«Gli iraniani lontani anni dalla Bomba». Dopo l’Iraq un’altra “pistola fumante”

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 

Di Marina Catucci, il manifesto 

Mentre Israele continua a ripetere che l’Iran si sta rapidamente avvicinando al “punto di non ritorno” del suo programma nucleare, e difende l’operazione Rising Lion come necessaria per impedire a Teheran di acquisire un’arma nucleare, le valutazioni dell’intelligence statunitense sembrano contraddire tali affermazioni, sostenendo che in realtà Teheran è lontana, addirittura anni, dalla possibilità di produrre una bomba nucleare. Un rapporto della Cnn che cita più fonti, ha concluso che l’Iran non sta attivamente perseguendo la costruzione di armi nucleari, e che mancano ancora tre anni prima di poterne costruire e consegnare una.

La notizia non ha avuto alcun effetto su Donald Trump che, poche ore dopo la diffusione del rapporto della Cnn, ha respinto la valutazione presentata dalla sua stessa direttrice dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. «Non mi interessa cosa ha detto, quello che penso io – ha lapidariamente dichiarato The Donald a un giornalista della Cnn a bordo dell’Air Force One, al ritorno dal vertice del G7 – è che gli iraniani fossero molto vicini all’atomica».

Già a marzo Gabbard aveva affermato che l’intelligence statunitense riteneva che l’Iran non stesse costruendo un’arma nucleare, e che la Guida suprema iraniana Ali Khamenei non avesse ripreso il programma sospeso nel 2003, e ora l’ha ribadito.

Un funzionario di intelligence che ha parlato con la Cnn in condizioni di anonimato, ha dichiarato che ciò che è certo è che «l’Iran è in crisi» e che «non è chiaro se abbia già la capacità o le conoscenze per costruire una bomba».

Il pericolo imminente di una bomba nucleare iraniana è la sola ragione formale per cui Israele ha attaccato il Paese e tutta la vicenda diventa sempre più simile alla “pistola fumante” dei tempi di Bush jr, la fialetta bianca piena di “antrace” che nel remoto 2003 l’allora segretario di Stato Colin Powell aveva sventolato al Consiglio di sicurezza dell’Onu per avallare la guerra contro Saddam Hussein. Quella è stata la madre di tutte le fake news e servì a giustificare un attacco che ha portato alla distruzione di un Paese – l’Iraq non rappresentava un pericolo imminente per gli Usa e le sue famose armi di distruzione di massa, naturalmente, non furono mai trovate.

Ora Israele sembra ripercorrere la stessa narrazione bombardando l’Iran per via di una forza atomica che non possiede, se non nelle affermazioni israeliane e in quelle di Trump, che pur di sostenerle va contro anche alla sua stessa intelligence.

A questo fine il tycoon è disposto anche ad andare contro uno dei suoi alleati più fedeli, l’ex conduttore di Fox News Tucker Carlson, che negli ultimi giorni ha criticato la gestione Usa del conflitto fra Israele e Iran dal quale, secondo lui, il presidente dovrebbe tenersi a molta distanza, abbracciando il disimpegno nei confronti del resto del mondo che è la base della teoria di politica estera Maga. «Non so cosa stia dicendo Tucker Carlson. Lasciate che si procuri una rete televisiva e lo dica in modo che la gente ascolti», ha detto sprezzante Trump ai giornalisti.

Carlson è apertamente critico riguardo qualsiasi coinvolgimento degli Stati uniti in una potenziale guerra in Medio Oriente, ed è arrivato a scrivere che Trump è stato «complice dell’atto di guerra», e ad affermare che ciò che accadrà in seguito nella regione «definirà la presidenza di Donald Trump». In un post pubblicato su X, Carlson ha definito «guerrafondai» tutti quelli che, a suo dire, chiedono a Trump un «coinvolgimento militare diretto degli Stati uniti in una guerra con l’Iran». Ed ha citato specificamente, tra gli altri, gli ex colleghi di Fox News Sean Hannity e Mark Levin.

Nell’immagine: Il fumo di una raffineria di petrolio si alza sopra gli edifici residenziali nel sud di Teheran


Sul Rubicone del Medio Oriente

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 

Di Gianni Riotta, la Repubblica

Il presidente Donald Trump è solo. A sei mesi dalla storica vittoria a Washington, vede gli antichi alleati dell’Atlantico e del Pacifico allontanarsi, gli amici su cui puntava, il leader russo Putin sordo ai suoi richiami e il premier israeliano Netanyahu certo di saperlo persuadere alla propria offensiva, con argomenti solo in parte noti, la Cina di Xi Jinping non cedere di un palmo sui dazi, le guerre in Ucraina, Gaza e ora, la possibile apocalisse tra Israele ed Iran. Trump si voleva solitario per scelta strategica, persuaso che la Fortezza America sia in condizione di imporre l’egemonia planetaria, fallite le illusioni su Onu, G7, trattati diplomatici e si scopre invece solo al bivio della Storia.

Aveva sognato una solitudine splendida, “imperiale” secondo la massima dello storico Arthur Schlesinger, e deve incedere su un cammino minato che lo innervosisce, dubbiosi gli amici, in allerta i nemici. Certo di persuadere Mosca a negoziare con un presidente ucraino Zelensky umiliato e Israele ad accettare lo status quo con i gazawi sconfitti, Trump non può impedire a Netanyahu di colpire dai cieli Teheran e la base atomica di Fordo, far strage tra generali, scienziati e civili iraniani: poche settimane fa, Tulsi Gabbard, capo dei servizi di intelligence Usa, aveva contraddetto Gerusalemme sui tempi del nucleare militare degli ayatollah, dichiarando che sono non brevi e permettono ancora soluzioni diplomatiche.

Scommettendo sulla solitudine del presidente, Netanyahu, politico che non esita a gettare i dadi al Rubicone del Medio Oriente, ha voluto la guerra, uno dei conflitti di lunga durata seguiti all’11 settembre 2001, che il movimento Maga deprecava in Bush figlio e Biden. Abbandonando il G7 del Canada in gran fretta, come già nel 2018 allora irato con il premier Trudeau, Trump bacchetta il presidente francese Macron, soffonde l’idea che qualcosa di grave sia imminente, perfino evoca la chimera di Putin mediatore fra le parti, per ritrovarsi solo, la sua base perplessa davanti ai video dei bombardamenti, il partito repubblicano diviso fra i falchi filo israeliani, come il senatore Graham, e i neutralisti come il vicepresidente Vance. La voce dei trumpiani malmostosi è raccolta dal popolare commentatore tv Tucker Carlson che dalla sua newsletter seguita da milioni di repubblicani, accusa il presidente “di complicità con la guerra di Netanyahu, forzato da un pugno di guerrafondai…meglio che gli israeliani combattano per conto proprio!”, meritandosi una battutaccia dall’ex amico Donald “Sarebbe ora che Tucker trovasse un lavoro, magari in tv”. Il disprezzo non elimina il dilemma, le ubbie di “pace subito”, “tregua in 24 ore” scomparse dopo novembre e un compagno terribile nella solitudine, la cui presenza, insinua maligno Carlson, “Definirà la seconda amministrazione Trump”.

Sui piani di Trump, infatti, incombe un ordigno chiamato Massive ordnance penetrator, GBU-57, 30.000 libbre di devastazione sganciate dai bombardieri Usa B-2, un’arma di cui gli arsenali israeliani non dispongono, la sola adatta a penetrare i formidabili bunker sotterranei della base Fordo. Può ordinarne l’utilizzo, probabilmente con più blitz sullo stesso obiettivo, e chiudere il progetto atomico degli ayatollah, al prezzo di ingaggiare gli Stati Uniti in uno scontro così duro da far impallidire il conflitto durato una generazione in Afghanistan e Iraq.

Susie Wiles, onnipotente capo di gabinetto della Casa Bianca, ammonisce ogni giorno ministri, consiglieri, funzionari “Ricordatevi, la virtù cardinale è la fedeltà al presidente Trump, tutte le altre vengono dopo”, ottenendo una rigida gerarchia ma un anemico dibattito e una troppo timida valutazione di rischi e opportunità. Così, mentre scriviamo queste righe, Washington sembra di nuovo ponderare, come all’alba del secolo, un sentiero di guerra, con il paradosso di aver alla guida un uomo eletto promettendo Addio alle Armi, come l’Hemingway del 1929. L’ordine finale tocca al presidente, uomo solo al comando, e come tutte le decisioni, dalla scesa in politica sulla Quinta Avenue, 16 giugno di dieci anni or sono, verrà dettata d’istinto, seguendo l’umore dell’attimo fuggente. Un azzardo che inquieta amici e nemici, ma di cui Trump si fida ciecamente, perché da imprenditore di New York l’ha portato, per due volte, alla Casa Bianca. La differenza rispetto a dazi, scontro con Harvard, blocco all’immigrazione, limiti a ricerca scientifica, controriforme su ambiente e famiglia è che la guerra non permette, mai e a nessuno, inversioni ad U di routine e la battaglia, come insegna lo studioso Hans Delbrück nella monumentale Storia dell’Arte della Guerra, a proposito del barone Melas contro Napoleone a Marengo 1800, “Trova spesso i generali pronti a tutto, a tutto tranne che alla realtà”. Trump deciderà stanotte da solo, leader e cittadini, Teheran, Tel Aviv, le nostre città, attendono in ansia che cosa può avvenire dopo la “resa incondizionata” intimata agli ayatollah, scarse informazioni e gravi dubbi, con i leader europei a recitare i mantra che permettano loro di dialogare ancora con la Casa Bianca, domani. Il ministro della Difesa di G.W. Bush, Donald Rumsfeld, amava scherzare sprezzante sugli “Unknown Unknowns”, quel che non sappiamo di non sapere, deducendone che un esercito non deve farsi frenare dall’ignoto, roulette strategica spericolata, costata assai cara all’America.


Sparatoria sulla folla, a Gaza una nuova strage degli affamati

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 

Di Eliana Riva, il manifesto

C’è una parola magica che l’esercito israeliano utilizza per provare a lavare via il sangue dei palestinesi dalle mani dei propri soldati: «sospetti». Tutti i morti erano «sospetti» per Tel Aviv e tanto basta a spiegarne la spietata esecuzione. Sono sospetti anche le donne, i bambini, le persone anziane e gli animali che tirano i carri. Sospetti tutti coloro che cercano il cibo a Gaza, ossia l’intera popolazione, 2 milioni e 300mila persone che secondo l’Onu vivono in una situazione di carenza alimentare. È per questo che vengono uccisi da quelli che i militari chiamano «colpi di avvertimento». Perché si muovono insieme e in maniera, appunto, «sospetta» verso alla ricerca di cibo in mezzo al blocco totale ordinato da Tel Aviv.

IL FATTO È che i soldati gestiscono con le armi il meccanismo malvagio che il loro stesso governo, in combutta con Washington, ha inventato. Quando vedono dinanzi ai loro occhi la disperazione che essi stessi hanno causato, non sanno far altro che aprire il fuoco. È successo anche ieri. La peggiore strage della fame da quando la fondazione israelo-americana Ghf ha cominciato le sue operazioni di distribuzione, estromettendo Nazioni unite e organizzazioni umanitarie internazionali. Più di 60 morti in due punti a sud della Striscia. Altre fonti parlano di 70 vittime.

IL BILANCIO potrà aggravarsi, a causa della serietà delle ferite dei sopravvissuti e di un sistema sanitario ridotto allo stremo dagli attacchi israeliani, dal blocco di medicinali. La maggior parte delle vittime è stata trasportata al Nasser di Khan Younis, sottoposto già da settimane all’assedio dell’esercito che ha messo sotto ordine di evacuazione l’intera zona. I filmati mostrano la struttura sanitaria sopraffatta dal numero di pazienti, i feriti spostati a mano, sulle biciclette o sui carri e adagiati sui pavimenti, all’ingresso, ovunque ci fosse un posto. Anche i bambini. Il portavoce della protezione civile di Gaza, Mahmud Bassal, ha dichiarato che l’esercito ha sparato sulla folla riunitasi nella speranza di trovare un po’ di farina.

I massacri sono avvenuti nell’area di al-Alam a Rafah e in quella di al-Tahlia a Khan Yunis, il peggiore. «Ci siamo diretti al punto di distribuzione dopo aver sentito che avrebbero consegnato il grano – ha raccontato Abdalla Elyyan a Middle East Eye – Alle 7 del mattino ci hanno teso un’imboscata nell’area di Tahlia». Improvvisamente i militari hanno colpito la folla con le mitragliatrici, i droni e i cannoni dei carri armati. In molti hanno raccontato che i colpi arrivavano da tutti i lati e dall’alto come una pioggia, su migliaia di persone accalcate. I feriti sono stati centinaia. Alcuni con i corpi a brandelli sono rimasti per le strade mentre tutti provavano a fuggire. L’esercito, come sempre, ha dichiarato che avrebbe valutato le segnalazioni e che i militari hanno colpito persone «sospette». I vertici hanno poi detto che una folla si è radunata intorno a un camion di aiuti che si muoveva lungo una strada di Khan Younis, in una zona in cui l’esercito «sta operando». Tel Aviv stabilisce il percorso dei tir del cibo e non si capisce cosa ci facesse un mezzo umanitario in un’area definita «di combattimento».

LA GAZA humanitarian foundation, secondo il solito copione, ha dichiarato di non avere nulla a che fare con queste stragi. Ha prima accusato Hamas di mentire e poi ha affermato che se è stato l’esercito a sparare, dovrà essere l’esercito a indagare. Ma è chiaro a tutto il mondo ormai che l’esistenza della Ghf è il motivo stesso per cui le persone si riuniscono in gran numero nelle aree in cui vengono quotidianamente ammazzate. Eppure il reverendo Johnnie Moore, a capo della fondazione, non è assalito da alcun dubbio di carattere morale. Anzi, mentre a Gaza ancora contavano i morti causati dal meccanismo di distribuzione che sovraintende, Moore condivideva su X post di Netanyahu e Trump. Immagini del primo ministro israeliano che partecipa a riunioni di sicurezza e messaggi in cui il presidente Usa minaccia l’Iran e rilancia il suo slogan «America First». Ma non solo. Il reverendo pubblicizza sui suoi social la raccolta fondi lanciata da una organizzazione che presta assistenza agli israeliani «sotto attacco» iraniano e fornisce pasti ai soldati dello stato ebraico. Gli stessi che sparano sui palestinesi che cercano cibo a Gaza.

«IL POPOLO scelto da dio è in pericolo», si legge sul sito dell’International fellowship of christians and jews (Comunità internazionale dei cristiani e degli ebrei). Fondata nel 1983 dal rabbino Yechiel Eckstein, l’organizzazione si onora di aver «aiutato centinaia di migliaia di ebrei a tornare nella loro patria biblica». Ossia di aver finanziato il progetto sionista di occupazione della Palestina. Eckstein è stato premiato dal governo di Tel Aviv per il contributo speciale al benessere del popolo di Israele e il premier Netanyahu ha preso parte ad alcune cerimonie in suo onore. Nell’anno 2023 la Fellowship ha ottenuto più di nove milioni di dollari in contributi dal ministero del welfare israeliano. Da quando la Ghf ha cominciato le sue operazioni, il 26 maggio, a Gaza sono stati uccisi più 300 palestinesi mentre tentavano di recuperare cibo.

IERI, TRA LE STRAGI della fame e i bombardamenti dell’esercito, almeno 89 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia.

Nell’immagine: Palestinesi feriti dopo un attacco israeliano a un centro di distribuzione aiuti a Khan Yunis


L’eccellenza della mediocrità

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 

Ormai siamo rassegnati alla mediocrità dei politici. Che la qualità sia in costante ribasso è cosa assodata: vi hanno contributo il dilagante populismo e l’esaltazione del pragmatismo, che ha cancellato gli ideali e le visioni progettuali (si ripeteva che l’importante è “la politica del fare” e “non si campa con gli ideali”: ne siamo proprio sicuri?). In una famosa conferenza del 1919, il sociologo Max Weber avvertiva gli ascoltatori attenti che si può concepire la politica in due modi: o fonte di reddito e carriera (si vive di politica) o fonte di valori e disinteressato spirito di servizio (si vive per la politica). Sono ovviamente ammesse le posizioni intermedie, ma i segni che parecchi pencolano verso la prima opzione sono vistosi.

Oggi, a occhio e croce, la politique politicienne (leggi: prima l’interesse mio e il calcolo di partito, poi il bene comune) gode di ottima salute. E infatti è ritornato di moda il termine cachistocrazia, ossia il governo dei peggiori (l’onomatopea ci aiuta a individuare il contenuto, fatto di incompetenza, scarse capacità e una buona dose di supponenza). Qualcuno preferisce parlare di asinocrazia o idiocrazia: un’opzione vale l’altra. Dobbiamo rassegnarci: in democrazia sempre meno vincono i migliori – quelli delle virtù etiche, della dedizione disinteressata alla cosa pubblica e delle competenze indiscusse –. Conta il numero e non la qualità. Di questi tempi abbondano i personaggi che sanno blandire e alzano la bandiera sgangherata del populismo che ha una soluzione per tutti i problemi. E noi, che spesso dimentichiamo l’uso della ragione e siamo incapaci di pensiero critico, ci caschiamo ed eleggiamo i peggiori esemplari.

Ritorno al discorso sulla mediocrità dilagante in politica con un esempio minimo, ma significativo, che illustra la miseria di una parte (non tutta per fortuna) della nostra politica cantonticinese. L’arrocco leghista, che tante discussioni ha sollevato, perpetua una concezione patrimoniale dello Stato (i Dipartimenti sono cosa mia) e fa a pugni con l’idea di democrazia in cui chi governa amministra le funzioni pubbliche ma non le possiede. C’è qualche analista che curiosamente ha intravisto nella trovata leghista una strategia geniale per ricollocare competenze inutilizzate e fuori contesto. Io propendo per la classica paraculata. Personalmente resto convinto che valga il Rasoio di Occam, ossia quel principio di parsimonia che ci invita a scegliere come corretta la soluzione più semplice e ovvia. Alla base dello scambio proposto non vi scorgo l’anelito al bene collettivo ma l’interesse di un partito che se la passa non troppo bene. Non mi par lecito confondere intenzionalmente le magagne di una parte con le magagne della collettività che sono ben altre.

Purtroppo i partiti sono diventati organizzazioni gestite dall’alto, di eletti più che di elettori, di amministratori più che di amministrati e sono partiti con sempre meno partigiani: tutto sommato l’arrocco riassume il concetto. Il governo cantonale è chiamato a pronunciarsi sul contenzioso. La sua decisione ci dirà da che parte sta. Starà dalla parte della politique politicienne, di cui l’arrocco mi pare espressione, o riterrà urgente cancellare finalmente l’immagine del cittadino imbecille che subisce il triste spettacolo?

Scritto per laRegione
Nell’immagine: triste spettacolo


Se Putin non riesce a sconfiggere Kiev può forse invadere l’Europa?

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 

Dal nostro corrispondente da Mosca

“Non temo che la guerra in Ucraina si estenda al resto del mondo: i russi sono troppo deboli per farlo. Non riescono nemmeno a sconfiggere l’Ucraina. Pertanto, non potranno attaccare la NATO”. Parole del premier ungherese Viktor Orban in un’intervista degli scorsi giorni.

Mentre parte della sinistra europea sostiene in chiave classicamente pacifista l’inanità di una politica di riarmo come quella lanciata dall’Unione Europa, la destra sovranista ha sottolineato più volte tesi simili a quelle del leader magiaro: la Russia è troppo debole per attaccare la Nato, e non rappresenta un pericolo reale per la UE. In realtà i toni e le modalità sono diversi anche nel campo dell’estrema destra. L’ex generale Roberto Vannacci, europarlamentare della Lega, ha sostenuto l’opposizione a “Rearm” proprio a partire da queste tesi (“Non vedo i cavalli dei cosacchi abbeverarsi alla Fontana di Trevi”, ha ironizzato) mentre la posizione di Orbán espressa nell’intervista citata è alquanto diversa: “Riteniamo che non sia necessario amare i russi, ma che sia necessario negoziare con loro. Penso che i russi capiscano solo il linguaggio della forza. L’Europa deve essere forte ma è necessario concludere un accordo strategico con la Russia”.

La questione ha comunque una sua valenza su cui è necessario riflettere.

La Russia, storicamente, ha un afflato imperiale. Il più grande storico russo, Vasily Kliuchevsky, nella sua magistrale storia del paese ha sostenuto che il suo percorso è stato segnato dalla statualità e dalla tendenza alla colonizzazione.

Per restare all’epoca contemporanea, l’Urss per esempio, incorporò nella sua Federazione il territorio del Centro Asia, i Paesi Baltici, parte della Polonia e della Romania e realizzò un’alleanza con i paesi dell’Est Europa che durante la guerra fredda rappresentarono una “buffer zone” sotto il proprio controllo diretto politico e militare. Dopo il crollo dell’URSS, la Russia di Putin ha condotto una guerra in Georgia giungendo ad annetterne una piccola parte e attualmente è in guerra con l’Ucraina di cui ha – per il momento – annesso buona parte di quattro sue provincie el sud-est.

Non è un mistero per nessuno l’invasione in Ucraina ha fortemente indebolito la Russia sotto il profilo militare. I dati sulle perdite di uomini sono avvolti dal segreto di Stato, ma tutte le fonti più autorevoli sono concordi nel ritenere che tra morti e invalidi la Russia abbia perso almeno qualche centinaia di migliaia di uomini (le ultime stime parlano di un milione).

Vladimir Putin, recentemente, ha dichiarato (con orgoglio) che ogni mese tra i 50 e i 60 mila russi si arruolano nell’esercito, riconoscendo così involontariamente le dimensioni delle perdite sul campo. La stessa necessità di utilizzare truppe nordcoreane per riprendersi la provincia di Kursk dimostra quanto il problema sia diventato drammatico.

Allo stesso tempo, la Russia dopo aver dato fondo anche alle riserve di vecchie armi sovietiche, ha accentuato la tendenza a trasformare la propria economia in una “permanent army economy” come fecero anche gli Usa nel corso della guerra del Vietnam. Come per gli americani nel Sud-est Asiatico i risultati sono stati un eccellente volano per l’economia interna ma non hanno spostato significativamente i rapporti di forza del conflitto. Ancora oggi – e ancora a lungo nel prossimo futuro, se Teheran si rimetterà in piedi – parte dello sforzo bellico viene garantito da armi e munizioni provenienti dall’Iran e dalla Corea del Nord. I “buchi” della politica sanzionatoria hanno anch’essi dato una mano a Mosca. Per esempio secondo quanto scrive oggi Rbc-Ucraina, il nuovo drone russo con intelligenza artificiale (il V2U) viene utilizzato nella direzione di Sumy, nell’Ucraina nord-orientale. La maggior parte dei componenti del V2U è di origine estera, afferma il rapporto. Il sistema di elaborazione del drone è basato su un minicomputer cinese Leetop A203, che utilizza un potente modulo sella società statunitense NVIDIA (il Jetson Orin) per l’analisi delle immagini e della designazione del bersaglio. Secondo l’intelligence ucraina, inoltre, tra i componenti chiave figurano un sensore giapponese Sony, un relè elettromagnetico della società svizzero-statunitense “The Connectivity” prodotto in Irlanda, oltre a motori, servocomandi, unità di memoria SSD e telemetri realizzati in Cina. Tuttavia, anche quest’ultimo elemento non fa che mettere in luce quanto l’industria bellica russa – come il resto del mondo – dipende ancora dal mercato mondiale.

Quindi è veramente difficile immaginare come la Russia attualmente potrebbe combattere una guerra contro il complesso delle forze della Nato. Vanno però considerati anche altri aspetti non secondari.

In primo luogo l’andamento della guerra in Ucraina. 

L’offensiva russa di quest’estate prevede come epicentri la provincia ucraina di Sumy e la direttrice di Kharkov. Secondo Dmitry Peskov, portavoce ufficiale di Putin, l’obbiettivo sarebbe quello di creare una zona cuscinetto per evitare ulteriori attacchi in profondità sul territorio russo da parte ucraina. L’appetito però vien mangiando e dei successi in questa direzione e la prosecuzione “sine die” del conflitto, potrebbero accrescere le mire del Cremlino.     

La provincia di Sumy non è di poco conto (più o meno è grande come la Lombardia), ha più di un milione di abitanti e la capitale omonima raccoglie 250mila persone.  L’economia fa perno sull’industria tradizionale metalmeccanica, ma soprattutto su quella dell’atomo civile. 

Lo stesso zar, nel passato, aveva parlato della creazione di una buffer-zone tra Russia e Ucraina, ma a questo punto l’azione si configurerebbe come tutt’altro: la campagna estiva dell’esercito russo sarebbe volta a conquistare definitivamente la zona e aggiungere la “quinta stella” di Sumy alla “Nuova Russia”, ovvero alle quattro regioni ucraine annesse nel 2022. Una conquista che provocherebbe una pulizia etnica visto che l’88,8% della popolazione è di origine ucraina e solo il 9,4% russa

Pavel Zolotarev, il capo del distretto di Glushkovo nella regione di Kursk che vi confina, ne ha chiesto l’annessione durante un incontro con Vladimir Putin il 21 maggio scorso.

Non è detto che tutto ciò sia un viatico a un facile successo. “Le truppe russe – scrive il portale d’opposizione “Medusa” – hanno ottenuto i primi successi nell’offensiva estiva, iniziata alcune settimane fa nel Donetsk. L’obiettivo dell’offensiva è Kramatorsk-Sloviansk, ma, nonostante la difesa ucraina in questo settore sia chiaramente a corto di forze, l’esercito russo non è in grado di sfruttare appieno la breccia: l’avanzata procede a rilento”. La lenta espansione resta per ora evidentemente, all’interno della riva destra del Dnepr e non è immaginabile né politicamente né militarmente che il regime russo possa immaginare avventure in più grande stile.

Malgrado ciò la Unione Europea evidentemente non può attendere che le uova siano rotte prima di doversi misurare con la frittata di uno scontro militare diretto con la Russia. In questo senso “Rearm” non ha obbiettivi immediati o a breve termine.

Inoltre resta aperta la questione del confronto nucleare. Putin ha usato questa minaccia dal 24 febbraio 2022 in poi per bloccare o frenare qualsiasi iniziativa di protezione dell’Ucraina come fu per esempio con la no-fly zone. L’Unione Europea, oggi, senza l’ombrello garantito dagli Usa resta in netta inferiorità nei confronti della Russia.  

Quest’ultima ha confermato ancora una volta di voler far perno su questo aspetto. Putin, intervenendo a una riunione di gabinetto il 12 giugno è stato esplicito da questo punto di vista. Secondo il presidente russo, “l’opzione nucleare è stata e rimane garante della sovranità della Russia”. Putin ha sottolineato che attualmente i modelli moderni di armi e attrezzature costituiscono il 95% dell’equipaggiamento delle forze nucleari russe. Si tratta del dato più alto tra le potenze nucleari, ha anche aggiunto. L’Occidente insomma è avvertito.

Nell’immagine: Londra 202 secondi, Parigi 200 secondi, Berlino 106 secondi (da un programma della rete TV Rossija 1)


Il popolo iraniano vittima di due violenze

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 

Di Maysoon Majidi, il manifesto

In un sud-ovest asiatico attraversato da tensioni sempre più profonde, il popolo iraniano si ritrova ancora una volta intrappolato in una storia che non ha scritto. Senza voce nei processi decisionali, senza alcun potere sui giochi di forza regionali e internazionali, milioni di persone diventano bersaglio passivo di dinamiche che non hanno nulla a che vedere con la loro sicurezza o il loro futuro.

I recenti attacchi israeliani contro obiettivi militari in Iran non rompono la logica che da decenni domina la regione: quella di una guerra per procura, in cui i popoli sono solo pedine da sacrificare. Nonostante alcuni osservatori interpretino queste operazioni come un tentativo di indebolire le strutture militari della Repubblica Islamica o persino di favorire un cambio di regime, resta un’unica certezza: chi paga il prezzo più alto sono sempre i civili. Uomini, donne, bambini, esclusi dalla pianificazione della guerra come dalla progettazione della pace.

Nel frattempo, il popolo iraniano si trova a fronteggiare non solo una minaccia esterna, ma anche una profonda crisi interna. A seguito degli attacchi israeliani, il governo degli Ayatollah, nel nome dell’emergenza, stringe ancora di più il pugno. Il paese ha visto un’escalation di repressione: arresti notturni di attivisti, incursioni nelle case dei dissidenti e gravi limitazioni all’accesso a internet in varie province. Il governo sfrutta lo stato di guerra per legittimare la violenza istituzionale, restringere lo spazio pubblico e controllare il discorso politico. In Kurdistan e nel Sistan-Baluchistan, regioni già martoriate dalle rivolte degli ultimi anni, la stretta è stata particolarmente feroce. Sono le stesse regioni che durante le recenti rivolte hanno pagato il prezzo più alto in termini di vite umane.

Non è una novità. La Repubblica Islamica ha affinato nel tempo una strategia che potremmo definire «ingegneria del conflitto etnico» o Dividi e impera con lo scopo di indebolire i movimenti di protesta. Fomentando la paura del federalismo e creando un’artificiale contrapposizione tra centro e periferia, le istituzioni statali sono riuscite a marginalizzare le rivendicazioni di giustizia sociale delle nazionalità oppresse; kurdi, baluci, arabi, turkmeni.

La realtà sul terreno dimostra che le comunità storicamente discriminate, nonostante la repressione persistente, hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo centrale nella resistenza civile contro l’autoritarismo. Lo fanno chiedendo uguaglianza giuridica, partecipazione politica, giustizia sociale. Lo fanno nonostante tutto, pagando un prezzo altissimo. Perché ogni richiesta, ogni voce libera, viene letta come un attacco, come una richiesta di separatismo. Ogni resistenza come tradimento.

Ma la crisi che oggi attraversa l’Iran va ben oltre i suoi confini. La crisi attuale evidenzia come la mancanza di democrazia e di responsabilità istituzionale abbia trasformato il Paese in un campo di battaglia per le potenze esterne. Inoltre, i programmi nucleari, gli investimenti militari e l’opacità delle strutture decisionali hanno non solo logorato le risorse nazionali, ma anche creato terreno fertile per le ingerenze straniere.

Il popolo iraniano oggi sopporta due violenze: quella interna, dello Stato che reprime, censura, tortura; e quella esterna, delle potenze che si contendono l’influenza su un Paese mai pacificato. A queste si aggiunge una terza violenza, più sottile ma non meno devastante: quella dell’abbandono internazionale. Per la gran parte della popolazione, quello che conta è che la guida suprema Ali Khamenei lasci finalmente il potere. Ma non per questo è disposta ad accettare le ingerenze straniere, di Israele e di chiunque altro. A rendere ancora più incerto l’orizzonte c’è l’assenza di una alternativa politica forte e riconosciuta e di un progetto concreto per il dopo Repubblica Islamica, un vuoto che, come le proteste brutalmente soffocate degli ultimi anni hanno mostrato, alimenta una profonda inquietudine collettiva sul destino del Paese.

In questo contesto, è responsabilità della comunità internazionale, in particolare dell’Unione europea e degli stati difensori dei diritti umani, andare oltre un ruolo meramente osservativo.

L’Europa e l’Italia devono offrire una narrazione indipendente sulla realtà iraniana: una narrazione che non sia subordinata agli interessi geopolitici ma che sia coerente con i diritti umani e la giustizia sociale. Esercitare una pressione diplomatica efficace sulla Repubblica Islamica per fermare la repressione interna, sostenere apertamente i media e gli attivisti indipendenti, facilitare vie sicure per l’asilo politico degli attivisti in pericolo e supportare i movimenti democratici non violenti: sono queste le azioni concrete che possono dimostrare che l’Europa è davvero dalla parte dei diritti umani.


Iran libero

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 


Così va in frantumi l’ordine nucleare

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Nella guerra tra Israele e Iran non è in gioco solo il destino del regime iraniano o l’equilibrio strategico del Medio Oriente. A vacillare è l’intera architettura globale di non proliferazione nucleare, fondata nel 1968 sul Tnp: gli Stati firmatari (tra cui non vi è Israele) privi di armi atomiche rinunciano a svilupparle in cambio dell’accesso pacifico alla tecnologia nucleare. A questo si aggiunge una garanzia implicita e cioè che la rinuncia all’arma atomica offra protezione politica e stabilità. Ma quel patto, oggi, rischia di crollare.

L’Iran, pur essendo firmatario del Tnp, ha mantenuto a lungo un comportamento ambiguo: ha eluso i controlli e ostacolato l’Agenzia internazionale per l’energia nucleare (Aiea), alimentando allarme e sospetti.

Israele ha colpito l’Iran in coerenza con una dottrina strategica chiara: la dottrina Begin, formulata dopo il raid sul reattore iracheno di Osirak nel 1981, secondo cui Israele non può tollerare che un nemico acquisisca armi di distruzione di massa. È una dottrina di autodifesa preventiva, fondata sull’idea che la deterrenza convenzionale non basti quando è in gioco la sopravvivenza dello Stato. Netanyahu l’ha spinta al limite. L’operazione in corso è, di fatto, una dottrina Begin 2.0.

Ma oggi, a meno di non riuscire a distruggere il programma nucleare iraniano, questa dottrina solleva un paradosso strategico: colpire il regime iraniano prima che esso superi formalmente la soglia nucleare militare può rafforzare in Iran l’argomento che solo la bomba garantisce l’immunità contro un’aggressione esterna. E se questo è il calcolo a Teheran, esso può presto valere anche altrove: Arabia Saudita, Turchia, Egitto, non per usarla, ma per non essere gli unici a non averla.

È la logica della deterrenza della sfiducia, in un contesto dove il diritto non basta più a garantire sicurezza. L’Ucraina lo dimostra: nel 1994 rinunciò al proprio arsenale nucleare in cambio di garanzie sulla sua integrità, poi crollate con l’invasione russa. La Corea del Nord, uscita dal Tnp, che invece la bomba l’ha costruita, non è mai stata attaccata. La lezione è chiara: chi la possiede è intoccabile, chi non la possiede è vulnerabile.

Questa logica non si ferma in Medio Oriente. Si estende ad Asia ed Europa: a Seul e Tokyo, dove si discute apertamente di latenza nucleare; a Varsavia e Berlino, dove riemerge il tema della dissuasione autonoma; in Francia, dove si rilancia l’idea della “dissuasione allargata”. La proliferazione dei dubbi precede sempre quella delle testate. E la crisi Israele-Iran, per come si è dispiegata, rischia di rendere questi dubbi inevitabili.

L’operazione israeliana ha colpito infrastrutture e rete di comando iraniane, ma senza sostegno diretto Usa non basterà a garantire un futuro certamente libero dalla minaccia nucleare iraniana. Il disimpegno strategico degli Stati Uniti completa il quadro. Trump ha alternato retorica diplomatica a tolleranza verso l’attacco di Israele, senza strategia di contenimento né proposte negoziali solide. Non esiste finora una iniziativa americana in grado di ricostruire l’equilibrio nucleare in Medio Oriente. Nel vuoto strategico attuale, la deterrenza non è più collettiva. Diventa una scelta solitaria e instabile.

Il sistema globale rischia dunque di disarticolarsi. Il Consiglio di Sicurezza è paralizzato. L’Aiea marginalizzata. Il Tnp ancora formalmente in vigore, ma politicamente svuotato. Intanto la Cina espande silenziosamente il proprio arsenale. La Russia reintegra l’atomica nel suo linguaggio strategico. E gli Stati Uniti, pur restando garanti nominali dell’ordine, non sono più percepiti come affidabili.

Se l’Iran uscisse dal Tnp, come ha minacciato, non sarebbe una violazione isolata. Sarebbe il punto di rottura di un sistema. Il passaggio da un regime di non proliferazione a un mondo in cui l’arma nucleare è utilizzata come garanzia. Il rischio non è solo l’atomica iraniana. È che altri, dopo Teheran, seguano la stessa logica. E che la proliferazione diventi la nuova normalità geopolitica. Saremmo alla fine di un’epoca. L’equilibrio nato nel 1945, imperfetto ma funzionale, verrebbe sostituito da un multipolarismo armato, instabile e senza regole. Se il conflitto tra Israele e Iran non sarà arginato, non cambierà solo il Medio Oriente. Sarà il sistema stesso delle relazioni internazionali a mutare natura: un mondo dove la deterrenza sarà normalizzata, la diplomazia marginalizzata, e la proliferazione razionalizzata.

La proliferazione dei dubbi è già iniziata. Quella delle testate potrebbe seguirla.

Nell’immagine: 1 Luglio 1968 – Il trattato di non proliferazione nucleare
È stato sottoscritto l’1 luglio del 1968 da 3 Stati nucleari dichiarati, USA, URSS e Gran Bretagna, e 59 Stati non nucleari. Oggi sono 190 gli Stati che hanno aderito al trattato, che vanta quindi il numero più alto di firmatari tra i trattati sul controllo delle armi. Gli unici a non aver firmato sono India, Israele, Sudan del Sud e Pakistan, mentre la Corea del Nord, che si era unita al TNP nel 1985, ne è uscita nel 2003.

 


Iran, falchi e colombe alla resa dei conti finale tra resistenza e negoziato

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

La linea prova a darla, a tarda sera, Abbas Araghchi: «Combatteremo con orgoglio fino all’ultima goccia di sangue per proteggere la nostra terra, il nostro popolo e la nostra dignità», scrive il ministro degli Esteri iraniano, mentre i caccia israeliani impazzano sui cieli di Teheran, colpiscono basi e infrastrutture, case civili, bombardano persino la televisione nazionale, con la gente in fuga verso nord e il carburante che comincia a scarseggiare. Ma dice anche, l’uomo che fino a dieci giorni fa volava tra l’Europa e il Golfo per trattare sul nucleare, che «basta una telefonata da Washington per mettere a tacere Netanyahu e aprire le porte alla diplomazia».

Nei palazzi del potere di Teheran sono ore convulse. Le comunicazioni funzionano a singhiozzo, l’intelligence israeliana ha orecchie per sentire anche dentro i bunker degli apparati. L’eliminazione dei comandanti senior dei pasdaran e dell’aeronautica, seppur rapidamente rimpiazzati, e la distruzione di un circa un terzo delle piattaforme di lancio dei missili rallentano e rendono più complicata la risposta militare. I dirigenti sanno che Israele non si fermerà. E Khamenei è di fronte a un bivio: accettare un accordo con gli americani, abbandonando il suo programma nucleare, «il che equivarrebbe a una capitolazione», come la definisce Saeed Laylaz, analista vicino ai riformisti, che vive a Teheran, oppure combattere e resistere, scommettendo sul fatto che Israele non abbia una strategia di uscita dal conflitto.

Negli anni Ottanta, gli iraniani resistettero per otto anni contro l’Iraq di Saddam, con resilienza e spirito di sacrificio, lottando – come si disse allora – “a mani nude” per la sproporzione di forze in campo. Certo, il fervore rivoluzionario di quella generazione non incarna più lo spirito dell’Iran contemporaneo, un Paese giovane che sta già costruendo la sua alternativa laica alla modernità occidentale e alla rivoluzione islamica, e che da tempo non ne più dei mullah e della repressione. Ma la guerra mobilita il patriottismo e per molti iraniani ora sotto le bombe la priorità sono la difesa e la sicurezza nazionale. Su questo prova a far leva la propaganda televisiva, ma su questo gioca anche il presidente Pezeshkian quando di prima mattina si rivolge alla nazione. «Ogni differenza, questione e problema esistente deve essere messo da parte oggi e dobbiamo resistere contro questa aggressione genocida e criminale con unità e coerenza», dice.

Insieme al ministro Araghchi, Pezeshkian rappresenta la faccia più moderata del Sistema, quella che in queste ore tiene i contatti con gli europei e gli americani, con il Golfo e con i russi, offrendo – dietro la retorica bellicosa – una disponibilità a trattare se i raid israeliani cesseranno, perché una guerra lunga mettere in ginocchio il Paese rischiando di provocare rivolte interne o colpi di mano.

Ma poi ci sono i falchi, come il parlamentare ultraconservatore Hamid Rasaee, che fanno pressione perché l’Iran risponda duramente e a tutto campo, avviando il ritiro dal trattato di non proliferazione. È quello che il 15 giugno il quotidiano ultraconservatore Vatan-e Emrooz ha definito il “modello Corea del Nord”, che pur sopportando «sanzioni severe non è mai stata attaccata direttamente» grazie al deterrente nucleare. Il giornale espressione dell’ala più estremista, parla anche di un’altra opzione: chiudere o limitare il traffico nello stretto di Hormuz, uno snodo fondamentale per il commercio internazionale, da cui passano circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto. Lo stop farebbe impennare i prezzi dell’energia e potrebbe scatenare uno scontro diretto con gli Stati Uniti e infine ritorcersi contro la stessa Repubblica Islamica. Ecco perché Araghchi dice che è necessario combattere, ma che forse è meglio trattare: perché la priorità, per Ali Khamenei, è sempre stata la sopravvivenza del sistema.


Il giallo dell’atomica: per Israele l’Iran è a un passo dalla bomba nucleare, ma la Cia smentisce

Il presidente: non mi interessa cosa disse la mia stessa intelligence, penso che ci fossero vicini 

Di Francesco Semprini, La Stampa

L’operazione “Raising Lion”, iniziata da Israele la notte tra il 12 e il 13 giugno, ha l’obiettivo di «smantellare il programma di armamento atomico dell’Iran», colpendo siti nucleari, vertici militari e scienziati di rilevanza strategica. Secondo le forze di Difesa israeliane l’Iran era a un passo dal dotarsi della bomba nucleare, considerazione nata sulla base di un rapporto della Agenzia atomica delle Nazioni Unite (Aiea). A guerra in corso il dibattito verte sulla realtà dei fatti: la Repubblica islamica stava davvero per dotarsi dell’arma atomica? Il regime degli ayatollah, di fatto, non ne possiede ancora una, ma ha una lunga storia di ricerca segreta, in violazione ai suoi impegni internazionali. Una congrua parte di analisti occidentali, ma non tutti, afferma che il Paese possiede le conoscenze e le infrastrutture per produrre un’arma atomica in tempi relativamente brevi, qualora i suoi leader decidessero di farlo. Loro smentiscono.

La storia

Accordi e disaccordi

Il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) è il frutto di un percorso negoziale messo a segno dal presidente iraniano Hassan Rohani e da quello americano Barack Obama assieme ai partner europei. Nel 2018 l’America di Donald Trump si sfila dall’intesa e vara una fase di «massima pressione possibile» sulla Repubblica islamica, salvo annunciare nel 2025 la ripresa di colloqui bilaterali (indiretti) tra i suoi emissari e la squadra del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Il tutto dopo vani tentativi rincorsi durante l’interregno di Joe Biden in Usa. L’ultimo round di colloqui era previsto domenica scorsa, ma l’offensiva dello Stato ebraico ha congelato il negoziato. «L’Iran ha ripetutamente affermato che il suo programma nucleare serve solo a scopi pacifici. Le armi nucleari non hanno posto nella nostra dottrina nucleare», dichiara un portavoce del governo di Teheran nell’aprile 2024, ribadendo che il programma nucleare è del tutto pacifico e finalizzato a produrre combustibile per la centrale elettrica di Bushehr. Negli ultimi mesi, tuttavia, i funzionari iraniani hanno parlato pubblicamente della possibile necessità di armi nucleari, mentre il negoziato rallentava sul nodo della fine dell’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica islamica imposto come condizione inderogabile da Trump. Una parte di esperti, citata dal Financial Times, ritiene che, nonostante tutto, non vi è prova che l’Iran abbia deciso di costruire una bomba atomica. Così come l’intelligence Usa nella “Valutazione Annuale delle Minacce”, pubblicata il 25 marzo scorso, asseriva: “Continuiamo a ritenere che l’Iran non stia costruendo un’arma nucleare”.

Il casus belli

Il 31 maggio 2025 l’Aiea invia all’Onu un rapporto aggiornato, sottolineando violazioni e sollevando timori. Il direttore Rafael Grossi parla di «omessa collaborazione»; impossibilità di verificare se il programma nucleare civile sia esclusivamente civile; considerevole aumento della produzione e dell’accumulo di uranio altamente arricchito (quasi sufficiente per costruire un bomba, che però ancora non c’è). Secondo l’Aiea in meno di una settimana l’Iran avrebbe potuto avere abbastanza uranio arricchito al 90% per l’arma nucleare, «sebbene questo da solo non sia sufficiente per avere l’arma, per cui sono necessari tempo e tecnologia». Per Israele però è sufficiente a far scattare la “Rinascita del Leone”. —