmente qualche governo e qualche politico (a parte Cassis e Meloni e Trump – e ovviamente Netanyahu che lo sta producendo), si accorgesse che a Gaza si stava compiendo un genocidio con la nostra (di europei e americani) complicità. Sono occorsi venti mesi per aprire almeno un poco gli occhi e finalmente riconoscere che la barbarie era tra noi e soprattutto che era prodotta da noi. Sono occorsi venti mesi perché si iniziasse a sbugiardare la propaganda israeliana e dei governi occidentali per cui se osavi criticare Israele eri ipso facto un antisemita – non lo eri (ovviamente), esercitavi e rivendicavi solo il lume della ragione, il senso di umanità e il rispetto del diritto internazionale. E sono occorsi venti mesi perché si riempisse finalmente la piazza di Roma, dopo quelle di altre città, anche svizzere. Piazza benvenuta comunque.

E sono passati più di tre anni dall’invasione dell’Ucraina senza che il bellicismo occidentale e soprattutto europeo e le sanzioni alla Russia abbiamo – come si dice – cavato un ragno dal buco. Producendo però grandi profitti, ovvero la guerra è più importante della pace.

Già, perché guerre, guerre, adorabili guerre! sembrano dire all’unisono – qui riprendendo e modificando le parole del principe Giovanni (tasse, tasse, adorabili tasse!) nel Robin Hood di Walt Disney, film di animazione del 1973 – i cosiddetti grandi della terra, in realtà piccoli piccoli e soprattutto meschini e irresponsabili. Guerre, guerre, adorabili guerre! – dice soprattutto il complesso militare-industriale occidentale (Svizzera compresa) e quindi armi, armi, adorabili armi e missili e cannoni e droni e intelligenza (sic!) artificiale e bombe atomiche, perché è tanto utile l’industria bellica anche e generare (questo dice l’Europa) posti di lavoro e ricchezza collettiva – ovvero, costruire il benessere attraverso il malessere della guerra, a tanto arrivano l’ipocrisia e il cinismo del sistema e dei suoi oligarchi; guerra che è molto più e molto meglio di quell’ideologica (ideologica, secondo loro) crisi ambientale e climatica che tecnica e capitalismo hanno prodotto e che ora considerano ovviamente un intralcio al loro profitto, mentre l’unica soluzione al problema sarebbe proprio e solo quella di modificare radicalmente il modello economico esistente, cosa che i capitalisti e i loro governi e l’oligarchia vedono ovviamente come un rischio mortale. E quindi ci dicono (con la propaganda): dimenticatevi di Greta Thunberg, di Antonio Guterres che ci definisce non come i dinosauri ma come il meteorite che sta distruggendo la terra, dimenticatevi degli scienziati del clima che lanciano continui allarmi e concentriamoci piuttosto sulla produzione della guerra, anzi delle guerre. Della guerra totale che da tre secoli il capitale muove contro la biosfera e la biodiversità, della guerra militare (le due guerre mondiali) o delle guerre per frammenti (le molte guerre più o meno nascoste di ieri e di oggi) – importante è che sia guerra e ancora guerra, perché più guerre significano più armi (e da subito ma “con ritmi da tempo di guerra”, ha detto il premier laburista – laburista? – inglese Keir Starmer nei giorni scorsi, presentando il Piano di sicurezza strategica per i prossimi dieci anni), quindi più profitto (ed ecco il ReArm Europe e l’aumento al 5% della spesa militare sul Pil come richiesto da Trump). In nome della sicurezza, mentre si produce insicurezza – un altro paradosso. E comunque, dopo la distruzione c’è la ricostruzione e quindi ancora più profitti.

Utile è allora – per chi ha ancora voglia di confrontare il passato con l’oggi – andare a rileggere cosa scriveva quella rivoluzionaria eretica di Rosa Luxemburg cento anni fa. Certo, era una marxista e questo farà storcere il naso a tanti cosiddetti benpensanti, ma se non ci confrontiamo con il pensiero critico e con il pensiero eretico ben poco capiamo e capiremo del mondo – e solo il pensiero critico/eretico è capace di cambiare il mondo.

Scriveva dunque Rosa Luxemburg ne la Crisi della socialdemocrazia, scritta in carcere nel 1915 e pubblicata agli inizi del 1916 e dove criticava, perché rinnegava l’internazionalismo proletario fondamento del marxismo, la resa della socialdemocrazia tedesca al nazionalismo, votando i crediti di guerra e legittimando l’entrata nella prima guerra mondiale della Germania contro la Russia zarista. E la guerra militare scriveva – così come la guerra alla biosfera, potremmo aggiungere oggi – “è un assassinio metodico, organizzato, gigantesco. Ma per indursi all’assassinio sistematico un uomo normale deve arrivare prima a un’adeguata ubriacatura”, e questo è possibile solo grazie alla propaganda, perché le guerre devono essere fabbricate dentro all’opinione pubblica perché siano da questa accettate con saggia rassegnazione/adattamento all’ineluttabile, e a questo serve appunto la produzione del nemico, dello scontro di civiltà, del noi contro loro, della favola della esportazione della democrazia, della Russia che ci vuole invadere. “E questo è da sempre il metodo ben fondato di coloro che conducono le guerre”, scriveva Rosa Luxemburg – con una prima guerra mondiale preparata in realtà nei decenni precedenti (come oggi la crisi ucraina e stata preparata anche dall’espansione continua della Nato verso la Russia, senza dimenticare ovviamente il nazionalismo russo), con una crescente corsa agli armamenti, con una gara del capitale imperialistico (sempre Luxemburg) verso i paesi e le zone del mondo non ancora capitalistiche per cui “la costruzione della flotta e degli armamenti [nella Germania di allora] divennero di per sé un affare grandioso della grande industria tedesca e aprirono contemporaneamente prospettive illimitate all’ulteriore desiderio di operazioni del capitale dei cartelli e delle banche nel vasto mondo”; esattamente come oggi.

E “la guerra accresce lo sfruttamento capitalistico e la reazione nella politica interna” – ancora esattamente come oggi e come sempre, da quando anche la guerra, industrializzata anch’essa, è diventata un potentissimo business capitalistico. E come scriveva la filosofa non marxista Simone Weil nel 1934 “il potere militare moltiplica le guerre, il capitale commerciale moltiplica gli scambi”. E continuava Rosa Luxemburg: “Per il proletariato europeo nel suo complesso dal punto di vista classista, la vittoria o la sconfitta di ciascuno dei belligeranti è egualmente fatale. È proprio la guerra in sé che rappresenta la maggiore sconfitta che si possa immaginare […]. La politica proletaria non può conquistare il posto che le spetta con consigli e progetti utopistici, come quello di mitigare, ammansire, moderare l’imperialismo nella cornice dello stato borghese, con riforme parziali. Il vero problema […] è tradurre in pratica la vecchia parola d’ordine: guerra alla guerra! […] Niente sarebbe più fatale per il proletariato che salvare dall’attuale guerra mondiale la minima illusione e speranza sulla possibilità di un ulteriore sviluppo idilliaco e pacifico del capitalismo”. Perché “l’impulso espansivo imperialistico del capitalismo [l’accrescimento del mercato e del sistema tecnico], ha come tendenza [deterministica] quella di trasformare tutto il mondo in un mondo di produzione capitalistico e [questa] brutale marcia trionfale del capitale nel mondo [è] spianata e accompagnata da tutti i mezzi della violenza, della rapina e dell’infamia”; e sempre, “i dividendi salgono e i proletari cadono” – e anche se non ci piace ammetterlo, tutti noi siamo sempre più proletari e forza lavoro per il capitale come produttori, consumatori e generatori di dati e anche per la sua industria bellica (oltre che carne da cannone).

Riusciranno ora le piazze a rovesciare l’industria della guerra, a fermare il genocidio a Gaza, a riaccendere il lume della ragione? L’inizio sembra buono.

Nell’immagine: ieri a Roma in 300’000


Caso Hospita, cadreghini à la carte e magistratura sotto influenza

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Il 25 ottobre 2023, a mezzogiorno, il tavolo 201 del Ristorante l’Orologio di Lugano è apparecchiato per quattro. Lo ha prenotato Eolo Alberti, sindaco leghista di Bioggio, in quel momento in procinto di essere nominato nel Consiglio d’amministrazione dell’Ente ospedaliero cantonale (EOC). Con lui siederanno la collega di partito e granconsigliera Sabrina Aldi, il socio d’affari Claudio Camponovo e il figlio di quest’ultimo, Alvaro Camponovo, all’epoca segretario giudiziario.

Politica, affari e giustizia: è questo il menù di un pranzo che emerge tra le carte dell’inchiesta che vede tuttora indagato per reati finanziari Eolo Alberti. Sulla sua agenda elettronica l’appuntamento è annotato come “Hospita-pranzo Aldi, Claudio, Eolo e Alvaro”. L’incontro, mai affiorato fino ad ora, è una sorta di fotografia di come in Ticino carriere pubbliche e private si stabiliscano a tavolino, à la carte, secondo la logica degli scambi di favore.

Per capirlo basta seguire la cronologia dei fatti, partendo da due eventi precedenti.

ANTIPASTO MARE E MONTI

Il 18 ottobre il Consiglio di Stato pubblica il messaggio sul rinnovo del cda dell’EOC e propone Eolo Alberti quale nuovo membro. Per accettare la nomina, il sindaco di Bioggio deve fare tre cose: lasciare il Gran Consiglio, dimettersi dalla carica di direttore amministrativo della Hospita Suisse Anesthesia Care e cedere le azioni (35%) della casa madre di questa società che subappalta personale sanitario alle cliniche private. Azioni che Alberti venderà al terzo socio, G.G., che deterrà così il 65% di Hospita; azionista di minoranza con il 35% resta invece il dottor Claudio Camponovo.

Sul fronte giudiziario, invece, a tenere banco in quei giorni sono le dimissioni della procuratrice pubblica Pamela Pedretti, delle quali la Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio prende atto il 23 ottobre 2023. Il bando di concorso per l’elezione di un nuovo pp verrà pubblicato il giorno successivo sul Foglio Ufficiale.

Questi due episodi apparentemente sconnessi – la nomina di Alberti e le dimissioni di Pedretti – fanno da antipasto all’appuntamento del 25 ottobre.

PASTONE POLITICA-SANITÀ-AFFARI

Insalata mista e un pesce alla griglia, da dividere in quattro: i commensali si accordano sul cibo, ma anche sul futuro delle rispettive carriere.

Il passaggio di Alberti dal settore privato all’EOC non fa l’unanimità, nemmeno in casa Lega. Tra i suoi sostenitori c’è Sabrina Aldi, all’epoca vice capogruppo del partito. Un appoggio che non sembra disinteressato. La nomina del sindaco di Bioggio le potrebbe aprire infatti due porte: una politica, quella dell’influente Commissione parlamentare sanità e sicurezza sociale, e una professionale, quella di direttrice amministrativa di Hospita.

La società sta attraversando una situazione particolare. A pesare vi è la decisione delle cliniche Sant’Anna e Ars Medica di rescindere dei contratti molto sostanziosi. Non solo: l’azienda sta affrontando un problema legato a un investimento immobiliare. Nel febbraio 2021, Eolo Alberti, Claudio Camponovo e G.G. avevano firmato l’accordo per la sottoscrizione dell’atto di compravendita di un terreno a Bioggio, con l’idea di insediarvi una camera iperbarica fissa e un centro medico. Le stesse persone otterranno nell’ottobre 2023 un credito di costruzione di 16 milioni da Banca Stato. Il progetto, però, subirà un imprevisto a causa dell’inquinamento del terreno, con relative spese aggiuntive non attese.

Sabrina Aldi, avvocata e politica navigata, ma senza esperienza diretta nel settore sanitario, è considerata da Alberti come il profilo ideale per sostituirlo e gestire la difficile situazione. Il pranzo a Lugano è l’occasione per presentarla a Claudio Camponovo, direttore sanitario, azionista e amministratore unico di Hospita. Il feeling è immediato, tanto che, due giorni dopo quell’incontro, il 27 ottobre, verrà firmato un contratto di lavoro a tempo indeterminato, con disdetta di un mese in caso di licenziamento. Il salario mensile è fissato a 6.000 franchi con un tempo d’ingaggio solo del 40%.

La combine va in porto: il 1° novembre, Sabrina Aldi inizia a lavorare per Hospita; il 6 novembre Eolo Alberti è eletto nel cda dell’EOC; il 7 novembre la deputata subentra al collega nella Commissione sanità.

GIUSTIZIA ALLA GRIGLIA

Quel 25 ottobre 2023, al Ristorante l’Orologio, però, non si parla solo di politica e affari. Al tavolo 201 siede anche Alvaro Camponovo, che con la sanità e la società del padre non c’entra nulla. Cosa ci fa, quindi, il segretario giudiziario a un pranzo d’affari in compagnia del genitore e di due noti esponenti politici della Lega dei ticinesi?

A questo punto non si può non considerare le recenti dimissioni della procuratrice pubblica Pamela Pedretti. Il concorso per la sua successione, apertosi il giorno precedente, fa gola al giovane Camponovo, attivo in procura da inizio 2022. Tanto più che il posto vacante spetterebbe alla Lega. E chi meglio di Sabrina Aldi, in procinto di essere assunta dalla società del padre, potrebbe fare al caso suo? La deputata vanta un’esperienza in magistratura, dove è stata vice-cancelliera dell’allora giudice Claudio Zali e in seguito dell’attuale giudice Amos Pagnamenta, di cui è stata anche segretaria giudiziaria. Ma soprattutto, è vicepresidente dell’influente Commissione giustizia, che si occupa di valutare i candidati procuratori e di proporre i nominativi da eleggere in Gran Consiglio.

Nei mesi successivi, sul lavoro, il rapporto tra Sabrina Aldi e Claudio Camponovo si fa molto stretto. Ciò che non impedisce alla deputata leghista di proporre alla Commissione giustizia il nome di Alvaro Camponovo come candidato unico in quota Lega al posto di procuratore. La nomina sarà avallata il 26 febbraio 2024, senza che Aldi abbia rivelato ai colleghi che il proposto sia il figlio del suo superiore diretto. Sui giornali scoppia la polemica, con politici ed ex magistrati che non solo denunciano il palese conflitto di interesse, ma manifestano indignazione verso un sistema di elezione che favorisce gli intrallazzi a discapito della qualità e dell’indipendenza.

Un sistema che, nel caso specifico, ha avuto la sua matrice in quel pranzo di fine ottobre, dove Sabrina Aldi incontra per la prima volta l’aspirante magistrato e, nel contempo, viene approvata la sua assunzione nella società del padre.

AFFOGATO DI DUBBI

L’11 marzo 2024, il disegno prende forma: Alvaro Camponovo viene eletto (32 voti su 87 schede) procuratore dal Gran Consiglio. La vicenda potrebbe concludersi qui, se non fosse che meno di due settimane dopo, il 22 marzo, durante una burrascosa assemblea del cda di Hospita, Sabrina Aldi viene sfiduciata da G.G., socio di maggioranza. Al centro delle divergenze varie tensioni interne, tra le quali un contrasto di vedute tra i due azionisti in merito alla ripartizione delle quote azionarie.

Da quel giorno, la donna non metterà più piede in azienda, ma continuerà a percepire il suo stipendio fino a settembre, anziché fino al mese di aprile. Come già raccontato da area, in occasione della riunione che porta al licenziamento di Aldi, Claudio Camponovo farà sbucare dal nulla un nuovo contratto, retrodatato al 1° marzo, che, a differenza di quello firmato a ottobre 2023, prevede sei mesi di disdetta. Un contratto di cui in azienda nessuno era a conoscenza, ma che garantirà alla deputata della Lega una sorta di buonuscita di 30.000 franchi.

La particolare coincidenza di eventi prosegue nei mesi successivi quando, dopo il licenziamento di Aldi, voci su presunte irregolarità fatte da Alberti in seno ad Hospita giungono ad alcuni rappresentanti della Lega. Il 28 aprile, l’avvocato Enea Petrini, ex granconsigliere leghista, rende un rapporto sulla situazione finanziaria della società stilato su incarico dei vertici del partito, tra cui il consigliere di Stato Norman Gobbi (vedi box). Il 30 aprile Sabrina Aldi, Claudio Camponovo e tre anestesisti costituiscono una nuova società – la Swiss Anesthesia Care – pronta a prendere il posto di Hospita nel lucroso mercato sanitario ticinese. Amministratrice unica dell’azienda è Cristina Maderni, deputata in Gran Consiglio per il PLR e membro anch’essa della Commissione giustizia.

Le cose si muovono anche in via Pretorio dove, il primo maggio, Alvaro Camponovo inizia a lavorare come procuratore. Quindici giorni più tardi una misteriosa fonte segnala ad una commissaria della Polizia giudiziaria presunte gravi malversazioni fatte da Eolo Alberti ai danni di Hospita. “Una persona nota alla sottoscritta” scriverà l’agente in un rapporto che, dopo essere passato nelle mani del procuratore generale Andrea Pagani, porterà la procuratrice pubblica Chiara Borelli ad aprire un’inchiesta e ad arrestare Alberti, la cui combine con Aldi finisce così per ritorcerglisi contro.

È il 9 agosto 2024. Poco dopo Claudio Camponovo, costituitosi accusatore privato, fa commissariare Hospita e ne chiede il fallimento. A tutto vantaggio della nuova società, in parte sua e della Aldi, che trova così campo libero nell’ambito delle prestazioni anestesiologiche presso cliniche e centri medici che un tempo erano clienti della stessa Hospita.

CAFFÈ E AMARI IN BOCCA

Torniamo al pranzo del 25 ottobre 2023 al Ristorante l’Orologio. Si conclude alle 13.34 con quattro caffè. Il conto di 186 franchi è saldato da Hospita. Le prove di questo incontro sarebbero in possesso degli inquirenti dal momento dell’arresto del sindaco di Bioggio e del sequestro dei suoi dispositivi informatici. Prove le cui memorie Chiara Borelli avrebbe negato ad Alberti di consultare nella loro interezza. Così come, in seguito alla denuncia contro ignoti inoltrata dallo stesso Alberti, il sostituto procuratore generale Moreno Capella non ha ancora deciso di fargli conoscere il nome della misteriosa “gola profonda”. Una persona ben informata che ha contattato a cinque riprese una commissaria della polizia giudiziaria, indirizzando di fatto le indagini.

A vantaggio di chi?

In qualsiasi modo la si guardi, la vicenda interessa il padre di un procuratore e la sua socia d’affari, deputata e membro della Commissione giustizia che, in queste vesti, ha avuto un ruolo chiave nella nomina di questo stesso procuratore. La questione è quindi molto delicata, così come molti sono i punti oscuri della vicenda. Rendere noto chi ha fatto la segnalazione parrebbe un primo passo necessario, per evitare imbarazzi e dietrologie. In gioco vi è qualcosa di troppo importante: l’indipendenza e la credibilità della giustizia.

Il ruolo di Gobbi

Il Consigliere di Stato e la sua inchiesta parallela
Norman Gobbi, capo (per quanto ancora?) del Dipartimento delle istituzioni è ormai un habitué degli interrogatori del pg Andrea Pagani. È stato sentito per l’abbattimento dell’ex Macello e per il noto incidente che lo ha visto coinvolto. Nel settembre del 2024, il Consigliere di Stato è stato interrogato, in qualità di persona informata sui fatti, anche a margine dell’inchiesta contro Eolo Alberti.

In un parcheggio di Taverne…

A partire dalla primavera 2024, quando iniziano a circolare voci sulle presunte malversazioni fatte in seno ad Hospita, il Consigliere di Stato, all’epoca coordinatore della Lega, decide di saperne di più. Chiede così conto direttamente ad Alberti. I due si incontrano ad inizio aprile, nel parcheggio dello stand di tiro di Taverne. Un incontro fugace, lontano dai riflettori, durante il quale Alberti sostanzialmente nega i fatti.

Claudio Zali, presente

Le voci, però, continuano e il coordinamento della Lega incarica l’ex deputato Enea Petrini di stilare un rapporto sulla situazione finanziaria di Hospita. Il 27 maggio, Petrini si reca a Bellinzona, nell’ufficio di Gobbi, e presenta la bozza finale del suo rapporto ai membri del coordinamento della Lega. Presente anche il consigliere di Stato Claudio Zali, che non occupa nessun ruolo dirigenziale nel partito. A confermarlo sarebbe stato lo stesso Enea Petrini, sentito dalla procuratrice Chiara Borelli lo scorso 28 febbraio. Proprio sulla questione è pendente un’interrogazione dell’MPS.

Gestione “allegra”

Il rapporto Petrini non dimostra fatti di rilevanza penale. L’avvocato sottolinea il deterioramento delle relazioni professionali all’interno di un’azienda dove in molti hanno potuto beneficiare di “vantaggi inimmaginabili” e di una gestione “quantomeno allegra”. Il riferimento è soprattutto al salario di Camponovo e al fatto che sua moglie e i suoi figli avessero in dotazione veicoli “i cui costi erano interamente assunti dalla società”. Petrini raccomanda che i principali attori leghisti di questa vicenda vengano resi attenti “dei rischi e delle conseguenze che potrebbero avere nel voler proseguire con gli attuali comportamenti”.

“Aldi ha brigato”, “si dimetta”

Interrogato da Pagani, Norman Gobbi specifica di avere convocato, nel suo ufficio, prima Eolo Alberti e poi Sabrina Aldi. L’incontro con la deputata avviene il 6 giugno 2024, alla presenza anche di Alessandro Mazzoleni e Gianmaria Frapolli, membri della dirigenza leghista. Alla donna non solo viene rimproverata la combine in relazione alla sua nomina in Hospita e all’elezione di Alberti nell’EOC, “ma anche il fatto di aver brigato per la nomina del figlio del dottor Camponovo quale Procuratore pubblico”. A Sabrina Aldi è stato così chiesto di riflettere se dimettersi dal Gran Consiglio. Una proposta sulla quale la donna non ha mai preso posizione.

Pubblicato da Areaonline
Nell’immagine: Pieter Pourbus, “I bari” (1550)


Occidente, batti un colpo

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Soltanto un velo di parole — per un pudore democratico residuo, o per l’incapacità di dare un nome a ciò che sta accadendo — ci separa dalla realtà della grande metamorfosi che si sta realizzando sotto i nostri occhi, e che adesso ha anche il suo manifesto universale.

È un documento ufficiale del Dipartimento di Stato americano che ribalta il patto storico che unisce gli Stati Uniti e l’Europa, stravolge il sistema di valori su cui quell’intesa si è fondata per decenni, e in prospettiva rinegozia il meccanismo di difesa e di solidarietà atlantica che ha protetto la libertà dell’Ovest.

Tutto è superato, abiurato, rinnegato, per lasciare il posto a una nuova “alleanza di civiltà” che riformula il concetto di Occidente in chiave sovranista-reazionaria e deforma l’idea stessa di democrazia, scavalcandola a destra come una formula vuota.

Non è infatti la democrazia nella libertà l’asse che collega oggi Europa e America, quell’ideale che ha permesso all’Ovest di chiudere il Novecento con la sconfitta dei due totalitarismi, vincendo la guerra fredda.

Il Dipartimento di Stato riscrive la storia per rifondare la partnership transatlantica su un’altra tradizione basata “sul diritto naturale, sull’etica della virtù e sulla sovranità nazionale” attraversando Atene, Roma, il cristianesimo medievale, la common law inglese, Aristotele e Tommaso d’Aquino fino ai testi da cui è nata l’America.

Oggi questi valori sono minacciati dall’interno, come ha denunciato a Monaco il vicepresidente Vance, per il passo indietro dell’Europa che ha creduto di realizzare la promessa del liberalismo globale creando strutture sovranazionali nell’illusione di costruire un’era di pace senza precedenti.

Ma per il Dipartimento di Stato oggi “questa promessa è a brandelli”, con il risultato che in tutta Europa “i governi hanno armato le istituzioni politiche contro i propri cittadini e la stessa Europa si è trasformata in un focolaio di censura digitale, migrazione di massa, restrizioni alla libertà religiosa, con ripetuti assalti all’autogoverno democratico”.

La critica americana all’Europa diventa apocalittica, ingigantendo la cronaca: nel Regno Unito “la polizia sta arrestando cristiani per aver pregato in silenzio fuori dalle cliniche per aborti”, in Germania il governo “monitora e censura il discorso online con il pretesto di combattere la disinformazione e prevenire le offese”, la legge sui servizi digitali dell’Unione Europea “viene utilizzata per mettere a tacere le voci dissidenti”.

In sostanza, “il progetto liberale globale sta calpestando la democrazia a nome di una classe di governo decadente che ha paura del popolo”, denuncia il Dipartimento di Stato, difendendo i neofascisti di Afd dall’accusa di estremismo mossa dall’intelligence tedesca, Marine Le Pen dalla condanna a quattro anni per appropriazione indebita di fondi pubblici, “una nazione cristiana come l’Ungheria ingiustamente bollata con l’etichetta autoritaria”.

La sentenza trumpiana sull’Europa è senza rimedio: “Un’Europa che sostituisce le sue radici spirituali e culturali, che tratta i valori tradizionali come reliquie pericolose e che centralizza il potere in istituzioni irresponsabili” è incapace di resistere alle minacce esterne e al decadimento interno, e diventa una minaccia per la partnership transatlantica e per la stessa sicurezza degli Stati Uniti.

Questo atto d’accusa ha un unico obiettivo: la nuova “alleanza di civiltà”, cioè il cambio di regime in Europa, il superamento della democrazia liberale con tutti i suoi istituti di controllo, di garanzia e di bilanciamento dei poteri, portando i Paesi dell’Ovest a una svolta neo-autoritaria basata sulla fede, sulla tradizione e sulla sovranità. Per poi ridimensionare l’Unione Europea, ridurre i suoi spazi di intervento e a quel punto rifondare l’alleanza con gli Stati Uniti su una cultura autocratica di destra estrema.

Questa sovversione globale di sistema sarebbe impossibile con un leader espressione del vecchio partito repubblicano, espressione di un conservatorismo democratico capace di riconoscersi come parte di uno Stato basato sulla cultura dell’alternanza, sulla contendibilità del potere e sul primato della Costituzione: ma è perfettamente plausibile con la Casa Bianca in mano al movimento Maga, che concepisce se stesso come principio rivoluzionario permanente, e dunque spezza automaticamente la logica democratica che ha governato il Paese dal 1789 ad oggi.

Il momento fondativo è l’insurrezione dei seguaci di Trump che il 6 gennaio 2021 occupano il Campidoglio, sede del Congresso, per contestare la vittoria elettorale di Joe Biden e spingere il vicepresidente Mike Pence a rifiutarsi di proclamare il nuovo presidente.

Definita patriotticamente come la Save America march, quella sollevazione popolare è tecnicamente un atto eversivo, ispirato dalle parole dello stesso Trump ai suoi seguaci: «Non vi riprenderete mai il Paese con la debolezza. Dovete esibire forza e dovete essere forti. Siamo giunti fin qui per chiedere che il Congresso faccia la cosa giusta. Combattete. E se non combatterete come dannati, per voi non vi sarà più un Paese».

Qui si compie la trasfigurazione di Trump da leader conservatore a populista sovversivo, pronto per convenienza a denunciare come corrotta nelle sue fondamenta elettorali la democrazia che dovrebbe proteggere, scegliendo di mostrarsi come eversore piuttosto che come sconfitto.

Per questo imprinting sedizioso, per le sue politiche rivoluzionarie, per i suoi metodi sovvertitori, Trump è già in sé il regime change. Oggi il progetto rivoluzionario, con il documento del Dipartimento di Stato, diventa globale e concentra il suo fuoco, oltre che sull’America, proprio sulla vecchia Europa, per ragioni evidenti: malandata nella sua immagine popolare, incerta negli equilibri politici, logorata da populismi di tutte le specie, l’Europa è pur sempre la custode del diritto e dei diritti, legata alle sue Costituzioni che tutelano la libertà del cittadino e l’autonomia delle istituzioni.

Oggi quindi l’Europa diventa — e non importa se consapevolmente o meno — la riserva del principio liberal-democratico, attaccato frontalmente dal proposito universale di correzione di regime.

Siamo in terra inesplorata. Finora la dottrina americana del regime change veniva praticata come una strategia imperiale degli Stati Uniti per appoggiare con il soft power o con l’interferenza militare un mutamento radicale di governo in Paesi giudicati ostili o pericolosi: comunque sempre esterni al perimetro dell’Alleanza atlantica, come vorrebbe la logica, perché il Paese-guida normalmente non pensa a sovvertire il sistema dei suoi alleati.

Oggi anche la logica è sospetta e quindi sospesa, con il risultato che l’Europa diventa il primo campo di esercitazione della vecchia dottrina rivisitata e corretta a destra.

Naturalmente, Trump non ha in mano l’intero quadro di controllo del mondo occidentale e nemmeno può manovrare a piacere le leve di comando dell’Unione Europea. Dunque l’esito della partita che sta per iniziare dipende dall’autonoma responsabilità dei diversi Paesi, dal peso politico che saprà darsi la Ue, dalla coscienza democratica dei suoi leader: e soprattutto dalla capacità della democrazia e dei suoi istituti di riguadagnare il consenso perduto, recuperando la fiducia e la passione dei cittadini. È l’ora dell’appello: Occidente, se ci sei batti un colpo.

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Donald Trump, più vulnerabile nell’America impoverita

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Di Bill Emmott, La Stampa

Un famoso governatore di origini italiane dello Stato di New York, Mario Cuomo, una volta ha detto che i politici dovrebbero «fare campagna elettorale in poesia, ma governare in prosa». Suo figlio Andrew seguirà certamente il suo consiglio quando a novembre si candiderà a sindaco di New York, ma Donald Trump l’ha sempre pensata in modo diverso. Lui fa campagna a suon di slogan e insulti, poi governa con teatralità, minacce e capricci. Sembra quanto mai appropriato, quindi, che questa settimana uno scontro plateale e minaccioso abbia messo in piena luce la contraddizione del trumpismo tra quello che definiamo MAGA e MAPA: tra il “Make America Great Again” di Trump e l’accusa di Elon Musk a Trump che di fatto le sue politiche non faranno altro che “Make America Poor Again”, rendere di nuovo povera l’America.

Dato che Trump è davvero il re delle rimonte, sarebbe sciocco sottovalutarne la capacità di recupero e rinnovamento. Nondimeno, lo scontro con Musk ha messo sotto i riflettori tutta la vulnerabilità di Trump e ne ha danneggiato, forse per sempre, l’aura di potere e impunità.

Adesso la prova chiave è capire se un maggior numero di senatori e parlamentari repubblicani sarà disposto a contrastare Trump sulla sua stravagante bozza della legge di bilancio o i suoi dazi doganali, ora che una delle loro paure più grandi starà iniziando a dissiparsi, in particolare quella di essere attaccati alle primarie di partito dell’anno prossimo dal binomio fatto di parole di Trump e miliardi di Musk.

Il controllo giudiziario
Finora, l’unico controllo sulla Casa Bianca è stato quello giudiziario, ma se il Congresso deciderà di svegliarsi dal sonno apatico in cui è caduto da gennaio, potrebbe iniziare ad agire ponendo restrizioni agli eccessi di Trump. Sapevamo che queste cose sarebbero potute cambiare, l’anno prossimo, una volta iniziata la stagione elettorale in vista delle elezioni del Congresso di metà mandato del novembre 2026. Adesso, presumendo che il divorzio tra Musk e Trump persista, potrebbe cambiare molto prima. Queste sono le poste politiche e costituzionali in gioco. Anche quelle economiche, però, sono considerevoli. All’origine del litigio c’è il fatto che Musk comprensibilmente teme che le politiche di Trump portino l’America verso una recessione e forse addirittura a un vero e proprio disastro economico, entrambi esiti ai quali non intende essere associato in prima persona.

Vanno in questa direzione perché il disegno della legge di bilancio, che Trump definisce il suo “big, beautiful bill”, approvato dalla Camera dei Rappresentanti e ora in corso di esame al Senato, renderà ancora più smisurato il giù gigantesco debito pubblico federale dell’America che è a quasi il 130 per cento del Pil. Fanno parte del disegno di legge anche provvedimenti volti a dare al Tesoro il potere di imporre tasse agli investitori stranieri, rendendo potenzialmente ancora più difficile finanziare quel debito. Al tempo stesso, i dazi doganali sulle importazioni di Trump stanno facendo salire l’inflazione e scoraggiando sia i consumi interni sia gli investimenti delle imprese. Costi di finanziamento più elevati e finanziatori preoccupati per l’entità del debito; un’economia più debole e forse in recessione che rende più complicato pagare gli oneri degli interessi sul debito: ecco una ricetta perfetta per MAPA. Una piccola consolazione arriva da un altro slogan, che Trump odia: TACO, che sta per “Trump Always Chickens Out” (Trump si tira sempre indietro) ossia l’idea che questo bullo batta sempre in ritirata dopo aver proferito minacce battagliere e incivili. Gli altri due incontri meno teatrali del presidente di questa settimana – il meeting nello Studio Ovale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, e la telefonata con il presidente cinese Xi Jinping – lasciano intendere che alla fine per i dazi andrà meglio di come abbiamo temuto tutti quando il 2 aprile ha annunciato platealmente il “Liberation Day”.

Le trattative sui dazi
I negoziati con l’Unione europea e la Cina sono di là da venire, come per altro lo sono anche quelli con il Giappone, quindi non possiamo esserne sicuri. Sembra però che stia emergendo il modello di un possibile accordo su un regime tariffario meno rigido qualora a esso si abbinassero promesse di investimenti a nove zeri negli Stati Uniti e di acquisti dall’America di gas naturale liquido, attrezzature militari e soia. Queste promesse sono vittorie politiche per Trump, e forse limiteranno le perdite economiche. Quello che l’Ue può sperare di ottenere con i suoi negoziati sono dazi sulle importazioni del 10 per cento, pari a quelli già concordati con il Regno Unito, mentre verosimilmente la Cina finirà per avere dazi del 40-50 per cento, in particolare più alti ancora su alcuni prodotti sensibili. La Cina ha mostrato i muscoli, esibendo la sua determinazione a tagliare i rifornimenti di minerali rari fondamentali per le aziende manifatturiere statunitensi e la sua resilienza continuando a fare progressi sui prodotti hi-tech malgrado i controlli Usa sulle esportazioni, e quindi tutto sommato probabilmente sarà soddisfatta di dazi al 40-50 per cento.

Se questo è il tipo di risultati che emergeranno durante i negoziati questa estate, però, non sarà una bella notizia per l’economia mondiale, né per la stessa America, ma sarà in ogni caso meno peggio di quello che avrebbe potuto essere.

Il ruolo del Congresso
La speranza più grande, in ogni caso è che, a prescindere da quale, l’esito sia quanto meno stabile, così da permettere alle imprese di pianificare a lungo termine sulla base di prevedibili regolamentazioni e livelli stabili di dazi doganali. Il problema è che Trump ama restare sempre nell’incertezza, adora usare qualsiasi strumento utile a ostentare il suo potere, e quindi è difficile essere sicuri che dopo i relativi negoziati l’instabilità dei dazi doganali finisca sul serio.

Questo è il motivo principale per il quale il Congresso è così importante. I dazi, come tutte le altre tasse federali, dovrebbero essere fissati con leggi del Congresso, non con un ordine esecutivo. Trump ha infranto la regola, affermando che c’è una «emergenza nazionale» in virtù della quale gli spetta il diritto di fissare i dazi e che, nel caso di prodotti specifici come acciaio e alluminio, lo può fare per ragioni di sicurezza nazionale.

Il 28 maggio, la Court of International Trade degli Stati Uniti, sostenuta subito dopo dalla dichiarazione di un’altra corte federale, ha stabilito che l’affermazione di Trump di una «emergenza» in corso non è valida, così che le sue decisioni relative ai dazi sono anch’esse illegittime. La Casa Bianca ha presentato ricorso ma, se lo perderà, il potere di fissare i dazi tornerà al Congresso. In questo caso, sarà una buona notizia, sia perché MAPA sarà scongiurata, sia perché si ripristinerà la ragionevolezza nelle politiche commerciali e quindi nelle relazioni internazionali.

Elon Musk è capriccioso e megalomane tanto quanto Donald Trump;quindi, saremmo sciocchi anche a pensare che possa essere coerente nelle sue opinioni o nel suo apparente divorzio da Trump. Musk è sempre spinto ad agire dagli interessi delle sue società e dai suoi miliardi. Cerchiamo quindi di non essere ingenui nei suoi confronti. Concediamoci, però, almeno per il momento, di rallegrarci di quanto sta accadendo senza prenderlo per oro colato.

Se incoraggerà anche solo un piccolo numero di senatori a riscoprire di avere una spina dorsale, se aiuterà il ruolo di controllore di ultima istanza del Congresso sulle spese, le tasse e i dazi, se ostacolerà di conseguenza la tendenza della Casa Bianca ad attaccare l’Europa e altri alleati sulla base di falsi pretesti, allora la rottura di Musk da Trump avrà reso all’America, e al mondo intero, un grande servizio. Altri sostenitori miliardari di Trump dovrebbero prendere nota: dare il proprio sostegno a politiche distruttive sul piano economico, e che oltretutto inimicano gli alleati globali, potrebbe non essere nel loro interesse o nell’interesse dell’America.


Musk sfida Trump e lancia l’America Party: “Il popolo ha parlato”

In un paese con forte presenza della criminalità organizzata anche quello delle scorte diventa un affaire dai complessi risvolti politici 

Di Massimo Basile, La Repubblica

Elon Musk ha cancellato da X il post in cui giovedì, senza mostrare prove, aveva accusato Donald Trump di essere un pedofilo. Ma non è bastato a calmare le acque. Dopo lo scontro, segnato da scambio di insulti e avvertimenti, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato la fine dei rapporti con l’ex alleato e lo ha minacciato: se Musk dovesse finanziare i candidati democratici che corrono contro i repubblicani, ha detto Trump parlando a Nbc News, «pagherebbe conseguenze molto gravi». Il tycoon ha spiegato di non avere nessuna intenzione di ricucire il rapporto con Musk. «Ha fatto una cosa molto brutta — ha commentato — è stato molto irrispettoso. Non puoi mancare di rispetto alla presidenza». Quando gli hanno chiesto se ritenesse concluso il rapporto, Trump ha risposto: «Presumo di sì».

La chiusura arriva nelle ore in cui molti si chiedono se davvero, come aveva suggerito lanciando un sondaggio su X, Musk stia pensando di fondare un proprio partito, di matrice nazionalista. L’80 per cento dei 5,6 milioni di votanti ha risposto sì alla domanda del miliardario sudafricano, che aveva chiesto ai suoi 220 milioni di follower se fosse arrivato il momento di creare un partito di centro. Il post è stato visto da oltre cento milioni di utenti. Il nome del potenziale nuovo partito, “America Party”, è stato suggerito dai follower. Musk ha sentenziato: «Il popolo ha parlato. Un nuovo partito è necessario in America». Il gelo mostrato da Trump potrebbe spingere Musk ad accelerare il suo progetto politico.

L’ipotesi spaventa i repubblicani, perché il partito di Musk è accreditato di un 15 per cento di consensi, e andrebbe a pescare nel bacino di elettori non progressisti, con un nuovo effetto Ross Perot, il miliardario texano che si candidò da indipendente nel ’92, finendo per indebolire George W. Bush, battuto dal democratico Bill Clinton. Molti hanno lanciato appelli al miliardario sudafricano a ripensarci. Il dietrofront sul post era sembrato un segnale di riapertura, ma la risposta è stata dura.

Musk e Trump ci hanno abituati a cambiamenti repentini, ma l’accusa di pedofilia sembra rappresentare un punto di non ritorno. Il caso Epstein riguarda il finanziere morto in carcere nel 2019 dopo essere stato arrestato con l’accusa di aver creato un harem di ragazzine per soddisfare i piaceri sessuali dei suoi amici. Musk ha suggerito che nel dossier ci fosse anche il nome di Trump — finora citato solo in un’agenda telefonica e nel registro di volo del jet privato di Epstein — e che la storia fosse stata insabbiata per non comprometterlo.

Trump sa che l’ombra sulla pedofilia è destinata a restare fino a quando il dipartimento di Giustizia non renderà pubbliche tutte le carte. La ministra Pam Bondi, fedelissima del presidente, aveva annunciato il primo giorno del suo incarico che avrebbe desecretato tutti i documenti. Cento pagine erano state consegnate, in anteprima, a blogger e influencer di destra, che si erano fatti fotografare trionfanti, con i fogli in mano, fuori dalla Casa Bianca. Invece restano segrete altre duemila pagine.

L’accusa lanciata da Musk ha tolto un’arma alla base complottista Maga che da anni sosteneva come dietro la morte di Epstein — suicidio secondo l’Fbi, omicidio secondo i cospirazionisti — ci fossero i democratici, decisi a nascondere il coinvolgimento di big del partito e famosi donatori. Sostenerlo ora sarà più difficile.


Il politologo Mounk: “Elon Musk è impopolare, il suo progetto per un terzo partito fallirebbe”

Di Anna Lombardi, La Repubblica

L’intervista all’esperto di populismo: “Il sistema americano è costruito per favorire la competizione tra due sole formazioni. Lo scontento cresce, ma non bastano i soldi per vincere”

Nel 2024 Elon Musk aiutò Donald Trump a espandere la base Maga: non più solo movimento degli anziani nostalgici bianchi che respingevano i cambiamenti culturali portati avanti dai democratici. Ma nuova visione politica proiettata nel futuro. Tanto che durante il discorso d’insediamento Trump rilanciò l’utopia cara “all’amico” di conquistare Marte. Sogno americano interplanetario e inclusivo, che faceva breccia fra giovani uomini e latinos, ponendo le basi di un populismo multietnico e aspirazionale. Ora la rottura mostra che Trump non è capace di incarnare in maniera durevole quelle ambizioni». Yascha Mounk, politologo della John Hopkins University, è l’esperto di populismo e identità politica, autore di saggi come Popolo vs. Democrazia, e La trappola identitaria (Feltrinelli).

Venerdì Musk ha tentato invano di parlare al telefono con Trump. Ricucire è ancora possibile?

«Trump ha la mentalità di un padrino mafioso e Musk gli ha dimostrato slealtà. Una riappacificazione dovrebbe passare da una richiesta pubblica di perdono e da qualche forma di umiliazione. Improbabile, visto che l’ego di Elon è grande quanto quello di Donald».

Dunque Musk fonderà un partito politico, come ha minacciato?

«Ha i soldi per farlo e per sostenere una campagna elettorale. Ma vista la sua impopolarità, è una prospettiva improbabile. Anche perché il sistema elettorale americano è costruito per favorire il bipartitismo. Finora, un terzo partito ha solo sottratto voti ai due principali. Certo, lo scontento cresce e tanti non si sentono più rappresentati da democratici e repubblicani. Ma chi vuole un terzo partito aspira a qualcosa che gli somigli. Musk non è quella figura».

Se decidesse di correre, a chi sottrarrebbe più voti?

«Oggi è considerato uomo di destra perché è stato stretto alleato di Trump. Ma se continuerà a criticare il presidente, potrebbe attirare l’elettorato che non ama i democratici ma odia Trump».

Silicon Valley con chi si schiera?

«C’è chi ritiene la rottura simbolo dell’impossibilità di un’alleanza più larga coi Maga. Basti pensare alle posizioni divergenti sulle università: mentre Silicon Valley ha fame di talenti mondiali, Trump gli rende più difficile l’accesso agli Stati Uniti. Altri pensano che Musk ha una personalità complessa, è inaffidabile, si droga. E che senza di lui, una tecno destra motivata e seria potrebbe ottenere più spazio».

Il vicepresidente J.D. Vance è legato a figure vicine a Musk…

«Sì, imprenditori come Peter Thiel che con Elon fondò PayPal. Ma Vance non è mai stato uno specifico alleato di Musk. E soprattutto sa far bene i calcoli ed è un carrierista capace di cambiare rapidamente alleanze. Fra il populismo proletario e gli interessi elitari di Silicon Valley, sceglierà il primo».

Musk sostiene che Trump gli deve la vittoria elettorale.

«È vero, ma non tanto per i 300 milioni di dollari investiti sulla campagna: le presidenziali convogliano sempre molti soldi. Semmai, ha fatto la differenza acquistando X: fino ad allora una piattaforma equilibrata, che convogliava anche valori progressisti. Musk ne ha cambiato la natura e resa meno importante».

I due si attaccano “sparandosi” da un social all’altro…

«Musk attacca da X, Trump risponde da Truth, i dem sono arroccati nella progressista Bluesky. Una social war, dove ciascuno resta nella propria bolla. Sfere separate dove non ci si sforza di confrontarsi. Non un bene per la cultura civica a lungo termine».

C’è chi dice che sia tutto un diversivo per distrarre dai fallimenti di Trump su Ucraina, Gaza, dazi…

«Non è così: perché Trump non ne ha bisogno. Non vola nei sondaggi, ma non sta nemmeno andando così male».

Cosa aspettarsi?

«La guerra fra i due andrà avanti con fasi più calde alternate ad altre più fredde. Sarà tanto affascinante quanto indegna».

Nell’immagine: il politologo Yascha Mounk