Romano Prodi: la mia Europa fra delusioni, timori, speranze e necessità

Il momento politicamente più difficile dalla creazione dell'Unione Europea. Il rischio dell'irrilevanza politica anche futura. Imperativa la necessità di percorrere una terza via fra i giganti americano e cinese. L'UE e la Svizzera. Intervista di Aldo Sofia all'ex presidente della Commissione europea 

In occasione del dibattito “Quale Europa?” organizzato per questa sera, mercoledì 25 giugno alle 18.00 presso l’USI di Lugano, Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ed ex capo di governo italiano, ha accettato di rivolgersi ai partecipanti con un’intervista realizzata da Naufraghi/e per gli organizzatori di questo evento, cioè il Movimento Europeo Svizzero in collaborazione con Incontro Democratico.

Durante l’incontro sono molte le preoccupazioni espresse dal “professore” sul futuro dell’UE, in un mondo dove sembra destinato a primeggiare a lungo il duello politico-economico tra Stati Uniti e Cina, con un’Europa destinata a fare da comprimario, insieme alla Russia. Il tutto in una situazione di maggiore instabilità.

Di questa intervista, durante il dibattito (con la partecipazione di Petros Mavromichalis, ambasciatore dell’Unione europea a Berna, e Ferruccio de Bortoli, editorialista del Corriere della Sera e del Corriere del Ticino) verrà mostrata una sintesi; quella che vi proponiamo qui è invece la versione integrale.

L’intervista è stata realizzata verso fine maggio a causa dei numerosi impegni di Romano Prodi, fra cui un nuovo ciclo di insegnamento in Cina.

Il recente libro di Romano Prodi citato durante l’intervista (cliccare per i dettagli)


Il risveglio di Israele in una tregua piena di dubbi e interrogativi

Il momento politicamente più difficile dalla creazione dell'Unione Europea. Il rischio dell'irrilevanza politica anche futura. Imperativa la necessità di percorrere una terza via fra i giganti americano e cinese. L'UE e la Svizzera. Intervista di Aldo Sofia all'ex presidente della Commissione europea 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv


Stati Uniti, Israele e Iran: chi ha vinto e chi ha perso nella “guerra dei 12 giorni”

Il momento politicamente più difficile dalla creazione dell'Unione Europea. Il rischio dell'irrilevanza politica anche futura. Imperativa la necessità di percorrere una terza via fra i giganti americano e cinese. L'UE e la Svizzera. Intervista di Aldo Sofia all'ex presidente della Commissione europea 

Di Enrico Franceschini, la Repubblica

Chi ha vinto e chi ha perso nella “guerra dei 12 giorni” fra Israele, Iran e America, come l’ha chiamata Donald Trump annunciando il cessate il fuoco? Analisti e commentatori di affari internazionali concordano che tutti e tre i belligeranti possono cantare vittoria, fino a un certo punto, o almeno salvare la faccia. “Israele può dire di avere indebolito il suo principale nemico, l’Iran può dire di essere sopravvissuto e l’America può dire di avere fatto arretrare il programma nucleare iraniano”, commenta Ali Vaez, un esperto del think tank International Crisis Group, interpellato dal New York Times. Ma non è ancora chiaro se i tre Paesi abbiano realizzato i propri obiettivi: probabilmente ci vorrà più tempo per capirlo. Ecco, intanto, cosa ciascuno dei tre belligeranti ha realizzato e quali incognite rimangono.

Israele

C’erano già stati nell’ultimo anno raid aerei e rappresaglie missilistiche fra Israele e Iran, così come innumerevoli conflitti per procura tra lo Stato ebraico e gli affiliati di Teheran in Medio Oriente, da Hamas ai libanesi di Hezbollah: ma questa è stata la prima vera guerra tra i due. Attaccare il Paese che dal 1979 chiama Israele “il Piccolo Satana” (riservando l’appellativo di Grande Satana agli Stati Uniti) e che da quasi mezzo secolo promette di distruggerlo era l’ossessione di Benjamin Netanyahu.

Ora il primo ministro israeliano lo ha fatto, con risultati straordinari: nel primo giorno di operazioni militari ha decapitato la leadership militare iraniana; ha dimostrato quanto il Mossad, il suo celebre spionaggio, sia riuscito a infiltrarsi in Iran; ha fortemente ridotto le difese antiaeree e le riserve missilistiche di Teheran; e ne ha colpiti gli impianti nucleari. Infine, è riuscito a coinvolgere nell’attacco gli Stati Uniti, nella speranza di avere inflitto un danno irreparabile alla possibilità che il regime degli ayatollah si doti di armi atomiche.

A dispetto di alcune decine di morti, centinaia di feriti e ingenti danni materiali provocati dai missili di Teheran, la guerra contro l’Iran ha inoltre temporaneamente unito il Paese, come riconosce in un articolo sul Guardian il direttore di Haaretz, maggiore quotidiano d’opposizione israeliano; e ha distratto per un po’ l’opinione pubblica internazionale dalla tragedia di Gaza. Netanyahu spera che basterà per farsi confermare primo ministro nelle elezioni dell’anno prossimo.

Ma il conflitto a Gaza rimane irrisolto, in Iran non è avvenuto (almeno non ancora) il cambiamento di regime auspicato dallo stesso Netanyahu con un diretto appello al popolo iraniano a ribellarsi e non è chiaro se le bombe israeliane e americane abbiano davvero privato Teheran della capacità nucleare: se la conseguenza della guerra fosse che gli ayatollah, messo in salvo l’uranio arricchito, decideranno di impossessarsi davvero e rapidamente di armi atomiche, giudicandole l’unico deterrente da futuri attacchi, l’offensiva lanciata da Netanyahu otterrà l’opposto di quel che si era prefissata, rivelandosi una mossa controproducente per Israele e destabilizzante per tutto il Medio Oriente.

Iran

Il regime degli ayatollah ha perso i suoi massimi generali, capi dei servizi di sicurezza e scienziati nucleari, eliminati metodicamente dall’attacco israeliano. Tuttavia è sopravvissuto l’86enne leader supremo Ali Khamenei, che sembrava potenzialmente nel mirino (“sappiamo dov’è ma non l’abbiamo ucciso, per ora”, ha detto Trump), le Guardie della Rivoluzione sono ancora in piedi, anzi hanno riattivato le milizie volontarie per individuare e arrestare centinaia di presunti informatori del Mossad, due dei quali sono già stati giustiziati.

Il cambio di regime auspicato da Israele e Usa non c’è stato. Se i 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento nascosti da Teheran non sono stati distrutti dalle superbombe Usa, basterà portarli al 90 per cento per avere materiale sufficiente a costruire una decina di bombe atomiche. E a quel punto, come la Corea del Nord, l’Iran diventerebbe intoccabile.

Come che sia, gli ayatollah hanno resistito a un attacco da parte di avversari militarmente molto più forti ed esibito nelle strade di Teheran manifestazioni di sostegno al proprio governo e di odio per l’Occidente e per “l’entità sionista”. I missili lanciati contro la grande base militare americana nel Qatar avevano un significato solamente simbolico, un missile per ogni bomba sganciata dall’America, accompagnati da un avvertimento per evitare vittime: restano comunque un monito che l’Iran, per quanto ferito, è ancora armato e in grado di combattere. Sottovalutarlo è pericoloso, come scoprì Saddam Hussein nella lunga guerra Iraq-Iran. Perfino oppositori interni come la premio Nobel per la pace Shirin Ebadi e il regista premio Oscar Asghar Farhadi si sono schierati contro l’attacco israeliano e americano.

D’altra parte, il regime ha subito un colpo durissimo. Nella sostanza, ha sofferto molti più danni di quanti sia riuscito a infliggerne al nemico. Ora è costretto a tornare al tavolo del negoziato da posizioni di debolezza. Il fatto che il Mossad abbia potuto arruolare così tanti informatori e doppiogiochisti nelle file del potere è la prova che il dissenso agli ayatollah è sempre più vasto. Diversamente dalla Siria, l’opposizione iraniana non è armata, ma la rivolta delle donne contro l’imposizione del velo, qualche anno fa, era bastata a fare tremare gli ayatollah: la spallata ricevuta in questi giorni potrebbe avvicinare il crollo. Anche se ciò non avvenisse, come minimo il programma per arrivare alle bombe atomiche potrebbe essere stato fortemente ritardato.

America

Da un certo punto di vista, Trump ha ottenuto quello che voleva: con una singola azione militare ha smantellato o gravemente danneggiato il programma nucleare iraniano, spaventato Teheran al punto da provocare una reazione insignificante e convinto Israele a mettere fine alla guerra. Ora conta di tornare al punto di partenza della crisi: il negoziato per vigilare sul programma nucleare dell’Iran con misure più severe di quelle imposte dal precedente accordo raggiunto da Barack Obama, fatto saltare da Trump medesimo nel suo primo mandato. Il presidente non ha smentito l’impegno a evitare le “guerre per sempre” dei suoi predecessori, perché la missione dei bombardieri Usa è durata appena 36 ore; sembra avere ricompattato perciò anche il fronte isolazionista del movimento Maga con i falchi interventisti del partito repubblicano; e da ultimo ha inviato un segnale deterrente a ben più potenti nemici dell’America, un avvertimento a Russia e Cina che, a mali estremi, The Donald è capace di opporre estremi rimedi, incluso l’uso della forza. Altro che “Taco” (Trump always chickens out – Trump si prende sempre paura), il nomignolo affibbiatogli dai suoi critici, facendolo tanto indispettire.

Ma resta il fatto che il capo della Casa Bianca si è fatto trascinare in guerra da Netanyahu, dopo averlo ripetutamente ammonito a non attaccare l’Iran. Le indiscrezioni raccontano che, quando ha visto il successo del primo giorno dell’offensiva israeliano, Trump ha sentito il bisogno di attaccarci sopra il cappello, di rivendicarne parte del merito e, infine, di parteciparvi attivamente, smentendo tutto quanto aveva detto prima. Viene in mente una famosa battuta di Bill Clinton dopo un colloquio con Netanyahu: “Chi è la fottuta superpotenza qui dentro?” Sottinteso: l’America o la piccola Israele? Ancora una volta, oltretutto, il messaggio del tycoon è contraddittorio: nello spazio di pochi giorni ha parlato di cambio di regime in Iran, coniando perfino un acronimo, “Miga” (Make Iran Great Again), e di “pace” da ottenere attraverso le trattative proprio con gli ayatollah, ai quali ha espresso il suo “ringraziamento” per avere avvertito il Qatar, e dunque Washington, di dove e quando avrebbero lanciato la rappresaglia missilistica. L’imprevedibilità dell’America continua a essere dunque un elemento di preoccupazione per il mondo. Se poi il risultato finale fosse che l’Iran ha ancora uranio arricchito e farà di tutto per sviluppare ancora più segretamente armi atomiche, la breve guerra di Trump sarebbe un fallimento totale. Il tempo dirà chi ha avuto ragione. Per il momento tutti e tre i belligeranti possono dire di avere ottenuto qualcosa, senza sapere se è stata una vittoria vera.


Trita Parsi: “Bruxelles dimostra di contare zero”

Il momento politicamente più difficile dalla creazione dell'Unione Europea. Il rischio dell'irrilevanza politica anche futura. Imperativa la necessità di percorrere una terza via fra i giganti americano e cinese. L'UE e la Svizzera. Intervista di Aldo Sofia all'ex presidente della Commissione europea 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Trita Parsi è un analista politico iraniano naturalizzato svedese. Suo padre, Touraj Parsi era un professore universitario politicamente attivo e incarcerato due volte, prima da Mohammad Reza Pahlavi e poi da Ruhollah Khomeini. Una volta scarcerato Parsi si trasferì con la famiglia in Svezia per sfuggire alla repressione politica in Iran. Oggi Trita Parsi è il vicepresidente esecutivo del Quincy Institute. È un esperto di relazioni tra Stati Uniti e Iran, di politica estera iraniana e di geopolitica del Medio Oriente. È autore di quattro libri sulla politica estera statunitense in Medio Oriente, con particolare attenzione a Iran e Israele.

È difficile commentare il cessate il fuoco in questo momento, vista l’instabilità della situazione. Ma, le chiedo, quanto è realistico che il cessate il fuoco duri?

«Mettiamola così: è già un risultato notevole riuscire a ottenere un cessate il fuoco. Sarebbe un risultato ancora più grande riuscire a mantenerlo. Abbiamo visto che Israele ha violato sistematicamente sia i cessate il fuoco a Gaza che in Libano. Questa volta, però, potrebbe essere più costoso per Israele violarlo, se si dovesse rinnovare un processo diplomatico tra Stati Uniti e Iran. E questo ci porta a un altro fattore chiave, cioè che per fare in modo che il cessate il fuoco effettivamente duri, deve esserci un ritorno alla diplomazia nei rapporti tra Stati Uniti e Iran sul nucleare».

Cosa succederà se entrambe le parti non rispetteranno il cessate il fuoco? Che tipo di scenario immagina?

«C’è uno scenario in cui le due parti continuano a combattersi con reciproci attacchi missilistici, e con il cambio di regime che vuole Israele. Ma c’è anche un altro scenario, in cui la continuazione dei combattimenti, la violazione del cessate il fuoco, finisce per coinvolgere di nuovo anche gli Stati Uniti nel conflitto. Questo è lo scenario che Israele auspica: creare così tanta pressione che, se i combattimenti continuano, si possa esercitare una pressione implacabile sugli Stati Uniti affinché rientrino in guerra. Penso che Israele sia molto scontento del cessate il fuoco. Netanyahu ha lottato per oltre 20 anni per far sì che gli Stati Uniti andassero in guerra con l’Iran. E, una volta ottenuto questo risultato, sono certo che avrebbe voluto che la guerra durasse di più, invece di portare a un cessate il fuoco in così pochi giorni. E sono sicuro che avrebbe voluto che gli Stati Uniti colpissero anche obiettivi militari non nucleari in Iran, e non solo tre siti nucleari. Ma dopo aver parlato con alcuni funzionari dell’amministrazione Trump, ho l’impressione che siano consapevoli del malcontento israeliano, ma anche scettici sulla tenuta del cessate il fuoco. Sembrano pensare che comunque durerà poco, che presto riprenderanno i combattimenti, e che Israele potrà nuovamente fare pressione sugli Stati Uniti per farli rientrare nel conflitto».

Ritiene che l’attacco in Qatar sia stato un tentativo di de-escalation da parte dell’Iran?

«Sì, assolutamente. Il modo in cui quell’attacco è stato condotto era chiaramente teatrale, coordinato, pensato per offrire a sé stesso e agli Stati Uniti una via d’uscita che salvasse la faccia, almeno nello scontro diretto tra Stati Uniti e Iran. Se possa portare a una via d’uscita anche nello scontro tra Iran e Israele, è molto meno certo».

Se c’è un simbolismo nella scelta di colpire il Qatar e non altri Paesi con basi statunitensi, quale pensa che sia?

«Credo che da un lato l’Iran abbia voluto fare qualcosa che non portasse a un’escalation, ma anche qualcosa di più significativo rispetto nel 2020, quando colpì basi americane in Iraq. In molti sono rimasti scioccati nel vedere colpito il Qatar, e sospetto che fosse proprio questo l’obiettivo dell’Iran: far parlare di quello, piuttosto che del fatto che in realtà si è trattato di un attacco molto teatrale e limitato, pensato per non uccidere nessuno, per non danneggiare seriamente nulla, ma per trovare una via d’uscita di de-escalation da questa crisi».

Come commenta le dichiarazioni del capo della Nato, Mark Rutte, che due giorni fa ha detto che l’attacco militare degli Usa contro l’Iran non è una violazione del diritto internazionale?


«Penso che questo dimostri fino a che punto l’Europa sia diventata irrilevante in molte di queste dinamiche e si stia allontanando da ciò che storicamente è stato il fondamento della sicurezza europea: il diritto internazionale».

Se il cessate il fuoco dovesse fallire, come pensa che reagiranno i Paesi europei?

«In questo momento, l’Europa ha completamente sopravvalutato il proprio ruolo. Trump non li considera mediatori benvenuti, né riconosce loro alcun ruolo utile nei negoziati. Gli iraniani hanno chiaramente prestato più attenzione agli europei di quanto non abbia fatto Trump. Ma gli europei, iniziando ogni dichiarazione dicendo che Israele ha il diritto di difendersi, finiscono per legittimare qualunque cosa faccia Israele, anche violazioni palesi del diritto internazionale. Colpire impianti nucleari è una violazione dell’articolo 56 del protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra. Non c’è alcuna giustificazione per questo. Eppure ogni dichiarazione europea inizia con “Israele ha il diritto di difendersi”, come se Israele stesse rispondendo a un attacco iraniano, ma non c’è stato alcun attacco iraniano contro Israele che giustifichi tale affermazione. Ancora una volta, l’Europa sta sacrificando i propri principi fondanti».

Ora, secondo lei, l’Iran è più o meno determinato a dotarsi di armi nucleari rispetto a 12 giorni fa?

«Penso che lo sia molto di più. Nei prossimi cinque o dieci anni, il rischio che l’Iran abbia un’arma nucleare è molto più alto a causa di questo attacco. Anche se ora si arrivasse a un accordo, sarei molto più preoccupato per una deviazione dell’Iran rispetto a prima, quando c’era il Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action o accordo sul nucleare iraniano, Ndr) o rispetto a un possibile accordo che Trump avrebbe potuto raggiungere con Teheran. L’umore nella società e tra l’élite politica è cambiato radicalmente in seguito a questo attacco».

Cosa pensa accadrebbe davvero in caso di un cambio di regime, come auspicato da Netanyahu fin dall’inizio dell’attacco?

«Prima o poi il regime iraniano cadrà. Ma se dovesse cadere in un contesto di guerra, mentre l’Iran viene attaccato, lo scenario più probabile non è che venga sostituito da Ong pacifiche o leader della società civile, ma piuttosto che venga sostituito da elementi ancora più radicali all’interno dello stesso regime. Ed è proprio questo lo scenario a cui stiamo assistendo: che, in conseguenza dell’attacco israeliano, se il regime dovesse cadere, probabilmente verrebbero al potere forze ancor più determinate a ottenere una deterrenza nucleare».

Dove saremmo oggi se Trump non fosse mai uscito dall’accordo sul nucleare anni fa?

«Se Trump non fosse uscito dall’accordo nucleare nel 2018, oggi avremmo avuto dieci anni di rispetto dell’accordo da parte dell’Iran. Avremmo avuto abbastanza tempo perché l’accordo iniziasse a trasformare la società iraniana. Avrebbe rafforzato notevolmente la classe media iraniana grazie alla crescita economica, e la classe media è la spina dorsale del movimento democratico in Iran. Avremmo avuto un’Europa e un’America con maggiore influenza sull’Iran grazie ai rapporti economici, cosa che oggi non esiste. L’Iran non avrebbe sostenuto la Russia in Ucraina, perché ciò gli sarebbe costato caro. Oggi, invece, l’Iran non ha perso praticamente nulla nel farlo. E penso, in ultima analisi, che avremmo avuto anche un Iran con un rapporto profondamente diverso con Europa e Stati Uniti, se quell’accordo fosse rimasto in vigore. Inoltre, posso anche dire che, se Trump, solo poche settimane fa nei negoziati con l’Iran, fosse rimasto fedele alla sua linea rossa originale – cioè “no alla costruzione di armi” – invece di adottare la linea rossa israeliana del “no all’arricchimento”, ecco, credo che oggi avrebbe raggiunto un accordo quadro con l’Iran, invece di trovarsi in guerra».

Nell’immagine: Trita Parsi


Rapoport: “Israele è euforico, si sente di nuovo forte ma tornerà a dividersi”

Il momento politicamente più difficile dalla creazione dell'Unione Europea. Il rischio dell'irrilevanza politica anche futura. Imperativa la necessità di percorrere una terza via fra i giganti americano e cinese. L'UE e la Svizzera. Intervista di Aldo Sofia all'ex presidente della Commissione europea 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

C’è una strana euforia, quasi un’ubriacatura qui in Israele: non è legata al cessate il fuoco, è nell’aria da giorni. Sta negli editoriali nei giornali e nei toni con cui i commentatori televisivi parlano dell’attacco contro l’Iran. Ma anche nei discorsi della gente comune. È l’idea di un Paese forte, che combatte una guerra giusta e la combatte anche per il resto del mondo: da fuori, è qualcosa che si fatica a comprendere. Per provare a capirla abbiamo chiesto aiuto a Meron Rapoport, scrittore e giornalista, che dopo aver lavorato per anni a Haaretz e Yedioth Ahronot oggi è fra i responsabili di Local Call/972 magazine, testate gemelle che meglio di ogni altro hanno raccontato Gaza e le spaccature della società israeliana. Rapoport in particolare ha approfondito la rappresentazione mediatica del conflitto e le sue conseguenze.

Venti mesi fra Gaza e il Libano, migliaia di morti, l’economia provata: come fa Israele a non essere stanco di guerra?

«L’Iran è un’altra cosa, non è Gaza né il Libano. Da trent’anni al pubblico israeliano viene detto, e non solo da Netanyahu, che l’Iran è la radice di tutti i mali, che i suoi dirigenti ogni mattina, prima ancora del caffè, pensano a come distruggere Israele. La gente sente che la minaccia della bomba atomica che ci hanno raccontato come vicinissima è stata eliminata: poco importata che il primo titolo di un giornale israeliano sulla bomba iraniana vicinissima sia del 1984».

Questo discorso vale per il governo e i suoi sostenitori: ma gli altri? I critici di Netanyahu?

«Questo discorso vale ancora di più per loro. Su Gaza questi settori della società avevano espresso frustrazione, questa invece è una guerra che ha unito tutti. In prima fila ci sono stati i due protagonisti principali della protesta di Kaplan (quella che poco più di due anni fa portò in piazza un milione di persone contro la riforma giudiziaria di Netanyahu, ndr): i piloti che firmarono la lettera per dire che non avrebbero più servito nell’aviazione se fosse passata la legge; e il settore dell’high-tech, che è composto dalle stesse persone che animano l’unità 8200 dell’intelligence, la più sofisticata, la più avanzata: sono coloro che hanno individuato i target colpiti in Iran. Ai loro occhi con questa guerra hanno ricostruito l’immagine di un Israele forte, imbattibile, come quello del ‘67».

Qual è il ruolo dei media nella costruzione di questa immagine?

«Da qualche mese l’opposizione alla guerra di Gaza basata su motivi morali aveva finalmente iniziato a farsi strada. Le parole dell’ex premier Ehud Olmert e del capo dei Democratici Yair Golan dimostrano che parte del pubblico iniziava a sentirsi a disagio per come veniva condotta la guerra. Ora dai media arriva un’altra narrazione. Non quella di un esercito che va a sparare contro gli affamati di Gaza, ma quella di una forza militare che centra con un missile da migliaia di chilometri di distanza la stanza di uno scienziato iraniano. Voi cosa preferireste sentirvi raccontare?».

Quindi ora va tutto bene? Anche i dubbi sono Gaza sono dimenticati?

«No: messi da parte, semmai. Sotto la superficie c’è una grande delusione nei confronti del governo, ed è molto più diffusa di quanto non si pensi. Netanyahu lo sa: per questo non poteva prolungare lo scontro con l’Iran. E ora Gaza torna in primo piano: la gente si chiede come e quando finirà».

Il resto del mondo fatica a capire questo Israele…

«E questo Netanyahu lo sa: nei giorni prima dell’attacco all’Iran, abbiamo sentito parole mai usate prima su Gaza da parte della Gran Bretagna, della Francia e anche della Germania. Netanyahu ha usato l’Iran anche per questo: ridurre la pressione. Ma tornerà a salire».


Socialisti al governo, ordinaria amministrazione

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Bisognerà, una volta tanto, valutare il bilancio politico dei socialisti che hanno responsabilità di governo, in Consiglio federale, nei Consigli di stato o nei Municipi.

La consigliera federale Elisabeth Baume – Schneider ha annunciato, a metà maggio, una riforma dell’AVS che chiede di lavorare di più alla popolazione e di aumentere contributi e IVA, dunque un cerotto conservatore che conferma l’attuale modalità di finanziamento. In particolare, si propone di “rendere più attraente il lavoro oltre l’età di riferimento” e, contemporaneamente, “rendere meno attraente il pensionamento anticipato”.

Ma il Consiglio federale ha coscienza dello stato dell’attuale mercato del lavoro? Precarietà in aumento, salari bassi, disparità salariali, licenziamenti!

Con la calura di giugno, la ministra socialista propone una nuova possibile entrata per le casse dell’AVS: tassare le mance che vengono elargite al personale degli esercizi pubblici. Le mance pagate digitalmente sono più facilmente identificabili e il governo federale stima che nel settore della ristorazione il volume complessivo si attesti da 600 milioni a 1 miliardo di franchi. È un vecchio pallino dell’Ufficio delle assicurazioni sociali e, con la scusa che fa comodo a tutti finanziare l’AVS, Baume-Schneider lancia l’idea. Non sembra, anche qui, che si conosca lo stato del mercato del lavoro elvetico. La ristorazione non figura fra le categorie professionali privilegiate. Oltre che dannosa per i lavoratori, la misura è insignificante: produrrebbe 50 milioni di franchi all’anno, che per i bilanci dell’AVS sono bruscolini.

È mai possibile che in questo Paese non ci sia una volta tanto una proposta ragionevole, che riveli perspicacia e visione politica? Come mai non c’è un ministro socialista che riesca a proporre qualcosa di sinistra? (Vecchia illusione, come diceva già Nanni Moretti 27 anni fa a proposito di Massimo D’Alema).

Premesso, come ripetiamo da anni, che sarebbe meglio rafforzare il primo pilastro e contenere il secondo, ossia le assicurazioni private, per finanziare durevolmente l’AVS si potrebbe far capo a una microtassa sui pagamenti digitali. A inizio 2020 è stata lanciata un’iniziativa popolare, “Microimposta sul traffico di pagamenti senza contanti”, che purtroppo non è andata in porto.

Un postulato del consigliere nazionale del Centro Beat Rieder nel 2021 ha proposto di studiare come applicare la microtassa. Si chiedeva al Consiglio federale di elaborare un rapporto “che illustri come dovrebbe essere strutturata una tassa sulle transazioni finanziarie in Svizzera per permettere un finanziamento a medio e lungo termine dell’AVS”. Il Consiglio federale, confermando la sua prudenza – per usare un eufemismo – ha respinto l’idea (si chiedeva uno studio!) perché “queste tasse indeboliscono l’attrattiva della borsa svizzera e la competitività degli intermediari finanziari svizzeri nelle loro attività internazionali”. Tradotto: non ostacoliamo gli speculatori privati! Qualcuno si muove. Il capo redattore del Blick, Rolf Cavalli, a metà maggio ha rilanciato la proposta di una revisione radicale del primo pilastro. “Se noi fossimo coraggiosi come nel 1948 (quando è stata lanciata l’AVS, ndr), riformeremmo finalmente l’AVS in modo fondamentale. Allora la Svizzera ha avuto il coraggio di concepire il capolavoro del secolo”. “Oggi il valore non nasce più dal classico lavoro salariato – afferma – ma dal capitale, dagli algoritmi e dalle infrastrutture digitali”.

Giorgio Grandini, un liberale “politicamente scorretto”, sul Mattino della domenica rilancia la microimposta: “Si tratterebbe ora invece di forgiare un ordinamento su misura, con un passaggio progressivo che preveda – nella fase iniziale – l’esclusione di nuovi aumenti contributivi (a carico di datori di lavoro e assicurati) e dell’IVA, grazie a un prelievo automatico – calcolato a un tasso espresso in per mille – su tutte le transazioni elettroniche di denaro”.

Insomma, la microimposta, lanciata cinque anni fa da esperti economisti e personalità della società civile, torna in auge. Assieme a Marc Chesney, uno dei padri dell’iniziativa, continua a sostenere la bontà e la praticabilità della microtassa Sergio Rossi, professore a Friburgo. Come mai la ministra socialista responsabile della socialità non dimostra un po’ di coraggio e di lungimiranza, almeno nel lanciare un dibattito sulla microimposta per le transizioni digitali, per un finanziamento più sostenibile dell’AVS? Perché i socialisti al governo agiscono da prudenti amministratori, come se il Paese fosse un condominio?

Nell’immagine: Nanni Moretti in “Aprile” (1998). “D’Alema, dì una cosa di sinistra!”


La follia delle armi nucleari in cifre

Il momento politicamente più difficile dalla creazione dell'Unione Europea. Il rischio dell'irrilevanza politica anche futura. Imperativa la necessità di percorrere una terza via fra i giganti americano e cinese. L'UE e la Svizzera. Intervista di Aldo Sofia all'ex presidente della Commissione europea 

Di Martina Frei, Infosperber

Nel suo ultimo rapporto, la «Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari» (ICAN) stima quanto denaro i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso solo nel 2024 per le armi nucleari: circa 190.000 dollari al minuto, ovvero 274 milioni al giorno. Nel 2021 erano 138.700 dollari al minuto.

All’inizio del 2022, i cinque Stati ufficialmente dotati di armi nucleari – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito (P5) – avevano affermato in una dichiarazione congiunta: «Vogliamo collaborare con tutti gli Stati per raggiungere l’obiettivo finale di un mondo senza armi nucleari e ribadiamo il nostro impegno, assunto nel Trattato di non proliferazione nucleare, a condurre negoziati per porre fine alla corsa agli armamenti nucleari e a raggiungere un accordo per il disarmo completo».

Ma i dati presentati ora dall’ICAN dimostrano quanto fosse ipocrita questa affermazione: dal 2020 al 2024, la spesa per le armi nucleari negli Stati Uniti è raddoppiata. Nel Regno Unito è aumentata di circa il 50% in questo periodo, in Francia di circa il 40%. Secondo l’ICAN, le altre sei potenze nucleari hanno speso circa lo stesso importo o al massimo il 5% in più. Tuttavia, lo «Stockholm International Peace Research Institute» (Sipri) ha recentemente sottolineato che, ad esempio, il bilancio militare della Russia è difficile da valutare. Oltre ai P5, tra i nove Stati che costruiscono e accumulano armi nucleari figurano anche Israele, India, Pakistan e Corea del Nord.

Almeno 128 milioni sono finiti nelle tasche dei lobbisti

L’ICAN ha individuato 22 aziende che traggono grandi profitti dall’armamento nucleare. Nel 2024 hanno guadagnato almeno 43,5 miliardi di dollari con le armi nucleari. L’anno scorso hanno ottenuto nuovi contratti per un valore di circa 20 miliardi di dollari in relazione alle armi nucleari, che si aggiungono ai contratti in corso per un valore di 463 miliardi.

Solo negli Stati Uniti e in Francia, queste aziende avrebbero pagato ai loro lobbisti oltre 128 milioni di dollari l’anno scorso. Nel Regno Unito, ad esempio, i dipendenti delle aziende si sono incontrati 196 volte con alti funzionari governativi e addirittura 18 volte con i più stretti collaboratori del primo ministro, secondo la ricerca dell’ICAN.

Rispetto ai fondi destinati alle armi nucleari, le Nazioni Unite hanno un budget minimo

Il rapporto dell’ICAN valuta positivamente il fatto che ai nove Stati che nel 2024 investiranno oltre 100 miliardi di dollari in armi nucleari si contrappongono altri 98 Paesi che hanno già firmato il trattato sul divieto delle armi nucleari o sono in procinto di farlo.

Alcune stime dell’ICAN:

  • La Cina possiede 600 armi nucleari. La loro potenza è pari a quella di 18 630 bombe di Hiroshima. Con i soldi spesi lo scorso anno per queste armi, la Cina avrebbe potuto pagare 3,5 volte il budget delle Nazioni Unite.
  • La Russia dispone di 5449 armi nucleari con una potenza esplosiva pari a 63 532 bombe di Hiroshima. Lo scorso anno la Russia ha speso 15 000 dollari al minuto solo per le sue armi nucleari. Con questi soldi avrebbe potuto pagare più di due volte il budget delle Nazioni Unite.
  • Gli Stati Uniti possiedono 5277 armi nucleari, pari a 59 644 bombe di Hiroshima. Nel 2024 i contribuenti hanno speso circa 180 000 dollari al minuto per questo scopo. A titolo di confronto, con questi soldi gli Stati Uniti potrebbero pagare quasi 16 volte il budget delle Nazioni Unite.
  • L’India dispone di 172 bombe nucleari, il Pakistan di 170. Insieme, le bombe dei due paesi hanno una potenza esplosiva pari a 570 bombe di Hiroshima. Invece di investire il denaro in armi nucleari, avrebbero potuto coprire più dell’intero budget delle Nazioni Unite.
  • La Francia possiede presumibilmente 290 armi nucleari. La loro potenza esplosiva è pari a quella di 1993 bombe di Hiroshima. L’anno scorso i contribuenti francesi hanno pagato circa 12 000 euro al minuto per le armi nucleari, ma il governo tiene segreto l’importo esatto versato alle singole aziende. Con i soldi spesi per le armi nucleari, la Francia avrebbe potuto pagare due volte l’intero budget delle Nazioni Unite per il 2024.
  • La Gran Bretagna possiede 225 testate nucleari con una potenza pari a 1500 bombe di Hiroshima. Ai contribuenti britannici questo costa 19.800 dollari al minuto. Avrebbero potuto invece pagare il bilancio delle Nazioni Unite per tre anni, ma il loro governo ha deciso diversamente.
  • Israele accumula circa 90 armi nucleari con una potenza esplosiva pari a 165 bombe di Hiroshima. Secondo i media, anche aziende tedesche trarrebbero profitto dalla costruzione di sottomarini nucleari israeliani.

Questi dati differiscono da quelli stimati dallo «Stockholm International Peace Research Institute» nel gennaio 2024 per Cina, Russia e Stati Uniti (Cina: 500, Russia: 5580, Stati Uniti: 5044). L’ICAN si basa sul Nuclear Ban Monitor e afferma che per la stima sono state prese in considerazione solo armi nucleari pronte all’uso e potenzialmente esplosive, escludendo quelle dismesse.

I governi europei rifiutano di fornire informazioni

I Paesi Bassi, il Belgio, la Germania, l’Italia e la Turchia fungono da rifugio europeo per le armi nucleari statunitensi. L’ICAN critica il fatto che il costo di tale operazione sia tenuto segreto ai contribuenti dei Paesi coinvolti.

Ad eccezione della Turchia, tutti questi paesi starebbero attualmente acquistando aerei da combattimento F-35A in grado di sganciare armi nucleari. La Grecia e la Turchia disporrebbero già di aerei in grado di farlo. La Germania avrebbe già ordinato 35 esemplari dell’F-35 per 10 miliardi di euro nel 2022 e starebbe valutando l’acquisto di altri 8. L’Italia ha ordinato 25 F-35 supplementari, mentre il Belgio ha recentemente annunciato un ordine aggiuntivo di altri 11 F-35. L’anno scorso i Paesi Bassi hanno ricevuto 40 dei 52 F-35 ordinati e intendono ordinarne altri 6.

Secondo le stime dell’ICAN, tutte le armi nucleari esistenti nel mondo hanno già una potenza esplosiva pari a 146 298 «Little Boy». «Little Boy» è il nome dato dagli americani alla bomba atomica sganciata il 6 agosto 1945 sulla città giapponese di Hiroshima. E l’armamento continua.


Troppo assuefatti, anche la bomba diventa normale

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Di Luigi Manconi, La Repubblica

Da alcuni decenni la letteratura di molti paesi occidentali racconta quelli che vengono definiti “scenari post-atomici” (o post-nucleari). Ovvero il dopo-Bomba: paesaggi lividi, piogge acide, scomparsa di specie animali, deperimento degli esseri umani, disperata ricerca di cibo. Penso a La strada di Cormac McCarthy (2006) — quel padre e quel figlio smarriti tra i detriti della fine del mondo — e in Italia a molte tracce nei racconti di Niccolò Ammaniti. Ma già nel 1959, nella splendida antologia Le meraviglie del possibile curata da Sergio Solmi e Carlo Fruttero, la rappresentazione dell’Apocalisse determinata dalla follia umana si incontrava di frequente.

Ciò che né allora né oggi viene raccontato è il pre-Bomba: quanto la precede, la prepara, la annuncia, la innesca. La prima e più semplice spiegazione di questa assenza è che la guerra di cui parliamo è in gran parte invisibile. Meglio sarebbe dire che è cieca, dal momento che non la si vede ma che, ancor prima, non è capace di vedere.

La cecità della guerra può essere colta già nel clima di sostanziale indifferenza che, nei giorni che stiamo vivendo, ne accompagna i prodromi e le fasi preparatorie. Facciamo molto bene a promuovere la mobilitazione per la pace, a enfatizzare la resistenza di chi resiste, a esaltare i messaggi che vorrebbero mettere al bando la guerra, ma tutto ciò risulta inesorabilmente poca cosa.

Ho detto indifferenza ma il termine è probabilmente improprio in quanto il sentimento più diffuso non è il nichilismo; è, piuttosto, la combinazione tra senso di impotenza e assuefazione. Il primo è tanto più capace di condizionare emozioni e comportamenti quanto più, in una società secolarizzata come la nostra, vanno esaurendosi tutte le culture alternative, le ideologie antagoniste, le politiche critiche e ci si trova inermi di fronte alla potenza irraggiungibile di chi esercita il comando: compreso quello di decidere la guerra. E ancor più sembra pesare la tendenza all’assuefazione.

A lungo abbiamo detto che l’Europa veniva “da sessant’anni di pace”, per poi scoprire che erano stati, in realtà, anni di guerra non dichiarata, a bassa intensità, sotterranea. Basti pensare che durante quella fase di “lunga pace” tutti gli Stati si sono dotati di arsenali e strumenti bellici sempre più letali; e che le potenze nucleari (i soli Stati Uniti nel 1945) sono diventate nel periodo di non guerra una decina tra quelle ufficialmente riconosciute come tali e quelle che ragionevolmente si ritiene lo siano.

È come se la bomba atomica avesse perso il suo elemento di eccezionalità e anche i morti di Hiroshima e Nagasaki rientrassero nell’ordinario novero delle vittime civili (diventate ormai, come si sa, oltre il 90% della totalità dei morti in tutte le guerre). È vero poi che, a intensificare e accelerare i processi di assuefazione, interviene ciò che possiamo chiamare la normalizzazione del militare.

In un sistema dove l’emergenza è diventata stile di governo, l’evocazione dell’esercito ha perso la tonalità intimidatrice o grottesca che aveva cinquant’anni fa, per farsi strumento dell’amministrazione e della politica. Si richiede l’uso dei soldati nel controllo dell’ordine pubblico, nell’organizzazione dei grandi eventi, nell’assolvere a funzioni di protezione civile durante le catastrofi, nel sopperire alle carenze del sistema sanitario e nell’assicurare servizi indispensabili durante le astensioni dal lavoro. È inevitabile, così, che l’esercito diventi via via una funzione anch’essa “civile”, trasformandosi in strumento del welfare state. Così che la “cosa militare” sembra destinata a oscillare tra pace e guerra e tra una pace che assume contorni marziali e una guerra che esita a pronunciare il proprio nome.

La guerra cieca, intanto, trova la sua apoteosi tecnologica e simbolica nel ricorso ai droni. Il drone invera l’allucinazione militaresca della “guerra delle macchine” (un vecchio titolo della collana Urania del 1962). Il fatto che quell’arma sia priva di pilota, e dunque non metta a repentaglio la vita di chi vi ricorre, non risponde certo al desiderio di ridurre il numero delle vittime. Risponde, bensì, a quello di una guerra sempre più potente perché sottratta — oltre che alla responsabilità personale di chi sgancia la bomba — alla fallacia di ogni azione umana.

Si ottiene l’effetto, in tal modo, di realizzare una gigantesca playstation sopra i cieli di Russia e Ucraina. E quel videogioco mette in ombra i corpi straziati nelle trincee, tra il sangue e il piscio. Non diversamente accade tra le rovine di Gaza dove il ricorso all’arma finale — la fame — sposta l’attenzione, ancora una volta, dalle mutilazioni dei cadaveri all’inedia scheletrica dei corpi bambini. E qui un sussulto di coscienza scuote, infine, l’assuefazione.

Ma la guerra cieca rischia di essere ancora più forte. Nei racconti apocalittici prima ricordati, sullo sfondo si intravedono cucine, dispense e cantine saccheggiate e supermercati assaltati da turbe di affamati. Ricordo che, ancora durante la prima guerra del Golfo, molti italiani presero ad accumulare riserve di cibo e di acqua e a predisporre rudimentali e periclitanti rifugi. In questi giorni di pre-guerra non accade: anche la Bomba è stata normalizzata.

Nell’immagine: Tel Aviv, dalle spiagge ai rifugi


Reza Pahlavi, l’amico dell’Occidente che sogna il ritorno part-time ma non ha seguito in patria

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Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Si candida a guidare una transizione che per ora non si vede, ma rischia di essere un re senza popolo. Reza Ciro Pahlavi, 64 anni, figlio dell’ultimo Scià di Persia, Mohammed Reza, è una delle figure più note della diaspora iraniana all’estero, l’opposizione che sogna un cambio di regime restando fuori dai confini nazionali e per questo è guardata con diffidenza da una buona parte degli iraniani in patria

Reza era stato cresciuto per avere la corona in testa fino ai suoi 18 anni, quando la rivoluzione islamica di Khomeini rovesciò la monarchia e costrinse la sua famiglia a fuggire. Vive da anni negli Stati Uniti, protetto dall’intelligence americana, la sua famiglia si muove tra Londra, Washington e Parigi. Pochi giorni prima dell’attacco israeliano all’Iran, la figlia Iman ha sposato Bradley Sherman, un uomo d’affari ebreo americano, il primo ebreo a entrare a far parte della famiglia reale iraniana. Il matrimonio ha scatenato le fantasie più varie tra molti commentatori online, complotti, cospirazioni, ma è tutto piuttosto chiaro. I due si conoscevano dal 2017, una relazione lunga, e non serve un matrimonio a svelare la linea politica di Reza Pahlavi, che da anni coltiva rapporti cordiali e di amicizia con Israele, ha vistato il Paese solo due anni fa, ha incontrato Netanyahu, parlamentari, il capo dell’intelligence, con un «messaggio di amicizia» per rinnovare «gli antichi legami tra Iran e Israele», che hanno interrotto le loro relazioni diplomatiche dopo l’avvento del khomeinismo.

In Iran, il nome Pahlavi produce reazioni contrastanti. C’è chi vedrebbe di buon occhio il ritorno del figlio dello Scià, ricorda i progressi e lo sviluppo raggiunti sotto la monarchia. Chi insegue il sogno di una democrazia piena, invece, non accetterebbe mai come leader un uomo che associa al governo autocratico di suo padre e suo nonno. Quando è iniziata la guerra, Pahlavi si è rifiutato di condannare i raid israeliani, lasciando a bocca aperta molti iraniani in patria che pure vorrebbero un cambiamento radicale, ma non con le bombe, e ha presentato il suo «piano di transizione» al Jerusalem Post, un quotidiano israeliano che lo stesso giorno pubblicava un editoriale-appello per spartire l’Iran in diversi Stati etnici. L’altro grosso scivolone risale a qualche anno fa quando, intervistato da Patrick Bet-David, un podcaster vicino alla destra, disse che immaginava di tornare in Iran solo “part-time”, avendo molti impegni Usa. Tuttavia, c’è una buona parte della società iraniana convinta che qualsiasi cosa sia migliore della Repubblica islamica, pur non avendo alcuna simpatia per il sovrano esule. Lui invoca da tempo un nuovo sistema democratico per il Paese, inclusivo e rispettoso dei diritti umani, ma si è anche circondato di nazionalisti e personaggi legati all’ultradestra e ai neocon americani che non gli guadagnano il sostegno della sinistra, dei moderati, dei liberali. «I suoi collaboratori non potrebbero gestire nemmeno una pizzeria in Iran», dice sarcastico Amir, un ingegnere informatico iraniano che vive negli Stati Uniti. «Potrebbe anche giocare un ruolo, ma non ha ampio sostegno né un’organizzazione efficace intorno a sé».

«Sono sempre stato scettico nei confronti di Reza Pahlavi per la mancanza di talento politico, di organizzazione, perché il suo team è composto solo da estremisti e sciovinisti», scrive lo storico Arash Azizi . «Se Pahlavi vuole rimediare alle mancanze del passato deve riuscire a ottenere la defezione delle forze di sicurezza del regime e convocare un serio vertice per l’unità nazionale». Il momento è adesso, dice il principe, ma molti in Iran sono convinti che il cambiamento non verrà su un aereo di Stato straniero con a bordo un volonteroso principe, ma dall’Iran.

Nell’immagine: Reza Ciro Pahlavi


Dal Palazzo alla Piazza?

Il momento politicamente più difficile dalla creazione dell'Unione Europea. Il rischio dell'irrilevanza politica anche futura. Imperativa la necessità di percorrere una terza via fra i giganti americano e cinese. L'UE e la Svizzera. Intervista di Aldo Sofia all'ex presidente della Commissione europea 

Tra la politica e il gioco degli scacchi c’è un’aria di famiglia, un’evidente affinità. E non è casuale che la Russia sia maestra nello scacchismo, dai tempi remoti fino a Putin, passando per la corte zarista e il bolscevico Lenin mentre sfida a Capri il compagno Bogdanov. Non sorprende quindi che determinate mosse, come l’ormai celebre «arrocco», ispirino anche i nostri leghisti, con il relativo intreccio di tattiche e strategie. A conferma che la politica è movimento, concentrazione, previsione e astuzia machiavellica. E chi si ferma, pago dei risultati raggiunti, presto o tardi esce scornato e sconfitto.

Perciò è da salutare con favore il documento elaborato dal Movimento per il socialismo sotto il nome «Per un fronte di opposizione sociale e politica», fatto pervenire a tutte le forze che si riconoscono nell’area di sinistra (20 maggio 2025). Che ci sia bisogno di una mappa e di una bussola è fondamentale in quest’epoca caratterizzata dalla frammentazione e, come si dice giustamente nel testo, dalla «regressione sociale». Di «poli-crisi» si parla fin dagli anni della pandemia: una compresenza di situazioni negative che dalla salute pubblica si estendono all’economia, all’ambiente e alle relazioni internazionali, con il relativo corredo ferale di guerre e massacri.

Questo a livello globale. Che però ha ripercussioni anche sul piano locale, il nostro «villaggio gallico», perché scuote e interroga le coscienze; ma soprattutto perché obbliga le autorità, governo e parlamento, a «render conto» alla cittadinanza delle loro scelte, del loro silenzio o della loro indifferenza. Non solo il Consiglio federale, ma anche i partiti che lo compongono e lo sorreggono, compreso quello socialista.

Fatto questo inquadramento, il documento si sofferma sul cantone e sul tentativo di ridimensionare gli interventi nel settore pubblico: sanità, scuola, trattamento pensionistico dei dipendenti pubblici, retribuzioni. Tutto questo come conseguenza dell’offensiva neo-liberale che le forze di centro-destra hanno scatenato anche in Ticino, con focus sull’esigenza di comprimere la spesa pubblica (e pure di estromettere i partiti minori dal Parlamento: minaccia per fortuna sventata).

Che fare, allora? I tempi non sorridono a quello spicchio di parlamento che si identifica nell’area di sinistra. Solo i comunisti, nell’aprile del 2023, sono riusciti a mantenere i loro due seggi; tutte le altre forze progressiste hanno subìto perdite: socialisti, Verdi e MPS hanno lasciato sul terreno un deputato a testa. Quindi anziché avanzare, com’era nei voti, hanno perso posizioni. Chiamiamola pure una sconfitta, seppur contenuta.

Questi sono dunque i rapporti di forza in Gran Consiglio. Rapporti sfavorevoli. Ma forse, continuano gli estensori, nel paese che sta fuori, nella società civile e nelle piazze, la situazione è più propizia, più irrequieta, più disposta ad attivarsi e a rivendicare. C’è un potenziale di protesta che va raccolto e interpretato. Il Partito socialista – il principale interlocutore del documento in vista del 2027 – ha sempre cullato l’idea che i risultati migliori sarebbero giunti dal lavoro – ostinato e paziente – nelle istituzioni. Ha quindi privilegiato questo canale a scapito della mobilitazione dal basso: fatto che lo ha reso sordo a quanto succede fuori dal Palazzo.

Non è la prima volta che il MPS incalza il PS, chiedendogli di mutare rotta. Accadde anche alla vigilia delle elezioni del 2023. Allora la richiesta fu di rompere con il «paradigma consociativo», in parole povere di uscire dall’esecutivo e di partecipare alla costruzione di un largo fronte antagonista. Oggi la posizione è più morbida e conciliante: il PS può anche rimanere, in Consiglio di Stato. A condizione però che eserciti «un’opposizione chiara, pubblica e determinata».

Chi conosce, seppur a grandi linee, la storia di queste due formazioni politiche non rimarrà sorpreso. In Ticino i socialisti sono presenti in governo fin dal 1922, sempre con un rappresentante (due nella legislatura 1987-1991, ma fu un’eccezione). Il MPS è invece figlio del ’68, della Lega marxista rivoluzionaria e del successivo Partito socialista dei lavoratori (1980). Due culture, due stili diversi di scendere nell’agone politico. Il PS resta convinto che stare al governo porti comunque maggiori vantaggi ai ceti subalterni che non passare all’opposizione (lo si pensa anche a livello federale… e su questo si discusse animatamente durante lo storico congresso straordinario del 1983, all’indomani della bocciatura di Lilian Uchtenhagen a Consigliera federale). Il MPS è invece sempre rimasto ai margini, non ha accumulato esperienze in un esecutivo, nemmeno a livello comunale. È insomma rimasto «movimentista», come già indica il nome.

Che il PS possa dar seguito, sul piano squisitamente politico, a questo «cambiamento di paradigma» invocato dal MPS appare improbabile. Nel programma politico 2024-2028, intitolato «Coltiviamo insieme il futuro», Laura Riget e Fabrizio Sirica invitano semmai ad andare nella direzione opposta, in uno spazio definito come «social-liberale»: «riteniamo […] che in un partito che si vuole ampio e popolare come il nostro, ci deve assolutamente essere uno spazio importante per posizioni più moderate, che ostinatamente cerchino di creare un dialogo e dei concreti e pragmatici spiragli politici al centro-sinistra». Un linguaggio, come si vede, molto lontano dalla svolta auspicata dal MPS.

Ciò chiarito, non è che sul fronte rosso-verde le cose vadano meglio. Il progetto comune rimane indefinito, mai approfondito in tutte le sue articolazioni. Certo, il PS – a differenza del MPS – può contare sulla piattaforma del PS nazionale, con i relativi documenti programmatici («Positionspapiere»). Ma anche qui urge un aggiornamento, che tenga conto dei mutamenti intervenuti in questi ultimi anni, sia in campo socio-economico, sia in campo strategico. L’ultima versione del programma, risalente al 2010, contiene ancora formule rituali come l’abolizione dell’esercito e il superamento del capitalismo. Obiettivi non proprio prossimi e che rammentano quanto Giorgio Ruffolo scriveva in un suo saggio del 2008: Il capitalismo ha i secoli contati.

PS e Verdi hanno dichiarato che risponderanno quanto prima alle sollecitazioni del MPS. Vedremo. Ma forse è più urgente aggiornare la cartella clinica di questa nostra piccola «terra di mezzo», sempre un po’ chiusa e diffidente: la sua economia in affanno, il mercato del lavoro destrutturato, il ceto medio che scivola in basso, un inverno demografico che rischia di far crollare l’intera piramide previdenziale. Un tempo si aveva l’accortezza di convocare su questi temi delle «conferenze programmatiche». Probabilmente è ancora il metodo migliore per cercare di comprendere come sta cambiando questo nostro micro-cosmo, pedina di coccio sulla scacchiera degli interessi nazionali e internazionali.

Scritto per laRegione