“Epstein files”, cosa sono e perché potrebbero inguaiare Trump

Documenti giudiziari, agende, contatti telefonici, registrazioni legate al finanziere morto suicida in carcere. Ora sono al centro dello scontro senza precedenti tra il tycoon e Musk 

Di Massimo Basile, La Repubblica

Gli “Epstein files” sono entrati nello scontro senza precedenti tra Elon Musk e Donald Trump. Il miliardario sudafricano, in un’escalation di post minacciosi che i due si sono scambiati nel giro di poche ore, ha lanciato quella che lui stesso ha definito su X la “vera grande bomba”: “Donald Trump è nei file di Epstein. Questa è la ragione vera del perché non sono stati resi pubblici. Buona giornata, DJT”, le iniziali del presidente. Poi, in un altro post, Musk ha aggiunto: “Segnatevi questo post. La verità verrà fuori”. A cosa si riferiva?

I cosiddetti “Epstein files” sono una vasta raccolta di documenti giudiziari, agende, contatti telefonici, registrazioni legate al finanziere newyorkese Jeffrey Epstein, arrestato nel luglio 2019 per traffico sessuale di minorenni e morto suicida in cella un mese dopo. Epstein era stato accusato di aver creato, all’inizio degli anni duemila, un harem di ragazzine anche di 13 e 15 anni, utilizzate per soddisfare i piaceri sessuali di un ristretto giro di amici. I principali file dell’inchiesta sono quattro.

Il “Black Book”, il libro nero e segreto, la rubrica personale di Epstein in cui il milionario aveva segnato centinaia di nomi e numeri di telefono di personaggi influenti, tra politici, uomini d’affari e star di Hollywood, dall’ex premier britannico Tony Blair all’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, i magnati Les Wexner, Richard Branson, David Rockefeller e Rupert Murdoch, gli attori Alec Badwin, Chris Tucker, il cantante Mick Jagger e lo stilista Tom Ford. Il far parte dell’elenco, hanno precisato gli investigatori, non implica il coinvolgimento nella rete sessuale creata dal finanziere.

Il secondo file riguarda il “logbook”, il registro dei voli sul suo jet privato, il Lolita Express, usato per trasportare gli ospiti eccellenti verso le sue proprietà, inclusa un’isola privata alle Isole Vergini.

Il terzo fascicolo riguarda le testimonianze di vittime e collaboratori. Il quarto file contiene gli atti delle cause civili e penali contro Epstein e la sua ex amante e collaboratrice, Ghislaine Maxwell, condannata a vent’anni di carcere.

Il nome di Trump, in realtà, era già emerso nell’inchiesta perché era citato nella rubrica telefonica. In una pagina erano indicati il numero di cellulare del tycoon e quello di altri familiari, tra cui i figli Ivanka, Donald Jr. ed Eric. Nei registri di volo non esistono, al momento, prove concrete che Trump fosse salito sul Lolita Express.

Negli anni ’90 il tycoon aveva magnificato la sua amicizia con Epstein, ricordando che a entrambi piacevano le “belle donne, anche giovani”. Poi, dopo l’arresto nel 2019 del finanziere, Trump aveva preso le distanze.

Musk, però, con il suo post suggerisce che potrebbero esserci rivelazioni esplosive riguardanti il presidente degli Stati Uniti e che sarebbero state insabbiate dal dipartimento Giustizia, guidato da Pam Bondi, accusata a sua volta dall’opposizione di essere agli ordini di Trump. Bondi aveva annunciato in passato l’intenzione di pubblicare i file dell’inchiesta ma poi si era limitata a mostrarne solo alcuni stralci, provocando le proteste dei sostenitori del presidente.

Per anni la base complottista del movimento trumpiano Maga aveva accusato i Democratici di aver insabbiato tutto per non far emergere il coinvolgimento di big liberal. Tra i personaggi citati dalle testimoni c’erano anche il principe Andrea, l’ex presidente Bill Clinton e il co-fondatore di Microsoft Bill Gates.

Nell’immagine: Jeffrey Epstein 


Metti due galli psicopatici in un pollaio

Documenti giudiziari, agende, contatti telefonici, registrazioni legate al finanziere morto suicida in carcere. Ora sono al centro dello scontro senza precedenti tra il tycoon e Musk 


L’inesistenza palestinese nella coscienza europea

Documenti giudiziari, agende, contatti telefonici, registrazioni legate al finanziere morto suicida in carcere. Ora sono al centro dello scontro senza precedenti tra il tycoon e Musk 

Di Ruba Salih, il manifesto

Come palestinesi siamo colte da emozioni contrastanti di fronte alla improvvisa, parziale e tragicamente tardiva presa di parola di partiti, giornalisti e sindacati. Netanyahu e il suo governo, ci viene detto, sono schegge impazzite di un sistema altrimenti benevolo e democratico che rischia di essere isolato o distorto dalle conseguenze che la morte (o la vista) di troppe donne e bambini palestinesi comporta.

Un continuo e inesorabile processo di de-contestualizzazione storica e politica secondo cui tutto comincerebbe il 7 ottobre. Come il colonizzatore ebbe bisogno non solo di svuotare la Palestina della sua popolazione indigena, ma di percepire la terra come vuota, il «diritto di Israele a difendersi, entro un certo limite» è costruito sulla negazione della realtà storica, che continua a relegare il vissuto palestinese a una assenza. Come se Gaza non fosse sotto assedio da 17 anni, come se i suoi 2,2 milioni di persone – di cui due terzi rifugiati del 1948 provenienti da circa 240 villaggi – non fosse da 77 anni relegata in campi profughi, in un misero 1,8 percento della propria terra storica, mentre pochi metri più in là, quasi visibili dal muro di prigionia, sorgono villaggi israeliani eretti sulle macerie delle proprie case. Il silenzio di questi 20 venti mesi è eloquente come la qualità della presa di parola. Poggiano come un macigno sulla disumanizzazione palestinese, l’invisibilizzazione e delegittimazione del nostro vissuto e narrazioni.

NON È CASUALE che tutto ciò coincida con la presa di posizione di personaggi come Ehud Olmert, ex premier israeliano che nel 2006 definì i palestinesi «terroristi» per giustificare il massacro di centinaia di uomini donne e bambini e che oggi, intervistato dalle testate di tutto il mondo, dichiara che Israele sta andando oltre «la sua legittima autodifesa dal barbaro attacco del 7 ottobre». I morti da qui in poi sono in eccesso. Si possono configurare come crimine.

IL GENOCIDIO nuoce a Israele. Per coloro che si pensano etici allineandosi alla narrazione di Olmert, i palestinesi continuano a essere sacrificabili. Ma noi, tutti i palestinesi, da decadi diciamo, scriviamo, che Israele è un progetto di colonialismo di insediamento da manuale: accaparrare più terra possibile con meno popolazione indigena possibile è da sempre l’obiettivo. La violenza genocidaria non è il progetto impazzito di Netanyahu e del suo governo suprematista fondamentalista, ma la pagina più violenta di un progetto di annientamento che politici e intellettuali israeliani considerano incompleto dal 1948. La storia ci ha consegnato una enormità di testi storici, diari, biografie, interviste in cui i leader sionisti dichiarano che l’obiettivo è l’espulsione della popolazione indigena con tutti i mezzi necessari. Sionisti come Jabotinsky già negli ’20 scrivevano che i palestinesi in quanto indigeni non avrebbero mai acconsentito alla espropriazione della loro terra e che l’unico modo sarebbe stato spazzarli via con la violenza. Alla luce di tutto ciò, come si può accettare che le migliaia di Hind Rajab o di Mohammad Bahloul, le centinaia di Shireen Abu Hakla o di Rafaat Al Areer, le migliaia di Khalida Jarrar o di Seifeddin – morto a soli sei mesi mentre dall’aeroporto di Bologna veniva trasportato a Milano, e ora sepolto in terra di passaggio a fianco di mio padre in Italia – siano morti necessarie, tollerabili, «proporzionali», morti per cui si è stati in silenzio. La verità è che il palestinese come soggetto storico-politico non esiste in questa coscienza collettiva europea.

CONTINUA A ESSERE la figura dell’assenza, senza storia, senza causa né parola. Un corpo disumanizzato: martoriato o barbaro. Come sostenne Mahmoud Darwish all’indomani del massacro di Sabra e Chatila causato, come oggi, dalla complicità dei regimi arabi con Israele, i palestinesi sono il popolo superfluo dell’assetto post-coloniale del XX secolo. Fu allora che due uomini bianchi tracciarono linee artificiali e violente sulla pelle delle popolazioni locali – che diverranno stati nazione – e decisero che i palestinesi erano sacrificabili. La nostra terra fu regalata al nascente movimento sionista (la dichiarazione Balfour del 1917) e alla Transgiordania. Nel 1948 gli ebrei della diaspora, vittime della ferocia nazi-fascista europea, presero i due terzi della nostra terra e da allora continuano con violenza sempre più feroce ad avanzare.

Scartabellando tra i ricordi di una lunga vita in diaspora, trovo i passaporti di mio padre, Muhammad. Sul suo primo passaporto italiano si legge: nato a Haifa, Palestina; in un successivo, al posto di Palestina compare: nato a Haifa, Giordania. Forse un annoiato burocrate non ebbe voglia di indagare e azzardò un posto a caso. Nell’ultimo passaporto si legge: nato a Haifa, Israele.

Un popolo che da decenni si cerca di rendere assente non ha altra scelta che lottare per rimanere presente. Me lo spiegò un giorno Um Ali, anziana rifugiata del campo profughi di Wihdat in Giordania: non c’è progetto coloniale, cittadinanza o rifugio, o terra o casa acquistata altrove che possa sostituirsi alla propria Terra. Siamo ahl el ard, generati dalla terra come si è generati da una madre. È una dimensione ontologica dell’esistenza che Israele non può dissolvere con la morte, la separazione forzata e di cui non si può impossessare con la mera violenza.

L’ULTIMO DESIDERIO di Muhammad era ritornare a Nakura, nel pezzetto di terra da dove gli Abu Raiseh (il nostro vero nome di famiglia) provengono da tempo immemorabile. Non ha potuto ma sulla sua lapide, a fianco del piccolo Seifeddine morto di genocidio, si legge: nato a Haifa, Palestina.

Nell’immagine: Manifestanti pro-palestinesi manifestano a sostegno della Palestina, di Gaza e del Libano il 7 ottobre 2024 di fronte alla Borsa di New York a Wall Street, a Lower Manhattan, New York City.


La Terra dei cachi: arrocco sì, arrocco no, arrocco bum

Documenti giudiziari, agende, contatti telefonici, registrazioni legate al finanziere morto suicida in carcere. Ora sono al centro dello scontro senza precedenti tra il tycoon e Musk 

Rimettiamoci per un momento nei panni di un direttore di scuola che deve ammonire uno studente perché ha bigiato, lunedì 2 giugno, una lezione di educazione civica: materia fortemente voluta nella griglia oraria delle scuole secondarie dall’UDC e dalla Lega. Il discolo avrebbe dovuto assistere al tema in programma sulla separazione dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giurisdizionale; poteri esercitati da organi diversi e tra loro indipendenti.

Nello stesso giorno, e forse nella stessa ora, al Palazzo dei Congressi di  Lugano andava in scena la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario 2025-2026 con la partecipazione non di uno, bensì di due consiglieri di Stato. La sorpresa degli astanti sarà stata grande, anche per i pochi che, il giorno precedente, hanno sbirciato la prima pagina del domenicale «Il Mattino» in cui il biondino Mago Otelma annunciava la presenza del Presidente e del Vicepresidente del Consiglio di Stato alla solenne apertura dell’anno giudiziario: roba da non credere, appunto!  

Il  direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, è un ospite ormai abituale della suddetta cerimonia, così come la sua allocuzione è del tutto prevedibile. Ma non quel lunedì 2 giugno, che diventerà una pietra miliare della piccola cronaca del nostro cantone. Infatti, Gobbi nel solenne contesto ha detto di «sentire, oggi più che mai, il bisogno di aprire una nuova pagina»; che «la comfort zone è calda e rassicurante, ma rischia di spegnere l’energia» e che «il cambiamento non è una minaccia, ma un’opportunità preziosa». Nemmeno il tempo di dire “Oibò, che succede”, che il silenzioso Claudio Zali è già saltato sul pulpito per chiarire, a modo suo, le arcane parole del più loquace collega ripetendo un sintagma divenuto famoso, ma con altri protagonisti: «Torno a casa!». Doppio “Oibò” avranno esclamato i sempre più attoniti presenti. Vero che Zali è stato Presidente del Tribunale Penale, ma ora è il direttore del Dipartimento del Territorio.

Che ci fa qui? Che c’azzecca? Calma, ascoltiamolo: «Non avrei mai pensato in vita mia di salire su questo palco a tenere l’allocuzione. Da alcuni mesi covavo questa idea di cambiamento. Abbiamo (io e Gobbi, ndr) ritenuto giusto e rispettoso annunciarlo in prossimità dell’apertura dell’anno giudiziario. Non ho tutta la fiducia del mio collega (Gobbi, ndr) sul dialogo fra i tre poteri dello Stato. Ma mi pongo come una persona che vuole dialogare con il potere giudiziario. Da persone che hanno vissuto dall’interno la necessità di cambiamento e riforme, primo dei quali la spoliticizzazione del processo di nomina».

La bomba è stata sganciata, hanno creduto i due onorevoli e il Mago Otelma, ma oggi si parla di petardo perché, come l’ancora direttore delle Istituzioni piace dire, i conti vanno fatti con l’oste. E vanno fatti bene. Non sempre in politica, anzi quasi mai, la parola data da uno, anche se consigliere di Stato, è certa: chiedete in giro. 

Ma torniamo dal direttore e dallo studente da castigare. Quest’ultimo, se potesse disporre del (o della?) VAR, potrebbe a sua discolpa dire che il capo delle Istituzioni e quello del Territorio alla fine si sono scusati: non sapevano bene cosa stessero facendo; hanno creduto di fare una cortesia, di essere rispettosi verso una delle tre fondamentali funzioni dello Stato annunciando l’arrocco dei due dipartimenti (senza l’avvallo del Consiglio di Stato) all’apertura dell’ anno giudiziario, e non di fare una invasione di campo. E potrebbe aggiungere, se il nostro allievo avesse la stessa arroganza e fantasia dei due statisti, che la lezione di civica andrebbe impartita innanzitutto al Presidente e al Vicepresidente del Consiglio di Stato, apprendisti stregoni.    

Direttore, che facciamo? Ubi maior minor cessat? Pari e patta?    


L’Eternauta: tanta attesa ma altrettanta delusione

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Trasporre un fumetto sullo schermo (cinema o tv) è una delle cose più difficili che esistano: non solo bisogna adattare il linguaggio da un media a un altro, ma anche riplasmare tutto l’immaginario visivo. Perché un fumetto non è solo testo, come un libro, ma anche immagine. Rarissimi sono in questo senso film o serie tv che possano non superare l’originale, ma per lo meno avvicinarvisi. Fanno eccezione (neppure sempre) i disegni animati e, grazie alle conquiste della computergrafica, le avventure dei supereroi targate Marvel o DC Comics.

Purtroppo, dobbiamo confessarlo subito, tra questi esempi virtuosi non potremo annoverare L’Eternauta, attesissima serie tv (finora ne sono usciti sei episodi; altri sei conclusivi sono in programma) prodotta e trasmessa da Netflix, un’impresa che si annunciava ardua fin dall’inizio (numerosi e tutti abortiti i tentativi precedenti).

L’epopea fantascientifica scritta sul finire degli anni ’50 dello scorso secolo da Héctor Oesterheld – desaparecido durante gli anni bui della dittatura argentina assieme alle quattro figlie (due incinte di 6 e 8 mesi) e ai loro mariti – e disegnata da Francisco Solano Lopez è una delle pietre miliari della cosiddetta nona arte. La trama trae spunto dal colpo di Stato che portò alla destituzione di Juan Domingo Perón, ma racconta una storia diversa: un’invasione aliena preceduta da una nevicata che uccide gran parte degli esseri umani e trasforma i superstiti in spietati carnefici, pronti a tutto per sopravvivere. Una storia che non è solo racconto post-apocalittico e di guerra, ma anche ricerca degli affetti e della propria identità e umanità, meditazione sulla perdita, sulla resistenza e sul senso di comunione in tempi di disgregazione.

Ovvia l’attualizzazione di Buenos Aires, città in cui si svolgeva e si svolge la storia, meno il resto. Perché L’Eternauta è una storia della metà del XX secolo, dunque con relativamente poca azione e grande attenzione al testo, alla caratterizzazione dei personaggi e ai loro rapporti; perché l’Eternauta è un fumetto, dunque con grandi spazi e grandi silenzi (è l’immagine che racconta). Sceneggiatori e regista avevano dunque due possibili strade: o puntare sulle scene di maggiore impatto visivo, di azione, estrapolandole dalla trama originale, oppure attenersi il più possibile a questa, rischiando però, data la sua intrinseca lentezza, di allungare e appesantire la visione.

Si è scelta quest’ultima, una possibilità che la suddivisione in episodi avrebbe potuto permettere di sostenere. Purtroppo però dopo aver visto i primi sei, che coprono circa un terzo della storia originale, dobbiamo confessare che i risultati non sono all’altezza delle aspettative. Non è questione, come molti hanno obiettato, della lentezza della narrazione (una delle scene più iconiche e ricche di tensione del cinema è quella iniziale di “C’era una volta il west”, minuti di filmato in cui non succede assolutamente nulla!), ma dell’incapacità di sceneggiatori e regia di trasferire sullo schermo la tensione sotterranea dell’originale, oltre al non detto con cui Solano Lopez e Oesterheld avevano arricchito la loro opera, la sua stratificazione e densità. E che ne sostanzia ancor oggi la grandezza. Praticamente scomparso ogni riferimento all’attualità, attenuato quel senso di angoscia, ansia, inquietudine e oppressione che caratterizzano il fumetto e che nella serie emerge solo a sprazzi, eliminata la portata collettiva del racconto (non ci si salva da soli o grazie a un eroe: l’unica via di salvezza sta nella solidarietà, nell’intelligenza condivisa e nell’organizzazione dal basso). Questione di impoverimento narrativo quindi, oltre che di montaggio e di ritmo.

L’impressione alla fine della visione è che la produzione abbia svolto il compitino, prendendo una storia di successo trasportandola sul piccolo schermo quasi paro paro (oltre ad aver eliminato l’aspetto metanarrativo iniziale – la storia raccontata a un fumettista dal protagonista – e i riferimenti più tipicamente argentini, sono stati introdotti un paio di personaggi minori e rivisti alcuni dei secondari, fatto questo che al posto di rivitalizzare la trama l’ha a nostro avviso ancor più diluita). Meglio così che nulla, certo, anche perché non mancano momenti suggestivi e di buon cinema, e la fotografia e la recitazione sono certamente all’altezza delle ambizioni. Ma la sensazione finale è comunque quella di un’occasione mancata. Peccato, perché chi non conosce il fumetto dopo aver visto questa serie difficilmente avrà voglia di andare a leggerlo. E questa sì, ve lo assicuriamo, è una grave perdita.


Quel deserto chiamato pace

Documenti giudiziari, agende, contatti telefonici, registrazioni legate al finanziere morto suicida in carcere. Ora sono al centro dello scontro senza precedenti tra il tycoon e Musk 

Di Guido Viale, il manifesto

Si vis pacem para bellum: se vuoi la pace prepara la guerra. La pace di chi la persegue in questo modo non è altro che guerra. In questa sequenza: riarmo, guerra, vittoria, imposizione delle proprie condizioni al nemico vinto, oppure sterminio. Anche questo è uno dei tanti modi di chiamare la pace: Solitudinem faciunt, pacem appellant (Tacito), fanno un deserto e lo chiamano pace. Questo modo di perseguire la pace si chiama anche deterrenza: armarsi fino ai denti per essere più forti del “nemico”.

Il quale si armerà anche lui di più per sentirsi più forte: una spirale senza fine. O meglio: con una fine scontata: la guerra, la messa alla prova delle armi di cui ci si è dotati. Deterrenza, lo dice la parola, significa tenere a bada il nemico con il terrore. Gli Stati che promuovono o praticano questa “dottrina” sono, per forza di cose, terroristi: usano le armi per terrorizzare il nemico: costruiscono un mondo fondato sul reciproco terrore. L’altro “terrorismo”, quello messo al bando dagli Stati, ne è solo una parziale imitazione. L’unica vera deterrenza dovrebbe essere l’orrore per quello che è già successo: la Shoah, Hiroshima. «È successo, potrebbe succedere di nuovo!». Sta succedendo.

La pace perseguita preparando la guerra, la stiamo vivendo: innanzitutto con lo spostamento di risorse dal welfare alle armi, violando quello che fino a poco fa era la linea rossa invalicabile per tutti gli Stati dell’Unione europea: finanziare il welfare a debito. Contando sul fatto che chi “ha dichiarato guerra all’Europa” (la Russia, per Readiness 2030, documento approvato dal Parlamento europeo), prima di attaccarci aspetterà comunque che noi si sia pronti. Anche la deterrenza ha le sue regole…

Ma c’è di peggio: il clima asfissiante di ostilità, bellicosità, paura, insicurezza, militarismo promosso per sostenere quei preparativi: dove si ritrovano tutti gli stereotipi di una retorica grottesca che la guerra in Ucraina ha riportato in auge: gloria, eroismo, valore, onore, sacrificio; tutto ovviamente ricondotto all’ambito militare. Un’aggressività e uno spirito di competizione, un disprezzo per “il nemico”, che mette fuori gioco ogni desiderio e aspirazione alla solidarietà, alla fratellanza, alla sorellanza, alla cooperazione, alla condivisione.

Ma il risultato è l’abbandono definitivo della lotta per il clima, degli obiettivi del vertice di Parigi, della conversione ecologica, del green deal – o di quello che ne era rimasto dopo il suo spolpamento – del rispetto e della cura quotidiana del proprio territorio. Perché la guerra è un’aggressione diretta non solo contro “il nemico”, ma anche, e soprattutto, contro le basi stesse della nostra esistenza: l’integrità del pianeta, la sua e la nostra vita.

La pace, invece, quella vera, quella che tutti vorrebbero, soprattutto dopo aver sperimentato la guerra – come dimostra il reclutamento dei soldati in Ucraina, passato in pochi anni da uno slancio generoso e volontario a una caccia feroce; ma, pur sapendone poco, il rifiuto di arruolarsi non è certo minore in Russia – la pace vera è il contrario di tutto ciò che il “prepararsi alla guerra” trascina con sé. È innanzitutto pace con la Terra, con il suolo, l’aria, le acque, la “natura”, l’insieme di tutte le cose di cui anche noi siamo fatti.

E dentro questo approccio, che è vero amore di sé inteso come amore della vita e di tutto ciò e di tutti coloro che ne partecipano, c’è posto per tutto ciò che ne costituisce gli ingredienti indispensabili e che la guerra risucchia nel suo vortice: l’umiltà di chi si riconosce parte di un tutto; la solidarietà (che una volta si chiamava internazionalismo proletario); la condivisione; la fratellanza e la sorellanza; la cura di sé e del prossimo attraverso cooperazione, lotta contro le diseguaglianze, rispetto delle differenze; e poi bellezza, cultura, istruzione, talento, salute, casa, mobilità; e tempo da dedicare a figli e figlie, mogli e mariti, genitori e nonni, compagni e compagne, amici e amiche.

Ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro di civiltà: non tra capitalismo e comunismo o tra progresso e stagnazione; non tra illuminismo e oscurantismo o tra cristianesimo e islam; e meno che mai tra Occidente e Oriente o tra democrazia e autocrazie; bensì tra civiltà della cura e cultura della distruzione. Bisogna saper ripartire da qui: dagli “elementari”.

La pace di chi la persegue con le “armi della pace” è invece la valorizzazione di ciò che accomuna avversari e contendenti e la messa al bando non delle differenze, ma di ciò che esclude e che contrappone; è il potenziamento delle mediazioni, della diplomazia, della cooperazione, la creazione di corpi di pace: una strumentazione che richiederebbe almeno tante risorse quante ne vengono oggi dissipate per produrre o comprare armi.


Quel “tradimento” dell’America che frena la rivincita di Zelensky

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Di Anna Zafesova, La Stampa 

In quei dieci minuti durante i quali il post di Donald Trump sulla sua telefonata con Vladimir Putin era sparito dal social Truth, ormai il principale megafono che annuncia le svolte della politica americana, diplomatici e commentatori erano rimasti con il fiato sospeso. Cosa poteva esserci di talmente sbagliato da convincere il presidente degli Usa a cancellare le sue stesse parole? Quale passaggio voleva smorzare o, al contrario, rinforzare? Quando il testo è ricomparso in Rete, una rapida e incredula lettura ha confermato che non era cambiato di una virgola. Probabilmente, il dito del presidente americano l’aveva semplicemente cancellato per errore. Probabilmente, non gli era suonato stonato nulla, nemmeno la frase «il presidente Putin ha ribadito con molta forza che dovrà rispondere all’attacco agli aeroporti».

Pochi minuti dopo, l’ambasciata americana a Kyiv ha diramato un allarme sul pericolo di attacchi missilistici russi contro la capitale ucraina, invitando i connazionali a cercare riparo al primo segnale di pericolo. Un pericolo del quale il presidente statunitense è stato informato e riferisce a sua volta, spassionatamente, senza nemmeno fare ricorso alle tradizionali maiuscole con le quali segnala la sua indignazione o il suo entusiasmo. Ne prende atto, senza apparentemente aver contraddetto o criticato il suo interlocutore, e senza dichiarare di essere rimasto «deluso», come era successo altre volte. Anzi, si è trattato di una «buona conversazione», per quanto ammette che «non porterà immediatamente alla pace».

Che comunque non sembra più interessare Trump più di tanto, visto che anche il consigliere diplomatico di Putin Yuri Ushakov dice che i due presidenti non hanno discusso i memorandum totalmente incompatibili che russi e ucraini si sono scambiati a Istanbul due giorni fa. A interessarlo stavolta è l’Iran, e l’aiuto che Putin gli ha promesso nel negoziato sul nucleare.

Il sospetto che la Casa Bianca voglia barattare Kyiv con Teheran si somma alle ripetute promesse di Trump di «uscire dal negoziato» tra ucraini e russi, impegnati infatti da settimane non tanto a trovare un compromesso impossibile, quanto a presentarsi agli occhi di Trump come colombe della sua pace, accusando nel contempo l’avversario di volerla sabotare. A tratti sembra una partita che Volodymyr Zelensky ha perso in partenza: il credito di pazienza di Trump nei confronti di Putin appare quasi illimitato. Perfino la rivelazione di Ushakov sul fatto che un negoziato tra Putin e Zelensky- chiesto ripetutamente dagli Usa – «non è mai considerato all’ordine del giorno» da Mosca non ha irritato Trump. L’Ucraina può piegarsi alle condizioni del repubblicano, aderire al suo piano di tregua, firmare con lui un accordo sulle risorse minerarie e ringraziarlo in ogni dichiarazione di un membro del governo, ma l’impressione è che né la disponibilità al compromesso diplomatico, né le “carte” belliche mostrate negli attacchi nel cuore della Russia, possano scalfire la predilezione di Trump per il dittatore russo.

Che sia affinità ideologica, simpatia per i suoi metodi o prospettive di “business” offerte dal Cremlino agli emissari americani, Trump vuole continuare a parlare con Putin, e Putin – nonostante lo scontro nella sua cerchia tra i “moderati” e i “falchi” – non vuole perdere il filo del dialogo con Washington. Non è un caso che ieri il capo del Cremlino abbia telefonato anche a un altro americano potente, il papa Leone XIV, nonostante il suo ministro degli Esteri Sergey Lavrov avesse respinto con sdegno l’ipotesi di una mediazione del Vaticano per una nazione ortodossa. Mosca sogna un disimpegno di Trump rispetto all’Ucraina e all’Europa, e per ottenerlo è disposta ad assecondarlo su altri dossier come quello iraniano.


Quasi 1,4 milioni le vittime militari della guerra tra Russia e Ucraina: la stima di uno studio Usa

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Di Massimo Basile, la Repubblica

NEW YORK – La guerra tra Russia e Ucraina ha portato alla morte o al ferimento di quasi 1,4 milioni di soldati. Di questi, un milione sono russi, di cui 250 mila sono i morti. Quattrocentomila gli ucraini, di cui i morti sono stati tra i 60 mila e i 100 mila. Il dato emerge dalla ricerca condotta da un organismo indipendente di Washington, il Center for Strategic and International Studies. Il conto, spiegano i ricercatori, resta difficile da indicare con esattezza ma le dimensioni impressionanti della tragedia mostrano quanto logorante sia, per entrambe le parti, il conflitto.

Secondo il New York Times, che ha citato lo studio, i guadagni territoriali dei russi si aggirano in alcune aree sui cinquanta metri al giorno, un ritmo più lento persino di quello, compiuto nel fango e con mezzi tecnici minori, dei soldati britannici e francesi nella imponente battaglia della Somme, lungo il fronte occidentale, durante la Prima guerra mondiale.

Dal gennaio 2024 la Russia ha conquistato meno dell’uno per cento del territorio ucraino. In tutto, considerando l’inizio del conflitto, cominciato nel febbraio 2022, i russi controllano il venti per cento del territorio. Ma a un costo spaventoso e in cui Mosca ha pagato il prezzo più alto. Il bilancio è stato reso pubblico poche ore dopo le due operazioni condotte dall’Ucraina, tra cui l’ultimo attacco, il terzo, a uno strategico ponte in Crimea, mentre pochi giorni prima un clamoroso raid con i droni ha provocato danni dentro i confini russi.

La campagna militare del Cremlino, ha spiegato uno degli autori della ricerca, Seth Jones, “si sta rivelando una delle offensive più lente nella guerra moderna”. “I russi – ha aggiunto – hanno avuto fino a un milione di militari colpiti; hanno conquistato una quantità minima di territorio; e hanno perso enormi quantità di equipaggiamento”. I morti tra i soldati russi, secondo lo studio, sono circa 250 mila. “Nessuna guerra sovietica o russa, dalla Seconda guerra mondiale in poi – si legge nello studio – si avvicina nemmeno lontanamente all’Ucraina in termini di tasso di mortalità”. L’Unione Sovietica perse circa 8,7 milioni di soldati durante la Seconda guerra mondiale.

Le vittime tra i militari ucraini, abbiamo detto, sono tra i 60 mila e i 100 mila ma va considerata anche la sproporzione nelle forze. I russi al fronte sono molto più numerosi degli ucraini – 400 mila contro 250 mila – e la Russia ha una popolazione maggiore da cui attingere nuove forze. L’Ucraina sta perdendo una quota maggiore del proprio esercito, ma è più piccolo. Nonostante il tragico bilancio, il presidente russo Vladimir Putin continua a portare avanti la sua campagna militare. Secondo Jones, solo in un caso il Cremlino potrebbe ribaltare le sorti del conflitto: se gli Stati Uniti di Donald Trump si ritirassero.


La rivoluzione Neuralink e i troppi lati oscuri

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Di Francesca Santolini, La Stampa

Il 30 gennaio 2024 quando Elon Musk annuncia al mondo il primo impianto cerebrale umano realizzato dalla sua società Neuralink, fondata nel 2016 con un investimento di circa cento milioni di euro. L’operazione è complessa: una craniectomia laser per rimuovere una porzione di cranio grande quanto una moneta da due euro, seguita dal lavoro automatizzato di un robot che connette al cervello 1.024 elettrodi collegati a un microchip.
 
Un dispositivo impiantato, a detta dell’azienda, per rilevare e tradurre l’attività neuronale in comandi diretti a dispositivi esterni: computer, tastiere, esoscheletri.

L’obiettivo dichiarato è costruire strumenti per la comunicazione diretta tra cervello umano e macchine. Questo lo slogan dell’azienda: «Ogni giorno costruiamo strumenti migliori per comunicare con il cervello». Una missione che promette di cambiare radicalmente il modo in cui interagiamo con il mondo, in particolare per le persone colpite da gravi disabilità motorie o comunicative.

Nel tempo la società recluta decine di ingegneri e neuroscienziati, crescendo da 90 a 400 dipendenti in tre anni. Nel 2023 ottiene dalla Food and Drug Administration l’autorizzazione alla sperimentazione umana, iniziando il reclutamento di volontari tetraplegici per test avanzati nei laboratori di Fremont, in California. A meno di un anno di distanza, il primo impianto è realtà.

Non si tratta di una tecnologia nata dal nulla. I primi esperimenti di comunicazione cervello-macchina risalgono agli anni Sessanta ed erano condotti sulle scimmie, ma è solo nei primi anni Settanta, quando i computer iniziano a diffondersi, che compare il termine brain-computer interface.

Oggi, grazie all’integrazione tra intelligenza artificiale, microelettronica e neurochirurgia, queste interfacce sono diventate strumenti concreti. Il salto qualitativo è evidente, e il passo successivo è già in corso: integrare questi dispositivi in modo stabile, permanente e potenzialmente su larga scala.

Le applicazioni terapeutiche sono potenzialmente rivoluzionarie e i benefici per persone con gravi disabilità motorie o di comunicazione, potrebbero essere enormi.

Resta il fatto, però, che le implicazioni vanno molto oltre le applicazioni mediche e assumono contorni inquietanti. Accedere al cervello può significare interferire con pensieri e decisioni. Un impianto che riceve segnali può, in linea teorica, anche inviarli. E una tecnologia nata per liberare potrebbe diventare – se gestita in modo irresponsabile o opaco – uno strumento di sorveglianza o di manipolazione.

È proprio l’opacità a rappresentare oggi il problema più grave e troppo spesso sottovalutato. Di Starlink, altra creatura di Musk, attiva nel settore aerospaziale, sappiamo quasi tutto: progetti, satelliti, coperture. Di Neuralink, invece, non sappiamo nulla di verificabile.

Il primo trial clinico non è stato registrato su clinicaltrials.gov, l’archivio pubblico dei protocolli sperimentali accessibile a tutti, come fa notare il professore Gianfranco Pacchioni, nell’illuminante saggio “Scienza chiara, scienza oscura” (Il Mulino). Nessun dettaglio sui criteri adottati, nessuna pubblicazione dei risultati, nessuna possibilità di verifica indipendente. Un’anomalia enorme.

La comunità scientifica internazionale ha sollevato dure critiche: il difetto di trasparenza contraddice i principi fondamentali della ricerca, basati su condivisione e revisione tra pari. Qui invece tutto è opaco. Disponiamo solo di un articolo firmato nel 2019 dallo stesso Musk, senza nessun coautore: la descrizione di un dispositivo con migliaia di elettrodi capaci di inviare segnali simultanei. Da allora, silenzio. Un silenzio che protegge interessi industriali, ma rende impossibile una discussione pubblica e aperta sui rischi e sulle finalità.

E i rischi ci sono. Non solo per chi si sottopone all’impianto – sugli effetti collaterali neurologici si sa pochissimo, a parte le vaghe denunce di ex dipendenti su danni cerebrali per gli animali da laboratorio. Ma anche per la società nel suo complesso. Neuralink prevede di impiantare oltre 20.000 dispositivi entro il 2030, a un costo di 40.000 dollari l’uno. È legittimo domandarsi chi potrà permetterselo. La prospettiva è una radicale disuguaglianza nell’accesso al potenziamento cognitivo: tra chi sarà in grado di amplificare la propria memoria, concentrazione, velocità di pensiero, e chi ne resterà escluso. Ma non è questa l’unica minaccia. È l’idea stessa di democrazia a essere messa in discussione quando strumenti così potenti sono controllati da privati senza alcun obbligo di trasparenza o condivisione.

Il progetto stesso di Neuralink nasce, secondo Musk, come risposta all’avanzata dell’intelligenza artificiale. Già nel 2015, insieme ad altri ricercatori, firmava un appello per limitarne i rischi, proponendo come soluzione di fondere l’intelligenza umana con quella artificiale. Creare una nuova entità, potenziata, ibrida, dotata di capacità superiori. Una forma di transumano.

L’idea è affascinante, ma inquietante. Perché tutto questo – gli impianti, i dati, le connessioni – è sviluppato da un’azienda privata, senza obblighi di accountability, senza discussione pubblica sugli scopi. Siamo sicuri che l’obiettivo sia soltanto curare?

Nel frattempo, mentre il mondo si affaccia su questa soglia evolutiva, l’Italia taglia gli investimenti in ricerca scientifica: -8% al fondo finanziamento ordinario nel 2025. Nello stesso anno, le spese militari raggiungono i 32 miliardi, con un incremento del 60% rispetto al 2016. Un record storico. In un’epoca in cui la competizione globale si gioca sulla conoscenza, sulle tecnologie, sull’etica delle scelte, possiamo davvero pensare che la nostra sicurezza dipenda da quante armi possediamo? Davvero immaginiamo che il futuro si protegga con le bombe più che con i laboratori?

Un paese che destina così poche risorse all’istruzione e alla ricerca, potrà mai sedersi ai tavoli dove si decide il futuro? O dovrà accontentarsi di ricevere istruzioni elaborate da altri, non necessariamente umani?


Per un fronte di opposizione sociale e politica

Documenti giudiziari, agende, contatti telefonici, registrazioni legate al finanziere morto suicida in carcere. Ora sono al centro dello scontro senza precedenti tra il tycoon e Musk 

Il documento che pubblichiamo oggi è il risultato di una riflessione che induce il Movimento per il socialismo a chiedere la nascita in Ticino di un ‘Fronte delle sinistre’ che si batta per affrontare unitariamente i temi  qui proposti e altri che dovessero emergere da una riflessione e da un costruttivo confronto pubblico. Ci risulta che un primo confronto  era già stato proposto dal mps per l’inizio di luglio. È stato tuttavia rinviato, quindi non respinto, dal Partito Socialista, che considera gli argomenti sollevati dal mps ‘molto importanti e di forte attualità‘, meritevoli perciò  di essere approfonditi durante l’estate, per poi essere ripresi e discussi in autunno in un pubblico dibattito.
Sapremo dunque relativamente presto se l’unità a sinistra possa muovere i primi passi  partendo dal documento del mps che Naufraghi/e ha deciso oggi di pubblicare.

1. Un contesto di guerra e regressione sociale

Negli ultimi decenni, il panorama internazionale è stato segnato da una serie di conflitti e crisi che hanno alimentato un clima di crescente instabilità globale. Le guerre, oltre a causare devastazioni materiali, perdite umane e danni ambientali ingenti, hanno innescato una profonda regressione sociale. In molte aree del mondo, i conflitti hanno disgregato i tessuti sociali, acuito le divisioni etniche, culturali e politiche, e indebolito i sistemi di welfare e le reti di solidarietà. La conseguente crisi economica ha aggravato ulteriormente le disuguaglianze, lasciando intere comunità prive di protezione e opportunità di sviluppo.

In questo scenario, si assiste a una nuova fase politica a livello internazionale, caratterizzata da una svolta autoritaria e dal rafforzamento delle forze di estrema destra, già al governo o in procinto di arrivarvi in numerosi paesi europei (dall’Italia alla Germania, dall’Ungheria all’Austria, fino alla Francia), come pure nel resto del mondo (Putin, Milei, Trump, Netanyahu, solo per citarne alcuni).

Anche in Svizzera, come spesso accade, le classi dominanti hanno saputo anticipare e incorporare questi orientamenti politici. Da anni, le posizioni dell’estrema destra sono integrate nella politica del governo e del Parlamento, come dimostra il ruolo centrale dell’UDC e l’alleanza, di fatto, su temi chiave, con il PLR e il Centro. Questa convergenza ha anticipato tendenze che oggi osserviamo su scala continentale.

Ne è un esempio l’agenda del riarmo, in atto da almeno un paio d’anni, concretizzata attraverso decisioni parlamentari e accompagnata da un orientamento che penalizza i diritti sociali e le politiche ambientali, a favore della spesa militare.

Contro questa deriva, dobbiamo affermare con forza che la sicurezza non si misura in termini di armamenti, ma, soprattutto, con la garanzia e il rafforzamento dei diritti sociali, economici e ambientali. La vera difesa della Svizzera non passa attraverso un riarmo costoso, travestito da riscoperta ideologica della neutralità o da una presunta capacità di difesa militare, bensì dal rafforzamento della giustizia sociale e della tutela ambientale.

In un contesto segnato dalla crescita dell’estrema destra, dalla crisi sociale e dalle minacce alla pace globale, è fondamentale che le forze di sinistra non lascino il tema della sicurezza alla destra neoliberale e reazionaria. Le politiche di austerità, repressione e distruzione ambientale servono gli interessi delle élite economiche, non della popolazione.

Tre obiettivi appaiono oggi imprescindibili e strettamente interconnessi: il sostegno all’autodeterminazione dei popoli e alla difesa dei loro diritti, minacciati dagli imperialismi, nel quadro del diritto internazionale; la lotta contro l’erosione dei diritti sociali e democratici in Svizzera e in Europa; il contrasto all’internazionale neofascista in piena espansione.

Le conseguenze di questo scenario sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto per lavoratrici, lavoratori e popolazioni più vulnerabili. Il capitale, stretto tra crisi sistemiche e concorrenza globale sempre più spietata, cerca di salvaguardare la propria redditività modificando a proprio favore i rapporti tra capitale e lavoro. Ciò si manifesta nell’attacco alle condizioni salariali e contrattuali, nella crescente precarizzazione e nella messa in discussione del salario indiretto (pensioni, prestazioni sociali, ecc.).

In questo contesto, la competizione interimperialista e l’incapacità di abbandonare un modello economico basato sui combustibili fossili stanno conducendo a un collasso degli equilibri politici e ambientali globali. La tentazione, sempre più forte ed evidente, di adottare scelte autoritarie, violente e repressive si intensifica anche nei paesi cosiddetti democratici (si veda, ad esempio, la retorica geopolitica di Trump). Si delinea così una vera e propria crisi di civiltà.

2. I punti di forza dell’offensiva neoliberale

L’offensiva politica neoliberale in Ticino e in Svizzera è in corso da tempo. Diverse scelte, sia a livello nazionale che cantonale, lo dimostrano con chiarezza. Nonostante occasionali divergenze – spesso legate più a interessi partitici che a reali contrasti di visione – una solida maggioranza politica, sia in governo che in Parlamento, ha portato avanti un orientamento che, in Ticino, negli ultimi cinque-dieci anni, si è articolato attorno a questi assi fondamentali:

  • Il pareggio della gestione corrente, la riduzione del debito pubblico e il contenimento della pressione fiscale come cardini della politica finanziaria;
  • La compressione della spesa pubblica, ottenuta attraverso tagli alle politiche sociali e una riduzione delle funzioni dello Stato;
  • Il tentativo di riformare il sistema sanitario introducendo una logica di razionamento delle prestazioni e di contenimento dell’intervento pubblico, soprattutto in favore delle fasce più fragili della popolazione;
  • La progressiva restrizione degli spazi di dibattito democratico, sia nei media che negli organi legislativi;
  • La sottovalutazione sistematica delle misure necessarie per affrontare le discriminazioni di genere e la crisi ambientale;
  • Una costante diminuzione di risorse per un settore chiave della società come la formazione e la scuola.

Su ciascuno di questi punti esiste una maggioranza consolidata che si esprime a tutti i livelli istituzionali e che spesso riesce a prevalere anche in occasione di votazioni popolari.

Nel complesso, ci troviamo di fronte a rapporti di forza sfavorevoli alla maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori. Questa egemonia è stata resa possibile dalla capacità dei partiti borghesi di imporre una narrazione condivisa da ampi settori della popolazione, contribuendo così alla stabilizzazione del modello neoliberale.

3. Un rapporto di forza sfavorevole

Il rapporto di forza sociale sopra delineato trova un chiaro riflesso anche a livello istituzionale. Nei parlamenti cantonali, nei consigli comunali e negli altri organi decisionali, è evidente l’impossibilità di:

  • Bloccare gli elementi centrali delle politiche neoliberali;
  • Portare avanti con successo rivendicazioni concrete e significative in favore della maggioranza della popolazione.

I pochi “successi” ottenuti sul piano istituzionale riguardano, nella maggior parte dei casi, modifiche marginali, spesso frutto di contingenze politiche piuttosto che di una reale inversione dei rapporti di forza. Anche al di fuori delle istituzioni, le forze sociali – in primis quelle sindacali – hanno mostrato gravi difficoltà nel costruire un’alternativa efficace.

I segnali di arretramento sono molteplici: la stagnazione dei salari, il peggioramento delle condizioni di lavoro, l’erosione dei diritti, la crescita del lavoro precario e l’assenza di un controllo efficace del mercato del lavoro, soggetto a un dumping salariale che travalica persino i dati ufficiali.

Eppure, le mobilitazioni di massa restano rare. Le organizzazioni sindacali faticano a organizzare la resistenza, sia nei luoghi di lavoro sia nella società nel suo complesso. Il loro indebolimento strutturale ha lasciato campo quasi del tutto libero alle forze padronali.

Solo in casi isolati si sono intravisti segnali di ripresa, come nel caso del settore pubblico cantonale, dove la mobilitazione ha permesso di bloccare un peggioramento delle condizioni pensionistiche, pur senza ottenere il riconoscimento del rincaro. Un episodio significativo, ma ancora marginale, dovuto in buona parte alla spinta di nuovi soggetti, come ErreDiPi, capaci di dare un contributo importante, in termini di analisi e mobilitazioni, a una serie di rivendicazioni (che hanno forzato le organizzazioni sindacali tradizionali a rompere – almeno temporaneamente – la loro logica concertativa).

Va inoltre criticata una visione della mobilitazione sociale intesa esclusivamente come leva per influenzare l’arena istituzionale. In molti casi, non si punta a cambiare i rapporti di forza nella società, ma solo a condizionare le decisioni parlamentari. Una strategia che, al di là di qualche episodio (dovuto anche a calcoli politico-elettorali più che al prevalere di un rapporto di forza), non sembra in grado di produrre risultati significativi.

4. La necessità di un cambiamento di paradigma

Il vecchio modello d’azione istituzionale della sinistra di governo – basato su compromessi e alleanze temporanee – si è rivelato inadeguato ad affrontare l’aggressività crescente del modello di accumulazione capitalista, che mette sistematicamente in discussione conquiste considerate ormai acquisite.

In occasione delle ultime elezioni cantonali, avevamo proposto a PS e Verdi la formazione di liste uniche per il Consiglio di Stato e il Gran Consiglio. La proposta rispondeva a esigenze ben precise: l’avanzata delle destre neofasciste, il riemergere dei venti di guerra in Europa e l’offensiva sempre più intensa del padronato e dei suoi partiti in ambito sociale e ambientale.

Alla base di quella proposta vi era tuttavia una riflessione più ampia, che andava oltre la contingenza elettorale e individuava nella rottura con il paradigma concertativo una condizione imprescindibile. Scrivevamo: “Di fronte a tutto questo, non vi sono spazi – se mai ve ne sono stati – per riforme graduali in grado di sovvertire l’ordine capitalista. Le resistenze alle politiche del capitale devono legarsi alla proposta di alternative radicali, che rompano con la logica del profitto e offrano risposte concrete alle crisi multiple che minacciano milioni di vite. Oggi, una rottura con il capitale rappresenta una delle opzioni più realistiche per una sinistra coerente. E questa rottura si esprime, innanzitutto, in una chiara scelta di opposizione, tanto sul piano sociale quanto istituzionale.” Da qui nasceva la proposta di liste comuni fondate su un programma di discontinuità con la tradizionale presenza in governo e su una chiara politica di opposizione, sia nell’esecutivo che nel legislativo. Proposta che PS e Verdi hanno rifiutato.

I primi due anni di esperienza governativa di Marina Carobbio si sono svolti all’interno di una linea politica improntata a un’accelerazione delle politiche di austerità. I due Preventivi presentati (2024 e 2025) sono stati segnati da tagli e misure inaccettabili. Nonostante ciò, anche la ministra socialista ha sostenuto le proposte governative, che solo in parte sono state bloccate da maggioranze occasionali, più attente – come ricordato – al calcolo elettorale che a una reale opposizione di principio.

Tutto ciò conferma quanto sosteniamo da tempo: il ruolo concertativo all’interno del governo non aiuta, quando non ostacola chiaramente, la costruzione di un’opposizione sociale ampia. Da qui l’urgenza di un cambiamento di paradigma.

L’opposizione e la discontinuità devono fondarsi sul conflitto sociale, attraverso la costruzione di mobilitazioni e resistenze alle politiche padronali. Tuttavia, anche sul piano istituzionale è necessario costruire uno schieramento capace di contrastare le logiche del capitale.

Il sistema elettorale ticinese, com’è noto, favorisce la presenza in governo anche di forze con una base elettorale limitata. L’obiettivo di tale sistema è chiaro: cooptare e integrare tutte le forze politiche per garantire la stabilità del sistema. Ma questa dinamica non deve condannare la sinistra alla collaborazione con partiti che rappresentano gli interessi del capitale, e non certo quelli delle lavoratrici e dei lavoratori e della stragrande maggioranza della popolazione.

Riteniamo che anche all’interno del governo (così come, naturalmente, del Parlamento) sia possibile esercitare un’opposizione chiara, pubblica e determinata di fronte a scelte politiche fondamentali che non rispecchiano gli interessi della maggioranza della popolazione. Così non è stato, ad esempio, per i due ultimi Preventivi, né per altre proposte governative.

Adattarsi a uno schema che separa l’azione nel governo da quella in Parlamento favorisce di fatto partiti che possono interpretare con maggiore spregiudicatezza questo doppio ruolo. Basti pensare, negli ultimi due anni, alla evoluzione politica di un partito come Il Centro.

5. Costruire un fronte unico della sinistra contro la guerra e il riarmo, in difesa dei diritti democratici e contro la regressione sociale

Oggi non esistono spazi istituzionali concreti per riforme graduali capaci di invertire le logiche del capitalismo e rispondere adeguatamente alle urgenze sociali della maggioranza della popolazione. Di fronte a questa realtà, riteniamo urgente costruire un fronte unico della sinistra, con l’obiettivo di organizzare e sviluppare un’opposizione sociale forte, autonoma e radicata, articolata attorno ai seguenti assi prioritari:

Affrontare la crisi economica e sociale
In Ticino, le condizioni di vita, di lavoro e di reddito della stragrande maggioranza della popolazione sono peggiorate, e la tendenza continua. Il dumping salariale e sociale è un dato ormai innegabile. Occorrono misure urgenti – da porre come priorità – per la difesa e rivalutazione di salari, pensioni e redditi familiari, nonché per un controllo del mercato del lavoro e l’estensione dei diritti di chi lavora. Solo attraverso una redistribuzione della ricchezza tra capitale e lavoro si potranno soddisfare le esigenze economiche e sociali della maggioranza. Rientra in questo quadro una politica fiscale che imponga un contributo proporzionato ai detentori di alti redditi e patrimoni, così come alle imprese (industriali, immobiliari e finanziarie) che continuano ad accumulare profitti.

L’urgenza della lotta alla crisi ambientale
Nonostante i proclami, non si registrano svolte significative nella politica ambientale, né a livello federale né cantonale. Anzi, la pandemia e la guerra hanno rilanciato ricette energetiche obsolete, come il ritorno al nucleare.
Serve un cambiamento radicale – e non cosmetico – nella gestione della crisi climatica, che deve restare una priorità. La lotta per il clima va inquadrata in una prospettiva anticapitalista, convinti che solo una trasformazione profonda del sistema economico e sociale potrà rendere possibile una reale transizione energetica, altrimenti ridotta a vuoti proclami.

Contro il riarmo in Svizzera e altrove
L’aggressione di Putin all’Ucraina ha messo in luce mire imperialiste che si rafforzano su scala globale: da Mosca a Washington, da Pechino all’Europa. I primi mesi di Trump confermano la natura imperialista degli Stati Uniti, pronti a un confronto con gli altri imperialismi in nome del dominio del grande capitale.
A questa situazione non si può rispondere con un neutralismo ipocrita, che copre la politica imperialista della Svizzera e una diplomazia rivolta alla difesa degli interessi delle classi dominanti.
È necessario opporsi alle politiche di riarmo (interne ed esterne) e schierarsi dalla parte dei popoli, dei loro diritti (come quello all’autodeterminazione del popolo ucraino e di quello palestinese) e dei loro bisogni, dicendo no all’aumento delle spese militari, all’acquisto di nuovi aerei da combattimento, alla progressiva integrazione nella NATO. Continuiamo a batterci per una Svizzera disarmata e solidale, sul piano nazionale e internazionale, e per l’abolizione dell’esercito.

Combattere le discriminazioni di genere
Nonostante leggi e dichiarazioni, le discriminazioni di genere – salariali, lavorative, formative, sociali – persistono e si aggravano. A trent’anni dalla Legge sulla Parità, è evidente che senza una rottura sistemica nessun progresso sarà possibile. Lo stesso vale per la lotta alla violenza contro le donne, dove le istituzioni ignorano anche le proposte più basilari (ad esempio, un numero unico di emergenza). La giustizia di genere non può più aspettare.

Costruire un’alternativa alla crisi del sistema formativo
Scuola e formazione sono sempre più al servizio del mercato, e la selezione sociale continua a caratterizzare le scuole obbligatorie e post-obbligatorie. Il sistema duale di formazione professionale mostra segni di crisi, con il padronato che detiene il monopolio sui posti di tirocinio, aggravando lo squilibrio tra domanda e offerta. Occorre ripensare radicalmente il sistema formativo, rafforzare una prospettiva pubblica ed equa, sottratta agli interessi padronali e dotata delle risorse necessarie per migliorare le condizioni di insegnamento e apprendimento.

Opporsi allo smantellamento del sistema socio-sanitario
Da anni assistiamo a un attacco sistematico alla sanità pubblica, con un ruolo crescente delle imprese sanitarie private e, soprattutto, delle assicurazioni malattia. Il futuro del sistema sanitario è minacciato dalla prospettiva di ridimensionare strutture ospedaliere pubbliche, in favore di logiche quantitative e finanziarie che mettono a rischio servizi fondamentali (pronto soccorso, maternità, cure di base). Serve un rilancio della rete sanitaria pubblica, accessibile e territoriale, un netto miglioramento delle condizioni di lavoro e dei salari del personale sanitario, e una riforma radicale del sistema assicurativo.

Contro le destre e il razzismo, diritti e solidarietà
L’estrema destra approfitta dell’insicurezza generale e promette una stabilità solo apparente, combinando neoliberismo estremo, tradizionalismo fondamentalista e razzismo. Questa alleanza ha anche a che fare con gli interessi di classe. Le frange più reazionarie della classe dominante nel Nord globale stanno cogliendo l’occasione per smantellare ciò che resta dello Stato sociale e revocare le concessioni che i movimenti operai e sociali hanno conquistato con tanta fatica nel XX° secolo.
Anche se Trump sta smantellando rapidamente i servizi e le prestazioni statali e sta cercando di trasformare dall’alto il sistema politico verso un regime autoritario, la dittatura fascista non è all’ordine del giorno nei paesi occidentali. Ma già oggi i governi liberali e conservatori stanno facendo proprie le richieste dell’estrema destra. Dobbiamo aspettarci che un brusco aggravarsi delle crisi possa convincere ulteriori settori della borghesia e della popolazione a puntare sulla carta fascista.
In questo contesto dobbiamo combattere le tendenze fasciste, la xenofobia e il razzismo, difendere i diritti dei migranti e i diritti democratici fondamentali di e per tutti e tutte

Per concludere: la necessità di un’opposizione unitaria e a tutto campo

I temi qui delineati non rappresentano un programma esaustivo, ma definiscono alcune priorità per una discontinuità politica rispetto alle scelte dominanti degli ultimi anni. Un’opposizione coerente e determinata deve nascere dal basso, attraverso mobilitazioni reali contro le politiche del padronato e dei suoi partiti. In questa direzione vanno sviluppate e rafforzate le esperienze positive degli ultimi anni. Tuttavia, anche sul piano istituzionale è necessario un cambio di paradigma: costruire un fronte che, sul piano economico, sociale e ambientale, si opponga al capitalismo liberale e ai partiti che ne rappresentano gli interessi.

Il sistema elettorale ticinese – che, come detto, consente anche a forze minori di entrare in governo – punta all’integrazione e alla normalizzazione politica. Ma entrare in governo non deve significare abbandonare l’opposizione. Al contrario: deve significare utilizzare quella posizione per sostenere apertamente l’opposizione politica e sociale, a tutti i livelli. La presenza in governo può – e deve – essere compatibile con un’azione pubblica, chiara e radicale di contrasto, sia nelle istituzioni che nella società. A condizione che esista un programma politico autonomo, alternativo e credibile e che vi sia un cambiamento fondamentale di paradigma.

Questo documento si rivolge a tutte le forze politiche della sinistra che condividono la prospettiva di un’alternativa al capitalismo liberale e che ritengono imprescindibile il rispetto dei diritti democratici fondamentali (libertà di espressione, organizzazione, pluralismo politico, ecc.), per i quali il movimento operaio si è storicamente battuto e che hanno spesso permesso di conquistare. In questo senso, non possono essere accettati sostegni a regimi che – a prescindere dalla loro denominazione – sono in palese contrasto con tali diritti, senza i quali non potrà mai esistere una reale alternativa al capitalismo liberale.

Nel prossimo periodo l’MPS intende diffondere questa sua presa di posizione e rivolgersi a tutte le forze politiche della sinistra per verificare in quale misura esse condividano questa impostazione. E per verificare se, partendo da uno scambio di riflessioni e discussioni, si possa passare ad un’azione politica orientata nella prospettiva che abbiamo indicato.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento