La profezia di Huntington

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 

Tra due saggi importanti per l’Occidente, ma non solo, “La fine della storia” di Francis Fukuyama e “Lo scontro delle civiltà” di Samuel Huntington, passano solo quattro anni: il primo libro vede la luce nel 1992, il secondo nel 1996.

Fukuyama e Huntington sono entrambi americani, sono influenti politologi e brillanti saggisti, entrambi vengono ascoltati dalle cerchie del potere USA, magari il primo più nell’ambito democratico e il secondo più fra i repubblicani. Ma sono dettagli. Le due visioni del mondo e dell’avvenire collidono e, nonostante le perplessità di una parte della sinistra, stavolta a livello globale, il libro che in qualche modo “resta” e può essere di insegnamento è quello di Huntington, ma con una considerazione finale sorprendente che coinvolge proprio l’Occidente.

Ma di che cosa parlano i due libri? Quello di Fukuyama è una sorta di trionfo del liberalismo occidentale e della società di mercato. La storia finisce, afferma Fukuyama, dal momento che il liberalismo in politica e in economia si afferma come forza egemone e più utile alla crescita (economica e democratica) dell’umanità. Oggi, a trent’anni di distanza, non solo la forza trainante del mercato come automatico generatore di democrazia viene messa in dubbio, ma persino il concetto di democrazia, oltre a quello di crescita, sembra perdere di velocità.

Il secondo libro, quello di Huntington sulle civiltà che vanno a scontrarsi, appare invece profetico: dal 1996 le sfide tra società ritenute arcaiche o quanto meno “non libere” e quelle occidentali indicate come democratiche e a difesa dei diritti civili, umani e di genere sono state innumerevoli e, a sorpresa (ma davvero è una sorpresa?), oggi sono proprio le società “non libere” ad avere il vento in poppa o, quantomeno, a remare in una direzione opposta a quella libertaria/democratica propugnata dalle democrazie occidentali.

Il dato veramente importante della profezia di Samuel Huntington è però un altro: le stesse società per lo più occidentali o fortemente collegate ai valori e interessi occidentali (il Giappone, per fare un solo esempio, fa parte di esse) si sono allontanate o si stanno allontanando (si veda l’esempio dell’attuale amministrazione USA) da un cammino e da un’influenza “democratica” e di valori democratici nel mondo. Lo scontro delle civiltà, insomma, si è acuito ben oltre la vecchia divisione tra società arcaiche e società moderne per assumere, oggi, l’aspetto di uno scontro tra valori e soprattutto interessi egoistici ascritti a intere comunità nazionali da poteri sempre più egemoni (all’esterno come all’interno) di Paesi ancora (ma per quanto ancora?) teoricamente democratici e difensori di alcuni capisaldi umanistici.

Un rapido sguardo sui maggiori “scontri di civiltà” ci riporta sul suolo delle gravi crisi mondiali odierne tra stragi e contorcimenti propagandistici: la “civiltà” dispotica e reazionaria di Putin e accoliti invade un Paese ma oggi rivendica il ruolo di “difensore della pace”; la democratica nazione di Israele, vendicandosi di un gruppo di terroristi pronti a tutto e soprattutto ad alzare a oltranza l’asticella dello scontro, massacra ed elimina territorialmente un’intera popolazione; potenze egemoni sia autocratiche che democratiche (Cina e USA) vanno all’incasso non solo di alleanze ed alleati ma ormai anche di territori ed avamposti geopolitici ed economici.

Le cosiddette civiltà più avanzate, nel disegno di Huntington, sono sempre più propense a creare e cavalcare scontri e crisi? O si sta semplicemente retrocedendo a un mondo ben noto alla storia delle compagini umane, quello delle cannoniere e delle punte delle lance a partire da cui partivano i disegni di dominio e sopraffazione? Lo scontro delle civiltà o, più precisamente, tra poteri egemoni che contano su forti compagini nazionali, ha ormai messo in ombra il grande sforzo susseguente alla Seconda guerra mondiale a favore dei diritti, delle garanzie e di una giusta pace?

Nell’immagine: Samuel Huntington a Davos nel 2024


Walzer: “Il virus dell’America è il nativismo, ci aspettano decenni molto difficili”

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 

Di Alberto Simoni, La Stampa

«L’America si muove lungo due traiettorie: quella del nativismo e quella della resistenza», dice Michael Walzer, il filosofo di Princeton, co-direttore per 30 anni di Dissent, coscienza critica e animatore della sinistra americana.

E il futuro dell’America dipende da chi prevarrà…
«Prego per la sconfitta del nativismo».

Professore, una parola per definire gli Stati Uniti di oggi…
«Siamo su una traiettoria verso l’affermazione di una versione di estrema destra dell’autoritarismo».

Ha parlato di resistenza. Chi la fa?
«La resistenza è crescente e spero che vinca ovviamente. Dipenderà moltissimo dalle elezioni del prossimo anno di Midterm. I trumpiani sono circa il 30% dell’elettorato, ma controllano tutto il governo e sono più forti dentro la Corte suprema di quanto mi aspettassi. Tuttavia nelle corti inferiori c’è una consistente opposizione alle dichiarazioni e alle mosse illegali di Trump, ai suoi ordini esecutivi. Uno dopo l’altro sono stati cancellati dai tribunali. Quindi oggi la prima linea della resistenza è rappresentata concretamente da questi giudici».

Ci sono state anche diverse manifestazioni in tutta America, contro Musk, contro i licenziamenti, per i diritti in pericolo. Sono forme di resistenza. Sono efficaci?
«Quasi tutte le persone che conosco – e cito pure i miei figli e nipoti – sono mobilitati, protestano, si ritrovano. Io ho 90 anni, è passato per me il tempo di scendere in piazza ma quel che vedo è un movimento in crescita. E questa forza sarà testata nelle elezioni di midterm. Qualche risultato si vede già se pensiamo alle vittorie elettorali in aprile ottenute dai democratici, come alla Corte suprema del Wisconsin».

Ha citato il nativismo. Come lo interpreta alla luce del “trumpismo”?
«Oggi assistiamo a una forte svolta verso una versione americana del fascismo che è diverso da quello emerso negli anni Trenta in Europa».

Cos’è?
«Il nativismo è la versione statunitense del fascismo, questo è il termine corretto. Ed è un fenomeno culturale che richiama il suprematismo bianco».

Perché è così forte oggi? In fondo come eminenti storici sostengono versioni più o meno edulcorate di nativismo sono presenti e corpose nella società Usa sin dalla fondazione…
«È sicuramente corretto dire che è sempre stato parte della nostra storia. Negli anni ’40 del diciannovesimo secolo si scagliò contro gli immigrati cattolici irlandesi; fra il 1890 e il 1910 contro gli ebrei polacchi russi e dell’Est Europa per fare solo due esempi».

Quale è la differenza che scorge oggi? Il nemico sono sempre gli immigrati…
«La novità è che questa visione si è saldata con la rivolta della classe lavoratrice bianca nella Rust Belt che si sente abbandonata dalla sinistra ed espulsa in pratica dal Partito democratico e nutre risentimento verso le élite liberal. E di questo portano una responsabilità Bill Clinton e Barack Obama».

Perché?
«Hanno costruito coalizioni e vittorie elettorali attorno alla middle class, alle élite di professionisti da una parte e alla minoranze dall’altra. Non c’era spazio per le rivendicazioni della classe operaia nel loro Partito democratico. Queste hanno trovato ospitalità e attenzione alle loro richieste, che sono economiche anche, in Trump e nel suo movimento».

Il partito democratico sembra smarrito e ancora alla ricerca di un’identità dopo la débâcle delle ultime elezioni. Tempo fa lei disse: “I Dem hanno dimenticato la loro anima social-democratica”…
«Esattamente quel che dicevo poc’anzi, la working class è stata lasciata indietro».

Ci sono personalità con ampio seguito, su tutte la deputata Alexandria Ocasio-Cortez che rappresentano qualcosa di diverso rispetto al partito e alle idee di Biden…
«Il partito democratico è diviso proprio sul tema chiave, ovvero cosa presentare all’America, quale ricetta offrire».

Suggerimenti?
«Sanders e la nostra amica del Bronx, AOC, parlano a quelle persone lasciate indietro. Ha visto quanto gente ai comizi in Idaho in Colorado e in posti dove dominano i repubblicani? AOC e Sanders sanno affrontare le sfide, ma devono imparare a lavorare insieme ad altri democratici, diciamo che stanno un po’ più a destra per semplificare, e trasformare in fatti concreti queste idee».

Ci vuole pragmatismo quindi?
«La gente si chiede: perché il governatore della California, democratico in uno Stato blu, non riesce a portare a termine progetti ferroviari costati miliardi di dollari? E perché Biden non è stato in grado di inaugurare quelle fabbriche per cui abbiamo investito miliardi di dollari? La realtà è che molte cose promesse, concrete, non si sono materializzate. E i democratici devono affrontare questo tema, devono convincere gli americani che anche loro possono far funzionare le cose. Servono i populisti come Sanders con un’agenda di sinistra insieme a chi, diciamo così, è “più solido” e appunto pragmatico».


Evoluzione atomica, la pericolosa carta ucraina nel conflitto

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 

Di Francesco Strazzari, il manifesto

You don’t have the cards – gli ha strillato Trump nello Studio Ovale. Dicono gli ucraini che, alla fine, qualche carta Zelensky l’aveva. E che loro hanno mostrato di saperla giocare da soli, senza il servile inchino richiesto da Vance.

Sarebbe meglio evitare ogni enfasi sensazionalistica: chiamare il duro colpo inferto a sorpresa alle forze aeree di Mosca ‘la Pearl Harbor russa’ significa amplificare la retorica revanscista e bellicista di entrambe le parti.

La storia ci insegna che le guerre iniziano in un determinato luogo e in un certo modo, ma poi evolvono altrove e sotto altre forme. Pearl Harbor fu un attacco non provocato che il Giappone imperiale lanciò contro la base americana alle Hawaii per mettere gli Usa preventivamente fuori combattimento nel Pacifico.

Ispirato dal successo devastante dei britannici nel colare a picco la Supermarina fascista nel porto di Taranto, l’attacco giapponese aprì una parabola bellica che si concluse con le bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki.

La Russia ha iniziato a invadere l’Ucraina nel 2014, per poi scagliare nel 2022 un’offensiva su larga scala. Alla luce dello ius in bello, l’azione di Kyiv sui bombardieri e i missili che bersagliano le città ucraine non può essere definita una provocazione. Tuttavia, il problema esiste: alimentate dalle stolte litanie del si vis pacem para bellum e della peace through strength, le dinamiche di escalation sono entrate in una fase critica.

Secondo i trattati sul controllo degli armamenti, le superpotenze devono mantenere i bombardieri strategici ben visibili ai satelliti per consentire il funzionamento dei meccanismi di allerta. Facendo leva su questa garanzia per acquisire invece i propri bersagli, l’attacco ucraino non è altro che un ulteriore episodio del processo di smantellamento dell’architettura di sicurezza costruita nel tempo per garantire la pace.

Nonostante recenti dichiarazioni sulla necessità di riallacciarlo, l’interruzione del dialogo sulla stabilità strategica tra Usa e Russia nel 2022 mostra come tale processo abbia radici profonde. L’erosione del regime di controllo sugli armamenti è iniziata l’indomani dell’attacco dell’11 settembre 2001, quando i repubblicani Usa, considerando la Russia una potenza degradata, ignorarono le proteste del Cremlino riguardo alle proprie iniziative missilistiche.

Oggi, però, i calcoli della deterrenza sono complicati dallo sviluppo tecnologico, con modernizzazione degli arsenali, nonché dalla moltiplicazione delle superpotenze nucleari e dalle crescenti tensioni fra di esse. Non solo, dunque, la retorica atomica russa contro l’Occidente, ma anche l’escalation bellica fra India e Pakistan e le ‘conseguenze devastanti per la regione e per il mondo’ con cui, giorni fa, il Segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, ha descritto la ‘imminente minaccia’ di un’invasione cinese di Taiwan.

L’attacco ucraino mina la fiducia russa nella propria sicurezza: a differenza del suo capo negoziatore Mendinski, Putin ha minimizzato, affermando che la Russia ha perso solo 4% dei propri bombardieri strategici, contro il 34% di cui parlano gli ucraini. Non sappiamo cosa sia vero, né quale risposta seguirà. Ma è chiaro che un attacco diretto sulla capacità di deterrenza russa pone il Cremlino davanti ad una scelta sulle priorità; e che, comunque, da domani sarà difficile ispezionare ovunque ogni carico merci per timore di nuovi attacchi. Zelensky persegue l’obiettivo di far sentire alla Russia il peso delle proprie perdite – ieri tra l’altro con un attacco ha colpito per la terza volta lo strategico ponte di Kerch in Crimea.

E mentre è costretta ad arretrare sul fronte di Sumy, l’Ucraina sferra il colpo, alla vigilia, a Istanbul, di una round negoziale destinato a fallire, con gli Usa che oscillano continuamente fra la minaccia di misure sanzionatorie e quella di lasciare il tavolo. Un giorno attaccano Zelensky e il giorno seguente chiamano Putin pazzo. Galvanizzata dall’esito della propria operazione speciale, la delegazione ucraina si è presentata a Istanbul impettita e in uniforme: dopo un’operazione che alza la posta e, dicono, ‘entrerà nei libri di storia’, sanno che sarà difficile per gli americani defilarsi, e attendono l’esito della visita di Merz a Washington.

La difesa ucraina, che aveva esordito con i Javelin contro le colonne dei carri invasori, oggi si concentra su droni sempre più evoluti, il cui impatto dirompente non può essere sottovalutato. Il confronto strategico e le linee di ingaggio tattico stanno cambiando in tutte le guerre, evidenziando problemi per i grandi e costosi apparati militari basati su una capacità di fuoco (forze aeree e artiglieria) concentrata: essi mostrano difficoltà nel fermare droni che, a loro volta, rafforzano la rilevanza di fanteria leggera e guerra elettronica.

Intanto, al di qua di un confine europeo fatto di nuove barriere e trincee, una Polonia sempre più militarizzata elegge, grazie al voto dell’estrema destra nazionalista (anti-Ue, per molti versi anti-ucraina e filo-russa) un presidente che è anche capo delle forze armate: parteciperà alle riunioni della Nato e di fatto avrà potere di veto sull’azione del governo guidato da Tusk, di cui cercherà la caduta.

L’attacco ucraino arriva al culmine di un processo di trasformazione della guerra e della politica che rende molto più difficile e imprevedibile il calcolo strategico. Da anni ormai gli analisti sono interpellati da media in cerca di sensazione per sapere se siamo di fronte a una svolta negoziale, a una Caporetto o una Pearl Harbor: la realtà è che, dopo che Trump ed accoliti si sono illusi di poter portare Putin a desistere dalla richiesta di resa incondizionata ucraina, la guerra avanza ancora, ed è più che mai necessario evitare di fornire narrazioni mediatiche che la sostengono.

Nell’immagine: Matrioske russe raffiguranti Putin e Trump


Rafah, seconda strage del pane. I testimoni: “L’Idf ci sparava addosso, ho strisciato per 600 metri”

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Chi ha sparato, stavolta, lo dice. Si notano due differenze tra la strage di ieri e quella di domenica, entrambe avvenute lungo la via sterrata che conduce al centro di distribuzione del cibo a Rafah. Anzitutto il numero delle vittime: 35 morti tre giorni fa, 27 i morti di ieri confermati dalla Croce Rossa. La seconda differenza è che l’esercito israeliano, questa volta, non si nasconde dietro comunicati stampa auto-assolutori e mezze ammissioni.

«A circa mezzo chilometro dal sito della Gaza Humanitarian Foundation abbiamo identificato diversi sospetti che si avvicinavano senza seguire i percorsi approvati», si legge nella nota dell’Idf. «Abbiamo sparato colpi di avvertimento, ma poiché i sospetti non si disperdevano, è stato aperto il fuoco in direzione di diversi individui che avanzavano verso le truppe in modo minaccioso». Chi siano i sospetti non viene detto. Che ci siano stati dei morti non viene riconosciuto. Né Effie Defrin, il portavoce dell’esercito che definisce «esagerati» i numeri delle vittime diffusi dalle autorità palestinesi e sottolinea che l’Idf incoraggia i gazawi ad andare ai centri umanitari, si sente in dovere di spiegare la licenza di sparare concessa ai soldati di fronte a una moltitudine di affamati, sicuramente caotica, ma composta da uomini e donne che vogliono solo prendere il pacco col cibo.

«Sono partito alle 2 di notte da al Mawasi, ero da solo e in ciabatte», racconta a Repubblica Baha’ Abu Mustafa, 49 anni, sfollato di Khan Younis. Nella nebbia di fatti che non è possibile verificare sul campo, essendo la Striscia interdetta alla stampa internazionale, bisogna affidarsi alle testimonianze di chi c’era. «Ho camminato per tre chilometri, intorno alle 3 ho sentito il suono dei mitragliatori. Ci sparavano dai carri armati e da un elicottero, anche dal mare. Ad altezza d’uomo. Ci siamo tutti gettati a terra. Ho cominciato a strisciare indietro, con i proiettili che ci sfioravano la testa. Ho visto persone cadere per i colpi, e persone sanguinare. Non potevamo nemmeno soccorrerle, se avessi alzato la testa sarei morto. Ho strisciato per mezz’ora, avevo il ventre graffiato, ho perso le ciabatte. Sono riuscito ad arrivare all’ospedale da campo della Croce Rossa alle 5 di mattina».

L’Idf, che ha perso tre soldati a Jabalia e ha bombardato le postazioni da cui sono stati lanciati due razzi dal sud della Siria (prima volta in un anno), ha annunciato di aver aperto un’inchiesta su quanto accaduto ieri mattina a Rafah, teatro anche della strage di domenica scorsa che l’esercito però continua a definire «una fake news creata da Hamas». L’Onu parla invece di «crimini di guerra» e punta a un’inchiesta indipendente che accerti le responsabilità. Anche la Casa Bianca sta facendo verifiche, allarmata dai report della Croce Rossa.

La fondazione americana, che nomina il leader evangelico Johnnie Moore come nuovo presidente ma perde l’appoggio del Boston Consulting Group, pur ribadendo che all’interno del suo sito non ci sono stati incidenti, prende le distanze: «Non siamo a conoscenza di quanto accade fuori dal perimetro». Dove la sicurezza è affidata ai soldati, in una zona militarizzata sotto il loro controllo.

Quanto accade fuori lo si apprende dalle testimonianze dirette. Tamer Nassar, 33 anni, di Beit Hanoun: «Avevo passato la rotonda di al Alam di appena 20 metri, una pioggia di proiettili da tutte le direzioni. Mi sono gettato a terra, cercavo di proteggere la testa con una roccia. Ho alzato una spalla mentre mi schiacciavo il più possibile sullo stomaco ed è lì che sono stato colpito. Mi sono trascinato il più lontano possibile, urlando dal dolore».

Abdo Harbi, padre di due bambini, alle 3 di notte era tra migliaia di persone che avanzavano lentamente verso il sito. «Ho strisciato tra i feriti per 600 metri per raggiungere lo scatolone, se mi fossi fermato mi avrebbero preso. Sono arrivato al sito. Dentro lo scatolone c’erano 15 kg di farina, biscotti e del formaggio».


La cura contro l’imbecillità sovranista

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 

Di Carlo Pizzati, La Stampa

Sono stato uno studente straniero in America dal 1982 al 1989. Perché oggi sarei considerato così pericoloso da chi vuole fermare l’iscrizione di nuovi studenti dall’estero ed espellere molti che sono già in America?

La risposta è semplice come un tweet di Trump: siamo armi di distruzione di massa. Non nel senso che ci nascondiamo esplosivi sotto la toga della laurea. No, siamo molto più pericolosi. Perché siamo la cura contro l’imbecillità dell’eccezionalismo sovranista. Portiamo il virus letale della curiosità. E questo, per chi campa di slogan, è un incubo.

Coerenza questa sconosciuta: Trump è sposato con una slovena che parla inglese con l’accento di una spia russa nei film di serie B. Melania è diventata cittadina americana dopo aver partorito quello che i repubblicani chiamerebbero, se non fosse bionda, un “anchor baby”, un bebé che la àncora alla cittadinanza.

J. D. Vance, il nostro novello Senatore McCarthy in versione Hillbilly, è sposato con la figlia di immigrati indiani. Una famiglia che al country club di Mar-a-Lago, fino a ieri, avrebbe servito i cocktail invece di sorseggiarli ridendo. Entrambi convivono intimamente con ciò che in pubblico vendono come una minaccia esistenziale all’americanità. Insomma, come essere allergici ai gatti e sposare una veterinaria.

La decisione di congelare le interviste per i visti studenteschi non è burocrazia. È sabotaggio interno. Il risultato? Harvard diventa meno Harvard. Stanford meno Stanford. L’America s’indebolisce altro che great again.

E qui viene il bello: Trump si lamenta del deficit commerciale mentre affonda un settore dove l’America domina davvero. Gli studenti stranieri pagano tasse universitarie che farebbero morire d’invidia un hedge fund manager.

Nel 2015, hanno versato 9 miliardi di dollari nelle casse universitarie. Il 28% delle entrate totali per appena il 12% degli studenti. Insomma i foreign students contribuiscono molto più, proporzionalmente, degli American students. Se contiamo quanto poi i gli studenti dall’estero spendono in America si arriva a 44 miliardi di dollari, secondo un calcolo del Washington Post. Ma oltre alla coerenza, si, sa, anche la logica è sopravvalutata, nell’era del pensiero magico.

Cosa succede quando trasformi le università in fortezze? Gli studenti migliori se ne tornano a casa loro. O vanno in Canada, Australia, Regno Unito. E qui sta la grande ironia: mentre l’America chiude le porte, università come la Ashoka in India scalano le classifiche internazionali.

Noi in Italia abbiamo 1600 scuole dove imparare l’inglese. Costa meno e si mangia meglio. E intanto apre una filiale della Bocconi a Mumbai. Questa lotta trumpiana è una manna dal cielo per gli atenei privati del Sud globale e dell’Europa: studenti brillanti con i portafogli pieni che fino a ieri sarebbero finiti a Boston o Berkeley, ora bussano alle loro porte.

Il messaggio di Trump è cristallino: “Non vi vogliamo. Ci fate paura. Andate altrove”. E loro vanno. Portandosi dietro i futuri brevetti, le scoperte, i Nobel che non nasceranno mai nei laboratori americani.

Ecco il vero terrore: uno studente straniero in aula non è solo un cliente da 50mila dollari l’anno. È un testimone. È lo specchio che riflette l’immagine vera dell’America, non quella dei film di Hollywood. È la voce che sussurra: “Guardate che il mondo non finisce in Ohio”. E questo, per chi costruisce il consenso su muri e sospetti, è più pericoloso di qualsiasi bomba.

Trump ha paura di noi perché sappiamo una cosa che lui non può sopportare: l’America non è il centro dell’universo. È solo un Paese. Molto forte. Molto ricco. Molto potente. Con tanti pregi e difetti. Come tutti gli altri. E chi sa questo, non si comanda con gli slogan da stadio. Non si controlla con la paura. Non si ferma con i muri.


Ecco il Ticino che vogliamo: le vostre firme si aggiungono alle iniziative per far cessare il silenzio della Svizzera

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 

Care amiche e cari amici,
in molte/i avete aderito al nostro invito, firmando l’appello al Consiglio Federale affinché dia seguito alla ferma richiesta del Consiglio di Stato Ticinese di chiedere al governo di Israele l’immediata interruzione dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza e il rispetto del diritto umanitario internazionale.
I firmatari del nostro appello sono stati molti, a conferma della sensibilità assai diffusa nel Canton Ticino per la tragedia in corso nell’enclave palestinese, con decine di migliaia di morti civili (in gran parte donne e bambini), il 70 per cento delle abitazioni distrutte o rese impraticabili, il lungo blocco degli aiuti umanitari, persino di quelli alimentari oltre che sanitari.
Inoltre la nostra petizione sta suscitando interesse anche Oltralpe, e quindi LA RACCOLTA DELLE FIRME CONTINUA SU CAMPAX
Le firme raccolte saranno inviate al Consiglio Federale, sperando che possano contribuire a incoraggiarlo a mettere in pratica le richieste del governo del Canton Ticino, unico finora in Svizzera ad avvertire il bisogno di esprimersi con fermezza contro i funesti e inaccettabili risultati della politica dell’attuale governo israeliano.
Vi siamo molto grati per questa vostra ennesima prova di sensibilità e umanità.
La redazione di Naufraghi/e


LA LETTERA CHE SARÀ INVIATA AL CONSIGLIO FEDERALE (con copia al Consiglio di Stato ticinese e alla deputazione ticinese a Berna)
Onorevoli componenti del Consiglio Federale,
ci permettiamo di farvi pervenire le ……….. firme raccolte in pochissimi giorni per iniziativa del portale Naufraghi.ch affinché prendiate in considerazione positivamente la richiesta del governo del Canton Ticino per un’immediata svolta della diplomazia elvetica, chiamata a condannare immediatamente e fermamente la politica stragista del governo israeliano a Gaza, causa di decine di migliaia di vittime, soprattutto donne e bambini, e a chiedere il rispetto del diritto umanitario internazionale.
Insieme ai firmatari di questo appello, siamo infatti convinti che la Svizzera, Paese neutrale e depositario dei trattati per il rispetto dei diritti umani, debba essere in prima fila nella denuncia delle sofferenze e delle distruzioni che la politica dell’attuale governo israeliano sta da mesi infliggendo alla popolazione civile palestinese dell’enclave gazawi. La denuncia dei metodi israeliani contro la popolazione inerme e incolpevole di Gaza, così come l’immediata liberazione degli ostaggi israeliani da parte di Hamas, sono condizioni ‘sine qua non’ per compiere un primo passo verso una tregua e un cessate il fuoco.
Pensando di interpretare i sentimenti e le convinzioni non solo di gran parte degli abitanti nostro Cantone ma dell’intera Svizzera, vi chiediamo di dare seguito a quanto chiesto nell’appello del Consiglio di Stato ticinese.
Segue l’elenco dei firmatari e delle firmatarie (riportato qui in fondo alla pagina)

In Svizzera è inconsueto che un governo cantonale decida di chiedere al Consiglio federale un cambiamento di rotta su argomenti di politica estera, materia trattata quasi esclusivamente da Consiglio Federale e Camere. A maggior ragione ha quindi suscitato sorpresa e interesse la lettera che il Consiglio di Stato del Canton Ticino ha scritto al Consiglio federale per chiedere un radicale cambiamento di rotta sulla tragedia umanitaria in corso a Gaza. Nella nota si sollecita una chiara e decisa condanna della Confederazione nei confronti del governo di Benjamin Netanyahu per le gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e le tragedie tuttora in corso nell’enclave palestinese, chiedendone l’immediata interruzione.

Mentre alcune città svizzere (ieri anche Lugano) si sono già rivolte al governo federale con la stessa richiesta, il Ticino è il primo e finora unico cantone svizzero a prendere una simile iniziativa, che arriva addirittura a chiedere maggiore “coraggio” al Consiglio federale, indicando una serie di richieste tutte volte a restituire alla Svizzera il suo “tradizionale impegno” nella denuncia della violazione dei diritti umani. Un documento duro nel tono, molto chiaro nella sostanza politica, che inevitabilmente chiama in causa soprattutto il responsabile della diplomazia elvetica, Ignazio Cassis, da più parti rimproverato negli scorsi mesi per il suo prolungato e incomprensibile silenzio.

Dell’iniziativa del governo cantonale abbiamo discusso con la Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti.

Situazione umanitaria in Palestina: appello al Consiglio federale

Il Consiglio di Stato ha inviato oggi una lettera al Consiglio federale in relazione alla situazione umanitaria in Palestina. La richiesta è che la Svizzera assuma una posizione di condanna nei confronti delle violazioni del diritto internazionale umanitario, commesse dalle forze armate dello Stato di Israele nell’ambito dell’occupazione della Striscia di Gaza.

Il Ticino, come il resto del mondo, sta assistendo al progressivo deterioramento della situazione umanitaria in Palestina, divenuta da tempo insostenibile. Il Governo ticinese ritiene che gli sforzi attuati dalla Svizzera a protezione della popolazione di Gaza siano insufficienti e che sia giunta l’ora che la Svizzera assuma una chiara e coraggiosa posizione di condanna nei confronti dell’occupazione israeliana e delle violazioni del diritto internazionale umanitario, onorando così la tradizione umanitaria elvetica, come esplicitato anche dall’articolo 54 della Costituzione federale, e soprattutto dalla sua responsabilità di Paese depositario delle Convenzioni di Ginevra.

Nel dettaglio, la lettera del Consiglio di Stato ticinese chiede che il Consiglio federale, senza ulteriori indugi:

  • si adoperi per favorire una pace duratura in Medio Oriente basata sul dialogo;
  • faccia in modo che siano garantiti tutti gli sforzi diplomatici affinché venga ristabilito urgentemente il rispetto del diritto umanitario internazionale;
  • condanni in modo chiaro e inequivocabile le gravissime e reiterate violazioni del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario commesse nella Striscia di Gaza dal Governo dello Stato di Israele, ribadendo la necessità di una liberazione immediata di tutti gli ostaggi israeliani ancora detenuti da Hamas;
  • operi perché siano garantiti l’immediata distribuzione e l’accesso agli aiuti umanitari alla popolazione civile di Gaza attraverso il CICR e le organizzazioni internazionali riconosciute e i canali consueti in ottemperanza alle Convenzioni vigenti, ed evitando qualsivoglia politicizzazione dell’aiuto umanitario.

Elenco dei firmatari e delle firmatarie al 3 giugno, ore 9.00

Barbara A Marca, Giacomo A Marca, Gianna A Marca, Martina A Marca, Andrea Flavio Orsino Abächerli, Roberta Acunzoli, Elia Agostinetti, Massimo Agustoni, Giuseppe Aieta, Elizabet Ak, Christian Albeverio, Renata Albisetti, Simona Albisetti, Sara Alcantara, Valentina Alfaro, Fabrizio Alippi, Alessio Aliprandi, Silva Allevi, Carla Allio Bonacina, Daniele Alves Barreiro, Paola Amado, Michele Amarca, Corrado Amato, Giorgio Ambrosetti, Maria Pia Ambrosetti, Lino Ambrosini, Elisabeth Ambuehl, Carlo Ammann, Federico Anastasi, Ilaria Anastasi, Sandra Ancarola, Fiorenzo Andreoletti, Emanuela Andreoli, Maria Anna Anfuso, Milena Angeloni, Joerger Annamaria, Dario Antognini, Luciana Antognini, Piero Antognini, Ilaria Antognoli, Battaini Antonella, Franziska Antonioli, Alessandra Ardia, Sandra Armati, Sarina Armati, Gabriella Arrighi, Arnoldo Arrigoni, Mauro Arrigoni, Marinella Assandri Longoni, Domingo Aviles, Daniela Avilés-Nani, Anthony Azzopardi, Antonella Baciocchi, Chiara Badesso, Isa Baggi, Michele Bagutti, Sara Bagutti, Yahya Hassan Bajwa, Roberta Baldini, Roberto Baldoni, Samuele Baldoni, Valerio Baldoni, Stefania Balducci Hirschi, Pierluigi Ballarini, Aldo Balmelli, Eliane Balmelli, Katia Balmelli, Patrizia Balmelli, Simone Balmelli, Giovan Battista Barabino, Giampaolo Baragiola, Evelina Baranzini, Laura Barba Schlegel, Paolo Barberis, Tiziana Barbieri Ferrante, Doris Barchi, Maura Bardelli-Pellanda, Martino Barella, Ruth Agatha Barella, Norma Bargetzi, Martina Baroni, Nadia Barrera, Isabella Baruscotti Grissa, Raffaella Bassetti, Giovanni Bassi, Sara Bassi, Yascin Basso, Anna Bauer, Claudia Beffa, Mary Beffa, Maria Bellicini, Matteo Bellinelli, Anastasia Belometti, Claudia Belotti Jmas, Maria Beltrametti, Nicola Beltrami, Rita Beltrami, Andrea Beltraminelli, Chiara Rosa Benedetti, Cristina Benedetti, Luigi Beneggi, Beatrice Benzi, Aldo Benzoni, Dalila Benzoni, Daniela Benzoni, Giovanni Benzoni, Patrizia Beretta, Marina Bernardo Ciddio, Antonella Bernasconi, Aurelio Bernasconi, Barbara Bernasconi, Carlo Bernasconi, Cecilia Bernasconi, Elena Bernasconi, Gianpiero Bernasconi, Lilith Bernasconi, Loredana Bernasconi, Marco Bernasconi, Mariapia Bernasconi, Mauro Bernasconi, Minea Bernasconi, Naima Bernasconi, Paolo Bernasconi, Sandra Bernasconi, Tiziana Bernasconi, Francesca Bernasconi Bedulli, Guenda Bernegger, Sandra Bersacola, Laura Bertini, Jean Bérubé, Alessandra Bérubé Casella, Manuels Berva, Enrico Besana, Graziano Besana, Tea Besana, Barbara Bettelini, Davide Bettelini, Daiana Betti, Marisa Biaggi, Caterina Bianchi, Clelia Bianchi, Francesca Bianchi, Grazia Bianchi, Roberto Bianchi, Rocco Bianchi, Rossella Bianchi, Gabriella Bianchi Micheli, Anna Bianchi Streit, Alessandro Bianconi, Pierpaolo Bianda, Elisa Bignamini, Fabrizia Bignasca, Tatiana Birolini, Anna Biscossa, Bianca Bizzotto, Veronica Blanco Taddei, Arno Blaschitz, Tatjana Böhm, Oskar Boldre, Ernesto Bolliger, Rock Bolombo, Nadia Bonsaver Bertoli, Antonella Bonzanigo, Rocco Bonzanigo, Lara Bordogna, Emilia Bordoli, Gianni Bordoli, Maurizio Borelli, Vincenzo Born, Yves Born, Brenda Borradori, Fiorella Boscari, Alessandro Boschetti, Antonia Boschetti, Samanta Bosco, Monique Bosco-Von Allmen, Gaia Bossi, Nadia Bossi, Irene Botta, Matteo Bottinelli, Ornella Bottinelli, Paola Bottoni, Samantha Bourgoin, Martine Bouvier Gallacchi, Micol Boyer, Consuelo Boyer Copis, Giulia Bozzoli, Daniela Bracelli Valli, Carlo Branca, Claude-Andrée Branca, Federica Branca-Masa, Lia Branda, Natalia Branda, Bea Brander Clessen, Christian Brassel, Lejla Brbutovic, Fabio Breda, Beatrice Brenni, Fiorella Brenni, Marco Briccola, Serena Britos, Patrizio Broggi, Daniela Broggini, Lorenzo Bronz, Anna Brunati, Ada Bruni, Franco Ferruccio Alfredo Bruni, Alex Brunner, Magda Bteibet, Jennifer Buchli, Flavio Budel, Paola Budel, Isolde Buerkle, Paolo Buletti, Francesco Buloncelli, Linda Buscemi, Marco Buscemi, Giulio Busetto, Daniela Butti Ferril, Davide Buzzi, Matteo Buzzi, Domenica Cacciabue, Raffaella Cadra Pezzini, Ferruccio Cainero, Daniele Caldelari, Giancarla Calitri, Giorgio Calvi, Antonia Cambin, Nicola Campari, Marialuisa Campari Vella, Fabio Campigotto, Elena Camponovo, Jared Camponovo, Alberto Canali, Simonetta Candolfi, Liliana Canetti, Sergio Canonica, Giorgio Canova, Valeria Canova, Marco Canuti, Michele Caola, Patrizia Caola, Samuele Caola, Laura Carattini, Agata Carloni, Massimo Carmellini, Ateo Carobbio, Maria Elena Carobbio, Raffaella Carobbio, Stefania Carobbio, Elena Caron Biaggi, Filomena Carparelli, Daniela Carrara, Antoine Casabianca, Linda Casagrande, Mara Casagrande, Fabio Casanova, Gianni Casanova, Sonja Casanova, Debora Casari Marcoli, Matilde Casasopra Bonaglia, Lucia Casella, Cristina Casellini, Francesca Casellini, Nadia Casellini, Emida Caspani, Mirko Cassai, Silvana Castelanelli, Ileana Castelletti, Claudia Castelli Cavadini, Francesca Castioni, Gabriele Castioni, Lorenza Castioni, Nicola Catenazzi, Rita Catikoglu, Nico Cattaneo, Danilo Catti, Juliette Catti, Emma Cavadini, Fabiano Cavadini, Francesca Cavadini, Valentina Cavadini, Claudia Cavadini Magni, Franco Cavani, Yeliz Celik, Paola Celio, Francesca Cellina, Agar Ceppi, Fabrizio Ceppi, Maria Silva Ceppi, Sonia Ceppi, Giovanni Cereghetti, Iva Cereghetti, Lorena Cereghetti, Renato Cereghetti, Sofia Cereghetti, Matteo Ceresa, Sara Cericola, Caterina Cerri, Maurizo Cerri, Olmo Cerri, Isabella Charbon, Silvana Charbon, Jihad Chebaro, Cornelio Cheda, Sara Cheda, Azzolino Chiappini, Massimo Chiaruttini, Maurizio Chiaruttini, Fabio Chierichetti, Mohammed Chreih, Dagma Christen Ognibene, Mariadele Christe-Pedrazzi, Giulia Cilla, Cristiana Cimasoni, Michela Cimasoni, Daria Ciocco, Stefania Clerici, Mary Codiroli, Vittoria Codispoti, Fausta Cognone, Maria Giovanna Colatrella, Margherita Coldesina, Jean-Claude Colla, Claudia Collu, Anna Colombo, Christine Conconi, Mario Conforti, Annamaria Conforto, Andrea Conrad, Paola Consonni Ottardi, Mila Contestabile, Alessia Convertini, Giada Copis, Andrea Coratelli, Maurizia Corsi, Saskia Cortesi, Sarya Coskun, Omar Cossi, Marisa Cotti, Maria Grazia Cremonesi, Aldina Crespi, Giangi Cretti, Sonja Crivelli, Gabriella Crivelli Guglielmetti, Michela Cropano, Cristina Curatolo, Nereide Curreri, Giovanni Cutruzzolà, Ilaria Da Rocha, Leonardo Da Vinci, Germana Dadò, Claudia Dalessi Pinana, Alberto Dallacasa, Luca Danbzi, Lucia D’antino Martinoni, Duccio Danzi, Massimo Danzi, Ayla Dautovic, Diego Davanzo, Carmen David, Gottardo Dazio, Oppy De Bernardo, Luna De Biasi, Antonio De Bitonti, Nicoletta De Carli, Giorgio De Falco, Sara De Fazio, Claudia De Gasparo, Giuseppe De Giacomi, Franco De Gottardi, Fabio De Luca, Isa De Luca, Flora De Maria, Raffaele De Rosa, Raffaele De Simone, Claudio De Stoppani, Danilo Degiorgi, Patrizia Degiovannini, Sandro Degiovannini, Vittorio Degli Antoni, Michaela Deiss, Flavio Del Fante, Maddalena Del Giudice, Christina Del Prete, Daniela Delco, Paola Delcò, Prisca Delco Barenco, Michela Delco’petralli, Cristina Della Santa, Giona Dellagana, Mattia Dellagana, Stefano Dell’orto, Siro Delmano, Daniela Delmenico, Milena Delorenzi, Claudia Deluigi, Yannick Demaria, Elda Demarta, Mürvet Demma, Tamara Deon, Tania Derada, Chiara Deschenaux, Valeria Deschenaux, Emanuela Deserto Toni Ancona, Katia Dessi, Francesca Destefani, Giorgio Destefani, Costanza Devoto, A. Di Corrado, Gioele Di Lernia, Ilaria Di Lernia, Barbara Di Marco, Romina Di Matteo, Gabriella Di Nicola, Annalisa Di Rienzo, Carmelo Díaz Del Moral, Monique Diday, Cipriano Diem, Giancarlo Dionisio, Daniel Dolci, Serena Dolci, Rosa Domeniconi, Roberta Domenigoni, Sandro Donadini, Giorgio Donati, Laura Donati, Lara Donno, Sheila Dotta, Elisabeth Dova, Renata Dozio Bernasconi, Sabrina Droz, Nathalie Dueri, Françoise Dülli-Quadri, Sabrina Ehrismann, Noor El Sangedy, Sara El-Husseini, Siro Fadini, Emiliano Falardi, Gianfranca Faoro, Zaira Fasani-Snozzi, Patrizia Favalli, Milena Favaro, Barbara Favoni, Michael Fehr, Lisa Felicioni, Doris Femminis, Piermario Fenaroli, Patrizio Fenini, Samya Fennich Andreoletti, Carlo Ferracin, Amalia Ferrari, Carla Ferrari, Fabrizia Ferrari, Francesca Ferrari, Gabriella Ferrari, Giorgio Ferrari, Lilia Ferrari, Luca Ferrari, Michela Ferrari, Monica Ferrari, Paola Ferrari, Tatiana Ferrari, Norma Ferrari Conconi, Elena Ferrari Pini, Carla Ferrario, Sarah Ferraro, Laura Ferrazzini, Debora Ferrazzo, Claudio Ferretti, Enrico Ferretti, Nicola Ferretti, Patrizia Ferretti-Induni, Lucia Fettolini, Derek Ficocelli, Sofia Fieni, Luisa Figini, Flavia Filippini, Olivia Filippini, Silvia Finali, Sara Flagiello, Tommy Fluri, Simona Foletta, Lisa Foletti, Mara Folini, Anna Maria Fontana, Elvira Fontana, Letizia Fontana, Anna Fonti, Liù Fornara, Luca Fornera, Christian Fortunato, Carla Franchini, Giorgia Franchini, Victoria Franco Cabrera Grütter, Sabina Fratini, Maya Fuchs, Eleonora Fumagalli, Egidio Fumasoli, Gemma Fumasoli, Beat Furrer, Giulio Gadola, Rosilde Gadola, Claudio Gaffuri, Erica Galante Bettosini, Carol Galbusera, Patrizia Galetti, Gabriella Galfetti, Marco Galli, Paolo Galliciotti, Graziella Gamboni, Roberta Gandolfi Vellucci, Monica Garbani-Nerini Porta, Cynthia Garcia, Elisa Gardini, Elisabetta Garobbio, Gianfranco Garobbio, Cecilia Garzoli, Silvana Gatti, Wanda Gatti, Françoise Gehring, Jenny Gehringer, Enrico Geiler, Delta Geiler Caroli, Pasquale Genasci, Alessandra Genini, Eleonora Genini, Martina Genovese, Roberto Genovese, Hur Gent, Moreno Gervasoni, Massimo Gezzi, Manuela Ghezzi, Franco Ghielmetti, Enea Ghielmini, Rocco Ghielmini, Silvia Ghielmini, Zora Ghielmini, Gabriele Ghirlanda, Rita Giacchetto, Laura Giambonini, Monica Giambonini, Luca Giammatteo, Patrizia Giani, Abigail Gianinazzi, Alberto Gianinazzi, Nicola Gianinazzi, Leandro Gianini, Maria Rosaria Gianini, Tiziano Gianocca, Lorena Gianolli, Annetta Gianotti, Beatrice Gianotti, Luisa Giavazzi, Chantal Giavera Buccilli, Olivier Gié, Anna Gilardi, Piero Gilardi, Diego Gilardoni, Donatella Gilardoni, Prisca Giovanettina, Andrea Giovannini, Pietro Giovannoli, Francesca Gisimondo, Rike Gith, Simone Giudice, Linda Giudicetti, Mattea Giudicetti, Serena Giudicetti, Francesco Giudici, Catherine Gläser Tibiletti, Mariapia Silva Gonzato, Franco Gotta, Barbara Graf, Xavier Grandi, Ambrogio Grassi, Davide Grassi, Elisa Graziano, Mascia Gregori Al-Barafi, Spartaco Greppi, Rosa Grünenfelder, Silvan Micha Grütter, Paola Guarino, Gabriele Gubler, Andreas Gubser, Olivia Gubser, Mariam Guccione, Franco Guerini, Milena Guerra Ombelli, Maria Guerra Pirisi, Claudia Guggiari, Michele Guggiari, Aurora Guggisberg, Grazia Guidinetti, Emese Gulácsi, Ramona Günther, Laura Guscetti, Matteo Guscetti, Tatiana Gusmani, Jasmin Gygax, Jacqueline Marie Haener, Sara Haeuptli Nguyen Trinh, Paolo Hägler, Thomas Heinrich, Rossana Helbling Garzoni, Johannes Heller, Werner Herger, Camilla Hernandez Pita, Susanne Herzig, Sabrina Hilpisch, Michele Hiltbrand, Maria Elena Hoballah, Matteo Hoderas, Cäcilia Hoff, Chantal Hoff, Giorgia Holecz, Marialaura Holecz, Valentina Holecz, Alexandra Holenstein, Matteo Huber, Rachele Huber, Stefanie Hutz, Salvatore Iacono, Tiziana Iametti, Rabab Ibrahim, Giusi Imberti, Eric Imperadore, Maria Grazia Indemini, Laura Inderwildi Bonivento, Marzio Insermini, Maria Invernizzi, Sara Invernizzi, Cristina Ippolito Pisano, Cristina Izard, Annalisa Izzo, Nicole Jaccard, Paolo Jacomelli, Emina Jasarevic, Fabrizio Jauch, Marino Jauch, Sylvie Jeanguenat Chreih, Pablo Jörg, Alice Jorio, Lisa Jorio, Avril Jouanny-Morandi, Lia Jubin, Sonia Juretic Sergi, Monica Juri Ferrazzini, Carla Jurietti, Jvan Jurietti, Tiziana Jurietti, Pierre Kaygin, Ute Kettler, Yamna Khennouf, Mat Kilcher, Sandra Killer, Meryem Kiskanc, Ray Knobel, Claudine Koenig Masserini, Murat Kopkin, Emilio Kronauer, Sheryl Kroschel, Erica Küng, Cristiana La Gioia, Fabia Labouret, Paolo Laffranchi, Claudia Lafranchi, Silvia Lafranchi, Debora Lafranchi Petraglio, Paolo Lago, Antonella Lalli, Mauro Lancianesi, Consuelo Lang, Marianne Lang Meier, Giovanna Lanini Noseda, Aurelio Lanzi, Christina Laubi, Deborah Laudato, Pia Laurenti, Nicola Lavigna, Nick Leaf, Sandro Leggeri, Christoph Lehmann, Ivana Leoni, Karin Leoni, Tina Leoni Joye, Carlo Lepori, Chiara Lepori, Flavio Lepori, Francesca Lepori, Katia Lepori, Martino Lepori, Olivia Lepori, Rolando Lepori, Silvia Lesina Martinelli, Giuliano Lippmann, Cecilia Liveriero Lavelli, Chantal Livi, Silvia Locatelli, Daniela Loeffel, Ava Fiorenza Natalia Loiacono, Simona Lorenzetti, Edy Losa, Isabel Losa, Luca Losa, Maricarmen Losa, Willy Lubrini, Nikla Lucchini, Paolo Lucchini, Ivan Lucini, Alessandro Luisoni, Arno Lunghi, Nancy Lunghi, Erica Luppi, Angelo Lurati, Monica Lurati, Simone Lurati, Cosetta Maccagni, Gabriele Macconi, Sabrina Macduff, Francesca Machado, Paola Maeusli-Pellegatta, Romina Maffeis Riva, Tito Maffioretti, Manuela Maffongelli, Maria Clara Magni Eggenschwiler, Sandro Mahler, Stefania Maina, Rita Maione, Mohamad Majed, Lara Majek, Rahel Majek, Margarita Maklaj, Annamaria Malacrida Leone, Ines Mancini, Fabrizio Mangili, Daniela Mannu, Gilda Mantegani, Patrizia Mantegazza, Franziska Manzoni, Martina Manzoni, Paola Mapelli, Christian Marazzi, Monica Marazzi, Cristina Marazzi Savoldelli, Daniela Marcacci, Marco Marcacci, Enzo Marchesi, Lisa Marchesi, Consuelo Marcoli, Massimo Marcoli, Marco Marcozzi, Tania Marcozzi, Giuseppe Margnetti, Valeria Margnetti, Cosima Marguccio, Francesca Mariani Arcobello, Marina Mariano, Vera Marinoni, Valentina Marioni, Cristina Marioni Quadri, Fabio Maroni, Floriano Martinaglia, Raffaello Martinaglia, Simonetta Martini, Maria Sole Martini Giovannoli, Simona Martinoli, Fabio Martinoni, Manuela Martinoni, Milena Martinoni, Sandra Martinoni, Gabriela Marty, Claudine Marty Balmelli, Francesca Marty Mchauru, Giuseppe Marzagalli, Paolo Masera, Guido Maspoli, Elia Masullo, Geraldine Masullo, Camilla Matasci, Nadia Maternini Bernaschina, Luigi Mattea, Cristina Mattei, Claudia Matter, Willi Maurer, Kathy Mauri, Massimo Mazzi-Damotti, Niccolò Mazzi-Damotti, Biancamaria Mazzucchelli, Paolo Mazzuchelli, Pietro Mecozzi, Vasco Medici, Loredana Medolago, Clemens Meier, Giulia Meier, Giulia Melandri, Sabrina Melek, Giorgio Meneghetti, Valeria Menghini, Marisa Mengotti, Alessandra Meniconzi, Daniele Menotti, Artur Mercadante, Fanny Merker, Barbara Messi, Anna Maria Messina, Francesco Messina, Pamela Messina, Stefano Micheli, Floriana Michitti, Isabella Mie, Oliviero Milani, Carlo Mina, Marco Mina, Silvia Mina, Maria Laura Mineo, Renato Minoli, Ivan Miozzari, Ivano Moccia, Franca Modolo, Nabila Mokrani, Marco Molinari, Francesca Molo, Myriam Molone, Carla Monachesi Schneider, Daria Mondia, Didier Mondoloni, Michela Mondoloni, Parravicini Monica, Elda Montiglia, Sergio Montorfani, Martina Morandi, Manuela Morelli, Natascia Morenzoni, Nausikaa Morenzoni, Fiorenza Moresi, Gianni Moresi, Marilena Moretti, Tiziano Moretti, Sandra Morini, Cinzia Moro, Sandra Moser, Lorenza Mossi, Cornelia Mueller, Daniela Mueller, Angela Muggiasca Pestoni, Laurence Müller, Natascia Muraca, Daniela Muri, Ambra Musto, Ivana Nart Rafele, Anita Naumova, Anna Maria Nava, Giancarlo Nava, Roberto Negro, Lucio Nesta, Cazzaniga Nicla, Paul Nicol, Paola Nodari, Marco Noi, Margherita Noseda, Ciril Noto, Andrea Ognibene, Sebi Oliveri, Agata Oppizzi, Paolo Oppizzi, Sharon Opreni, Paolo Ortelli, Raffaella Ortelli Spinedi, Marcello Ostinelli, Laura Ostini, Sonia Ostini, Patrizia Ott, Emma Ottardi, Flavio Ottardi, Francesca Pacelli, Lucia Paganetti, Isabel Paghera, Sejla Pagnamenta, Andrea Palazzi, Elisabetta Pallavicini, Simona Palumbo, Vittorio Panicara, Elisabetta Paparelli, Michele Passardi, Luisa Pedotti, Katia Pedrazzi, Carla Pedrina, Elisa Pedrina, Luca Pedrini, Roberta Pedrini, Lucia Pedrini-Stanga, Flavia Pedrioli, Nicoletta Peduzzi, Elena Pellanda, Federica Pellegri, Nadya Pellegrini, Roberto Pellegrini, Raffaele Pelloni, Emilia Pennella, Sonia Perez, Martina Perone, Fabien Perrochon, Manuela Perucchi, Filippo Pescia, Marzio Pescia, Riccardo Pescia, Fabian Pesenti, Anna Pessina, Donatella Pessina, Alberto Petraglio, Malinka Petrovic, Paola Pfister, Irene Pianetti, Sandro Pianetti, Elda Pianezzi, Gabriella Pianezzi, Anna Pianezzola Emery, Flavia Piattini, Chiara Piazza, Daniele Piazza, Fabiano Piazza, Giovanni Pierobon, Giuseppe Pietramale, Guido Piezzi, Adriana Piffaretti, Dolores Piffaretti, Gabriele Piffaretti, Oliviero Piffaretti, Paola Piffaretti, Alessandra Pilloni, Riccardo Pin, Marie Luisa Pinazza Galal, Leila Pinesi-Bertozzi, Maria Piovan – Vegezzi, Francesco Pisano, Antonia Pizzelli, Piera Pizzelli, Luca Pizzetti, Maria Luisa Pizzo, Vera Podpecan, Greta Poglia, Fulvio Poletti, Maria-Luisa Polli, Fausto Pollini, Francesca Pompeo, Laura Pompeo, Valentina Pompeo, Ester Pontarolo, Sonia Ponte, Emma Ponzio, Paolo Ponzio, Lorenzo Alberto Pool, Olimpia Pool, Alice Poretti, Licia Poretti, Sandra Porta Sargenti, Omar Pozzi, Anita Prato, Diana Primavesi, Marco Primavesi, Catia Probst, Simona Procacci, Sebastiano Pron, Paola Pronini Medici, Livia Pucciarelli, Alessandro Pusceddu, Eliana Pusterla Gianantonio, Ilaria Quadranti, Claudia Quadri, Geo Quadri, Irene Quadri, Liun Quadri, Lorenza Quadri, Paola Quadri, Raffaella Quadri, Alan Quaglieri, Alfredo Quarta, Silvia Quarta, Manuela Rabaglio, Mladenka Radic, Diego Raffa, Elisabetta Rai, Licia Raimondi, Nerlep Rana, Gabriella Ranzanici, Michela Rapp, Yann Ravina, Luca Realini, Jacopo Regazzoni, Vanna Regazzoni, Angela Rei Buob, Perrine Renard, Johann Giovanni Rengucci, Lorena Respini, Michela Restori-Sangiorgio, Elisa Revolon, Andrea Rezzonico, Carlo Rezzonico, Lea Rezzonico, Carla Rezzonico Berri, Peter Ribi, Brunella Ricci, Vincenzo Ricciardi, Davide Righenzi, Silvia Righenzi, Emma Righini, Angelo Rigoli, Renzo Rigotti, Paola Rinaldi, Alessandra Ripamonti, Enzo Ritter, Elsa Riva, Gianna Riva, Marzia Riva, Virna Rizzi, Andrea Emilio Rizzoli, Barbara Robbiani Sacchi, Cristina Robbuani, Giotto Roberti, Mirka Roberti Buffi, Sara Rod, Ygor Romagna, Annick Romanski, Luigi Romeo, Noè Romerio, Giovanna Roncoroni, Sonia Roncoroni, Roberta Rosciani, Francine Rosenbaum, Marco Rossi, Martino Rossi, Nicole Rossi, Sergio Rossi, Silvia Rossi, Svetlana Rossi, Rosa Rossi Mauri, Renzo Rota, Sara Rota Romagna, Sara Rotilio, Franco Rotta, Elena Rotta Duca, Martino Roveda, Marco Rudin, Sofia Ruggia, Franco Ruinelli, Maria Ruotolo Fior, Fausto Rusconi, Reto Rusconi, Lorenza Rusconi-Kyburz, Danele Ryser, Cifarelli Sabrina, Sevim Sahinbas, Silvana Saitta, Eleonora Sala, Gabriel Salazar, Ester Sanchez Hernando, Isabella Sanfelice, Myriam Sannitz, Gabriella Santi Lopez Diaz, Renata Santini, Concetta Santoli, Paola Sardi, Anna Sartori, Noah Sartori, Paolo Sartori, Beppe Savary-Borioli, Davide Savoldelli, Chantal Scala, Leonardo Scala, Michele Scala, Pablo Scala, Mar Sch, Peter Schamberger, Sonia Scheibner, Valentina Schenkel, Barbara Schepis Muntaner, Manuela Scheurer, Patrizia Schibler-Pervangher, Manuela Schmid, Piero Schmid, Simone Schmid, Mattias Schmidt, Markus Schnyder, Monica Schumann, Cornelia Schuppisser, Brigitte Schwarz, Claudia Schwarz, Avv. Isabel Schweri, Marilena Sciacca Donadeo, Anna Sciancalepore, Patrizia Scovazzi Benedetti, Margherita Seddio, Houaida Sekri, Maria Senerchia, Luisa Serandrei, Santo Sgrò, Saffia Shaukat, Gresa Shehu, Giordano Siegenthaler, Mauro Sigismondi, Annabell Silini, Cosma Simona, Pietro Simona, Rebecca Simona, Rezio Sisini, M Smith, Francesca Snider, Aldo Sofia, Monica Solari, Curzio Solcà, Marisa Solcà, Cecilia Soldari, Luisa Soldati, Myriam Soldati, Chiara Soldini, Donatella Soldini, Francesca Soldini, Manuela Soldini, Nicola Soldini, Giancarlo Sonzogni, Nicole Sordat, Mattia Sormani, Flavia Sorrentino, Renzo Spadino, Melissa Spadone, Cristiana Spinedi, Massimo Spinedi, Olmo Spinedi, Lorenza Spinelli, Luca Spinelli, R. Barbara Staempfli, Rony Staffieri, Colette Stäheli, Alex Starnini, Christian Staub, Willy Stebler, Paolo Stecchi, Eliana Steens, Cristina Steiger, Isabella Steiger, Linda Steiner, Miriam Storni Ceresa, Cristina Stroppini, Silvano Stroppini, Urs Strozzega Ricca, Marilena Studhalter, Leonardo Suardi, Sofia Suarez, Tiziana Suarez-Nani, Dea Süglün, Inrahim Süglün, Lisa Sulmoni, Margherita Sulmoni, Boris Sussegan, Joy Sussiga, Carla Süssli, Marlise Suter, Tania Taddei, Paola Taddei El Sangedy, Sophie Alexandra Taddeo, Naoko Takeda, Maria Grazia Talarico, Rosario Talarico, Miki Tallone, Tea Tamagni, Fausto Taminelli, Francesca Taminelli, Vicky Taragnoli, Fabrizio Tarolli, Margherita Tavarini, Roberto Terzaghi, Angela Tettamanti, Claudio Tettamanti, Simona Tettamanti, Mashamol Thengumtharayil, Elisabetta Thielen, Giorgio Thoeni, Luciana Thoeni, Federica Thoeny, Valerio Thoeny, Stefano Tibiletti, Lea Ticozzi, Pietro Ticozzi, Chiara Tidoni, Alessandro Tirelli, Rosa Tiryakian, Mike Toebbe, Mariagrazia Toffoletto, Raji Togni, Michele Tognina, Noè Tognina, Francesca Tognina Moretti, Antonella Tomaino, Adolfo Tomasini, Petra Tomasini, Silvano Toppi, Manuela Tornatore Sampaio, Dea Torrani, Emma Torrani, Yves Toutounghi, Luana Tozzini Paglia, Sabrina Traina, Lucilla Trapazzo, Simona Trerè, Daniela Trezzini, Giovanni Triaca, Vanja Tritten, Francesca Trivellin, Maria Cristina Trivellin, Giada Truaisch-Parmiani, Monica Tubio, Tanja Uboldi Ermani, Gianluca Ugolini, Sandro Ugolini, Jenny Urech, Aurelio Massimo Usel, Barbara Vago Ormachea, Massimo Valsangiacomo, Nelly Valsangiacomo, Scilla Valsangiacomo, Barbara Valsecchi, Gubler Vanessa, Michela Vanini, Fosca Vannini, Flavio Varini, Barbara Varone Barbero, Sandra Vasquez Ruiz Romano, Cuki Vassalli, Piergiorgo Vassalli, Rita Vassalli, Tatiana Vassos, Carmen Vaucher De La Croix, Fabio Velardi, Francesco Vella, Vanessa Vella, Adriano Venuti, Pepita Vera Conforti, Franca Verda Hunziker, Carlo Vergani, Jean-Pierre Vermes, Hidajete Veseli, Nicola Viglezio, Carla Vignoni, Laura Villa, Anna Vin Krannichfeldt, Loredana Virga, Viviana Viri, Lucia Visetti, Davide Vismara, Valentina Vitale, Stefania Vitiello, Loris Viviani, Maria Paola Viviani Schlein, Monika Wahli, Otto Weber, Eva Widmer, Kurt Widmer, Yvonne Willems Cavalli, Elvezio Zambelli, Alida Zanchi, Fabiana Zanchi, Laura Zanchi, Mauro Zanchi, Jamal Zandi, Demetrio Zanetti, Flavia Zanetti, Loredana Zanetti, Luana Zanetti, Prisca Zanetti Pozzi, Michela Zanni Gatto, Gabriella Zappa, Ivana Zeier, Rasima Zekan, Maria Luisa Zini, Erika Zippilli, Eugenio Zippilli, Fabio Zobi, Davide Zoccatelli, Sandra Zonca Aprile, Agnese Zucca, Ilaria Zucca, Antonio Zueger, Rolf Züger, Alberto Zumstein, Aldo Zwikirsch


Il naufragio della Medusa

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 

C’era una volta la Lega del Nano, quella del parla come mangi, antipolitica, a muso duro contro la casta (degli altri, perché la sua greppia guai a chi la toccava), senza timore riverenziale alcuno – di questo diamogliene atto. C’era una volta anche l’UDC, più istituzionale certo, ma comunque entro certi limiti pure lei antisistema, “di lotta e di governo” come recitava uno slogan che tanto piaceva alla sinistra d’antan, con da un secolo un piede e da un ventennio due in Consiglio federale e tutti gli altri fuori, ben piantati sulla Goldküste zurighese e nei sobborghi chimici di Ems (con diramazioni probabili in varie fondazioni e paradisi fiscali, ma tant’è).

C’era, appunto, perché al di là del fatto che ormai sono ambedue formazioni politiche consolidate, rappresentate in quasi tutti i consessi politici e consiglio-amministrativi della Svizzera l’UDC, del Ticino la Lega, le ultime circonvoluzioni balzate di recente agli onori della cronaca – le frizioni tra alleati a causa del veto-Zali, la mancata discussione a Lugano di una petizione firmata da oltre 7000 cittadini, l’assalto riuscito al CdA di AIL, l’annunciato arrocco storico in Consiglio di Stato… – lasciano perplessi. Perché puoi essere movimentista e contro tutto quello che vuoi, ma se sei il primo partito della Confederazione e, le due formazioni sommate, del Ticino, qualche obbligo istituzionale te lo devi assumere, qualche responsabilità per le decisioni prese e le loro conseguenze pure. Perché tutte queste vicende, che lo si voglia o no, oltre alla coerenza ideologica e la congruenza tra dire e fare, toccano temi importanti, come lo stato di diritto, la legalità di misure e decisioni, lo stato e il funzionamento delle nostre istituzioni e della nostra democrazia.

Tanto che viene da chiedersi se il movimentismo lega-democentrista, a parole anticasta, non sia in realtà diventato una semplice forma di sorveglianza più o meno metaforicamente armata da “buttafuori” contro le ingerenze esterne al potere conquistato e da “buttadentro” dei loro compagni di merenda in consigli d’amministrazione e alti quadri dirigenziali, pubblici o privati poco importa purché se magna (per non parlare delle stravaganti e per fortuna quasi subito abortite entrate in scena nel mondo sindacale).

“È una questione che va archiviata sotto la voce cadregopoli”, chioserebbe probabilmente il dapprima esponente della Lega e poi consigliere nazionale e presidente UDC Pierre Rusconi (la citazione è quella che fece a suo tempo riferendosi alla nascita della corrente del PLRT Idealiberale, i cui ex esponenti non guarda caso col tempo sono quasi tutti transumati in una delle due formazioni) osservando l’andazzo attuale dei suoi due ex partiti.

Incredibile ma vero, pure lo stile della comunicazione, malgrado alcune smargiassate che ricordano i bei tempi andati, sta assumendo i toni della peggior partitocrazia: “Non per la cadrega ma per agire”, titolava in aprile su La Regione l’attuale presidente UDC Piero Marchesi in un commento in cui difendeva le sue politiche e spiegava la crepe con l’alleato (segno dei mutati tempi, fino a poco tempo fa i democentristi spiegavano perché non erano come i leghisti, adesso sono questi a cercare di marcare la differenza); Gobbi-Zali «pienamente motivati e pronti a raccogliere nuove sfide», ha scritto domenica Lorenzo Quadri lasciando per un volta nel cassetto lo zio Bill.

Si parla insomma per rassicurare se stessi e i propri elettori e nascondere un vuoto pneumatico di idee e visioni – gli antichi progetti ormai sono impantanati da anni, se non addirittura dimenticati – oltre che le proprie contraddizioni e i propri fallimenti: 30 anni al Territorio con Borradori prima e Zali poi e i risultati li osserviamo, li digustiamo e li sopportiamo ogni giorno; 18 anni di Istituzioni con Gobbi e proprio il direttore-municipale-consigliere nazionale leghista afferma eufemisticamente che il dipartimento “naviga in acque agitate” (per le magagne e gli scandali del DI si legga un nostro articolo pubblicato proprio su Naufraghi).

Siamo entrati in una realtà alternativa, condita da un po’ di nostalgia canaglia in salsa leghista e da scimmiottature transalpine di marca democentrista, ma che poco, davvero poco, ha a che fare con la politica vera e, di conseguenza, con i problemi reali del Ticino e dei ticinesi.

Certo, la Lega è la Lega e l’UDC è l’UDC: la prima ha influenzato la politica ticinese per venti e più anni ed è ancora una discreta macchina da “acchiappavoti”, la seconda l’ha soppiantata nel suo ruolo almeno dall’ultimo lustro, ha risorse e un background proveniente d’oltre San Gottardo di primordine, ma come acchiappavoti lascia ancora abbastanza a desiderare – la capacità di parlare alla pancia delle persone non si improvvisa né si apprende facilmente.

Certo è possibile che l’azzardo, da vascello pirata come ha scritto Scarinci, funzioni; a noi tuttavia sembra piuttosto una disperata mossa da naufragio della Medusa, con i comandanti e i loro amici maggiorenti comunque al sicuro su confortevoli scialuppe di salvataggio e i “peones” stipati su una zattera di fortuna, con l’inespressa speranza che i primi, al contrario di quanto avvenuto nel lontano 1816, non decidano cinicamente di tranciare le funi che li tengono ancora legati assieme abbandonandoli a morte (politica) sicura. Ma questo neppure il Mago Otelma è in grado di predirlo.

Nell’immagine: inutile scomodare Géricault


Zali-Gobbi, Gali-Zobbi: aritmetica elementare

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 


Guerra o pace

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 

Lo scopo della buona politica è il benessere condiviso e, per giungervi, la missione di ogni governante dovrebbe essere l’esercizio della ragione (intesa come fiducia nella razionalità umana che orienta verso il meglio). Oggi è un’utopia: siamo circondati dall’irragionevolezza, da egoici irresponsabili, da narcisisti malefici, da turpi autocrati e aspiranti tali. La politica coincide con l’arroganza del potere che comanda e il vuoto morale è assoluto. A guardare i personaggi che popolano i vertici di parecchi governi, direi che i principi etici sono inversamente proporzionali alle loro brame.

Mi vien da pensare, e mi rivolgo ai devoti convinti, che il Padreterno, onnisciente fin che si vuole, un errore l’ha pure commesso: ha peccato di ottimismo concedendo agli umani il libero arbitrio. Gli umani troppe volte hanno usato la religione per benedire la guerra e non per consacrare la pacifica convivenza raccomandata dai Vangeli: il Dio invocato ha il colore della propria bandiera e baciare il rosario più che un atto di fede è un calcolo elettorale di bassa politica. Il “Gott mit uns” compariva sulle cinture dei soldati della Wehrmacht e le intenzioni non erano pacifiche. Recentemente il patriarca Cirillo I ha assicurato a Putin che l’Operazione speciale, ossia l’aggressione brutale di un popolo, è legittimata da Dio. Netanyahu, il criminale della mattanza di innocenti, è sollecitato da esponenti dell’ultradestra religiosa e dai coloni a insistere. Il ministro della Sicurezza Ben-Gvir alimenta l’odio, elogia la politica di sterminio, ritiene utile la deportazione dei palestinesi e raccomanda di “finire il lavoro”. Mi viene in mente l’abate cistercense Arnaud Amaury che nel 1209, nel Sud della Francia, incapace di distinguere fra eretici e buoni cristiani, consigliava di massacrarli tutti, senza distinzione: ci avrebbe poi pensato Dio, nell’aldilà, a separare i buoni dai cattivi.

Netanyahu, ottocento anni dopo, ha raccolto il consiglio: impossibile individuare quelli di Hamas e allora uccidiamoli tutti. L’ex premier israeliano Olmert non ha dubbi: siamo al cospetto di crimini di guerra.

A me, laico, razionalista cocciuto e di scarsa propensione alla fede, non resta che constatare che la selezione naturale della specie non contempla un pari sviluppo delle doti morali e del rispetto reciproco fra gli individui: sono state piuttosto l’aggressività e la legge del più forte a regolare le vicende umane. Dopo il 1945, i nostri predecessori cercarono di contenere la violenza e i conflitti latenti in una gabbia istituzionale fatta di regole e norme condivise: inventarono una serie di organismi internazionali, una legge internazionale, dei tribunali internazionali per regolare pacificamente le contese. Oggi tutto sta crollando e la violenza come strumento della politica ha ripreso il sopravvento: inutile dire che la ragione è ignota ai leader che fanno della prepotenza prevaricatrice la pratica quotidiana della loro azione (Putin, Netanyahu, Trump docent!) .

Il filosofo ci ammonisce: la pace non deve essere intesa come una pausa, una tregua momentanea e perfino innaturale che interrompe la normalità delle guerre. La pace deve essere un valore positivo fondato sul diritto, sulla giustizia, sulla libertà e sul rispetto reciproco (N. Bobbio, ‘Il problema della guerra e le vie della pace’, 1979). La pace deve essere la normalità e non l’eccezione.

Ma così non è: oggi sono i “valori divisivi” a imporsi nelle destre populiste che avanzano ovunque: universalità dei diritti e rispetto della dignità umana sono piuttosto fuori moda. L’immagine più orrenda, che condensa il peggio della degenerazione umana è Gaza: i palestinesi fatti a pezzi, mutilati, affamati in nome ci dicono i carnefici (Il governo israeliano e Hamas) di un futuro migliore. Altrettanto orrendi sono stati però il nostro silenzio e la nostra indifferenza. Il direttore del Cicr ci avverte: “La nostra umanità è in gioco: non potremo dire non lo sapevamo”. Non lo potremo dire noi e non lo potrà dire il governo svizzero che ha rifiutato parole definitive di condanna per chi brutalmente ha violato i diritti umani e la dignità delle persone: tanti cittadini, signor Cassis, si stanno vergognando.

Scritto per La Regione

Nell’immagine: il silenzio colpevole di chi non vuol vedere


Gaza tabula rasa

A quasi 30 anni dalla pubblicazione di “Scontro delle civiltà”, una profezia distopica sui problemi delle democrazie 

Di Laura Lucchini- Fabio Tonacci- Natasha Caragnano, La Repubblica

Come una macchia di sangue, il rosso che sulla mappa della Striscia di Gaza segnala la distruzione si è allargato fin quasi a coprirla tutta. Il 90 per cento, calcolano le agenzie delle Nazioni Unite. Il 70 per cento secondo altre fonti, ma con il 92 per cento della capacità abitativa annichilita. Dallo spazio, i satelliti fotografano una regione ridisegnata dalle bombe, che non assomiglia più a quella che era. E che mai ritornerà come prima.

Diciannove mesi di guerra, di missili, di mine piazzate dalle unità dei demolitori dell’esercito israeliano, di bulldozer che hanno spianato e continuano a spianare interi quartieri per farne zone cuscinetto dove si spara a vista, hanno modificato i connotati urbani e persino la morfologia di questi 361 chilometri quadrati di terra palestinese. E come una macchia di sangue, il rosso sulla mappa che Repubblica mostra, racconta anche le dimensioni del massacro di chi, prima, viveva nelle case che non ci sono più.

Non è solo la conseguenza della furiosa caccia a Hamas lanciata dal governo israeliano dopo il pogrom del 7 Ottobre (1.200 israeliani trucidati), bensì il risultato di un piano preciso, studiato a tavolino: ridurre la Striscia a un cratere inabitabile non più compatibile con la sopravvivenza. In nome della “vittoria totale e dell’eliminazione di Hamas”, come ripete Netanyahu, restringere dunque lo spazio vitale di 2 milioni di gazawi per portarli all’“emigrazione volontaria”. Il governo israeliano lo ha fatto capire, alcuni dei suoi ministri lo dicono esplicitamente.

Il piano appare in tutta la sua portata quando si guarda la Striscia dallo spazio, come fa il satellite Unosat, i cui dati sono serviti per le elaborazioni qui proposte. Immagini che dimostrano, in modo incontrovertibile, che il piano è quasi compiuto. Le demolizioni vanno avanti nella coda di una guerra ormai priva di qualsiasi senso militare o strategico.

Assorbito lo shock iniziale della mattanza ai kibbutz, il 10 ottobre 2023 lo Stato ebraico cinge d’assedio la Striscia mentre la sua aviazione ha già cominciato a sganciare bombe sugli edifici di Gaza City, la città più popolata e più colpita su cui si concentra la prima fase dell’offensiva militare per stanare i miliziani di Hamas. Nel giro di un mese il 12 per cento delle case è triturato in cumuli di macerie e intanto, il 26 ottobre, le truppe israeliane varcano il confine coi tank e con i bulldozer blindati per isolare Gaza City e separare il nord dal sud. Non è una mossa risolutiva. “Perché i terroristi sono fuggiti a Khan Younis e a Rafah”, spiega l’intelligence israeliana. Ed ecco che a cavallo tra il 2023 e il 2024 la pioggia di ferro arriva a sud.

La macchia rossa sulla mappa ora copre Al Nuseirat, Deir al Balah, Khan Yunis. Più di 245 mila palestinesi non hanno più una casa né un posto dove stare, il numero dei civili uccisi aumenta. La zona cuscinetto che già esiste lungo il recinto e che Israele ritiene la garanzia per impedire altre incursioni stile 7 Ottobre, si amplia: era profonda 500 metri, ora la vogliono di almeno 1000 metri, radendo al suolo ogni manufatto che occluda la vista alle sentinelle appostate sulle torri di osservazione. Sono presi di mira gli ospedali e le scuole che ospitano migliaia di famiglie, perché secondo l’esercito è lì che si nascondono gli uomini delle brigate al Qassam. Nella primavera 2024 Netanyahu dà ordine di invadere Rafah, l’ultimo angolo rimasto relativamente sicuro e dove nel frattempo si è rifugiato un milione di sfollati.

A gennaio di quest’anno è dichiarata una tregua che reggerà appena due mesi, ma permette a chi vive nelle tende nell’area di Al Mawasi di oltrepassare il Corridoio Netzarim e tornare in massa a nord, giusto il tempo per constatare di non avere più una casa. Nell’immediato futuro per loro ci sono ancora le tende.

Alla ripresa dei bombardamenti, decisa da Netanyahu nel mezzo delle trattative per arrivare al cessate il fuoco permanente, il piano di demolizione subisce persino un’accelerata, come si vede dai tanti filmati degli escavatori che buttano giù interi centri urbani e palazzine, soprattutto a Rafah, eletta suo malgrado a prima città cuscinetto: evacuata, vuota e isolata da un nuovo Corridoio militare, il Morag, che prende il nome della colonia israeliana che lì si trovava prima del ritiro deciso nel 2005. Accade contestualmente all’idea di Donald Trump di ricostruire la Striscia facendone la “riviera del Medio Oriente”, coi palestinesi invitati ad accomodarsi altrove. Di fatto, un progetto di pulizia etnica presentato come opportunità di sviluppo.

A maggio 2025 la macchia rossa, elaborata coi dati satellitari, ricopre più del 70 per cento della mappa, ma, a parere degli organismi dell’Onu, il livello della devastazione, tra palazzi cancellati, danneggiati o inabitabili, è persino superiore: intorno al 90 per cento. Un altro dato significativo: l’80 per cento della Striscia di Gaza non è più abitabile, perché dichiarato zona dichiarata militarizzata o zona sottoposta a ordine di evacuazione, secondo le Nazioni Unite. Le perdite umane hanno raggiunto i 53 mila morti, secondo le autorità locali palestinesi, più di 50 mila i bambini uccisi o feriti, secondo l’Unicef.

Ancora una volta, è dall’alto che si capiscono le cose. A Rafah i bulldozer avevano buttato giù gli edifici lungo il confine egiziano risparmiando i palazzi nel centro cittadino, ora sono penetrati nei quartieri, sgretolano case, scuole, moschee e hanno completato un anello di distruzione attorno a quel che resta della città. Lo dimostra il paragone delle immagini satellitari di zone centrali di Rafah scattate a ottobre 2023 e a maggio 2025. Una volta ci abitavano 170 mila palestinesi, ora ospita tre dei quattro centri di consegna del cibo, il nuovo sistema militarizzato di distribuzione degli aiuti umanitari che oltre ad essere insufficiente per 2 milioni di persone, spinge la popolazione verso sud, vicino al confine egiziano. La via di uscita. E anche questo fa parte del piano.

Nell’immagine: Elaborazione Repubblica dei dati United Nations Satellite Centre (UNOSAT) su piattaforma Esri – Maggio 2025.   In rosso la mappa della distruzione