Il momento politicamente più difficile dalla creazione dell'Unione Europea. Il rischio dell'irrilevanza politica anche futura. Imperativa la necessità di percorrere una terza via fra i giganti americano e cinese. L'UE e la Svizzera. Intervista di Aldo Sofia all'ex presidente della Commissione europea
Di Francesca Mannocchi, La Stampa
Trita Parsi è un analista politico iraniano naturalizzato svedese. Suo padre, Touraj Parsi era un professore universitario politicamente attivo e incarcerato due volte, prima da Mohammad Reza Pahlavi e poi da Ruhollah Khomeini. Una volta scarcerato Parsi si trasferì con la famiglia in Svezia per sfuggire alla repressione politica in Iran. Oggi Trita Parsi è il vicepresidente esecutivo del Quincy Institute. È un esperto di relazioni tra Stati Uniti e Iran, di politica estera iraniana e di geopolitica del Medio Oriente. È autore di quattro libri sulla politica estera statunitense in Medio Oriente, con particolare attenzione a Iran e Israele.
È difficile commentare il cessate il fuoco in questo momento, vista l’instabilità della situazione. Ma, le chiedo, quanto è realistico che il cessate il fuoco duri?
«Mettiamola così: è già un risultato notevole riuscire a ottenere un cessate il fuoco. Sarebbe un risultato ancora più grande riuscire a mantenerlo. Abbiamo visto che Israele ha violato sistematicamente sia i cessate il fuoco a Gaza che in Libano. Questa volta, però, potrebbe essere più costoso per Israele violarlo, se si dovesse rinnovare un processo diplomatico tra Stati Uniti e Iran. E questo ci porta a un altro fattore chiave, cioè che per fare in modo che il cessate il fuoco effettivamente duri, deve esserci un ritorno alla diplomazia nei rapporti tra Stati Uniti e Iran sul nucleare».
Cosa succederà se entrambe le parti non rispetteranno il cessate il fuoco? Che tipo di scenario immagina?
«C’è uno scenario in cui le due parti continuano a combattersi con reciproci attacchi missilistici, e con il cambio di regime che vuole Israele. Ma c’è anche un altro scenario, in cui la continuazione dei combattimenti, la violazione del cessate il fuoco, finisce per coinvolgere di nuovo anche gli Stati Uniti nel conflitto. Questo è lo scenario che Israele auspica: creare così tanta pressione che, se i combattimenti continuano, si possa esercitare una pressione implacabile sugli Stati Uniti affinché rientrino in guerra. Penso che Israele sia molto scontento del cessate il fuoco. Netanyahu ha lottato per oltre 20 anni per far sì che gli Stati Uniti andassero in guerra con l’Iran. E, una volta ottenuto questo risultato, sono certo che avrebbe voluto che la guerra durasse di più, invece di portare a un cessate il fuoco in così pochi giorni. E sono sicuro che avrebbe voluto che gli Stati Uniti colpissero anche obiettivi militari non nucleari in Iran, e non solo tre siti nucleari. Ma dopo aver parlato con alcuni funzionari dell’amministrazione Trump, ho l’impressione che siano consapevoli del malcontento israeliano, ma anche scettici sulla tenuta del cessate il fuoco. Sembrano pensare che comunque durerà poco, che presto riprenderanno i combattimenti, e che Israele potrà nuovamente fare pressione sugli Stati Uniti per farli rientrare nel conflitto».
Ritiene che l’attacco in Qatar sia stato un tentativo di de-escalation da parte dell’Iran?
«Sì, assolutamente. Il modo in cui quell’attacco è stato condotto era chiaramente teatrale, coordinato, pensato per offrire a sé stesso e agli Stati Uniti una via d’uscita che salvasse la faccia, almeno nello scontro diretto tra Stati Uniti e Iran. Se possa portare a una via d’uscita anche nello scontro tra Iran e Israele, è molto meno certo».
Se c’è un simbolismo nella scelta di colpire il Qatar e non altri Paesi con basi statunitensi, quale pensa che sia?
«Credo che da un lato l’Iran abbia voluto fare qualcosa che non portasse a un’escalation, ma anche qualcosa di più significativo rispetto nel 2020, quando colpì basi americane in Iraq. In molti sono rimasti scioccati nel vedere colpito il Qatar, e sospetto che fosse proprio questo l’obiettivo dell’Iran: far parlare di quello, piuttosto che del fatto che in realtà si è trattato di un attacco molto teatrale e limitato, pensato per non uccidere nessuno, per non danneggiare seriamente nulla, ma per trovare una via d’uscita di de-escalation da questa crisi».
Come commenta le dichiarazioni del capo della Nato, Mark Rutte, che due giorni fa ha detto che l’attacco militare degli Usa contro l’Iran non è una violazione del diritto internazionale?
«Penso che questo dimostri fino a che punto l’Europa sia diventata irrilevante in molte di queste dinamiche e si stia allontanando da ciò che storicamente è stato il fondamento della sicurezza europea: il diritto internazionale».
Se il cessate il fuoco dovesse fallire, come pensa che reagiranno i Paesi europei?
«In questo momento, l’Europa ha completamente sopravvalutato il proprio ruolo. Trump non li considera mediatori benvenuti, né riconosce loro alcun ruolo utile nei negoziati. Gli iraniani hanno chiaramente prestato più attenzione agli europei di quanto non abbia fatto Trump. Ma gli europei, iniziando ogni dichiarazione dicendo che Israele ha il diritto di difendersi, finiscono per legittimare qualunque cosa faccia Israele, anche violazioni palesi del diritto internazionale. Colpire impianti nucleari è una violazione dell’articolo 56 del protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra. Non c’è alcuna giustificazione per questo. Eppure ogni dichiarazione europea inizia con “Israele ha il diritto di difendersi”, come se Israele stesse rispondendo a un attacco iraniano, ma non c’è stato alcun attacco iraniano contro Israele che giustifichi tale affermazione. Ancora una volta, l’Europa sta sacrificando i propri principi fondanti».
Ora, secondo lei, l’Iran è più o meno determinato a dotarsi di armi nucleari rispetto a 12 giorni fa?
«Penso che lo sia molto di più. Nei prossimi cinque o dieci anni, il rischio che l’Iran abbia un’arma nucleare è molto più alto a causa di questo attacco. Anche se ora si arrivasse a un accordo, sarei molto più preoccupato per una deviazione dell’Iran rispetto a prima, quando c’era il Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action o accordo sul nucleare iraniano, Ndr) o rispetto a un possibile accordo che Trump avrebbe potuto raggiungere con Teheran. L’umore nella società e tra l’élite politica è cambiato radicalmente in seguito a questo attacco».
Cosa pensa accadrebbe davvero in caso di un cambio di regime, come auspicato da Netanyahu fin dall’inizio dell’attacco?
«Prima o poi il regime iraniano cadrà. Ma se dovesse cadere in un contesto di guerra, mentre l’Iran viene attaccato, lo scenario più probabile non è che venga sostituito da Ong pacifiche o leader della società civile, ma piuttosto che venga sostituito da elementi ancora più radicali all’interno dello stesso regime. Ed è proprio questo lo scenario a cui stiamo assistendo: che, in conseguenza dell’attacco israeliano, se il regime dovesse cadere, probabilmente verrebbero al potere forze ancor più determinate a ottenere una deterrenza nucleare».
Dove saremmo oggi se Trump non fosse mai uscito dall’accordo sul nucleare anni fa?
«Se Trump non fosse uscito dall’accordo nucleare nel 2018, oggi avremmo avuto dieci anni di rispetto dell’accordo da parte dell’Iran. Avremmo avuto abbastanza tempo perché l’accordo iniziasse a trasformare la società iraniana. Avrebbe rafforzato notevolmente la classe media iraniana grazie alla crescita economica, e la classe media è la spina dorsale del movimento democratico in Iran. Avremmo avuto un’Europa e un’America con maggiore influenza sull’Iran grazie ai rapporti economici, cosa che oggi non esiste. L’Iran non avrebbe sostenuto la Russia in Ucraina, perché ciò gli sarebbe costato caro. Oggi, invece, l’Iran non ha perso praticamente nulla nel farlo. E penso, in ultima analisi, che avremmo avuto anche un Iran con un rapporto profondamente diverso con Europa e Stati Uniti, se quell’accordo fosse rimasto in vigore. Inoltre, posso anche dire che, se Trump, solo poche settimane fa nei negoziati con l’Iran, fosse rimasto fedele alla sua linea rossa originale – cioè “no alla costruzione di armi” – invece di adottare la linea rossa israeliana del “no all’arricchimento”, ecco, credo che oggi avrebbe raggiunto un accordo quadro con l’Iran, invece di trovarsi in guerra».
Nell’immagine: Trita Parsi