La Pearl Harbor di Mosca. E per la risposta di Putin “tutte le opzioni sul tavolo”

Secondo la dottrina russa, l’assalto alle basi strategiche è sufficiente ad autorizzare una rappresaglia con le armi atomiche 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

Invece degli attesi colloqui di pace, il conflitto entra in una drammatica escalation in cui la ritorsione nucleare sull’Ucraina diventa un’ipotesi non soltanto teorica. L’intelligence di Kiev ha messo a segno un’azione clamorosa e micidiale, sfregiando il fondamento del concetto russo di superpotenza: ha decimato le squadriglie di bombardieri strategici, uno degli elementi fondamentali dell’arsenale atomico di Mosca. Decine velivoli a lungo raggio destinati a trasportare i missili dell’apocalisse sono stati messi fuori uso da un nugolo di droni penetrati nel cuore della Russia. Non solo. Anche una base dei sottomarini nucleari dotati di missili balistici intercontinentali è stata attaccata e almeno uno dei sommergibili potrebbe essere stato danneggiato.

Il colpo è incredibilmente duro. Perché ha beffato tutti gli apparati di sicurezza del Cremlino, infiltrando una decina di tir lancia-droni a migliaia di chilometri dal confine: le incursioni sono avvenute persino in Siberia e alle porte dell’Artico. E perché ha mostrato al mondo quanto sia facile neutralizzare gli armamenti a cui Mosca affida il confronto nucleare con gli Stati Uniti: metà degli ottanta velivoli in grado di compiere queste missioni sono andati in fiamme; per rimpiazzarli serviranno almeno cinque anni e tra i 4 e i 7 miliardi di euro.

«È la nostra Pearl Harbor», ha scritto Roman Alekhin, uno dei blogger militari russi più seguiti. Il ministero della Difesa non ha potuto negare: dozzine di video mostrano i roghi dei grandi velivoli. E quei filmati rimbalzati sui social sono la ferita più profonda all’immagine di uomo forte su cui Vladimir Putin ha costruito la sua autorità.

Ora tutti temono la sua risposta. Secondo le regole di Mosca, l’assalto alle basi strategiche è sufficiente ad autorizzare una risposta atomica contro l’Ucraina. «Questo non è un pretesto, ma un motivo valido per lanciare attacchi nucleari contro di loro», hanno invocato i “Due Maggiori” sul canale Telegram che ha un milione e 200 mila iscritti. I falchi che sostengono la linea dura premono per dare un segnale inequivocabile della potenza russa. Torna ad affacciarsi l’ipotesi di un ordigno nucleare tattico fatto esplodere nel Mar Nero: l’obiettivo più volte evocato è l’Isola dei Serpenti, occupata all’inizio dell’invasione e poi riconquistata dai commandos di Kiev. Un lembo di terra minuscolo, ma in posizione chiave di fronte all’estuario del Danubio e ai Paesi orientali della Nato. Perché il partito nazionalista ancora più reazionario del Cremlino non crede che gli ucraini possano avere organizzato da soli un’operazione del genere: parla di un ruolo britannico e di complicità baltiche, insomma di una aggressione figlia dell’Alleanza Atlantica.

La Casa Bianca è stata spiazzata: non solo non sarebbe stata informata da Kiev, ma non avrebbe neppure colto i preparativi del raid durati diciotto mesi. Dal loro punto di vista, gli ucraini hanno compiuto un’incursione da manuale: hanno preso di mira solo bersagli militari, incenerendo aerei usati spesso per bombardare le loro città, e lo hanno fatto dopo avere proposto invano una lunga tregua.

Zelensky, che si è attribuito la supervisione dell’attacco, nei giorni scorsi aveva detto che «bisogna portare la guerra lì da dove era arrivata, in Russia».

Non poteva ignorare che la batosta avrebbe messo Putin nell’angolo, provocando una ritorsione di magnitudo enorme.

Già nell’ottobre 2022, quando per la prima volta si è sfiorato il rischio di una ritorsione atomica russa, l’allora comandante in capo ucraino, il generale Zaluzhny, aveva scritto: «L’uso di armi nucleari tattiche non sarebbe un problema nostro, ma di tutto l’Occidente». All’epoca ci fu una manovra congiunta tra Washington, Londra, Parigi e Berlino che riuscì a dissuadere il Cremlino. Oggi la situazione è molto diversa. Putin sa che una rappresaglia sui civili comprometterebbe i rapporti con Trump, indispensabili per il futuro della Russia. Allo stesso tempo non può incassare un colpo del genere alla sua credibilità senza mettere in campo una reazione devastante. Molti credono che si limiterà a una replica con armi convenzionali, come il gigantesco missile Oreshnik che a novembre terrorizzò Dnipro. Ma nessuno scenario può essere escluso.


La favola dell’ape-robot

Secondo la dottrina russa, l’assalto alle basi strategiche è sufficiente ad autorizzare una rappresaglia con le armi atomiche 

Viene spontaneo richiederselo scoprendo un documento pubblicato da “Science Robotics” dove i ricercatori in microbiotica del prestigioso  MIT (Massachusetts Institute of Technology) presentano un ape-robot dotata di quattro ali, capace (si scrive) di acrobazie vertiginose e autonoma per più di mille secondi. Dovrebbe essere un “nano-drone-impollinatore”. La risposta, quindi, alla decimazione e al crollo delle popolazioni di api tanto selvatiche quanto domestiche. E allora dici: “ecco l’’occasione di tornare o di riscrivere su quella favola di Mandeville e fors’anche di interpretare l’ostinazione di quel professore universitario, forse antiveggente o previdente!”

Il vizio è necessario

La favola delle api si dovrebbe distribuire e far leggere oggi in ogni scuola (ad esempio nell’ottima versione italiana di Giuseppe Di Leva, dell’editore torinese Prinp). C’era una volta un grande alveare. Le api erano molte feconde e vivevano negli agi e nel lusso, anche grazie alla corruzione diffusa. Mentre milioni di loro passavano il tempo a lavorare, innumerevoli altre si lanciavano, con poca fatica ,in qualche affare di grandi guadagni. E la società pullulava di ciarlatani, ruffiani, sfruttatori, giocatori d’azzardo che vivevano sulle spalle dei loro simili. Un giorno, preoccupato delle lamentele continue che salivano dalla terra, Giove decise di liberare il grande alveare da tutti gli imbrogli. E così gli inganni svaniscono, l’onestà ricolma i cuori, cala la maschera dell’ipocrisia, persino i giudici diventano superflui. A quel punto, tuttavia ,vengono a trovarsi in difficoltà le api che vivevano su quello, sul consumismo sfrenato. L’alveare si impoverisce e diventa facile preda dei nemici. In fin dei conti, il vizio è dunque necessario. Così scriveva Mandeville e correva l’anno 1706. 

“Giove, vogliamo l’intelligenza!”

Oggi quella favola andrebbe aggiornata. Con il trascorrere del tempo gli uomini s’accorsero che gli animali avevano cattive abitudini: morsicavano, pungevano, propagavano malattie e, soprattutto, distruggevano oppure pretendevano di partecipare al festino. Si sminuzzarono allora i lombrichi nel solco dei trattori, ma non cambiò molto. Si eliminarono batteri e funghi diffondendo veleni nel terreno, ma fu peggio di prima e perirono sciami di laboriose api che davano il miele e le piante e gli alberi, senza le api impollinatrici, non potevano più fare l’amore, i fiori avvizzivano tristi e sterili, la frutta veniva a mancare. Si  decimarono persino castori distruttori e lupi divoratori, ma si diffusero presto  altri distruttori e divoratori. 

Gli uomini, sempre più estenuati e inquieti, si rivolsero a Giove. “Vogliamo l’intelligenza”, gli chiesero. “Ma l’avete già!- rispose Giove- Tra gli esseri viventi siete i soli a conoscere il vostro ambiente, siete la natura che prende coscienza di se stessa”. “No, non quella intelligenza, a che cosa ci serve?” “A seminare campi, a lasciare crescere piante e fiori che nutriranno anche le api, a evitare l’uso di prodotti che uccidono e che vi nuocciono…”. “No, è troppo noioso, troppo lungo, poco redditizio. Vogliamo l’altra intelligenza”. Giove cedette, alquanto scocciato: “D’accordo, ve la do ma ad una condizione: non potrete più restituirmela; sarete così condannati a diventare sempre più “intelligenti”. “O grazie Giove!”, si rallegrarono gli uomini. 

Un immenso lampo bianco

E fu allora che gli uomini, resisi arditi e colmi di idee geniali, studiarono sin nei minimi dettagli le api e costruirono dei piccoli robot che ne imitavano il funzionamento. Tanto da convenire: ”Funziona come con le api vere! E poi possiamo almeno controllarle ,regolarle e per queste non ci sono veleni che contano!” E si moltiplicarono anche gli investimenti per moltiplicare le api-robot.

Sorsero però altri problemi: costruire fabbriche, estrarre e ottenere materie rare per nutrire i robot, produrre molta energia, garantire trasporti in tutto il mondo, riciclare i vecchi modelli, risolvere infinite questioni logistiche. Venne allora agli uomini un’altra idea geniale: costruire anche un  robot-intelligenza. Ciò permise loro di cavarsela ancora per qualche tempo. Videro però presto piante e colture deperire e i terreni diventare sempre più duri come pietra. “Dobbiamo creare dei robot-lombrichi, che macinano la terra”, gridarono allegri. Come fare? Sottoposero la questione al più intelligente dei robot intelligenti. Il quale, invece di rispondere com’era sua abitudine, sfinito per una miriade di dati da  ingoiare e masticare, esplose con un immenso lampo bianco.

E fu allora che gli uomini deperirono. Come un vecchio alveare stremato nel cavo di un vecchio albero.

Nell’immagine: una delle api-robot del MIT


Dalla Cisgiordania a Gaza: non c’è più tempo

Secondo la dottrina russa, l’assalto alle basi strategiche è sufficiente ad autorizzare una rappresaglia con le armi atomiche 

ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

Il governo israeliano ha annunciato la creazione di 22 nuove colonie nella Cisgiordania occupata, compresa la legalizzazione di insediamenti già costruiti. Lo hanno reso noto il ministro della Difesa, Israel Katz, e quello delle Finanze Bezalel Smotrich, capofila del movimento dei coloni, dopo una votazione segreta del gabinetto di sicurezza. “Tutte le nuove comunità vengono istituite con una visione strategica a lungo termine, volta a rafforzare il controllo israeliano sul territorio, impedire la creazione di uno Stato palestinese e garantire riserve di sviluppo per gli insediamenti nei prossimi decenni”, si legge nella dichiarazione dell’esecutivo. Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), ha definito l’annuncio una “pericolosa escalation e una sfida alla legittimità e al diritto internazionale”. Secondo l’organizzazione non governativa israeliana Peace Now si tratterà della più vasta operazione di annessione di territori occupati degli ultimi decenni e comprenderà aree che si estendono nel profondo della Cisgiordania, in cui finora gli israeliani non avevano osato creare insediamenti per motivi di sicurezza. Peace Now ha criticato duramente il governo per aver preso una decisione del genere nel bel mezzo di una guerra. “Il governo sta chiarendo – ancora una volta e senza remore – che preferisce approfondire l’occupazione e promuovere l’annessione di fatto piuttosto che perseguire la pace” denuncia l’organizzazione, e aggiunge: “Il governo israeliano non finge più: l’annessione dei Territori Occupati e l’espansione degli insediamenti sono il suo obiettivo principale”.

Cisgiordania: obiettivo annessione?

L’espansione delle colonie in Cisgiordania, che l’organizzazione per i diritti umani B’tselem definisce “un furto di terra palestinese” è aumentata notevolmente da quando il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è tornato al potere a fine del 2022, a capo della coalizione di governo più a destra nella storia di Israele, all’interno della quale figurano partiti apertamente schierati a favore dei coloni. Da mesi, l’esercito israeliano conduce massicce operazioni in Cisgiordania schierando carri armati per la prima volta da decenni ed effettuando diversi raid e arresti. A febbraio, Katz ha ordinato all’esercito di “prepararsi a una presenza prolungata” sul territorio. E ieri Smotrich si è detto compiaciuto dei nuovi insediamenti, chiarendo che “il passo successivo è la sovranità”, aggiungendo che “non stiamo prendendo una terra straniera, ma l’eredità dei nostri antenati”. Tutte le colonie e gli insediamenti in Cisgiordania, come a Gerusalemme Est e sulle alture del Golan siriano, sono illegali secondo il diritto internazionale. Elisha Ben Kimon, giornalista israeliano che da anni segue la questione, ha dichiarato alla Bbc che il 70-80% dei ministri vorrebbe dichiarare l’annessione formale della Cisgiordania: “Penso che Israele sia a un passo dal dichiarare quest’area territorio israeliano. Credono che questo periodo non tornerà mai più, che questa sia un’opportunità irripetibile e non vogliono lasciarsela sfuggire”.

Gaza: una pace che non c’è?

L’annuncio – oltre a rappresentare l’ennesima doccia gelata per la soluzione dei due stati invocata da più parti per porre fine al conflitto israelo-palestinese – cade in un momento critico della guerra in corso a Gaza. Israele ha accettato una proposta di cessate il fuoco presentata dall’inviato americano Witkoff che prevede una tregua di 60 giorni e il rilascio di oltre 1200 palestinesi detenuti, in cambio della liberazione di 10 ostaggi vivi e delle salme di 18 ostaggi deceduti. La proposta, che apre all’ipotesi di una proroga accompagnata da negoziati, tuttavia, non prevede un cessate il fuoco definitivo, che Hamas ha più volte chiarito essere una condizione imprescindibile per ogni accordo. Inoltre, il disegno di Witkoff non prevede nemmeno un ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia né la ripresa della distribuzione di aiuti umanitari attraverso le Nazioni Unite, dopo i gravi incidenti di due giorni fa. Il movimento armato palestinese ha definito l’offerta “deludente” e, anche se non ha ancora ufficialmente declinato, sono poche le speranze che lo faccia. Bassem Naim, un alto funzionario di Hamas, ha chiarito infatti che la proposta “non risponde a nessuna delle richieste del nostro popolo, prima tra tutte quella di porre fine alla guerra e alla carestia”.

Palestina: scontro Macron-Netanyahu?E mentre sulla striscia i Gaza proseguono i bombardamenti, si alza anche il tono dello scontro diplomatico tra Israele e la Francia. Durante una visita di Stato a Singapore, il presidente Emmanuel Macron ha affermato che i paesi europei dovrebbero “indurire la loro posizione” nei confronti di Israele, se questi continuerà a “non rispondere in modo adeguato alla situazione umanitaria” a Gaza. Ciò significava abbandonare il presupposto che i diritti umani fossero rispettati e, ha aggiunto, “applicare sanzioni”. Secondo Macron, abbandonare la Striscia di Gaza devastata dalla guerra al suo destino e dare “carta bianca” a Israele “ucciderebbe la credibilità dell’Occidente agli occhi del mondo” e riconoscere uno stato palestinese è ormai “un dovere morale e una necessità politica”. Le sue parole hanno provocato la furiosa reazione di Netanyahu, che ha accusato il presidente francese di portare avanti “una crociata contro lo Stato ebraico”. In una lunga dichiarazione, il premier israeliano ha affermato che “non esiste alcun blocco umanitario” e che “Israele sta facilitando l’ingresso di aiuti a Gaza” ma che “invece di esercitare pressioni sui terroristi jihadisti, Macron vuole ricompensarli con uno Stato palestinese”. Il riferimento non è casuale. Difatti lo scontro tra Parigi e Tel Aviv si inserisce nella scia di tensioni in vista della conferenza di alto livello sulla soluzione dei due Stati, che Francia e Arabia Saudita ospiteranno alle Nazioni Unite il 17 giugno a New York. In quell’occasione – secondo varie fonti diplomatiche – Parigi dovrebbe lanciare un’iniziativa per il riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina.


Gaza, la disumanità e il giudizio

Secondo la dottrina russa, l’assalto alle basi strategiche è sufficiente ad autorizzare una rappresaglia con le armi atomiche 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

A differenza della guerra in Ucraina, dove permane un barlume di politica e quindi di diplomazia, in Medio Oriente lo spartiacque passa ormai soltanto tra umanità e disumanità. Questo è il criterio estremo, anzi l’ultimo, con cui possiamo guardare ciò che accade a Gaza, e prendere posizione. Siamo infatti davanti al massacro di una popolazione civile, insistito, programmato, strategico, che proprio per questo chiede di essere giudicato in sé, per ciò che significa, per la sua portata e per le sue conseguenze: qualcosa che rimarrà nella storia e nella memoria delle persone e dei popoli.

Anche l’assalto terroristico del 7 ottobre ai civili ebrei da parte di Hamas, con la sua furia assassina e il bottino umano di prigionieri, ha rappresentato un salto nel nostro tempo, perché lo abbiamo vissuto come la riemersione selvaggia del pogrom che dal passato buio dell’Europa tornava a insanguinare la contemporaneità.

Questo vuol dire che i due eventi sono per sempre legati insieme, con un rapporto di causa e effetto: non dobbiamo dimenticarlo, per non ingannare la storia e la verità. Ma dobbiamo avere la forza di dare un giudizio distinto per ognuno, per evitare calcoli di compensazione e recuperare invece la nitidezza delle responsabilità.

Siamo infatti oltre il limite in cui il Medio Oriente ha vissuto i suoi conflitti: perché siamo arrivati a un punto in cui tutti i criteri politici di giudizio sono saltati, travolti dalla dimensione tragica di quel che sta accadendo. Abbiamo pensato che quelle categorie tradizionali valessero anche per Israele e Palestina, ma non è così.

Il pogrom del 7 ottobre è fuori da questi confini: proprio perché concepito come massacro di massa di donne e uomini colpevoli soltanto di essere ebrei, conferma la strategia tipica di un’organizzazione terroristica che si è impadronita tragicamente della rappresentanza di un popolo, lo usa come ostaggio nel conflitto e fa dei suoi lutti e delle sue sofferenze il nutrimento della propria propaganda.

A Gaza con lo sterminio dei civili, affamati, messi in fuga e bombardati, siamo oltre le esperienze che abbiamo vissuto nel dopoguerra. Lo schema democratico ha provato a farsi valere anche qui, su questo terreno di conflitto, replicando le sue regole: Hamas ha attaccato, trucidato, stuprato, imprigionato, dunque Israele ha il diritto di difendersi. Ma essendo una democrazia, a differenza di Hamas, ha il dovere di farlo restando nei confini della proporzione, ponendosi un limite, cioè rimanendo se stessa, perché la democrazia obbliga terribilmente.

Ma mentre ripetevamo la formula democratica occidentale ci rendevamo conto che quel codice rituale non riusciva a governare e a disciplinare quanto stava accadendo, perché era superato e travolto dalla realtà che fuorusciva dal suo perimetro. Netanyahu non si pone limiti nella volontà di sradicare Hamas, perché ritiene che il proposito di distruggere lo Stato ebraico («Israele esisterà finché l’Islam non lo annienterà») non riconosca limitazioni né di tempo né di modalità, sia una sorta di assoluto.

Ma soprattutto, decimando e scacciando un popolo Netanyahu può distruggere il miraggio dei due Stati, che ha sempre avversato. Quindi autorizza se stesso ad andare oltre ogni proporzione, al di là della pietà e dell’umanità, assolutizzando il diritto di difesa, come se fosse sovraordinato e non legato ad altri principi e obblighi.

C’è un punto, ci dev’essere per forza, in cui l’esercizio della difesa passa di segno e diventa un’altra cosa: pura offesa, volontà di massacro, con la morte inseguita e procurata come strumento di sgombero di un territorio e sradicamento di un popolo.

A Gaza quel punto è superato: dovunque sia fissato, siamo oltre. Quando la guerra passa dagli eserciti al popolo lo trasforma in bersaglio, entra nelle case, nelle scuole, negli ospedali, con i bombardamenti uccide persone inermi, vecchi, bambini, superando ogni discrimine e trasformandosi in furia cieca: che trova spiegazione soltanto in se stessa, perché ha superato la soglia dell’orrore.

Quando il blocco del pane diventa un’arma, consegna a chi lo usa un potere feroce, dosando la quantità di sopravvivenza degli esseri umani trattati come prigionieri alla mercé di una potestà incontrollata, regolando la quota della loro disperazione, calpestando ciò che resta della loro dignità, spogliata dall’inermità.

Ma proprio l’esercizio di questa sproporzione, la strategia dell’eccesso, l’abuso primordiale della fame come strumento di dominio corrodono anche la dignità dei dominanti, spostano irrimediabilmente il parametro dell’equilibrio, della giustizia, del diritto: e infine dell’umanità.

Non si può tacere. Certo, tutto è complicato dal fatto che l’antisemitismo, oltre a contagiare sempre più l’Occidente (anche nella sua parte che si vuole progressista) sta trovando in questi crimini una nuova licenza di espressione, come se la tragedia lo autorizzasse a rimuovere l’interdetto storico e morale più pesante del Novecento, già eroso da questi primi decenni di un secolo immemore. È quel passaggio che Hannah Arendt denunciava, dal pregiudizio antiebraico all’ideologia: e potremmo aggiungere, dalle responsabilità del governo alle accuse al popolo.

Ripetiamo quel che scrivevamo mesi fa: il diritto-dovere di condannare la dismisura bellica del governo di Netanyahu, e di chiedere la fine dei bombardamenti e del blocco agli aiuti nella Striscia di Gaza, deve trovare spazio nel discernimento di ogni cittadino democratico insieme al diritto di Israele alla sicurezza, a partire dal rilascio dei prigionieri rapiti da Hamas, facendoci sentire corresponsabili del suo diritto alla sopravvivenza.

Questo doppio impegno oggi può sembrare squilibrato davanti alle immagini che arrivano da Gaza: ma proprio qui sta la maledizione che ci viene da quella terra, dove non c’è un diritto che possa essere affermato senza che dall’altra parte i torti lo assalgano ammutolendolo.

Nell’immagine: Khan Yunis, Striscia di Gaza, 30 maggio: palestinesi in attesa della distribuzione del cibo 


Marc Lazar: “In Europa c’è fame di autorità. Ma il rischio è l’autoritarismo”

Secondo la dottrina russa, l’assalto alle basi strategiche è sufficiente ad autorizzare una rappresaglia con le armi atomiche 

Di Cesare Martinetti, La Stampa

Grandi problemi, piccoli governi. È questa è la situazione della democrazia in Europa e Marc Lazar lancia un avvertimento: «C’è una forte domanda di autorità che per il momento non significa richiesta di autoritarismo. Se i partiti non sapranno rispondere, si arriverà alla richiesta di autoritarismo». Politologo, docente di lungo corso a Sciences-Po, Parigi, cattedra BNP-BNL-Paribas alla Luiss di Roma, Lazar è un esperto (e appassionato) studioso delle relazioni italo-francesi. Ha partecipato ieri al Festival Internazionale dell’Economia di Torino.

Professor Lazar, il mondo è in fiamme e i nostri sistemi democratici sono in affanno. Cosa dobbiamo pensare?
«La situazione deve farci ricordare che storicamente le democrazie in Europa sono fragili, come si è visto negli anni Venti e Trenta del Novecento. Quello che mi colpisce oggi sono le sfide che ci arrivano dall’esterno. Innanzitutto l’aggressività russa e cinese, Xi Jinping era con Putin alla sfilata del 9 maggio a Mosca, insieme avevano proposto al Sud globale il loro modello autoritario e vediamo che anche in Europa ci sono alcuni attori politici pro russi. La seconda sfida viene dagli islamisti e non intendo l’Islam come religione, ma la componente politica che ha dichiarato guerra alle democrazie: siamo considerati Paesi deboli, con valori che loro rigettano. E anche in questo caso hanno una certa audience tra i nostri politici».

E poi c’è l’America di Trump. Come giudica la sua politica?
«È la grande novità ed è un terremoto. Il vero ideologo è il vice presidente Vance, il quale sostiene che l’Europa non è democratica e bisogna appoggiarsi sui partiti di destra e destra radicale, provocando un certo impatto all’interno dell’Europa».

Intanto i cittadini europei sono sempre più diffidenti nei confronti dei sistemi politici tradizionali, come nel suo Paese, la Francia. Un presidente impopolare e un governo di minoranza. Perché?
«Si pensava che la Francia avesse una forma di protezione istituzionale. E invece malgrado l’efficienza della Quinta Repubblica, la diffidenza è più forte che in Italia. Tra estrema destra ed estrema sinistra, alle ultime elezioni il 52% ha votato contro il sistema. Macron è il presidente più impopolare, ma i francesi hanno un rigetto massiccio verso Trump e Putin. Macron, pur non volendo rompere con gli Usa, resiste alle politiche di Trump, è molto duro con Putin e sostiene una sempre maggiore integrazione europea. Questa posizione gli è valsa un ritorno di popolarità, con due vincoli ben precisi: no a soldati francesi in Ucraina e no a nuove tasse».

Macron finirà il mandato tra due anni. Chi gli succederà? I suoi atteggiamenti sembrano la parodia di Luigi XV: dopo di me il diluvio.
«Certo, c’è un grosso problema di successione, Macron ha fatto di tutto per impedirla, ha tagliato le teste di tutti i possibili successori. Ha fatto una navigazione a vista su tutto, un po’ a destra un po’ a sinistra. Salvo su un argomento, l’Europa, il suo filo rosso che non ha mai tradito. C’è una grandissima incertezza per il 2027. La sinistra è divisa e anche Marine Le Pen, che al momento non si sa se potrà candidarsi, subisce la competizione interna di Jordan Bardella».

E come vede l’Italia?
«In una situazione più vantaggiosa. Dal 2022 Giorgia Meloni gode della stabilità politica, nonostante le tensioni con Salvini, pensa di potersi affermare come leader europea. Ed ha un certo successo: nella politica sui migranti, è quasi diventata un riferimento e un’ispirazione. E poi la sua critica durissima al Green Deal con l’idea di contrastare la politica verde della Commissione sembra avere un bel successo nel Partito Popolare e in diversi governi».

L’Italia però è fuori dalla “coalizione dei Volenterosi” per l’Ucraina. Perché? È stata esclusa o si è autoesclusa?
«Per le due ragioni. È una situazione complicata a causa della Lega, dell’integralismo pacifista dei Cinque Stelle e di una parte del Pd. Meloni è obbligata ad essere prudente, ogni volta che parla, trova una formula diversa e non cita mai l’espressione riarmo europeo».

Martedì Macron incontrerà a Roma Meloni dopo un lungo periodo di frizioni e incomprensioni. Cosa si aspetta?
«È molto importante perché c’era davvero un clima molto teso, con i media italiani di destra che ogni giorno attaccano Macron con un’enfasi che non risponde alla realtà dei rapporti tra i due governi. So per certo che persino Salvini ha ottime relazioni con il ministro dei Trasporti francese. La Francia sa che Meloni ha un problema a stare con i Volenterosi, ma non vuole uno strappo con l’Italia perché ci sono fortissimi interessi comuni. I diplomatici hanno lavorato intensamente in queste settimane. Nel 2019, quando ci fu un’analoga crisi politica, furono le associazioni degli imprenditori, Confindustria e Medef, a ricucire per salvaguardare il business. Meloni e Macron hanno bisogno di vedersi per far passare questo messaggio».

Torniamo alle difficoltà dei nostri sistemi democratici. Come si può pensare di uscire da questo paradosso: governi deboli che devono prendere decisioni forti?
«Rispondendo alle domande sociali elementari, come il potere d’acquisto. Sul piano strettamente politico, in Francia, in Germania o in Italia c’è una forte domanda di autorità e allo stesso momento c’è la grande aspettativa di maggior partecipazione, di controllo, di etica politica. I partiti devono rispondere a questa domanda».

E come valuta il passaggio di un nuovo modello di imprenditore come Elon Musk nell’amministrazione Trump?
«Prima di essere ucciso da un agente staliniano, Lev Trotsky trovò una formula straordinaria: “Luigi XIV diceva lo Stato sono io, Stalin può dire la società sono io”. Ecco, io credo che la formula che riassume meglio Musk sia questa: “L’umanità sono io”. È una sfida epocale, una forma potenziale di totalitarismo che si esprime con il fascino della tecnologia e follie come andare su Marte. È la dissociazione tra democrazia e libertà».

Nell’immagine: Il politologo e sociologo francese Marc Lazar