Ezio Mauro – “Si entra nell’era di un mondo in cui prevale il diritto della forza”

Cosa ha convinto Trump ad entrare in guerra, e le incognite del futuro in Iran e dunque in tutto il Medio Oriente 


Il danno americano

Cosa ha convinto Trump ad entrare in guerra, e le incognite del futuro in Iran e dunque in tutto il Medio Oriente 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Con l’attacco all’Iran Donald Trump avrà forse inflitto gravi danni ai siti atomici persiani ma ha certamente danneggiato la residua credibilità degli Stati Uniti nel mondo. Insieme, ha innescato una crisi nella sua opinione pubblica, da cui è stato votato perché si occupasse del suo paese invece di dedicarsi ad abbattere mostri lontani. E ha palesato le faglie nella sua stessa amministrazione e negli apparati dello Stato, non proprio unanimi nel plaudire alla sua scelta e nel valutarne le conseguenze. Infine, ciò che lui stesso spaccia in privato come “poker strategico”, ovvero l’alone di permanente incertezza creato intorno alle sue intenzioni e che pare molto divertirlo, si sta rovesciando contro il suo brillante ideatore e il paese che deve governare.

Il bluff vale se raro.

Amici e nemici hanno preso nota che il presidente degli Stati Uniti può decretare due settimane di riflessione sul da farsi, riaprire a un negoziato con l’Iran, salvo lanciare due giorni dopo portentosi missili sul bersaglio grosso, con esiti che il suo stesso Stato maggiore non è in grado di stabilire. Chi volesse stipulare un qualsiasi accordo con questa amministrazione sa che un momento dopo la firma quell’inchiostro potrebbe svelarsi simpatico.

L’impressione diffusa è che Trump sia stato agilmente usato da Netanyahu. Il gregario guida il capo? Quale autorevolezza può esibire il numero uno mondiale se si fa dirigere da una potenza regionale? O anche se solo dà l’impressione di esserlo? Della Cina, che per questa America è ossessione strategica, a Israele interessa poco. Resta da capire perché l’Iran sia considerato a Washington degno di dirottare risorse e attenzione dalla sfida con Pechino.

Certo, l’intimità della relazione israelo-americana è senza pari. Di qui a stabilire che siano lo stesso Stato, la stessa cosa, con i medesimi interessi, moltissimo ne corre. Né in passato sono mancati gli scontri non solo diplomatici fra Washington e Gerusalemme — indimenticato l’attacco israeliano alla USS Liberty l’8 giugno 1967, che provocò 34 vittime. Preistoria per il pubblico, non per apparati dalla memoria elefantina.

Oggi Bibi pare prendere l’amico americano per mano, a indicargli il cammino da percorrere insieme. Nel legittimo interesse del suo paese. Ma qual è l’interesse degli Stati Uniti a invischiarsi nell’ennesima partita mediorientale, quasi le lezioni di Afghanistan e Iraq non fossero sufficienti? Peraltro, contro un avversario di ben altra dimensione.

Teheran è chiamata a scegliere fra due opzioni. La prima è rilanciare con tutte le risorse che restano. In vista di una lunga guerra di logoramento, contando sull’indisponibilità americana a impantanarsi nella regione e sull’impossibilità per Israele di combattere a tempo indeterminato sui fronti che ha deciso di aprire. Scelta molto rischiosa, non impossibile. La seconda è limitare la rappresaglia per riaprire al negoziato, sia pure da basi sicuramente più fragili. Logica. Troppo logica? Ma è su questo esito che Trump scommette.

E se invece il regime crollasse? Possibile, anche se l’offensiva israelo-americana sembra rinsaldare l’unità nazionale. Riflesso patriottico. Ma soprattutto, chi potrebbe installarsi sul trono che fu dello scià? E che legittimità avrebbe se la sua ascesa derivasse dalla vittoria di chi ha aggredito il suo paese?

Mentre ci interroghiamo sul famoso regime change che tanti danni addusse agli americani e ad altri occidentali — tra cui noi — in precedenti tentativi di imporlo, dobbiamo prendere atto che il cambio di regime sta finora investendo chi vorrebbe promuoverlo altrove. Lo sconvolgimento che sta minando i regimi di Stati Uniti e Israele è sotto i nostri occhi. Con tutto il rispetto per i persiani, queste derive ci riguardano molto più da vicino.

O dovrebbero riguardarci, se non fossimo affogati nel nostro provincialismo, coraggiosamente denunciato dal ministro Crosetto nel recente discorso di Padova, raro caso di adesione al principio di realtà oggi sommerso dalle propagande. Prima usciremo dall’illusione di essere immuni dalla rivoluzione mondiale in corso, meglio sarà per noi e i nostri discendenti. Se non è già troppo tardi.

Nell’immagine: così il bombardiere B2 sgancia le “bunker buster” usate nell’attacco all’Iran


Efraim Halevy, storico capo del Mossad: “Bibi ha trascinato Trump in guerra, ha vinto lui”

Cosa ha convinto Trump ad entrare in guerra, e le incognite del futuro in Iran e dunque in tutto il Medio Oriente 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

TEL AVIV- «Alle sette e trenta di questa mattina sono uscito per comprare un po’ di cibo, mentre tornavo a casa sono partire le sirene e dopo qualche minuto si è sentito un boato molto, molto forte. Tutte le stanze della casa hanno tremato, io e mia moglie ci siamo rifugiati nella safe room e abbiamo aspettato che l’attacco finisse».

A parlare, dalla sua casa a nord di Tel Aviv, l’area della città più colpita ieri mattina dai missili iraniani, non è un cittadino qualunque, ma Efraim Halevy, 90 anni, 40 passati nel Mossad, i servizi segreti israeliani di cui è stato il capo dal 1998 al 2002. È stato ambasciatore presso l’Unione Europea, è stato a capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano sotto il primo ministro Ariel Sharon, inviato di cinque Primi Ministri israeliani (Shamir, Rabin, Netanyahu, Barak e Sharon) ed è è riconosciuto per il suo contributo alla stipula del trattato di pace tra Israele e Giordania. «Molti, molti anni fa avevamo ottimi rapporti con l’Iran, prima che i leader religiosi prendessero il potere nel 1979, è un paese in cui ho viaggiato molto dopo essere stato reclutato dal Mossad».

A maggior ragione, Halevy, mi dica: questa giornata segna la fine o l’inizio della guerra?
«Abbiamo un detto qui che dice: i profeti sono sciocchi. E io non voglio essere uno sciocco. Penso che siamo già in guerra. Abbiamo iniziato con la guerra a Gaza, stiamo per entrare nel terzo anno e credo che durerà ancora a lungo. E ora siamo in guerra con l’Iran».

Gli Stati Uniti hanno detto oggi che l’attacco ha danneggiato in modo irreversibile i siti nucleari, nel pomeriggio dei funzionari statunitensi hanno tuttavia ammesso al New York Times che l’attacco a Fordo non ha distrutto l’ha struttura, l’ha danneggiata in modo serio. Capisco che non le piaccia fare il profeta, ma quali scenari vede nelle prossime settimane?
«Molto dipenderà da come reagiranno la Russia e la Cina nel prossimo futuro, attori molto coinvolti in Medio Oriente in un modo o nell’altro. Ma penso che oltre alle reazioni esterne a questo attacco dovremmo occuparci delle divisioni interne che stanno lacerando questo Paese ormai da tanto tempo. È come se ci fossero due blocchi nella società israeliana, oggi, e questo scontro a lungo termine sarà molto dannoso per Israele. E comunque la si guardi, più forte è lo scontro, più debole diventa Israele. In questo vedo un serio problema di tenuta per il futuro del Paese».

Israele ha deciso di attaccare l’Iran due giorni prima di un tavolo di negoziato tra gli Stati Uniti e l’Iran in Oman. Gli Stati Uniti, dieci giorni dopo, hanno deciso di unirsi alla guerra israeliana in Iran. È stato un attacco alla diplomazia, oltre che un attacco ai siti nucleari iraniani e ai vertici dei Pasdaran?
«Le dico questo, penso che il rapporto tra Israele e gli Stati Uniti sia stretto come mai. Perché non è solo Israele a beneficiare degli Stati Uniti ma gli Stati Uniti a beneficiare di Israele. Penso che Israele abbia avuto un ruolo molto, molto importante nel sostenere gli interessi americani in questa regione, e qualche anno fa, con gli Accordi di Abramo abbiamo provato anche noi a trarre i nostri vantaggi. Gli Stati Uniti sono stati una sorta di accompagnatore, con Trump alla Casa Bianca promotore. Lui ci considera una risorsa per gli Stati Uniti, un avamposto».

Nel 2011 – erano tempi diversi, certo – lei era contrario a un attacco contro l’Iran che – disse – «avrebbe potuto colpire non solo Israele, ma l’intera regione per 100 anni». Nel 2021, lei affermò anche che Netanyahu aveva commesso un grave errore nel tentativo di distruggere l’accordo sul nucleare. Disse: «Se guardiamo agli eventi accaduti (da quando Trump ha abbandonato) l’accordo per conto degli Stati Uniti, la situazione nei confronti dell’Iran è peggiorata di molto. Un accordo è sempre meglio di nessun accordo e la politica di Netanyahu nei confronti dell’Iran è stata un triste fallimento». Ci crede ancora?

«Penso che Netanyahu abbia attaccato l’Iran ora per due motivi. Il primo per aiutare gli Stati Uniti, più che per esserne aiutato. È importante per Israele stabilire e mantenere una relazione che garantisca la nostra capacità di ricevere l’equipaggiamento di cui abbiamo bisogno e che mostri al principale alleato che stiamo agendo anche nel suo interesse. Il secondo ha a che fare con i rapporti presenti e futuri con la Cina. I cinesi sono già qui, sono nel Mediterraneo, agiscono in molti modi, a volte con discrezione a volte meno, a volte cercano di dare un’immagine non imperialista, a volte non riescono. Probabilmente Netanyahu voleva dare un messaggio anche alla Cina. Perciò, e qui le rispondo piuùda ex diplomatico che da ex capo del Mossad, credo che questi due aspetti siano stati determinanti nella volontà di attaccare l’Iran ora, agendo su una situazione già favorevole in cui i suoi proxies sono molto, molto indeboliti».

Alcuni mesi prima del 7 ottobre, in un’intervista alla Cnn, parlando della riforma giudiziaria, lei disse: «Non posso accettare che Netanyahu continui a guidare il Paese». Oggi Netanyahu è l’uomo giusto per guidare questo Paese?
«Mi porta a parlare delle mie critiche a Netanyahu nel giorno del suo grande successo, non è molto saggio da parte mia, ma va bene. La mia relazione con Netanyahu è molto controversa, molto complessa. Abbiamo avuto una prima crisi quando io ero l’emissario segreto di Rabin in Giordania, e lui ambasciatore israeliano negli Stati Uniti. E soprattutto avemmo un duro confronto dopo il fallito attentato al leader di Hamas Khaled Mashaal. Non è un segreto che ho spesso criticato Netanyahu per aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale con la sua necessità di autocelebrazione».

Non ha risposto alla mia domanda. Se Netanyahu è oggi la persona giusta per guidare il Paese.
«Lei sa che questo Paese è attraversato da uno scontro molto serio tra chi sostiene Netanyahu e chi no, ci sono manifestazioni settimanali regolari da anni. Centinaia di persone a manifestare. Tra loro c’è tutta la mia famiglia, i miei figli, i miei nipoti e anche io. Non so chi potrebbe prendere il suo posto, non so quanto sopravvivrà politicamente Netanyahu, ed è strano parlarne oggi, mentre il paese celebra l’attacco e il sostegno degli americani, ma so che una larga parte del paese non lo sostiene più, che non ne può più della guerra a Gaza, che vuole vedere gli ostaggi a casa. Perciò per rispondere alla sua domanda, in questa giornata, le dico che spero che prima o poi ci saranno le elezioni».

Ha menzionato gli ostaggi. Ad aprile assieme ad altri 250 ex membri del Mossad ha firmato una dichiarazione che chiede al governo di dare priorità al ritorno degli ostaggi tenuti da Hamas a Gaza, anche a costo di porre fine alla guerra in corso contro il gruppo terroristico. Come pensa che si risolverà? Con un accordo con Hamas?

«Penso che è così che dovrebbe risolversi, e penso è Netanyahu a non permettere che accada. A non permettere un accordo e dunque a non permettere che la guerra finisca. Le famiglie degli ostaggi lo sanno, lo percepiscono. Un pezzo di società lo ha capito molto chiaramente».

Ultima domanda. Come vede Israele tra dieci anni? È l’unica risposta in cui ho bisogno di un profeta.

«Facciamo un patto, le prometto che tra dieci anni, se sarò ancora vivo, le risponderò a questa domanda».
Affare fatto.

Nell’immagine: Efraim Halevy


Le promesse tradite di Donald il pacifista e l’ombra del patto con Putin su Kiev

Cosa ha convinto Trump ad entrare in guerra, e le incognite del futuro in Iran e dunque in tutto il Medio Oriente 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Voleva tirar fuori l’America dalle «guerre che non finiscono mai» in Medio Oriente. Da ieri Donald Trump è il Presidente che ha iniziato la guerra alla quale si sono sottratti otto predecessori, lui compreso (Carter, Reagan, GH Bush, Clinton, GW Bush, Obama, Trump 45, Biden), il conflitto diretto la Repubblica Islamica dell’Iran. Il regime teocratico esordì nel 1979 con un manifesto anti-Usa e anti-Israele, subito tradotto in azione con la presa in ostaggio del personale dell’ambasciata americana a Teheran. La ruggine si è solo inspessita col tempo. Niente scontro diretto con Teheran, tuttavia, persino quando lo zelo neocon di GW Bush voleva «rifare» il Medio Oriente.

Non ha dunque torto Benjamin Netanyahu nel dire – con molta pro domo sua, visto che il Presidente americano si è attenuto fedelmente al copione redattogli a Gerusalemme – che con l’intervento in Iran Donald Trump passerà alla storia. Non come aveva promesso ai suoi elettori («niente più guerre»), senza il Nobel per la pace col quale pareggiare i conti con Obama, ma con una svolta determinante di politica estera e negli equilibri regionali ed internazionali. Conseguenze tutte da vedere. Le tracce dell’intervento militare Usa vanno in quattro direzioni: subordinazione della diplomazia “con” alla pressione “su” gli interlocutori; tempismo e opportunismo decisionale; disinteresse per gli alleati europei e occidentali; intesa sotterranea con la Russia di Vladimir Putin.

Raggiungere il “deal” rimane la dottrina operativa di Donald Trump. Pronto quindi a trattare, sempre o quasi. Per convincere l’interlocutore, e spostare il punto di caduta a proprio favore, vanno bene anche tutti i mezzi extra-negoziali disponibili: politici, economici, militari – minacciati o usati senza soluzione di continuità. Quando le circostanze lo permettono, alzare l’asticella del compromesso; abbassarla, senza dirlo, in caso di necessità. Questo il manuale – prepariamoci – per il negoziato sui dazi, con noi Ue come con la Cina. All’Iran Trump chiedeva essenzialmente di bloccare l’arricchimento dell’uranio. Forse l’accordo era vicino (come disse), forse no, forse Teheran ha tirato per le lunghe. Comunque sia, non appena Israele ha cominciato a bombardare, Trump ha alzato la posta: nucleare da smantellare, fermare non basta più.

Quali le conseguenze in Medio Oriente dove pure, un mese fa, il Presidente americano aveva promesso basta guerre e prosperità per tutti? Adesso sposa la tesi israeliana, prima eliminare il problema Iran, poi si riprende il discorso della cooperazione regionale, con un Iran ridimensionato e castigato. I Paesi arabi che Golfo l’avevano accolto a braccia, e borse, aperte. Ora, si barcamenano, centellinano la solidarietà all’Iran, si preoccupano delle ricadute su navigazione, petrolio e gas, sperano che l’equazione trumpiana «pace attraverso la forza» abbia decorso rapido. Non volevano un Iran potenza nucleare, ma sanno che né Usa né Israele hanno un piano per il dopo. L’Iran rimarrà un peso massimo regionale, lo è da tre millenni. Se il regime rimane in sella sarà vendicativo; se cade, chi/cosa ne prende il posto? Le monarchie del Golfo e la Turchia detestano incognite e primavere.

Il bombardamento dei tre principali siti nucleari iraniani, Fordow, Natanz, Isfahan, ha scavalcato i partner europei e occidentali. Trump aveva lasciato in fretta e furia Kananaskis – per un’emergenza concretizzatasi cinque giorni dopo… – dopo aver firmato una dichiarazione congiunta G7 che raccomandava la de-escalation. Ha fatto il contrario. Quando, tre giorni fa, gli europei in formato E3 (Germania, Regno Unito, Francia) più Unione europea hanno incontrato a Ginevra Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, egli teneva ancora aperta la porta al negoziato. Gli E3 gli offrivano un canale per riagganciarlo. Liquidati con un «niente Europa» – come sull’Ucraina. Non molto incoraggiante per il vertice Nato di domani. Se vuole, ora il Presidente americano può anche risparmiarsene la noia: sono in guerra non ho tempo.

Tempo probabilmente ne avrà per parlarne con Vladimir Putin che oggi riceve Araghchi. L’Iran spera nella Russia «amico strategico». A Mosca troverà parole confortanti, a New York Russia e Cina faranno fuoco e fiamme per condannare gli Usa e Israele in Consiglio di Sicurezza. Senza conseguenze. Veto americano assicurato, britannico e francese probabile. Più delle agitazioni psicomotorie al Palazzo di Vetro contano i contatti diretti russo-americani. E, indiretti: la liberazione dei detenuti dell’opposizione bielorussa a seguito della missione a Minsk, e abbraccio all’inossidabile Alexandr Lukashenko, di Keith Kellogg, inviato speciale americano per l’Ucraina, rientra nella marcia di avvicinamento della Casa Bianca al Cremlino, anche via alleati.

Se Donald gira la testa su Kiev, Vladimir è ben felice di farlo su Teheran. Cambio vantaggioso «nel senso che tutta l’Ucraina è nostra (russa)», ha appena detto Putin a San Pietroburgo. Le bombe anti-bunker americane su Isfahan e Fordow sono un piccolo prezzo da pagare, con tante scuse ad Araghchi.


La guerra del tycoon e i suoi interrogativi

Cosa ha convinto Trump ad entrare in guerra, e le incognite del futuro in Iran e dunque in tutto il Medio Oriente 

Tutti ad aspettare i quindici giorni di moratoria, apparentemente accordati dal tycoon all’Iran per ottenere la resa della teocrazia islamica. Si racconta che dalla Casa Bianca fosse anche partito un segreto messaggio agli ayatollah: un antico proverbio locale che dice “l’acqua è nella brocca in  cucina, mentre noi andiamo in giro a cercarla”. Tradotto, non perdetevi l’ultimissima occasione. Invece di giorni ne sono bastati molti meno per convincere Trump a passare all’azione, il tempo di dare l’ordine, caricare i bombardieri B2 delle micidiali armi “anti-bunker” (un’esclusività mondiale), organizzarne il volo dal Missouri all’antica Persia, e colpire. La super-potenza non poteva più attendere. E soprattutto un Donald Trump ancora una volta accusato di tentennare. Sempre più impaziente, in realtà, di affermare il primato mondiale statunitense, stavolta reinterpretazione in chiave militare globale dell’ “America first”, per potersi almeno in parte intestare la ‘grande punizione’ alla teocrazia sciita, privandola della “bomba” che in realtà ancora non c’è, e, secondo diversi autorevoli esperti, non ci sarebbe stata prima di due o tre anni. 

Tempo sufficiente per riavviare un negoziato serio sulla denuclearizzazione iraniana. Ipotesi infine scartata da un capo della Casa Bianca pressato dalla base “Maga” del suo partito (in testa Steve Bannon) convinta di aver eletto un presidente che non avrebbe mai esportato una nuova guerra americana, e i ‘falchi’ dell’amministrazione, quelli più vicini all’orecchio del capo, che evidentemente hanno avuto la meglio, in coalizione con le insistenze di Benjamin Netanyahu.

Un premier israeliano che celebra oggi il suo trionfo. Cominciato subito dopo il terribile attentato terroristico anti-israeliano del 7 ottobre di due anni fa. In una successione di iniziative che hanno portato Israele al massimo di isolamento internazionale in seguito alla “strage degli innocenti” a Gaza (decine di migliaia di morti civili, in maggioranza donne e bambini); seguita dagli interventi anche in Libano per decapitare Hezbollah, in Siria per colpire i referenti armati degli ayatollah, fino all’Irak e allo Yemen degli Houti. Spegnendo così il cosiddetto “cerchio di fuoco” creato negli anni dall’Iran per garantirsi uno scudo che si è facilmente sbriciolato sotto l’urto militare dello Stato ebraico. Mancava la preda più pericolosa: l’Iran della Rivoluzione sciita, che da Khomeini a Khamenei ha sempre negato a Israele il diritto di esistere, rincorrendo il sogno dell’arma atomica.   

Ora, a parte la verifica dei risultati dell’attacco, si pongono diversi interrogativi. Il più immediato riguarda il futuro dello stesso Iran. “Regime change”? Allo stato attuale della situazione politica e sociale dell’ex Persia sembra problematico quel sollevamento popolare pubblicamente invocato da Netanyahu. Soprattutto per mancanza di unità e leadership dell’opposizione interna, per la convivenza non sempre pacifica fra le sue principali componenti etniche, per le possibili resistenze della maggioranza rurale che per mezzo secolo ha beneficiato degli aiuti economici del regime; per la forza repressiva del regime forse rimasta intatta; infine per un possibile residuo di orgoglio nazionale da parte di una popolazione che sente umiliato il proprio paese (erede dell’impero persiano) prima ancora del potere religioso.

E l’America si limiterà alla guerra aerea?  Groviglio da cui potrebbe nascere il caos. In più un’evidente mancanza di “exit strategy” da parte israelo-americana. Come sempre quando una presunta libertà viene importata con le armi. 

Scritto per laRegione
Nell’immagine: il superbombardiere B2 in fase di rifornimento in volo


Rivendicare la vulnerabilità per preservare la democrazia

Cosa ha convinto Trump ad entrare in guerra, e le incognite del futuro in Iran e dunque in tutto il Medio Oriente 

Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

Tel Aviv. In seguito all’entrata in guerra degli Stati Uniti nel corso della notte, questa mattina gli israeliani si sono svegliati al suono delle sirene che hanno dato inizio ad una nuova settimana di guerra, dolore e distruzione. Oltre 30 missili lanciati dall’Iran hanno colpito in particolare le città di Haifa, Nes Tziona e Tel Aviv, causando decine di feriti e devastando intere abitazioni. 

Il sistema tuttavia cataloga simili eventi catastrofici, quali la perdita della propria casa, come “necessari” alla nazione, privando il singolo anche del basilare diritto al dolore, al lutto per gli oggetti perduti, allo smarrimento nel vedere i ricordi di una vita sepolti sotto i detriti. La narrazione normalizza situazioni limite e la propaganda si insinua nelle cellule, anche dei più immuni, inibendo il sistema di autoconservazione, l’istinto naturale di sottrarsi al pericolo.
I media israeliani vogliono offrire agli spettatori solo esempi di resilienza, unità e scacrificio per la patria. I malcapitati intervistati di fronte alle macerie delle proprie case sembrano anestetizzati dallo shock e trascinati dall’euforia collettiva che inneggia alla storicità del “momento”. Non importa che le istituzioni non abbiano previsto piani adeguati per le migliaia di sfollati che, rimasti senza nemmeno un paio di mutande, ricevono un buono da 100 euro e, disorientati, si trovano a chiedere informazioni su Facebook. La risposta è sempre la stessa: “bisogna resistere, ne vale la pena, è un momento cruciale, stiamo garantendo la nostra sicurezza per il futuro.”
Il punto qui non è il nucleare, nè l’auspicabile caduta del regime iraniano, rispetto ai quali lasciamo per un momento agli analisti e agli storici del domani le opportune valutazioni. Il punto è che di fronte al modus operandi di attuali governi come quello israeliano e americano, da civili siamo chiamati a legittimare la nostra umanità, reclamando il diritto alla paura, alla vulnerabilità, all’impotenza, alla rabbia e alla disperazione che derivano dall’incontro ravvicinato con la finitezza. Se prima è stata lentamente corrosa l’empatia verso l’altro, ora si tratta persino dell’istinto a preservare la propria incolumità, del basilare attaccamento ai propri averi.
Certamente possiamo affermare che la guerra, pur nella sua crudeltà, può sortire l’effetto “positivo” di fare ordine nelle priorità, eliminando il superfluo, e in questo senso può rivelarsi un involontario antidoto all’accumulo consumistico che caratterizza i nostri tempi, o alla confusione che l’eccesso di possibilità produce paralizzando la capacità di scegliere. Simili considerazioni sono emerse anche durante i primi lock down del covid, in seguito ai quali non poche persone hanno modificato la loro vita, perseguendo i propri desideri di vita e lavoro. Ma come lo psicoanalista è spesso chiamato a
resistere alla seduzione di consolare e calmare il paziente per consentirgli di dare spazio alla propria lotta interna tra l’istinto di morte e il principio del piacere, anche nella dimensione politica e collettiva abbiamo il dovere di permettere alla rabbia, all’incertezza, all’angoscia e all’impotenza di emergere. Se fino a pochi giorni fa metà del paese manifestava contro il governo Netanyahu, il primo ministro può essere diventato il messia in una settimana? Ci ricordiamo che quest’operazione “necessaria” ha avuto la funzione di interrompere nuovamente le udienze dei processi a suo carico, che la riforma giudiziaria avanza, ma soprattutto che gli ostaggi sono ancora prigionieri di Hamas mentre a Gaza la gente muore a un ritmo terrificante e chi sopravvive lo fa in condizioni disperate? Siamo certi che tutta questa sofferenza e questo disagio che ci viene chiesto di sopportare strenuamente siano per il bene nostro e dell’umanità, come affermano la retorica di Trump e Netanyahu infarcite di citazione bibliche? Questa resilienza, questa straordinaria capacità di accettazione degli israeliani è una qualità ammirevole, un meccanismo difensivo o peggio maschera un’insana abitudine radicata ad accettare l’assurdo che impedisce al paese di ribellarsi alla spirale maniaco-depressiva di un destino di guerre, terrorismo e lutto?
Certamente è difficile trovare spazio per riflettere quando si è impegnati a sopravvivere dormendo vestiti, o nelle tende dei rifugi pubblici, con la paura che l’allarme ti sorprenda mentre cerchi di lavarti o mangiare per conservare una quotidianita o una parvenza di normalità. Ma la verità è che la gente è giustamente sfinita e, mentre il governo richiude i cieli e il Capo di Stato Maggiore allude al protrarsi delle operazioni militari per un lasso di tempo indefinito, qui di normale non c’è niente. Non solo quella normalizzazione che auspicava nei suoi saggi lo scrittore Abraham Yehoshua non si è realizzata, ma, contrariamente a quel che si vende, la normalizzazione e l’integrazione di Israele nel Medioriente non sono mai state così lontane. Anche se Israele dovesse contribuire alla caduta del loro regime, per gli iraniani, come per tutte le popolazioni dei paesi arabi, compresi i partner degli accordi di Abramo, lo Stato ebraico rimarrà sostanzialmente inviso finché continuerà a calpestare i diritti fondamentali dei palestinesi.
L’Europa deve prendere urgentemente una posizione e riportare l’umanità tra le priorità delle agende politiche. Si tratta di salvare quel che resta della democrazia dei sentimenti prima che sia troppo tardi, il silenzio avrà conseguenze indelebili.

Nell’immagine: Tel Aviv oggi, 22 giugno2025


La diseguaglianza del diritto internazionale

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Di Luca Baccelli, il manifesto

«L’umanità deve svilupparsi con un destino condiviso e non con la legge della giungla». Lo ha dichiarato il 17 giugno il presidente cinese Xi Jinping, come per replicare al cancelliere tedesco Merz che ringraziava Israele. Perché «sta facendo il lavoro sporco per conto dell’intero Occidente». Nello stesso giorno più di 50 civili sono stati massacrati dall’esercito israeliano a Gaza mentre cercavano di procurarsi un po’ di cibo nonostante il sadico sistema di distribuzione.

Israele viola sistematicamente il diritto internazionale, massacrando una popolazione rinchiusa in un territorio che occupa illegalmente da 58 anni e conducendo sistematicamente atti di aggressione, fino all’attuale guerra all’Iran, mentre invoca a sproposito il diritto di legittima difesa. Non è una novità: la proclamazione dello Stato di Israele ha fatto riferimento alla risoluzione 181 dell’Assemblea generale dell’Onu, molto favorevole agli ebrei, ma subito violata da Israele con la guerra successiva e la Nakba.

Da lì in poi Israele ha ignorato decine di risoluzioni, comprese le poche del Consiglio di sicurezza non bloccate dal veto degli Usa, come la 242 del 1967 che ordinava il ritiro dai territorio occupati. Per non dire di quella dell’Assemblea generale del 18 settembre 2024 che intima di farlo entro un anno, smantellando tutte le colonie illegalmente costruite nel frattempo. È stata responsabile di crimini reiterati, come la pratica degli “omicidi mirati” , i bombardamenti e sabotaggi di infrastrutture civili di paesi sovrani, fino alle azioni terroristiche in Libano attraverso cercapersone e radioline. Mentre continua il regime di apartheid nei territori occupati, a Gaza la violazione sistematica di tutti i principi del diritto internazionale umanitario si condensa nel genocidio e nella pulizia etnica, ormai evidente nel tentativo – attraverso i massacri e la fame – di costringere la popolazione all’esodo.

L’intento della Nazioni Unite di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra», solennemente assunto dopo l’ecatombe della Seconda guerra mondiale, quasi mai è stato preso sul serio dagli Stati. Le guerre di aggressione e i crimini di guerra si sono ripetuti e oggi si replicano dall’Ucraina al Sudan, al Myanmair.

Ma è evidente che in “Occidente” la pratica dei doppi standard continua ineluttabile. In Kosovo si parlava a sproposito di genocidio per legittimare la guerra di aggressione della Nato, per Israele la parola è tabù. Israele esercita il suo diritto all’autodifesa, l’Iran aggredisce. E naturalmente sta preparando la bomba atomica, come l’Iraq nel 2003 possedeva armi di distruzione di massa. Israele invoca violazione del principio dell’uguaglianza di fronte alla legge, e l’ “Occidente” si allinea, finanzia, arma. Con qualche deplorazione. Aveva ragione Michael Walzer a definire le Nazioni Unite «un mondo di carta» nel libro che legittimava come «guerra giusta» quella dei Sei giorni, teorizzando la legittima difesa preventiva?

Gaza, l’aggressione all’Iran, la «guerra mondiale a pezzi» spingono a porsi una domanda radicale. Il diritto internazionale può essere universale? In effetti, i giuristi che lo hanno fondato lo consideravano il diritto delle nazioni civilizzate cristiane. Al di là dell’Europa, il «libero e spietato uso della violenza», come dimostravano le guerre coloniali.

L’ «ordine basato sulle regole» era uno degli slogan ricorrenti nel dopo Guerra fredda, durante il tentativo di imporre al mondo un “equilibrio” egemonizzato da un’unica iperpotenza. Il cedimento del diritto internazionale è il sintomo del fallimento di questo progetto, ricostruito da Alessandro Colombo in Il suicidio della pace. D’altra parte già in quell’epoca il diritto internazionale era stato messo a repentaglio: quando le nostre guerre, più o meno umanitarie, lo violavano, ci appellavamo a «buone motivazioni etiche». Forse il carattere discriminatorio del diritto internazionale rivela il rimosso di «ogni diritto», che è «diritto della disuguaglianza», come scriveva 150 anni fa Karl Marx?

Oppure c’è ancora qualche speranza di smentirlo, come in qualche modo si è fatto per una certa fase all’interno degli Stati europei, quando «rimuovere gli ostacoli» all’uguaglianza è diventato un principio costituzionale? Certo perché questo avvenga è necessario che si riconosca che i rapporti di forza globali sono mutati, che chi parla di «destino condiviso» non ceda alla tentazione della guerra (cioè che la narrazione dell’aggressione delle autocrazie all’Occidente non si autoavveri), che i popoli si mobilitino. E che noi ci rendiamo conto di quello che il mondo è diventato, dall’Asia all’Africa a tutte le periferie del pianeta, e di come sta cambiando.


Trump parla dalla East Room: «Decisi anni fa di fermare il terrorismo iraniano»

Cosa ha convinto Trump ad entrare in guerra, e le incognite del futuro in Iran e dunque in tutto il Medio Oriente 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Washington. Il presidente Donald Trump ha parlato per 2 minuti e 54 secondi dalla East Room. Un discorso insolitamente breve ma appuntino e denso di messaggi. Chiari e fra le righe.

La location. Anzitutto la East Room. È il luogo dove Barack Obama annunciò la morte di Bin Laden e dove Gerald Ford comunicò all’America di aver dato la grazie presidenziali a Nixon. George W. Bush annunciò l’inizio delle operazioni in Iraq invece dallo Studio Ovale.

Chi c’era con Trump. Il presidente era attorniato da JD Vance, suo vice; Marco Rubio, capo della diplomazia e anche consigliere per la Sicurezza nazionale e Pete Hegseth, segretario del Pentagono. Sono le “punte” del team di sicurezza e sono soprattutto coloro che più sono vicini al presidente. A differenza di altre Amministrazioni dove gli ufficiali di carriera e gli esperti erano consultati e tenuti in grande considerazione, l’inner circle di Trump è molto ristretto. Le decisioni e le valutazioni in molto materie avvengono fra poche persone. Un dato inoltre è importante: Trump ha citato il Joint Chief of Staff, generale dell’Air Force Dan Caine. L’ha voluto lui alla guida delle Forze Armate statunitensi. È l’uomo che ha convinto Trump che l’Isis poteva essere distrutto in 1 settimana.

Pace o tragedia. Il presidente ha sottolineato il suo obiettivo che è quello di negoziare con Teheran e porre fine alla guerra. È la linea che segue sin dall’insediamento e che ha mantenuto dall’avvio dei raid israeliani. Nel messaggio di ieri però il tono di Trump è stato perentorio. Non ha fissato un limite temporale, ma ricorrendo alla parola “tragedia” ha sottolineato che gli Usa sono pronti a ripetere quanto fatto poiché “ci sono ancora target da colpire”.

L’Iran e il terrorismo. Trump è il quinto presidente americano ad aver a che fare con l’incubo del nucleare di Teheran. Ma né Clinton né Bush – in un clima post 11 settembre e con l’attenzione altissima sulle armi di distruzione di massa – sono riusciti a fare qualcosa. Obama è arrivato all’intesa del 2015 sul nucleare (JCPOA); Biden ha relegato il tema in seconda fila. Trump nel primo mandato ha tolto l’appoggio Usa al JCPOA e ora è nella storia perché è il primo presidente ad aver agito militarmente contro la Repubblica islamica. Nel suo discorso ha evidenziato che per “40 anni l’Iran ha detto, Morte all’America morte a Israele. Hanno ucciso la nostra gente facendole saltare in aria, amputandone le gambe con le bombe sul ciglio delle strade. Era la loro specialità. Abbiamo perso oltre 1000 persone e in migliaia in Medio Oriente sono morti a causa dell’Iran, ho deciso anni fa che non sarebbe più successo”. È un passaggio che porta in una dimensione storica il confronto con Teheran. Se il nucleare è il motivo del raid, l’occasione per colpire, l’ambizione di degradare Teheran è più ampia e ha a che fare con il terrorismo di cui la Repubblica islamica è ed è stata sponsor nei decenni scorsi.

Nucleare e non regime change. Trump non ha citato la parola regime change. È una questione che mai è stata sollevata, a quanto si apprende, nelle discussioni. Sottolineando che gli obiettivi del raid sono stati tre impianti nucleari, Trump ha fornito un perimetro di azione. È solo entro quello che se necessario agirà di nuovo.

L’avvertimento. È il sottinteso del discorso che ha poco dopo trovato espressione in un post su Truth. Ovvero se l’Iran colpirà gli interessi (personale) americano, “sperimenterà una forza ben più grande di quella vista stasera”. Questa è la vera incognita. Donald Trump nei giorni scorsi ha interrogato i suoi consiglieri su quali potevano essere le conseguenze di un raid. Il potenziale missilistico iraniano è stato degradato, sono stati distrutte rampe di lancio, depositi e missili in volo. Ma la capacità di qualche strike c’è ancora. Gli obiettivi sono molteplici, dal ripristino di azioni terroristiche (Teheran ha detto che ogni cittadino Usa è un bersaglio legittimo); ai raid sulle infrastrutture energetiche saudite; ovviamente nel mirino ci sono le basi Usa nella regione che ospitano 40mila uomini. Senza contare un’accelerazione della rappresaglia su Israele. Sono tutte opzioni che la Casa Bianca tiene in considerazione, ma Trump sembra pronto a raccogliere la sfida.


Turchia: «Tel Aviv sta trascinando la regione nel disastro totale»

Cosa ha convinto Trump ad entrare in guerra, e le incognite del futuro in Iran e dunque in tutto il Medio Oriente 

Di Ester Nemo, il manifesto

Un post su X in quattro lingue: ebraico, farsi, inglese e francese. Così il presidente Emmanuel Macron annuncia la sua telefonata con l’omologo iraniano Masoud Pezeshkian, nella quale gli avrebbe comunicato la sua «profonda preoccupazione» per il programma nucleare iraniano. «La mia posizione è chiara, l’Iran non deve mai dotarsi di armi nucleari, ed è suo compito dare piene garanzie che i suoi intenti sono pacifici. Sono convinto che esista una strada per porre fine alla guerra e evitare pericoli ancora più grandi. Per raggiungere questo scopo, accelereremo le negoziazioni con l’Iran guidate dalla Francia e dai suoi partner europei». Nessuna menzione di negoziazioni con Israele.

La chiama invece direttamente in causa il ministero degli Esteri turco Hakan Fidan, che durante l’incontro con gli altri ministri degli Esteri al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione islamica a Istanbul parla di «problema israeliano». Tel Aviv, ha aggiunto, «sta trascinando l’intera regione nel disastro totale». Allo stesso summit, il presidente della Turchia Erdogan ha affermato che l’attacco all’Iran è stato voluto per sabotare le negoziazioni in corso fra Teheran e gli Stati uniti, e ha esortato i paesi musulmani che esercitano un’influenza su Israele a non ascoltare il suo «veleno» e a cercare una soluzione diplomatica al conflitto.

AL VERTICE ha partecipato anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, di ritorno dal vertice di Ginevra. L’intervento diretto degli Stati uniti nel conflitto in corso, ha affermato, «sarebbe molto pericoloso per tutti». «Più la guerra si prolunga, più diventa pericolosa per tutti», gli ha fatto eco Anwar Gargash, consigliere del presidente degli Emirati arabi uniti Mohamed bin Zayed Al Nahyan. «La de-escalation – ha aggiunto – è estremamente importante. Pensiamo ancora che esista un modo di tornare alle negoziazioni su questi temi».

Che il vertice di Ginevra sia stato, in questo senso, un buco nell’acqua lo conferma anonimamente un alto funzionario iraniano a Reuters: «Le discussioni e le proposte avanzate dagli europei a Ginevra sono irrealistiche. Insistere su queste posizioni non avvicinerà Iran ed Europa a un accordo».

E MENTRE il New York Times riporta che due cacciabombarbieri B-2 statunitensi sono in volo verso l’isola di Guam, tornano a farsi sentire gli Houthi. «Se gli Usa parteciperanno a un attacco e all’aggressione nei confronti dell’Iran insieme al nemico israeliano – ha detto il loro portavoce militare Yahya Saree -, le forze armate prenderanno di mira le loro navi e navi da guerra nel Mar Rosso».

Nell’immagine: il presidente della Turchia Erdogan

 


Khamenei dal bunker indica tre successori: tutti religiosi, tra loro non c’è il figlio

Cosa ha convinto Trump ad entrare in guerra, e le incognite del futuro in Iran e dunque in tutto il Medio Oriente 

La Stampa

Nascosto in un bunker, la Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha scelto una serie di sostituti per andare a rivestire – in caso di necessità – una serie di incarichi militari e ha nominato tre alti esponenti del clero come candidati a succedergli nel caso in cui venisse ucciso.

Temendo di essere rintracciato, Khamenei parla ormai principalmente con i suoi comandanti tramite un collaboratore di fiducia, dopo aver sospeso le comunicazioni elettroniche. Ad affermarlo sono tre funzionari iraniani citati dal New York Times. L’86enne Khamenei ha preso la decisione di incaricare l’Assemblea degli Esperti del suo Paese, l’organismo responsabile della nomina della Guida Suprema, di scegliere rapidamente il suo successore tra i tre nomi da lui individuati.

Normalmente, il processo per la nomina di una nuova Guida Suprema potrebbe richiedere mesi, durante i quali i religiosi sceglierebbero a partire da proprie liste di nomi. Ma con il paese in guerra, hanno affermato i funzionari, la Guida Suprema iraniana vuole garantire una transizione rapida e ordinata. La successione è un argomento delicato, raramente discusso in pubblico, al di là di illazioni e voci di corridoio negli ambienti politici e religiosi.

Il figlio dell’ayatollah Khamenei, Mojtaba, anch’egli religioso e vicino al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che si riteneva fosse tra i favoriti, non è tra i candidati, hanno affermato i funzionari citati dal quotidiano. Altro favorito era l’ex presidente conservatore iraniano, Ibrahim Raisi, morto in un incidente in elicottero nel 2024.

In tempi normali, l’Ayatollah Khamenei vive e lavora in un complesso altamente sorvegliato nel centro di Teheran chiamato “beit rahbari” – o casa del leader – e raramente ne esce, tranne che per occasioni speciali. Il suo ritiro in un bunker testimonia dell’emergenza scatenata da una guerra che, sottolineano funzionari iraniani, si sta svolgendo su due fronti. Uno è combattuto dall’alto, con attacchi aerei israeliani contro basi militari, impianti nucleari, infrastrutture energetiche critiche, esponenti della gerarchia militare o scienziati nucleari. Ma si combatte anche su un secondo fronte, con agenti e collaboratori israeliani sotto copertura presenti all’interno del vasto territorio iraniano, che lanciano droni contro strutture energetiche e militari critiche. Il timore di infiltrazioni israeliane ai vertici dell’apparato di sicurezza e intelligence iraniano ha scosso la struttura di potere iraniana.

«È chiaro che abbiamo avuto una massiccia violazione della sicurezza e di intelligence; non si può negarlo», ha dichiarato Mahdi Mohammadi, consigliere senior del presidente del Parlamento iraniano, il generale Mohammad Ghalibaf, in una registrazione audio che analizza la guerra. «I nostri comandanti di grado superiore sono stati tutti assassinati nel giro di un’ora». Il «più grande fallimento» dell’Iran è stato quello di non aver scoperto la pianificazione di mesi condotta dagli agenti israeliani per portare missili e componenti di droni nel Paese in preparazione dell’attacco.