Quel che resta d’Israele dopo l’orrore di Gaza

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

Ci sono date che si imprimono nella memoria collettiva per la potenza sconcertante e crudele di alcuni fatti e delle loro immagini di violenza e brutalità. La mattina del 7 ottobre 2023 quasi tutto il mondo, con qualche eccezione, ascoltava sgomento le notizie che filtravano dall’orrendo attacco di Hamas a Israele, considerato da tutti una fortezza militare inviolabile. Ferma condanna internazionale dell’attacco e doverosa solidarietà collettiva a sostegno del Paese colpito furono le reazioni immediate, mentre già emergeva la triste conta dei morti, circa 1200, a cui si aggiungevano 251 rapiti, vittime di un’efferatezza disarmante.

Oggi, a distanza di un anno e mezzo da questi fatti, Israele è diventato quasi uno “Stato paria” internazionale, contro cui si levano sempre più voci di sdegno verso un governo, quello israeliano, che sta progressivamente mettendo in atto non una legittima controreazione difensiva, ma una strage di civili inermi guidata da incerti obiettivi militari e ancor più imprecisati scopi politici. Oggi, davanti al popolo palestinese distrutto da bombardamenti continui e dalla fame, davanti a un primo ministro, Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità emesso a novembre 2024 dalla Corte Penale Internazionale, davanti alle inascoltate proteste internazionali e di molti israeliani stessi contro operazioni di guerra sproporzionate e promesse di tregua mai realizzate, la solidarietà a Israele inizia a sgretolarsi, così come la sua credibilità.

Come è possibile che nel giro di un anno e mezzo la situazione si sia capovolta? Le immagini dell’orrore di Gaza parlano chiare: i massacri di civili e i raid su scuole, campi profughi e ospedali hanno già provocato, secondo stime ancora da accertare e verosimilmente decisamente maggiori, almeno 54.000 vittime tra i palestinesi, tra cui oltre 20.000 bambini; quasi l’80% degli ospedali e delle strutture sanitarie è stato distrutto; secondo le Nazioni Unite più del 70% di tutti gli edifici che si trovano nella Striscia è stato danneggiato, e il 28% di essi ridotto in macerie; ancor peggio, il 93% della popolazione di Gaza vive in una situazione di crisi alimentare, di cui il 12% in condizioni di carestia a causa dell’embargo che da marzo a oggi ha permesso l’entrata di pochissimi aiuti. Voltando lo sguardo, in Cisgiordania, il governo di Tel Aviv ha appena annunciato la legalizzazione di 22 nuovi insediamenti, un’occupazione strisciante e illegale che sulla cartina spezza il territorio, distrugge ogni possibilità di realizzazione di uno Stato palestinese, e dunque annulla qualsivoglia rivendicazione di legittima sovranità. Tutto ciò mentre la fazione ultraortodossa e estremista al governo spinge sempre più a destra la leadership israeliana con una retorica violenta e polarizzante.

Nonostante la distrazione dell’Occidente, o la volontà di non mettere bene a fuoco, le agenzie dell’Onu, la Croce Rossa, le organizzazioni umanitarie che operano a Gaza, e per primo lo stesso papa Francesco, lanciavano già l’allarme: la catastrofe va fermata il prima possibile. In colpevole ritardo, adesso monta il dissenso internazionale: sempre più Stati, anche tra gli alleati occidentali tradizionali, per reazione alle atrocità di Gaza, protestano contro Israele e reclamano il riconoscimento dello Stato di Palestina. Aumentano le pressioni per interrompere gli accordi di associazione con Israele da parte dell’Unione Europea e c’è chi parla già di imporre sanzioni contro gli insediamenti in Cisgiordania e individuali contro ministri e funzionari israeliani coinvolti nella violazione dei diritti umani. La Conferenza di alto livello sulla soluzione dei due Stati, che Francia e Arabia Saudita ospiteranno alle Nazioni Unite il 17 giugno prossimo a New York, potrebbe persino lanciare un’iniziativa per il riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina. L’ultimo fattore fondamentale, il dilagare dell’antisemitismo in Occidente, con episodi di violenza che non distinguono tra colpire persone innocenti e condannare uno Stato per le crudeltà che commette.

È chiaro, dunque, il crescente isolamento di Tel Aviv che, sebbene non sembri in grado di fermare i piani del premier israeliano, riesce di certo a innervosire la dirigenza al governo. Anche l’Italia e le sue istituzioni si uniscono al coro di condanna, e le parole nette e forti arrivano da un uomo misurato come il nostro Presidente, Sergio Mattarella. Affermando nel suo più recente discorso pubblico che ridurre «alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani, è disumano», Mattarella ricorda a tutti noi che «i palestinesi hanno diritto al loro focolare entro confini certi».

Chiunque conosca la storia della nascita dello Stato di Israele sa che il termine “focolare” ha un significato molto forte: nel 1917 fu l’allora ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour a sottoscrivere, per conto del governo inglese al tempo molto più vicino agli ideali del sionismo politico, una dichiarazione rivolta ai rappresentanti della comunità ebraica nella quale si ponevano le basi per la creazione di una “casa”, un “focolare” appunto, per il popolo ebraico in Palestina. Il fatto che il Presidente ne ricordi la stessa necessità per il popolo palestinese è indispensabile oggi, anche per sollecitare il nostro governo che, tranne le eccezioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro della Difesa Guido Crosetto, appare ancora reticente sulle necessità assoluta di creare lo Stato palestinese. «Seminare sofferenza e rancore», sterminando una popolazione inerme, rischia di innescare una spirale di morte e radicalizzazione pericolosissima per il futuro della democrazia israeliana. Ci sono fatti che dovrebbero rimanere nella memoria collettiva come monito indelebile; purtroppo, facciamo ancora troppa fatica a riconoscerli.


Mosca per ora vuole tutto: ritiro degli ucraini e disarmo

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 

Di Sabato Angieri, il manifesto

Un’ora di colloquio, giusto il tempo di ricevere la lista di richieste russe e di concordare un nuovo scambio di prigionieri, bambini sequestrati e salme. Lo spiraglio per il cessate il fuoco tra Mosca e Kiev rimane aperto, ma l’attacco devastante alle basi dell’aeronautica russa della vigilia ha gettato da subito un’ombra ineluttabile sui colloqui. Per vedere davvero luce bisognerà attendere ancora molto e gli sviluppi della guerra sul campo ora sono appesi alle decisioni del Cremlino e alle prossime mosse degli 007 ucraini.

NEL PALAZZO CIRAGAN di Istanbul le stesse delegazioni che si erano viste il 16 maggio si sono incontrate ieri intorno alle 14 italiane. Da un lato il ministro della difesa di Zelensky, Umerov, dall’altro il consigliere di Putin, Medinsky. «Abbiamo presentato un memorandum molto dettagliato con le proposte di pace e i negoziatori di Kiev si sono impegnati a studiarlo», ha dichiarato la parte russa. «Il documento – ha sottolineato il capo-delegazione – consiste di due parti: la prima riguarda come raggiungere una pace vera e duratura e la seconda quali passi fare per rendere possibile un cessate il fuoco totale». Nella seconda parte si «prevede una certa variabilità, con la possibilità di prendere una via o un’altra».

Secondo le fonti anonime sentite dalle agenzie di stampa russe e europee, le due opzioni prevedono il ritiro completo di tutte le forze ucraine dalle quattro regioni parzialmente occupate (Lugansk, Donetksk, Zaporizhzhia, Kherson) oppure un accordo «a pacchetto» con una serie di condizioni variabili. Axios cita un funzionario ucraino che ha confermato la richiesta russa di «riconoscimento legale» del passaggio dei territori occupati a Mosca.

La Tass aggiunge che tra le richieste di Mosca vi sono l’interruzione «delle forniture di armi e del lavoro di intelligence dell’Occidente e chiede che l’Ucraina inizi la smobilitazione e il divieto di qualsiasi attività di Stati terzi sul territorio di Kiev».

SAPPIAMO che al centro delle richieste russe ci sono la neutralità e il disarmo ucraino da un lato e il mantenimento dei territori occupati dall’altro. Mosca vuole la certezza (formale) che l’Ucraina non sarà mai accolta nella Nato e che l’Alleanza interrompa la sua espansione intorno al territorio russo, sia in Europa dell’Est, sia nei paesi caucasici e asiatici un tempo parte dell’Urss.

Inoltre, ma queste potrebbero essere condizioni negoziabili, si chiede il disarmo quasi totale dell’esercito ucraino, con la riduzione degli effettivi a meno di centomila unità oltre all’interruzione delle forniture di armamenti occidentali e della produzione massiccia di armamenti e mezzi. Secondo la Tass, il Cremlino «suggerisce la conferma dello status dell’Ucraina come stato non dotato di armi nucleari, con l’esplicito divieto di schieramento delle armi nucleari sul suo territorio; il memorandum prevede il ripristino delle relazioni economiche con Kiev, a partire dalla riapertura dei canali di transito del gas russo».

MEDINSKY ha anche annunciato di aver proposto alla controparte una «tregua di due o tre giorni in alcuni settori del fronte», «lo scambio di tutti i prigionieri seriamente feriti o malati e di quelli sotto i 25 anni di età», che secondo Zelensky dovrebbero essere circa mille, oltre alla consegna delle «salme di seimila soldati ucraini caduti». Mosca sostiene inoltre di aver ricevuto una lista di «339 nomi» di minori da riportare in Ucraina, ma respinge le accuse di deportazione illegale (le stesse che sono costate a Putin il mandato d’arresto da parte della Corte penale internazionale).

«Questi bambini non sono stati rapiti da nessuno. Ci sono bambini salvati dai nostri soldati a costo della loro vita e stiamo cercando i genitori, e se i genitori si presentano li riportiamo indietro», ha obiettato Medinsky.

Finora i fedelissimi di Putin hanno dichiarato che non accetteranno la presenza di nessuna coalizione europea a garanzia il cessate il fuoco, arrivando spesso allo scontro verbale dalla distanza con il presidente francese Macron e il premier britannico Starmer. Quest’ultimo, in occasione della presentazione del nuovo piano di difesa strategica di Londra per i prossimi 10 anni, ha rotto gli indugi dichiarando pubblicamente che la Russia è «una minaccia reale» per il Regno unito.

«Sono molto attento alla minaccia continua, che si tratti della guerra in Ucraina o di minacce più ampie» afferma l’inquilino di Downing street, prima di ribadire, come già fatto in passato, che «il modo migliore per dissuadere un conflitto è prepararsi ad affrontarlo».

VOLODYMYR ZELENSKY ha invitato Donald Trumpo a introdurre sanzioni senza precedenti contro la Russia per «costringerla» a un cessate il fuoco. «Ci aspettiamo davvero che Trump adotti misure forti. Ci aspettiamo che sostenga le sanzioni per costringere la Russia a porre fine alla guerra, o almeno a passare alla prima fase, ovvero il cessate il fuoco». In ogni caso Mosca ha nuovamente rifiutato il piano proposto dalla controparte per un cessate il fuoco preliminare di trenta giorni.

Nell’immagine: Il tavolo negoziale di Istanbul


Le quattro vere sfide per salvare l’Unione Europea

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 

Di Tommaso Nannicini, La Stampa

Da tempo, almeno da quando il declino della politica e dei partiti di massa ha impoverito il dibattito pubblico, schiacciandolo sul presente, le Considerazioni Finali del governatore della Banca d’Italia sono un’occasione per alzare lo sguardo. La relazione di quest’anno, la seconda firmata da Fabio Panetta, non ha fatto eccezione ed è arrivata in un momento di forte incertezza globale. Tanto da rendere ancora più urgente intercettare le tendenze strutturali che, ci piaccia o no, segneranno in profondità le nostre economie. A partire dalle “4 D” del cambiamento con cui fare i conti: dazi, debito, digitale e demografia.

D come dazi. Secondo Banca d’Italia, nel breve periodo gli aumenti tariffari avranno un impatto limitato sulle imprese italiane che esportano negli Stati Uniti, grazie alla loro specializzazione in prodotti di qualità e a margini di profitto in grado di assorbire i rincari. Ma dietro ai dazi c’è di più: sono il sintomo di un contesto internazionale più incerto e conflittuale, che disincentiva gli investimenti e mette alla prova le strategie industriali di lungo periodo. Dal consenso di Washington siamo passati al conflitto. E le imprese, in assenza di alternative, si proteggono disinvestendo. Ridurre l’incertezza geopolitica non è compito loro. Spetta agli Stati. Ma siccome i singoli Stati europei da soli fanno fatica, ecco la prima implicazione indicata dal governatore: l’unico modo per difendere la nostra sovranità economica è spostarla a livello di Unione Europea, rafforzandola.

D come debito. Il debito globale di Stati, imprese e famiglie ha ormai raggiunto il 330% del prodotto mondiale. Una montagna cresciuta rapidamente dopo la pandemia, spinta da tassi d’interesse bassi e politiche fiscali espansive. Ora quella montagna va gestita, perché rischia di alimentare nuove crisi finanziarie e costringe i governi a muoversi nel “sentiero stretto” tra il sostegno alla crescita e la disciplina di bilancio. Questo non vuol dire tornare agli errori dell’austerità. Ma neanche sprecare risorse a colpi di Superbonus. Il Pnrr, in questa ottica, resterà una delle grandi occasioni mancate della nostra politica economica: quei debiti potevano (e dovevano) essere spesi meglio.

D come digitale. Mentre in Cina si investe in intelligenza artificiale e negli Stati Uniti si sogna di colonizzare Marte, in Italia si discute ancora di articolo 18 e causali nei contratti. Questo, ovviamente, la relazione del governatore non lo dice. Ma è il contesto in cui si inserisce il suo monito: «L’innovazione deve essere al centro della strategia economica». La relazione ricorda che, sul fronte pubblico, l’Europa non è indietro: investimenti in ricerca scientifica e produttività accademica reggono il confronto con gli Stati Uniti. Sul fronte privato, però, non c’è partita. Gli investimenti americani sono di gran lunga superiori. Paradossalmente, la crociata di Trump contro i luoghi della conoscenza – dove spesso nascono anche imprese innovative – può aprire uno spazio all’Europa: per attrarre chi fa ricerca alla frontiera ed è abituato a un sistema in cui il dialogo col mercato è la norma. Ma servono anche più investimenti, pubblici e privati, e meno gerontocrazia. Perché la voglia di applicare un’idea, di solito, ce l’hai da giovane.

Gli investimenti, di nuovo, non potranno che essere a livello europeo. Come scrive il governatore nella sua relazione: «L’esperienza di Next Generation EU dimostra che è possibile emettere debito comune per finanziare un piano ambizioso di investimenti europei, senza dover creare un’unione fiscale o istituire un Ministero delle Finanze europeo». Vero, ma quell’esperienza dimostra anche che non funziona. Hic Rhodus, hic salta. O l’Europa fa un salto nella direzione di una vera unione fiscale che sia anche politica, o il divario competitivo con Stati Uniti e Cina non si chiuderà mai.

D come demografia. Per la prima volta dalla peste nera del 1300, arriveremo presto a una diminuzione della popolazione globale. Il contratto sociale del Novecento, fondato su un patto implicito tra generazioni, diventerà insostenibile. Le risposte adottate finora sono di breve periodo: politiche pro-nataliste; gestione dei flussi migratori; investimenti sociali per aumentare i tassi di partecipazione al lavoro, soprattutto di donne e giovani. Le prime, semplicemente, non funzionano. Un tempo si chiedeva alle persone di fare figli per la patria, oggi per l’Inps. Il risultato è parimenti insoddisfacente. Le altre due strategie, richiamate esplicitamente da Panetta, sono utili. Abbiamo bisogno di entrambe. Ma, di fronte alle tendenze demografiche in atto, rischiano di essere presto superate. Serviranno riforme più radicali: a partire dal superamento di un welfare puramente contributivo e dall’individuazione di nuove forme di fiscalità, non solo sulle persone ma sui processi.

Insomma, per affrontare le “4 D” del cambiamento, non basteranno leggi di Bilancio o riforme. Dovremo riscrivere il contratto sociale del Novecento: quell’insieme di regole, scritte e non scritte, che ci lega come individui e come comunità. Il vero interrogativo è se la politica che ci ritroviamo sia in grado di adempiere a un compito che fa tremare i polsi. Sarebbe già un passo avanti se cominciasse, perlomeno, a prenderne coscienza.

Nell’immagine: Emden, stabilimenti Volkswagen


Gli interessi di bottega cioè della Lega

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 

Mi succede poche volte di leggere un editoriale del vicedirettore del “Corriere del Ticino” Gianni Righinetti e di dire: perbacco, ha ragione! È successo oggi, 2 giugno, Festa della Repubblica italiana. Un’occasione per ricordare un bellissimo pensiero di Alcide De Gasperi: «Il futuro non verrà costruito con la forza, nemmeno col desiderio di conquista, ma attraverso la paziente applicazione del metodo democratico, lo spirito di consenso costruttivo e il rispetto della libertà». Esattamente l’opposto di quanto si vede e si fa nel cortile della politica di casa nostra.

Il bipede Lorenzo Quadri, con un piede in Municipio e l’altro in Consiglio nazionale (ma con la testa sempre in Via Monte Boglia), continua a rubare involontariamente il mestiere ai comici. Ieri, 1° giugno, scriveva sulla prima pagina del suo settimanale che «nel prossimo futuro ci sarà un arrocco leghista nel governicchio ticinese. Nel senso che Norman Gobbi, attuale direttore del Dipartimento delle Istituzioni, andrà al Territorio; mentre Claudio Zali lascerà il Dipartimento del Territorio per trasferirsi alle Istituzioni». Poi ne dà le motivazioni, ma senza rendersi conto di quanto esse siano, se non offensive per i due ministri della sua Lega, perlomeno comiche. «Claudio Zali, in quanto ex magistrato di lungo corso, conosce alla perfezione i meccanismi della Giustizia ticinese» (ne abbiamo avuto una prova anche in questi ultimi mesi). «Ha dunque tutte le carte in regola» per mettere a posto (Quadri scrive “per tirare in gol”) «un settore cruciale dell’attività statale, ma che da tempo naviga in acque agitate». Norman Gobbi, dal canto suo, «è certamente vicino alla realtà e alle problematiche del territorio, capace di portare nuove visioni sui numerosi e importanti dossier di competenza di questo Dipartimento».

Roba da non credere, da “far tremare le busecche”. In buona sostanza Quadri scrive che Zali andrà alle Istituzioni per sistemare i pasticci di Gobbi e Gobbi andrà al Territorio per fare altrettanto col suo collega di governo e di partito. E questo bell’arrocco, cioè questo pasticcio, sarà «in grado di infondere nuovo slancio all’attività governativa».

Con chi? Con Zali, che, come scrive Gianni Righinetti, «una settimana fa è stato protagonista di un’invasione di campo nel terreno della Giustizia con un articolo al vetriolo (sempre dalle colonne del “Mattino”)» e con «Gobbi, che negli ultimi anni ha collezionato una serie di flop politici: Giustizia 2018, Ticino 2020, Cittadella della Giustizia, senza dimenticare il processo che arriverà nei confronti degli agenti intervenuti in quella sfortunata sera in Leventina con “un bicchiere di troppo” (Gobbi dixit)» ? Tutto questo – non so se consapevolmente o inconsapevolmente – è fumo negli occhi, è un gioco circense, anzi: un’offesa alla democrazia. I due consiglieri di Stato si sono accorti a metà legislatura di essere in grande difficoltà, perciò chiedono di cambiare campo per cercare di risollevare non le sorti del Paese, ma le loro e quelle della Lega. Siccome il vento trumpiano per fortuna non soffia così forte da far vacillare la nostra democrazia, si spera che gli altri tre consiglieri di Stato alzino il ditino e dicano: “No, cari, giocate fino alla fine la vostra partita e mantenete l’impegno sottoscritto a inizio legislatura a guidare tu, Gobbi, il Dipartimento delle istituzioni e tu, Zali, quello del Territorio”.

Forse è ancora importante ricordare ai nostri due onorevoli che gli interessi della Lega e i loro personali non sono interamente quelli delle cittadine e dei cittadini di questo Paese, nemmeno di coloro che li hanno votati. Quindi svolgano la loro funzione con dignità, disciplina e onore. O almeno facciano lo sforzo per provarci.

Nell’immagine: l’illustrazione del Mattino


Sotto le bombe con coraggio. Un’associazione ticinese sfida l’esercito israeliano per soccorrere i bambini di Gaza

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 

La guerra scatenata dallo Stato di Israele contro la popolazione della striscia di Gaza continua da mesi senza tregua. Non passa giorno senza che arrivino notizie di distruzione, devastazione, morte, stragi. Il blocco delle merci e degli aiuti umanitari, beffardamente rimpiazzato da pochi viveri distribuiti sotto l’occhio dell’esercito israeliano con il grilletto facile, ha ridotto i palestinesi in condizioni tragiche, denunciate ormai anche da molti paesi (Svizzera – sciaguratamente – non compresa).

In spregio di ogni principio morale e del diritto di guerra, persino le grandi ONG non sono più in condizione di intervenire. Eppure in questo inferno, fra le macerie e le bombe, c’è chi riesce ancora a far giungere un piccolo rivolo di preziosi aiuti. Sono piccoli gruppi di volontari, piccole organizzazioni che grazie al loro basso profilo e a contatti locali riescono a passare inosservate. Fra queste c’è Almalayika Switzerland, nata dopo il 7 ottobre 2023 e con sede in Ticino. Il suo nome significa “Angeli”. Questi angeli hanno quali  finalità di dare un sostegno, un sostentamento ed un futuro soprattutto ai bambini rimasti orfani, spesso di entrambi i genitori, e senza altri parenti che se ne possano occupare.

La presidente e co-fondatrice di Almalayika, Houaida Sekri, spiega di essersi resa conto che scendere in piazza per manifestare sostegno non era più sufficiente. “L’impotenza, la frustrazione che sentivo erano davvero insopportabili. Ho capito che c’era bisogno di fare qualcosa di concreto per aiutare i bambini a Gaza, e per questo con i miei amici abbiamo deciso di dar vita ad un’associazione umanitaria“. Oggi siamo attivi in diverse località, tra cui Jabalia, Zaytun, Al-Zawayda, Deir El Balah, Khan Younis e Rafah. Ogni giorno, ogni ora, ogni singolo minuto, i nostri collaboratori a Gaza lottano per sopravvivere. Operano in condizioni estreme, mettendo a rischio la propria vita per portare aiuti umanitari essenziali alla popolazione stremata. Sono il volto concreto della solidarietà, anche quando tutto intorno crolla. Il nostro team della cucina, che ogni giorno prepara un pasto caldo per le persone sfollate, è stato più volte minacciato. Nonostante ciò, continua il proprio lavoro con dignità e coraggio, offrendo un momento di conforto a chi ha perso tutto”.

Le attività citate sono tuttora in corso, ma il peggioramento della situazione ne ha aggiunte di nuove: in particolare la distribuzione di acqua, circa 2000 litri al giorno di media, alle quali si aggiungono anche la distribuzione di latte in polvere e di pannolini per i bambini orfani e disabili in seguito alle mutilazioni dovute ai bombardamenti. Le attività si svolgono nella città di Gaza e nei campi profughi. In ragione della crescente difficoltà nel reperire e far entrare generi di prima necessità, i costi sono aumentati di molto. E sono aumentati anche i pericoli: “si tratta di attività rischiose per chi le compie perché nutrire, dissetare e istruire i bambini sono attività vietate da Israele“.

E come se non bastasse, la piccola organizzazione ticinese è anche riuscita a mettere in piedi una scuola. Nella “Almalayika Switzerland School” i bambini continuano a studiare nonostante la guerra. Frequentano le lezioni tra le esplosioni e il rumore degli aerei, profondamente segnati dal trauma, ma ancora determinati a imparare. Lo studio, per loro, è una forma di resistenza. Uno degli allievi è stato ucciso, insieme alla sua famiglia, mentre cercava dell’acqua. Un gesto quotidiano è diventato un rischio mortale. “Nelle immagini che riceviamo da Gaza ci sono volti di bambini segnati dalla paura, corpi fragili in condizioni estreme, sguardi che hanno visto troppo. Vederli così è una ferita profonda. Per me è una grande sofferenza. Mi sento mentalmente distrutta, come se ogni fotografia mi strappasse un pezzo di cuore. Eppure, resisto. Resisto perché loro resistono. Perché se loro trovano ancora la forza di studiare, di sorridere, di tendere la mano, allora anch’io non posso fermarmi“, dice commossa Houaida Sekri.

L’organizzazione si finanzia esclusivamente attraverso le donazioni volontarie di simpatizzanti e sostenitori, prevalentemente tramite il sito almalayika.org. Il ricavato viene integralmente utilizzato per finanziare i progetti e tutti collaborano gratuitamente. Sono anche possibili adozioni a distanza. E le nuove iniziative non mancano. “Prossimamente è prevista l’apertura di una seconda scuola nel sud della striscia di Gaza, e in un futuro prossimo ci piacerebbe realizzare un progetto ambizioso: creare una struttura per bambini orfani. Una casa famiglia che possa offrire un ambiente sicuro e accogliente per i bambini che sono rimasti orfani e senza più nessun famigliare, perché sono stati tutti uccisi nei bombardamenti.”

Ogni sabato, nel centro di Lugano, Almalayika è presente con una propria bancarella per proporre la vendita di oggetti e di dolci, e per spiegare ai passanti gli scopi dell’associazione. Lo scorso mese di marzo, per la prima volta in Ticino, grazie anche alla disponibilità del comune di Lugano, ha organizzato l’Iftar street, un banchetto multiculturale in piazza che sancisce la fine del Ramadan. “Un prossimo evento che speriamo possa far registrare un successo di pubblico perché tutto il ricavato sarà utilizzato per finanziare la nostre attività, sarà il concerto del gruppo Kabìla, il 7 giugno a Lugano”. Ma l’invito della fondatrice di Almalayika è più ampio: “Non possiamo sempre restare in silenzio. La comunità internazionale ha il dovere di proteggere i civili, i bambini, le famiglie. Abbiamo bisogno di aiuti, ma anche di attenzione, di voci che si uniscano alla nostra per chiedere giustizia e protezione. Chi può, agisca. Chi può donare, lo faccia. Ma soprattutto, che nessuno chiuda gli occhi”.

Nell’immagine: la distribuzione di acqua


Da Gaza

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 


La “libera impresa” che distruggerà il gioco del calcio

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 

Il braccio di ferro, specchio del nostro tempo, fra Stato e ‘libero mercato’ vive uno dei conflitti più emblematici nello sport, nel ricchissimo calcio specialmente. Poco oltre mezzanotte del 18 aprile 2021 il presidente del Real Madrid Florentino Perez annuncia sulla sua TV-fai-da- te ‘TELE REAL MADRID’ la nascita di una SUPERLEAGUE a 12 squadre ‘per salvare il calcio dai debiti’: i suoi, 901 milioni, e quelli del Barcellona 1 miliardo e 173 milioni. Come? Semplice: sul modello americano queste 12 squadre  si affrontano in continuazione e, novella ‘Banca Bassotti’, si pappano tutti i lingotti d’oro. Ma il progetto muore appena nato perché le 6 maggiori squadre inglesi, osteggiate dai tifosi e contestate persino dal Governo, scappano a gambe levate, anche perché FIFA e UEFA le escludono dalle loro competizioni, mondiali compresi. Ma Perez, con Joan Laporta y Estruch del Barcellona e Gianni Agnelli della Juventus non demordono: si rivolgono al Tribunale del Commercio di Madrid che in nome del ‘libero mercato’ non condanna il progetto e demanda il tutto alla Corte di Giustizia europea. Il dossier finisce nelle mani dell’avvocato generale Athanasios Rantos incaricato di un un primo parere, non vincolante per i 15 giudici della Corte, ma nell’80% dei casi accettato. Rantos giunge a una conclusione che fa fare salti di gioia a FIFA e UEFA: basandosi sull’articolo 65 del trattato di Lisbona del 2009 stabilisce che ‘in nome dell’autonomia di gestione e del particolare valore sociale e educativo dello sport basato su pari opportunità, solidarietà e incassi distribuiti a tutti i livelli, il monopolio di chi gestisce questo sport non è illegale’.

In attesa della sentenza inappellabile di Bruxelles, gli ingordi, grossolani leader della ‘Banda Bassotti’ che hanno perso per strada Agnelli sospeso dalla Giustizia italiana per varie malversazioni (la Juventus è esclusa per un anno) diventano sempre più democratici: diamine, il capitalismo non è spudorato, ha una sua etica; e così la loro Lega privata passa da 12 a 15 squadre, poi a 22, e infine a 64! La Corte europea rimane in silenzio a lungo sino a che, dopo più di un anno e mezzo, il 21 dicembre 2023 batte il colpo, assordante: lo sport perde il suo statuto autonomo e privilegiato dal momento che ‘assume una connotazione economica’. E figuriamoci  se non la assume: i diritti Tv dei grandi campionato valgono poco meno di un miliardo, l’abbonamento TV mensile viaggia attorno ai 30 franchi, il monte premi per la stagione 2024/25 sulle 3 Coppe è stato di 4 miliardi e 370 milioni. Inoltre FIFA e UEFA non possono avere una ‘posizione dominante ed escludere altri soggetti in violazione degli articoli 101 e 102 che garantiscono la libera concorrenza’.

La Corte smentisce persino il Parlamento europeo che aveva bocciato io progetto privato della Superleague perché ‘mina i principi e i valori di solidarietà, sostenibilità, ed equità dello sport europeo’ con 597 voti contrari, 36 favorevoli e 55 astenuti. A questo, con un ulteriore clamorosa muta di tipo animalesco, il pelo dei ‘liberi imprenditori’ diventa sempre più soffice, democratico, persino ‘socialista’, se vogliamo. Se prima il motto era ‘VENGO ANCH’IO? NO, TU NO!’ nel 2025 il nuovo soggetto, non a caso diventato ‘UNIFY LEAGUE’ si allarga a 96 squadre europee suddivise in 4 LEGHE: STAR LEAGUE, GOLD LEAGUE, BLUE LEAGUE E UNION LEAGUE, con promozione-relegazione, 27 partite da settembre a maggio. A questo punto il concetto della Corte di Giustizia di ‘inclusione e pari opportunità’ è salvo. E gli ‘incassi distribuiti a tutti i livelli’? Salvi pure loro, eccome: 400 milioni di euro sull’unghia a ognuna delle 96 squadre iscritte, per un totale di 38,4 miliardi, più tutte le partite in TV gratis!

Vuoi dire che dietro il progetto ci siano quei Paesi che hanno organizzato un mondiale (il Qatar) e che lo organizzeranno (Arabia Saudita?) 

A fidarsi dei milioni promessi non è facile resistere alla tentazione, anche se l’UEFA, per parare il colpo, rilancia: in Europa League il Lugano potrebbe guadagnare 600’000 euro se nel turno preliminare finisse nelle prime 8, 300’000 se si piazzasse fra il 9 e il 24esimo posto. Se poi accedesse agli ottavi di finale avrebbe 1,750’000 franchi, ai quarti 2,5, alle semifinali 4,2, alla finale 7 milioni e altri 6 se la la vincesse, senza contare i premi di partita. Molto più ricca la Champions League: l’ultima delle 36 qualificate, lo Young Boys che non ha vinto una sola volta, ha avuto 18 milioni in entrata: la prima, il Liverpool, quasi 100. L’UEFA distribuisce anche 233 milioni a 900 club che danno giocatori alle Nazionali, giovanili comprese. Nel periodo 2021/24 il Lugano (Steffen, Bislimi, Haidari) ha incassato 612’394 franchi. Ma 36’590 sono andati al Freienbach e al Montlingen, 3’690 al Konolfingen! Secondo la società di valutazione delle imprese calcistiche ‘Football Benchmark’ il Paris S. Germain vale 3,76 miliardi, l’Inter 1,715. Entrambe nella stagione di Champions hanno guadagnato ca. 150 milioni a testa.

Se la ‘UNIFY LEAGUE’ riuscirà a entrare nel business insieme all’UEFA, i calciatori saranno impegnati tutto l’anno con una minima tregua, anche perché fra poco scatterà il nuovo ricchissimo torneo estivo della FIFA. Siccome l’intelligenza artificiale non è ancora arrivata a proporci una partita di calcio fra due squadre composte da robot (ma ci arriverà), per non rompersi subito, agli umani non resta che far ricorso alla droga, e abbondante: rompendosi ugualmente e in modo  più grave. La cosa è sfuggita alla Corte di Giustizia europea fossilizzata sul dogma imperante del ‘libero mercato’, nemmeno i calciatori fossero impiegati del catasto, comodamente seduti tutto l’anno.


La festa diventata guerriglia dopo la vittoria del Psg. Macron: “Caos inaccettabile”

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 

Di Anais Ginori, La Repubblica

La storica conquista della Champions League da parte del Paris Saint-Germain si è trasformata in una delle notti più violente degli ultimi anni in Francia. Due morti, oltre 200 feriti — tra cui trenta agenti — 560 fermi (320 trasformati in arresti) e circa 700 incendi. È il bilancio fornito all’alba dal ministero dell’Interno, che descrive un’inedita notte di guerriglia urbana, con disordini esplosi in diverse città del Paese. Sugli Champs-Élysées, dove migliaia di tifosi si erano radunati sabato sera, la festa è precipitata nel caos: barricate improvvisate, lanci di petardi e razzi fumogeni. Gli agenti hanno risposto con lacrimogeni, granate stordenti e idranti, ma non sono riusciti a contenere lo scenario di devastazione: vetrine sfondate, negozi saccheggiati, bidoni incendiati.

Le immagini mostrano una violenza estrema, fuori controllo. Nella capitale, un ragazzo di 23 anni è morto dopo essere stato investito da un’auto lanciata a tutta velocità, probabilmente guidata da tifosi in preda all’euforia. Ma la violenza ha sconfinato anche fuori Parigi. In Nuova Aquitania, un diciassettenne è stato ucciso a coltellate, forse nel corso di una rissa scoppiata durante i festeggiamenti. A Grenoble un’auto ha travolto la folla ferendo quattro persone, due sono in gravi condizioni. In Normandia, un agente è stato ricoverato in coma farmacologico dopo essere stato colpito da un petardo.

Scontri «inaccettabili», ha commentato Emmanuel Macron, che ieri ha accolto la squadra all’Eliseo. «Ci sono stati due morti, il Paese è in lutto», ha aggiunto il capo dello Stato, prima di rendere omaggio al presidente del club Nasser Al-Khelaïfi, all’allenatore Luis Enrique e a tutta la squadra, con un abbraccio lungo e caloroso al capitano Marquinhos, visibilmente commosso. Macron ha ringraziato i giocatori per la rapida condanna dei disordini. «Questi atti isolati sono contrari ai valori del club e non rappresentano in alcun modo la vasta maggioranza dei nostri sostenitori», ha scritto il Psg.

Nonostante la notte di tensioni, la prefettura di Parigi ha autorizzato ieri pomeriggio la parata sugli Champs-Élysées dei giocatori, accompagnati da staff, dirigenti e familiari. È stata fissata una capienza massima di 110mila persone, con il viale in festa solo su un lato, mentre la parte opposta era presidiata da poliziotti in assetto antisommossa. I due bus scoperti con a bordo i nuovi idoli della capitale hanno sfilato tra la folla osannante sulle note di “We Are the Champions”, prima di proseguire la celebrazione all’Eliseo e poi al Parco dei Principi. In tribuna, ex giocatori, personalità del calcio, dello spettacolo e autorità, con l’eccezione della sindaca Anne Hidalgo, ormai in rapporti tesi con la proprietà qatariota del club dopo i dissidi sul futuro dello stadio capitolino che il Psg vorrebbe acquistare.

Sabato sera, la Prefettura aveva mobilitato oltre 5mila agenti, tra polizia e gendarmeria. Ma non è bastato. Il ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha tracciato una linea netta tra «i veri tifosi del Psg, entusiasti per la splendida partita della loro squadra», e «i barbari venuti solo per delinquere e provocare le forze dell’ordine». Retailleau è finito sotto accusa per la mancata prevenzione dell’azione di gruppi di casseurs, che, come già accaduto in altre manifestazioni, hanno agito quasi indisturbati.

Le immagini di devastazione stonano con l’esultanza pacifica della maggioranza dei tifosi. «Qui è il Paradiso», ha titolato L’Équipe in prima pagina, celebrando il trionfo del Psg che a Monaco ha travolto l’Inter con un clamoroso 5-0. «Un capolavoro per entrare nella leggenda», scrive Le Figaro, elogiando la superiorità della squadra di Luis Enrique, «vero artefice del successo». Alla vigilia della finale, il presidente Al-Khelaïfi e uno dei leader dello spogliatoio, Ousmane Dembélé, avevano invitato i tifosi a «festeggiare nella gioia, ma senza distruggere».

Secondo Nicolas Hourcade, specialista delle tifoserie, «le testimonianze indicano che gli individui più violenti non stavano nemmeno seguendo il match, ma hanno cercato di approfittare della folla per affrontare la polizia o saccheggiare i negozi». E aggiunge: «Gli ultras parigini avevano chiesto ai tifosi di festeggiare senza creare disordini e, a quanto mi risulta, hanno rispettato questa indicazione. L’appello, però, non è stato ascoltato da altri giovani».


Trump vuole il caos in Europa

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 

Di Paolo Gentiloni, La Repubblica

In Polonia, al contrario di quanto era avvenuto in Canada e in Romania, il candidato di Donald Trump ha avuto la meglio, contraddicendo i primi exit poll. Il populista polacco Karol Nawrocki era stato ricevuto nello Studio Ovale e pochi giorni fa la “ministra degli Interni” Usa Kristi Noem era venuta a sostenerlo con un comizio nell’aeroporto polacco di Jasionka, da dove partono molti degli aiuti militari all’Ucraina (e dal quale i soldati americani hanno peraltro annunciato di volersi ritirare).

Arriva dunque il primo successo importante dell’offensiva su vasta scala per esportare i valori Maga in Europa. L’obiettivo era chiaramente indicato in quella sorta di manifesto ideologico Maga che è il Progetto 2025: “smantellare l’Unione europea”. Ora l’alleanza mondiale degli ultraconservatori raddoppierà gli sforzi e le ambizioni. Ma non sarà affatto facile esportare in Europa valori e principi che danneggiano gli europei, specie dopo aver scatenato una guerra commerciale..

Questa guerra, definita la più stupida della Storia, continua: ogni giorno nuovi dazi e poi pause, rinvii e rilanci. Siamo tutti sospesi, come del resto lo siamo anche nel grande gioco della geopolitica: l’annuncio di una tregua imminente o di un negoziato risolutivo e poi l’intenzione di lavarsene le mani. In attesa delle prossimebreaking news.

Cinquant’anni fa John Galbraith annunciava l’età dell’incertezza, oggi siamo entrati nell’età del caos. E l’origine del caos è proprio negli Stati Uniti. Il Paese che 80 anni fa aveva ispirato l’ordine mondiale, e che di quell’ordine era stato il maggiore beneficiario, sembra volerlo smantellare. Alleanze, commercio, stato di diritto: tutto barcolla.

Non sembra ispirata da grandi principi strategici l’azione della Casa Bianca, al più si presenta con due caratteristiche costanti. La prima è la velocità. Per sorprendere, per governare l’agenda dei media. Ma anche per la consapevolezza di un tempo che potrebbe rivelarsi breve, di un’opportunità unica ma forse effimera di accumulare enormi vantaggi, anche personali.

Seconda costante: il messaggio ai propri elettori. Trump si rivolge ai lavoratori delle acciaierie, alle aree deindustrializzate, agli americani che si considerano vittime dell’immigrazione senza controlli e perfino alle famiglie diffidenti verso le Università aperte al mondo. Parla alle cento versioni contemporanee dei “forgotten men”, la cui mobilitazione è decisiva in un Paese fortemente polarizzato.

Il vortice degli ordini esecutivi e degli annunci non ha finora prodotto gli effetti sperati. Non su Gaza, dove Netanyahu non si ferma, provocando stragi quotidiane tra i civili palestinesi e danni senza precedenti per la credibilità di Israele. Non in Ucraina, dove la luna di miele con Putin non è durata oltre i 100 giorni e Trump appare come deluso, sempre più prigioniero della ragnatela del presidente russo.

Soprattutto l’età del caos sta indebolendo l’economia americana che, dopo una crescita vicina al 3% nel 2023 e nel 2024, ora rallenta. Le grandi banche Usa prevedono addirittura tra il 30 e il 50% di probabilità di recessione. L’inflazione appare molto più persistente che in Europa. E perfino il ruolo del dollaro come riserva sicura si va incrinando. Certo l’aumento dei dazi danneggerà l’economia europea, togliendo tra lo 0,2 e lo 0,7% di crescita (a seconda del loro livello finale) a un’economia che già cresce troppo poco, attorno all’1%. Ma secondo molte stime potrebbe portare un danno doppio alla crescita americana.

Comunque vadano a finire le controversie giudiziarie — e in parte andranno a finire alla Corte suprema — la legalità dei dazi presidenziali è ormai messa in dubbio. Così come sono già svanite due delle idee forza esibite nei primi 100 giorni di Trump.

L’idea che i dazi servissero per ridurre le tasse in America: le tasse sono state ridotte (ai ricchi) ma a debito, non grazie ai ricavi dei dazi. E l’idea di reindustrializzare l’America alzando i dazi: accadrà il contrario, visto che la cancellazione dell’Inflation Reduction Act, se confermata dal Senato, toglierà di mezzo lo strumento che aveva in effetti indotto alcune imprese europee a spostarsi negli Stati Uniti.

In visita ai Paesi del Golfo Trump ha dichiarato: «Non verremo più a darvi lezioni su come dovete organizzare le vostre società». Giorni prima aveva rivendicato il principio napoleonico secondo cui chi difende il proprio Paese è al di sopra della legge.

Ora il mondo non ha certo bisogno di lezioni dall’Occidente, ma ha un disperato bisogno di messaggi chiari in difesa della libertà e dello stato di diritto. Un’America che non crede più ai propri valori, e che addirittura ne promuove di opposti, ha perso la strada. Non sarà più grande, ma più sola.

Il vuoto che l’Europa, abituata da decenni a guardarsi nello specchio dell’America, deve riempire è davvero enorme. E per il governo italiano sarà sempre più difficile districarsi tra l’affinità ideologica con Trump e i nostri interessi nazionali.


Presidenziali in Polonia, vince di misura il nazionalista Nawrocki. Orban: “Fantastica vittoria”

Hanno ottenuto rispettivamente il 50,89% e il 49,11%, affluenza quasi del 72%. Previsioni ribaltate

La Stampa

Il il sovranista Karol Nawrocki ha vinto il ballottaggio per le elezioni presidenziali in Polonia con il 50,89% dei voti (10.606.628), mentre il suo rivale – il sindaco di Varsavia, Rafał Trzaskowski – ha ottenuto il 49,11% (10.237.177 voti): lo riporta l’agenzia di stampa polacca Pap, che cita i dati della Commissione elettorale nazionale dopo lo scrutinio di tutti i seggi elettorali. L’affluenza alle urne è stata del 71,63%. Ribaltate le previsioni.

«Abbiamo vinto, anche e sul filo del rasoio», aveva affermato Trzaskowski, di Piattaforma civica, dopo i primi exit poll che lo vedevano avanti di un soffio, pur ammettendo di dover attendere la conferma. Non è andata così. L’avversario, che si è presentato con una lista indipendente ma è appoggiato dal Pis, non si era dato affatto per vinto: «Vedrete che stanotte vinceremo e salveremo la Polonia», ha replicato a stretto giro Nawrocki. «Non permetteremo il monopolio di Donald Tusk nelle istituzioni del Paese».

La Polonia decide non solo chi sarà il nuovo Capo di Stato per i prossimi 5 anni, ma anche il futuro assetto di questo paese e il suo ruolo in Europa e nel mondo, come hanno più volte dichiarato gli stessi protagonisti della campagna elettorale. E in effetti a scontrarsi sono due visioni opposte: il sindaco di Varsavia, che negli ultimi anni ha condiviso con Donald Tusk la guida del partito Piattaforma civica, vincitore delle politiche nel 2023, si dichiara aperto al dialogo e alla ricerca di un ampio consenso sociale, per far uscire la società polacca dalle drastiche divisioni dovute all’operato fra 2015 e 2023 del governo populista del partito Diritto e giustizia (Pis).

La elezioni di Trzaskowski avrebbe riportato la Polonia nel solco dei valori europei: l’uscente capo di Stato Andrzej Duda, anche lui legato al Pis di Kaczynski, per anni aveva infatti ignorato le critiche e le sentenze negative dei tribunali Ue nominando i giudici secondo procedure politiche, ritenute non conformi alle leggi Ue.

Nawrocki, storico, guarda invece in una direzione opposta: vede la Polonia «sicura, forte ed ambiziosa» e soprattutto «fiera» della propria storia e della tradizione cristiana. Sovranista, non nasconde le sue riserve verso Bruxelles, mentre guarda con molte speranze, anche per le sfide legate alla sicurezza, agli Stati Uniti di Donald Trump.

Nel corso della campagna elettorale ha infatti già affrontato un viaggio a Washington per farsi fotografare con il presidente degli Usa. In un incontro elettorale si era dichiarato poi contrario all’ingresso dell’Ucraina nel Patto Atlantico. Formalmente indipendente, ma sostenuto dal Pis, il direttore del Istituto per la memoria nazionale continuerà sulla scia di Duda, bloccando le riforme progressiste e cercando di minare il governo attuale. Dichiaratosi più volte contrario all’esecutivo di Tusk, potrebbe puntare sulle elezioni politiche anticipate con la speranza di favorire il ritorno al potere del partito di Kaczynski.

Le reazioni

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è congratulata con karol Nawrocki per la sua vittoria alle presidenziali polacche, dicendosi «fiduciosa che l’Ue continuerà la sua ottima cooperazione con la Polonia».

«Siamo tutti più forti insieme nella nostra comunità» di pace, democrazia e valori. Lavoriamo quindi per garantire la sicurezza e la prosperità della nostra casa comune», ha scritto su X, dopo la vittoria di Nawrocki al ballottaggio con il 50,89% dei voti.

Il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier si è congratulato con Karol Nawrocki, vincitore delle presidenziali polacche, esortando i due Paesi a «cooperare strettamente sulla base della democrazia e dello Stato di diritto». Ciò è necessario per «garantire il futuro dell’Europa in sicurezza, libertà e prosperità», ha sottolineato Steinmeier in una dichiarazione.

Il premier ungherese Viktor Orban è stato il primo leader straniero a congratularsi pubblicamente con Karol Nawrocki per la sua «fantastica vittoria» al ballottaggio per le presidenziali polacche. Lo storico sovranista polacco ha vinto con il 50,89% contro l’europeista Rafal Trzaskowski, sindaco di Varsavia.

Volodymyr Zelensky spera in una «cooperazione proficua» con Karol Nawrocki, vincitore del ballottaggio delle elezioni presidenziali in Polonia. In un post su X con le congratulazioni a Nawrocki, Zelensky auspica «di proseguire una cooperazione proficua con la Polonia e, personalmente, con il presidente Nawrocki». «La Polonia – conclude – è stata e rimane un pilastro della sicurezza regionale ed europea, una voce forte a difesa di libertà e dignità di ogni Nazione».

«Ottime notizie dalla Polonia! Congratulazioni e buon lavoro al nuovo presidente Nawrocki, premiato dal voto libero e democratico dei cittadini polacchi, con buona pace dei burocrati Bruxelles e di tutti quei media che da giorni lo definiscono ‘estremista’». Lo scrive sui social il vicepresidente del Consiglio e leader della Lega, Matteo Salvini.

«Grande vittoria del candidato conservatore Karol Nawrocki alle elezioni presidenziali in Polonia! Dopo mesi di arroganza e utilizzo politico della giustizia, il “campo larghissimo” – dai popolari ai comunisti – che sorregge Donald Tusk perde rovinosamente e forse nelle prossime settimane la stessa maggioranza di governo potrebbe entrare in crisi. Congratulazioni al Presidente Nawrocki e agli amici del Pis per questo eccezionale successo!». Così il vicepresidente di ECR Party Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo.

«Si tratta di un’elezione alla quale tutti guardiamo nell’interesse europeo con grande attenzione. Speriamo in una collaborazione positiva e intensa con il neo presidente polacco». Lo ha detto il portavoce del governo tedesco Stefan Kornelius, rispondendo a una domanda in conferenza stampa a Berlino, sulla vittoria di Karol Nawrocki in Polonia. Si tratta di «una decisione sovrana del popolo polacco e ne prendiamo atto», ha aggiunto rispondendo a chi ha chiesto se il cancelliere fosse rimasto sorpreso dall’affermazione del candidato sovranista. «Siamo partner molto stretti e in questo spirito ci aspettiamo di lavorare in futuro con il presidente polacco», ha concluso

«Naturalmente ho seguito le elezioni presidenziali, sembra che sia ora ci sia un risultato ufficiale. Ovviamente voglio congratularmi con il vincitore, e non vedo l’ora di lavorare insieme e fare in modo che con la Polonia la Nato diventi ancora più forte». Lo ha dichiarato il segretario generale della Nato, Mark Rutte, all’arrivo al summit NB9, congratulandosi con il nuovo presidente polacco, Karol Nawrocki.

«Congratulazioni a Karol Nawrocki per la sua elezione a presidente della Repubblica di Polonia. Auguri per il suo mandato alla guida di una nazione con la quale condividiamo valori comuni e solidi rapporti di collaborazione, nonché di storica amicizia. Buon lavoro». Questo il commento della presidente del Consiglio Italiano Giorgia Meloni sui social.

Nell’immagine: Karol Nawrocki con Kristi Noem in Polonia 


Il fascismo liberale dell’amministrazione Trump

Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza 

Di Alessandro De Nicola, La Stampa

Il filosofo Slavoj Zizek è un personaggio molto pop. Tiene la scena ai congressi e su YouTube adottando un tono affabulatorio e sarcastico e, nonostante la sua ideologia hegeliano-marxista-lacaniana (nel senso di Lacan, uno dei padri della psicanalisi), non disdegna di far pagare il biglietto per le sue performance, dimostrando di aver capito perfettamente come funziona la mano invisibile di Adam Smith.

Come ha riassunto nel suo articolo del 27 maggio su La Stampa (ed esposto anche in un suo recentissimo libro), ora Zizek se ne è uscito con una tesi provocatoria, vale a dire che Trump sarebbe un esempio di “fascismo liberale”. In poche parole, mentre da un lato Trump e i suoi sodali Musk e Bezos o il suo cantore JD Vance predicano una libertà assoluta di free speech (come nel famigerato discorso di Monaco del vicepresidente USA), deregolamentazione, tasse basse, decentramento, togliendo poteri al governo federale a favore degli Stati, dall’altro vengono perseguite politiche protezionistiche, si espellono in massa gli immigrati, si attaccano le istituzioni dissenzienti siano esse le università o i grandi studi legali o i media. Si assiste al paradosso, secondo Zizek, che ogni critica nei confronti del governo Trump –promotore della libertà– “può essere presentata come una critica alla libertà in sé” che legittima l’America a difendersi “da coloro che attaccano la libertà con tutti i mezzi necessari, che includono far perdere il posto di lavoro, escluderli dallo spazio politico e addirittura arrestarli”. In una sorta di neo lingua orwelliana, l’assalto di Trump nei confronti dei critici li libererebbe dalla situazione di auto-schiavitù in cui essi si sono messi. Chi lotta contro il razzismo e il sessismo vorrebbe imporre delle regole e quindi aggredire la libertà così come propugnata dal fascismo liberale dell’amministrazione Trump. Corollario di questa micidiale combinazione è l’atteggiamento antiscientifico manifesto nelle battaglie no vax di Robert Kennedy.

Per Zizek, insomma, Trump rappresenta “la prova definitiva che liberalismo e fascismo funzionano assieme, che sono le due facce della stessa medaglia”.

Orbene, prima che si diffonda questa equiparazione degna della Terza Internazionale, simile a quella di Lenin e Gramsci per i quali il fascismo era una semplice manifestazione più brutale del dominio di classe che esercitava la democrazia liberale, è meglio fare qualche precisazione.

In primis è sbagliato mettere sotto l’etichetta “liberalismo” correnti che hanno differenze profonde. Senza tornare a John Locke, nel XX secolo il liberalismo “austriaco” di Hayek, quello idealista di Croce, il miniarchismo (Stato minimo) di Nozick, il liberalismo sociale di Rawls, il razionalismo critico di Popper o l’anarco-capitalismo di Rothbard esprimono istanze ben diverse.

Musk, il suo mentore Peter Thiel e l’ala libertaria della coalizione Trump, appartengono più a quest’ultimo filone ideologico che propugna una libertà completa dei mercati, un non-interventismo in politica estera e un certo conservatorismo sociale che vede nella famiglia il centro della società libera: più appropriatamente costoro si definiscono paleo-libertari. Oggi il rappresentante più puro di tale tendenza è Javier Milei, il presidente argentino che, infatti, di tariffe doganali non vuol sentir parlare. Fedeli al motto “le parole sono importanti” eliminiamo quindi il generico “liberalismo” usato da Zizek.

Quanto al Fascismo, non bisogna scomodare la storiografia degli ultimi 90 anni ed addentrarsi nel dibattito sull’esistenza di un fenomeno “fascista” con tratti comuni (tipo il nazionalismo, l’autoritarismo, il culto della forza) o di diversi “fascismi” con caratteristiche distanti tali da renderli incomparabili (il nazismo, il franchismo, il salazarismo). È plausibile però concludere che il trumpismo, nonostante i suoi istinti autoritari ed aggressivi, non sia un fascismo. Steve Bannon, il consigliere per il commercio Navarro e sotto molti profili JD Vance, si rifanno a un nazionalismo americano, protezionista, intollerante, militarista e allo stesso tempo isolazionista, spesso dirigista che ha le sue radici addirittura in Hamilton e continua per il presidente McKinley o il senatore McCarthy. In passato razzista (oggi ovviamente anche chi ha tali pulsioni deve nasconderle) e creazionista, si è man mano evoluto. Di volta in volta la minaccia era costituita dai cattolici e le etnie rappresentative degli stessi (italiani, polacchi, irlandesi), poi ebrei, neri e oggi le gang latinoamericane equiparate ai terroristi. Ma è un filone ideologico del tutto diverso, che ha il suo mito fondativo nell’America come Nuova Gerusalemme, “città lucente” e sede del regno di Dio in terra. In altre parole è l’American Exceptionalism di cui si fecero portatori i Puritani.

Né fascismo, né liberalismo, dunque, e soprattutto nessuna medaglia a due facce. Il liberalismo (quello di Adam Smith e John Stuart Mill) non ha nulla a che spartire con l’autoritarismo trumpiano (né con quello woke, ma non ne parliamo oggi). Inoltre, è dubbio se paleo-libertari ed eccezionalisti, spruzzati da conservatori classici come Marco Rubio o il segretario al Tesoro Bessent, riusciranno a convivere. Il presidente non ha salde convinzioni ideologiche, tranne un generico protezionismo, repulsione dell’immigrazione e delle tasse ed è probabile che all’interno della sua amministrazione le tensioni tra fazioni porteranno agli enormi sbandamenti già visibili in questi 4 mesi. Non ci sarà un chiaro vincitore in questa guerra condotta da un equipaggio indisciplinato, ma rischiamo di essere tutti un po’ perdenti.