Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini
Dal nostro corrispondente da Mosca
“Non temo che la guerra in Ucraina si estenda al resto del mondo: i russi sono troppo deboli per farlo. Non riescono nemmeno a sconfiggere l’Ucraina. Pertanto, non potranno attaccare la NATO”. Parole del premier ungherese Viktor Orban in un’intervista degli scorsi giorni.
Mentre parte della sinistra europea sostiene in chiave classicamente pacifista l’inanità di una politica di riarmo come quella lanciata dall’Unione Europa, la destra sovranista ha sottolineato più volte tesi simili a quelle del leader magiaro: la Russia è troppo debole per attaccare la Nato, e non rappresenta un pericolo reale per la UE. In realtà i toni e le modalità sono diversi anche nel campo dell’estrema destra. L’ex generale Roberto Vannacci, europarlamentare della Lega, ha sostenuto l’opposizione a “Rearm” proprio a partire da queste tesi (“Non vedo i cavalli dei cosacchi abbeverarsi alla Fontana di Trevi”, ha ironizzato) mentre la posizione di Orbán espressa nell’intervista citata è alquanto diversa: “Riteniamo che non sia necessario amare i russi, ma che sia necessario negoziare con loro. Penso che i russi capiscano solo il linguaggio della forza. L’Europa deve essere forte ma è necessario concludere un accordo strategico con la Russia”.
La questione ha comunque una sua valenza su cui è necessario riflettere.
La Russia, storicamente, ha un afflato imperiale. Il più grande storico russo, Vasily Kliuchevsky, nella sua magistrale storia del paese ha sostenuto che il suo percorso è stato segnato dalla statualità e dalla tendenza alla colonizzazione.
Per restare all’epoca contemporanea, l’Urss per esempio, incorporò nella sua Federazione il territorio del Centro Asia, i Paesi Baltici, parte della Polonia e della Romania e realizzò un’alleanza con i paesi dell’Est Europa che durante la guerra fredda rappresentarono una “buffer zone” sotto il proprio controllo diretto politico e militare. Dopo il crollo dell’URSS, la Russia di Putin ha condotto una guerra in Georgia giungendo ad annetterne una piccola parte e attualmente è in guerra con l’Ucraina di cui ha – per il momento – annesso buona parte di quattro sue provincie el sud-est.
Non è un mistero per nessuno l’invasione in Ucraina ha fortemente indebolito la Russia sotto il profilo militare. I dati sulle perdite di uomini sono avvolti dal segreto di Stato, ma tutte le fonti più autorevoli sono concordi nel ritenere che tra morti e invalidi la Russia abbia perso almeno qualche centinaia di migliaia di uomini (le ultime stime parlano di un milione).
Vladimir Putin, recentemente, ha dichiarato (con orgoglio) che ogni mese tra i 50 e i 60 mila russi si arruolano nell’esercito, riconoscendo così involontariamente le dimensioni delle perdite sul campo. La stessa necessità di utilizzare truppe nordcoreane per riprendersi la provincia di Kursk dimostra quanto il problema sia diventato drammatico.
Allo stesso tempo, la Russia dopo aver dato fondo anche alle riserve di vecchie armi sovietiche, ha accentuato la tendenza a trasformare la propria economia in una “permanent army economy” come fecero anche gli Usa nel corso della guerra del Vietnam. Come per gli americani nel Sud-est Asiatico i risultati sono stati un eccellente volano per l’economia interna ma non hanno spostato significativamente i rapporti di forza del conflitto. Ancora oggi – e ancora a lungo nel prossimo futuro, se Teheran si rimetterà in piedi – parte dello sforzo bellico viene garantito da armi e munizioni provenienti dall’Iran e dalla Corea del Nord. I “buchi” della politica sanzionatoria hanno anch’essi dato una mano a Mosca. Per esempio secondo quanto scrive oggi Rbc-Ucraina, il nuovo drone russo con intelligenza artificiale (il V2U) viene utilizzato nella direzione di Sumy, nell’Ucraina nord-orientale. La maggior parte dei componenti del V2U è di origine estera, afferma il rapporto. Il sistema di elaborazione del drone è basato su un minicomputer cinese Leetop A203, che utilizza un potente modulo sella società statunitense NVIDIA (il Jetson Orin) per l’analisi delle immagini e della designazione del bersaglio. Secondo l’intelligence ucraina, inoltre, tra i componenti chiave figurano un sensore giapponese Sony, un relè elettromagnetico della società svizzero-statunitense “The Connectivity” prodotto in Irlanda, oltre a motori, servocomandi, unità di memoria SSD e telemetri realizzati in Cina. Tuttavia, anche quest’ultimo elemento non fa che mettere in luce quanto l’industria bellica russa – come il resto del mondo – dipende ancora dal mercato mondiale.
Quindi è veramente difficile immaginare come la Russia attualmente potrebbe combattere una guerra contro il complesso delle forze della Nato. Vanno però considerati anche altri aspetti non secondari.
In primo luogo l’andamento della guerra in Ucraina.
L’offensiva russa di quest’estate prevede come epicentri la provincia ucraina di Sumy e la direttrice di Kharkov. Secondo Dmitry Peskov, portavoce ufficiale di Putin, l’obbiettivo sarebbe quello di creare una zona cuscinetto per evitare ulteriori attacchi in profondità sul territorio russo da parte ucraina. L’appetito però vien mangiando e dei successi in questa direzione e la prosecuzione “sine die” del conflitto, potrebbero accrescere le mire del Cremlino.
La provincia di Sumy non è di poco conto (più o meno è grande come la Lombardia), ha più di un milione di abitanti e la capitale omonima raccoglie 250mila persone. L’economia fa perno sull’industria tradizionale metalmeccanica, ma soprattutto su quella dell’atomo civile.
Lo stesso zar, nel passato, aveva parlato della creazione di una buffer-zone tra Russia e Ucraina, ma a questo punto l’azione si configurerebbe come tutt’altro: la campagna estiva dell’esercito russo sarebbe volta a conquistare definitivamente la zona e aggiungere la “quinta stella” di Sumy alla “Nuova Russia”, ovvero alle quattro regioni ucraine annesse nel 2022. Una conquista che provocherebbe una pulizia etnica visto che l’88,8% della popolazione è di origine ucraina e solo il 9,4% russa
Pavel Zolotarev, il capo del distretto di Glushkovo nella regione di Kursk che vi confina, ne ha chiesto l’annessione durante un incontro con Vladimir Putin il 21 maggio scorso.
Non è detto che tutto ciò sia un viatico a un facile successo. “Le truppe russe – scrive il portale d’opposizione “Medusa” – hanno ottenuto i primi successi nell’offensiva estiva, iniziata alcune settimane fa nel Donetsk. L’obiettivo dell’offensiva è Kramatorsk-Sloviansk, ma, nonostante la difesa ucraina in questo settore sia chiaramente a corto di forze, l’esercito russo non è in grado di sfruttare appieno la breccia: l’avanzata procede a rilento”. La lenta espansione resta per ora evidentemente, all’interno della riva destra del Dnepr e non è immaginabile né politicamente né militarmente che il regime russo possa immaginare avventure in più grande stile.
Malgrado ciò la Unione Europea evidentemente non può attendere che le uova siano rotte prima di doversi misurare con la frittata di uno scontro militare diretto con la Russia. In questo senso “Rearm” non ha obbiettivi immediati o a breve termine.
Inoltre resta aperta la questione del confronto nucleare. Putin ha usato questa minaccia dal 24 febbraio 2022 in poi per bloccare o frenare qualsiasi iniziativa di protezione dell’Ucraina come fu per esempio con la no-fly zone. L’Unione Europea, oggi, senza l’ombrello garantito dagli Usa resta in netta inferiorità nei confronti della Russia.
Quest’ultima ha confermato ancora una volta di voler far perno su questo aspetto. Putin, intervenendo a una riunione di gabinetto il 12 giugno è stato esplicito da questo punto di vista. Secondo il presidente russo, “l’opzione nucleare è stata e rimane garante della sovranità della Russia”. Putin ha sottolineato che attualmente i modelli moderni di armi e attrezzature costituiscono il 95% dell’equipaggiamento delle forze nucleari russe. Si tratta del dato più alto tra le potenze nucleari, ha anche aggiunto. L’Occidente insomma è avvertito.
Nell’immagine: Londra 202 secondi, Parigi 200 secondi, Berlino 106 secondi (da un programma della rete TV Rossija 1)