Solo la verità che fa comodo

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 

Di Massimo Adinolfi, la Repubblica

Dove sta la verità? Che cos’è accaduto lo scorso sabato a Fordow, a Natanz, a Ishafan? La minaccia nucleare è stata «annientata», come ha detto Donald Trump, oppure non c’è stato «nulla di significativo», come ha sostenuto l’ayatollah Khamenei? Il programma iraniano di dotarsi dell’atomica sarà ora fermo per anni o solo per pochi mesi?

Non dove sta la verità è però la domanda cruciale, ma chi ne ha ancora cura. Chi continua a preoccuparsi di stabilire i fatti, di esibire le prove e giustificare le proprie affermazioni, di fornire argomenti e non solo rilasciare dichiarazioni a effetto. Certo, in tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno, chissà ancora per quanto tempo, quali danni abbia arrecato l’operazione «Martello di mezzanotte» condotta sui cieli della Repubblica islamica. Gli aerei si sono alzati in volo, hanno raggiunto i bersagli e sganciato le bombe, e quando erano ormai fuori dallo spazio aereo iraniano (ma, si noti, prima ancora che un qualunque rapporto venisse stilato) Trump ha parlato di «grande successo», complimentandosi con gli eroici piloti.

C’è però la versione di Trump come c’è quella della guida spirituale della Repubblica islamica, che si è invece congratulata con la «grande nazione iraniana» per la duplice vittoria: sul «regime israeliano», che «è quasi crollato» e «sarebbe stato schiacciato» se non fossero intervenuti in soccorso gli Stati Uniti, e sullo stesso «regime americano, che non ha ottenuto nulla da questa guerra». E anzi ha preso, in reazione, un «duro schiaffo».

Così è, se vi pare. Si può dire che l’uranio arricchito è stato spostato e messo al sicuro (le autorità iraniane) o che invece non è mai stato spostato dai siti nucleari (Trump). Si può scrivere — con le maiuscole, quasi alzando la voce, perché sia chiaro e fuori discussione — che «i siti sono stati completamente distrutti» (ancora Trump), e si può dar manforte al commander in chief parlando di un programma nucleare «devastato» (il segretario alla Difesa Hegseth), ma poi può capitare che sui giornali finisca un primo rapporto del Pentagono, che invita alla cautela e avanza seri dubbi sui danni alle centrifughe sotterranee di Teheran.

Che cosa accade, a questo punto? Il busillis dell’intera faccenda sta qui. Perché a seguito delle indiscrezioni raccolte dalla Cnn e dal New York Times la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che sì, quel rapporto esiste, ma è del tutto sbagliato, e soprattutto è stato messo in giro da un «low-level loser», da un perdente di basso rango. Dopodiché è tornato alla carica lo stesso Trump che non ha solo bollato gli articoli come fake news, ma ha pure aggiunto che Cnn e New Tork Times cacceranno i giornalisti che han firmato gli articoli in questione. «Si vocifera», ha detto Trump, con il più spettacolare capovolgimento dei rapporti fra la politica e la stampa che si ricordi. Il mondo è davvero al contrario, infatti, se è il potere a vociferare su giornali e redazioni, e non i giornali a raccogliere indiscrezioni e fughe di notizie sul potere.

Ma in realtà non si tratta di voci, bensì di intimazioni e intimidazioni, che si accompagnano all’opera di denigrazione delle fonti condotta dalla Leavitt (un loser, ha detto, cioè uno sfigato, un invidioso del successo di Trump). Non si tratta solo di versioni diverse: quella del Presidente, quella dell’ayatollah, e pure quella di Netanyahu, che si barcamena tra la volontà di chiudere la partita con Teheran e il cessate il fuoco di Trump; si tratta di tenere la scena, e contare sugli effetti perlocutori del linguaggio cioè su quello che le parole fanno, indipendentemente dal loro valore di verità, per il semplice fatto che entrano in circolo, diventano virali, costruiscono consenso ed eccitano e mobilitano la propria base.

Gli enunciati non hanno solo una funzione constatativa — quella di dire le cose come stanno : i linguisti lo hanno sempre saputo. Ma che la dimensione pragmatica della lingua prendesse così sfacciatamente il sopravvento, beh: per questo c’era bisogno che i social inaugurassero una nuova epoca, quella in cui si può fare opinione saltando a piè pari il watchdog journalism, la funzione di sorveglianza, di controllo e di critica della stampa. Trump non ha bisogno dei media tradizionali, è insofferente nei confronti di qualunque mediazione — istituzionale o giornalistica, giuridica o intellettuale — e ha un potere di condizionamento enorme, che purtroppo, di questi tempi, è persino accresciuto, non diminuito, dalla sua sfrontata esibizione. Il potere non sta più dietro le quinte: le quinte sono strappate e il potere si mostra con protervia per quel che è.

Ma che la verità sia solo quella del potere è regola nei regimi autoritari, non in quelli democratici, in cui dovrebbe esistere e farsi sentire un’opinione pubblica indipendente, libera e informata. Sotto dittature e teocrazie i giornalisti scomodi vengono sistematicamente eliminati, ma se un Presidente può firmare lettere di licenziamento, o invitare a farlo, allora vuol dire che la linea di demarcazione fra quei regimi e le democrazie sta sfumando, e si avvicina pericolosamente il momento in cui qualcuno penserà di poter dire: guai ai vinti.


Trump, l’araldo del tempo nuovo

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 

Di Mario Ricciardi, il manifesto

Non è la prima volta che un presidente degli Stati uniti interviene per interrompere una guerra. Era già accaduto, proprio in Medio oriente, nel 1956, quando Truman costrinse senza troppe cerimonie Regno unito e Francia a porre fine all’operazione militare lanciata – dopo un accordo segreto con Israele – per riprendere il controllo dello stretto di Suez nazionalizzato dal presidente egiziano Nasser.

Qualcosa di simile è accaduto nei giorni scorsi, quando Trump ha interrotto la guerra (non dichiarata, ma ormai la regola sembra caduta in desuetudine) tra Israele e Iran. Trump ha annunciato una tregua tra i belligeranti via social. Poi, sempre attraverso post, ha fatto capire che non avrebbe accettato una forzatura da parte di Netanyahu. Israele aveva dato inizio alle ostilità, e le avrebbe certo continuate, perché convinto del sostegno Usa, dopo che Trump aveva ordinato ai bombardieri statunitensi di colpire gli impianti nucleari iraniani.

In politica la forma non è mai trascurabile, e vale la pena di riflettere su cosa distingua, sotto questo profilo, l’intervento di Truman nel 1956 da quello di Trump oggi. La prima cosa che colpisce è che tutto avviene in pubblico. Trump ha comunicato i termini di un cessate il fuoco che non è chiaro se fosse stato negoziato in precedenza (anche se è ragionevole pensare che qualche contatto, magari indiretto, tra le parti ci fosse stato). Poi, quando si è capito che la tregua rischiava di fallire, si è rivolto direttamente alle parti, non come farebbe il capo dell’esecutivo di un paese terzo, ma come qualcuno che si trova in una posizione superiore. In un certo senso, i post erano atti di imperio, ma privi delle forme tradizionali di un potere imperiale.

Ormai siamo abituati al modo di esprimersi di Trump, ma in questi messaggi egli ha assunto un tono sempre più minaccioso. Da «gangster» più che da politico. Qualche ora dopo queste vicende, un altro episodio ha rafforzato questa impressione. In viaggio per partecipare al vertice della Nato, Trump ha mostrato alla stampa un messaggio privato del segretario generale dell’alleanza, Mark Rutte, che gli comunicava di avere in tasca l’accordo sull’aumento della spesa da parte degli alleati nella misura richiesta. Di nuovo, a colpire è la pubblicità, e viene da pensare che ha sia parte del messaggio. Rutte si rivolgeva al presidente degli Stati uniti come un servo zelante si rivolgerebbe al padrone. Parlava dei paesi che dovrebbe rappresentare come «loro», e usava persino i modi di dire del suo interlocutore. Qualcuno avrà pensato: un messaggio privato non va preso troppo sul serio. A smentire questa ipotesi ha provveduto lo stesso Rutte dopo il summit, quando si è rivolto a Trump chiamandolo big daddy, attribuendogli nuovamente un ruolo da superiore, da boss, che va contro il buon gusto e le convenzioni.

Facciamo un salto indietro, all’inizio degli anni Novanta. Trump è una figura notissima e controversa della vita pubblica negli Stati uniti. Julia Bangold, una giornalista del New York Magazine, riporta una conversazione tra il tycoon e l’architetto Philip Johnson, ormai quasi novantenne. Trump sta cercando di convincerlo a accettare un incarico per disegnare l’ingresso di un albergo con annessa sala da gioco a Atlantic City. La conversazione tocca le ossessioni di Trump: i soldi, le donne, la vita vista come una lotta senza regole, la lealtà verso gli amici e il modo di trattare i nemici. Johnson non sembra del tutto convinto, e un certo punto gli dice: «Saresti un buon mafioso». La risposta, fulminea, è «uno dei più grandi». A richiamare questo episodio è John Ganz, nel suo recente libro sugli anni Novanta come il periodo in cui vengono poste le premesse per l’avventura politica di Trump, e nel quale l’imprenditore, tra un fallimento e l’altro, matura la sua visione del mondo (When the Clock Broke. Con Men, Conspiracists, and the Origins of Trumpism, Penguin 2025).

Ganz ci ricorda che, nello stesso anno, il 1992, in cui viene pubblicato il profilo di Trump, Murray Rothbard scrive un saggio-manifesto su Right-Wing Populism che per molti versi anticipa la miscela di nazionalismo, libertarismo selettivo (libertà per alcuni, repressione poliziesca per altri) e antiglobalismo che oggi associamo al trumpismo. In quello scritto, Rothbard invoca anche la figura di un leader carismatico in grado di mobilitare le masse al servizio di questo progetto. Molti anni dopo il movimento ha trovato il suo leader, che ha le caratteristiche per portarlo avanti. Sarebbe sbagliato, quindi, ricondurre ciò che sta avvenendo soltanto alla personalità di un uomo. Se un presidente si comporta come un gangster, e perché la cultura politica che fa da sfondo alle convenzioni costituzionali è cambiata profondamente, e dobbiamo prenderne atto se vogliamo opporci a questa tendenza con qualche speranza di combatterla in modo efficace. Trump ha colto un’occasione che non ha creato, e in questo senso, più che l’artefice è l’araldo del tempo nuovo.


Se l’Europa smarrita non cambia visione

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 

Di Gabriele Segre, La Stampa

C’è chi, dietro i legittimi timori di molti per un possibile cambio di regime in Iran, nasconde in realtà la speranza di vederne cadere un altro… ma a Washington. Non tanto perché considera Trump un uomo pericoloso, pronto a polverizzare centrali nucleari ed economia globale, ma perché lo identifica come il distruttore di quel confortevole ordine internazionale, in cui, per decenni, ci siamo crogiolati.

È un errore di prospettiva, che non tiene conto di come il mondo sia stato nel frattempo stravolto. È finita l’epoca in cui l’Occidente rovesciava governi in nome della democrazia, bombardando ogni volta che falliva il compito attraverso il libero mercato o elezioni con l’esito “corretto”. E per la stessa ragione, è fuorviante il paragone tra un eventuale crollo del regime degli ayatollah a Teheran e i disastrosi precedenti di Iraq, Afghanistan o Libia, con tutte le criticità che hanno comportato.

Quelle spedizioni avventate appartenevano a un’epoca in cui la proiezione di potenza coniugava – spesso in modo strumentale, ma concreto – interesse strategico e ideali politici. Oggi, svaniti questi ultimi, ogni cambio di regime apre scenari più incerti e inquietanti.

Compreso se, paradossalmente, accadesse proprio alla Casa Bianca. Perché nemmeno una bacchetta magica capace di far sparire l’eccentrico inquilino dello Studio Ovale riporterebbe in vita il vecchio sistema con cui l’Occidente curava i propri interessi in giro per il pianeta: un assetto in cui la “realpolitik” era sostenuta da una “moralpolitik”, capace di legittimare quella missione ordinatrice del mondo che ci eravamo assegnati.

Si poteva abbattere un dittatore – e magari insediarne un altro – per garantirsi petrolio e rotte strategiche, ma lo si faceva coltivando l’idea, rassicurante e un po’ consolatoria, che in fondo si stesse facendo la cosa giusta. Per il popolo oppresso, prima di tutto.

Pur nella sua evidente ipocrisia, quel sistema presentava una sua coerenza di fondo, ed era proprio questo a renderlo riconoscibile, tanto per coloro che lo sostenevano quanto per chi lo contestava: ogni manifestazione contro la guerra non si limitava a dire “no” all’intervento armato, ma contestava l’intero impianto valoriale su cui esso si fondava.

È chiaro, dunque, come Trump non sia l’origine di alcun cambiamento. Si è limitato a far deflagrare le contraddizioni di un processo già in corso, rendendo evidente che oggi la realpolitik non è più temperata da alcun ideale condiviso. Le guerre non richiedono più una giustificazione universale, né una cornice di legittimazione unificante: ciò che conta è la difesa di interessi immediati, concreti e misurabili, ai quali ogni attore appare sempre più vincolato – ciascuno per sé.

Un Risiko egoista e spietato, in cui anche i vertici Nato – come quello appena concluso all’Aja – hanno sempre più il retrogusto di passato. A tenere insieme le alleanze non sono più alti ideali o valori comuni, ma la fredda logica delle singole opportunità contingenti.

E per noi europei, forse più che per altri, tutto questo è fonte di profondo smarrimento. Siamo ancora atlantisti, ma non vogliamo più dipendere dagli Stati Uniti. Siamo contro il nazionalismo, ma non riusciamo a diventare davvero europei. E soprattutto: se ogni scelta deve essere dettata dall’interesse, non abbiamo più idea di quale sia davvero il nostro.

È un’incertezza che non nasce solo dal crollo di un sistema, ma dal fatto che ci sentiamo costretti dal mondo a risolvere un dilemma identitario, ancor prima che politico: lasciarci guidare dal senso di realtà o da un principio di moralità. Affidarci esclusivamente alla realpolitik significa rassegnarci a un mondo governato dal calcolo cinico, dove conta solo la forza e dove la violenza viene subappaltata, in nome della convenienza, a chi è disposto a fare il “lavoro sporco” – come ha ammesso, con disarmante onestà, il cancelliere Merz.

Tuttavia, affidarci unicamente alla moralpolitik equivale a rispondere al caos con i princìpi, senza disporre degli strumenti per tradurli in scelte. È affrontare il male con il nulla: una narrazione edificante ma disarmata, che riempie le piazze, ma è svuotata di visione e direzione.

L’Europa si spegne perché ha dimenticato che il suo spirito fondativo esigeva la capacità di tenere insieme realismo e visione, progettualità e idealità. È stata questa consapevolezza a far risorgere il continente.

Eppure oggi, spinti dalla drammaticità degli eventi, sembriamo paralizzati: incapaci non solo di agire, ma persino di ridefinire il significato del nostro posto nel mondo. Abbiamo smesso di generare riforme, di costruire visioni, persino di fare figli.

La nostra discendenza ha cessato di essere la nostra speranza, diventando al massimo un mezzo per finanziare le pensioni future: non più proiezione dei nostri ideali, ma semplice strumento di mantenimento del presente. Eppure, solo coniugando esigenze reali e aspirazioni morali una comunità può costruire un progetto politico e identitario capace di proiettarsi nel tempo. Per questo, se non possiamo auspicare un cambiamento di regime in Europa, dovremmo almeno augurarci un mutamento di pensiero.


Le acrobazie del presidente russo nel circo del mondo

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 

Nell’ennesima crisi internazionale in cui è stata coinvolta la Russia negli ultimi quattro anni, mai come in quella iraniana di questi giorni il gruppo dirigente del Cremlino ha provato a prendere una posizione defilata e ambigua. Forse le cose cambiano troppo in fretta anche per quel Vladimir Putin che sulla tattica e sul divide et impera ha costruito il suo successo politico nell’ultimo quarto di secolo. Lo zar è abituato a sfruttare i peccati altrui per coprire i propri, sebbene la fede di cui si è proclamato paladino respinga, in teoria, il relativismo morale.

Lunedì scorso il presidente russo, nell’incontro con il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi subito dopo il bombardamento americano ai siti nucleari persiani, aveva parlato di “aggressione inaccettabile” e di “diritto dell’Iran all’autodifesa” ma i suoi speech-writers lo avevano messo in guardia dall’usare nella dichiarazione la parola Stati Uniti e dal nominare Donald Trump. Non era una questione di lana caprina: se c’è una cosa che a Mosca vogliono evitare in questo momento è di scontrarsi direttamente con il volubile capo della Casa Bianca, persino nel momento in cui aveva paventato un rovesciamento del regime degli Ayatollah.

In questo momento il presidente russo sta danzando come un acrobata su una corda sottile; non è pronto a un’ulteriore débâcle nella regione dopo il crollo di Assad in Siria, anche se momentaneamente Washington e Tel Aviv gli hanno dato il disco verde per un ulteriore approfondimento dell’aggressione all’Ucraina (come risulta evidente in questi giorni).

A margine dell’incontro tra Putin e il plenipotenziario iraniano, Dmitry Peskov, il suo portavoce ufficiale, non aveva escluso un aiuto militare diretto al regime degli Ayatollah, “per esempio la fornitura di missili S-300 e S-400”. Si tratta in sostanza, però, di missili anti-missile costruiti per la difesa, anche se saltuariamente l’esercito russo li ha usati in Ucraina come strumenti offensivi. Araghchi, da parte sua, ha voluto ricordare fino allo sfinimento che Federazione Russa e Repubblica Islamica hanno un accordo di partenariato strategico. Quando la Russia ha avuto bisogno di droni da combattimento, l’Iran ha fornito i suoi Shahed in risposta ai Bayraktar, ha condiviso la sua esperienza nell’aggirare le sanzioni e i frutti della propria sostituzione delle importazioni, è diventato un canale alternativo per il commercio internazionale, ha acquistato parte delle risorse energetiche russe e le ha persino rivendute sul mercato internazionale insieme alle proprie. Tutto vero, però ciò non vuole dire che il presidente russo sia pronto a ripagare in misura congrua il sostegno iraniano. “Chi ha avuto, ha avuto” dice una nota canzone napoletana, nota evidentemente anche a Mosca.

l’Iran per altri versi è un importante alleato ideologico per Mosca. Il paese musulmano, da tempo isolato in varia misura dall’Occidente, è un esempio vivente della versione russa della sovranità totale e del multipolarismo, in cui i diritti dello Stato prevalgono sui diritti umani e il governo ha pieno potere sui cittadini. La sola possibilità di sconfitta di uno Stato “completamente sovrano” di questo tipo rappresenta un punto a sfavore nella carta multipolare della Russia. Tuttavia una serie di circostanze complicano il quadro. A differenza dell’epoca sovietica, Israele non è oggi tra i nemici della Russia, al contrario: è quasi l’ultimo Stato non ostile alla Russia del campo occidentale. Non è un caso che l’ultima risoluzione a favore dell’Ucraina votata dall’Onu ha visto il voto contrario non solo degli alleati tradizionali di Mosca ma anche di Washington e Tel Aviv.

Putin nella sua dichiarazione aveva anche messo all’indice i tentativi dei Paesi occidentali di impedire la creazione di un ordine mondiale multipolare equo e di mantenere un modello di globalizzazione vantaggioso solo per essi, che hanno portato “a un forte aumento delle minacce alla sicurezza a livello regionale e globale”. Si tratta di un minimo comun denominatore che Mosca condivide con Pechino, il quale però ha messo a nudo l’inconsistenza politica dei BRICS. Un’inconsistenza che rappresenta un colpo letale per gli “antimperialisti” di mezzo mondo che vedevano in questo raggruppamento chissà quale contrappeso alla Nato e agli Stati Uniti d’America.

Allo stesso tempo al Forum economico di San Pietroburgo. proprio il giorno prima dell’attacco, Putin aveva ribadito il diritto dell’Iran a sviluppare programmi nucleari a uso civile. Malgrado in quella occasione si fosse guardato dall’attaccare direttamente Israele per non inimicarsi la diaspora russa a Tel Aviv («Non dimentichiamo che quel Paese è quasi di lingua russa» ha detto) la presenza agli stand del Forum di rappresentanti del governo talebano (riconosciuto ufficialmente da Mosca) non aveva tranquillizzato chi teme possa esistere un protocollo segreto tra Mosca e Teheran non solo nel settore militare convenzionale, ma anche in quello nucleare.

Durante l’epoca sovietica i rapporti tra i due Paesi non furono facili, soprattutto quando – dopo averlo manovrato per prendere il potere – Khomeini mise fuorilegge il partito del Tudeh, l’allora Partito comunista iraniano. Le relazioni russo-iraniane vennero riannodate soltanto dopo la guerra Iran-Iraq, quando (nel 1995) fu ripresa la costruzione del reattore a Bushehr, con la stipula di un accordo con la Federazione Russa.

Resta aperta la questione nucleare che il bombardamento non sembra aver risolto definitivamente, così come quella – ben più importante per Netanyhau – del regime change.

Il 4 giugno scorso Ebrahim Rezaei, portavoce del comitato per la sicurezza nazionale e la politica estera iraniano, ha infatti dichiarato che ”la Russia ha firmato un contratto per la costruzione di otto centrali nucleari in Iran”.

Il 27 febbraio scorso il direttore dell’Agenzia federale russa per l’energia atomica, Alexander Rumyantsev, aveva annunciato che Teheran e Mosca avevano finalmente firmato un accordo per la fornitura di combustibile per un periodo di 10 anni. L’accordo definitivo era stato precedentemente rinviato più volte a causa delle trattative tra le due parti sulla clausola che imponeva all’Iran di restituire alla Russia il combustibile esausto (clausola operante nel caso del sito di Bushehr), al fine di ridurre il rischio che l’Iran potesse separare il plutonio come materiale fissile per la costruzione di armi nucleari.

Per quanto possa essere paradossale, la Russia preferirebbe un Iran che restasse un cliente per la sua agenzia del nucleare civile Rosatom ma anche sotto sanzioni occidentali indefinitamente. Tutto ciò le permetterebbe in futuro di tornare ad avere un ruolo di mediazione con l’Occidente e impedire che le rinnovate esportazioni di petrolio dall’Iran possano far emergere un pericoloso concorrente commerciale (un timore condiviso, tra l’altro, anche dalle monarchie del Golfo).

Putin non può permettersi di inimicarsi né Israele né Trump, come abbiamo visto. E non può inimicarsi l’Iran come per ora non è riuscito a costituire i BRICS come spada della contesa mondiale.

Lo scambio tra annessioni ucraine e mano libera americana in Medio Oriente resta l’unico asso nella sua manica. Cercherà di giocarlo al meglio, in una mano di poker che appare truccata a tutte le latitudini.


Le mele della Lega

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 

‘Operazione pulizia’ ha decretato lo stato maggiore della Lega. Le “mele marce” vanno eliminate, così il partito ne esce, almeno in apparenza, rafforzato. Da questo punto di vista, i metodi leghisti sembrano ricalcare quelli di staliniana memoria: culto del capo, cooptazione come metodo di gestione, repressione ed emarginazione dei non allineati, il tutto sotto l’egida del motto maoista: “Il partito si rafforza epurando”. Più in generale, l’analisi di quanto sta accadendo in questi giorni andrebbe condotta alla luce di un celebre aforisma di Ennio Flaiano che, a proposito della situazione politica italiana, osservava: “È grave, ma non è seria”.

Che dire, infatti, del comunicato ufficiale della Lega di due giorni fa, in cui si annuncia l’adozione di alcuni provvedimenti (nei confronti di Alberti e Aldi, anticipati da quest’ultima con le sue dimissioni) “alla luce dei contenuti emersi dal verbale recentemente divulgato dalla stampa – documento accessibile solo alle parti coinvolte in un procedimento (…) penale e quindi non al movimento”? I documenti in questione, presumibilmente, sono due: il famoso rapporto riservato redatto da Enea Petrini e il verbale dell’interrogatorio di Norman Gobbi, condotto dal pg Pagani il 27 settembre 2024.

Questi documenti erano davvero sconosciuti al “movimento”, e in particolare ai suoi dirigenti, che oggi dicono di aver “tirato le conseguenze” dopo esserne venuti a conoscenza? Affatto. Il rapporto Petrini, come noto, è stato condiviso da tutto il gruppo dirigente della Lega, con i consiglieri di Stato in prima fila, nella famosa riunione (maggio 2024) negli uffici di Norman Gobbi. Quanto all’interrogatorio di Norman Gobbi, è ragionevole supporre che almeno lui sapesse cosa aveva dichiarato al pg e che tali dichiarazioni – se non erano menzogne, come sostiene Sabrina Aldi – fossero note ai vertici della Lega. Conclusione: quanto affermato dalla Lega nel comunicato ufficiale è semplicemente ridicolo.

Il meccanismo è ben noto e la storia ci offre numerosi esempi. Ribadire, anche di fronte a disastri politici evidenti, che la linea del partito era corretta, ma che alcuni non l’hanno applicata fedelmente – e per questo devono pagare, così da scaricare ogni responsabilità –. È esattamente ciò che sta accadendo in casa Lega. Sabrina Aldi ed Eolo Alberti sono certamente colpevoli – sul piano politico – di aver partecipato alla “combine”, cioè a uno scambio di favori che coinvolgeva il mondo degli affari, la politica e la giustizia, come racconta nella sua deposizione il consigliere di Stato Gobbi. Ma è altrettanto evidente, a chi voglia vedere, che tutto ciò si è svolto sotto gli occhi complici dell’intero gruppo dirigente leghista, consiglieri di Stato compresi. I quali, di fronte a una “combine” così palese, hanno accuratamente evitato di informare il Consiglio di Stato, il Parlamento e l’opinione pubblica, proprio mentre queste istituzioni stavano trattando le questioni oggetto della stessa “combine”. Pensiamo, ad esempio, alla nomina – contestatissima – a procuratore pubblico di Alvaro Camponovo, figlio di Claudio (datore di lavoro di Sabrina Aldi, vicepresidente della Commissione giustizia e diritti, e “proponente”, a nome della Lega – sostiene lei – della nomina di Alvaro Camponovo).

Tutta questa vicenda, e in particolare i suoi sviluppi più recenti, suggerisce due riflessioni politiche finali. La prima riguarda la responsabilità (anche solo per omissione) della maggioranza della classe politica. In fondo, l’interrogazione dell’Mps ha portato alla luce fatti che tutti conoscevano perfettamente, e che erano già stati oggetto di dibattito pubblico, basti pensare al conflitto di interessi di Sabrina Aldi; ma che per mesi quasi tutti hanno preferito ignorare o dimenticare. E avrebbero continuato a farlo senza il nostro intervento.

La seconda riflessione riguarda i consiglieri di Stato leghisti. Essi dovrebbero interrogarsi non sulla possibilità (o necessità) di scambiarsi i dipartimenti, bensì sulla possibilità – e opportunità – di non ricandidarsi nel 2027. Quello sì sarebbe un vero segnale di volontà di “fare piazza pulita”, di “voltar pagina”, al di là della scontata e penosa retorica della lotta alle “mele marce”.

Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini, granconsiglieri Mps

Scritto per La Regione

Nell’immagine: una bandiera un po’ sfuocata


Quante mele?

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 


Socialisti in governo, anche “cose di sinistra”

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 

In un recente articolo sulla politica federale apparso su Naufraghi/e, Fabio Dozio ha rispolverato una famosa battuta di Nanni Moretti e si è chiesto perché in questo Paese non ci sarebbe un ministro socialista che riesca a proporre qualcosa di sinistra.

Non ho nessun titolo per ergermi a portavoce di chi ha avuto l’onore di rappresentare la sinistra in un governo, ma a mia volta mi chiedo perché mai, pur mantenendo il sacrosanto diritto di critica, in questo Paese a sinistra si fatichi a riconoscere i progetti progressisti dei/delle propri/e eletti/e quando vengono presentati o sostenuti e perché la memoria sia così corta o selettiva.

Faccio solo alcuni esempi di proposte e progetti sostenuti da ministri e ministre socialisti/e tratti dalla storia politica degli ultimi 30 anni.

Per quel che mi riguarda citerò solo il progetto La scuola che verrà, che migliorava le condizioni di apprendimento nella scuola dell’obbligo per gli allievi e le condizioni di insegnamento per i docenti: rifiutato in votazione popolare grazie a un referendum di destra, non venne sostenuto da diversi di quelli che vogliono sentire cose di sinistra ma poi non le riconoscono quando le hanno davanti al naso. Malgrado il voto popolare ne abbiamo comunque implementato una parte, ma che fatica combattere contro la destra e, purtroppo, anche contro chi dovrebbe stare dalla parte giusta! Sempre rimanendo a Bellinzona voglio ricordare la revisione del sistema dei sussidi di cassa malattia portata a termine da Patrizia Pesenti, anche grazie al supporto di un’iniziativa popolare socialista poi ritirata, quel sistema che vige ancora adesso e che è regolarmente attaccato da destra perché ritenuto troppo generoso. Di Patrizia ricordo anche il divieto di fumo nei ristoranti, decisione che ha visto il Ticino apripista in Svizzera. Più indietro nel tempo non si può non ricordare di Pietro Martinelli l’introduzione della Legge sulle prestazioni sociali, un meccanismo integrato e moderno di gestire i vari sostegni alle persone tutt’ora vigente, nonché quella degli assegni familiari di complemento, un’assoluta novità nel nostro Paese.

A Berna non si possono dimenticare di Ruth Dreifuss le modifiche radicali della politica sulle dipendenze, il miglioramento dell’AVS per le donne e il contributo all’introduzione dell’assicurazione maternità, di Moritz Leuenberger il sostegno fondamentale al trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia dopo il SI all’iniziativa delle Alpi, e di Simonetta Sommaruga le importanti modifiche del diritto di famiglia e i miglioramenti per le pari opportunità e la protezione delle donne, il riconoscimento dello scandalo degli internamenti di minorenni del secolo scorso e al DATEC il lavoro sulla transizione energetica. Alain Berset aveva messo a punto una delle migliori riforme del sistema del primo e del secondo pilastro, Previdenza 2020, poi caduta in votazione popolare a causa del referendum della destra e del sostegno della solita sinistra per la quale nulla è mai abbastanza di sinistra, un NO che i pensionati di domani pagheranno caro.

Certamente dai socialisti in governo non arrivano solo esempi di progetti progressisti, il diritto/dovere di critica dell’operato di chi siede negli esecutivi rimane sacrosanto e necessario. Ma la storia politica degli ultimi decenni è piena di passi avanti interessanti promossi da chi, malgrado la posizione di minoranza ed il vento contrario, ha saputo trovare anche negli esecutivi il modo di migliorare le cose per la parte più debole della popolazione, per la giustizia o per l’ambiente, come pure, purtroppo, anche di progetti progressisti boicottati da chi cita volentieri Moretti ma poi fatica a riconoscere i concreti miglioramenti delle politiche pubbliche finendo con l’assumere il triste ruolo del sostenitore indiretto della destra.


Se Mosca conta più dell’Europa

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

“È stata bombardata la democrazia”, aveva detto il ministro degli Esteri iraniano dopo che i B-2 avevano colpito i siti nucleari dell’Iran. Ma, a prescindere dal fatto che ci sono pulpiti più idonei a parlare di democrazia, le bombe che Donald Trump ha sganciato, non solo nella “guerra dei dodici giorni” ma in tutti i sei mesi dal ritorno alla Casa Bianca, hanno mandato all’aria ben di più: il sistema di relazioni e di istituzioni internazionali che ha retto il mondo durante e dopo la guerra fredda.

È naturale che a risentirne sia stata la Nato, che è uno dei pilastri sui quali si è retto quel concetto di Occidente, che “The Donald” sembra considerare un inutile orpello. La sua sortita sulle “numerose interpretazioni” dell’articolo 5 del Trattato, sempre considerato un patto di sangue tra i Paesi membri, ne è la riprova. Anche se poi è stata ridimensionata e asssorbita dalla dichiarazione finale del vertice con l’“impegno inviolabile alla difesa collettiva sancito dall’Articolo 5 del Trattato di Washington”.

Non che la Nato sia nuova a scossoni del genere. Nel 2019 Emmanuel Macron, con un’affermazione di sapore gollista, l’aveva definita “in stato di morte cerebrale”. Ma, sulla scia dell’invasione russa in Ucraina, l’Alleanza pareva essersi improvvisamente rianimata tanto da attirare nuovi membri con l’ingresso della Finlandia e della Svezia, fino ad arrivare alla massima espansione di 32 aderenti. Vero che la trasfusione di sangue rianimatore veniva soprattutto dai Paesi del Nord Europa, i più minacciati dall’ambizioni di Vladimir Putin di ricreare quell’Unione Sovietica la cui fine aveva definito “la più grande catastrofe geopolitica del secolo”. Lo stesso Macron sembrava essersi ricreduto con il suo impegno sull’Ucraina e perfino il riavvicinamento dell’Inghilterra all’Europa aveva nella Nato un propellente.

Ma le bordate di Trump, gli accenni non tanto velati di un disimpegno americano — e le stesse minacce verso gli alleati che non si impegnano a investire il 5 percento del Pil nelle spese militari, reiterate ieri verso la Spagna — sono per la Nato un pericolo esistenziale ben più grave delle sortite golliste di Macron sei anni fa. E la Dichiarazione finale del summit olandese, così come l’imbarazzante messaggio di adulazione che il segretario generale Mark Rutte ha inviato a presidente americano, non attenuano questo pericolo. La Nato deve seriamente pensare a un futuro più eurocentrico e meno transatlantico. E per l’Unione europea questa è la più grande scommessa degli anni a venire.

Perché a Trump, cui la parola “multilateralismo” — in qualunque modo declinata, Onu, Nato, Ue — fa venire l’orticaria, interessano soltanto i rapporti con le grandi potenze e con i leder che considera suoi pari, degni di trattare con lui: Xi Jinping e Vladimir Putin. L’accordo sui dazi con la Cina e la “guerra dei dodici giorni” tra Israele e Iran ne sono la riprova. C’è un episodio che, poco rilevato per il momento in cui è avvenuto, sembra confermare che tra Trump e Putin c’è una sorta di patto di reciproca tolleranza e di mutua cooperazione. Sabato scorso, a poche ore dall’attacco dei B-2 ai siti nucleari iraniani, Aleksandr Lukashenko, il vassallo bielorusso di Putin, ha liberato Sergej Tikhanovskij, il marito della sua rivale elettorale ora in esilio, e altri 13 dissidenti. I bielorussi hanno fatto sapere che la scarcerazione era avvenuta su richiesta di Trump e gestita dal suo inviato per l’Ucraina Keith Kellogg. Nelle ore successive Kiev ha subito uno dei più massicci bombardamenti degli ultimi mesi. Non sembra azzardato pensare che Putin abbia dato a Trump mano libera sull’Iran e Trump abbia ricambiato con mano libera sull’Ucraina.

Il vero “focus” della presidenza Trump non è certo il rapporto con l’Europa (di cui il vicepresidente Vance ha detto chiaramente che cosa pensano alla Casa Bianca), ancora meno la sua difesa. Bensì è fare affari con la Russia, il cui mercato ora precluso fa gola alle aziende americane, con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo, e contenere la Cina economicamente e militarmente per Taiwan. È vero che il primo a lanciare lo slogan “Pivot to Asia” (perno in Asia), cioè un riequilibrio strategico degli interessi americani dall’Europa verso l’Estremo Oriente, era stato Barack Obama, con Hillary Clinton segretario di Stato, nel 2011. Ma Obama non aveva mai messo in dubbio il ruolo degli Usa nella Nato e la protezione militare dell’Europa. Invece Trump lo fa esplicitamente e, nonostante il “vogliamoci bene” della Dichiarazione finale di ieri, continuerà a farlo sempre di più nel prossimo futuro.

L’Europa, invece, dal punto di vista della politica estera e di sicurezza (quella comune purtroppo non è mai nata, a differenza della politica economica e monetaria) deve continuare a focalizzarsi sulla minaccia rappresentata dall’espansionismo russo. Che Putin non nasconde, anzi ha ribadito nei giorni scorsi dichiarando che l’Ucraina “è nostra”. Prima che sull’Europa scenda una nuova cortina di ferro è bene che gli europei, inglesi inclusi, si attrezzino con un’alleanza militare adeguata. Che poi si chiami ancora Alleanza atlantica o soltanto europea poco importa. Purché sia una vera alleanza.

Nell’immagine: la prigione di Evin


Quello scambio tra Iran e Ucraina

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Volodymyr Zelensky indossa all’Aja, per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, un abito, seppure nero, di foggia militare e senza cravatta, e i commentatori della propaganda russa esultano come se fosse un segno di resa. Sicuramente, il presidente ucraino sa che non è il momento di irritare Donald Trump, soprattutto ora che si sta godendo quello che considera il suo trionfo in Iran. Una guerra «chiusa in soli 12 giorni», che inevitabilmente stride con quell’altra, «troppo complessa», che il leader americano non solo non è riuscito a far finire, ma che divampa con attacchi russi quotidiani sulle città ucraine. Le stragi dei civili in Ucraina stanno finendo in fondo ai telegiornali internazionali, il terremoto in corso in Medio Oriente sta dirottando risorse diplomatiche e militari, e dagli Stati Uniti non è arrivata ancora nessuna conferma ufficiale e pubblica del proseguimento degli aiuti economici e soprattutto militari alla resistenza di Kyiv.

Il vertice della Nato all’Aja può essere giudicato, almeno nella parte rivelata al pubblico, come un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, in base alle aspettative. È vero che Trump ha parlato più di Iran che di Ucraina, e non ha fornito risposte esplicite alle domande sull’assistenza a Kyiv, limitandosi a frasi ambigue come «vorremmo mandare loro i missili, ma ne abbiamo bisogno anche noi, vedremo». È vero che nel comunicato finale la condanna all’invasione russa è stata smorzata, e che Trump ha evitato di criticare apertamente Putin, dicendo che viene «consigliato male» e che è «confuso», senza specificare da chi e in cosa. Ma è vero anche che la Nato ha annunciato decine di miliardi di aiuti all’Ucraina per l’anno prossimo, e il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, ha definito l’avvicinamento di Kyiv all’adesione come «irreversibile», nonostante l’opposizione di Washington renda questa prospettiva per ora lontana. A voler fare le analisi degli aggettivi usati dal presidente americano, stavolta il «complicato» è toccato a Putin, mentre Zelensky è stato definito «carino», e l’invito a «far finire la guerra» stavolta è stato indirizzato soltanto al capo del Cremlino.

Forse è anche il risultato dell’impegno messo da Zelensky – che ieri ha incontrato Trump per la prima volta dopo il faccia a faccia a San Pietro – nello spiegare che «Putin non sta vincendo». Il cambio d’abito non ha implicato un cambio di tattica, e il presidente ucraino non ha risparmiato al suo interlocutore americano dettagli atroci sugli attacchi russi, e sul maltrattamento dei prigionieri ucraini restituiti nei recenti scambi.

L’obiettivo è quello di portare finalmente il capo della Casa Bianca in Ucraina, per mostrargli la realtà della guerra. Al di là degli umori mutevoli di Trump, le esigenze prioritarie dell’Ucraina di fronte all’escalation degli attacchi russi – Zelensky ha rivelato ieri che il 10% di tutti i 2736 droni scagliati da Mosca contro l’Ucraina dal febbraio 2022 è stato lanciato in questo mese – sono evidenti: difesa antiaerea.

Il «vedremo» con il quale Trump, in conferenza stampa, risponde alle domande dei giornalisti ucraini sulla possibile concessione della difesa antiaerea, è lontano dall’essere una promessa. Semmai è un invito a fare la propria offerta, a mostrare le proprie carte, rivolto sia a Zelensky che a Putin. Sperare, come fanno alcuni analisti ucraini, che sia arrivata la tanto attesa svolta antirussa di Trump è molto prematuro, ma sembra probabile che il baratto «Ucraina contro Iran», ipotizzato da molti commentatori, non ci sia stato.

Anzi, è stato lo stesso leader americano ad aver ironizzato sulla proposta di Putin di «aiutare» nella mediazione con Teheran: «Puoi aiutarci invece con la Russia», gli avrebbe risposto. Putin non è una soluzione, rimane un problema, e il tentativo di far valere il suo rapporto privilegiato con il regime degli Ayatollah – come, qualche anno fa, con quello di Assad – non è stato quotato abbastanza. Anche perché il Cremlino non ha in realtà grandi leve di influenza su Teheran: è vero che fornisce gas all’Iran, ma è vero anche che le tecnologie iraniane militari dei droni e dei missili sono cruciali nell’offensiva in Ucraina. Centinaia di droni Shahed vengono ormai assemblati nelle fabbriche russe, e semmai sono i militari di Putin che dipendono dall’Iran. E per decidere di schierarsi risolutamente dalla parte del regime di Khamenei, passandogli per esempio tecnologie nucleari, il dittatore russo dovrebbe passare definitivamente con l’«asse del Male», in compagnia di iraniani e nordcoreani, abbandonando la sua ambizione di spartirsi il mondo con Trump e Xi Jinping.

Anche perché, a parte l’odio per gli Usa, russi e iraniani non hanno molti interessi in comune, e la rivista Insider ieri ha rivelato come i servizi segreti di Mosca stiano da anni infiltrando l’Iran, considerandolo alla lunga una minaccia strategica, più che un alleato.


La diplomazia dell’inganno come arma di guerra

In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno 

Di Marina Calculli-Gjovalin Macaj, ił manifesto

L’aggressione israeliana-americana contro l’Iran potrebbe essersi placata, mentre la popolazione iraniana piange quasi mille morti e la distruzione massiva di infrastrutture civili. Ma l’attacco militare a sorpresa nel pieno di negoziazioni in corso per costringere l’Iran a inginocchiarsi (in modo peraltro fallimentare) potrebbe avere ripercussioni molto più ampie su una società internazionale già moribonda. Potrebbe rendere obsoleta la diplomazia stessa, un’istituzione che, per quanto abbia subito diverse evoluzioni, ha una storia millenaria e non può funzionare senza un minimo fondamento di fiducia tra le parti.

Questa involuzione non stupisce in un mondo in cui gli stati occidentali sostengono attivamente il genocidio di Israele contro il popolo palestinese e dove il segretario generale della Nato Rutte si spertica in lodi imbarazzanti nei confronti di Trump per il «coraggio» mostrato nel commettere un plateale crimine di aggressione.

La tendenza ad abusare della diplomazia potrebbe ripercuotersi come un boomerang anche su quegli stati (e soprattutto le loro popolazioni civili) che, ubriachi di suprematismo bianco, pensano di mantenere il loro dominio sul mondo, «prendendo per scemi» quelli che hanno un colore della pelle più scuro, per parafrasare un passo de La Race Nègre del 1927, rivista pubblicata in Francia da migranti africani e caraibici.

ANCHE A VOLER adottare una delle definizioni più ciniche, come quella di Raymond Aron che, capovolgendo Clausewitz, concettualizza la diplomazia come «continuazione della guerra con altri mezzi», il comportamento di Israele e Usa sfugge e sembra piuttosto orientato a ridefinire la diplomazia non come alternativa alla guerra, ma uno strumento della guerra stessa.

Lo schema è collaudato. A settembre 2024, Israele orchestrò l’assassinio di Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, simulando un negoziato per il cessate il fuoco con il Libano. Il ministro degli esteri libanese Bouhabib confermò alla Cnn che Nasrallah aveva dato il suo assenso all’accordo poco prima che Israele lo assassinasse. A posteriori si capì che il governo israeliano, con l’appoggio dell’amministrazione Biden, aveva negoziato in mala fede per indurlo a convocare incontri di alto livello, tracciare i suoi movimenti e colpirlo alla sprovvista.

A novembre 2024, la conclusione di una “tregua” con il Libano seguì uno schema simile: un presunto «ritiro delle truppe israeliane» in cambio di un contenimento di Hezbollah si rivelò un pretesto per permettere a Israele di occupare aree strategiche non conquistate durante i combattimenti.

Un copione simile è stato usato con l’Iran a giugno 2025: a un passo dall’atteso accordo tra Iran e Usa, Israele ha aggredito l’Iran a sorpresa. È plausibile che i “negoziati” fossero piuttosto uno schema per raccogliere intelligence, ingannare l’Iran e colpirlo militarmente nel momento meno atteso. Anche concedendo all’amministrazione americana il beneficio del dubbio, la Tributary diplomacy di Trump – che esige una «resa incondizionata» dell’interlocutore – non può essere scambiata per diplomazia. È politica a colpi di diktat arbitrari.

Se questo uso sfigurato della diplomazia non è del tutto nuovo, soprattutto nei rapporti tra nord e sud del mondo, ciò che inquieta è la sua sistematicità. L’Iran si era in buona fede seduto di nuovo al tavolo negoziale con l’America, nonostante Trump avesse unilateralmente gettato alle ortiche l’accordo su nucleare del 2015, che l’Iran osservava e gli Usa violavano. Un po’ come il re persiano Serse – stando a quanto racconta Erodoto – si era rifiutato di violare l’immunità degli araldi di Atene e Sparta, nonostante le due città avessero ucciso due delegazioni persiane, sovvertendo «le leggi di tutte le genti».

MA SE LO SFREGIO della parola data diventa norma, chi si fiderà più di nessuno? In un’epoca segnata da una corsa agli armamenti senza precedenti, è quasi paradossale dover ribadire l’importanza della comunicazione tra nemici anche durante le ostilità belliche. Questa immagine è profondamente radicata nella cultura politica.

Persino il pessimismo di Kubrick in Dr. Strangelove sembrava salvare la diplomazia. Tra i suoi messaggi, il film può essere anche letto come una celebrazione della diplomazia della Guerra Fredda, con americani e sovietici impegnati a scongiurare la distruzione dell’umanità dall’atto di un fanatico, vittime infine della fiducia riposta sia in sé stessi sia nella bomba, resa autonoma dal controllo umano, nella presunzione che non sarebbe mai stata usata.

Oggi, sembra che lo scenario si sia ribaltato: l’uso ostentato della diplomazia come inganno sta rendendo la politica ancillare alla guerra, rendendo la guerra non uno strumento di ultima istanza ma l’unico strumento possibile per gestire qualsiasi forma di conflitto.

Nell’immagine: Libano, una donna siede tra le macerie di una casa e un cartello di protesta contro il ruolo Usa