Il direttore di Haaretz: “Israele non vede la realtà di Gaza ma solo l’antisemitismo”

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Aluf Benn vive da anni al centro delle notizie: è il direttore di Haaretz, il giornale progressista di Israele. Un giornale che, nonostante le vendite in calo, resta un punto di riferimento fondamentale per chi vuole capire questo Paese. Dal 7 ottobre 2023 l’influenza della testata è cresciuta in maniera esponenziale: la diretta web che il sito ha inaugurato quel giorno non si è mai fermata e ha registrato milioni di accessi. Sin dalle settimane successive alla strage di Hamas e all’inizio della guerra a Gaza, Benn si è dato una regola, che rispetta anche in questa intervista: nessun commento su come Haaretz ha seguito quei fatti, sui singoli articoli e sulla reazione che hanno suscitato in Israele.

Direttore, proviamo a mettere qualche punto fermo nel grande caos di questi giorni. In che posizione la guerra all’Iran ha lasciato Benjamin Netanyahu e il governo?

«Li ha rafforzati: non soltanto perché l’America si è schierata con lui e perché militarmente Israele è uscito vincitore dall’offensiva. Ma perchè la decisione di fare la guerra all’Iran ha dato a Netanyahu l’opportunità di colpire al cuore il campo dell’opposizione: Bennett, Lieberman, Gantz e Lapid si sono tutti schierati con lui e ora faticheranno a dire che non è legittimato a guidare il Paese. Il fronte del “tutto tranne che Bibi” si è indebolito».

E cosa farà il primo ministro con questa nuova forza?

«E’ molto difficile fare previsioni in questi giorni, ma di fronte ha due dilemmi. Il primo riguarda Gaza: per la prima volta ci sono persone nella sua coalizione e nel suo stesso partito che gli chiedono di chiudere la guerra e riportare a casa gli ostaggi al più presto. Che sul piano politico vuol dire rompere con l’estrema destra, che questo non è disposta ad accettarlo. Il secondo dilemma è se convocare o meno elezioni anticipate, contando sui sondaggi favorevoli: per cercare la risposta bisogna chiedersi se questo governo è destinato a durare a lungo, nel caso non venga sciolto. Io non credo, perché il nodo del servizio militare degli ultraortodossi verrà presto al pettine. Dunque Netanyahu potrebbe decidere di sciogliere il governo prima che cada da solo e convocare elezioni anticipate. Una cosa è certa: oggi ha più spazio di manovra di prima».

Ci sono segnali concreti del fatto che potrebbe usare questo spazio per arrivare a una svolta su Gaza?

«I segnali ci sono: Israele non può dire che sta vincendo a Gaza oggi, i soldati continuano a morire e non c’è niente da guadagnare a rimanere impantanati nella Striscia. Ho speranza che le cose cambino. Anche perché è sotto gli occhi di tutti la differenza fra il successo di una campagna militare condotta a migliaia di chilometri di distanza per sconfiggere l’Iran e l’impossibilità di fermare Hamas e riportare a casa gli ostaggi a pochi chilometri da Tel Aviv. Questo peserà».

E Donald Trump? E’ davvero il migliore amico di Israele come da giorni ci sentiamo ripetere?

«Non mi piace parlare di amicizia. Qui quello che conta è l’interesse: Trump ha seguito la strada di tutti i presidenti americani dal ’48, appoggiando Israele. Cosa altro verrà, lo vedremo. Quello che è diverso dal passato non è Trump: è il rapporto fra i due Paesi. Non solo da venti mesi la dipendenza di Israele dall’appoggio americano è aumentata moltissimo in termini di rifornimento di armi, di informazioni di intelligence, di sostegno internazionale. Ma ora, per la prima volta, Israele ha chiesto all’America di combattere in suo nome. Non era mai successo prima».

Lei segue Benjamin Netanyahu da moltissimo tempo: una cosa che molti in Europa non capiscono è come è possibile che in venti anni non sia mai emerso un leader alternativo a lui. Perché Netanyahu è diventato il volto stesso di Israele?

«Non è questione di leader ma di idee. Bennett, Lieberman e Gantz non hanno un’idea di Israele diversa da quella di Netanyahu: lo abbiamo visto quando lo hanno lodato per aver colpito l’Iran. Anche sulla questione palestinese la pensano come lui: e allora, lui è più bravo di loro nella narrazione, in ciò che ha raccontato al Paese. Poi c’è l’economia: a partire dagli anni ’90 è iniziata qui una nuova era dal punto di vista economico. Le start up e la tecnologia hanno fatto di Israele un Paese ricco, almeno in parte e di questo molte persone sono riconoscenti. La domanda da farsi per capire il successo di Netanyahu è: c’è qualcuno oggi con una visione diversa dalla sua? Io non lo vedo».

C’è un’altra cosa che la gente in Europa non capisce: come è possibile che Israele lamenti tanto di essere isolato e non veda da dove nasce questo isolamento? E con questo intendo Gaza..

«Perché non vede Gaza. Gli organi di stampa israeliani, in media, non raccontano ciò che accade lì. Raccontano la crescita dell’antisemitismo nel mondo senza inquadrarla nella fotografia più grande: così la gente non capisce».

Che eredità crede che tutto questo lascerà sul futuro?

«Questa è una domanda molto difficile. Credo che il peso di quello che accade qui si stia facendo sentire ben oltre i nostri confini: la vittoria di Mamdani nelle primarie per il sindaco di New York è un segno. Il fatto che alcuni elettori musulmani non abbiano votato per Harris e così abbiano aiutato Trump è un altro segno. Per quanto riguarda noi israeliani, forse se nei prossimi mesi ci saranno gli accordi di pace di cui si parla in questi giorni, il sentimento di ostilità che c’è nei nostri confronti scenderà, almeno in parte. Ma è presto per dirlo».

 


Budapest, 200mila al Pride vietato da Orban. Schlein: “Ue divisa, Italia stia dalla parte giusta”

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 

Di Letizia Tortello, La Stampa

Le due Europe si guardano negli occhi per la prima volta poco dopo Szabadsag hid, il ponte della Libertà, nel centro di una Budapest assolata, che ieri si è trasformata nella capitale dei diritti dell’intera Unione. Da una parte una marea umana colorata, che danzava sulle note di “Ymca” e “It’s my life” di Bon Jovi e contava quasi 200 mila persone, secondo i dati diffusi in serata dagli organizzatori del Pride ungherese. Dall’altra, qualche decina di manifestanti di vari gruppi dell’estrema destra, occhiali da sole e abiti neri, che in un silenzio inviolabile tenevano appesi striscioni con scritto, tra il resto, «Stop alla pedofilia Lgbt».

Il Budapest Pride doveva essere vietato, unico Pride proibito in Europa nel nome di quella che il premier Viktor Orban ha chiamato «la legge per la protezione dei bambini» (una norma del 2021, implementata quest’anno col divieto dei cortei queer). E invece, ha invaso le larghe strade urbane della capitale con una parata allegra e pacifica, per fortuna senza scontri. Appuntamento alle 15 davanti al Municipio, dove il sindaco liberale Gergely Karácsony aveva appena ricevuto i colleghi di quattordici città europee, da Londra ad Amsterdam, da Atene a Lubiana, Torino, Milano, Stoccolma. È lui la vera star di una giornata che sembrava impossibile da realizzare: Karácsony ha trasformato il Pride in un evento cittadino, per provare a sottrarlo al divieto nazionale di organizzare cortei Lgbtqi+, come detta una legge approvata dal Parlamento a metà marzo e fortemente voluta da Orban. Dall’alto dei suoi quasi due metri, il primo cittadino non ha paura di passare guai giudiziari, che per i promotori del Pride potrebbero andare ben oltre la multa di 500 euro ventilata dal governo.

Poco prima della partenza, in un’intervista con La Stampa, il sindaco nel suo ufficio si mostra consapevole dell’attenzione internazionale che ha creato. In suo sostegno, sono arrivati una settantina di europarlamentari dell’opposizione, più una delegazione dei popolari Ue. Nutrito il gruppo degli italiani, tra politici, attivisti, semplici cittadini preoccupati per il rapido scivolamento nell’autoritarismo dell’Ungheria e non solo. Karácsony affronta ancora una volta a viso aperto, a distanza, il leader di Fidesz: «Se finirò in carcere? Non credo proprio. Queste stupide minacce dimostrano solo la debolezza del regime di Orban, non certo la sua forza». E aggiunge: «Se proibisci un Pride in uno Stato membro dell’Unione, vuol dire che nessun cittadino in Europa è più al sicuro nella nostra casa comune. I diritti umani sono indivisibili e universali, non ci sono cittadini di serie A e di serie B. La democrazia non è di serie A e di serie B».

Lui guida il corteo, al suo fianco la vice premier spagnola Yolanda Diaz, Elly Schlein, Carlo Calenda e altri eurodeputati. Il sindaco esce con lo striscione che sarà il punto di riferimento per tutta la marcia dal City Hall e la piazza esplode in un boato, tra applausi e grida di gioia, mentre il carro con la musica parte.

«Daddy, daddy, you are my daddy», urla un giovane ragazzo trans ungherese accompagnato dagli amici. «Ma non nel senso trumpiano, come l’ha chiamato Rutte – puntualizza -. Daddy è diventato un meme, perché Karacsony è il nostro punto di riferimento. Il nostro Paese può rinascere, finalmente guardiamo oltre questi anni di paura e perdita progressiva di libertà». È il vicesindaco di Francoforte, Wolfgang Siefert, a dare l’immagine plastica della rivolta in atto per le strade di Budapest: «Noi siamo la maggioranza in Europa, non quelli come Orban – dice –. Siamo venuti in tanti, subito, a difendere la libertà di manifestare e la democrazia». L’impressione è che in strada a Budapest non ci siano solo i diritti Lgbtqi+, ma quelli di tutta una società che tre mesi fa si è vista negare la possibilità di manifestare.

E invece, quasi non si cammina, tanta è la gente scesa in piazza. Dopo 300 metri, la polizia ferma il corteo e chiede agli organizzatori di cambiare strada: il ponte da cui si doveva passare è bloccato dai facinorosi, da un gruppo di estremisti che intonano slogan come «l’omosessualità non è naturale», «Vergognatevi», «Noi siamo la vera Ungheria». Il loro piccolo “pride nazionalista” è stato autorizzato dal governo, a differenza di quello queer. Sul ponte Erzsebet, un’imponente architettura bianca in acciaio che collega Buda e Pest, il mare di gente si nota ancora di più. I disturbatori ultra nazionalisti come il movimento giovanile delle 64 Contee (Hvim), che beneficia di fondi pubblici e rimanda a Jobbik, partito di estrema destra, avevano iniziato fin dal mattino a farsi vedere. A un certo punto, arrivano due persone di un’altra formazione, dicono di essere cristiani integralisti, con una croce gigante di legno in mano: «Voi siete impuri, l’omosessualità non è naturale». Le tensioni sono poco più avanti, con un altro gruppetto di una trentina di attivisti che sfodera cartelli come «Salviamo vite» e «Questa è Sparta». Un cordone robusto di poliziotti li tiene separati dal Pride. «Queste formazioni neofasciste sono state strumentalizzate dal governo Orban per fare in modo che la polizia ci potesse bloccare», spiega Giuliano Federico di Gay.it. Tra la folla c’è anche Greta Thunberg.

Non fioccano le multe annunciate, ma le telecamere per l’identificazione facciale sono attive. Sembra una manifestazione legale, nei numeri e nella disciplina, ma non lo è.

«Dieci anni fa non avrei mai immaginato che l’Ungheria sarebbe scivolata così in basso», commenta Roland Fanakas, 38 anni, membro del consiglio della Città di Szekesfehervar. «È successo quando Orban ha preso a controllare tutti i media – aggiunge -, ma non credo che la maggioranza la pensi come lui. Saranno 2 milioni i conservatori, ma noi siamo 9,5 milioni. L’altra volta, metà degli elettori non è andata a votare». Sylvia è in piazza con la figlia Katalin Velencei e il marito. Lavora in una multinazionale americana e dice di provare una sensazione simile di paura, controllo e insicurezza a quella che viveva quando era bambina, in epoca sovietica. «La maggior parte dei miei amici gay sono andati via, perché devono nascondersi per strada, non possono baciarsi e tenersi per mano». La figlia aggiunge la sua esperienza di autoritarismo quotidiano nella stretta cerchia: «Non puoi postare quel che vuoi sui social, per timore di essere listato. Conosco insegnanti che sono stati allontanati da scuola per questo».

Yanush Mosolygo, 74 anni, pensionato ed ex manager, è venuto «per un semplice concetto: la libertà che voglio per me e per i miei nipoti». Se la prende col governo che «controlla ogni cosa, banche, media, corrompe». Confessa di avere amici elettori di Orban, «che pensano sia un leader vero», ma non può immaginare che Budapest lascerà mai l’Unione europea. Ci sono bambini coi cuori arcobaleno appiccicati in viso e sulle braccia, passeggini, anziani. Lungo il tragitto, cartelli che chiamano in causa la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, accusata di «proteggere Orban». E manifestanti con le magliette col viso del premier e la scritta «Ada adadada», un balbettio, come quello con cui il premier ha iniziato le ultime interviste. «Orban è inumano, illiberale, egoista, manipolatorio, bugiardo, è il cavallo di Troia della Russia e della Cina dentro l’Europa, ecco perché non abbandoneremo mai l’Ue», spiega Agata, 84 anni, magrissima, sorridente.

«Ungheria libera, stop potere illimitato», recita un altro cartellone. Le speranze della piazza ungherese sono riposte tutte nelle elezioni del prossimo aprile, e portano il nome di Peter Magyar, fuoriuscito da Fidesz e oggi il principale oppositore del leader nazionalista, avanti nei sondaggi. «Questo sistema si può distruggere solo dall’interno», dice ancora Roland. Le speranze dell’Europa, dei migliaia di attivisti che sciamano dopo i discorsi dal palco, a fine giornata, ripartono da Budapest. Da una marcia vietata e oceanica, da piazza Deák al molo Műegyetem, diventata il simbolo del potere del dissenso e della democrazia.


Il Papa e la sinistra

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 

La morte di Papa Bergoglio e l’elezione di Prevost con il nome di Leone XIV hanno occupato per settimane i media in tutte le loro forme espressive: centinaia di servizi radio-televisivi, un numero incalcolabile di pagine di quotidiani e rotocalchi. E già sono uscite le prime biografie (il Vaticano resta sempre un grande affare editoriale).

Perfino testate con una lunga militanza laica alle spalle, come Repubblica, sembravano rivaleggiare, per entusiasmo e ricchezza di dettagli, indiscrezioni e retroscena, con l’Osservatore Romano. Sicuramente ha pesato l’amicizia del fondatore Scalfari con il pontefice argentino «venuto dalla fine del mondo», un dialogo durato a lungo.

C’è però dell’altro: un simile trasporto affettivo-devozionale si spiega soltanto con il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia. Di fronte alle macerie prodotte da guerre, disastri ambientali e carestie, la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi, dispensatrice di resistenza e di speranza. Papa Francesco ha saputo estendere la sua influenza ben oltre l’area dei fedeli. La sua enciclica «Laudato si`» ha avuto un’ampia eco anche nelle cerchie dell’ex sinistra extraparlamentare, tra reduci del ‘68 come Guido Viale.

Il Papa è l’ultimo esponente della sinistra? («Der Papst ist der letzte Linke?»), si è chiesto in sede di bilancio il settimanale tedesco Die Zeit. Risposta: incasellarlo nelle categorie politiche classiche non ha molto senso, dato che la forza del soglio pontificio risiede in una tradizione che non ha eguali nella storia dell’Occidente cristano. Certo, poi le simpatie e i consensi calano, fino a rovesciarsi in aperto dissenso, quando entrano in scena le questioni etiche (aborto e fine vita). 

La Chiesa come laboratorio

Rinnovare nella continuità: è questa la formula che ha permesso alla Chiesa di  attraversare indenne i secoli. Pensiamo alla sua capacità di dar vita ad una trattatistica sulle questioni che di volta in volta hanno investito e interrogato la società. Nessun’altra agenzia può vantare un patrimonio del genere, tra encicliche, istruzioni, raccomandazioni, lettere ecc. Va comunque ricordato che la prima enciclica sociale della Chiesa cattolica, la «Rerum novarum» promulgata da Leone XIII nel 1891, aveva di mira il movimento socialista e le sue organizzazioni. Nasceva insomma per sottrarre alla predicazione socialista le moltitudini operaie e bracciantili. Diceva l’enciclica fin dalle prime righe: «il socialismo, falso rimedio… i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato… il peggio si è che il rimedio  da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà privata è diritto di natura». 

In precedenza, Pio IX con il «Sillabo» (1864) aveva condannato il cammino della modernità laica e razionale, identificata con il liberalismo. Sorte non migliore è poi toccata nel corso del Novecento alla Teologia della Liberazione e al marxismo nelle sue varie scuole e tendenze, finché anche questa stella polare è implosa sotto il peso delle sue contraddizioni e inefficienze, lasciando sul terreno soltanto un cumulo di frammenti, non più  recuperabili e ricomponibili. 

Il Papa rosso del socialismo

Eppure non sono mancati i periodi in cui la classe operaia, o più in generale i ceti subalterni, credettero di potersi riscattare affidandosi ad un modello alternativo, solido e coerente. In una prima fase, tra la fine dell’Ottocento e la guerra del 14-18, il ruolo di guida fu assunto dal partito europeo più forte e strutturato, la socialdemocrazia tedesca: tutte le formazioni sorelle, belghe italiane francesi svizzere, traevano ispirazione dai «camarades d’Allemagne». S’incaricava di dare la linea Karl Kautsky, studioso di riconosciuto prestigio, infaticabile redattore della rivista Die neue Zeit, l’epoca nuova. Non c’era argomento – dalla demografia all’imperialismo, dalla condizione della donna alla questione agraria – che non venisse affrontato e sviscerato sulle pagine del periodico. Per questo suo impegno intellettuale Kautsky si meritò l’appellativo di Papa rosso («der rote Papst»). Ne era risultato un grande castello teorico, costruito pazientemente, ma che nell’estate del 1914 cedette di schianto di fronte al richiamo dei singoli nazionalismi in lotta tra loro. I lavoratori francesi e tedeschi abbandonarono l’internazionalismo predicato per decenni sotto le insegne della seconda Internazionale per scannarsi a vicenda nelle trincee. 

La seconda grande fase si aprì nell’ultimo biennio della Grande Guerra, con la rivoluzione d’Ottobre, il primo esperimento riuscito di dittatura del proletariato. Per decenni l’Unione Sovietica ha rappresentato un modello, il sol dell’avvenire, il paese capace di sbaragliare le armate di Hitler durante «la grande guerra patriottica» e di vincere la corsa per la conquista dello spazio. La religione, «oppio dei popoli», era stata espulsa dall’arena pubblica, sostituita dal materialismo dialettico, con tutta la relativa liturgia, una Chiesa rossa con Marx-Engels-Lenin-Stalin quali padri fondatori, l’Accademia delle Scienze  dell’URSS in funzione di Sant’Uffizio, il marxismo-leninismo elevato a teologia immanente, l’internazionalismo proletario in sostituzione dell’ecumenismo cattolico, il comitato centrale al posto del Vaticano, il culto della personalità quale forma mondana delle venerazione dei santi… 

La fine dell’alternativa

Il collasso del sistema sovietico ha trascinato con sé non soltanto i partiti comunisti d’Occidente (italiano, francese, spagnolo), ma anche l’edificio del «welfare» eretto dalle socialdemocrazie, soprattutto nordiche; ha insomma intaccato anche la prospettiva che si potesse vivere sotto le ali protettive di un capitalismo dal volto umano, attento agli ultimi e volto a mitigare le disuguaglianze sociali. Per un certo numero di anni si è ritenuto che il processo di globalizzazione avrebbe permesso di migliorare il reddito e la qualità di vita anche dei ceti inferiori. Purtroppo le cose sono andate diversamente, con un’accelerazione in negativo dopo le crisi finanziarie del 2008-2009. 

La sinistra nelle sue varie articolazioni (moderata, riformista, radicale) si è così ritrovata orfana sia sul piano dell’analisi (tramonto del marxismo), sia sul piano della mobilitazione, alle prese con un’economia non più incentrata sulla grande fabbrica fordista, ma su un pulviscolo di lavori dal profilo cangiante e instabile, con una prevalenza di attività nel settore dei servizi.  «La cultura marxista non ha più il suo latino»: così lo scrittore Giovanni Testori scriveva al comunista Giorgio Napolitano il 4 settembre del 1977 sul Corriere della Sera. E si potrebbe aggiungere: non ha più l’energia intellettuale per elaborare una sua enciclica-manifesto sotto forma di un pensiero che sappia cogliere ed interpretare i tempi nuovi, riattualizzando la sua tradizione laica e illuministica. 

Verso la nuova enciclica

Nel frattempo la Chiesa sta preparando il terreno per una «Rerum novarum 2.0», focalizzata sull’era digitale. Le coordinate fondamentali sono già state fissate nel documento «Antiqua et Nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana» (14.1.2025) che si avvale degli studi finora svolti dal frate francescano Paolo Benanti. Sicuramente le questioni sollevate in questo scritto promosso dal Dicastero per la Dottrina della Fede saranno riprese e approfondite nella prossima, prima enciclica sociale di Leone XIV. Sarà un’ottima occasione per riavviare il dialogo e instaurare un serrato confronto con le posizioni del nuovo pontefice.

Nell’immagine: una fotografia di Leone XIV modificata dalla redazione (il papa in realtà benedice con la mano destra)


Dietro il caos globale si affaccia un mondo nuovo

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 

Di Loris Caruso, il manifesto

L’aggressione di Israele e Usa all’Iran – momentaneamente conclusa – ha reso ancora più evidente che il mondo attraversa una fase di caos sistemico, inedita nelle possibili conseguenze.

Paradossalmente, la causa profonda di questo caos è che dalla situazione odierna può emergere un mondo nuovo, che ha a cuore anche la parte migliore degli ideali moderni, soprattutto dopo l’Illuminismo e la rivoluzione francese: un mondo basato sulla coscienza della necessaria unità del genere umano. Un’unità che senza annullare la sconfinata pluralità dell’esperienza dei popoli, sia il frutto della coscienza degli umani della comunanza del proprio destino. Quando si dice “mondo multipolare e multilaterale” si intende questo. Multipolare, cioè privo di una potenza dominante e caratterizzato da una pluralità di centri economici e culturali che cooperino ad affrontare i decisivi problemi comuni. E multilaterale, basato su un sistema di relazioni paritarie tra nazioni e aree del mondo, sul diritto internazionale e su un’Organizzazione delle Nazioni Unite completamente riformata.

Il comportamento dell’occidente in Ucraina e Medioriente, come l’aggressività verso la Cina, è il tentativo estremo di fermare la possibilità di questo mondo. Siamo in una fase storica di transizione. La potenza egemonica mondiale declina e con i suoi alleati si oppone al declino con tutti i mezzi, ma le forze in ascesa non hanno ancora accumulato la forza per determinare un equilibrio alternativo.

Quello dell’egemonia Usa è un declino lungo, iniziato con la sconfitta in Vietnam, e il modo in cui si consumerà non è scontato. A parte l’Europa, area ancora più declinante, gli interessi e le volontà degli Usa incontrano un’opposizione sempre più aperta ed efficace.

Alla fine de Il Lungo XX secolo, Giovanni Arrighi sosteneva che, dopo l’egemonia unilaterale Usa, nessun singolo paese avrebbe potuto sostituirla. Detenere un’egemonia mondiale significa accentrare il potere economico, geopolitico, diplomatico, militare e culturale necessario. Tutte queste dimensioni del potere sono diventate troppo grandi e complesse perché un singolo paese possa riunirle in sé. Chi teme che, se il declino Usa si compisse, sarebbe sostituito da un analogo potere imperiale cinese, può stare tranquillo.

La Cina non vuole farlo, la sua storia dimostra che non ha questa natura, ma non potrebbe farlo nemmeno se volesse. Nel futuro queste diverse dimensioni del potere saranno necessariamente distribuite tra diverse aree e nazioni. Per questo anche la lettura del presente come “multimperialismo”, con cui si equipara l’imperialismo anglosassone a un neoimperialismo russo o cinese, è sbagliata, sia perché i comportamenti e gli approcci di Russia e soprattutto Cina alle relazioni internazionali sono molto diversi da quelli occidentali, sia perché oggi in uno scontro per l’egemonia mondiale nessun polo può avere la meglio. Siamo costretti dalla necessità a inventare un mondo nuovo e inedito, dando una forma razionale a processi che sono già in atto.

Il mondo è nella situazione in cui erano gli stati nazionali nell’Ottocento. È in corso un processo di democratizzazione, che in questo caso riguarda l’assetto delle relazioni internazionali e la distribuzione del potere e delle risorse a livello mondiale, e che tende a superare le precedenti forme monarchiche (unilateralismo) e oligarchiche. La possibilità di condividere e gestire con consapevolezza questa transizione non poggia su un approccio ottimistico, ma sull’oggettività di limiti e rischi che per la prima volta riguardano sincronicamente il mondo intero: i terribili conflitti armati in corso, la crisi ambientale, la ridefinizione del rapporto tra umano e artificiale, l’insostenibilità strutturale delle diseguaglianze economiche, l’obsolescenza delle forme politiche moderne.

Questi rischi e limiti rendono necessaria una gestione condivisa a livello mondiale, pena l’implosione dei rapporti tra sistemi sociali e dei sistemi al loro interno. Questa tendenza alla democratizzazione delle relazioni internazionali è evitabile solo sottomettendo l’umanità al potere di una super élite che eserciti un dominio economico-militare.

La reazione occidentale al declino va in questa direzione, ed è quindi completamente irrazionale, segnata da una ‘follia’ in cui le continue oscillazioni di Trump e la cecità strategica dell’Europa sono il segno dell’impossibilità di riprodurre l’ordine esistente.

Il tentativo di fermare la storia attraverso guerre (militari e commerciali) e politiche di riarmo non potrà che accelerare la fine dell’egemonia occidentale, facendola accadere nel modo peggiore anche per cittadini e lavoratori.
Ciò che una volta veniva definita “Ragione” e che l’occidente (a volte giustamente) si attribuiva, è oggi presente nel Sud globale. Se la situazione non è già precipitata nel rischio aperto di un conflitto mondiale è grazie alla saggezza mostrata dalla Cina e dalla leadership dei Brics, che non accennano a voler accettare una sfida per il dominio, soprattutto se schiacciata sul terreno militare. Se nascerà, il mondo nuovo sarà anche una sintesi originale tra la parte migliore della ragione occidentale e della ragione delle altre grandi civiltà.


Quell’orrida gerarchia tra le vittime di guerra

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 

Di Chiara Saraceno, La Stampa

L’asimmetria tra le vittime dei confitti in corso sta diventando sempre più insopportabile, aumentando, se possibile, l’insopportabilità di massacri che sembrano non avere fine. Riguarda le vittime non viste dei conflitti che stanno (ancora, fino a quando?) nelle periferie del mondo, di cui poco si vede e si racconta. Ma riguarda anche i conflitti, le guerre, che invece occupano i giornali, le televisioni, gli incontri internazionali, tutti i giorni. È speculare alla diversa legittimazione data alle parti in conflitto in base a criteri che ormai poco hanno a che fare con il diritto internazionale, per cui non solo l’aggressione a un paese, o gli atti terroristici, ma la stessa violazione dei diritti umani viene o meno riconosciuta e condannata a seconda di chi la compie. Si possono impunemente stanare i propri nemici dovunque si trovino, anche a costo di fare vittime innocenti, come è successo nei raid israeliani sul Libano e negli omicidi “mirati” di leader politici, generali, o scienziati che spesso hanno coinvolto le intere loro famiglie, inclusi i bambini, evidentemente considerati puro “bagaglio appresso” dei loro congiunti.

Si possono anche utilizzare due pesi e due misure nel valutare vittime e aggressori a seconda del caso. Perciò Netanyahu può senza arrossire denunciare il bombardamento iraniano di un ospedale israeliano (in risposta all’attacco israeliano) come crimine contro l’umanità, mentre continua a far bombardare ospedali, scuole, file per il cibo (quando consente che un po’ di cibo entri), a Gaza come atti necessari per sconfiggere Hamas. L’orrore dell’attacco di Hamas il 7 ottobre viene replicato all’infinito nei bombardamenti quotidiani su persone, inclusi bambini, inermi, nell’obbligarli continuamente a spostarsi perché nessun posto ormai è sicuro, nell’affamarli lentamente, senza che i paesi che si definiscono culla della civiltà, inclusa l’Italia, ritengano opportuno una condanna non solo a parole.

Che sia tecnicamente un genocidio o meno, poco importa: è la, neppure tanto lenta, distruzione di un popolo cui non solo vengono sottratte anche le risorse minime per la sopravvivenza, ma la dignità di esseri umani. Le immagini dei palestinesi, spesso bambini e adolescenti, che si spintonano e azzuffano per arraffare un po’ di cibo gettato loro come fossero animali è l’immagine di una degradazione umana e civile che, se può indurre indignazione e pietà, può anche facilitare in chi li vede da fuori una forma di distanziamento e di inferiorizzazione di esseri umani ridotti ai bisogni primari.

Questa visione asimmetrica delle vittime è (è stata) all’opera anche nel conflitto Israele- Iran e nell’intervento USA a favore del primo.Ha trovato la sua (inconsapevole?) esplicitazione nella battuta di Trump sull’intervento USA come simile allo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima per mettere fine a un litigio tra ragazzi in cortile. L’analogia spropositata di Trump, avvallata da Rutte, e l’orrore che provoca, non riguarda solo la prima parte di quell’affermazione, ma anche la seconda. Dietro all’equiparazione della guerra (per altro scatenata a scopo preventivo) ad un litigio da cortile non c’è solo l’arroganza di chi si crede più forte rispetto ad alleati e nemici considerati come dei ragazzacci discoli e immaturi. C’è anche il profondo disprezzo per le vittime iraniane: per le centinaia di morti, feriti, per chi ha perso casa e tutto, per coloro che, in conseguenza dell’attacco israelo-statunitense, sono stati esposti, se percepito come oppositori o comunque dissidenti, al rischio di essere condannati come alleati degli aggressori dal regime che li opprime. Con la beffa ulteriore di sentirsi dire che lo si faceva anche per liberarli da quel regime. Come se la storia anche recente, da ultimo il dramma dell’Afghanistan, nulla avesse insegnato sui “cambiamenti di regime” imposti dal di fuori e sull’abbandono in cui vengono lasciati dai “liberatori” coloro che ci avevano creduto.

Anche gli ucraini rischiano di fare la stessa fine. Di nuovo, vittime di secondo rango e possibili pedine di scambio in un gioco senza regole, salvo quelle dei rapporti di forza tra gli attori più potenti. Un gioco in cui è sempre più difficile distinguere i buoni dai cattivi.

Nell’immagine: il bombardamento di un ospedale di Gaza City


Ora l’Europa spieghi le ragioni del riarmo

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

In un mondo infestato da mostri, l’unica ragione che non cede al sonno è quella delle armi. Tra due guerre parallele in Ucraina e in Palestina, e una terza sospesa in Iran, il vero vincitore della fase è il «complesso militare-industriale», come negli anni ’50 lo definì Dwight Eisenhower, presidente di un’altra era geologica. Lo certifica l’esito del Consiglio Ue e del vertice Nato.

Da un lato, il fallimento delle istituzioni multilaterali come strumenti di prevenzione e regolazione dei conflitti, dall’Unione europea all’Alleanza atlantica, dall’Onu alla Corte penale internazionale, dal Wto fino a Bretton Woods: nessuno dei dispositivi di potere che hanno retto l’ordine mondiale del Novecento resiste alla crisi, auto-prodotta e ora accelerata dal pazzotico tycoon a stelle e strisce. Dall’altro lato, il cedimento della sovranità politica alla superiorità bellica: nel silenzio delle classi dirigenti, parlano solo gli eserciti. Dettano l’agenda, scrivono la lista della spesa e poi passano alla cassa.

A Bruxelles i ventisette naufragano miseramente sulle solite secche. Sui dazi, ricevuta dal padrino della Casa Bianca l’ennesima truffa spacciata per “proposta che non si può rifiutare”, siamo in pieno stallo: paralizzati dal braccio di ferro tra chi accetterebbe l’uovo marcio di oggi e chi invece spera ancora nella gallina lessa di domani.

Sulle spese militari siamo in attesa di capire come i nuovi impegni dei singoli Paesi Nato si conciliano con il piano di riarmo da 800 miliardi di von der Leyen, allo stato attuale poco più che una scatola vuota, visto il veto dei nordici all’emissione di un titolo di debito comune: l’alto rappresentante Kaja Kallas presenterà unaroad map a ottobre, tanto non c’è fretta, il generale agosto incombe e vogliamo andare tutti in vacanza.

Persino su Israele, nonostante la macchina di morte di Netanyahucontinui senza sosta e senza pietà a spianare Gaza, abbiamo fortemente “deplorato” la catastrofe umanitaria e nuovamente “invocato” il rispetto del diritto internazionale, ma quanto ad azioni concrete contro il governo di Tel Aviv, nulla da fare, né sanzioni né blocco dei partenariati: Meloni e Merz non vogliono irritare le comunità ebraiche, convinti davvero che il feroce Bibi — bombardando Hamas e Hezbollah, Houti yemeniti e ayatollah di Teheran — stia facendo “il lavoro sporco” per noi.

Anche qui, tutto rinviato a un altro Consiglio Ue da convocare a fine luglio, giusto per andare al mare con la coscienza più pulita e con tanti saluti ai poveri cristi palestinesi che creperanno nella Striscia nei prossimi trenta giorni. Una vergogna senza fine. La prova di un’irrilevanza di cui siamo i primi responsabili, al di là della muta complicità nei massacri dell’impero yankee.

All’Aia, nonostante la bugiarda retorica trumpiana che inneggia a «un vertice fantastico», la Nato si finge guarita dopo il penoso inchino allo sceriffo di Washington. Mark Rutte è il simbolo di questa Europa gioiosamente vassalla: prima l’adorante messaggio al presidente su Whatsapp, poi l’imbarazzante conferenza stampa da maggiordomo in servizio a Mar-a-Lago.

Il Patto atlantico, «in stato di morte cerebrale» secondo la formula macroniana del 2019, si rialza dal letto di Procuste solo grazie alla cieca obbedienza ai voleri del «paparino» d’oltreoceano. I 31 alleati hanno troppa paura che The Donald molli anche la Nato, per non concedergli la qualunque, fosse pure una spesa militare al 15% del Pil di ciascuno Stato membro. Per ora si è accontentato del 5. E noi pure, vivaddio, perché poi 5 forse vuol dire 3,5, fra tre anni Trump va a casa e tra dieci chi se ne ricorda più. Intanto noi atlantisti, che già importiamo l’80% delle armi dagli Usa, gliene compriamo ancora di più, spacciando questa per “difesa europea”.

Pazienza se non sappiamo quale sia il nemico: la Russia è improbabile, visto che il da noi tanto temuto Putin resta il compagno di merende preferito da Trump, capace addirittura di candidarlo mediatore per la pace in Medio Oriente; la Cina è impensabile, visto che a tenere buono Khamenei dopo i colpi del “martello di mezzanotte” americano è stato proprio Xi Jinping, i cui acquisti di petrolio coprono il 6% dell’economia iraniana. Chi rimane?

Pazienza poi se per l’Italia questo maledetto 5% — forse depurato dell’1,5 perché con maestria dorotea proveremo a dimostrare che anche il Ponte sullo Stretto fa “sicurezza” — significherebbe a regime 450 miliardi di spesa pubblica ipotecata per la difesa e inevitabilmente sottratta al welfare.

Pazienza se in questo casino euroatlantico la Spagna di Sánchezsi sfila, Meloni lo smentisce ma Trump lo conferma: come nel botta e risposta “telefonato” tra superbombe yankee e missili pasdaran, anche nella nebulosa trattativa Nato la comunicazione conta più dell’azione, la “società dello spettacolo” fa premio sulla serietà dell’accordo, il wrestling contest prevale sul problem solving. Ma soprattutto pazienza se sarà tutto inutile, perché presto l’America si sfilerà lo stesso da una confraternita di “scrocconi” alla quale non crede più da un pezzo.

Per rendersene conto — più che ascoltare le farneticazioni di J.D. Vance o le intercettazioni di Pete Hegseth — basta leggere su Limes l’intervista a George Friedman, fondatore di Geopolitical Futures: «Siamo rimasti in Europa perché volevamo evitare la terza guerra mondiale, e ci siamo riusciti. Oggi le cose sono cambiate: la Nato è un mito, non ha più un significato… L’Alleanza atlantica non nasce dal fatto che vi vogliamo bene, ma dal fatto che non ci fidiamo di voi… Oggi l’America non ha alcun obbligo morale di proteggere l’Europa, che potrebbe benissimo farlo da sola, se solo lo volesse. Il problema è che gli europei non vogliono spendere soldi e assumersi questa responsabilità… Se guardiamo alla somma del Pil dei vostri Paesi, è più che sufficiente per costruire un esercito degno di questo nome. Ma di certo noi non potremo più essere i vostri guardiani». È proprio il caso di dirlo: più chiaro di così, si muore.

Trump è un agente del caos, questo l’abbiamo capito. Quello che fatichiamo ad accettare è che l’Europa, orfana dell’amico amerikano, ora sta davvero sola sul cuor della terra. Se vuole esistere, si dimostri all’altezza. Cambi la sua governance e i suoi orizzonti.

E se il riarmo è un destino, almeno i governi spieghino ai popoli come e perché lo faremo, con quali obiettivi e con quali soldi. Dimostrino in che modo l’investimento in armi sgocciolerà sugli altri settori portanti dell’industria (probatio diabolica: come ha dimostrato l’Ufficio parlamentare di Bilancio un euro speso nella difesa porta un aumento del reddito complessivo di appena 50 centesimi). Coinvolgano i Parlamenti e i cittadini.

Insomma, abbiano cura della democrazia, e non lascino che a orientarla sia il «complesso militare-industriale»: anche questo diceva Eisenhower. Era repubblicano come Trump, ma a quell’epoca il Grand old party era davvero il partito della Nazione, non la struttura servente del Commander in chief.

Nell’immagine: l’Aia, 25 giugno: Mark Rutte e Donald Trump


La Corte suprema Usa abbatte lo ius soli, restano 30 giorni

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 

Di Giovanna Branca, il manifesto

«Uno stravolgimento dello stato di diritto». Così la giudice liberal Sonia Sotomayor, declamando il suo dissenso dalla decisione della Corte suprema nella quale siede, ha definito la sentenza della maggioranza conservatrice dei giudici sul caso Trump v. Casa, che riguardava l’ordine esecutivo del presidente che – nel giorno stesso del suo insediamento – aboliva un principio costituzionale fondamentale: lo ius soli.

COME SPESSO accade con le sentenze cosiddette blockbuster di questa Corte suprema, blindata dallo stesso Donald Trump durante il suo primo mandato (nominando 3 giudici su nove, e sottraendo una nomina al suo predecessore Barack Obama), la sferzata alla democrazia e allo stato di diritto è arrivata per vie traverse. I giudici infatti – decidendo in base alla loro appartenenza politica: 6 a favore, 3 contro – non si esprimono nel merito di quella che negli Stati uniti viene definita birthright citizenship, pilastro dell’identità e della legge statunitense per cui chiunque nasca sul territorio nazionale è un cittadino americano. La Corte suprema accoglie invece l’appello dell’amministrazione Trump contro gli ordini emanati da tre giudici federali a Seattle (Washington), in Massachusetts e Maryland che imponevano un’ingiunzione a livello nazionale e bloccavano l’entrata in vigore dell’ordine esecutivo in così flagrante violazione della Costituzione.

Il governo sosteneva che l’ingiunzione rappresenta un «danno irreparabile» alle politiche di un presidente eletto, e i togati reazionari hanno sposato questa teoria, proibendo le nationwide injunctions anche rispetto a un diritto così essenziale. Che fra 30 giorni, la finestra di tempo garantita dalla Corte prima che l’ordine venga sollevato, si ritroverà in una condizione di completa discrezionalità, in cui alcuni stati garantiranno lo ius soli e altri no. Di certo sarà tutelato nei 22 stati democratici che avevano originariamente fatto causa contro l’ordine di Trump, a cui nel frattempo potranno aggiungersene altri. Altrove, la stessa identità di cittadino americano conferita alla nascita potrà venire negata.

CHI POTRÀ essere deportato? Ci si spingerà fino a mettere nel mirino personaggi invisi all’amministrazione come l’attuale candidato sindaco democratico di New York Zohran Mamdani – naturalizzato nel 2018 – come ha chiesto il deputato repubblicano del Tennessee Andy Ogles? Nel caos aperto dalla Corte – o nella «stagione della caccia» sui «nostri diritti» che essa ha inaugurato, secondo la definizione del deputato democratico Greg Casar – è impossibile per il momento farsi un’idea chiara. Di certo secondo i sondaggi solo il 28% degli statunitensi si è detto in favore dell’abolizione della birthright citizenship.

L’amministrazione Trump ha celebrato la sentenza con tanto di conferenza stampa alla presenza del presidente, la sua ministra della Giustizia Pam Bondi e il suo vice Todd Blanche (ex avvocato personale di Donald Trump). «Oggi il nostro Paese dovrebbe essere molto orgoglioso della Corte suprema», ha detto il tycoon che su Truth social ha definito la sentenza una «vittoria monumentale». Per essersi schierata, ha aggiunto, contro «i giudici di estrema sinistra che hanno cercato di sovvertire i poteri di un presidente legalmente eletto».

BONDI HA DETTO di aspettarsi che lo ius soli verrà affrontato direttamente dalla Corte suprema a ottobre, quando i giudici torneranno in sessione dopo la pausa estiva. E ha alzato la voce contro i giornalisti che le chiedevano se ora il governo si sarebbe concentrato sulla deportazione dei bimbi nati da immigrati senza documenti, affermando solo che avrebbero dovuto ringraziare e sentirsi «più sicuri» per le politiche del governo al confine. «I criminali violenti nel nostro paese sono la priorità adesso», ha aggiunto.

Sintetizza l’allarme dell’opposizione e dei gruppi per i diritti civili l’intervento del leader dei democratici al Senato Chuck Schumer, secondo il quale la sentenza della Corte suprema è un «passo terrificante in direzione dell’autoritarismo».

NON BISOGNA infine dimenticare che la decisione dei giudici costituzionali ha un effetto dirompente anche su molti altri casi in cui le politiche illiberali di Trump hanno trovato un unico argine nella risposta dei tribunali. Fra questi i tagli del Doge prima diretto da Elon Musk, l’attacco contro le politiche di diversità e inclusione, la decisione di spostare i detenuti transgender nelle prigioni conformi al sesso assegnato loro alla nascita, lo smantellamento di UsAid e molto altro.

Nell’immagine:protesta a sostegno della cittadinanza naturale e della comunità degli immigrati, giovedì 15 maggio 2025, davanti alla Corte Suprema di Washington


Ius soli

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 


Canone a 200 fr. o no, la destra sta già ottenendo quello che vuole dalla SSR

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 

Dopo il Consiglio federale, il 12 giugno scorso anche la camera bassa del Parlamento elvetico ha respinto l’iniziativa popolare “200 franchi bastano! (Iniziativa SSR)” con 116 voti contro 74 e 2 astenuti. Fra i ticinesi,  hanno votato No Farinelli (PLR), Fonio (Centro), Gianini (PLR), Gysi (Verdi) e Storni (PS). Hanno votato Sì Marchesi (UDC/Lega), Pamini (UDC/Lega) e Quadri (UDC/Lega). Quest’ultimo, lo ricordiamo, ha ceduto, non si sa a che prezzo, uno dei propri pass per accedere a Palazzo federale al lobbista di uno dei maggiori gruppi mediatici privati del mondo, la Liberty Global.

La commissione preparatoria del Consiglio nazionale aveva proposto a larga maggioranza di respingere l’iniziativa. A suo avviso, l’offerta giornalistica di qualità della SSR che copre tutte e quattro le regioni linguistiche è essenziale per la coesione nazionale e la democrazia diretta. Inoltre la riduzione del canone comporterebbe un massiccio calo della qualità dell’offerta radiotelevisiva. Tale riduzione peraltro non sarebbe proporzionale allo sgravio finanziario annuo per famiglie e imprese, hanno spiegato i relatori commissionali Delphine Klopfenstein Broggini (Verdi) e Martin Candinas (Centro).

Il fatto singolare è che questa iniziativa ha già ottenuto molti risultati e avuto pesanti effetti prima ancora di essere posta in votazione, perché il Consiglio federale ha anticipato il mandato di risparmio, decidendo di ridurre gradualmente la tassa annuale a 300 franchi entro il 2029, e di esentarne la maggior parte delle aziende. Questo significa che la SSR dovrà risparmiare in ogni caso circa 270 milioni di franchi nei prossimi quattro anni, pari al 17% del bilancio attuale.

Secondo stime non smentite dalla SSR ciò comporterà la soppressione di circa 1000 posti di lavoro a tempo pieno. E i licenziamenti sono già iniziati. Alla RSI tra l’anno scorso e quest’anno sono già stati eliminati l’equivalente di 60 posti a tempo pieno in azienda. In questi giorni vi sono stati altri cinque licenziamenti, e poi dal 2027 al 2029, per la sola riduzione del canone a 300 fr. ne arriveranno ancora circa 300 solo tra gli interni (i numerosi collaboratori esterni, con contratti a tempo determinato, possono vedersi interrotto il rapporto di lavoro senza un vero e proprio licenziamento ). E tutto questo, si badi bene, senza gli effetti di un’eventuale accettazione dell’iniziativa, che sarebbero catastrofici.

Le pressioni danno i loro frutti

Ma questo è solo uno dei problemi. Vi è un altro aspetto, insidioso e preoccupante, che riguarda gli effetti del pesante clima creato dai fautori dell’iniziativa sul lavoro nelle redazioni del servizio pubblico.

Negli ultimi mesi i redattori del periodico online d’Oltralpe Die Republik hanno condotto discretamente un’inchiesta, parlando con più di una dozzina di attuali ed ex dipendenti della radiotelevisione svizzera tedesca SRF.

In particolare hanno scoperto un fatto inquietante. Quando il programma radiofonico “Wissenschaftsmagazin” è stato chiuso, alla fine del 2024, i collaboratori della trasmissione  hanno pubblicato commenti critici sul portale LinkedIn, ma sono stati sottoposti dalla direzione ad una pressione tale che hanno cancellato i loro post dopo circa 24 ore. Inoltre il settore delle Risorse Umane e i loro superiori hanno verificato se dipendenti della SRF avessero partecipato all’organizzazione di una protesta pubblica a Basilea o al lancio di quattro petizioni contro la riduzione del giornalismo di qualità.

Secondo Die Republik questi episodi sono sostanzialmente dovuti alla paura che l’UDC è riuscita a instillare nella dirigenza della SSR. La vicenda è complessa, ma ruota attorno ad una puntata ben precisa. La redazione aveva chiesto a un esperto di fama internazionale di rispondere ad alcune domande sulle politiche culturali dei populisti di destra europei, tra cui l’UDC, il partito con il maggior numero di elettori in Svizzera. Tuttavia – racconta Die Republik basandosi su fonti interne – “durante la preparazione del programma l’attenzione si è spostata e improvvisamente si sono trovati a dover prendere in esame populisti di entrambe le frange politiche. Sebbene l’esperto avesse fornito informazioni sia su Sahra Wagenknecht che su Jean-Luc Mélenchon, un superiore ha impedito la messa in onda della trasmissione perché i populisti di sinistra venivano menzionati solo di sfuggita e non si diceva nulla di positivo sul programma culturale dell’UDC”. 

I collaboratori di Radio SRF ritengono che la censura di questa trasmissione sia un chiaro esempio del potere che l’UDC esercita sul programma e dell’obbedienza prematura della dirigenza al partito.

Episodi simili secondo la testata online si sono verificati anche nel versante televisivo, ad esempio nella redazione di “Rundschau”. “Il caporedattore Mario Poletti accoglie sempre con favore proposte di argomenti che promettono critiche a politici e partiti di sinistra, mentre riguardo all’UDC lo si sente spesso dire ‘Per favore, basta…’. Poletti si è rifiutato di commentare, ma l’ufficio stampa della SRF ha scritto: ‘Respingiamo categoricamente questa accusa. La rubrica Rundschau si occupa criticamente di tutti i partiti“. E questo è solo uno di molti casi.

Secondo i dipendenti l’influenza dell’UDC sulla definizione delle linee redazionali è cresciuta significativamente nella primavera del 2022, quando il partito ha iniziato a raccogliere firme per l’iniziativa del dimezzamento, annunciando in quell’occasione, con grande impatto mediatico, che avrebbe boicottato il programma Arena perché il suo moderatore Sandro Brotz aveva accusato (peraltro a ragione) il capogruppo parlamentare Thomas Aeschi di aver rilasciato una dichiarazione razzista nell’aula del Consiglio nazionale.

Episodi del genere si sono verificati anche alla RSI, ad esempio con la minaccia di esponenti della destra disertare i programmi politici dopo il “fact-checking” pubblicato online, che smentiva diverse affermazioni fatte durante un dibattito sul Covid, o con l’atteggiamento intimidatorio di un senatore del Centro al quale il moderatore aveva fatto una domanda giustamente critica.

Fino a qualche anno fa era chiaro che il programma nel suo complesso dovesse essere equilibrato, ma non ogni singola edizione o puntata. Adesso – almeno alla SRF – per paura di offendere gli oppositori di destra della SSR vige un bipartitismo completamente esagerato.

La SSR è da decenni nel mirino della destra. Oltre ad una costante diffamazione, gli oppositori di destra utilizzano anche l’intera gamma degli strumenti politici, dalle petizioni e mozioni parlamentari ai referendum e alle iniziative popolari come la No-Billag e l’iniziativa attualmente in discussione. E non si lasciano scoraggiare dai fallimenti. Nemmeno dal fatto che il 4 marzo 2018 quasi il 72% degli elettori e tutti i Cantoni sono espressi a favore del servizio pubblico.

Una vittoria sprecata

Praticamente un trionfo per la SSR, che però i suoi dirigenti hanno immediatamente sprecato, presentandosi al pubblico come cani bastonati e dichiarando: “Ci adatteremo alle nuove condizioni finanziarie e alle nuove esigenze della società”. Da allora, la SSR non è più uscita da una spirale discendente.

Oltre alla censura vera e propria, un’altra tattica per sterilizzare i contenuti dei programmi si chiama “riorientamento verso il pubblico”. In pratica “i contenuti parlati più lunghi saranno sostituiti da contributi brevi”, ha scritto SRF in un comunicato stampa di febbraio, annunciando non solo la fine di “Wissenschaftsmagazin”, ma anche la chiusura della rivista economica “Trend” e della rivista culturale “Kontext”. I programmi, che consistevano in contributi accuratamente approfonditi saranno sostituiti principalmente da talk show prodotti a basso costo.

I dipendenti sono convinti che questo riorientamento sia in gran parte dovuto all’enorme potere che il Dipartimento delle ricerche sull’audience, creato nel 2021, ha acquisito in brevissimo tempo. Da quando è stato introdotto un nuovo modello organizzativo nell’ambito della trasformazione “SRF 2024” – il cosiddetto modello delle quattro forze  – le considerazioni sui contenuti giornalistici rappresentano solo un quarto degli elementi di valutazione strategica della SRF, poiché anche produzione, distribuzione e pubblico sono considerati fattori paritari. Il criterio della rilevanza giornalistica ha perso importanza, lamentano i dipendenti. Sono considerazioni simili a quelle che da tempo si sentono presso molti editori privati. Anche lì si tratta solo di raggiungere il maggior numero possibile di persone con i propri articoli, ad esempio con l’ausilio di un’ottimizzazione estrema dei motori di ricerca o, più di recente, dell’intelligenza artificiale. O, più semplicemente, con titoli sensazionalistici e altri clickbait, di cui è responsabile personale appositamente formato nei reparti addetti alla “distribuzione”.

La SSR, tuttavia, grazie al finanziamento tramite canone potrebbe e dovrebbe comportarsi diversamente. Invece SRF ha annunciato lo scorso autunno che il suo obiettivo è quello di destinare le risorse a programmi che “generino il massimo impatto possibile sul pubblico”. In una lettera di protesta interna, messa a disposizione di Republik e firmata da una cinquantina di dipendenti, lo staff di Radio SRF 2 Kultur ha avvertito: “Chi si concentra solo sulla portata e sui clic sosterrà un concetto populista di cultura, farà arrabbiare coloro che sono interessati alla cultura e fallirà nella sua missione di servire il pubblico”.

Il pretesto dell’audience

L’obiettivo ormai è quello di massimizzare l’audience a tutti i costi. La strada per arrivarci: il giornalismo populista. Questo legame è ben noto anche tra gli editori privati: è proprio per questo che negli ultimi anni quasi tutte le redazioni svizzere si sono spostate a destra. Di ciò, naturalmente, l’UDC trae vantaggio. “Il partito che ha dichiarato guerra al giornalismo indipendente e imparziale sta ottenendo notevoli benefici, come si può già constatare a diversi mesi dal referendum sull’iniziativa del dimezzamento”, conclude Die Republik.

Nell’immagine: la nuova direttrice generale della SSR Susanne Wille


Come diavolo ci si può orientare in questo frastuono?

Aluf Benn, a capo del giornale progressista israeliano: “In media gli organi di stampa qui non raccontano ciò che accade nella Striscia” 

Di Jacques Pilet, Bon Pour la Tête

In questo campo, bisogna dirlo, i padroni del gioco sono gli israeliani e gli americani. La loro efficacia mediatica è sbalorditiva. Come affrontarla? Ognuno ha i suoi trucchi. Azzardiamo qualche consiglio.

Innanzitutto, non lasciarsi imporre troppo rapidamente l’argomento del giorno, che viene studiato per avere un forte impatto. Esempio: dall’attacco israeliano contro l’Iran, si ripete a più voci che la grande minaccia è quella del suo armamento nucleare. Questo giustifica tutte le violazioni delle regole internazionali. Eppure, lo scorso marzo, i servizi segreti americani, compresa la CIA, affermavano che Teheran è ben lontana dal fabbricare una bomba atomica e che la sua priorità è la produzione di energia civile. Un colpo di dita di Trump ha fatto ritrattare questi esperti.

L’albero che nasconde la foresta

Un’altra precauzione necessaria: vedere cosa nasconde l’argomento messo in evidenza. Così il recente conflitto e l’inaspettato episodio del cessate il fuoco hanno oscurato la tragedia di Gaza e i suoi ultimi perversi sviluppi. Nelle ultime settimane centinaia di persone sono state uccise dall’esercito di occupazione mentre cercavano di procurarsi del cibo presso una fumosa fondazione controllata da mercenari americani e dalle forze israeliane. Ogni giorno centinaia di bambini muoiono di fame per una carestia provocata e rivendicata dagli assassini. «Una sconfitta per l’umanità», come dice pudicamente la presidente del CICR. Ciò nonostante la maggior parte dei leader europei non batte ciglio, non decreta alcuna sanzione, continua a inviare armi agli assassini. La codardia si trasforma in complicità.

Eclissata anche la situazione della Cisgiordania, occupata da coloni violenti sostenuti dall’esercito israeliano. Ultimamente non solo si moltiplicano gli arresti arbitrari e gli omicidi, ma le vie di comunicazione tra i villaggi palestinesi sono sempre più complicate e ipercontrollate. Al punto da paralizzare la vita sociale.

Non si parla più nemmeno del Libano, dove continuano i bombardamenti sporadici, in violazione dell’accordo concluso con il governo sotto l’egida americana. E non è certo l’ultima violazione.

Propaganda controllata e narrazione imposta

La cosa più difficile è valutare i fatti al di là delle immagini propagandistiche. Al momento è impossibile farsi un’idea dei danni reali causati dalla guerra in Israele e in Iran. La censura è totale in entrambi gli schieramenti. Alcune immagini sono ammesse, altre no. La corrispondente della TV tedesca a Tel Aviv racconta che può filmare gli edifici civili colpiti, ma non le strutture militari. I suoi servizi sono sottoposti a un controllo rigoroso.

Ci sono altre chiavi di lettura che la propaganda bandisce efficacemente. Come la dimensione giuridica. I nostri media, presi dal clamore, si stancano di interrogare gli esperti di diritto internazionale. L’assenza di qualsiasi sanzione nei confronti di uno Stato che lo viola sistematicamente, l’incredibile politica occidentale del «due pesi e due misure», non vengono più ricordate. Le redazioni, agganciate alle notizie dell’ultima ora, che lo vogliano o no, seguono grosso modo la narrazione imposta dalle grandi potenze.

La necessità di trovare altre fonti affidabili

Sono rare, ma esistono. Ad esempio, i romandi hanno la fortuna di avere un giornale che fa un lavoro esemplare sul Medio Oriente: Le Temps. Il migliore della Svizzera! I suoi reportage sul campo e le sue analisi indipendenti rendono onore alla professione. Grazie in particolare a una giornalista che conosce a fondo la regione, Aline Jaccottet.

E poi si trovano anche preziosi spunti nel caos di Internet. Un Pascal Boniface qui, un Emmanuel Todd là, una visita all’ex capo dei servizi segreti Alain Juillet o all’ex ambasciatore Gérard Araud… C’è materia intellettuale da macinare da più parti. I sedicenti difensori della libertà di espressione che attaccano i social network farebbero bene a dare un’occhiata più da vicino. Ma no… l’eurodeputato Raphaël Glucksmann, che sogna una candidatura socialista nel 2027, sostiene il divieto di queste piattaforme ai minori di quindici anni e il divieto di TikTok! È vero che la sua compagna, Léa Salamé, presenterà presto il telegiornale delle 20:00 su France 2. Questo polo della saggezza pubblica non ha tempo per le chiacchiere elettroniche.

Un’altra chiave di comprensione: la storia

Uno zoom indietro, uno sguardo più ampio, aiuta. Non si capisce nulla del comportamento dei popoli senza conoscere il loro passato, le loro radici, i loro traumi. Esempio: come potrebbe l’Iran non essere segnato dalla guerra di otto anni (1980-1988) con l’Iraq, con Saddam Hussein allora sostenuto dall’Occidente, dalla Francia e dalla Gran Bretagna in particolare? Quasi un milione di morti. Un Saddam rovesciato nel 2023 dagli americani stessi. Otto anni di orrori. Un milione di morti. Andate in quei paesi a parlare dei “valori” dell’Occidente così attaccato alla democrazia e al diritto. Ci saranno risate di scherno. Anche se il passato di questo regime detestabile è pesante. Anche questo va ricordato. Solo nel 2022, 536 persone sono state uccise nella repressione di una protesta popolare.

Non è mai stato così facile colmare le lacune della memoria e dell’ignoranza. Una vaga domanda su questo o quel passato? Tre parole chiave e l’intelligenza artificiale, in particolare Perplexity, ci fornisce una sintesi basata su fonti affidabili. Che cos’era esattamente la “Nakba”? La storia di 800.000 palestinesi sfollati o cacciati dallo Stato di Israele nel 1948, i cui discendenti sono oggi molto più numerosi. Per chi dubita che il dramma di Gaza non sia iniziato il 7 ottobre 2023, come viene ripetuto incessantemente, è necessario fare un giro nella memoria elettronica. Anche in questo caso, si tratta del ricordo di una lunga oppressione, di attacchi dimenticati contro questo territorio chiuso.

Ci si rende conto allora che la versione troppo ben costruita che ci viene propinata da decenni sulla realtà di questa regione martoriata non regge più.