Il Consuntivo serve a capire come sta il Ticino. E non sta bene

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

Cos’è un consuntivo e cos’è il dibattito che ne consegue? Qualcuno ci ha detto, in Parlamento,  che “sono solo soldi spesi nel recente passato”. Io invece trovo che l’insieme di dati contabili che ne emerge, traccia innanzitutto i bisogni della società, ma pure la sua evoluzione. In altri termini, a me il Consuntivo serve a capire “come sta il Canton Ticino”.

Nella lettura economica più classica, per la mia parte politica, la Sinistra, è del tutto evidente che la ridistribuzione della ricchezza primaria resta deficitaria, e rappresenta il principale problema economico del cantone. I salari non hanno tenuto il passo dell’inflazione. Il potere d’acquisto si riduce, la richiesta di welfare aumenta. La percezione di sé, di come si sta, nella maggioranza della cittadinanza è quella di continuare a camminare in salita.

La ridistribuzione secondaria, ossia quella garantita dallo Stato, è sotto attacco a tutti i livelli: basti pensare alle proposte di tagli della Confederazione e a quelli tentati sui sussidi cassa malati in Ticino, al taglio agli istituti per invalidi e alle case anziani.

La classe sociale più debole lo è sempre di più, la povertà assoluta e quella relativa aumentano; lo dicono le statistiche, ma lo dicono soprattutto le persone che incontriamo. Il ceto medio si impoverisce, colpito da salari stagnanti, affitti in aumento, premi di cassa malati sempre più insostenibili.

Dove va quindi buona parte della grande ricchezza prodotta? I dati fiscali sono chiari: va all’1%, alle persone più benestanti, che tuttavia investono le proprie ricchezze nei mercati finanziari globali senza ricadute sul territorio, o nell’immobiliare da reddito.

Elementi, questi, che ci parlano di un problema strutturale, alimentato dalle politiche della maggioranza del Governo e del Parlamento. Non solo negli esiti, ma anche nel metodo. Dopo aver fatto sgravi fiscali si rincorre l’equilibrio contabile. Si parla di pareggio, di debito eccessivo, sostanzialmente per giustificare tagli sui servizi e sugli ultimi, dove c’è meno resistenza politica come nei confronti dei migranti, dei working poor e dei residenti stranieri.

Il paradosso del metodo di fare politica della maggioranza è quello di partire dal modello di fiscalità desiderato per arrivare ad adattare i bisogni, quando è del tutto evidente che si dovrebbe fare esattamente il processo inverso.

Ma avverto la necessità di andare oltre a questa “solita” analisi. Prenderò di seguito alcuni segmenti della società, che parlano dei più fragili, perché è un po’ come usare un mezzo di contrasto in oncologia: rende visibili le zone più sensibili, le tensioni, le contraddizioni di fondo che possono diventare tumori del corpo sociale. Se vogliamo capire davvero come sta una società, dobbiamo guardare lì. Non nei suoi successi apparenti, ma in come tratta chi è più vulnerabile.

  • Minorenni. Cito: “In relazione alle richieste relative ai servizi sociali si evidenzia che negli ultimi 15 anni il settore della protezione dei minorenni è stato oggetto di potenziamenti crescenti (+ 100%) raggiungendo nel 2024 l’importo di 40,8 milioni di franchi”;
  • Psichiatria. Crescono i ricoveri psichiatrici per gli adulti; Il Ticino registra una crescita costante: da 1’400 nel 2015 a 2’200 ricoveri nella sola clinica psichiatrica cantonale nel 2024;
  • Anziani. Continua a salire inarrestabilmente la spesa sanitaria, in particolare per l’assistenza agli anziani e in particolare nell’ambito ambulatoriale;
  • Carcerati. La situazione nelle carceri ticinesi è al collasso: le strutture sono al 100,69% della capienza, aumentano i detenuti con gravi disturbi psichiatrici e il personale è allo stremo. Si parla apertamente di “rischio burn-out” e si chiede un intervento strutturale urgente

Ciò che manca nel dibattito politico, e che troppo spesso mi lascia un totale senso di inadempienza nel lavorare in Parlamento, è una consapevolezza più ampia. Si continua a opporre “più Stato” a “meno Stato”. In questo Parlamento ci si addita da una parte di marxisti e dall’altra di liberisti. Rimanendo ad un dibattito estremamente superficiale, privo di analisi del contesto e delle tendenze di società.

Il dibattito su come utilizzare le risorse è emblematico. Un bilancio può essere in equilibrio, come lo vuole la maggioranza, e insieme raccontare una società in squilibrio. L’equilibrio contabile non è una vittoria se poggia sulla solitudine, sull’ansia, sull’abbandono, sui rischi burn-out. È un’illusione di stabilità che ignora le crepe profonde del nostro tessuto sociale.

E allora dobbiamo dirlo chiaramente: noi socialisti non vogliamo uno Stato assistenzialista. Se i salari bastassero a vivere, non solo a sopravvivere, non servirebbero tanti aiuti. Non vogliamo nemmeno uno Stato che sostituisca la società. Non possiamo pensare di combattere la solitudine solo aumentando gli operatori. Dobbiamo ricostruire comunità capaci di prendersi cura degli altri, di includere, di essere presenti.

Ma finché non sarà così, ci batteremo per non lasciare indietro nessuno. E quando chiediamo più risorse, come fanno gli educatori e le educatrici, personale infermieristico e docenti, quando chiediamo più personale come fa la Magistratura, quando chiediamo che il salario basti ad arrivare a fine mese senza richiedere prestazioni sociali, non lo facciamo per cieca ideologia, ma perché innanzitutto vogliamo dare una risposta ai bisogni. Ma siamo consapevoli che anche ottenendo maggiori risorse non faremmo che alleviare il problema.

E allora andiamo alle cause di queste tendenze che ho tratteggiato.

Il problema non è solo economico, di ridistribuzione primaria e secondaria. È divenuto culturale. Il modello consumistico che ci governa ha svuotato le relazioni. Ha reso ciascuno più solo, più fragile, più consumatore che cittadino. Chi paga, pretende, e valuta il servizio ricevuto. Ma così si perde il senso di appartenenza e la responsabilità collettiva. È quello che alcuni studiosi chiamano “consumerismo civico”.

O, andando oltre, in un’analisi molto pertinente per leggere la realtà dei nostri giorni, si può parlare di “capitalismo cannibale”, come teorizzato da Nancy Fraser. Un sistema economico, il nostro (in senso ampio, occidentale), che guidato dall’unico scopo di fare profitto sfrutta oltremodo tutte le risorse. Quelle naturali (con la conseguente crisi climatica), snatura i modelli relazionali (crisi della cura), induce come conseguenza all’autoritarismo politico e porta ad un razzismo strutturale.

Non vi suonano queste cose? Non è ciò che sta accadendo e che i dati stessi del consuntivo nel nostro piccolo ci riportano?

Pensate a questo: noi oggi lavoriamo per pagare chi si occuperà dei nostri figli e dei nostri genitori. Non è un errore in sé, in parte è anche una conquista. Ma quando questa non è una scelta, e per quasi tutti i salariati non lo è, ma un’esigenza, il prezzo è la perdita dei legami che un tempo tenevano insieme la società.

Tornando al concreto senza nostalgia e senza moralismi, dobbiamo riconoscere un dato di fatto: la coesione in Ticino si è ridotta. Il mutuo soccorso si è indebolito. La comunità si è rarefatta. 

Guardando ai prossimi 10-15 anni, con l’invecchiamento della popolazione e le trasformazioni del lavoro, è evidente come il modello consumistico che pervade anche l’approccio ai servizi pubblici sia insostenibile.

Certo, non esistono soluzioni semplici. E personalmente ritengo che senza modificare in profondità il modello capitalista non è possibile trovare soluzioni, senza rivedere una ridistribuzione che già oggi non funziona più e che con la digitalizzazione dei prossimi decenni modificherà nel profondo i rapporti di lavoro.

Ma per trovare un taglio concreto e attuabile (interpreto il ruolo nelle istituzioni come il lavoro del possibile), possiamo cominciare ad allinearci su politiche quotidiane, che ricostruiscano comunità, soprattutto a livello di politica locale, comunale. Alcuni esempi:

  • Portiamo nei percorsi scolastici progetti di educazione alla cittadinanza: cura dei beni comuni, partecipazione, collaborazione.
  • Collaborando in una strategia di insieme con i Comuni, sosteniamo iniziative collettive nei quartieri: orti, laboratori, attività intergenerazionali. Ripensiamo lo spazio pubblico: non solo luoghi di passaggio, ma luoghi di incontro, di relazione, di senso. Come ci ricorda Bauman, “mentre i governi ‘volano alla cieca’ disorientati dal nuovo contesto, messi sotto scacco dai poteri fluidi globali, la dimensione della municipalità̀, della piazza e del quartiere restituisce possibile solidità̀ alla politica, riportandola alla sua radice: la polis nella sua dimensione di spazio pubblico, come luogo di incontro e di dialogo di tutti i cittadini – quale che sia la loro provenienza etnico-culturale”
  • Promuoviamo gruppi di mutuo aiuto tra pari, sostenuti e riconosciuti dal pubblico.
  • Favoriamo modelli abitativi cooperativi, che mettano insieme la qualità della vita e il sostegno reciproco.
  • Riformiamo l’aiuto sociale per valorizzare le reti informali, le competenze di chi vive sul territorio, riconoscendo e formando il volontariato, trattandolo come infrastruttura della coesione. Nella crisi demografica si aprono possibilità.

Sono politiche realizzabili. Politiche che parlano a tutti. Perché, in fondo, la coesione non si costruisce solo con le risorse. Si costruisce con le relazioni. E se lo Stato vuole essere efficace, non può farlo da solo.

Fabrizio Sirica è co-presidente del Partito Socialista ticinese
Nell’immagine: equilibrio contabile, squilibrio sociale


Lugano, abbecedario dell’immobilismo

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

A Carona, il Municipio si rifiuta di aprire la piscina, anche solo provvisoriamente quest’estate, perché vuole imporre il progetto, concordato con il TCS, di un glamping, un campeggio di lusso. La Città dovrebbe finanziare la struttura con 10, 5 milioni di franchi; il Touring partecipa con 6 milioni e ottiene un diritto di sfruttamento per 40 anni.

Il piccolo comune di Carona ha gestito con successo per 55 anni la piscina. Dopo l’aggregazione, condita da molte promesse non mantenute, il “quartiere” è dimenticato e la Città non è in grado di gestire un bene pubblico che è stato utilizzato da decine di migliaia di abitanti e di turisti. Purtroppo c’è un peccato originale: l’approvazione del progetto di svendita da parte del Consiglio comunale, con i socialisti concordi.

Pochi chilometri più a ovest, sul piano del Vedeggio, l’aeroporto di Agno necessita di investimenti e di ristrutturazioni. Secondo il direttore Davide Pedrioli, il Municipio si appresta a varare un progetto di rilancio con investimenti di 60 milioni di franchi (in due tappe). Però, nel frattempo, potrebbero mancare all’aeroporto circa 5 milioni all’anno di sussidi federali che Berna intende stralciare. “I grossi aerei privati non potrebbero sicuramente più atterrare” ha affermato il sindaco Michele Foletti. Il quale si preoccupa pure per il fatto che “il proprietario di Guess (ditta assurta alle cronache per licenziamenti, minacce ai dipendenti, mobbing, discriminazioni di genere, molestie e ritorsioni, ndr) ha detto che se non ci fosse più l’aeroporto, che utilizza regolarmente un paio di volte al mese, chiuderebbe l’attività”. Dunque, la collettività mantiene l’aeroporto per i super ricchi che usano i loro jet privati, “i mezzi più inquinanti e iniqui del pianeta, che non soggiacciono a tasse sul CO2” (Bruno Storni).

Ecco la morale della politica luganese: da una parte si chiude o si svende una bellissima piscina che è un fiore all’occhiello utilizzata da decine di migliaia di abitanti e turisti, dall’altra si vuole salvare un aeroporto che è utile soprattutto per pochi superricchi. A Carona, con i 10 milioni (o anche meno) che si vogliono regalare al TCS si potrebbe rilanciare la piscina come un prezioso bene pubblico; ad Agno si trovano 60 milioni di franchi per il traffico di jet dei multimilionari. La scuola di volo e i piccoli velivoli possono infatti essere spostati a Magadino. L’aeroporto di Lugano è un pozzo senza fondo. Già nel 2019 il Municipio intendeva investire una sessantina di milioni, poi il progetto è fallito. Ora si torna alla carica con una finta collaborazione tra pubblico e privato, in quanto paga soprattutto il pubblico, cioè i contribuenti luganesi. Chi vola con aeroplani di 60 o più milioni di franchi, paghi anche la pista che utilizza. Altrimenti si chiuda baracca e si pensi ad un uso pubblico dello spazio, con servizi sportivi e di svago per la popolazione, inserendolo nel progetto di Parco del Vedeggio che i Cittadini per il territorio del Luganese stanno promuovendo.

L’abbecedario dell’immobilismo luganese è ricco.

Abitazioni
Alloggi a prezzi moderati sono sempre scarsi, ma ci sono molti appartamenti di lusso sfitti. Se ne parla da decenni, ma la Città non ha mai promosso una politica dell’alloggio a prezzi moderati. La Cassa pensioni della Città ha venduto centinaia di appartamenti. Il progetto di cooperativa Vivere Lambertenghi dovrebbe finalmente partire, gestito dall’Organizzazione cristiano sociale, e rimane un unicum: 20 appartamenti a pigione moderata in una città di 68 mila abitanti.

Campo Marzio
Tempi biblici. Se ne discute dal 1954, precisa il Municipio. In attesa del nuovo centro esposizioni, che non sarà pronto prima del 2038, si prevede di investire 3, 2 milioni di franchi per la manutenzione di capannoni obsoleti.

Ciclopiste
La Città è in perenne ritardo. Ma non mancano progetti fantastici. Dalla stazione FFS a Massagno si prevede una ciclopista del costo di 12, 2 milioni di franchi per 360 metri. Marco Vitali, presidente di Pro Velo, afferma che “bisogna fare una scelta di campo, dire chiaramente: favoriamo questo tipo di mobilità. Bisogna cambiare, bisogna svoltare”.

Finanze
Si risparmiano 5,6 milioni di franchi per il personale per “la mancata e immediata sostituzione di personale partente e la ritardata assunzione di nuovi collaboratori”. Altri dieci milioni tagliando soprattutto sulla cultura (LAC, MASI, OSI, ecc.) e forse anche i contributi per l’USI. Poi, con logica palazzinara, il Municipio pensa di incassare 250 milioni vendendo alcuni edifici pubblici (Villa Negroni, gli stabili in via della Posta, Castagneto di Castagnola, Casinò e forse anche Villa Heleneum, un gioiello che la Città non è stata in grado di valorizzare). Investimenti nel buco di Cornaredo e progettualità morta.

Lungolago
Il vecchio quai è un reperto d’epoca, con il sottopasso “orribile e puzzolente tra Palazzo Civico e il Ceresio” (Marco Solari). Il progetto degli architetti Buletti e Fumagalli di ridisegnare l’area attorno al Municipio è finito nel cestino. Quattro anni fa sono state presentate nuove proposte per la riqualifica del lungolago. Attendiamo speranzosi nuovi sviluppi.

Macello
Stendiamo un velo pietoso sul tema degli spazi a favore dei giovani. Le prime rivendicazioni risalgono al 1972!

PAL5
Il Piano di agglomerato gira a vuoto. L’Associazione traffico ambiente (ATA) come pure i Cittadini per il territorio, criticano misure che vengono sbandierate e mai attuate. L’agglobus si attende da anni: ci vogliono più trasporti pubblici e meno auto in centro, meno posteggi, più percorsi pedonali e ciclabili.

Polcom
Il Piano regolatore comunale è un libro dei sogni a cui hanno lavorato una trentina di esperti. Grandi visioni, pianificazioni e costellazioni invece dei quartieri. La Commissione della pianificazione lo definisce “astratto” e “poco chiaro”. Cosa e come sarà Lugano?

Povertà
I beneficiari dell’aiuto sociale in Città sono sempre di più. A settembre ricevevano l’assistenza 1327 persone, il 7,1% più dell’anno prima. Il salario reale degli abitanti è diminuito negli ultimi tre anni. Nella ricca Lugano la povertà aumenta e le organizzazioni caritatevoli devono soccorrere sempre più persone.

Promenade Villa Favorita
Anche qui, prima l’interesse privato, poi quello pubblico. È una passeggiata avvelenata dal CO2. Invece di un percorso pedonale nel parco lungo il lago, come aveva approvato il Consiglio comunale, il Municipio ha deciso di percorrere la strada a monte della villa, con 8500 passaggi di auto al giorno.

PSE
Basta citare Michele Foletti (quando non era ancora sindaco): “È cominciato male e finirà peggio”. Comunque il progetto viene corretto cammin facendo, e non in meglio. Riduzione del numero di posti allo stadio. Abolizione delle finestre del palazzetto dello sport, già battezzato sarcofago! Come dice il Comitato cittadino di sorveglianza del PSE, il Polo “che si sta costruendo non è quello che è stato votato dalla popolazione”.

Tether, o “Piano B”
Ecco l’unica luce di una Città buia! La gallina dalle uova d’oro, secondo il sindaco. È il progetto che dovrebbe rendere Lugano “la capitale delle criptovalute d’Europa”. Sara Beretta Piccoli, deputata dei Verdi liberali – scrive la Wochenzeitung – “vede nella stretta collaborazione con Tether un alto rischio: che la città si leghi a un settore economico alimentato dal riciclaggio di denaro, di nuovo”.

Le voci che abbiamo elencato rivelano solo e sempre aspetti negativi: come mai Lugano fa così fatica a scegliere una politica favorevole ai suoi cittadini?

Pubblicato da Quaderni Alternativi
Nell’immagine: ricchi sì, popolazione no


Gilles Kepel: “L’Europa sarà la vittima collaterale del Medio Oriente diviso”

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

Di Anais Ginori, La Repubblica

Le petromonarchie del Golfo hanno sofferto l’ingerenza iraniana, ma temono anche una vittoria totale di Israele. Non vogliono né una vittoria piena di Teheran, né un trionfo israeliano». Gilles Kepel, tra i più importanti studiosi occidentali del mondo arabo, analizza un conflitto che da regionale potrebbe diventare globale e scardinare l’architettura di sicurezza costruita dai tempi della Guerra fredda. «Quando vediamo i grattacieli di Tel Aviv sotto i bombardamenti, capiamo che potrebbe essere in gioco anche il nostro destino» osserva Kepel che nel suo libro Olocausti, pubblicato da Feltrinelli, aveva previsto alcuni degli sconvolgimenti provocati dagli attacchi contro Israele del 7 ottobre 2023.

Qual è, secondo lei, la logica della nuova offensiva israeliana?

«Israele si prepara da anni a questa operazione, ispirandosi all’attacco contro Hezbollah in Libano. All’epoca, le forze israeliane avevano condotto una campagna di eliminazione mirata: leader colpiti nel sonno, distruzione delle capacità di risposta. Era un tentativo di smantellare il sistema di deterrenza iraniano, di cui Hezbollah era un pezzo fondamentale. Dopo aver colpito Hezbollah, distrutto militarmente Hamas e cacciato Bashar el-Assad, il passo successivo è l’Iran. Anche perché Teheran ha fallito nelle trattative nucleari con gli Stati Uniti, in particolare nei colloqui tra il ministro iraniano Aragchi e l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff».

Quali fattori hanno accelerato l’operazione militare?

«Due elementi sono stati determinanti. Primo, l’atteggiamento dell’Iran verso Trump, che ha spinto il presidente americano a chiudere ogni prospettiva negoziale. A quel punto si è aperta una finestra di opportunità che Netanyahu ha colto senza aspettare il via libera di Trump. Secondo elemento determinante: l’urgenza per il premier israeliano di trovare un’uscita dall’impasse di Gaza. La guerra nella Striscia ha permesso di eliminare militarmente Hamas, ma i bombardamenti, che hanno provocato oltre 50 mila morti, stanno alienando il sostegno internazionale a Israele».

Cosa potrebbe succedere a Teheran?

«Nelle prime ore, molti hanno creduto che il regime degli ayatollah fosse sul punto di crollare. Si parlava persino di pasdaran in fuga verso Mosca. Ma poi c’è stato un rovesciamento con le immagini di città israeliane sotto i bombardamenti. Il regime iraniano, seppur indebolito sul piano economico, mostra una resilienza inattesa. È più difficile da abbattere rispetto a Hezbollah e conserva una forte capacità di nuocere, in particolare attraverso i suoi proxy terroristi nella regione».

Come si posizionano i paesi vicini dell’Iran, in particolare quelli sunniti?

«I paesi sunniti si muovono con estrema cautela. Da un lato, ci sono dichiarazioni ostili a Israele, ma non seguite da azioni. La Giordania, ad esempio, aiuta a intercettare i missili iraniani che attraversano il suo spazio aereo. L’Iraq fa molto rumore, ma resta fermo. Arabia Saudita ed Emirati hanno una posizione ambivalente: temono l’Iran e desiderano la fine del suo regime, ma nel contempo beneficiano del suo isolamento. Finché l’Iran è sotto sanzioni, il suo petrolio non invade il mercato. Anche sul piano dell’influenza politica le petromonarchie del Golfo hanno sofferto l’ingerenza iraniana, ma temono anche una vittoria totale di Israele che potrebbe marginalizzarle. Il loro silenzio riflette un’equazione irrisolvibile: indebolire l’Iran senza rafforzare Israele».

L’Europa può avere un ruolo?

«È completamente fuori gioco. Il vertice alle Nazioni Unite, che doveva essere organizzato da Emmanuel Macron e Mohammed Bin Salman per riconoscere lo Stato palestinese, è stato rinviato a data da destinarsi. È un segnale chiaro che il potere decisionale si trova altrove. L’Europa non è solo esclusa dai negoziati diplomatici, ma rischia di diventare vittima collaterale della disgregazione del Medio Oriente. La Turchia, ad esempio, teme un afflusso massiccio di rifugiati in caso di collasso iraniano, e ciò avrebbe inevitabilmente ripercussioni sull’Europa».

A livello di sicurezza, c’è un rischio diretto per l’Europa?

«Non credo che un missile iraniano colpirà Roma, ma ciò che è in gioco è l’architettura mondiale della sicurezza. Dopo Yalta, e poi dopo il 1989, il mondo era organizzato attorno a un sistema ben definito. Oggi Trump ha detto chiaramente che la Nato non lo interessa più. Si è creata una pericolosa instabilità. Putin si inserisce in questa breccia presentandosi come il nuovo mediatore. Basta guardare le immagini di Tel Aviv in fiamme, gli israeliani nei rifugi. Potremmo esserci anche noi, europei, in quella situazione. Questo conflitto coinvolge identità e appartenenze che attraversano il globo, con un’intensità angosciante forse superiore a quella della guerra in Ucraina».

Nell’immagine: Gilles Kepel


Tutti i morti che non vediamo

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

La guerra semina morti. Lo fa da sempre, quella è la sua vocazione da che mondo è mondo, o meglio dal tempo in cui l’umanità s’è inventata un tale strumento di distruzione. Che sia barbara o inevitabile, di sopraffazione o difesa, ogni guerra porta con sé la morte: di soldati, condottieri e soprattutto civili. Uomini, donne e bambini che la guerra non la fanno ma ci precipitano dentro in un giorno più o meno qualunque e da quel giorno per loro tutto cambia. Non c’è pezzo di umanità che, prima o poi, non sia stata anche vittima della guerra. E che in quella guerra muore – senza non di rado sapere né troppo né poco del perché di quella guerra e della propria morte. Sotto le bombe, nel fuoco che divora la propria casa, faccia a faccia con una mitragliatrice che spara all’impazzata.

Quei morti, milioni e milioni lungo tutti i secoli di questo travagliato e confuso antropocene (le quasi innumerevoli specie diverse di dinosauri convivevano su questa terra in modo decisamente più civile) avrebbero diritto almeno ad una cosa: il ricordo. La Bibbia esprime tutto questo con due brevi parole ebraiche che suonano yad washem, cioè letteralmente «mano e nome». I morti israeliani in quest’ultima, tremenda guerra, si chiamano Israel e Eti, Manar Shatha, Hala. A Tamra un’intera famiglia di arabi cristiani è morta sotto un missile spedito dall’Iran. Qui i morti sono presenza: volti, nomi, ricordi, lacrime. Vita che resta, case devastate, strazio e vita che va avanti, nonostante tutto. Le loro foto sono sui giornali e in rete, si parla di loro. Ci sono.

Sul fronte opposto, invece, nessun morto ha un nome. Nessun morto ha un volto. Chi non c’è più è come se non ci fosse mai stato. E i morti ci sono sicuramente, sotto le bombe israeliane. Ma più forte di tutto, laggiù a Teheran, più dell’unico diritto rimasto ai morti, più della assoluta e incontrovertibile verità che la guerra miete morti, più di tutto a Teheran vince la propaganda. E la propaganda non vuole morti, non li riconosce, fa come se la guerra non esistesse. Esiste solo il nemico, che non potrà fare a meno di perdere questa guerra anche nel caso in cui la vincesse. È solo il nemico a cadere in questa guerra, pretende la propaganda di un regime dove le vittime di guerra non sono ammesse e se ci sono – e ci sono sicuramente – stanno dietro una impenetrabile cortina di mistificazione. Solo il nemico, come quella presunta pilota israeliana abbattuta e sbandierata dalla comunicazione della repubblica islamica che in realtà era soldatessa cilena che sorride in una foto di repertorio.

I morti iraniani sono sepolti sotto le macerie della guerra ma prima ancora sotto la reticenza di un regime che si prende gioco della verità – anche quella più dolorosa e insopportabile dei morti in guerra. Che non sono ammessi, non hanno spazio né volto né nome, non sono neanche dei numeri. C’è qualcosa di indegno in questa rimozione che va contro ogni basilare principio di rispetto per la vita. Come se tutte quelle vite spazzate dalla guerra non avessero avuto alcun senso, né prima quando c’erano né ora che non ci sono più.

Nell’immagine: gli edifici danneggiati durante i raid aerei israeliani a Teheran


Quando la guerra diventa terrorismo di Stato il popolo è il nemico assoluto da abbattere

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

La crisi degli equilibri internazionali e delle culture politiche che hanno comunque retto l’Occidente nel corso del secondo dopoguerra si sta ormai manifestando così radicalmente da doverci indurre a considerazioni che vanno ben oltre gli avvenimenti attuali, per quanto tragici, e il giudizio sui loro protagonisti, per quanto detestabili ci appaiano.

Possono le potenze statuali che oggi si confrontano raggiungere una politica di pace? Non intendo il “pacifismo” idea regolativa, che vorrebbe metter fuori legge la guerra, bensì la concreta costruzione di una rete di patti e regole, che ogni Stato può sancire nel proprio assetto istituzionale, rendendola così positiva. Questa linea di condotta, che era emersa dopo il 1945 come l’unica perseguibile se si volevano evitare nuove catastrofi, sembra oggi respinta da tutti i principali attori. Sembra che solo dal campo di battaglia si debba attendere la decisione dei conflitti. Si prepara la guerra per farla o continuare a farla. E la guerra perde ogni retta intenzione, quella di risolvere una contesa determinata, per divenire un mezzo di pura e semplice eliminazione del nemico.

Il fondamento culturale che ha permesso anche nei momenti più drammatici di non far precipitare i conflitti internazionali tra i grandi spazi politici in guerra totale sembra crollato. Questo fondamento aveva, certamente, un carattere conservatore, da “Santa Alleanza”, e non avrebbe comunque potuto reggere oltre il crollo di una delle due potenze che in essa detenevano il primato, ma nel suo assetto vi era anche dell’altro: l’idea che dopo la seconda Guerra Mondiale gli Imperi dovessero in tutti i modi evitare di trovarsi faccia a faccia, e che perciò nelle stesse guerre per interposta persona in cui si fossero trovati impegnati, essi si sarebbero regolati in forme “tollerabili” per l’altro, in base a uno ius belli in qualche modo condiviso. Sono fatti incomparabili, lo so, e tuttavia tragici prodotti della stessa crisi: mai nel faticoso, precario, sostanzialmente iniquo, ma tuttavia equilibrio della “guerra fredda” uno Stato avrebbe potuto invadere un altro fuori dal “dominio” assegnatogli o massacrare deliberatamente popolazioni civili. Gli Stati Uniti non hanno raso al suolo Saigon con dentro i suoi abitanti.

Manca qualsiasi energia in grado di “contenere” la guerra all’interno di una forma che somigli al diritto. Ciò dipende senz’altro dal fatto che i contendenti sembrano protesi a un solo obbiettivo: la resa incondizionata del nemico. Richiesta che può assumere anche l’aspetto, come spesso è avvenuto, di richieste per questi irricevibili.

Quando la resa incondizionata diventa il fine, ne deriva per necessità logica che prima o poi si dispieghino tutte le forze e tutti i mezzi disponibili per ottenerlo. Mettendo tra parentesi, per coltivare almeno questa speranza, il ricorso ad arsenali nucleari, rimangono altri strumenti, anch’essi sostanzialmente “silenziati” durante la guerra fredda, che possono essere posti in atto – uno di questi è il sistematico ricorso a strategie terroristiche, nel senso tecnico del termine. Terrorismo significa condurre la guerra al di là di ogni diritto, come non avvenisse tra eserciti, senza rispetto per convenzioni o divise, allo scopo primario di ridurre la popolazione civile dello Stato o della nazione nemici all’assoluta disperazione non solo sui propri attuali governanti, ma sulla propria stessa esistenza. La guerra terroristica di Stato sta diventando sotto i nostri occhi la norma. Ogni diritto internazionale era già stato ridotto a pezzi da invasioni di Stati sovrani, penose strumentalizzazioni di principi anche mossi da nobili intenzioni, come la “difesa di innocenti” o la “difesa preventiva”, ma sempre la volontà del più forte si era ritratta dal ricorrere alla guerra terroristica su scala totale, e cioè a trattare da nemico assoluto il popolo, donne e bambini, dello Stato o dell’autorità politica che si intende abbattere. Anche questa soglia è stata scavalcata e siamo davvero ormai dentro l’abisso.

Se oggi trionfa il diritto del più forte, e cioè il non-diritto, il male affonda forse ben oltre la radicalità dei conflitti in atto e il clamoroso fallimento delle ideologie economicistico-liberiste che affidavano al business sui mercati la loro regolazione. È crollata ogni capacità di contenere l’espressione del proprio interesse riconoscendo insieme quello dell’altro. Non si può formare alcuna comunità internazionale se viene meno, all’interno di ciascuna parte, il senso di una co-appartenenza. Se nulla abbiamo in comune ab origine, mai potrà costruirsi una politica di pace. Aristotele diceva che l’essenza dell’agire politico consiste nel produrre amicizia. Non era un astratto pacifista, considerava invece ineliminabile il male della guerra. Ma riteneva che il nemico fosse l’orizzonte ultimo, non il primo ed esclusivo dell’arte della politica.

È inutile nasconderlo. Nel corso della civiltà europea la forza spirituale che ha esercitato comunque un’influenza contenitrice rispetto al dilagare della guerra in quanto azione volta a negare l’esistenza del nemico, è venuta dalla cristianità, pur nelle sue diverse espressioni o confessioni e dalla Chiesa cattolica in particolare negli ultimi due secoli. È dalla cristianità che provengono le istanze più forti per stabilire un diritto alla guerra, nella guerra e per paci successive che non siano germi di nuove catastrofi. Quest’azione la si deve senz’altro al formidabile paradosso che agita la cristianità fin dalle origini: come comporre la assoluta, irrevocabile condanna di ogni violenza pronunciata dal Figlio con le esigenze di compromesso con le potenze mondane che nascono dal vivere in questo mondo, sia pure da pellegrini? Questo paradosso cessa completamente di essere avvertito e perciò cessano gli sforzi volti ad affrontarlo. Tutto avviene ut Christus non esset, come Cristo non fosse mai stato. Altro non resta che la volontà di potenza dei diversi Stati o Imperi. “Giusta” sia allora soltanto la guerra da essi dichiarata e svolta con ogni mezzo ritenuto da essi efficace. L’Apocalisse può attendere?


C’è sempre Gaza mentre brucia Teheran

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

Ed eccoci “finalmente” alla guerra diretta con il nemico tanto odiato scatenata dall’attuale governo guerrafondaio di Israele (dopo aver polverizzato la Striscia di Gaza, colonizzato altro territorio palestinese in Cisgiordania ed essere passati per il Libano, lo Yemen, la Siria) contro l’Iran, cavalcando la retorica più volte sfoderata dell’imminenza del pericolo che quest’ultimo, ormai prossimo a confezionare l’arma atomica, possa procedere ad annientare lo Stato ebraico, evocando un nuovo olocausto.

Non è così strano constatare come una motivazione scatenante del genere sia simile alla falsa tesi sostenuta dagli Stati Uniti di George W. Bush all’inizio degli anni 2000, utilizzata per giustificare la guerra in Iraq del 2003: allora si sostenne che Saddam Hussein possedeva armi (chimiche e biologiche) di distruzione di massa (WMD – Weapons of Mass Destruction) e che stava tentando di sviluppare armi nucleari, rappresentando una minaccia imminente per gli Stati Uniti e i suoi alleati.

Nel 2004, il Rapporto della Commissione Duelfer (Iraq Survey Group) concluse peraltro che l’Iraq aveva smantellato i suoi programmi di armi di distruzione di massa già nel 1991, dopo la Guerra del Golfo, e non ne possedeva più al momento dell’invasione. Questa tesi errata è oggi ampiamente riconosciuta come uno degli esempi più discussi di manipolazione politica delle informazioni.

Riccardo Radaelli, professore ordinario di ‘Storia e istituzioni dell’Asia’ presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano, ha confutato, in un servizio di approfondimento di skynews24 andato in onda il 13.05.2025, la tesi secondo la quale l’Iran sarebbe vicino a costruire la bomba atomica, precisando che Netanyhau è da diversi anni che continua a ripetere simile accusa, priva di fondamento empirico.

A conferma di ciò, nell’Annual Threat Assessment dell’Office of the Director of National Intelligence (ODNI), del marzo 2025, si dichiara esattamente il contrario, ovvero: “La Comunità di Intelligence statunitense [che comprende tutte le agenzie federali coinvolte nella raccolta, analisi e diffusione di informazioni di intelligence, tra cui: CIA (Central Intelligence Agency), NSA (National Security Agency), FBI (Federal Bureau of Investigation, sezione Intelligence), DIA (Defense Intelligence Agency), NGA, NRO, e molte altre, tutte coordinata appunto dall’ODNI] continua a ritenere che l’Iran non stia costruendo un’arma nucleare.” Inoltre, vi si precisa che il leader supremo Khamenei è dal 2003 che non ha autorizzato un programma di armamento nucleare. Il documento ufficiale ODNI usa esattamente il verbo “not building” (“non sta costruendo”).

Alle soglie di una nuova tornata negoziale fra USA e Iran sul nucleare, Tel Aviv lancia dunque un attacco diretto e massiccio contro strutture iraniane coinvolte nel programma nucleare: un’ottantina di morti di alti esponenti governativi e graduati militari e di scienziati uccisi nelle loro case insieme ai propri familiari. Dopo Gaza tutto è ormai concesso: per abbattere un nemico non importa ormai più quante perdite civili occorrono: tutto è sdoganato in una sorta di videogame guerrafondaio a tutto campo.

La diplomazia – già di per sé assai balbuziente e poco vigorosa e credibile – è ormai zittita. Pavide dichiarazioni all’insegna del tanto generico quanto vacuo refrain della “de-escalation”. In un contesto geopolitico dominato dai bulli non c’è spazio che per la forza bruta della violenza e delle armi: la mediazione, la negoziazione, le iniziative diplomatiche non hanno voce in capitolo, anche perché non si intravedono notabili e figure all’altezza del compito.

L’Europa (quale? dov’è?), che marcia in dis-ordine sparso, non riesce ormai da tempo ad esprimere una voce autorevole e significativa. Ha deciso 18 pacchetti di sanzioni contro la Russia di Putin (ben vengano, per carità, per deprecare l’inaccettabile e brutale invasione dell’Ucraina da parte del bullo imperialista insediato al Cremlino, anche se rimane il sospetto che a livello di reali applicazioni poi si trovino escamotage e raggiri per preservare comunque, ciascuno dal proprio versante nazionale, i propri interessi e tornaconti), senza mai esprimersi con altrettanta decisione nei confronti dei crimini di guerra perpetrati dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, dove sotto i nostri occhi si sta consumando una tragedia umanitaria immane, con un intero popolo preso per fame e intere famiglie (bambini, donne, anziani, disabili) falcidiate da una violenza brutale e spaventosa.

Persino il pacato presidente italiano Sergio Mattarella, in occasione del suo discorso del 2 giugno ha parlato di “semina della sofferenza”: “S’impone subito il cessate il fuoco a Gaza. È disumano che venga ridotta alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani: l’esercito israeliano renda accessibili i territori della Striscia all’azione degli organismi internazionali, rendendo possibile la ripresa di piena assistenza umanitaria alle persone. È inaccettabile il rifiuto di applicare le norme del diritto umanitario nei confronti dei cittadini di Gaza. È grave l’erosione di territori attribuiti all’Autorità nazionale palestinese. I palestinesi hanno diritto al loro focolare entro confini certi [rif. alle ripetute e violente occupazioni di terreno in Cisgiordania]”. E Mattarella così prosegue, accomunando ‘de facto’ Putin a Netanyahu: “Ovunque, in qualsiasi continente, l’occupazione illegale di territorio di un altro Paese non può essere presentata come misura di sicurezza: si rischia di inoltrarsi sul terreno della volontà di dominio, della barbarie nella vita internazionale” (“La Repubblica”, 2.06.2025).

Netanyahu, con i suoi governi e con l’appoggio dei servizi segreti e dei vertici militari, da anni ormai rimesta nel torbido per evitare ad ogni costo la nascita di uno Stato palestinese e per rimanere saldamente in sella a un potere sempre più dispotico e cieco a qualsiasi compromesso negoziale e beffandosi del diritto internazionale.

Sotto Netanyahu, gli apparati governativi, in base al principio strategico del ‘divide et impera’, ha deliberatamente favorito per anni Hamas, consentendo cospicui e regolari trasferimenti di fondi – per centinaia di milioni di dollari – dal Qatar ad Hamas come contrappeso alla leadership di Mahmoud Abbas e alla proposta di uno Stato palestinese in Cisgiordania. L’obiettivo era mantenere i palestinesi divisi tra Gaza (Hamas) e Cisgiordania (Autorità Palestinese), ostacolando ogni tentativo e iniziativa verso la pace o l’autodeterminazione di uno Stato palestinese indipendente (newyorker.com; timesofisrael.com; haaretz.com; “El País”, 22.05.2025: “Netanyahu ha ammesso che fin dal 2018 il suo governo ha permesso il trasferimento di circa 30 milioni di dollari al mese da Qatar a Hamas, con l’approvazione del gabinetto di sicurezza e su consiglio di Shin Bet e Mossad” elpais.com; huffingtonpost.es 21.05.2025).

Analogamente il governo di Tel Aviv ha fornito un appoggio (diretto o indiretto) a bande armate e criminali a Gaza, orchestrato dal governo Netanyahu per creare il caos e boicottare gli aiuti umanitari:

“Da mesi Israele e chi lo difende affermano che Hamas ruba gli aiuti umanitari. Hanno usato questa accusa per giustificare la fame imposta a due milioni di persone a Gaza, per bombardare i forni, bloccare i convogli umanitari e sparare ai palestinesi disperati in fila per il pane. Ci hanno detto che questa è una guerra contro Hamas e che i palestinesi comuni sono stati solo presi nel mezzo. Ora sappiamo la verità: Israele ha armato e protetto alcune bande criminali a Gaza che rubano gli aiuti e terrorizzano i civili. Un gruppo guidato da Yasser Abu Shabab, che sarebbe legato a reti estremiste e coinvolto in attività criminali, riceve armi direttamente dal governo di Benjamin Netanyahu. E il primo ministro israeliano lo ammette con orgoglio: “Cosa c’è di sbagliato? Così si salvano le vite dei soldati israeliani”. Cosa c’è di sbagliato? Tutto. Israele non ha mai voluto proteggere la popolazione palestinese. Vuole spezzarla.” (Ahmed Najar, Al Jazeera, Qatar, in “Internazionale” n. 1618 – 13.06.2025; cfr. “The Guardian”, “Wall Street Journal”, “Associated Press”).

A questo punto mi chiedo che cosa ne sarà del destino del popolo palestinese, mentre la nostra attenzione mediatica si sta ormai spostando sullo scenario geopolitico più generale del Medio Oriente nel suo insieme e delle preoccupazioni per i nostri traffici commerciali internazionali (le questioni umanitarie possono ben aspettare quando sono in ballo i nostri interessi economici) di petrolio e altre merci attraverso gli stretti di Hormutz e di Bab el-Mandeb, cruciali per le rotte marittime.

Se finora abbiamo lasciato sostanzialmente fare alla vendicativa manu militari di Tzahal nella striscetta martirizzata resa/rasa ormai a un cumulo di macerie e di cadaveri, chi vi si soffermerà più per cercare una minima via d’uscita allo scempio umanitario che lì si sta consumando nel baratro della civiltà?

Io invece continuo a pensare a quanto ha raccontato un’encomiabile per quanto esausta operatrice sanitaria di Medici senza Frontiere al TG della sera di RAI3 il 10 giugno scorso, allorché ha risposto, alla domanda circa l’immagine che l’avesse scossa maggiormente nelle ultime ore: la reazione di due bimbe amputate, di 5 e 9 anni che dopo aver perso buona parte della loro famiglia sotto i bombardamenti a tappeto, invocavano la morte per raggiungere la propria madre e i propri familiari. Quando dei bambini non vedono altra prospettiva che la morte vuol dire che siamo proprio giunti al capolinea della nostra credibilità e umanità, spegnendo anche la più esile fiammella di speranza.

Ma non dimentico neppure quella splendida futura madre israeliana che con la bimba che portava in grembo manifestava nella piazza principale di Tel Aviv contro la politica del governo in carica e rispondeva, piangendo, al giornalista che raccoglieva la sua testimonianza: sono qui perché un giorno mia figlia mi chiederà ragione di quanto stiamo facendo e io vorrei risponderle senza vergognarmi.

E mi interrogo costantemente circa la domanda cruciale di Arwa Mahdawi, columnist del Guardian di origine palestinese che vive negli Stati Uniti:

“Cosa direte quando vi chiederanno come avete potuto permettere il genocidio a Gaza?” “Dopo diciannove mesi di violenza e distruzione, è troppo tardi per fare giustizia. (…) Dopo diciannove mesi di violenze genocide e quasi tre mesi di riduzione alla fame, il Regno Unito ha deciso di definire la situazione ‘vergognosa’. (…) C’è un leggero cambiamento anche nella copertura dei mezzi d’informazione. (…) Tutto questo è troppo poco e troppo tardi. Non riporterà in vita Hind Rajab, uccisa a cinque anni quando 335 proiettili sono stati sparati dai soldati israeliani contro l’auto in cui era intrappolata in preda al terrore. Né gli operatori umanitari assassinati da Israele e sepolti in fosse poco profonde. Non ricostruirà gli ospedali, gli asili, i centri di fecondazione assistita e le università che sono stati sistematicamente rasi al suolo da Israele. Non restituirà gambe e braccia ai bambini di Gaza, che sono il più grande gruppo di bambini amputati al mondo. Non rimedierà ai danni a lungo termine che la malnutrizione e i quasi due anni di privazione della scuola hanno causato a una generazione. (…)

E voi cosa direte? Quando le generazioni future leggeranno di Gaza con orrore e si chiederanno come il mondo occidentale, forte della sua superiorità morale, del suo ordine basato sulle regole e della sua attenzione per il diritto umanitario, abbia permesso un genocidio in diretta, cosa direte? Quando le generazioni future sapranno che ci siamo svegliati ogni mattina con i video di bambini bruciati vivi – bombardati con armi pagate anche dai cittadini statunitensi con le loro tasse e giustificate dal mondo occidentale – potrete dire di aver alzato la voce? (…)

Come disse Martin Luther King Jr: ‘Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici’.”

Arwa Mahdawi, “The Guardian”, in “Internazionale”, n. 1616, 30.05.2025


Sarah Parenzo – Dopo l’euforia le preoccupazioni

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


La tigre della guerra è uscita dalla gabbia

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

Di Alberto Negri, il manifesto

La tigre della guerra è uscita dalla gabbia e farla rientrare sarà assai difficile. Peraltro sono i domatori stessi, in prima fila gli Stati uniti, che l’hanno scatenata con il voluto fallimento diplomatico di Trump. Lui e ora anche gli europei, con una leadership disinformata e ininfluente e il contributo delle destre sovraniste-populiste. Che hanno accettato di fatto l’agenda bellica di Netanyahu.

Un’altra picconata al diritto internazionale e alla diplomazia, di cui un tempo l’Occidente si faceva portabandiera e che invece ha completamente abbandonato ogni barlume umanitario e di legalità come dimostra la tragedia disumana di Gaza: la cosiddetta “Europa dei valori” ha accettato il genocidio palestinese e ora, mentre parla di de-escalation, approva l’attacco israeliano all’Iran degli ayatollah che serve a tenere politicamente in piedi Netanyahu e a distrarre il mondo dalla tragedia inarrestabile della Striscia. Primo risultato negativo la guerra ha affossato per il momento la conferenza sulla Palestina e i due stati in programma in settimana a New York.

STIAMO AVALLANDO una logica bellica e di sterminio che non porterà a un nuovo ordine in Medio Oriente ma a un’altra stagione di destabilizzazione, lo stesso caos che abbiamo provocato per quasi due decenni nella regione con la guerra in Iraq nel 2003, scatenata sulla scorta di armi di distruzione di massa mai trovate. Il caos ha un solo scopo: fare di Israele, come vogliono gli Stati uniti non da oggi, l’unica superpotenza della regione, per annichilire un mondo arabo già inerte e inerme, frantumando, se possibile, pure l’Iran e spartire la Siria tenendo a bada la Turchia di Erdogan, membro riluttante della Nato.

Qui non siamo spettatori ma volenterosi partecipanti di questo disgraziato progetto di distruggere le nazioni del Medio Oriente. Un piano che naturalmente può sfuggire di mano, come dimostra il recente passato.

Con il contro-attacco dell’Iran sulle città israeliane gli Usa sono già scesi in campo a difesa di Israele mobilitando navi e aerei non solo a salvaguardia delle basi nel Golfo ma appoggiando le operazioni di Tel Aviv. Per lo stesso motivo si è mosso sul piede di guerra anche Macron e verrà seguito, con modi e sfumature diverse, dagli altri Paesi europei: Teheran minaccia di metterli nel mirino della rappresaglia. L’Italia rischia perché ha un forte contingente militare nell’Unifil in Libano, dove Israele ha già mobilitato i riservisti come ha fatto in Siria. Poi c’è il Mar Rosso dove le navi da guerra italiane nello Stretto di Bab el Mandeb affrontano insieme ad altre nazioni, Israele compreso, gli Houti dello Yemen, alleati di Teheran e già entrati in azione contro lo stato ebraico.

LA GUERRA ha anche evidentemente un riscontro economico: dal Golfo, dove l’Iran minaccia di chiudere Hormuz, passa oltre il 20% dei rifornimenti energetici mondiali e dal Mar Rosso e dal canale di Suez oltre il 60-70% dei traffici navali nel Mediterraneo. Non solo si impennano le quotazioni del petrolio e del gas ma anche le azioni delle industrie belliche soprattutto americane, che, come si è vantato Trump, riforniscono gli israeliani con armamenti sofisticati. È questo un indicatore che la guerra è destinata a continuare ma anche un segnale politico che il complesso militar-industriale israelo-americano è una realtà dominante pure per noi che vi partecipiamo con fatturati e utili.

SULL’AGENDA di Netanyahu, che di fatto gli Usa e gli europei appoggiano per contrastare l’arricchimento dell’uranio iraniano, dovremmo soffermarci. Il premier vuole la distruzione dei siti nucleari e la decapitazione della leadership di Teheran. Ha intrapreso tutti e due gli obiettivi dando una deriva esistenziale alla guerra: se ne esce solo con la vittoria di Israele. La distruzione dei siti nucleari però non è completa, alcuni di questi sono protetti da gallerie scavate in profondità. Servono bombe potenti che solo in parte gli israeliani posseggono: quindi è necessario il supporto degli americani e Trump ha già minacciato, se non riprende il negoziato con la resa di Teheran, una distruzione totale.

QUANTO ALLA DECAPITAZIONE del regime, Israele ha già colpito la prima linea militare e fa capire che è pronto a colpire anche quella politica-religiosa, cioè Khamenei, l’avvertimento è venuto prendendo come bersaglio la sua residenza di Teheran, Shamkani, consigliere storico della Guida Suprema ma anche Qom, il vaticano dello sciismo. Netanyahu ha in mano qualche carta importante perché attraverso infiltrati ad alto livello è riuscito a colpire i capi dei pasdaran a casa loro. Un cambio di regime con un sollevamento della popolazione, come vorrebbe il premier ebraico con il suo appello alla popolazione iraniana, però non è probabile: gli iraniani temono il regime ma forse temono ancora di più di fare la fine dell’Iraq e precipitare nel caos e nell’anarchia.

GLI STESSI STATI ARABI e del Golfo, sauditi in testa, contrari alla guerra, hanno ricevuto un messaggio inequivocabile: o accettano la supremazia israeliana o potrebbero finire a loro volta nel mirino, non è certo un viatico al famoso Patto di Abramo sponsorizzato da Trump.
E veniamo alle vie di uscita diplomatiche e al ruolo di Russia e Cina, i due Paesi più vicini a Teheran. Il mediatore Oman non è riuscito a riportare al tavolo negoziale americani e iraniani, Trump rivendica che la guerra di Israele costringerà Teheran a trattare.

Ma su cosa? Finora ha offerto non un accordo ma una resa: blocco del programma nucleare senza nulla in cambio sul versante dell’annullamento o dell’alleggerimento delle sanzioni. Più che un negoziatore è apparso una sorta di postino di Netanyahu. Sarà capace di uscire da questo ruolo umiliante? Lo deve fare, altrimenti perde credibilità fuori e dentro gli Usa. Ma ogni logica politica applicata a questo presidente è preda del suo comportamento erratico e imprevedibile.

QUANTO ALLA REAZIONE di Putin nei confronti dell’attacco all’alleato che lo rifornisce di droni contro l’Ucraina, induce a una riflessione paradossale. È l’unico che ha parlato sia con Netanyahu che con il presidente iraniano Pezeshkian. Quasi surreale: Putin e Netanyahu, due ricercati della corte penale internazionale per crimini di guerra, che discutono di mediazioni diplomatiche. La realtà è che Putin ma anche i cinesi, che si sono opposti alle risoluzioni dell’Aiea, non sembrano disposti a rischiare nulla di concreto per difendere gli ayatollah. E quanto al G-7 che comincia oggi in Canada parte già in salita: forse non ci sarà neppure un comunicato congiunto finale.

Una sola cosa accomuna Netanyahu e Khamenei: la loro strenua volontà di restare al potere, al costo di guerre, conflitti, massacri. Una volontà di sopravvivere che come avrebbe detto un filosofo due secoli fa si traduce in una pulsione cieca, irrazionale e insaziabile che è all’origine di ogni sofferenza. I palestinesi sterminati da Netanyahu ne sanno qualcosa.

Nell’immagine: il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Israeliano, Eyal Zamir (al centro), mentre supervisiona gli attacchi dell’Esercito Israeliano contro l’Iran dalla sala operativa dell’Aeronautica Militare a Gerusalemme, Israele, il 13 giugno 2025 


Israele commette un grande errore. Può cadere il regime, non il potere teocratico

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

Di Domenico Quirico, La Stampa

La stasi, il sogno di eternità e di permanenza in un ordine prefissato degli affari umani, è il mito favorito fra i tiranni. Ancor più tra quelli, come gli ayatollah di Teheran, che hanno scarcerato il Verbo dal sarcofago delle moschee per farne un’arma di politica e di potere. Scoperta formidabile che ha superato i confini della eresia sciita su cui fulminava lo sguardo il vecchio di Homs per diventare munizione micidiale nell’arsenale di tutte le guerre sante.

I miti, che siano figli di ideologismi furenti o collocati sotto il segno di dio, sono destinati a finire. E i regimi, che pongono la domanda “perché” e quelli che si limitano al meccanicistico “come”, prima o poi imboccano la via dell’ultimo atto.

Il giorno della fine in fondo è l’unico scenario che possiamo descrivere minuziosamente. Perché si assomigliano tutti, nella banalità, nella assenza di un elemento di grandezza. Lasciano l’ombra appiccicosa o il vuoto interrogante del non sapere perché siano così precipitosamente avvenuti.

Sì. Siamo al rendiconto. L’adesso, il qui, il qui storico, il qui dei giorni finali. Il Palazzo si svuota, i telefoni suonano a vuoto, gli schermi dei computer sono opachi, giungono rombi di artiglierie e raffiche di mitra: esecuzioni dei fedelissimi o ultimi rantoli di resistenza degli irriducibili? E poi voci rumori sibili ordini. C’è il tempo per tentare di ripercorre i terribili precipizi della distruzione? Chiedersi che cosa ha smangiato dall’interno come un terribile muffa o come un terribile salnitro quel Potere che sembrava saldissimo? Inutile. Terre promesse, utopie ringiovanite, bugie, riforme, trucchi, tributari…niente. Il tempo è scaduto.

Da più di tre anni lungo gli stradali della arcimetropoli occidentale politici astuti e spacciatori di certezze hanno atteso, invano, di celebrare l’ultimo atto di Putin al Cremlino: la rivolta dei russi, dei boiari, dei generali perfino un golpe sanitario… Ora che la tragedia, avviata nel 2022, ha profonda, sanguinosa e diramata continuazione nel vicino Levante e che con una puntualità agghiacciante la terribile e lapidaria parabola della guerra mondiale aggiunge nuovi capitoli a se stessa, tutti a chiedersi: come cadranno nella polvere gli ayatollah di Teheran, quelli temporaneamente risparmiati dalle spicce esecuzioni preventive di Israele, un modo nuovo per definire l’omicidio?

Cambio di regime a Teheran: ecco la formula con cui si cerca di scavalcare di un balzo il semisecolare problema della Bomba degli ayatollah e le omicide misoginie degli squadroni della virtù. Finora con i lugubri sacerdoti di Teheran e con i loro servi-padroni delle guardie rivoluzionarie, nulla da fare: indeboliti, isolati, maledetti ma sempre al potere. Sanzioni, eliminazioni di comandanti e scienziati che si accatastano, bombardamenti micidiali, inutili lusinghe negoziali: immancabile si apriva la delusione. Nella permanenza di quel micidiale sinedrio impermeabile a ogni crisi e rivolta eroica, ricominciava la fatica di proporre nuove vie. Ma bastava poco perché anche questi sogni supplementari si sfasciassero riaprendo il vuoto di prima.

Questi ayatollah, di cui si descriveva con dovizia di esempi la fiacchezza spirituale, il feroce cinismo, il mammonismo trionfante, l’isolamento dalla società, difeso solo con preghiere, forca e scudisciate, sembravano incrollabili. In una società l’uomo non può sopportare troppa realtà, si diceva, alla fine si ribella. L’Iran giovane moderno filo occidentale reso schiavo decimato mutilato impoverito ed esasperato avrebbe spazzato via la mafia del potere che osava proclamarsi santa.

Il guaio è che quello di Teheran non è un potere ideologico, è anche un potere teologico che accampa la sua legittimità su un credo per di più nutrito di un forte elemento nazionalistico, abituato da secoli alla emarginazione, alla violenza, al martirio. Nulla di più errato delle tesi secondo cui il revival islamico di cui Khomeini è stato il veggente sia un goffo tentativo di creare astratti uomini di fede, uomini che non sarebbero altro che regole. O la tesi di chi assicura che Comunismo e Islam sono rivoluzioni intercambiabili, entrambe frutto di odio e di rabbia.

Certo, la presa spirituale dei mullah sul popolo iraniano dopo mezzo secolo di regime è molto allentata. Certo le religioni vantano il grande vantaggio di non consentire la verifica delle promesse fatte al cliente fino alla sua morte, mentre quelle dei politici e dei teorici laici falliscono sotto i nostri occhi delusi. Ma alla fine, non è questo che conta: è la legittimazione teologica a bollare chi si ribella come apostata ed eretico che giustifica il ricorso a un livello di violenza repressiva che nessuna dittatura laica può permettersi senza automaticamente decomporsi.

Netanyahu con l’appello al popolo iraniano lanciato mentre i suoi missili sgretolano case e caserme, siti atomici e strutture produttive perché gli dia una mano insorgendo contro i satana delle moschee (singolare terminologia che svela pericolose assonanze tra i due acerrimi nemici) sta commettendo uno degli innumerevoli errori di questa sua scriteriata stagione politica. Una disfatta militare può determinare certo un cambio di regime (il nazismo è caduto così). Ma immaginare che gli iraniani, anche i moltissimi che detestano gli ayatollah, vengano a mendicare la liberazione da chi purifica i confratelli sunniti di Gaza, è un mirabile esempio di ottusità politica.

Nell’immagine: due iraniani camminano sotto un ritratto della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, a Teheran 


La doppia crisi di Trump

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone – Di Fabrizio Sirica 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Due cerchi concentrici disegnano il perimetro di crisi al centro del quale si muove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il primo, ampio, è lo scenario della nuova guerra mediorientale dopo l’attacco di Israele ai siti nucleari dell’Iran, la decapitazione dei suoi vertici militari e la rappresaglia di Teheran coi missili lanciati su Tel Aviv e Gerusalemme: un incendio in un’area esplosiva del mondo, col rischio di innescare il contagio di un conflitto davvero mondiale, mentre la tragedia di Gaza non trova soluzioni e i combattimenti tra Russia e Ucraina continuano, dopo che il Cremlino ha mandato a vuoto ogni piano di negoziato. Il secondo cerchio è la linea di scontro tra la Casa Bianca e lo stato di California sull’uso delle forze armate — e sul loro comando — di fronte alle manifestazioni di protesta per le retate di migranti “irregolari” da parte della “Immigration and customs enforcement”, la sigla — Ice — contro cui si indirizza la ribellione popolare, estesa ormai a duemila città. Da un lato l’incubo epocale del nucleare, su cui sta ormai saltando l’interdetto che aveva governato le opposte paure nei decenni della guerra fredda, garantendo la coesistenza pacifica tra regimi diversi. Dall’altro lato l’ossessione quotidiana per l’ondata migratoria, che parla alle fasce più deboli della popolazione e si trasforma nella vera arma ideologica in mano ai leader della destra sovranista, la leva potente della loro mutazione neo-autoritaria. Quasi a chiudere il doppio cerchio della crisi, la parata militare che ieri ha portato centinaia di soldati a sfilare per le strade di Washington per celebrare insieme i 250 anni dalla fondazione dell’esercito degli Stati Uniti, e il settantanovesimo compleanno di Trump: in una sovrapposizione simbolica di anniversari pubblici e privati che in mezzo alla protesta del movimento “No Kings” sembra un messaggio metapolitico di riappropriazione delle città e di controllo del Paese, a partire dalla sua capitale.

In realtà questo è il clima indispensabile al populismo reazionario per portare avanti il suo progetto politico: una continua sollecitazione dell’opinione pubblica, incalzata da paure concrete e artificiali, minacciata da fantasmi sociali, dispersa nella solitudine repubblicana del cittadino misconosciuto, che si sente scartato. In questo mondo di realtà aumentata la politica non è più un fattore di emancipazione dalle paure, quindi un veicolo di libertà. L’antipolitica al contrario va a cercare proprio nel sentimento di esclusione l’incandescenza della rabbia contro le élite e della protesta contro la classe dirigente, trasformandole in moderna ideologia. Nel racconto dominante una minaccia sospesa grava sul cittadino indifeso: che naturalmente è spinto a cercare protezione più che libertà, sicurezza invece che diritti. Qui si compie il nuovo riconoscimento tra l’individuo e il populismo neo-autoritario, un’intesa basata sull’istinto e sulla promessa di vendetta, sulla ribellione permanente e infine sul risarcimento politico.

Ma in realtà c’è qualcosa di più: immerso in questo clima sociale e in questo paesaggio politico il cittadino (ormai estraneo alla mediazione culturale dei partiti) introietta il codice dell’emergenza e lo accetta come regola quotidiana, senza accorgersi che si sta sintonizzando su una lunghezza d’onda politica estrema, dove tutto è dilatato, il vocabolario è maiuscolo, il linguaggio eccessivo, la leadership eroica, le soluzioni spettacolari: mentre nella realtà tutto entra in tensione nello stesso momento, come nei periodi di decadenza, quando si corre verso il caos, come se fosse il soggetto che può generare il nuovo mondo. Se la minaccia è sconosciuta, si finisce per cercare rifugio in una difesa d’eccezione, perché tutti i meccanismi tradizionali di salvaguardia arrugginiscono rispetto alla folgore del populismo reazionario, che vive per “andare oltre”.

In nome dell’emergenza, così, il governo chiede, organizza e gestisce una quota anomala di potestà, come se la crisi lo investisse di un mandato straordinario. Può federalizzare la Guardia Nazionale senza il consenso del governatore, estremizzando il pericolo della ribellione “No Kings”, alterando le proporzioni e sottraendo potere agli Stati con l’introduzione di logiche militari nella gestione civile, fino ad alterare l’equilibrio tra i poteri federali e statali. È una partita doppia, in cui noi finiamo per essere complici della tentazione governativa di incassare quote supplementari di potere, oltre a quelle che hanno regolato il sistema fin qui. Perché davanti alla crisi la leadership decreta l’emergenza, e il suo potere supremo di dare un nome ai fenomeni trasporta la società nel clima estremo di una situazione straordinaria. In più si aggiunge una domanda popolare di urgenza assoluta e di autorità immediata, che è un lasciapassare all’eccezione, un’autorizzazione a vivere e regnare in deroga. Restano le Costituzioni: sono l’ultimo scoglio, diventeranno il primo scontro.

Nell’immagine: un attacco dall’Iran su Israele