In che mondo siamo destinati a vivere

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Reagire con sgomento di fronte all’escalation di guerra tra Israele e Iran è giusto e comprensibile. Continuare a considerarla un’eccezione, non più. Lo scontro tra i due Paesi è solo l’ultimo segnale brutale di quanto la storia stia cambiando e oggi la vera sfida è decifrare quale nuova immagine del mondo potrà emergere una volta uniti tutti i puntini seminati da queste crisi infinite. Magari prima che si compia una di quelle svolte storiche che, all’improvviso, danno senso a un’intera epoca, ma sempre a un prezzo altissimo.

Serve, però, affinare lo sguardo, evitando di cadere nella trappola di proiettare nel disegno che si compone solo ciò che desideriamo vederci. Ad esempio, l’amato diritto internazionale, ancora distrattamente evocato durante l’ultimo G7 in Canada, come se non sapessimo che è morto da tempo: forse già con le bombe su Belgrado o Baghdad, di certo sepolto sotto le macerie di Gaza e Kharkiv. Sarebbe altrettanto necessario riconoscere che anche la logica della deterrenza è uscita dal riquadro. Una perdita che lo scambio di missili tra Teheran e Tel Aviv ha soltanto confermato, ma che era già evidente con l’invasione russa dell’Ucraina e con il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre. La paura che, colpendo il nemico, si sarebbe finiti per farsi troppo male a vicenda è evaporata. Al suo posto, si è affermata l’idea che ogni attore possa spingerci sempre oltre, alzando la posta incurante delle conseguenze. Lo hanno fatto Putin, Hamas, Netanyahu, l’Ucraina. Lo facciamo anche noi europei, accettando che le possibili ricadute dell’invio di missili a lungo raggio a Kiev siano un rischio che siamo disposti a correre.

Quanto agli Stati Uniti, la loro deterrenza sembra svanita insieme a una strategia politica in grado di sostenerla. Abbiamo considerato Biden debole perché cercava di farsi garante di un ordinamento multilaterale ormai sgretolato. Ma oggi Trump rischia di apparire ancora più fragile: nel tentativo di disinnescare i medesimi conflitti, ha fatto leva unicamente sulla propria volontà di pacificazione, costi quel che costi – ed è stato calpestato tanto dagli avversari quanto dagli alleati. La sua speranza di rientrare in gioco all’ultimo momento sul tavolo dell’Iran, magari attribuendosi il merito della mossa decisiva, rivela l’esatta misura della sua impotenza.

Ma non è stata solo l’incoscienza dei tempi a uccidere la deterrenza: è la natura stessa della guerra moderna ad averla resa impraticabile. Un tempo si potevano prevedere le mosse del nemico calcolando convenienze politiche e potenza di fuoco. Oggi, droni dal costo irrisorio sono in grado di decimare flotte di bombardieri o bloccare rotte commerciali globali: l’equazione strategica si è fatta indecifrabile e non distingue più tra una superpotenza, un attore regionale o un gruppo terroristico. E qui si annida il pericolo maggiore: se le armi diventano ogni giorno più economiche, letali e sofisticate, qualcuno prima o poi si sentirà costretto a ristabilire il proprio margine di deterrenza con l’unico strumento che ancora incute un timore reale.

A rendere tutto ancor più drammatico si aggiunge un’ulteriore evidenza: oggi tutte le guerre sono diventate esistenziali. Aggressori e aggrediti combattono per la pura sopravvivenza, immersi in conflitti dis-ordinati, privi, cioè, di qualunque riferimento a un ordine riconoscibile. Gli attacchi non prevedono una strategia per la vittoria, né una via d’uscita in caso di sconfitta. Non esistono margini di trattativa, né spazi di negoziazione. Niente caschi blu, nessuna mediazione credibile, nessun equilibrio da salvare. In queste guerre moderne, l’unico esito possibile è l’annientamento dell’altro.

Niente diritto, niente deterrenza, niente volontà politica. A regolare i rapporti tra le nazioni è rimasta soltanto la forza – o meglio, la disponibilità a farne uso. Una logica di potenza che, tra le altre cose, soffoca sul nascere qualsiasi sogno di difesa comune europea, a meno di non saper dimostrare, con i fatti, di essere davvero pronti a sostenerla. Altrimenti sarà solo l’ennesima conferma che continuiamo a coltivare sogni che non possiamo permetterci, prigionieri di quella stessa miopia selettiva che ci fa vedere più ciò che desideriamo, che ciò che esiste davvero.

E tuttavia, anche solo spinti dal desiderio di sopravvivere, se davvero volessimo interrompere questa corsa a trasformare il mondo in una giungla, resterebbe ben poco da fare – a meno di cambiare sguardo e strumenti. Se continuiamo a utilizzare le stesse categorie culturali che hanno fondato il pensiero politico del secolo scorso, falliremo come chi si ostina a impugnare una fionda contro un caccia di sesta generazione. I principi del vecchio ordine non vanno abbandonati, certo, ma resteranno impotenti se non avremo il coraggio e la lucidità di reinterpretarli dentro il nuovo contesto in cui ci troviamo.

Eppure sembriamo ancora incapaci di farlo. Non per mancanza di volontà o di buone intenzioni, ma forse perché il mondo non è ancora cambiato abbastanza da imporci uno sguardo davvero alternativo. La verità più amara è che potrebbero servire altre crisi, altri shock, altri puntini da unire prima di riuscire a intravedere la figura intera. Con una postilla non secondaria: quei puntini, uno per uno, siamo noi.

Nell’immagine: il diritto internazionale in fumo, ne è conferma lo scambio di missili tra Iran e Israele, dove la logica della deterrenza è svanita 


Ridistribuire almeno parzialmente la ricchezza è possibile

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 

Nel 1996 è entrata in vigore la LAMal, la legge federale che ha istituito l’assicurazione malattia di base obbligatoria. È stato un gran passo avanti, perché in precedenza questo obbligo non sussisteva a livello nazionale, mentre in Ticino l’obbligatorietà di assicurarsi era una realtà da tempo.

Assieme al grande passo avanti dell’obbligatorietà assicurativa, la LAMal ha però purtroppo sancito il principio del premio uguale per tutti, senza riguardo alla situazione finanziaria delle persone assicurate. Il premio uguale per tutti, o premio “per testa”, è una particolarità svizzera, perché negli altri Paesi in generale il finanziamento del sistema sanitario è coperto dalle imposte, per loro natura proporzionali al reddito e al patrimonio. Il sistema è talmente ingiusto che già durante i dibattiti parlamentari ci si rese conto della necessità di predisporre un meccanismo per aiutare la parte della popolazione più debole a pagarlo; si sono così creati artificialmente milioni di cittadine e cittadini richiedenti e fruitori di sussidi, un’enorme burocrazia artificiale che nel 2023 ha toccato quasi 2.5 milioni di residenti in Svizzera, il 27.5% della popolazione.

Il premio per testa è un concetto medioevale che va assolutamente superato (chi non ricorda il fiorino per passare il ponte del film con Troisi e Benigni?). Non solo è profondamente ingiusto, non solo genera inutilmente e artificialmente milioni di “sussidiati”, non solo crea burocrazia evitabile a carico delle persone meno abbienti, ma colpevolizza inutilmente chi si trova ad essere artificialmente richiedente di sussidi e soprattutto permette a chi ha buone disponibilità finanziarie e a chi è molto abbiente di pagare per la salute poco o molto poco rispetto al proprio reddito.

In attesa del grande cambiamento di sistema verso premi proporzionali al reddito, che purtroppo può essere deciso solo a livello nazionale, i Cantoni possono andare nella giusta direzione facendo in modo che nessuno paghi per la cassa malati più di un certo limite percentuale rispetto al proprio reddito disponibile, perché il resto verrebbe coperto dai sussidi. È paradossale che in questa fase per rimettere un po’ di equilibrio tra chi paga troppo e chi paga poco per la salute in proporzione alle proprie risorse sia necessario ricorrere ad un aumento dei sussidi, che idealmente in un sistema con premi proporzionali al reddito finalmente scomparirebbero totalmente, ma è proprio così.

Il 28 settembre andremo a votare sull’iniziativa detta del 10%. Garantendo che per i premi di cassa malati nessuno paghi più del 10% del proprio reddito disponibile è necessario aumentare i sussidi ai premi, e per finanziare i sussidi supplementari è necessario aumentare le imposte cantonali. In questo modo A, che oggi paga il 15% del proprio reddito disponibile per la cassa malati, domani pagherà solo il 10%, grazie ai sussidi aumentati, mentre B, chi oggi paga il 2% o il 5% del suo reddito per la salute, pagherà più imposte. Le imposte aumenteranno proporzionalmente per tutti, ma per A, che ha un reddito tendenzialmente basso, sarà un piccolo aumento ampiamente compensato dai nuovi sussidi, mentre per B, che ha un reddito elevato, sarà un aumento più corposo, tenuto conto del fatto che per quest’ultimo il peso finanziario della cassa malati è da sempre basso.

Il Governo ha fatto fare dei calcoli all’Ufficio di statistica, il quale ha concluso che i sussidi dovranno aumentare di 300 milioni all’anno per raggiungere l’obiettivo dell’iniziativa. Il dato mi lascia molto perplesso per diverse ragioni di natura tecnica che non posso qui approfondire, ma non sono il solo a dubitare di questa cifra. Mi permetto di osservare che anche l’Istituto delle assicurazioni sociali, facendo un suo calcolo basato sui beneficiari di sussidi del 2024, è arrivato a una cifra molto diversa, meno di 50 milioni annui, quindi meno di 1/6 del risultato dell’Ufficio di statistica.

Sia quel che sia, il dato politico rilevante è che questi milioni, siano essi 300, 50 o una cifra intermedia tra questi importi, non sono soldi nuovi necessari per una nuova prestazione, ma sono soldi che i ticinesi di classe modesta e media pagano già oggi ogni anno quando superano la soglia del 10% per la salute, rispettivamente che i residenti in Ticino benestanti risparmiano ogni anno sulle spalle di chi finanziariamente sta peggio di loro. Rappresentano la parte eccedente il sopportabile sul reddito dei ticinesi non benestanti e al contempo il valore dei privilegi degli altri causato dal sistema del premio per testa. Secondo l’iniziativa devono da un lato essere tolti dalle spalle di chi supera il limite del 10% e d’altro lato vanno messi proporzionalmente a carico di chi per i premi oggi paga poco o molto poco, comunque meno del 10%. Solo così si andrà verso una certa proporzionalizzazione di questo costo mensile fondamentale, rendendo le iniquità meno importanti e il peso finanziario della salute più sopportabile per tutti.

L’iniziativa 10% non risolve il problema dei costi della salute, che vanno affrontati con altri provvedimenti, ma permette la più grande operazione di giustizia sociale degli ultimi decenni nel Cantone che ha i salari più bassi della Svizzera e che da sempre soffre del problema dei costi della cassa malati.

Diranno che non si può fare, che è una proposta “lunare”, che le imposte non si devono toccare, ma la realtà è che chi combatte l’iniziativa vuole che siano sempre i soliti a pagare per gli altri e vuole mantenere per i più benestanti la possibilità di avere l’assicurazione di base pagando il 2%, il 3% o il 5% del proprio reddito.

I cittadini possono cambiare questo stato di cose e dipende solo da loro deciderlo.

Nell’immagine: Massimo Troisi e Roberto Benigni in “Non ci resta che piangere” (1984)


Ultras e società: a che gioco (sporco) giochiamo?

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 

Aggregazione, amicizia, fedeltà, onore: i membri dei vari ‘Irriducibili’, ‘Drughi”, “Boys san”, “Viking”, “Hammerskin” ecc.  ma anche dei nostri  caserecci ‘Diffidati’ e ‘Sconvolti’ si arrogano diritti di loro pura invenzione: quando 7 anni fa gli ‘ultras’ del Lugano hanno dovuto pagare un supplemento per un’amichevole di lusso contro lo Young Boys, il comunicato, involontariamente, li dipinge: A) IMPORREMO A CORNAREDO IL NOSTRO SILENZIO ASSORDANTE. B) BOICOTTEREMO IL MATCH MA MANTERREMO IL PRESIDIO DEI NOSTRI SPAZI ALL’ESTERNO C) LA DIRIGENZA DEL LUGANO VUOLE UNA TIFOSERIA D’ÈLITE E UN ‘BRAND’ DA VENDERE IN TUTTO IL CANTONE.

Certo, noi provinciali siamo ben lontani dall’aria che tira al ‘Meazza’ di San Siro, o allo stadio della Juventus. A Torino i ‘Drughi’ sono diretti da Dino Mocciola, appena uscito dal carcere per aver ucciso un carabiniere; la curva Nord dell’Inter è in mano ad Andrea Beretta, mandante dell’omicidio dello ‘Zio’ Vittorio Boiocchi  (29 anni in carcere su 69 di vita) e assassino, a coltellate, di un altro ‘boss’ della ‘ndrangheta, Antonio Bellocco ,’Totò u Nanu’. Fra un omicidio e l’altro il ‘Berro’, si fa 800 km sino al santuario di Padre Pio: diamine, i peccati si lavano.

Beretta se la cava a buon mercato: fa valere la legittima difesa, Bellocco lo voleva uccidere, lo ha colpito di striscio con un colpo di pistola.

Ma la ‘ndrangheta lo ha definito ‘infame’: per salvare la sua famiglia minacciata di sterminio Beretta diventa collaboratore di giustizia.

 Il milanista Luca Lucci è un grosso trafficante di droga e il mandante di un tentativo di omicidio fallito. Per il 50mo anno di fondazione della ‘Curva Sud’ si fa fotografare con un tifoso del Milan eccellente, Matteo Salvini. In questo torbido mondo ci sono anche due suicidi: Raffaele Bucci, mediatore fra la Juventus e le curve, si getta da un cavalcavia. Collaborava con la ‘Digos’ per smascherare i ‘neri’. La ‘ndrangheta’ aveva minacciato suo figlio. Virgilio Motta, interista, si suicida dopo essere stato pestato da Lucci e aver perso un occhio.

Basta così, altri particolari da ‘crimen’ li rintracciate facilmente. A noi, avendo frequentato per ragioni professionali gli stadi per una quarantina d’anni, preme dire della zona d’ombra (ad essere ‘diplomatici’…) fra il club, grande o piccolo, e gli ‘ultras’, retaggio delle fazioni medioevali: ‘Bianchi’ opposti a ‘Neri’, opposti a ‘Rossi’, mentalità da faida impensabile per esempio nello sport USA che è una specie di teatro, di show senza connotazioni campanilistiche o politiche, d’altronde in parte scomparse anche nella vecchia Europa (i ‘neri’ dell’Inter e i ‘popolari’ del Milan) per lasciare il posto al solo lucro, alla sopraffazione, alla vendita di droga, ma anche di panini e parcheggi, gadgets ecc. Insomma, di tutto quanto fa cassa. Ma quasi fatalmente il capo e il suo braccio destro  a un certo punto  sospettano che qualcuno metta in tasca parte del malloppo a tradimento. E allora i galli nel pollaio si ammazzano; su scala minore vale anche per le vicende ‘alte’ del nostro tempo (avete detto Trump e Musk?).

La curva può ‘distruggere’ a boati e insulti il giocatore avversario, anche il proprio non gradito, può intimorire l’arbitro. La curva ha un suo peso sull’esito della contesa. E allora il club scende a patti, a compromessi e si mette fatalmente nei guai: perché diventa ricattabile.

O ci date 2-3’000 biglietti gratis in cambio del nostro tifo, o spacchiamo tutto.

Nulla è cambiato negli ultimi 20 anni a S. Siro. Correva il 12 aprile 2005: il ritorno del quarto di finale di Coppa dei Campioni fra Milan e Inter toccava a me, d’umore nero perché alla TSI era stata assegnata la peggiore postazione, più vicina a una porta che al centro del campo: ma da un punto di vista ‘storico’ fu una fortuna. Perché al goal annullato di Cambiasso la curva dell’Inter, a poca distanza, butta in campo di tutto. Il portere del Milan Dida si accascia sotto i miei occhi: è stato colpito da un potente petardo che brilla ancora sul prato. Dida, stordito, si copre un occhio: è stato colpito alla spalla, pochi centimetri più in là e l’avrebbe perso. L’arbitro, il tedesco Stark, cerca di far riprendere la partita ma i fumogeni continuano a piovere in campo e lo costringono a chiudere bottega. Poco dopo, sull’areo da Ginevra a Lugano, il caso mi assegna un posto vicino a Giacinto Facchetti, reduce da Nyon dove è riuscito a limitare i danni: solo due partite a porte chiuse per l’Inter con grave danno sportivo ed economico. Capìto che da ragazzo ero un suo ammiratore, e di tutti i suoi compagni dell’Inter, mi confida che la Società era da tempo succube del gruppo neofascista ‘Terza posizione’ di Duilio Tilgher, che chiedeva sempre più biglietti, anche per le trasferte: Moratti aveva deciso di non cedere più al ricatto: i ‘bravi ragazzi’ di Tilgher avevano scatenato l’inferno per vendetta. Il gruppo si sciolse, i membri finirono molto probabilmente in compagnie analoghe.

La Curva Nord dell’Inter era in contatto con l’allenatore Inzaghi e con il calciatore Calhanoglou, sospesi una giornata, l’Inter multato di 70’000 euro. Inzaghi è intercettato mentre un leader minore della ‘Curva’ cerca addirittura di imporgli la formazione. L’articolo 25 della Federazione Italiana Gioco Calcio dice che “è fatto divieto di avere rapporti con gruppi di sostenitori che non facciano parte di associazioni ‘validate dalla Federazione’. Tradotto: non si parla con nessun gruppo di ‘ultras’. Inoltre ‘vieta il supporto econonomico, diretto o indiretto, ai club dei tifosi’.

E noi? Un solo dato, significativo: i club si oppongono al biglietto nominale, non vogliono far capo alla banca dati sui tifosi violenti e impedire la loro entrata, non vogliono perdere qualche franco e soprattutto il loro ‘tifo’, mentre le polizie cantonali spendono sempre di più per garantire l’ordine nelle città, nelle stazioni e sui treni presi d’assalto. Il Consiglio degli Stati voleva un giro di vite, la Commissione della politica di sicurezza del Nazionale ha detto no, motivando la decisione con un nostro dogma, una nostra ‘vacca sacra’, la protezione dei dati, la privacy: dei 357 ‘hooligans’ violenti schedati, veri gentlemen da trattare con i guanti.

Nell’immagine: ultras rossoneri in presidio per i condannati 


Serve ancora manifestare per Gaza?

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 

Porsi la domanda è lecito se penso a chi, scoraggiato, mi risponde che purtroppo la speranza sta scemando, o a chi mi consiglia di rassegnarmi all’impotenza. Ormai, il clamore mediatico del nuovo teatro di guerra aperto da Israele in Iran, offusca la tragedia di Gaza dove è già iniziata la soluzione definitiva del conflitto: lo sterminio (o la preconizzata deportazione), a suon di bombe e di privazioni disumane, dei due milioni di abitanti rimasti prigionieri nella striscia. Per dire basta a questo massacro, il gruppo promotore della manifestazione trasversale, silenziosa e pacifica di Bellinzona del 24 maggio scorso, invita le quasi 5000 persone presenti -e tutta la cittadinanza solidale- a unirsi alla grande manifestazione nazionale di solidarietà con Gaza che si terrà sabato 21 giugno a Berna (il corteo autorizzato partirà alle ore 16. 00 da Schützenmatte verso Palazzo federale). Per bandire l’indifferenza complice della Svizzera, a Berna sarà ribadita la richiesta al Consiglio Federale di agire ora!

Anche negli Stati Uniti, in Canada, Belgio, Olanda e in numerose capitali europee, centinaia di migliaia di persone hanno invaso strade e piazze per chiedere ai loro governi misure concrete per fermare il massacro a Gaza e far cessare le persecuzioni imposte alla popolazione palestinese nei territori occupati. Persino gli abitanti di Guernica, a cui Pablo Picasso ha dedicato l’omonima opera che ricorda l’atrocità del bombardamento subito durante la guerra civile spagnola nel 1937, hanno voluto dimostrare solidarietà al popolo di Gaza, formando con i loro corpi una bandiera palestinese al centro della cittadina (v. video).

Ma serve davvero tutto questo?

Oppure manifestare è solo un rituale che serve (invano) a placare le nostre coscienze?

Sono abbastanza anziana per dire che invece è un atto politico indispensabile! Senza le massicce e numerose mobilitazioni del secolo scorso contro le armi e le centrali atomiche, contro la guerra del Vietnam (e non solo quella), contro la discriminazione delle donne, contro le dittature fasciste e sovietiche, nulla sarebbe cambiato.

Oggi mobilitarsi è necessario più che mai perché in nome della sicurezza spirano più forti i venti di morte, di guerra e di riarmo. Sembra una banalità ricordarlo, ma la maggioranza della popolazione mondiale, dei giovani, desidera vivere e prendersi cura della vita e invece i diritti umani sono minacciati più che mai. Ce lo ricorda anche la lettera (v. allegato) indirizzata al Consiglio federale dalle due giovani donne che hanno appena svolto uno sciopero della fame simbolico davanti al municipio di Lugano.

La credibilità della Svizzera rischia seriamente di essere compromessa dall’atteggiamento attendista delle nostre autorità verso il genocidio in atto. È dunque importante essere in molti sabato a Berna per richiamare il governo svizzero, come stato garante delle Convenzioni di Ginevra, alla sua responsabilità di difendere il diritto umanitario anche in Palestina, intraprendendo subito azioni concrete per proteggere l’esistenza e la dignità dei più vulnerabili: le vittime civili!

Solo così il nostro paese può contribuire a riportare la pace e la giustizia nei territori occupati della Palestina, e può sostenere chi ovunque -anche all’interno di Israele e nella diaspora- si schiera per i diritti del popolo palestinese chiedendo la totale apertura agli aiuti umanitari, un cessate il fuoco immediato, il rilascio degli ostaggi e l’avvio di negoziati per una soluzione equa e duratura.

Delta Geiler Caroli è giornalista


Alla cortese attenzione del Signor Ignazio Cassis, Ministro degli Affari Esteri
Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), Berna, Svizzera

Oggetto: Richiesta di una posizione chiara e coerente in merito alla crisi umanitaria e sostegno delle missioni umanitarie per il popolo palestinese

Egregio Signor Ministro Cassis,

Con la presente desideriamo esprimere, come cittadini e cittadine della Confederazione Svizzera, la nostra preoccupazione e insoddisfazione rispetto alla posizione del nostro Paese, e in particolare alla Sua personale, in merito alla drammatica situazione nei Territori Palestinesi Occupati.

Apprezziamo le timide prese di posizione espresse da alcuni organi del Governo, dei Cantoni e dei Comuni svizzeri. Tuttavia, tali segnali risultano a nostro avviso insufficienti e, nel Suo caso specifico, le dichiarazioni rese pubblicamente risultano ambigue e manchevoli di un chiaro riconoscimento delle violazioni dei diritti umani in atto.

Nonostante la Sua recente visita in Medio Oriente, continua a mancare da parte Sua una condanna esplicita dell’assedio imposto alla popolazione civile di Gaza e della repressione quotidiana in Cisgiordania. Le ricordiamo che, in quanto potenza occupante, lo Stato di Israele ha l’obbligo legale e morale di garantire i diritti fondamentali della popolazione dei territori occupati, come sancito dal diritto internazionale umanitario e, in particolare, dalla Quarta Convenzione di Ginevra, di cui la Svizzera è depositaria.

Desideriamo inoltre rammentarLe che l’occupazione della Palestina da parte dello Stato occupante di Israele è cominciata ben prima del 7 ottobre 2023. È a conoscenza della Nakba del 1948? In quell’anno, oltre 700’000 palestinesi furono espulsi con la forza dalle loro terre e migliaia furono uccisi. La progressiva espansione dei territori occupati e la continua violazione dei diritti della popolazione palestinese hanno portato a una situazione che molti osservatori e organizzazioni per i diritti umani definiscono apertamente come apartheid.

Il movimento Hamas è nato nel 1987: ciò rende evidente che gli abusi e le violenze contro i palestinesi, anche contro la popolazione civile, precedono di decenni la sua esistenza. A chi attribuire, dunque, la responsabilità degli attacchi e delle occupazioni che hanno preceduto questa data?

Siamo contrari a ogni forma di terrorismo, ma riteniamo fondamentale analizzare il contesto storico in modo completo e onesto per comprendere la situazione attuale e individuare le responsabilità.

In qualità di Ministro degli Affari Esteri e rappresentante di uno Stato neutrale e custode della Convenzione di Ginevra, riteniamo sia Suo dovere informarsi con maggiore rigore e attenzione, ed esprimersi con chiarezza di fronte a gravi violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani e delle norme marittime.

Inoltre, Le segnaliamo che iniziative civili e pacifiche a sostegno della popolazione di Gaza, come la Freedom Flotilla, la Marcia Globale verso il valico di Rafah e il Convoglio Sumud partito dal Nord Africa, sono stati ostacolati dal governo israeliano anche grazie alla complicità e il silenzio dei governi mondiali, tra cui anche quello Svizzero. Attualmente, dalla Malesia si sta organizzando una nuova missione umanitaria via mare con centinaia di imbarcazioni provenienti da tutto il mondo con l’obiettivo di rompere l’assedio illegale di Gaza.

In quanto rappresentante del nostro Paese, ci aspettiamo da Lei che difenda il diritto umanitario internazionale e protegga tali missioni civili. L’inazione, in questo contesto, potrebbe configurarsi come complicità.

La neutralità svizzera non può giustificare il silenzio e l’indifferenza davanti all’ingiustizia. L’ignoranza o la mancata presa di posizione, in presenza di documentati crimini, è moralmente inaccettabile e giuridicamente perseguibile.

Confidiamo che vorrà prendere seriamente in considerazione le nostre parole, e agire nel rispetto dei valori umanitari che la Svizzera ha storicamente scelto di difendere. In qualità di Ministro, è un Suo preciso dovere.

Distinti saluti
Carmen De Grazia e Caroline Gerster


Un popolo annientato

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 

Di Martina Marchiò*, La Stampa

Ancora una volta sono fuori dalla Striscia di Gaza, dopo due mesi fatti di violenza, dolore, annientamento, ma anche di risate vere, vita, persone dal cuore grande. Al dito porto l’anello di una persona che non c’è più, uno degli operatori della Croce Rossa Palestinese che è stato giustiziato mentre faceva il suo lavoro, mentre cercava di salvare delle vite da sotto alle macerie.

«Portalo fuori da qui, verso la libertà, in memoria di mio fratello». Così mi ha detto il fratello piantandomi il suo sguardo negli occhi, mostrandomi tutto il suo dolore, ma anche la forza di un ragazzo di ventitré anni che va avanti nonostante tutto.

Per raggiungere Kerem Shalom sono chilometri nella polvere, incrociando i carri armati israeliani, i fiori lilla a bordo strada, il fumo nero in lontananza, e i cani randagi.

La polvere sembra voler nascondere la devastazione che abbiamo intorno, ma è troppo tardi. Nessuno potrà lavare via questo sangue, queste macerie, queste lacrime che impregnano il terreno, questi corpi ormai putrefatti sotto agli edifici crollati.

Non si può nascondere l’annientamento di un popolo, né le grida di una madre che chiede solo qualcosa da mangiare per la figlia, né le lacrime di un signore anziano che piange per la fame, né i bambini che rovistano tra la spazzatura per cercare qualcosa da mettere sotto ai denti.

Non si possono cancellare i corpi di cui restano solo i brandelli, né le persone che hanno raccolto ciò che resta dei propri familiari, né i bambini rimasti corpi inermi senza la testa.

Non si può cancellare il dolore della perdita, dell’umiliazione, della disumanizzazione totale.

Attraverso quel confine voltandomi indietro, e come un anno fa in lontananza c’è il tuono più forte di un’esplosione. Oggi però non c’è più tempo, e ho paura che non ci sarà domani.

«Forse ci rivedremo in questa vita, o nella prossima!» mi ha detto il mio collega di Medici Senza Frontiere Sohaib, ormai più fratello che collega.

Ci siamo dati un abbraccio vero, forte, come se in quell’abbraccio potesse esserci tutta una vita, tutta la nostra amicizia, tutto il dolore. Ci siamo salutati promettendoci di rivederci ancora, così come abbiamo fatto esattamente un anno fa.

Al mattino presto la clinica di Medici Senza Frontiere che lascio a Gaza city, nel nord della Striscia, è già piena e ha raggiunto il massimo della sua capacità. È tempo per me di andare via, ma non riesco ad accettare che si debba lavorare così, con poche medicine e un’assoluta mancanza di sicurezza.

Quando raggiungo il confine vedo camion carichi di farina bloccati. A Gaza si muore di fame mentre a pochi chilometri gli aiuti umanitari aspettano da troppo tempo di entrare.

Solo martedì oltre 50 persone sono rimaste uccise e più di 200 ferite a causa degli spari sulla folla al punto di distribuzione della farina della Gaza Humanitarian Foundation. A dimostrazione che ancora una volta gli aiuti umanitari sono strumentalizzati e militarizzati.

Come si fa a vivere sapendo ciò che sta accadendo a Gaza? Come si fa a dormire sapendo che i ripetuti attacchi israeliani, dai massacri alla distruzione di infrastrutture civili essenziali, sono riconducibili a un genocidio? Come si fa ad avere ancora fiducia nella giustizia, nelle istituzioni, nella vita? Non trovo pace, spero che questa rabbia che ora è un fuoco possa lasciare il posto a qualcosa che mi spinga avanti ancora una volta per lottare per Gaza, fino all’ultimo briciolo di questa terra intrisa di sangue e lacrime. —

*Coordinatrice medica di Medici Senza Frontiere a Gaza

 


Il dolore è l’unica costante per noi dimenticati di Gaza, messi a tacere dal mondo

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 

Di Kholoud Jarada*, La Repubblica

GAZA CITY – Ultimamente la vita sembra un film. Non uno di quelli confortanti che guardi per sentirti bene, ma piuttosto un film distopico. Pieno di scene apocalittiche, distruzione e disperazione. La differenza è che questi eventi li sto vivendo io, personalmente. I dettagli sono molto più terrificanti di qualsiasi sceneggiatura horror. Tutto sembra surreale. Quando non hai il potere di cambiare ciò che succede intorno a te, ti limiti a sederti e osservare. Ti distacchi dal tuo corpo, dalla tua realtà, e guardi la tua vita svolgersi: come un film che non hai scelto.

Non faccio più progetti per il futuro, mi limito a chiedermi cosa accadrà dopo. Mi chiedo se la vita migliorerà mai.

L’altra notte, ho sentito delle persone urlare per le strade. Mi sono precipitata alla finestra e ho visto decine di razzi illuminare il cielo buio. Non è una vista insolita, ma questa volta era diverso: era Israele ad essere sotto attacco. I missili venivano dall’Iran. Era strano assistere e rendermi conto, per una volta, che non ero io il bersaglio. Ma ti senti comunque sotto attacco. Ti prepari comunque all’impatto. Le nostre vite sono state dichiarate meno degne di altre molto tempo fa, siamo le perdite collaterali accettabili, i danni secondari senza nome di cui non importa nulla a nessuno.

E così mentre veniamo lentamente messi a tacere e dimenticati, la vita qui continua progressivamente a scadere. La sofferenza è diventata l’unica costante. È stata normalizzata, a volte persino romanticizzata, come se fossimo nati per sopportarla. La vita qui scorre e peggiora: il cibo diventa più scarso. Le persone più affamate. Più case vengono bombardate. Più persone vengono uccise. Più arti vengono amputati. Meno acqua da bere. Meno terra in cui essere sfollati. Più dolore. Meno sforzi per alleviarlo.

Non ricordo l’ultima volta che mi sono sentito viva, o che ho provato qualcosa. Ogni mattina, dopo un’altra notte insonne, mi trascino in ospedale dove lavoro, senza caffè per svegliarmi o una colazione per sostenermi durante la giornata. Devo percorrere una lunga distanza su una strada polverosa sotto il sole cocente solo per arrivare lì. Quando arrivo, sono già esausta. Ma devo comunque raccogliere le forze. Perché altri stanno peggio; persone al confine con la morte, persone che hanno appena perso tutto, persino parti del loro corpo. E ci sono altri che potrebbero ancora avere una possibilità di sopravvivere, quindi ci proviamo.

La prima cosa che vedo fuori dalle porte dell’ospedale sono gruppi di persone che piangono, dicendo addio ai loro cari. L’aria è densa di dolore e morte. Non importa quante volte lo veda, non mi ci abituo mai. Mi colpisce profondamente ogni volta. Di fretta rubo sguardi ai loro volti in lutto e i loro sguardi dolorosi mi perseguitano per ore. Qualche giorno fa mi sono ammalata e avevo bisogno di un controllo. Non riuscivo a smettere di pensare a tutti gli altri; persone con malattie comuni che esitano a cercare cure. Non perché non ne abbiano bisogno, ma perché il loro dolore sembra “meno urgente” rispetto all’ondata di ferite di guerra che arrivano ogni ora.

Ho pensato a come la mancanza di trasporti impedisca alle persone di raggiungere gli ospedali. A quanti pazienti con condizioni croniche peggiorano e muoiono per problemi completamente gestibili, se solo avessimo i mezzi per farlo. A volte dimentichiamo che la morte avviene anche naturalmente. Dimentichiamo che non tutta la sofferenza ha il volto della guerra. Che gli ospedali non sono destinati solo alle emergenze o alle esplosioni. Dimentichiamo che essere in costante dolore non è normale. Che i sintomi dovrebbero essere trattati, non ignorati. Che la salute dovrebbe essere un diritto, non un privilegio. Che la sopravvivenza non dovrebbe essere l’unica priorità che cerchiamo.

È andato avanti troppo a lungo, non ricordo più cosa significhi una vita normale. Le nostre priorità sono cambiate. Le nostre speranze – se ancora esistono – sembrano fragili e limitate. Il mondo diventa ogni giorno più oscuro e terrificante. E io continuo a chiedermi se avrò mai la possibilità di vivere una vita normale di nuovo, anche solo per un breve momento. Non chiedo molto a questo mondo, desidero solo un momento di pace. Solo per una volta.

Kholoud Jarada*ha 24 anni, è medico internista, originaria di Gaza City. Nel corso del conflitto è stata sfollata nove volte, ma non ha mai smesso di dedicarsi alla sua professione. Nel 2024 ha iniziato a fare volontariato come interprete per Medici Senza Frontiere. Durante il cessate il fuoco è tornata a Gaza City. La sua casa è stata distrutta. Dalla finestra del suo rifugio temporaneo, vede le macerie dell’edificio che aveva abitato


Le «vittorie» di Pirro che sprofondano Israele nel baratro

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 

Di Orly Noy, il manifesto

Di seguito la traduzione dell’articolo uscito sulla testata israeliana +972 .

Sono passati più di 46 anni da quando ho lasciato l’Iran con la mia famiglia, all’età di nove anni. Ho trascorso la maggior parte della mia vita in Israele, dove abbiamo costruito una famiglia e cresciuto le nostre figlie — ma l’Iran non ha mai smesso di essere la mia patria. Da ottobre 2023, ho visto innumerevoli immagini di uomini, donne e bambini vicino alle rovine delle loro case, e le loro grida sono impresse nella mia mente. Ma quando vedo le immagini provenienti dall’Iran dopo gli attacchi israeliani e sento le urla in persiano, la mia lingua madre, il mio senso di collasso interiore è diverso. Il pensiero che questa distruzione venga compiuta dal paese di cui sono cittadina è insopportabile.

NEL CORSO degli anni, l’opinione pubblica israeliana si è convinta di poter esistere in questa regione disprezzando profondamente i suoi vicini — intraprendendo azioni stragiste contro chiunque, quando e come vuole, facendo affidamento solo sulla forza bruta. Da quasi 80 anni, la «vittoria totale» è sempre sembrata a portata di mano: basta sconfiggere i palestinesi, eliminare Hamas, schiacciare il Libano, distruggere le capacità nucleari dell’Iran — e il paradiso sarà nostro.

Ma da quasi 80 anni, queste cosiddette «vittorie» si sono rivelate delle vittorie di Pirro. Ognuna di esse sprofonda Israele in una fossa sempre più profonda di isolamento, minacce e odio. La Nakba del 1948 ha creato una crisi di rifugiati che non accenna a sparire e ha posto le basi per il regime di apartheid. La vittoria del 1967 ha dato origine a un’occupazione che continua ad alimentare la resistenza palestinese. La guerra dell’ottobre 2023 è degenerata in un genocidio che ha trasformato Israele in un paria globale.

L’ESERCITO israeliano — al centro di questo intero processo — è diventato un’arma di distruzione di massa priva di coscienza. Mantiene il suo status esaltato presso un’opinione pubblica sedata grazie a gesti spettacolari: cercapersone che esplodono nelle tasche di uomini in un mercato libanese, oppure una base di droni impiantata nel cuore di uno stato nemico. E sotto il comando di un governo genocida, sprofonda sempre più in guerre da cui non ha idea di come uscire.

Per molti anni, sotto l’incantesimo di questo esercito apparentemente onnipotente, la società israeliana si è convinta di essere invulnerabile. L’adorazione totale per i militari da un lato, e il disprezzo arrogante per i vicini regionali dall’altro, hanno alimentato la convinzione che non avremmo mai pagato alcun prezzo. Poi è arrivato il 7 ottobre, che ha infranto — anche solo per un attimo — l’illusione dell’immunità. Ma invece di fare i conti con il significato di quel momento, il pubblico si è abbandonato a una campagna di vendetta. Perché solo attraverso la carneficina il mondo sembrava tornare a un ordine comprensibile: Israele uccide, i palestinesi muoiono. Ordine ristabilito.

ECCO PERCHÉ le immagini degli edifici bombardati a Ramat Gan, Rishon LeZion, Bat Yam, Tel Aviv e Tamra (una città araba in Galilea) sono state così scioccanti. Somigliavano in modo inquietante a quelle a cui ci siamo abituati a vedere a Gaza: scheletri di cemento bruciati, nuvole di polvere, strade sepolte sotto le macerie e la cenere, giochi di bambini raccolti dai soccorritori. Queste immagini hanno aperto una breve crepa nella nostra illusione collettiva, quella di essere immuni da tutto. Le vittime civili da entrambe le parti — 13 israeliani e almeno 128 iraniani — mettono in luce il costo umano di questo nuovo fronte, anche se la scala della distruzione resta lontana da quella inflitta regolarmente su Gaza.

C’È STATO un tempo in cui alcuni leader ebrei in Israele capivano che la nostra esistenza in questa regione non poteva reggersi sull’illusione dell’immunità totale. Forse non erano privi di un senso di superiorità, ma coglievano questa verità fondamentale. Il defunto parlamentare di sinistra Yossi Sarid ricordava che Yitzhak Rabin una volta gli diffe: «Una nazione che flette i muscoli per cinquant’anni — quei muscoli prima o poi si stancheranno». Rabin capiva che vivere per sempre con la spada, contrariamente alla promessa intrisa di orrore di Netanyahu, non è una strategia sostenibile.

Oggi, non ci sono più politici ebrei di quel calibro in Israele. Quando la sinistra sionista esulta per un attacco sconsiderato contro l’Iran, rivela un attaccamento ostinato alla fantasia che, qualunque cosa facciamo, per quanto ci alieniamo dalla regione in cui viviamo, l’esercito ci proteggerà sempre.

«UN POPOLO forte, un esercito determinato e un fronte interno resiliente. È così che abbiamo sempre vinto, ed è così che vinceremo anche oggi», ha scritto Yair Golan, leader del Partito Democratico — una fusione dei partiti della sinistra sionista Meretz e Labor — in un post su X dopo l’attacco di venerdì. La sua collega di partito, la deputata Naama Lazimi, ha aggiunto i suoi ringraziamenti «ai sistemi di intelligence avanzati e alla superiorità di intelligence. All’Idf e a tutti gli apparati di sicurezza. Ai piloti eroici e all’aeronautica. Ai sistemi di difesa di Israele».

In questo senso, la fantasia dell’immunità garantita dall’esercito è ancora più radicata nella sinistra sionista che nella destra. La risposta della destra all’ansia securitaria è l’annientamento e la pulizia etnica — quello è il suo obiettivo finale. Ma il centro-sinistra ripone quasi interamente la propria fiducia nelle presunte capacità illimitate dell’esercito. Senza dubbio, il centro-sinistra ebraico in Israele venera l’esercito molto più della destra, che lo tratta semplicemente come uno strumento per attuare la propria visione di distruzione e pulizia etnica.

NOI ISRAELIANI dobbiamo capirlo: non siamo immuni. Un popolo la cui intera esistenza dipende esclusivamente dalla forza militare è destinato a finire negli angoli più oscuri della distruzione, e infine, della sconfitta. Se non abbiamo imparato questa lezione fondamentale negli ultimi due anni, per non dire negli ultimi ottanta, allora siamo davvero perduti. Non a causa del programma nucleare iraniano o della resistenza palestinese, ma per l’arroganza cieca e presuntuosa che ha preso il sopravvento su un’intera nazione.

Nell’immagine: persone rifugiate in metropolitana per un possibile attacco iraniano a Ramat Gan, Israele

 


Lorenzo Cremonesi – Una guerra voluta da Netanyahu ma tutti ne pagheremo il prezzo

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 


Israele-Iran: una grave minaccia per le fondamenta della civiltà umana

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 

Noi, attivisti della società civile iraniana e firmatari di questo appello, chiediamo l’immediata cessazione dell’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica, la fine delle ostilità militari, la cessazione degli attacchi contro le infrastrutture vitali sia in Iran che in Israele, nonché la cessazione dei massacri di civili in entrambi i paesi. Profondamente legati all’integrità territoriale dell’Iran e al diritto inalienabile del suo popolo a disporre di sé stesso nel quadro di una sovranità autentica, riteniamo che il proseguimento dell’arricchimento dell’uranio e la guerra devastante tra la Repubblica Islamica e il regime israeliano non servano né gli interessi del popolo iraniano né quelli dell’umanità. Questo conflitto non si limita a distruggere infrastrutture e mietere vite civili, ma costituisce una grave minaccia per le fondamenta stesse della civiltà umana.

L’arricchimento dell’uranio non è in alcun caso affare del popolo iraniano. Quest’ultimo non deve essere sacrificato in nome delle ambizioni nucleari e geopolitiche di un regime autoritario. Riteniamo che gli attuali leader della Repubblica islamica siano incapaci di risolvere le crisi interne e le tensioni esterne. L’unica via credibile per preservare questo Paese e il suo popolo sono le dimissioni degli attuali responsabili e l’avvio di un processo di transizione pacifica verso una vera democrazia.

Chiediamo all’Organizzazione delle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di adottare misure ferme e immediate: fare pressione sulla Repubblica islamica affinché cessi ogni attività di arricchimento dell’uranio, esigere da entrambe le parti che pongano fine agli attacchi militari contro le infrastrutture essenziali e fermare senza indugio i massacri della popolazione civile.

Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023
Jafar Panahi, regista, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2025
Mohammad Rasoulof, regista, vincitore del Premio speciale della giuria al Festival di Cannes 2024
Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace 2003
Sedigheh Vasmaghi, teologa, giurista, attivista per i diritti delle donne
Shahnaz Akmali, attivista per i diritti umani, madre di una vittima della repressione in cerca di giustizia
Abdolfattah Soltani, avvocato, difensore dei diritti umani

Nell’immagine: Jafar Panahi con il Pardo d’oro del Locarno Film Festival nel 1997 per “Ayneh” (Lo specchio)


Così Andrea Pagani ha chiuso due fascicoli che implicavano il procuratore Camponovo

Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini 

A margine del caso Hospita, il Procuratore generale ha dovuto chinarsi due volte sull’operato del giovane magistrato già al centro dei riflettori per la sua nomina controversa

Un abbandono e un non luogo a procedere. A pochi mesi dalla sua chiacchierata elezione, il procuratore pubblico Alvaro Camponovo è stato oggetto di due decreti firmati dal procuratore generale Andrea Pagani. Entrambi i fascicoli sono collegati all’arresto di Eolo Alberti e mettono in luce nuovi dettagli di una vicenda dai risvolti politico-giudiziari sempre più ampi. Un caso che il 17 giugno 2025 è stato oggetto di una conferenza stampa, convocata a Bellinzona dal Movimento per il socialismo (MPS), che ha presentato un dossier contenente “nuovi e preoccupanti elementi sulla relazione tra politici e magistratura”.

Un misterioso finanziatore

La prima indagine nei confronti di Alvaro Camponovo è partita nel mese di agosto del 2024, proprio a seguito del fermo del sindaco leghista di Bioggio. Spulciando nel suo cellulare, è emersa una chat WhatsApp tra lo stesso Alberti e Claudio Camponovo, il suo ex socio che nel frattempo è diventato il suo principale accusatore. Oggetto dei messaggi: un ipotetico finanziamento della camera iperbarica fissa che Camponovo e Alberti, assieme all’allora terzo azionista di Hospita Suisse Anesthesia Care, volevano insediare nell’ormai arcinoto progetto immobiliare alle 5 Vie di Bioggio.

Per contestualizzare il messaggio, è necessario fare un passo indietro. Nell’estate del 2023, Giorgio [nome modificato, ndr], un ticinese attivo nel settore finanziario tra Londra e Lugano, aveva incontrato Claudio Camponovo nel suo ufficio presso l’Ars Medica di Gravesano. L’uomo si era detto disposto a finanziare l’acquisto della camera iperbarica e, qualche mese dopo, aveva inviato all’allora amministratore unico di Hospita un prospetto con le condizioni della compagnia inglese che diceva di rappresentare. Tuttavia, Giorgio si sarebbe ritirato dall’operazione dopo avere eseguito una conformità su Hospita. Conformità risultata negativa a causa della troppa esposizione debitoria della società.

Un messaggio ambiguo

È in questo contesto che, il 12 novembre 2023, il dottor Camponovo ha inviato la brochure di Giorgio a Eolo Alberti, che aveva da poco lasciato il suo impiego e le azioni in Hospita a seguito della sua nomina nel CdA dell’Ente ospedaliero cantonale. Alberti, non convinto dal prospetto di Giorgio, scrive a Camponovo: “Chiedi ad Alvaro di verificare che non ci sono incarti pendenti”.

Lo scorso agosto, dopo aver letto quel messaggio, in Procura è emerso il sospetto che Claudio Camponovo avesse chiesto a suo figlio Alvaro, a quell’epoca Segretario giudiziario, di verificare l’eventuale pendenza di procedimenti penali a carico di Giorgio. Un sospetto che ha acquisito maggiore fondatezza dopo aver verificato che, il mese seguente a quel messaggio, Alvaro Camponovo aveva consultato nel programma informatico della procura “AGITI” un dossier relativo proprio al mancato finanziatore del padre.

Gli indizi che si era in presenza di una violazione del segreto d’ufficio sono stati giudicati sufficienti per aprire un’istruzione. Gli indagati: Alvaro Camponovo, eletto nel marzo 2024 procuratore pubblico, suo padre Claudio ed Eolo Alberti, in quel momento in prigione preventiva per presunti reati patrimoniali.

Un triplice interrogatorio

Il 20 agosto 2024, i tre vengono interrogati in contemporanea, separatamente, da tre procuratori diversi. Di fronte al pg Andrea Pagani, Alvaro Camponovo dichiara inizialmente che il nome di Giorgio non gli dice nulla e che non si è mai occupato di lui. Successivamente, una volta confrontato con il messaggio inviato da Alberti al padre, il giovane procuratore ricorda che era possibile che il genitore gli avesse chiesto se questo presunto finanziatore fosse “conosciuto alle nostre latitudini”, ossia in Procura. Alvaro Camponovo aggiunge poi che suo padre gli aveva sottoposto la brochure di Giorgio e che, trovandola ambigua, l’aveva subito consegnata al procuratore Andrea Gianini, attivo nei reati finanziari. Quest’ultimo, non perse tempo: il 13 novembre 2023, il giorno dopo lo scambio di messaggi tra Eolo Alberti e Claudio Camponovo, il magistrato aveva già aperto un procedimento penale per truffa nei confronti di Giorgio.

Un mese più tardi, il 13 dicembre 2023, lo stesso Giorgio viene svegliato dalla polizia giudiziaria che, prima di portarlo in Procura per un interrogatorio, gli perquisisce la casa e gli sequestra il materiale informatico. Il medesimo giorno, Alvaro Camponovo consulta il dossier di Giorgio sul programma AGITI fra le 9 e le 11 del mattino. “Come mai? ”, gli chiede Pagani. “Per curiosità”, risponde il procuratore Camponovo il quale specifica poi di non avere mai detto nulla a suo padre in merito all’inchiesta penale nei confronti del suo ipotetico finanziatore.

In contemporanea, Claudio Camponovo, interrogato dal procuratore generale sostituto Moreno Capella, nega a sua volta di aver chiesto al figlio di verificare se vi fossero dei procedimenti penali contro Giorgio, ma di avergli chiesto un’opinione in merito al finanziamento “vista la sua formazione giuridica e la sua attività professionale”. Il medico ricorda anche che, tempo dopo, suo figlio gli disse che “questo Giorgio non avrebbe più dato fastidio a nessuno”.

Un doppio abbandono

L’inchiesta, di fatto, si conclude in quel momento. Il 5 settembre 2024, Andrea Pagani firmerà un decreto d’abbandono. Secondo il pg, dagli atti non è emerso nessun elemento che possa far pensare che Alvaro Camponovo abbia commesso una violazione del segreto d’ufficio. Pagani, in sostanza, si fida delle affermazioni dei due Camponovo e, nel decretare l’abbandono della procedura, punta il dito contro l’operato di Alberti, il quale, con una “disinvoltura che lascia basiti”, avrebbe tentato d’istigare alla violazione del segreto d’ufficio “un giovane collaboratore del ministero pubblico”. Il fatto che Alvaro Camponovo abbia consultato in AGITI il dossier su Giorgio, lo stesso giorno dell’interrogatorio di quest’ultimo, è giustificato dal Procuratore generale con la curiosità di verificare l’avanzamento dell’inchiesta che lui stesso aveva contribuito a fare aprire.

Per la cronaca, l’inchiesta nei confronti di Giorgio si era a sua volta conclusa con abbandono, firmato da Andrea Gianini, nell’aprile del 2024.

L’altro fascicolo

Alla Resega, con le tessere di Hospita: nessun vantaggio

Nell’ambito dell’inchiesta contro Eolo Alberti è finito tra gli indagati anche un impiegato dell’ufficio tecnico di Bioggio. L’uomo, considerato un funzionario, è sospettato di accettazione di vantaggi. La sua colpa? Essere andato a vedere delle partite dell’Hockey Club Lugano (HCL) con la tessera acquisita dalla Hospita, prestatagli da Alberti. Il sindaco di Bioggio è così a sua volta indagato anche per concessione di vantaggi.

A inizio 2025, lo stesso Alberti ha informato la Procura che aveva messo a disposizione la tessera dell’HCL anche ad Alvaro Componovo, quando questi era già membro dell’autorità giudiziaria. Il Ministero pubblico è stato così costretto ad aprire un fascicolo nei confronti del procuratore, per sospetta accettazione di vantaggi. Un’ipotesi che è stata però subito scartata da Andrea Pagani che, il 10 febbraio 2025, ha firmato un decreto di non luogo a procedere. L’indagine ha certo dimostrato che Alvaro Camponovo ha beneficiato di tessere dell’HCL di proprietà di Hospita quando rivestiva il ruolo di segretario giudiziario. Tuttavia, Andrea Pagani ha escluso la commissione di un reato da parte del suo giovane procuratore.

La spiegazione è tecnica. L’accettazione di vantaggio, spiega Pagani, può essere adempiuta solo se il vantaggio è stato elargito con lo scopo di rendere il dipendente pubblico ben disposto nel futuro dell’espletamento della sua carica. Considerato il fatto che Alvaro Camponovo, dato il ruolo del padre, avrebbe dovuto astenersi da ogni attività in seno al Ministero pubblico in relazione a eventuali procedimenti con invischiata Hospita, non è possibile pensare che l’allora Segretario giudiziario beneficiando delle tessere HCL della società abbia accettato un indebito vantaggio.

Pubblicato da Areaonline